mercoledì 31 agosto 2011

Dal Veneto ad Acerra, viaggio tra i rifiuti: “Hanno ucciso la nostra regione”

L’immondizia diventa oro. Non per i cittadini, come accade in Svezia, ma per chi, in politica come fra i camorristi, lucra da anni sulla salute delle persone. Questo il pensiero che Antonio Marfella, tossicologo e oncologo del Pascale, affida alle pagine di Campania su Web: “Si smaltiscono illegalmente gli scarti industriali del Nord mentre Napoli affoga nella spazzatura”
Antonio Marfella

Il professor Marfella



Di Enrico Nocera
FONTE: CAMPANIA SU WEB


L’inceneritore di Napoli Est come prova generale di un genocidio. Rifiuti tossici smaltiti come quelli che ognuno di noi produce ogni giorno in casa. Il balletto di cifre attorno al termovalorizzatore di Acerra, che non si capisce bene cosa bruci. Sono solo alcuni degli spunti emersi dal colloquio che Campania su Web ha intrattenuto col professor Antonio Marfella, tossicologo e oncologo del Pascale di Napoli, impegnato da anni nel denunciare lo sterminio del territorio campano.

Esistono, nella nostra regione, impianti capaci di smaltire in sicurezza i rifiuti industriali?

Le discariche ci sono e sono tantissime, distribuite in tutta la Campania. Il problema è che sono tutte abusive, non censite e non dichiarate. Si è così liberi di lavorare come meglio si crede: legalmente e, soprattutto, illegalmente. Ognuno di noi paga una quota non indifferente dei costi legati al corretto smaltimento dei rifiuti industriali. Prendiamo, come esempio, gli scarti dell’edilizia. La Campania produce, secondo i dati dell’Ispra, non meno di 280.000 tonnellate all’anno di scarti derivati dalla lavorazione edile. Nonostante ciò non è mai stata censita una sola discarica a norma sull’intero territorio regionale per rifiuti inerti e non pericolosi come, appunto, quelli dell’edilizia.

Ci spiega perché l’inceneritore non è la scelta più adatta per risolvere la crisi rifiuti?

Gli inceneritori sono industrie tossiche insalubri, e si costruiscono solo se indispensabili e in zone non densamente popolate. Napoli è già dotata dell’inceneritore di Acerra, tra i più grandi d’Europa, con la capacità di accogliere, secondo i dati ufficiali, 1.700 tonnellate al giorno di rifiuti. La realtà è un’altra: non sappiamo da dove provenga quello che si brucia. Mentre Napoli, per l’ennesima volta, veniva ricoperta dai rifiuti, nessuno ci ha spiegato perché l’immondizia non fosse portata lì. Una cosa tragica e ridicola: avere la terza capacità di incenerimento in Italia, subire comunque le tossine sprigionate dal termovalorizzatore, far guadagnare la ditta A2A di Brescia e Milano, senza neanche bruciare un solo chilo di spazzatura napoletana.

C’è infatti parecchia confusione riguardo Acerra. È possibile che non si riesca a capire la quantità effettiva di rifiuti che questo termovalorizzatore brucia ogni giorno?

I dati ufficiali del gestore A2A sono quelli che ho elencato prima. La questione è legata alla provenienza. Ripeto: si tratta, molto probabilmente, di immondizia non specificata e non napoletana. È interessante rilevare come un consulente della Regione, il professor Bidello dell’Università Parthenope, dichiari che Acerra brucia non più di 700 tonnellate al giorno. Per questo motivo, sempre secondo Bidello, sarebbe necessario costruire un altro inceneritore, quello di Napoli Est, da 1.000 tonnellate al giorno. Ma non sarebbe più logico spingere la Regione a raggiungere quelle 1.700 tonnellate proclamate nei dati ufficiali? Nessuno si è stupito di questo balletto di cifre e delle evidenti contraddizioni. In fondo ne va solo della salute di circa un milione di cittadini napoletani. Senza contare che il risparmio per lo stato italiano sarebbe di 4,5 miliardi, e sottolineo miliardi, di euro.

Lei afferma che l’inceneritore previsto a Napoli Est corrisponde a “una esplicita volontà di genocidio" nei riguardi della popolazione napoletana. Per quale motivo? Quali rischi comporta la presenza di un termovalorizzatore nei pressi di un centro urbano?

