domenica 5 luglio 2009

BANCHE PIÙ ARMATE, GOVERNO MENO TRASPARENTE. ANTICIPAZIONI DELLA RELAZIONE ANNUALE SUL COMMERCIO DI ARMI


ADISTA N° 46 DEL 2.5.2009

Luca Kocci


34967. ROMA-ADISTA. Grandi affari per le "banche armate", soprattutto quelle italiane: raddoppia il numero di operazioni finanziarie autorizzate dal ministero dell'Economia, aumenta di due volte e mezzo la quantità di denaro "movimentata", triplicano i "compensi di intermediazione" che gli istituti di credito hanno incassato dalle aziende armiere e tornano saldamente in vetta alla le banche di ‘casa nostra', comprese quelle – come Intesa-San Paolo e Unicredit –, che in passato, sulla spinta della campagna di pressione promossa dalle riviste Nigrizia, Missione Oggi e Mosaico di Pace, avevano annunciato di voler rinunciare ad attività legate al commercio delle armi. Sono i dati che emergono dalla Relazione del ministero dell'Economia e delle Finanze sull'esportazione, l'importazione e il transito dei materiali di armamento, non ancora resa pubblica dal governo, di cui Adista è entrata in possesso. Informazioni riservate, quelle bancarie, perché il governo, nonostante le richieste delle associazioni e delle riviste pacifiste, non ha inserito le tabelle sulle attività degli istituti di credito nel più sintetico Rapporto sull'export/import di armi presentato alla fine di marzo (v. Adista nn. 40 e 43/09).

Banche armate: affari a gonfie vele

Nel corso del 2008 sono state autorizzate 1.612 "transazioni bancarie" per conto delle industrie armiere, per un valore complessivo di 4.285 milioni di euro (nel 2007 erano la metà, 882, per 1.329 milioni, v. Adista n. 31/08). A questa cifra vanno poi aggiunti 1.266 milioni per "programmi intergovernativi" di riarmo - come ad esempio il cacciabombardiere Eurofighter, a cui cooperano Italia, Germania, Gran Bretagna e Spagna -, quasi il doppio del 2007 quando la cifra si era fermata a 738 milioni. Un volume totale di "movimenti" di oltre 5.500 milioni di euro, per i quali le banche hanno ottenuto compensi di intermediazione attorno al 3-5%, in base al valore e al tipo di commessa, anche se il governo comunica esclusivamente i compensi relativi alle "esportazioni definitive": 66 milioni di euro (nel 2007 erano 21 milioni).

La ‘regina' delle "banche armate" è la Banca Nazionale del Lavoro che, insieme a Bnp Paribas (di cui fa parte), ha incassato per conto delle industrie armiere 1.461 milioni di euro, soprattutto per operazioni relative ad esportazioni di armi italiane all'estero, sebbene in passato si sia impegnata a limitare le proprie attività relative al commercio di armi "unicamente a quelle verso Paesi Ue e Nato". Al secondo posto c'è Intesa-San Paolo, con 851 milioni – a cui andrebbero aggiunti anche gli 87 milioni della Cassa di Risparmio di La Spezia, ormai parte del gruppo –, per lo più relativi a "programmi intergovernativi". Dati in apparente contraddizione con le dichiarazioni di due anni fa, in cui il gruppo, proprio per "dare una risposta significativa a una richiesta espressa da ampi e diversificati settori dell'opinione pubblica che fanno riferimento a istanze etiche" – cioè la campagna di pressione alle banche armate – annunciò di sospendere "la partecipazione a operazioni finanziarie che riguardano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d'arma pur consentite dalla legge 185/90" (v. Adista n. 55/07). "Si tratta di transazioni relative a operazioni avviate prima dell'entrata in vigore del nostro codice di comportamento, esteso progressivamente alle banche entrate negli anni nel Gruppo Intesa Sanpaolo", spiega ad Adista Valter Serrentino, responsabile dell'Unità Corporate Social Responsibility di Intesa-San Paolo. "Operazioni che dureranno ancora a lungo, soprattutto quelle relative ai programmi intergovernativi, e che compariranno nei nostri bilanci anche in futuro. Con le aziende produttrici di armi finora abbiamo mantenuto solo gli impegni che avevamo precedentemente sottoscritto".

