domenica 2 agosto 2009

LA SICILIA: UN HUB ENERGETICO AL SERVIZIO DEL… NORD


Di Agostino Spataro



Mentre in Sicilia nessuno governa e ci s’accapiglia per creare maggioranze anomale e improbabili “partiti del sud”, il governo Berlusconi vuole piazzare nell’Isola una centrale nucleare, forse, dalle parti di Palma Montechiaro, in provincia di Agrigento.

Non è una sorpresa, ma una notizia attesa, da taluni perfino desiderata. Perciò, nessuno può fingere quasi che l’avesse appresa dai giornali. La cosa è nota da tempo e fors’anche politicamente concordata con le autorità siciliane.

Mancava solo la copertura legislativa ed anche questa, nei giorni scorsi, è arrivata dal Senato.

Entro sei mesi si dovranno avviare gli adempimenti conseguenti, compresa la scelta del sito, sulla base di una procedura molto sbrigativa, perfino sostitutiva dei poteri locali, che certo non lascia tempo e possibilità d’intraprendere eventuali azioni di verifica e/o di contrasto.

Sei mesi sono pochi per una questione così complessa e preoccupante. Troppo pochi.

E dire che su questa materia la Regione siciliana ha competenza primaria.

La faccenda, perciò, è un anche un banco di prova per lo sbandierato autonomismo di Lombardo e soci. Non è la prima volta che si vuole portare in Sicilia, zona ad alta sismicità, una centrale nucleare.

Ricordo per gli smemorati che nel 1979 ci tentò il capo di governo dell’epoca, on Giulio Andreotti, il quale aveva trattato con i canadesi due impianti del tipo “Candu” da realizzare uno in Sicilia e un altro in Sardegna.

Con molta fermezza e cordialità, anche a livello parlamentare, l’abbiamo fatto annullare.

Non per un astratto principio antinucleare, ma perché allora era in arrivo in Sicilia il metano algerino.

Oggi, purtroppo, non sappiamo che cosa pensano e soprattutto che cosa fanno i ministri, sottosegretari e i parlamentari siciliani. Intorno a queste importanti questioni soltanto silenzio! Un omertoso, intollerabile silenzio.

Ovviamente, si può essere anche d’accordo, ma bisogna venirlo a spiegare alla gente, fra la gente, in un libero confronto con le forze sociali e culturali. Senza reti di protezione.

Abbiamo sognato il paradiso e ci ritroviamo con un gran deposito energetico

Comunque andranno le cose, un dato è certo: con la centrale nucleare, che andrebbe ad aggiungersi ad altri impianti preesistenti o programmati, la Sicilia diverrà una sorta di HUB energetico ossia una piattaforma strategica di approdo, stoccaggio, lavorazione e distribuzione di enormi quantitativi di prodotti energetici. Con un volume molto al di sopra dei suoi consumi attuali o ragionevolmente preventivati.

Insomma, il nostro destino verrebbe segnato per un lungo periodo. Non più “il paradiso” che tante generazioni di siciliani hanno sognato (il turismo diffuso, l’agricoltura di qualità, la pesca e l’economia del mare, l’innovazione tecnologica, i grandi servizi di trasporto e di commercializzazione, ecc.), ma un grande serbatoio d’energia, collocato nel cuore del Mediterraneo, al servizio dell’inarrestabile crescita di un nord già saturo, verso il quale, come ha scritto ieri la Svimez, continuano ad emigrare i giovani siciliani e meridionali. Almeno 700.000 negli ultimi anni.

Perciò, chi, a Roma e a Palermo, è chiamato a decidere su tali materie deve sapere che si assume la tremenda responsabilità d’ipotecare il nostro futuro e quello dei nostri figli, nipoti e pronipoti. La faccenda è terribilmente seria e va ben oltre le misere diatribe politiche, le sordide convenienze (di chi?) e le promesse di qualche centinaio di posti di lavoro.

Manca un serio piano energetico della Regione





Se tutto ciò accade in Sicilia è perché a Roma (e a Milano, se permettete) questo ruolo è stato assegnato all’isola ed è supinamente accettato dal ceti dirigenti siciliani, politici e di governo, che non hanno prodotto un serio piano energetico regionale come punto di misura della compatibilità delle diverse infrastrutture programmate a livello nazionale o europeo.

