sabato 4 ottobre 2008

Un leader degli insorgenti del 1809: Prospero Baschieri


Di Francesco Mario Agnoli


Le insorgenze popolari antifrancesi dell’Italia settentrionale nel primo decennio del secolo XIX ebbero sul piano politico e militare un’importanza assai inferiore a quelle del cosiddetto "Triennio Giacobino" (1796-1799). Di conseguenza sono rimaste in ombra anche nelle ricerche storiche che negli ultimi quindici-venti anni hanno ampiamente rivalutato il fenomeno delle insorgenze, sottolineandone l’importanza anche nello svolgimento delle vicende italiane nei decenni successivi.

Nel 1806 le insorgenze in alcuni territori del Ducato di Parma e Piacenza, che nel 1796 aveva conservato una pur ridotta forma di autonomia sotto protettorato francese, sono di modesto rilievo se confrontate con la resistenza delle popolazioni meridionali contro la seconda invasione francese del Regno di Napoli. Nel 1809 l’insorgenza che coinvolge gran parte dei territori della Valle Padana centro-orientale, con punte particolarmente significative nel Veneto e nel Ferrarese, appare come un’appendice della grande sollevazione tirolese contro la politica scristianizzatrice del governo bavarese al quale il Tirolo, sottratto agli Asburgo, era stato assegnato da Napoleone.

Eppure, al di là dei loro scarsi e localizzati successi militari, queste insorgenze "padane" sono importante segno del permanere dell’avversione dei ceti popolari — ne fa cenno anche Riccardo Bacchelli (1891-1985) nel suo noto romanzo Il Mulino del Po — contro regimi che, a differenza di gran parte della borghesia e della nobiltà, volentieri accomodatesi con l’apparente moderatismo napoleonico, continuavano a sentire come anti-cristiani e oppressivi.

Fra l’estate del 1809 e il marzo del 1810 fra i capi dell’insorgenza che interessò la Bassa Padana [1], ossia la pianura, allora in parte ancora paludosa, fra Bologna, Modena e Ferrara — dopo la riforma napoleonica la parte centrale di quest’area costituiva il Dipartimento del Reno —, troviamo in posizione di preminenza Prospero Baschieri, nato nel 1781 a Maddalena di Cazzano, nel Bolognese, quinto di otto fratelli di una famiglia contadina, trasferitasi poi a Cadriano.
Al ruolo di capo il ventottenne Prospero sembrava destinato dalla sua gigantesca statura — poco meno di due metri — e dal carattere impetuoso e intollerante di restrizioni che lo aveva spinto a farsi renitente alla leva napoleonica del 1803.

Nel 1808, dopo che, approfittando della disorganizzazione e dell’apparente disinteresse dei pubblici poteri, aveva ripreso tranquillamente la propria pacifica attività e si era sposato, venne imprigionato e, dal momento che il bisogno di carne da cannone era nuovamente grande, reintegrato nel suo reggimento di origine, divenuto intanto, per la proclamazione nel 1805 del Regno d’Italia, un reparto regio, da repubblicano che era, e in quel momento si trovava di stanza a Bologna. Non vi rimase a lungo, ma, reso prudente dall’esperienza, questa volta non raggiunse la moglie e i figli nella propria abitazione, ma si unì agli altri disertori, riparatisi nelle valli ricche di acque e di canneti, quasi impenetrabili per chi non ne conoscesse a fondo gli invisibili percorsi.

Scoppiata nuovamente la guerra in tra la Francia di Napoleone I (1769-1821) e l’Austria e diffusesi in tutta l’Italia settentrionale le notizie delle temporanee vittorie austriache e dei travolgenti successi dei montanari tirolesi contro i regolari franco-bavaresi, i disertori ritengono giunto il momento di liberare il paese dall’oppressione e dagli odiati rappresentanti di un Regno che nessuno di loro sentiva come proprio.

Il primo episodio nella Bassa Emiliana si ha il 2 luglio 1809 quando un drappello di diciotto uomini occupa la mairie di Ca’ de’ Fabbri per impadronirsi delle armi della Guardia Nazionale lì custodite. Prospero Baschieri fa invece il suo ingresso in scena due giorni dopo, alla testa di venticinque contadini, che invadono, restandovi poi per l’intera giornata il grosso paese di Budrio (Bologna) e, il giorno successivo, Minerbio (Bologna), capoluogo del Cantone.
Nel giro di pochi giorni, pur senza riuscire a mantenere stabile possesso di nessuna località, gli insorti assumono di fatto il controllo della Bassa, resi forti dal consenso delle popolazioni e dalla paura dei funzionari governativi, che, richiamate al fronte la gran parte delle truppe francesi, possono contare solo sulla non troppo zelante collaborazione dei prudenti militi della Guardia Nazionale.

