domenica 15 marzo 2009

Il museo dell’Olocausto rivede la leggenda nera


Di Andrea Tornielli



Gerusalemme - Il luogo dell’incontro, una sala a pochi passi dal giardino dei Giusti di Yad Vashem dove si ricordano coloro che a rischio della propria vita hanno aiutato gli ebrei nel momento più terribile della persecuzione, non poteva non suscitare emozione. Domenica 8 e lunedì 9 marzo, nel corso di un convegno a porte chiuse organizzato da Yad Vashem e dallo Studium Theologicum Salesianum di Gerusalemme un gruppo di studiosi si è ritrovato a discutere su Pio XII e l’Olocausto, per fare il punto sullo stato della ricerca. Non è stato direttamente affrontato il problema della controversa didascalia, che in un padiglione del nuovo museo della Shoah presenta il Pontefice in modo negativo, affermando che non protestò in alcun modo per la carneficina in atto contro il popolo d’Israele. Ma si è discusso liberamente, cercando di affrontare, con tempi contingentati, tutti gli aspetti della figura di Pio XII.

Chi scrive faceva parte della delegazione, insieme ai professori Thomas Brechenmacher, Jean-Dominique Durand, Grazia Loparco e Matteo Luigi Napolitano. Mentre gli invitati da Yad Vashem, a rappresentare le tesi critiche verso l’operato di Papa Pacelli erano Sergio Minerbi, Michael Phayer, Paul O’Shea e Susan Zuccotti. In apertura dei lavori, il direttore di Yad Vashem, Avner Shalev ha detto che questo incontro «non sarà l’ultimo» e che «sta avanzando la ricerca sul complesso e delicato ruolo di Pio XII». Il nunzio apostolico in Israele, Antonio Franco, ha ricordato che il convegno rappresenta la volontà di «un dialogo basato sulla fiducia», perché tutti stiamo «cercando la verità». Poi, l’arcivescovo ha fatto notare come non esista un documento scritto di Hitler che ordini la terribile «soluzione finale» contro gli ebrei, anche se nessuno ovviamente dubita che sia stato il Führer in persona a pianificare il genocidio. «Lo stesso criterio – ha detto il nunzio – vorremmo fosse applicato alla Chiesa cattolica e al Vaticano di fronte alla mancanza di un ordine scritto del Papa in favore degli ebrei. Non contano solo i documenti, conta anche la realtà dei fatti». Infatti, coloro che sostengono la tesi del «silenzio» e del disinteresse di Pio XII mostrano talvolta di utilizzare una metodologia di ricerca della storia bloccata nelle strettoie del positivismo, da tempo superato tra gli storici di professione.
Si è poi passati alla prima sessione di lavoro, che doveva rispondere alla domanda se siano esistite differenze di atteggiamento tra il Pacelli privato e pubblico, prima e durante il suo pontificato, e quanto la sua personalità abbia influito nel suo comportamento durante la guerra. È stato ricordato che il futuro Pio XII aveva frequentato la scuola pubblica e aveva stretto amicizia con un compagno ebreo, Guido Mendes, che sarà aiutato a lasciare l’Italia dopo la promulgazione delle vergognose leggi razziali. Così come sono stati prodotti documenti provenienti dagli archivi sionistici e dalla nunziatura in Baviera, dai quali emerge l’intervento del nunzio Pacelli, nel novembre 1917, in favore della popolazione ebraica di Gerusalemme. Sia da sacerdote e da diplomatico, sia da cardinale e da Papa, Pacelli non nutrì né espresse mai sentimenti avversi contro gli ebrei.

Significativo è stato il contributo del professor Durand sull’atteggiamento di Pacelli nei confronti del nazismo: i rapporti dell’allora nunzio in Germania ai suoi superiori mostrano inequivocabilmente come egli avesse segnalato con largo anticipo il pericolo del nazismo definendolo come «la più grande eresia» del nostro tempo. Lo stesso attestano le lettere private ai familiari. Si è discusso poi molto sul concordato del 1933 tra Santa Sede e Germania e Phayer ha sottolineato più volte come l’atteggiamento di Pacelli fosse condizionato dal suo anticomunismo. È però scorretto rappresentare il concordato – che peraltro fu concluso dopo il patto a quattro del giugno 1933 tra Francia, Inghilterra, Italia e Germania – come un «riconoscimento» del regime nazista: il Vaticano, che aveva cercato di concluderne uno anche con l’Unione Sovietica, accettò l’offerta di Hitler per cercare di difendere la Chiesa in Germania, ben sapendo che l’accordo sarebbe stato subito violato, come avvenne e come testimoniano le settanta note di protesta ufficiale della Santa Sede inviate al ministero degli Esteri del Reich e rimaste per lo più senza risposta.