In mancanza di strumenti propri, tutto quello che arriva da Roma va bene, anzi benissimo, visto che consente di attivare finanziamenti plurimiliardari e quindi nuove spartizioni d’appalti e tangenti.

Il problema che abbiamo davanti non è quello di schierarsi per partito preso (pro o contro il nucleare o altro), ma quello di ragionare, di valutare, serenamente, l’utilità, la compatibilità ambientale, la sicurezza dei nuovi impianti in rapporto con le reali esigenze di sviluppo siciliane e tenendo conto delle potenzialità offerte dalle diverse risorse locali o da quelle davvero notevoli che si stanno materializzando nel Mediterraneo e dintorni.

Il gasdotto transahariano Nigeria-Algeria

Alcuni esempi. Mentre si marcia, a tappe forzate, per realizzare due rigassificatori in Sicilia per importare e trattare, prevalentemente, il gas nigeriano, sappiamo che nello scorso marzo, a Parigi, “l’Euro-Arab gas Forum” ha preso accordi per realizzare il progetto del “gasdotto transahariano” (valore circa 13 miliardi di dollari) che da Brass (Nigeria) giungerà a El Kala, sulla costa algerina, con probabile derivazione sulla costa libica.

Un’ipotesi - mi piace ricordare – che, già a partire dagli anni ’80, abbiamo avanzato all’attenzione del governo italiano e dell’Eni che, purtroppo, lasciarono cadere.

Oggi questa grande infrastruttura s’appresta a divenire una realtà plurinazionale, articolata in 4.188 km di tubi che trasporteranno 30 miliardi di metri cubi/anno di metano, in gran parte destinato al mercato europeo, che scorrerà attraverso i metanodotti esistenti, due dei quali approdano in Sicilia. Domanda: se questo progetto dovesse essere realizzato, come pare, perché costruire i rigassificatori? A parte l’aspetto economico/commerciale, c’è da considerare con più attenzione la questione della sicurezza delle popolazioni siciliane.

Confesso che, in questi mesi, anch’io mi sono astenuto dal proferir parola sulla questione rigassificatori perché riconoscevo qualcuna delle ragioni (politiche) addotte ed anche per non apparire il solito bastian contrario.

Ma oggi, dopo quanto accaduto a Viareggio, dove un vagone di gas ha provocato un disastro tremendo, una strage inaccettabile di vite umane, più di un dubbio mi assale. E credo la gran parte dei cittadini di buon senso, soprattutto di quelli che vivono nelle adiacenze degli impianti in costruzione.

Provate a immaginare cosa potrebbe accadere nei dintorni di Porto Empedocle se si dovesse spaccare o incendiare una delle tante navi metaniere che vi approderanno. Taluni specialisti prospettano scenari davvero apocalittici che nessuno può sottovalutare o rimuovere con battute sbrigative e irresponsabili.

La vita umana viene prima di ogni cosa. Tanto più alla luce del nuovo metanodotto Nigeria-Algeria che porterà enormi quantità di gas in Sicilia e in Europa.

“Desert Tec”, l’energia solare dal Sahara





Un’altra possibilità concreta è data dal rivoluzionario progetto denominato “Desert Tec” ovvero una rete di grandi impianti di produzione di energia solare distribuiti nel Sahara africano che nella prima fase produrrà l’equivalente del 15% del fabbisogno energetico europeo, oltre che quote importanti per i consumi dei diversi paesi nordafricani. Per avere un’idea: venti gigawatt equivalgono a venti centrali nucleari.

Non si tratta di sogni nel cassetto, ma di un progetto concreto, ritenuto fattibile da un consorzio fra una ventina d’importanti imprese tedesche e di altri paesi europei che garantiranno la spesa prevista (400 miliardi di euro) e le tecnologie più avanzate.

E pensare che il “Desert Tec” si basa sul principio che Archimede sperimento nella guerra coi romani e che anche Carlo Rubbia voleva adattare al suo megaprogetto alle falde dell’Etna. Purtroppo, Rubbia è stato lasciato andare in Spagna e qui continuiamo a importare energia altamente inquinante e costosa. Ci sarebbe tanto altro da aggiungere, ma credo che questi due esempi bastino per avviare una seria riflessione sul futuro energetico della Sicilia che non può essere deciso dall’alto e per interessi lontani, ma in primo luogo dai cittadini e dagli operatori siciliani.