Il fallimento dell’assalto alla città di Bologna, tentato senza disporre di un solo cannone l’8 luglio dal troppo impetuoso Baschieri e da altri capi come lui ricchi di entusiasmo, ma privi delle nozioni militari indispensabili per attaccare una città ben munita, e l’analogo scacco subito il 16 sotto le mura di Ferrara, inutilmente assediata per alcuni giorni da qualche migliaio di insorti veneti ed emiliani, fanno sperare ai sindaci e ai sostenitori del governo vicereale, borghesi e mercanti avversi a disordini che disturbano i loro commerci, confidano nella fine dell’insorgenza, nonostante che già il 9 luglio, ripiegando da Bologna, Prospero occupi San Giovanni in Persiceto (Bologna).

In realtà alcuni insorti vengono catturati, processati e fucilati. Fra questi due giovani braccianti seguaci della prima ora di Baschieri: il ventiduenne Giuseppe Pancaldi, detto Coppetto, e il ventiseienne Pietro Falzoni, detto Farfarello. Tuttavia Prospero conserva l’iniziativa e ristabilisce una situazione tanto favorevole da consentirgli di girare solo e disarmato senza che nessuno osi molestarlo. È di questo periodo la sua più brillante vittoria, ottenuta il 4 ottobre contro un drappello distaccato per la sua cattura dal reggimento francese La Tour d’Auvergne. Al termine del combattimento i francesi lasciano sul campo quattro uomini e altri dodici si arrendono a discrezione. Prospero non è in condizione di fare prigionieri, ma è troppo buon cristiano per uccidere uomini indifesi. Li priva, quindi, delle armi e li conduce in vincoli verso Altedo, ma prima di raggiungere il paese ordina di rimetterli in libertà.

In questa situazione non pochi funzionari del Regno, fra i quali il giudice di pace e il capitano della Guardia Nazionale di Minerbio, i sindaci delle località del Bolognese di Ca’ de Fabbri, Molinella, San Martino in Soverzano, Capofiume, Baricella, Altedo preferiscono lasciare il paese per ritirarsi dietro le mura di Bologna sotto la protezione delle truppe della Legione della Vistola del generale polacco Giuseppe Grabinski (1771-?).

Tuttavia, nonostante i timori dei funzionari più compromessi, la partita è perduta per l’insorgenza. Sconfitta sul piano militare, l’Austria, costretta dapprima all’armistizio di Znaim, firma il 14 ottobre 1809 la pace di Vienna. Mentre si prepara il matrimonio di Napoleone con Maria Luisa d’Austria (1791-1847), anche i coraggiosi montanari tirolesi di Andreas Hofer (1767-1910) sono abbandonati al loro destino. A dicembre, cessati i combattimenti al di qua e al di là delle Alpi, le truppe francesi rifluiscono nei loro abituali luoghi di guarnigione. Dal 21 al 27 dicembre gendarmi, guardie nazionali e dragoni francesi battono le campagne del Dipartimento del Reno e in particolare del Cantone minerbiese, catturando alcuni insorti, fra i quali un personaggio di spicco, Giuseppe Angiolini, detto il Fattoretto.

Baschieri si rende conto che la battaglia è perduta, ma non vuole arrendersi e, dopo alcuni episodi minori, il 9 marzo guida personalmente l’assalto alla caserma di Altedo, conclusosi con l’incendio dell’edificio e la fuga del presidio francese.
È il canto del cigno. Il 13 un grosso drappello di francesi e di guardie nazionali, appreso dalle imprudenti parole di una donna, che Baschieri e i suoi si trovano a Malcampo, ospiti della famiglia del contadino Giuseppe Rubbini, circonda la casa. Ne segue uno scambio di colpi finché l’incendio dell’edificio costringe ad uscire allo scoperto gli assediati, che tuttavia riescono dopo un violento corpo a corpo ad aprirsi la via della fuga. Prospero è alla loro testa, ma il gigante è gravemente ferito. Sentendo le forze venirgli meno si butta nel fossato a lato della strada, dove la copiosa perdita di sangue lo conduce ben presto a morte.

