mercoledì 12 agosto 2009

Chi gioca con i salari


di CHIARA SARACENO


Dopo i sindacati, anche Confindustria ha osservato che già ora i salari ufficiali sono differenziati per ambito territoriale, anche dopo l'abolizione delle gabbie salariali: perché le aziende più grandi, dove i salari sono in media più alti, sono più diffuse al Nord e perché qui è anche più diffusa la contrattazione aziendale.

Viceversa, aggiungo io, al Sud è più diffusa, soprattutto nelle piccole aziende, la pratica di distinguere tra busta paga ufficiale e salario effettivo, con il secondo più o meno sostanziosamente più basso del primo. Fosse solo per questi motivi, non si capisce la ragione per cui il presidente del Consiglio si accoda a Bossi nell'auspicare la reintroduzione delle gabbie salariali, proprio nel momento in cui si autonomina a capo della riedizione della Cassa per il mezzogiorno.

Ma ci sono altri motivi, oltre a quelli di uno stato davvero liberale che non fissa per legge i limiti salariali e i loro confini geografici, che devono indurre a respingere ogni velleità di re-introduzione di salari territoriali. Il primo motivo è che le differenze del costo della vita non riguardano solo le grandi ripartizioni territoriali. Altrettanto grandi sono le differenze tra aree metropolitane, grandi città e piccoli comuni. Ad esempio, secondo i calcoli dell'Istat, lo stesso paniere di beni essenziali costa circa 195 euro in più al mese in un'area metropolitana del Nord rispetto a una del Sud e isole, ma anche 76 euro in più rispetto a un piccolo comune sempre del Nord. Per motivi di coerenza, occorrerebbe quindi differenziare i salari anche all'interno di ciascuna area territoriale. Il secondo motivo, più importante, è che non basta tenere conto del costo della vita misurato sui consumi quotidiani e abitativi per comparare il valore dei salari nelle varie zone del paese. Occorre tenere conto di almeno due altri elementi. Il primo è la quantità e la qualità dei beni pubblici disponibili nei vari territori: scuola, sanità, infrastrutture, trasporti, sicurezza, efficienza della pubblica amministrazione e così via. Anche questi, infatti, entrano nella valutazione del benessere dei singoli e delle famiglie, integrando le economie famigliari o viceversa, quando sono assenti o di cattiva qualità, rappresentando un costo aggiuntivo.

Il secondo motivo è che il valore del salario non va rapportato solo al costo della vita, ma anche al numero di persone che di esso deve vivere. È noto che nel Mezzogiorno non solo i salari sono mediamente più bassi che nel Centro-Nord (e lo stesso vale per le pensioni), ma devono bastare per famiglie mediamente più grandi, tanto più che, vista la situazione del mercato del lavoro, nel Mezzogiorno sono meno diffuse le famiglie con due o più percettori.

Secondo i dati dell'indagine europea sulla condizioni socio-economiche delle famiglie, tra le famiglie il cui reddito principale è da lavoro dipendente, quelle del mezzogiorno hanno un reddito medio netto, tenuto conto anche del possesso dell'abitazione, del 20,4% inferiore a quelle del Nord. Uno scarto superiore al 16% complessivo di differenziale nel costo della vita rilevato da Istat e Banca d'Italia che ha scatenato la polemica di questi giorni. Gli scarti sono particolarmente accentuati per alcuni tipi di famiglia, per altro più diffusi nel Mezzogiorno rispetto ad altre aree del paese. Una famiglia di quattro persone ha un reddito netto pari al 67,4% di una famiglia analoga del Nord e al 69% di una del Centro. Se ci sono due figli minori, il reddito famigliare è pari al 65% di quelle analoghe del Nord. Non stupisce che l'incidenza della povertà assoluta, misurata tenendo conto del costo della vita, sia più che doppia nel Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord.

Ma è soprattutto la diversa quantità e qualità dei beni pubblici a fare la differenza. Sappiamo come la scuola abbia sia infrastrutture che prestazioni più basse nel Mezzogiorno. I servizi per l'infanzia sono scarsi e spesso a metà tempo, così come la scuola elementare.

Di conseguenza, anche a fronte dell'esistenza di forti rischi ambientali, molte famiglie a reddito modesto preferiscono mandare i figli ad imparare un mestiere anche a scapito di un impegno scolastico di cui non vedono i benefici. Sappiamo anche che, nonostante alcune eccellenze, il servizio sanitario è spesso così scadente da costituire un rischio per la vita e da incoraggiare, in chi può, un turismo sanitario interregionale, con i costi aggiuntivi che questo comporta. A sud di Roma, i trasporti ferroviari e le autostrade assomigliano spesso a quelli di un paese del Terzo mondo. E l'efficienza della pubblica amministrazione è molto inferiore alla media, pur non eccelsa, nazionale.

Piuttosto che trastullarsi con l'idea delle gabbie salariali il governo dovrebbe intervenire sulla indegnità di "gabbie territoriali di beni pubblici", di cui è non marginale responsabile anche il ceto politico locale, presente e passato, spesso con l'uso improprio (clientelare) della Cassa per il Mezzogiorno. Lo stesso ceto che, in barba non solo alle gabbie salariali, ma anche ad ogni criterio di produttività, si assegna lauti compensi per il proprio malgoverno senza che nessuno pensi autorevolmente di intervenire.