Snodo centrale e più dibattuto nel convegno è stato il caso di Roma e l’aiuto dato agli ebrei nella capitale. Il Papa sapeva? Era lui a volere che si togliesse la clausura e si accogliessero i perseguitati? Oppure tutto ciò avvenne spontaneamente, a sua insaputa? Un documentato e approfondito contributo di suor Grazia Loparco (nella foto), che sta conducendo una ricerca sull’argomento, attesta che gli ebrei salvati in Italia furono oltre 4.500. Soltanto a Roma, su circa 750 case religiose, ben 220 istituti femminili, e almeno 70 maschili nascosero ebrei. Un dato statistico che mostra la vastità della rete d’aiuto. E, se è vero che non possediamo l’ordine con la firma di Pio XII, è altrettanto vero che nell’autunno 1943, con i tedeschi che presidiavano Roma, molti ordini venivano diffusi verbalmente, grazie ai rapporti e ai contatti che univano i religiosi della città con sacerdoti e prelati della Santa Sede. Negli archivi di Civiltà Cattolica esiste poi un documento del 1º novembre 1943, nel quale il padre Giacomo Martegani, allora direttore della rivista, dopo essere uscito dall’udienza con Papa Pacelli, annota: «Il Santo Padre s’è interessato al bene degli ebrei».

I professori Minerbi e Zuccotti hanno presentato le innegabili e documentate iniziative dei conventi come spontanee, cioè avvenute all’insaputa del Pontefice. Una conoscenza più diretta dei meccanismi della Curia vaticana e più in generale della Chiesa mostra però che, pur in presenza di posizioni differenziate dentro lo stesso Vaticano riguardo all’esporsi in favore degli ebrei, una simile attività di aiuto non sarebbe stata possibile senza la benedizione di Pio XII, come ha ricordato don Roberto Spataro, dello Studium Theologicum Salesianum. Sono state anche avanzate, va detto, ipotesi scioccanti e francamente irreali, come quella presentata da Minerbi il quale, basandosi su una testimonianza anonima attribuita a un non meglio precisato ufficiale tedesco – peraltro pubblicata nelle raccolte di documenti relativi alla Seconda guerra mondiale già da tempo messi a disposizione dal Vaticano – è arrivato a sostenere che il Pontefice avrebbe dato il suo personale «via libera» alla deportazione degli ebrei romani, a patto che la razzia fosse fatta alla svelta, cercando così di far passare Pio XII come complice consenziente e convinto dei carnefici nazisti!

Il convegno a Yad Vashem rappresenta solo il primo passo di un percorso che è iniziato: si attende la pubblicazione degli atti e dei diversi documenti presentati. Il clima cordiale e collaborativo, nonostante le opinioni divergenti, fa ben sperare per una comprensione diversa della figura di Pacelli che ponga fine alla leggenda nera.

Fonte:
Il Giornale
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Di Andrea Tornielli



Gerusalemme - Il luogo dell’incontro, una sala a pochi passi dal giardino dei Giusti di Yad Vashem dove si ricordano coloro che a rischio della propria vita hanno aiutato gli ebrei nel momento più terribile della persecuzione, non poteva non suscitare emozione. Domenica 8 e lunedì 9 marzo, nel corso di un convegno a porte chiuse organizzato da Yad Vashem e dallo Studium Theologicum Salesianum di Gerusalemme un gruppo di studiosi si è ritrovato a discutere su Pio XII e l’Olocausto, per fare il punto sullo stato della ricerca. Non è stato direttamente affrontato il problema della controversa didascalia, che in un padiglione del nuovo museo della Shoah presenta il Pontefice in modo negativo, affermando che non protestò in alcun modo per la carneficina in atto contro il popolo d’Israele. Ma si è discusso liberamente, cercando di affrontare, con tempi contingentati, tutti gli aspetti della figura di Pio XII.

Chi scrive faceva parte della delegazione, insieme ai professori Thomas Brechenmacher, Jean-Dominique Durand, Grazia Loparco e Matteo Luigi Napolitano. Mentre gli invitati da Yad Vashem, a rappresentare le tesi critiche verso l’operato di Papa Pacelli erano Sergio Minerbi, Michael Phayer, Paul O’Shea e Susan Zuccotti. In apertura dei lavori, il direttore di Yad Vashem, Avner Shalev ha detto che questo incontro «non sarà l’ultimo» e che «sta avanzando la ricerca sul complesso e delicato ruolo di Pio XII». Il nunzio apostolico in Israele, Antonio Franco, ha ricordato che il convegno rappresenta la volontà di «un dialogo basato sulla fiducia», perché tutti stiamo «cercando la verità». Poi, l’arcivescovo ha fatto notare come non esista un documento scritto di Hitler che ordini la terribile «soluzione finale» contro gli ebrei, anche se nessuno ovviamente dubita che sia stato il Führer in persona a pianificare il genocidio. «Lo stesso criterio – ha detto il nunzio – vorremmo fosse applicato alla Chiesa cattolica e al Vaticano di fronte alla mancanza di un ordine scritto del Papa in favore degli ebrei. Non contano solo i documenti, conta anche la realtà dei fatti». Infatti, coloro che sostengono la tesi del «silenzio» e del disinteresse di Pio XII mostrano talvolta di utilizzare una metodologia di ricerca della storia bloccata nelle strettoie del positivismo, da tempo superato tra gli storici di professione.
Si è poi passati alla prima sessione di lavoro, che doveva rispondere alla domanda se siano esistite differenze di atteggiamento tra il Pacelli privato e pubblico, prima e durante il suo pontificato, e quanto la sua personalità abbia influito nel suo comportamento durante la guerra. È stato ricordato che il futuro Pio XII aveva frequentato la scuola pubblica e aveva stretto amicizia con un compagno ebreo, Guido Mendes, che sarà aiutato a lasciare l’Italia dopo la promulgazione delle vergognose leggi razziali. Così come sono stati prodotti documenti provenienti dagli archivi sionistici e dalla nunziatura in Baviera, dai quali emerge l’intervento del nunzio Pacelli, nel novembre 1917, in favore della popolazione ebraica di Gerusalemme. Sia da sacerdote e da diplomatico, sia da cardinale e da Papa, Pacelli non nutrì né espresse mai sentimenti avversi contro gli ebrei.