Il cadavere viene rinvenuto da una pattuglia di soldati francesi, che, riconosciutolo, gli mozzano il capo e lo gettano sopra un carro sul quale già si trovano, per essere condotti trionfalmente a Budrio, i corpi dei due compagni caduti nello scontro.

Il giorno seguente, 14 marzo 1810, i tre cadaveri vengono legati in piedi alla sponda del carro, con al centro Baschieri, la cui testa dondola in alto, conficcata sopra un palo. Il corteo, scortato dai francesi e dai nazionali di Budrio, attraversa lentamente villaggi e campagne fino alla piazza di Bologna destinata all’esecuzione dei "briganti". Qui le teste rimangono a lungo esposte.

La fine di Prospero Baschieri, a poco più di un mese da quella di Hofer — fucilato a Mantova il 10 febbraio —, diede origine a una leggenda e occasione a una canzone, che i cantastorie ripetevano sulle piazze emiliane e romagnole, che per il ruolo negativo attribuitogli — è raffigurato mentre narra la sua morte raggiungendo un suo compagno all’inferno — si può immaginare commissionata a qualche menestrello di paese da uno dei sindaci che avevano vissuto con tanta paura il periodo fortunato delle sue imprese. Ecco una parte del testo [2]:
"Traversando per il campo / Per voler cogl’altri andare / Mi mancarono le forze / Né potei più camminare / E così steso per terra / Senza aiuto né conforto, / Dei nemici fui la preda / E restai per sempre morto. / Indi a Budrio con gran pompa / Fui portato, e con gran festa / E dal Popol nella Piazza / Beffeggiata fu mia testa".


Note:
[1] Un più ampio resoconto dell’Insorgenza della Bassa emiliana nel mio Prospero Baschieri, un eroe dell’Insorgenza padana. (1809-1810), Tabula Fati, Chieti 2002, p. 61.
[2] Cit. in Giuseppe Pavani, Il brigantaggio nei paesi di Altedo, Baricella, Malalbergo, Minerbio, Tipografia Altedo, Altedo (Bologna) 1995, p. 90.


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Di Francesco Mario Agnoli


Le insorgenze popolari antifrancesi dell’Italia settentrionale nel primo decennio del secolo XIX ebbero sul piano politico e militare un’importanza assai inferiore a quelle del cosiddetto "Triennio Giacobino" (1796-1799). Di conseguenza sono rimaste in ombra anche nelle ricerche storiche che negli ultimi quindici-venti anni hanno ampiamente rivalutato il fenomeno delle insorgenze, sottolineandone l’importanza anche nello svolgimento delle vicende italiane nei decenni successivi.

Nel 1806 le insorgenze in alcuni territori del Ducato di Parma e Piacenza, che nel 1796 aveva conservato una pur ridotta forma di autonomia sotto protettorato francese, sono di modesto rilievo se confrontate con la resistenza delle popolazioni meridionali contro la seconda invasione francese del Regno di Napoli. Nel 1809 l’insorgenza che coinvolge gran parte dei territori della Valle Padana centro-orientale, con punte particolarmente significative nel Veneto e nel Ferrarese, appare come un’appendice della grande sollevazione tirolese contro la politica scristianizzatrice del governo bavarese al quale il Tirolo, sottratto agli Asburgo, era stato assegnato da Napoleone.

Eppure, al di là dei loro scarsi e localizzati successi militari, queste insorgenze "padane" sono importante segno del permanere dell’avversione dei ceti popolari — ne fa cenno anche Riccardo Bacchelli (1891-1985) nel suo noto romanzo Il Mulino del Po — contro regimi che, a differenza di gran parte della borghesia e della nobiltà, volentieri accomodatesi con l’apparente moderatismo napoleonico, continuavano a sentire come anti-cristiani e oppressivi.

Fra l’estate del 1809 e il marzo del 1810 fra i capi dell’insorgenza che interessò la Bassa Padana [1], ossia la pianura, allora in parte ancora paludosa, fra Bologna, Modena e Ferrara — dopo la riforma napoleonica la parte centrale di quest’area costituiva il Dipartimento del Reno —, troviamo in posizione di preminenza Prospero Baschieri, nato nel 1781 a Maddalena di Cazzano, nel Bolognese, quinto di otto fratelli di una famiglia contadina, trasferitasi poi a Cadriano.
Al ruolo di capo il ventottenne Prospero sembrava destinato dalla sua gigantesca statura — poco meno di due metri — e dal carattere impetuoso e intollerante di restrizioni che lo aveva spinto a farsi renitente alla leva napoleonica del 1803.