E passo indietro è anche quello di Unicredit che, dopo aver più volte comunicato di voler rinunciare ad appoggiare le industrie armiere ed aver in parte ridotto negli anni il suo coinvolgimento nel settore della finanza "armata", si piazza al terzo posto con 607 milioni di euro. Dopo una serie di istituti esteri (Deutsche Bank con 776 milioni, Societé Generale con 431, Natixis con 242), al settimo e ottavo posto si trovano due banche italiane che stanno scalando la Antonveneta, con 217 milioni, e Banco di Brescia, con 208 milioni, nonostante il gruppo Ubi (Unione Banche Italiane), di cui fa parte, a fine 2007 stabilì fra l'altro che "ogni banca del gruppo dovrà astenersi dall'intrattenere rapporti relativi all'export di armi con soggetti che siano residenti in Paesi non appartenenti all'Unione Europea o alla Nato" e che "siano direttamente o indirettamente coinvolti nella produzione e/o commercializzazione di armi di distruzione di massa e di altri sistemi d'armamento quali bombe, torpedini, mine, razzi, missili e siluri" (v. Adista n. 73/07). "La policy del gruppo non vieta le operazioni di commercio internazionale – spiega ad Adista Damiano Carrara, responsabile Corporate Social Responsibility di Ubi – ma le disciplina prevedendo che il cliente della banca, ovvero l'impresa che chiede alla banca di assistere la sua operazione di commercio internazionale", non si trovi "in Paesi che non appartengano alla Ue o alla Nato, e questo divieto è pienamente rispettato". La policy di Ubi – prosegue Carrara –, tenendo conto delle indicazioni fornite dalle principali organizzazioni umanitarie internazionali in merito ai Paesi in conflitto e al tasso di sviluppo umano, proibisce di effettuare operazioni in 95 Stati: nel 2008 "sono state effettuate alcune transazioni anche su Paesi vietati", ma "in esecuzione di autorizzazioni assunte negli anni precedenti, antecedentemente all'entrata in vigore della policy, e in corso di esaurimento".

A seguire le altre banche italiane: Banco di Sardegna (63 milioni), Banco di san Giorgio (30 milioni), Banca popolare commercio industria (22 milioni), Banca Valsabbina (17 milioni), Carige-Cassa Risparmio Genova e Imperia (11 milioni), Banca popolare Emilia Romagna (9 milioni), Banca popolare di Spoleto e Banca Popolare Etruria e Lazio (7 milioni), Bipop Carire (3 milioni), Bcc di Bientina e Banca popolare del Piemonte (1 milione) e una serie di banche con importi inferiori ai 500mila euro (Friulcassa, Credito Valtellinese, Banca Popolare di Milano e le Casse di Risparmio di Bologna e di Teramo)



Rete Disarmo: poca trasparenza per colpa del governo

"Da quando lo scorso anno, in fase di cambiamento di governo, è sparito, senza alcuna spiegazione, dalla Relazione della Presidenza del Consiglio il lungo e dettagliato elenco delle singole operazioni effettuate dagli istituti di credito (v. Adista n. 51/08) è praticamente impossibile giudicare l'operato delle singole banche e valutare la rispondenza delle operazioni da loro effettuate alle diverse direttive che hanno emanato negli ultimi anni", spiega Giorgio Beretta, analista della Rete Italiana Disarmo ed ex coordinatore della campagna di pressione alle "Banche armate". "La non pubblicazione di quell'elenco è una grave mancanza non solo per la nostra campagna e i suoi aderenti, ma anche per quegli istituti di credito che, in risposta alle pressioni della campagna, delle associazioni e dei loro stessi correntisti, hanno assunto direttive più restrittive - quando non totalmente escludenti - sulla fornitura di servizi all'esportazione italiana di armi. Senza quell'elenco, infatti, le loro direttive non sono comprovate dal riscontro ufficiale che solo la Relazione della Presidenza del Consiglio può fornire". Per questo "rinnoviamo con forza l'appello a tutte le associazioni e Ong, ma anche agli istituti missionari e religiosi, alle Caritas, alle diocesi e alle parrocchie e a tutti i correntisti di scrivere alla propria banca per chiedere una precisa e accessibile informazione in merito alle operazioni che le diverse banche stanno ancora svolgendo nonostante le direttive che da anni si sono date. Allo stesso tempo la Campagna di pressione alle ‘Banche armate' insieme con le associazioni della Rete Italiana Disarmo continuerà la pressione sul governo perchè venga ripristinata al più presto tutta l'informazione necessaria per garantire al Parlamento e alla società civile di valutare con attenzione e rigore le operazioni effettuate dagli istituti di credito in una materia cosi delicata come l'esportazione di armamenti".


