martedì 17 febbraio 2009

Ripartire da Sud. Ma per davvero…


Di Antonio Scotti


Tra le 12 regioni europee con il più alto tasso di disoccupazione giovanile, 6 sono del sud Italia. Il dato allarmante proviene dall’ufficio statistico europeo e si riferisce alla situazione economica del 2007, e quindi spuria dalla depressione finanziaria globale di cui, per buona parte, è responsabile il sistema bancario made in Usa. A capeggiare la lista nera italiana è la Sicilia, con un tasso del 37,2% di giovani, dai 15 ai 24 anni, senza lavoro: quarta solo dopo le 3 regioni francesi d'oltremare Guadalupa (55,7%), Reunion (50%) e Martinica (47,8%). Nella lista, tutte con un tasso sopra il 30%, figurano anche Campania (32,5%), Sardegna (32,5%), Puglia (31,8%), Calabria (31,6%) e Basilicata (31,4%).

Una situazione per certi versi già conosciuta, ma che ci induce a riflettere, specie in questo momento dove il Sud è ritornato ad essere nodo dirimente per la nascita di nuovi movimenti (vedi Poli Bortone a destra e Vendola a sinistra) che dal mezzogiorno vogliono partire per definire nuovi programmi, e sganciarsi dal magma politico in cui tutto sembra ruotare intorno ai destini dei leader dei due principali partiti. Parlare di Sud, però, dovrebbe essere materia comune per chi da questa terra è stato eletto. Invece no. E così ci becchiamo le giaculatorie padane di Maroni o Castelli che per motivare lo scippo dei fondi per le aree sottosviluppate al Sud se ne infischiano dell’unità nazionale a cui hanno prestato giuramento. I ragazzi del Sud lasciano la loro terra per andare al Nord, la disoccupazione sta ritornando a dividere le famiglie: ma chi se ne frega, dateci i soldi “perché siamo noi che trainiamo l’economia”.

Che poi il Sud abbia un reddito del 60 per cento di quello del Nord, è cosa da nulla e da inquadrare “nella solita incapacità dei meridionali”. Balle. Solo balle. Che però riescono a fare capolino anche tra chi del meridione ne ha fatto motivo di ascesa politica, per poi divenire semplice paladino dei governanti.
Ben venga la nascita di movimenti che riflettano sul meridione e per questo si battono. Ma sarebbe bene non ricopiare il menabò politico dei leghisti, che vogliono portare a violentare l’unità nazionale. Bene sarebbe, invece, difendere il mezzogiorno ricollocandolo come la più grande opportunità del Paese in termini di sviluppo economico. Per fare questo ci vogliono proposte, analisi dei problemi. Non spartizione di denaro fine a se stessa, destinata ad offrire un piatto di lenticchie ai campanili di questo o di quell’altro paesucolo. E così, per favore, non violentiamo verbalmente il mezzogiorno. Non ne facciamo solo un tema per divisioni da segreteria politica. Pensiamo a potenziare le vie di comunicazione veloce, a non vederci sottrarre treni o voli aerei. Ed ancora: attiriamo imprenditori offrendo loro condizioni fiscali vantaggiose che li consentano, per esempio, di recuperare gli investimenti e do accogliere le tante risorse intellettuali di questa terra. Investiamo nel turismo, nei i colori, nei sapori e negli orizzonti mozza fiato. Ed infine puntiamo, non solo con le fiere, ma anche con seri accordi di programma, a trasformare il Sud nella vera testa di ponte dell’Europa con l’oriente e con tutta l’area mediterranea.

Insomma, ritorniamo a ragionare di Sud. Di liste o prebende, questa terra non sa cosa farsene.

Fonte:Barilive
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Di Antonio Scotti


Tra le 12 regioni europee con il più alto tasso di disoccupazione giovanile, 6 sono del sud Italia. Il dato allarmante proviene dall’ufficio statistico europeo e si riferisce alla situazione economica del 2007, e quindi spuria dalla depressione finanziaria globale di cui, per buona parte, è responsabile il sistema bancario made in Usa. A capeggiare la lista nera italiana è la Sicilia, con un tasso del 37,2% di giovani, dai 15 ai 24 anni, senza lavoro: quarta solo dopo le 3 regioni francesi d'oltremare Guadalupa (55,7%), Reunion (50%) e Martinica (47,8%). Nella lista, tutte con un tasso sopra il 30%, figurano anche Campania (32,5%), Sardegna (32,5%), Puglia (31,8%), Calabria (31,6%) e Basilicata (31,4%).

Una situazione per certi versi già conosciuta, ma che ci induce a riflettere, specie in questo momento dove il Sud è ritornato ad essere nodo dirimente per la nascita di nuovi movimenti (vedi Poli Bortone a destra e Vendola a sinistra) che dal mezzogiorno vogliono partire per definire nuovi programmi, e sganciarsi dal magma politico in cui tutto sembra ruotare intorno ai destini dei leader dei due principali partiti. Parlare di Sud, però, dovrebbe essere materia comune per chi da questa terra è stato eletto. Invece no. E così ci becchiamo le giaculatorie padane di Maroni o Castelli che per motivare lo scippo dei fondi per le aree sottosviluppate al Sud se ne infischiano dell’unità nazionale a cui hanno prestato giuramento. I ragazzi del Sud lasciano la loro terra per andare al Nord, la disoccupazione sta ritornando a dividere le famiglie: ma chi se ne frega, dateci i soldi “perché siamo noi che trainiamo l’economia”.

Che poi il Sud abbia un reddito del 60 per cento di quello del Nord, è cosa da nulla e da inquadrare “nella solita incapacità dei meridionali”. Balle. Solo balle. Che però riescono a fare capolino anche tra chi del meridione ne ha fatto motivo di ascesa politica, per poi divenire semplice paladino dei governanti.
Ben venga la nascita di movimenti che riflettano sul meridione e per questo si battono. Ma sarebbe bene non ricopiare il menabò politico dei leghisti, che vogliono portare a violentare l’unità nazionale. Bene sarebbe, invece, difendere il mezzogiorno ricollocandolo come la più grande opportunità del Paese in termini di sviluppo economico. Per fare questo ci vogliono proposte, analisi dei problemi. Non spartizione di denaro fine a se stessa, destinata ad offrire un piatto di lenticchie ai campanili di questo o di quell’altro paesucolo. E così, per favore, non violentiamo verbalmente il mezzogiorno. Non ne facciamo solo un tema per divisioni da segreteria politica. Pensiamo a potenziare le vie di comunicazione veloce, a non vederci sottrarre treni o voli aerei. Ed ancora: attiriamo imprenditori offrendo loro condizioni fiscali vantaggiose che li consentano, per esempio, di recuperare gli investimenti e do accogliere le tante risorse intellettuali di questa terra. Investiamo nel turismo, nei i colori, nei sapori e negli orizzonti mozza fiato. Ed infine puntiamo, non solo con le fiere, ma anche con seri accordi di programma, a trasformare il Sud nella vera testa di ponte dell’Europa con l’oriente e con tutta l’area mediterranea.

Insomma, ritorniamo a ragionare di Sud. Di liste o prebende, questa terra non sa cosa farsene.

Fonte:Barilive

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