Nel 1808, dopo che, approfittando della disorganizzazione e dell’apparente disinteresse dei pubblici poteri, aveva ripreso tranquillamente la propria pacifica attività e si era sposato, venne imprigionato e, dal momento che il bisogno di carne da cannone era nuovamente grande, reintegrato nel suo reggimento di origine, divenuto intanto, per la proclamazione nel 1805 del Regno d’Italia, un reparto regio, da repubblicano che era, e in quel momento si trovava di stanza a Bologna. Non vi rimase a lungo, ma, reso prudente dall’esperienza, questa volta non raggiunse la moglie e i figli nella propria abitazione, ma si unì agli altri disertori, riparatisi nelle valli ricche di acque e di canneti, quasi impenetrabili per chi non ne conoscesse a fondo gli invisibili percorsi.

Scoppiata nuovamente la guerra in tra la Francia di Napoleone I (1769-1821) e l’Austria e diffusesi in tutta l’Italia settentrionale le notizie delle temporanee vittorie austriache e dei travolgenti successi dei montanari tirolesi contro i regolari franco-bavaresi, i disertori ritengono giunto il momento di liberare il paese dall’oppressione e dagli odiati rappresentanti di un Regno che nessuno di loro sentiva come proprio.

Il primo episodio nella Bassa Emiliana si ha il 2 luglio 1809 quando un drappello di diciotto uomini occupa la mairie di Ca’ de’ Fabbri per impadronirsi delle armi della Guardia Nazionale lì custodite. Prospero Baschieri fa invece il suo ingresso in scena due giorni dopo, alla testa di venticinque contadini, che invadono, restandovi poi per l’intera giornata il grosso paese di Budrio (Bologna) e, il giorno successivo, Minerbio (Bologna), capoluogo del Cantone.
Nel giro di pochi giorni, pur senza riuscire a mantenere stabile possesso di nessuna località, gli insorti assumono di fatto il controllo della Bassa, resi forti dal consenso delle popolazioni e dalla paura dei funzionari governativi, che, richiamate al fronte la gran parte delle truppe francesi, possono contare solo sulla non troppo zelante collaborazione dei prudenti militi della Guardia Nazionale.

Il fallimento dell’assalto alla città di Bologna, tentato senza disporre di un solo cannone l’8 luglio dal troppo impetuoso Baschieri e da altri capi come lui ricchi di entusiasmo, ma privi delle nozioni militari indispensabili per attaccare una città ben munita, e l’analogo scacco subito il 16 sotto le mura di Ferrara, inutilmente assediata per alcuni giorni da qualche migliaio di insorti veneti ed emiliani, fanno sperare ai sindaci e ai sostenitori del governo vicereale, borghesi e mercanti avversi a disordini che disturbano i loro commerci, confidano nella fine dell’insorgenza, nonostante che già il 9 luglio, ripiegando da Bologna, Prospero occupi San Giovanni in Persiceto (Bologna).

In realtà alcuni insorti vengono catturati, processati e fucilati. Fra questi due giovani braccianti seguaci della prima ora di Baschieri: il ventiduenne Giuseppe Pancaldi, detto Coppetto, e il ventiseienne Pietro Falzoni, detto Farfarello. Tuttavia Prospero conserva l’iniziativa e ristabilisce una situazione tanto favorevole da consentirgli di girare solo e disarmato senza che nessuno osi molestarlo. È di questo periodo la sua più brillante vittoria, ottenuta il 4 ottobre contro un drappello distaccato per la sua cattura dal reggimento francese La Tour d’Auvergne. Al termine del combattimento i francesi lasciano sul campo quattro uomini e altri dodici si arrendono a discrezione. Prospero non è in condizione di fare prigionieri, ma è troppo buon cristiano per uccidere uomini indifesi. Li priva, quindi, delle armi e li conduce in vincoli verso Altedo, ma prima di raggiungere il paese ordina di rimetterli in libertà.

