giovedì 16 aprile 2009

Berlusconi nel deserto politico

Di Emanuele Macaluso

La tragedia del terremoto che ha colpito nei giorni scorsi l’Abruzzo ha scosso anche il sistema politico.
Silvio Berlusconi infatti con la sua iniziativa ha accentuato il ruolo personale che esercita non solo nel suo partito ma più in generale nella complessiva vita politica italiana.

Non è questa la sede né il momento per discutere quanto di strumentale e calcolo politico ci sia stato nella sua singolare presenza nelle zone terremotate e quanta emotività e sincerità ci fossero nel suo fare e nei suoi gesti. Forse c’è un intreccio di due spinte convergenti. Certo, quando ai funerali ha lasciato la «prima fila» dove si trovavano tutti gli esponenti delle istituzioni per stare con i parenti delle vittime e la folla, Berlusconi ha voluto sottolineare, con un gesto discutibile, una «separazione» che ha un significato politico: le istituzioni e chi le rappresenta sono roba vecchia, ora ci sono io e il popolo, io garante che le cose che dico si faranno.

Tuttavia, i successi e le grida contro il personalismo non servono se non a sottolineare l’assenza di un’opposizione in grado di essere percepita dal popolo, sì dal popolo, come reale e convincente alternativa. Questo quadro va collocato in uno scenario nazionale in cui convivono, da un canto, processi sociali, politici e culturali, che ormai mettono in discussione la stessa unità nazionale, così come l’abbiamo ereditata dal Risorgimento; e, dall’altro, la routine dei partiti senza idee che anima sinistra e destra, che si «unificano» guerreggiandosi, che governano, o al governo si oppongono, senza una strategia che delinei il domani degli italiani.


Mi ha colpito la pagina della Stampa di domenica scorsa dedicata a chi pensa e lavora per una Confindustria del Sud o a un partito del Sud, mettendo in evidenza come il divario economico, sociale, civile tra il Nord e il Mezzogiorno sia cresciuto in termini e forme inedite. Le tensioni che oggi si registrano tra il Pdl «unificato» di Berlusconi e Fini (e al suo interno) e la Lega di Bossi e Maroni (ma anche il Mps, il movimento di Lombardo che governa la Sicilia) partono dal sottosuolo della società e si riverberano in superficie nell’agone politico segnato dal contrasto su certe leggi e soprattutto sul referendum per la legge elettorale. Angelo Panebianco nel suo editoriale di domenica scorsa sul Corriere dice che la competizione tra il Pdl e la Lega ha come obiettivo «l’egemonia sul Nord e in particolare sul Lombardo-Veneto». E la partita riguarda la rappresentanza politica sulla «classe media indipendente» del Nord: piccoli e medi imprenditori, professionisti, commercianti, quelli che venivano definiti «ceti borghesi». Nell’interessante analisi di Panebianco il Sud non c’è.
La partita si gioca solo al Nord.

Tuttavia l’unificazione tra Fi e An, dice l’editorialista del Corriere, ha meridionalizzato il partito di Berlusconi il quale «gravita più al Sud che al Nord». Di qui la contraddizione che nasce dal fatto - aggiungo io - che la nuova borghesia del Nord non si pone la questione del Sud, il quale è considerato non solo un mercato ma anche un canale di infezione mafiosa. La Lega più libera dai condizionamenti del Sud può quindi aspirare all’egemonia sulla «borghesia indipendente» del Nord.

Ma il Pdl non può certo cedere altri spazi alla Lega. Insomma l’unificazione accentua la conflittualità tra due partiti che l’hanno voluta (le posizioni di Fini e la preparazione delle liste amministrative lo testimoniano) e mette in forte tensione l’alleanza con la Lega. La leadership di Berlusconi è ancora per tutta la maggioranza un punto fermo, ma l’unificazione anziché rafforzarla ha reso più difficile la mediazione e più incerto il futuro. Nel centrosinistra le cose sono molto più complicate perché ha subito una sconfitta e non è riuscito a ridisegnare una strategia. L’unificazione tra Ds e Margherita non ha fatto un partito e non c’è un leader di riferimento. Esaurita la politica veltroniana della «vocazione maggioritaria», nel Pd i suoi epigoni cercano di rimetterla in giuoco con il referendum: «vocazione maggioritaria» per legge, non per consenso politico. Ma c’è anche chi (Enrico Letta e altri suoi amici) auspica un forte partito di centro che si allei con la sinistra indebolita. E proprio questa prospettiva fa pensare ad altri, sempre nel Pd, che occorre ricostruire un ponte con la sinistra che oggi si ritrova nella lista di Vendola, Nencini, Fava e Francescato. Può un partito esercitare con forza l’opposizione e delineare un’alternativa nelle condizioni in cui si trova oggi il Pd? Non credo. I problemi incalzano con la crisi economica e quelli che propone il terremoto.

E sulla scena Berlusconi appare protagonista in un deserto politico con istituzioni depotenziate, i mezzi di comunicazione più autonomi in difficoltà.
Ma, attenzione, il problema non è Berlusconi che rompe regole e comportamenti tradizionali, anche nei rapporti con le istituzioni, e impone la sua leadership.
La responsabilità è delle forze politiche e sociali che non riescono a esprimere una politica, una coalizione e una leadership alternativa.