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di CHIARA SARACENO


Dopo i sindacati, anche Confindustria ha osservato che già ora i salari ufficiali sono differenziati per ambito territoriale, anche dopo l'abolizione delle gabbie salariali: perché le aziende più grandi, dove i salari sono in media più alti, sono più diffuse al Nord e perché qui è anche più diffusa la contrattazione aziendale.

Viceversa, aggiungo io, al Sud è più diffusa, soprattutto nelle piccole aziende, la pratica di distinguere tra busta paga ufficiale e salario effettivo, con il secondo più o meno sostanziosamente più basso del primo. Fosse solo per questi motivi, non si capisce la ragione per cui il presidente del Consiglio si accoda a Bossi nell'auspicare la reintroduzione delle gabbie salariali, proprio nel momento in cui si autonomina a capo della riedizione della Cassa per il mezzogiorno.

Ma ci sono altri motivi, oltre a quelli di uno stato davvero liberale che non fissa per legge i limiti salariali e i loro confini geografici, che devono indurre a respingere ogni velleità di re-introduzione di salari territoriali. Il primo motivo è che le differenze del costo della vita non riguardano solo le grandi ripartizioni territoriali. Altrettanto grandi sono le differenze tra aree metropolitane, grandi città e piccoli comuni. Ad esempio, secondo i calcoli dell'Istat, lo stesso paniere di beni essenziali costa circa 195 euro in più al mese in un'area metropolitana del Nord rispetto a una del Sud e isole, ma anche 76 euro in più rispetto a un piccolo comune sempre del Nord. Per motivi di coerenza, occorrerebbe quindi differenziare i salari anche all'interno di ciascuna area territoriale. Il secondo motivo, più importante, è che non basta tenere conto del costo della vita misurato sui consumi quotidiani e abitativi per comparare il valore dei salari nelle varie zone del paese. Occorre tenere conto di almeno due altri elementi. Il primo è la quantità e la qualità dei beni pubblici disponibili nei vari territori: scuola, sanità, infrastrutture, trasporti, sicurezza, efficienza della pubblica amministrazione e così via. Anche questi, infatti, entrano nella valutazione del benessere dei singoli e delle famiglie, integrando le economie famigliari o viceversa, quando sono assenti o di cattiva qualità, rappresentando un costo aggiuntivo.

Il secondo motivo è che il valore del salario non va rapportato solo al costo della vita, ma anche al numero di persone che di esso deve vivere. È noto che nel Mezzogiorno non solo i salari sono mediamente più bassi che nel Centro-Nord (e lo stesso vale per le pensioni), ma devono bastare per famiglie mediamente più grandi, tanto più che, vista la situazione del mercato del lavoro, nel Mezzogiorno sono meno diffuse le famiglie con due o più percettori.

Secondo i dati dell'indagine europea sulla condizioni socio-economiche delle famiglie, tra le famiglie il cui reddito principale è da lavoro dipendente, quelle del mezzogiorno hanno un reddito medio netto, tenuto conto anche del possesso dell'abitazione, del 20,4% inferiore a quelle del Nord. Uno scarto superiore al 16% complessivo di differenziale nel costo della vita rilevato da Istat e Banca d'Italia che ha scatenato la polemica di questi giorni. Gli scarti sono particolarmente accentuati per alcuni tipi di famiglia, per altro più diffusi nel Mezzogiorno rispetto ad altre aree del paese. Una famiglia di quattro persone ha un reddito netto pari al 67,4% di una famiglia analoga del Nord e al 69% di una del Centro. Se ci sono due figli minori, il reddito famigliare è pari al 65% di quelle analoghe del Nord. Non stupisce che l'incidenza della povertà assoluta, misurata tenendo conto del costo della vita, sia più che doppia nel Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord.

Ma è soprattutto la diversa quantità e qualità dei beni pubblici a fare la differenza. Sappiamo come la scuola abbia sia infrastrutture che prestazioni più basse nel Mezzogiorno. I servizi per l'infanzia sono scarsi e spesso a metà tempo, così come la scuola elementare.

Di conseguenza, anche a fronte dell'esistenza di forti rischi ambientali, molte famiglie a reddito modesto preferiscono mandare i figli ad imparare un mestiere anche a scapito di un impegno scolastico di cui non vedono i benefici. Sappiamo anche che, nonostante alcune eccellenze, il servizio sanitario è spesso così scadente da costituire un rischio per la vita e da incoraggiare, in chi può, un turismo sanitario interregionale, con i costi aggiuntivi che questo comporta. A sud di Roma, i trasporti ferroviari e le autostrade assomigliano spesso a quelli di un paese del Terzo mondo. E l'efficienza della pubblica amministrazione è molto inferiore alla media, pur non eccelsa, nazionale.

Piuttosto che trastullarsi con l'idea delle gabbie salariali il governo dovrebbe intervenire sulla indegnità di "gabbie territoriali di beni pubblici", di cui è non marginale responsabile anche il ceto politico locale, presente e passato, spesso con l'uso improprio (clientelare) della Cassa per il Mezzogiorno. Lo stesso ceto che, in barba non solo alle gabbie salariali, ma anche ad ogni criterio di produttività, si assegna lauti compensi per il proprio malgoverno senza che nessuno pensi autorevolmente di intervenire.


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