In questa situazione non pochi funzionari del Regno, fra i quali il giudice di pace e il capitano della Guardia Nazionale di Minerbio, i sindaci delle località del Bolognese di Ca’ de Fabbri, Molinella, San Martino in Soverzano, Capofiume, Baricella, Altedo preferiscono lasciare il paese per ritirarsi dietro le mura di Bologna sotto la protezione delle truppe della Legione della Vistola del generale polacco Giuseppe Grabinski (1771-?).

Tuttavia, nonostante i timori dei funzionari più compromessi, la partita è perduta per l’insorgenza. Sconfitta sul piano militare, l’Austria, costretta dapprima all’armistizio di Znaim, firma il 14 ottobre 1809 la pace di Vienna. Mentre si prepara il matrimonio di Napoleone con Maria Luisa d’Austria (1791-1847), anche i coraggiosi montanari tirolesi di Andreas Hofer (1767-1910) sono abbandonati al loro destino. A dicembre, cessati i combattimenti al di qua e al di là delle Alpi, le truppe francesi rifluiscono nei loro abituali luoghi di guarnigione. Dal 21 al 27 dicembre gendarmi, guardie nazionali e dragoni francesi battono le campagne del Dipartimento del Reno e in particolare del Cantone minerbiese, catturando alcuni insorti, fra i quali un personaggio di spicco, Giuseppe Angiolini, detto il Fattoretto.

Baschieri si rende conto che la battaglia è perduta, ma non vuole arrendersi e, dopo alcuni episodi minori, il 9 marzo guida personalmente l’assalto alla caserma di Altedo, conclusosi con l’incendio dell’edificio e la fuga del presidio francese.
È il canto del cigno. Il 13 un grosso drappello di francesi e di guardie nazionali, appreso dalle imprudenti parole di una donna, che Baschieri e i suoi si trovano a Malcampo, ospiti della famiglia del contadino Giuseppe Rubbini, circonda la casa. Ne segue uno scambio di colpi finché l’incendio dell’edificio costringe ad uscire allo scoperto gli assediati, che tuttavia riescono dopo un violento corpo a corpo ad aprirsi la via della fuga. Prospero è alla loro testa, ma il gigante è gravemente ferito. Sentendo le forze venirgli meno si butta nel fossato a lato della strada, dove la copiosa perdita di sangue lo conduce ben presto a morte.

Il cadavere viene rinvenuto da una pattuglia di soldati francesi, che, riconosciutolo, gli mozzano il capo e lo gettano sopra un carro sul quale già si trovano, per essere condotti trionfalmente a Budrio, i corpi dei due compagni caduti nello scontro.

Il giorno seguente, 14 marzo 1810, i tre cadaveri vengono legati in piedi alla sponda del carro, con al centro Baschieri, la cui testa dondola in alto, conficcata sopra un palo. Il corteo, scortato dai francesi e dai nazionali di Budrio, attraversa lentamente villaggi e campagne fino alla piazza di Bologna destinata all’esecuzione dei "briganti". Qui le teste rimangono a lungo esposte.

La fine di Prospero Baschieri, a poco più di un mese da quella di Hofer — fucilato a Mantova il 10 febbraio —, diede origine a una leggenda e occasione a una canzone, che i cantastorie ripetevano sulle piazze emiliane e romagnole, che per il ruolo negativo attribuitogli — è raffigurato mentre narra la sua morte raggiungendo un suo compagno all’inferno — si può immaginare commissionata a qualche menestrello di paese da uno dei sindaci che avevano vissuto con tanta paura il periodo fortunato delle sue imprese. Ecco una parte del testo [2]:
"Traversando per il campo / Per voler cogl’altri andare / Mi mancarono le forze / Né potei più camminare / E così steso per terra / Senza aiuto né conforto, / Dei nemici fui la preda / E restai per sempre morto. / Indi a Budrio con gran pompa / Fui portato, e con gran festa / E dal Popol nella Piazza / Beffeggiata fu mia testa".


Note:
[1] Un più ampio resoconto dell’Insorgenza della Bassa emiliana nel mio Prospero Baschieri, un eroe dell’Insorgenza padana. (1809-1810), Tabula Fati, Chieti 2002, p. 61.
[2] Cit. in Giuseppe Pavani, Il brigantaggio nei paesi di Altedo, Baricella, Malalbergo, Minerbio, Tipografia Altedo, Altedo (Bologna) 1995, p. 90.


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