L’inceneritore a Napoli Est è una follia e una vergogna. Quando, in quella zona, ancora esistevano le centraline per il monitoraggio dell’aria, si registrarono oltre 228 sforamenti di polveri sottili nel solo anno 2008. Aggiungere anche l’incenerimento di mille tonnellate di monnezza indifferenziata, urbana e industriale, sarebbe effettivamente un genocidio concentrato nella zona con la maggior densità di abitanti per chilometro quadrato.

In che modo, dunque, poter smaltire senza rischi per la salute quei rifiuti che non sono avviabili alla raccolta differenziata?

Gli impianti come quello di Vedelago, in Veneto. O, se si vuole perseguire la strada di discariche e inceneritori, bisogna stare attenti alla quantità di rifiuti immessa. Le discariche urbane venete, ad esempio, accolgono in media 40mila tonnellate all’anno. La sola Chiaiano, nei pressi di un centro abitato, deve sopportarne oltre 300mila. La media europea degli inceneritori non supera le 120mila tonnellate all’anno. A Napoli non si pensa neanche a costruire un impianto che non superi le mille tonnellate al giorno. Così è più facile bruciare immondizia indifferenziata, assimilando anche rifiuti industriali per risparmiare sullo smaltimento legale, caricando tutto sulle spalle dei cittadini attraverso continui aumenti della Tarsu. A lucrare sono sia le nostre industrie che quelle del Nord Italia, soprattutto quelle conciarie, che hanno trasformato il fiume Sarno in una discarica abusiva. Penso alle industrie di Solofra, in provincia di Avellino, dove i governanti fanno i farisei per poche tonnellate di immondizia urbana napoletana. Una vergogna.

Secondo una sua nota pubblicata su Facebook, il Veneto dispone di circa 68 discariche per rifiuti speciali. Eppure, come Lei stesso sottolinea, la regione di Luca Zaia continua a sversare in Campania i propri scarti industriali. C'è una spiegazione razionale a questo paradosso?

Sono dati dell’Istituto Superiore Prevenzione Ambiente. In Veneto è presente questo numero di discariche per rifiuti inerti non pericolosi, mentre in Campania zero assoluto. A dichiarare come il Veneto smaltisca fuori regione i propri rifiuti industriali sono i dati dell’Arpa. I rifiuti industriali sono materia privata, ma le responsabilità sono anche dei funzionari pubblici campani, che non hanno mai controllato i flussi di questi pericolosissimi rifiuti tossici che da decenni convergono verso le nostre discariche urbane. I dati epidemiologici ci sono, nessuno può negare la correlazione tra determinate patologie e i rifiuti tossici sversati in regione. Tutto per colpa di quegli stupidi camorristi che hanno avvelenato se stessi e le proprie famiglie. Ignoranza e malgoverno: un’accoppiata micidiale e mortale per la Campania.

I dati sulla differenziata a Napoli non fanno ben sperare. L'Asia comunica che il riciclo, nel capoluogo, è fermo al 16 percento. Esistono responsabilità anche da parte dei semplici cittadini?

Esistono, ma fa comodo a troppe persone che la situazione resti tale. Abbiamo il dovere di migliorare, a qualunque costo, la raccolta differenziata. Non solo per recuperare un’immagine di dignità, ma per smascherare questi delinquenti che lucrano sulla nostra salute.

A fine giugno, Lei scrisse che una testata importante come il "Corriere del Mezzogiorno" si è schierata "in modo palesemente fondamentalista e talebano in una campagna stampa a favore dell'inceneritore a Napoli Est". Per quale motivo?

Lo chieda a loro e a chi detiene la maggioranza dei pacchetti azionari nel giornale. O crede che anche ottimi giornalisti come quelli del Corriere possano andare contro i propri padroni?

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L’immondizia diventa oro. Non per i cittadini, come accade in Svezia, ma per chi, in politica come fra i camorristi, lucra da anni sulla salute delle persone. Questo il pensiero che Antonio Marfella, tossicologo e oncologo del Pascale, affida alle pagine di Campania su Web: “Si smaltiscono illegalmente gli scarti industriali del Nord mentre Napoli affoga nella spazzatura”
Antonio Marfella

Il professor Marfella



Di Enrico Nocera
FONTE: CAMPANIA SU WEB


L’inceneritore di Napoli Est come prova generale di un genocidio. Rifiuti tossici smaltiti come quelli che ognuno di noi produce ogni giorno in casa. Il balletto di cifre attorno al termovalorizzatore di Acerra, che non si capisce bene cosa bruci. Sono solo alcuni degli spunti emersi dal colloquio che Campania su Web ha intrattenuto col professor Antonio Marfella, tossicologo e oncologo del Pascale di Napoli, impegnato da anni nel denunciare lo sterminio del territorio campano.