Significativo è stato il contributo del professor Durand sull’atteggiamento di Pacelli nei confronti del nazismo: i rapporti dell’allora nunzio in Germania ai suoi superiori mostrano inequivocabilmente come egli avesse segnalato con largo anticipo il pericolo del nazismo definendolo come «la più grande eresia» del nostro tempo. Lo stesso attestano le lettere private ai familiari. Si è discusso poi molto sul concordato del 1933 tra Santa Sede e Germania e Phayer ha sottolineato più volte come l’atteggiamento di Pacelli fosse condizionato dal suo anticomunismo. È però scorretto rappresentare il concordato – che peraltro fu concluso dopo il patto a quattro del giugno 1933 tra Francia, Inghilterra, Italia e Germania – come un «riconoscimento» del regime nazista: il Vaticano, che aveva cercato di concluderne uno anche con l’Unione Sovietica, accettò l’offerta di Hitler per cercare di difendere la Chiesa in Germania, ben sapendo che l’accordo sarebbe stato subito violato, come avvenne e come testimoniano le settanta note di protesta ufficiale della Santa Sede inviate al ministero degli Esteri del Reich e rimaste per lo più senza risposta.

Snodo centrale e più dibattuto nel convegno è stato il caso di Roma e l’aiuto dato agli ebrei nella capitale. Il Papa sapeva? Era lui a volere che si togliesse la clausura e si accogliessero i perseguitati? Oppure tutto ciò avvenne spontaneamente, a sua insaputa? Un documentato e approfondito contributo di suor Grazia Loparco (nella foto), che sta conducendo una ricerca sull’argomento, attesta che gli ebrei salvati in Italia furono oltre 4.500. Soltanto a Roma, su circa 750 case religiose, ben 220 istituti femminili, e almeno 70 maschili nascosero ebrei. Un dato statistico che mostra la vastità della rete d’aiuto. E, se è vero che non possediamo l’ordine con la firma di Pio XII, è altrettanto vero che nell’autunno 1943, con i tedeschi che presidiavano Roma, molti ordini venivano diffusi verbalmente, grazie ai rapporti e ai contatti che univano i religiosi della città con sacerdoti e prelati della Santa Sede. Negli archivi di Civiltà Cattolica esiste poi un documento del 1º novembre 1943, nel quale il padre Giacomo Martegani, allora direttore della rivista, dopo essere uscito dall’udienza con Papa Pacelli, annota: «Il Santo Padre s’è interessato al bene degli ebrei».

I professori Minerbi e Zuccotti hanno presentato le innegabili e documentate iniziative dei conventi come spontanee, cioè avvenute all’insaputa del Pontefice. Una conoscenza più diretta dei meccanismi della Curia vaticana e più in generale della Chiesa mostra però che, pur in presenza di posizioni differenziate dentro lo stesso Vaticano riguardo all’esporsi in favore degli ebrei, una simile attività di aiuto non sarebbe stata possibile senza la benedizione di Pio XII, come ha ricordato don Roberto Spataro, dello Studium Theologicum Salesianum. Sono state anche avanzate, va detto, ipotesi scioccanti e francamente irreali, come quella presentata da Minerbi il quale, basandosi su una testimonianza anonima attribuita a un non meglio precisato ufficiale tedesco – peraltro pubblicata nelle raccolte di documenti relativi alla Seconda guerra mondiale già da tempo messi a disposizione dal Vaticano – è arrivato a sostenere che il Pontefice avrebbe dato il suo personale «via libera» alla deportazione degli ebrei romani, a patto che la razzia fosse fatta alla svelta, cercando così di far passare Pio XII come complice consenziente e convinto dei carnefici nazisti!

Il convegno a Yad Vashem rappresenta solo il primo passo di un percorso che è iniziato: si attende la pubblicazione degli atti e dei diversi documenti presentati. Il clima cordiale e collaborativo, nonostante le opinioni divergenti, fa ben sperare per una comprensione diversa della figura di Pacelli che ponga fine alla leggenda nera.

Fonte:
Il Giornale

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