Fonte:cdbchieri
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ADISTA N° 46 DEL 2.5.2009

Luca Kocci


34967. ROMA-ADISTA. Grandi affari per le "banche armate", soprattutto quelle italiane: raddoppia il numero di operazioni finanziarie autorizzate dal ministero dell'Economia, aumenta di due volte e mezzo la quantità di denaro "movimentata", triplicano i "compensi di intermediazione" che gli istituti di credito hanno incassato dalle aziende armiere e tornano saldamente in vetta alla le banche di ‘casa nostra', comprese quelle – come Intesa-San Paolo e Unicredit –, che in passato, sulla spinta della campagna di pressione promossa dalle riviste Nigrizia, Missione Oggi e Mosaico di Pace, avevano annunciato di voler rinunciare ad attività legate al commercio delle armi. Sono i dati che emergono dalla Relazione del ministero dell'Economia e delle Finanze sull'esportazione, l'importazione e il transito dei materiali di armamento, non ancora resa pubblica dal governo, di cui Adista è entrata in possesso. Informazioni riservate, quelle bancarie, perché il governo, nonostante le richieste delle associazioni e delle riviste pacifiste, non ha inserito le tabelle sulle attività degli istituti di credito nel più sintetico Rapporto sull'export/import di armi presentato alla fine di marzo (v. Adista nn. 40 e 43/09).

Banche armate: affari a gonfie vele

Nel corso del 2008 sono state autorizzate 1.612 "transazioni bancarie" per conto delle industrie armiere, per un valore complessivo di 4.285 milioni di euro (nel 2007 erano la metà, 882, per 1.329 milioni, v. Adista n. 31/08). A questa cifra vanno poi aggiunti 1.266 milioni per "programmi intergovernativi" di riarmo - come ad esempio il cacciabombardiere Eurofighter, a cui cooperano Italia, Germania, Gran Bretagna e Spagna -, quasi il doppio del 2007 quando la cifra si era fermata a 738 milioni. Un volume totale di "movimenti" di oltre 5.500 milioni di euro, per i quali le banche hanno ottenuto compensi di intermediazione attorno al 3-5%, in base al valore e al tipo di commessa, anche se il governo comunica esclusivamente i compensi relativi alle "esportazioni definitive": 66 milioni di euro (nel 2007 erano 21 milioni).

La ‘regina' delle "banche armate" è la Banca Nazionale del Lavoro che, insieme a Bnp Paribas (di cui fa parte), ha incassato per conto delle industrie armiere 1.461 milioni di euro, soprattutto per operazioni relative ad esportazioni di armi italiane all'estero, sebbene in passato si sia impegnata a limitare le proprie attività relative al commercio di armi "unicamente a quelle verso Paesi Ue e Nato". Al secondo posto c'è Intesa-San Paolo, con 851 milioni – a cui andrebbero aggiunti anche gli 87 milioni della Cassa di Risparmio di La Spezia, ormai parte del gruppo –, per lo più relativi a "programmi intergovernativi". Dati in apparente contraddizione con le dichiarazioni di due anni fa, in cui il gruppo, proprio per "dare una risposta significativa a una richiesta espressa da ampi e diversificati settori dell'opinione pubblica che fanno riferimento a istanze etiche" – cioè la campagna di pressione alle banche armate – annunciò di sospendere "la partecipazione a operazioni finanziarie che riguardano il commercio e la produzione di armi e di sistemi d'arma pur consentite dalla legge 185/90" (v. Adista n. 55/07). "Si tratta di transazioni relative a operazioni avviate prima dell'entrata in vigore del nostro codice di comportamento, esteso progressivamente alle banche entrate negli anni nel Gruppo Intesa Sanpaolo", spiega ad Adista Valter Serrentino, responsabile dell'Unità Corporate Social Responsibility di Intesa-San Paolo. "Operazioni che dureranno ancora a lungo, soprattutto quelle relative ai programmi intergovernativi, e che compariranno nei nostri bilanci anche in futuro. Con le aziende produttrici di armi finora abbiamo mantenuto solo gli impegni che avevamo precedentemente sottoscritto".