Esistono, nella nostra regione, impianti capaci di smaltire in sicurezza i rifiuti industriali?

Le discariche ci sono e sono tantissime, distribuite in tutta la Campania. Il problema è che sono tutte abusive, non censite e non dichiarate. Si è così liberi di lavorare come meglio si crede: legalmente e, soprattutto, illegalmente. Ognuno di noi paga una quota non indifferente dei costi legati al corretto smaltimento dei rifiuti industriali. Prendiamo, come esempio, gli scarti dell’edilizia. La Campania produce, secondo i dati dell’Ispra, non meno di 280.000 tonnellate all’anno di scarti derivati dalla lavorazione edile. Nonostante ciò non è mai stata censita una sola discarica a norma sull’intero territorio regionale per rifiuti inerti e non pericolosi come, appunto, quelli dell’edilizia.

Ci spiega perché l’inceneritore non è la scelta più adatta per risolvere la crisi rifiuti?

Gli inceneritori sono industrie tossiche insalubri, e si costruiscono solo se indispensabili e in zone non densamente popolate. Napoli è già dotata dell’inceneritore di Acerra, tra i più grandi d’Europa, con la capacità di accogliere, secondo i dati ufficiali, 1.700 tonnellate al giorno di rifiuti. La realtà è un’altra: non sappiamo da dove provenga quello che si brucia. Mentre Napoli, per l’ennesima volta, veniva ricoperta dai rifiuti, nessuno ci ha spiegato perché l’immondizia non fosse portata lì. Una cosa tragica e ridicola: avere la terza capacità di incenerimento in Italia, subire comunque le tossine sprigionate dal termovalorizzatore, far guadagnare la ditta A2A di Brescia e Milano, senza neanche bruciare un solo chilo di spazzatura napoletana.

C’è infatti parecchia confusione riguardo Acerra. È possibile che non si riesca a capire la quantità effettiva di rifiuti che questo termovalorizzatore brucia ogni giorno?

I dati ufficiali del gestore A2A sono quelli che ho elencato prima. La questione è legata alla provenienza. Ripeto: si tratta, molto probabilmente, di immondizia non specificata e non napoletana. È interessante rilevare come un consulente della Regione, il professor Bidello dell’Università Parthenope, dichiari che Acerra brucia non più di 700 tonnellate al giorno. Per questo motivo, sempre secondo Bidello, sarebbe necessario costruire un altro inceneritore, quello di Napoli Est, da 1.000 tonnellate al giorno. Ma non sarebbe più logico spingere la Regione a raggiungere quelle 1.700 tonnellate proclamate nei dati ufficiali? Nessuno si è stupito di questo balletto di cifre e delle evidenti contraddizioni. In fondo ne va solo della salute di circa un milione di cittadini napoletani. Senza contare che il risparmio per lo stato italiano sarebbe di 4,5 miliardi, e sottolineo miliardi, di euro.

Lei afferma che l’inceneritore previsto a Napoli Est corrisponde a “una esplicita volontà di genocidio" nei riguardi della popolazione napoletana. Per quale motivo? Quali rischi comporta la presenza di un termovalorizzatore nei pressi di un centro urbano?

L’inceneritore a Napoli Est è una follia e una vergogna. Quando, in quella zona, ancora esistevano le centraline per il monitoraggio dell’aria, si registrarono oltre 228 sforamenti di polveri sottili nel solo anno 2008. Aggiungere anche l’incenerimento di mille tonnellate di monnezza indifferenziata, urbana e industriale, sarebbe effettivamente un genocidio concentrato nella zona con la maggior densità di abitanti per chilometro quadrato.

In che modo, dunque, poter smaltire senza rischi per la salute quei rifiuti che non sono avviabili alla raccolta differenziata?

Gli impianti come quello di Vedelago, in Veneto. O, se si vuole perseguire la strada di discariche e inceneritori, bisogna stare attenti alla quantità di rifiuti immessa. Le discariche urbane venete, ad esempio, accolgono in media 40mila tonnellate all’anno. La sola Chiaiano, nei pressi di un centro abitato, deve sopportarne oltre 300mila. La media europea degli inceneritori non supera le 120mila tonnellate all’anno. A Napoli non si pensa neanche a costruire un impianto che non superi le mille tonnellate al giorno. Così è più facile bruciare immondizia indifferenziata, assimilando anche rifiuti industriali per risparmiare sullo smaltimento legale, caricando tutto sulle spalle dei cittadini attraverso continui aumenti della Tarsu. A lucrare sono sia le nostre industrie che quelle del Nord Italia, soprattutto quelle conciarie, che hanno trasformato il fiume Sarno in una discarica abusiva. Penso alle industrie di Solofra, in provincia di Avellino, dove i governanti fanno i farisei per poche tonnellate di immondizia urbana napoletana. Una vergogna.