* testo ampliato pubblicato, con altro titolo, in “La Repubblica” del 17 luglio 2009.

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Di Agostino Spataro



Mentre in Sicilia nessuno governa e ci s’accapiglia per creare maggioranze anomale e improbabili “partiti del sud”, il governo Berlusconi vuole piazzare nell’Isola una centrale nucleare, forse, dalle parti di Palma Montechiaro, in provincia di Agrigento.

Non è una sorpresa, ma una notizia attesa, da taluni perfino desiderata. Perciò, nessuno può fingere quasi che l’avesse appresa dai giornali. La cosa è nota da tempo e fors’anche politicamente concordata con le autorità siciliane.

Mancava solo la copertura legislativa ed anche questa, nei giorni scorsi, è arrivata dal Senato.

Entro sei mesi si dovranno avviare gli adempimenti conseguenti, compresa la scelta del sito, sulla base di una procedura molto sbrigativa, perfino sostitutiva dei poteri locali, che certo non lascia tempo e possibilità d’intraprendere eventuali azioni di verifica e/o di contrasto.

Sei mesi sono pochi per una questione così complessa e preoccupante. Troppo pochi.

E dire che su questa materia la Regione siciliana ha competenza primaria.

La faccenda, perciò, è un anche un banco di prova per lo sbandierato autonomismo di Lombardo e soci. Non è la prima volta che si vuole portare in Sicilia, zona ad alta sismicità, una centrale nucleare.

Ricordo per gli smemorati che nel 1979 ci tentò il capo di governo dell’epoca, on Giulio Andreotti, il quale aveva trattato con i canadesi due impianti del tipo “Candu” da realizzare uno in Sicilia e un altro in Sardegna.

Con molta fermezza e cordialità, anche a livello parlamentare, l’abbiamo fatto annullare.

Non per un astratto principio antinucleare, ma perché allora era in arrivo in Sicilia il metano algerino.

Oggi, purtroppo, non sappiamo che cosa pensano e soprattutto che cosa fanno i ministri, sottosegretari e i parlamentari siciliani. Intorno a queste importanti questioni soltanto silenzio! Un omertoso, intollerabile silenzio.

Ovviamente, si può essere anche d’accordo, ma bisogna venirlo a spiegare alla gente, fra la gente, in un libero confronto con le forze sociali e culturali. Senza reti di protezione.

Abbiamo sognato il paradiso e ci ritroviamo con un gran deposito energetico

Comunque andranno le cose, un dato è certo: con la centrale nucleare, che andrebbe ad aggiungersi ad altri impianti preesistenti o programmati, la Sicilia diverrà una sorta di HUB energetico ossia una piattaforma strategica di approdo, stoccaggio, lavorazione e distribuzione di enormi quantitativi di prodotti energetici. Con un volume molto al di sopra dei suoi consumi attuali o ragionevolmente preventivati.

Insomma, il nostro destino verrebbe segnato per un lungo periodo. Non più “il paradiso” che tante generazioni di siciliani hanno sognato (il turismo diffuso, l’agricoltura di qualità, la pesca e l’economia del mare, l’innovazione tecnologica, i grandi servizi di trasporto e di commercializzazione, ecc.), ma un grande serbatoio d’energia, collocato nel cuore del Mediterraneo, al servizio dell’inarrestabile crescita di un nord già saturo, verso il quale, come ha scritto ieri la Svimez, continuano ad emigrare i giovani siciliani e meridionali. Almeno 700.000 negli ultimi anni.

Perciò, chi, a Roma e a Palermo, è chiamato a decidere su tali materie deve sapere che si assume la tremenda responsabilità d’ipotecare il nostro futuro e quello dei nostri figli, nipoti e pronipoti. La faccenda è terribilmente seria e va ben oltre le misere diatribe politiche, le sordide convenienze (di chi?) e le promesse di qualche centinaio di posti di lavoro.

Manca un serio piano energetico della Regione





Se tutto ciò accade in Sicilia è perché a Roma (e a Milano, se permettete) questo ruolo è stato assegnato all’isola ed è supinamente accettato dal ceti dirigenti siciliani, politici e di governo, che non hanno prodotto un serio piano energetico regionale come punto di misura della compatibilità delle diverse infrastrutture programmate a livello nazionale o europeo.

In mancanza di strumenti propri, tutto quello che arriva da Roma va bene, anzi benissimo, visto che consente di attivare finanziamenti plurimiliardari e quindi nuove spartizioni d’appalti e tangenti.