E passo indietro è anche quello di Unicredit che, dopo aver più volte comunicato di voler rinunciare ad appoggiare le industrie armiere ed aver in parte ridotto negli anni il suo coinvolgimento nel settore della finanza "armata", si piazza al terzo posto con 607 milioni di euro. Dopo una serie di istituti esteri (Deutsche Bank con 776 milioni, Societé Generale con 431, Natixis con 242), al settimo e ottavo posto si trovano due banche italiane che stanno scalando la Antonveneta, con 217 milioni, e Banco di Brescia, con 208 milioni, nonostante il gruppo Ubi (Unione Banche Italiane), di cui fa parte, a fine 2007 stabilì fra l'altro che "ogni banca del gruppo dovrà astenersi dall'intrattenere rapporti relativi all'export di armi con soggetti che siano residenti in Paesi non appartenenti all'Unione Europea o alla Nato" e che "siano direttamente o indirettamente coinvolti nella produzione e/o commercializzazione di armi di distruzione di massa e di altri sistemi d'armamento quali bombe, torpedini, mine, razzi, missili e siluri" (v. Adista n. 73/07). "La policy del gruppo non vieta le operazioni di commercio internazionale – spiega ad Adista Damiano Carrara, responsabile Corporate Social Responsibility di Ubi – ma le disciplina prevedendo che il cliente della banca, ovvero l'impresa che chiede alla banca di assistere la sua operazione di commercio internazionale", non si trovi "in Paesi che non appartengano alla Ue o alla Nato, e questo divieto è pienamente rispettato". La policy di Ubi – prosegue Carrara –, tenendo conto delle indicazioni fornite dalle principali organizzazioni umanitarie internazionali in merito ai Paesi in conflitto e al tasso di sviluppo umano, proibisce di effettuare operazioni in 95 Stati: nel 2008 "sono state effettuate alcune transazioni anche su Paesi vietati", ma "in esecuzione di autorizzazioni assunte negli anni precedenti, antecedentemente all'entrata in vigore della policy, e in corso di esaurimento".

A seguire le altre banche italiane: Banco di Sardegna (63 milioni), Banco di san Giorgio (30 milioni), Banca popolare commercio industria (22 milioni), Banca Valsabbina (17 milioni), Carige-Cassa Risparmio Genova e Imperia (11 milioni), Banca popolare Emilia Romagna (9 milioni), Banca popolare di Spoleto e Banca Popolare Etruria e Lazio (7 milioni), Bipop Carire (3 milioni), Bcc di Bientina e Banca popolare del Piemonte (1 milione) e una serie di banche con importi inferiori ai 500mila euro (Friulcassa, Credito Valtellinese, Banca Popolare di Milano e le Casse di Risparmio di Bologna e di Teramo)



Rete Disarmo: poca trasparenza per colpa del governo

"Da quando lo scorso anno, in fase di cambiamento di governo, è sparito, senza alcuna spiegazione, dalla Relazione della Presidenza del Consiglio il lungo e dettagliato elenco delle singole operazioni effettuate dagli istituti di credito (v. Adista n. 51/08) è praticamente impossibile giudicare l'operato delle singole banche e valutare la rispondenza delle operazioni da loro effettuate alle diverse direttive che hanno emanato negli ultimi anni", spiega Giorgio Beretta, analista della Rete Italiana Disarmo ed ex coordinatore della campagna di pressione alle "Banche armate". "La non pubblicazione di quell'elenco è una grave mancanza non solo per la nostra campagna e i suoi aderenti, ma anche per quegli istituti di credito che, in risposta alle pressioni della campagna, delle associazioni e dei loro stessi correntisti, hanno assunto direttive più restrittive - quando non totalmente escludenti - sulla fornitura di servizi all'esportazione italiana di armi. Senza quell'elenco, infatti, le loro direttive non sono comprovate dal riscontro ufficiale che solo la Relazione della Presidenza del Consiglio può fornire". Per questo "rinnoviamo con forza l'appello a tutte le associazioni e Ong, ma anche agli istituti missionari e religiosi, alle Caritas, alle diocesi e alle parrocchie e a tutti i correntisti di scrivere alla propria banca per chiedere una precisa e accessibile informazione in merito alle operazioni che le diverse banche stanno ancora svolgendo nonostante le direttive che da anni si sono date. Allo stesso tempo la Campagna di pressione alle ‘Banche armate' insieme con le associazioni della Rete Italiana Disarmo continuerà la pressione sul governo perchè venga ripristinata al più presto tutta l'informazione necessaria per garantire al Parlamento e alla società civile di valutare con attenzione e rigore le operazioni effettuate dagli istituti di credito in una materia cosi delicata come l'esportazione di armamenti".


Fonte:cdbchieri

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