Secondo una sua nota pubblicata su Facebook, il Veneto dispone di circa 68 discariche per rifiuti speciali. Eppure, come Lei stesso sottolinea, la regione di Luca Zaia continua a sversare in Campania i propri scarti industriali. C'è una spiegazione razionale a questo paradosso?

Sono dati dell’Istituto Superiore Prevenzione Ambiente. In Veneto è presente questo numero di discariche per rifiuti inerti non pericolosi, mentre in Campania zero assoluto. A dichiarare come il Veneto smaltisca fuori regione i propri rifiuti industriali sono i dati dell’Arpa. I rifiuti industriali sono materia privata, ma le responsabilità sono anche dei funzionari pubblici campani, che non hanno mai controllato i flussi di questi pericolosissimi rifiuti tossici che da decenni convergono verso le nostre discariche urbane. I dati epidemiologici ci sono, nessuno può negare la correlazione tra determinate patologie e i rifiuti tossici sversati in regione. Tutto per colpa di quegli stupidi camorristi che hanno avvelenato se stessi e le proprie famiglie. Ignoranza e malgoverno: un’accoppiata micidiale e mortale per la Campania.

I dati sulla differenziata a Napoli non fanno ben sperare. L'Asia comunica che il riciclo, nel capoluogo, è fermo al 16 percento. Esistono responsabilità anche da parte dei semplici cittadini?

Esistono, ma fa comodo a troppe persone che la situazione resti tale. Abbiamo il dovere di migliorare, a qualunque costo, la raccolta differenziata. Non solo per recuperare un’immagine di dignità, ma per smascherare questi delinquenti che lucrano sulla nostra salute.

A fine giugno, Lei scrisse che una testata importante come il "Corriere del Mezzogiorno" si è schierata "in modo palesemente fondamentalista e talebano in una campagna stampa a favore dell'inceneritore a Napoli Est". Per quale motivo?

Lo chieda a loro e a chi detiene la maggioranza dei pacchetti azionari nel giornale. O crede che anche ottimi giornalisti come quelli del Corriere possano andare contro i propri padroni?

martedì 30 agosto 2011

Savina Caylyn, Raimondi: il Governo agisca subito

Il Sindaco Antonio Raimondi interviene sulla vicenda della Savina Caylyn che vede coinvolto il direttore di macchine Antonio Verrecchia, cittadino di Gaeta."In questi mesi ho scelto il silenzio sulla vicenda di Verrecchia e ho voluto dare tempo al Ministero degli Esteri per definire la strategia di intervento in una zona delicata del pianeta. A sette mesi dal sequestro dell'equipaggio la trattativa non riesce a sbloccarsi a causa del mancato accordo sul riscatto: i pirati chiedono 14milioni di dollari e la società armatrice ne offre sette e mezzo. A distanza di tanto tempo, e dopo la missione diplomatica del sottosegretario Boniver, non si capisce perché non si vada avanti con la trattativa - afferma il Sindaco Raimondi - Appena si è avuta notizia del sequestro di un nostro concittadino, ho subito inviato una lettera al Ministro Frattini per sollecitarlo a fare il possibile per giungere velocemente alla conclusione di questa triste situazione e ho mantenuto un atteggiamento istituzionale invitando ad avere fiducia nella Farnesina. Inoltre, il 24 maggio, all'interno della ricorrenza di Maria Ausiliatrice, abbiamo voluto ricordare il nostro concittadino rapito con una partecipata fiaccolata a Monte Orlando organizzata insieme all'associazione Amare e il parroco don Stefano Castaldi. In questi sette mesi, ho sentito telefonicamente ed incontrato di persona la moglie di Antonio Verrecchia, la signora Tina Mitrano, per offrirle vicinanza e solidarietà da parte dell'Amministrazione Comunale".