Il problema che abbiamo davanti non è quello di schierarsi per partito preso (pro o contro il nucleare o altro), ma quello di ragionare, di valutare, serenamente, l’utilità, la compatibilità ambientale, la sicurezza dei nuovi impianti in rapporto con le reali esigenze di sviluppo siciliane e tenendo conto delle potenzialità offerte dalle diverse risorse locali o da quelle davvero notevoli che si stanno materializzando nel Mediterraneo e dintorni.

Il gasdotto transahariano Nigeria-Algeria

Alcuni esempi. Mentre si marcia, a tappe forzate, per realizzare due rigassificatori in Sicilia per importare e trattare, prevalentemente, il gas nigeriano, sappiamo che nello scorso marzo, a Parigi, “l’Euro-Arab gas Forum” ha preso accordi per realizzare il progetto del “gasdotto transahariano” (valore circa 13 miliardi di dollari) che da Brass (Nigeria) giungerà a El Kala, sulla costa algerina, con probabile derivazione sulla costa libica.

Un’ipotesi - mi piace ricordare – che, già a partire dagli anni ’80, abbiamo avanzato all’attenzione del governo italiano e dell’Eni che, purtroppo, lasciarono cadere.

Oggi questa grande infrastruttura s’appresta a divenire una realtà plurinazionale, articolata in 4.188 km di tubi che trasporteranno 30 miliardi di metri cubi/anno di metano, in gran parte destinato al mercato europeo, che scorrerà attraverso i metanodotti esistenti, due dei quali approdano in Sicilia. Domanda: se questo progetto dovesse essere realizzato, come pare, perché costruire i rigassificatori? A parte l’aspetto economico/commerciale, c’è da considerare con più attenzione la questione della sicurezza delle popolazioni siciliane.

Confesso che, in questi mesi, anch’io mi sono astenuto dal proferir parola sulla questione rigassificatori perché riconoscevo qualcuna delle ragioni (politiche) addotte ed anche per non apparire il solito bastian contrario.

Ma oggi, dopo quanto accaduto a Viareggio, dove un vagone di gas ha provocato un disastro tremendo, una strage inaccettabile di vite umane, più di un dubbio mi assale. E credo la gran parte dei cittadini di buon senso, soprattutto di quelli che vivono nelle adiacenze degli impianti in costruzione.

Provate a immaginare cosa potrebbe accadere nei dintorni di Porto Empedocle se si dovesse spaccare o incendiare una delle tante navi metaniere che vi approderanno. Taluni specialisti prospettano scenari davvero apocalittici che nessuno può sottovalutare o rimuovere con battute sbrigative e irresponsabili.

La vita umana viene prima di ogni cosa. Tanto più alla luce del nuovo metanodotto Nigeria-Algeria che porterà enormi quantità di gas in Sicilia e in Europa.

“Desert Tec”, l’energia solare dal Sahara





Un’altra possibilità concreta è data dal rivoluzionario progetto denominato “Desert Tec” ovvero una rete di grandi impianti di produzione di energia solare distribuiti nel Sahara africano che nella prima fase produrrà l’equivalente del 15% del fabbisogno energetico europeo, oltre che quote importanti per i consumi dei diversi paesi nordafricani. Per avere un’idea: venti gigawatt equivalgono a venti centrali nucleari.

Non si tratta di sogni nel cassetto, ma di un progetto concreto, ritenuto fattibile da un consorzio fra una ventina d’importanti imprese tedesche e di altri paesi europei che garantiranno la spesa prevista (400 miliardi di euro) e le tecnologie più avanzate.

E pensare che il “Desert Tec” si basa sul principio che Archimede sperimento nella guerra coi romani e che anche Carlo Rubbia voleva adattare al suo megaprogetto alle falde dell’Etna. Purtroppo, Rubbia è stato lasciato andare in Spagna e qui continuiamo a importare energia altamente inquinante e costosa. Ci sarebbe tanto altro da aggiungere, ma credo che questi due esempi bastino per avviare una seria riflessione sul futuro energetico della Sicilia che non può essere deciso dall’alto e per interessi lontani, ma in primo luogo dai cittadini e dagli operatori siciliani.



* testo ampliato pubblicato, con altro titolo, in “La Repubblica” del 17 luglio 2009.

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