Fonte: La Stampa del 15/04/09
segnalazione Redazione Due Sicilie
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Di Emanuele Macaluso

La tragedia del terremoto che ha colpito nei giorni scorsi l’Abruzzo ha scosso anche il sistema politico.
Silvio Berlusconi infatti con la sua iniziativa ha accentuato il ruolo personale che esercita non solo nel suo partito ma più in generale nella complessiva vita politica italiana.

Non è questa la sede né il momento per discutere quanto di strumentale e calcolo politico ci sia stato nella sua singolare presenza nelle zone terremotate e quanta emotività e sincerità ci fossero nel suo fare e nei suoi gesti. Forse c’è un intreccio di due spinte convergenti. Certo, quando ai funerali ha lasciato la «prima fila» dove si trovavano tutti gli esponenti delle istituzioni per stare con i parenti delle vittime e la folla, Berlusconi ha voluto sottolineare, con un gesto discutibile, una «separazione» che ha un significato politico: le istituzioni e chi le rappresenta sono roba vecchia, ora ci sono io e il popolo, io garante che le cose che dico si faranno.

Tuttavia, i successi e le grida contro il personalismo non servono se non a sottolineare l’assenza di un’opposizione in grado di essere percepita dal popolo, sì dal popolo, come reale e convincente alternativa. Questo quadro va collocato in uno scenario nazionale in cui convivono, da un canto, processi sociali, politici e culturali, che ormai mettono in discussione la stessa unità nazionale, così come l’abbiamo ereditata dal Risorgimento; e, dall’altro, la routine dei partiti senza idee che anima sinistra e destra, che si «unificano» guerreggiandosi, che governano, o al governo si oppongono, senza una strategia che delinei il domani degli italiani.


Mi ha colpito la pagina della Stampa di domenica scorsa dedicata a chi pensa e lavora per una Confindustria del Sud o a un partito del Sud, mettendo in evidenza come il divario economico, sociale, civile tra il Nord e il Mezzogiorno sia cresciuto in termini e forme inedite. Le tensioni che oggi si registrano tra il Pdl «unificato» di Berlusconi e Fini (e al suo interno) e la Lega di Bossi e Maroni (ma anche il Mps, il movimento di Lombardo che governa la Sicilia) partono dal sottosuolo della società e si riverberano in superficie nell’agone politico segnato dal contrasto su certe leggi e soprattutto sul referendum per la legge elettorale. Angelo Panebianco nel suo editoriale di domenica scorsa sul Corriere dice che la competizione tra il Pdl e la Lega ha come obiettivo «l’egemonia sul Nord e in particolare sul Lombardo-Veneto». E la partita riguarda la rappresentanza politica sulla «classe media indipendente» del Nord: piccoli e medi imprenditori, professionisti, commercianti, quelli che venivano definiti «ceti borghesi». Nell’interessante analisi di Panebianco il Sud non c’è.
La partita si gioca solo al Nord.

Tuttavia l’unificazione tra Fi e An, dice l’editorialista del Corriere, ha meridionalizzato il partito di Berlusconi il quale «gravita più al Sud che al Nord». Di qui la contraddizione che nasce dal fatto - aggiungo io - che la nuova borghesia del Nord non si pone la questione del Sud, il quale è considerato non solo un mercato ma anche un canale di infezione mafiosa. La Lega più libera dai condizionamenti del Sud può quindi aspirare all’egemonia sulla «borghesia indipendente» del Nord.

Ma il Pdl non può certo cedere altri spazi alla Lega. Insomma l’unificazione accentua la conflittualità tra due partiti che l’hanno voluta (le posizioni di Fini e la preparazione delle liste amministrative lo testimoniano) e mette in forte tensione l’alleanza con la Lega. La leadership di Berlusconi è ancora per tutta la maggioranza un punto fermo, ma l’unificazione anziché rafforzarla ha reso più difficile la mediazione e più incerto il futuro. Nel centrosinistra le cose sono molto più complicate perché ha subito una sconfitta e non è riuscito a ridisegnare una strategia. L’unificazione tra Ds e Margherita non ha fatto un partito e non c’è un leader di riferimento. Esaurita la politica veltroniana della «vocazione maggioritaria», nel Pd i suoi epigoni cercano di rimetterla in giuoco con il referendum: «vocazione maggioritaria» per legge, non per consenso politico. Ma c’è anche chi (Enrico Letta e altri suoi amici) auspica un forte partito di centro che si allei con la sinistra indebolita. E proprio questa prospettiva fa pensare ad altri, sempre nel Pd, che occorre ricostruire un ponte con la sinistra che oggi si ritrova nella lista di Vendola, Nencini, Fava e Francescato. Può un partito esercitare con forza l’opposizione e delineare un’alternativa nelle condizioni in cui si trova oggi il Pd? Non credo. I problemi incalzano con la crisi economica e quelli che propone il terremoto.

E sulla scena Berlusconi appare protagonista in un deserto politico con istituzioni depotenziate, i mezzi di comunicazione più autonomi in difficoltà.
Ma, attenzione, il problema non è Berlusconi che rompe regole e comportamenti tradizionali, anche nei rapporti con le istituzioni, e impone la sua leadership.
La responsabilità è delle forze politiche e sociali che non riescono a esprimere una politica, una coalizione e una leadership alternativa.

Fonte: La Stampa del 15/04/09
segnalazione Redazione Due Sicilie

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