"Non è possibile che a sette mesi dal sequestro il Governo abbia fatto un'azione di persuasione così blanda sulla compagnia armatrice, la Fratelli D'Amato spa, per fargli pagare il riscatto che consentirebbe di porre fine alle sofferenze delle famiglie. I pirati vogliono 14milioni di dollari mentre la società non va oltre i sette e mezzo. A questo punto, il Ministro Frattini deve fare pressioni affinché il valore della Savina Caylyn, una petroliera del 2008 quindi praticamente nuova, integri quanto già stanziato per raggiungere la somma voluta dai pirati somali. Inoltre, il nostro Paese pattuglia quelle coste dell'Africa per proteggere i mercantili e le petroliere ma, evidentemente, c'è stata una falla in questo sistema di protezione che ha generato tutta la vicenda che non ha ancora trovato un lieto fine"."Chiedo in maniera perentoria che il Ministro degli Esteri Franco Frattini si attivi subito per fare pressioni sulla D'amato. Inoltre, nei prossimi giorni invierò una lettera al Ministro insieme al Sindaco di Procida per sollecitare il Governo ad intervenire. Queste situazioni sono la conseguenza del nostro scarso peso a livello internazionale. Infine, invito la cittadinanza a partecipare alla manifestazione con il Comune di Procida per chiedere la liberazione dell'equipaggio della Savina Caylyn che si terrà davanti a Montecitorio il 7 settembre alle 9:30. L'Amministrazione comunale metterà a disposizione un pullman. Le informazioni saranno pubblicate sul sito del Comune di Gaeta"

Il 7 settembre una manifestazione a Roma con il Comune di Procida


Fonte: Avanti Gaeta


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Il Sindaco Antonio Raimondi interviene sulla vicenda della Savina Caylyn che vede coinvolto il direttore di macchine Antonio Verrecchia, cittadino di Gaeta."In questi mesi ho scelto il silenzio sulla vicenda di Verrecchia e ho voluto dare tempo al Ministero degli Esteri per definire la strategia di intervento in una zona delicata del pianeta. A sette mesi dal sequestro dell'equipaggio la trattativa non riesce a sbloccarsi a causa del mancato accordo sul riscatto: i pirati chiedono 14milioni di dollari e la società armatrice ne offre sette e mezzo. A distanza di tanto tempo, e dopo la missione diplomatica del sottosegretario Boniver, non si capisce perché non si vada avanti con la trattativa - afferma il Sindaco Raimondi - Appena si è avuta notizia del sequestro di un nostro concittadino, ho subito inviato una lettera al Ministro Frattini per sollecitarlo a fare il possibile per giungere velocemente alla conclusione di questa triste situazione e ho mantenuto un atteggiamento istituzionale invitando ad avere fiducia nella Farnesina. Inoltre, il 24 maggio, all'interno della ricorrenza di Maria Ausiliatrice, abbiamo voluto ricordare il nostro concittadino rapito con una partecipata fiaccolata a Monte Orlando organizzata insieme all'associazione Amare e il parroco don Stefano Castaldi. In questi sette mesi, ho sentito telefonicamente ed incontrato di persona la moglie di Antonio Verrecchia, la signora Tina Mitrano, per offrirle vicinanza e solidarietà da parte dell'Amministrazione Comunale".

"Non è possibile che a sette mesi dal sequestro il Governo abbia fatto un'azione di persuasione così blanda sulla compagnia armatrice, la Fratelli D'Amato spa, per fargli pagare il riscatto che consentirebbe di porre fine alle sofferenze delle famiglie. I pirati vogliono 14milioni di dollari mentre la società non va oltre i sette e mezzo. A questo punto, il Ministro Frattini deve fare pressioni affinché il valore della Savina Caylyn, una petroliera del 2008 quindi praticamente nuova, integri quanto già stanziato per raggiungere la somma voluta dai pirati somali. Inoltre, il nostro Paese pattuglia quelle coste dell'Africa per proteggere i mercantili e le petroliere ma, evidentemente, c'è stata una falla in questo sistema di protezione che ha generato tutta la vicenda che non ha ancora trovato un lieto fine"."Chiedo in maniera perentoria che il Ministro degli Esteri Franco Frattini si attivi subito per fare pressioni sulla D'amato. Inoltre, nei prossimi giorni invierò una lettera al Ministro insieme al Sindaco di Procida per sollecitare il Governo ad intervenire. Queste situazioni sono la conseguenza del nostro scarso peso a livello internazionale. Infine, invito la cittadinanza a partecipare alla manifestazione con il Comune di Procida per chiedere la liberazione dell'equipaggio della Savina Caylyn che si terrà davanti a Montecitorio il 7 settembre alle 9:30. L'Amministrazione comunale metterà a disposizione un pullman. Le informazioni saranno pubblicate sul sito del Comune di Gaeta"

Il 7 settembre una manifestazione a Roma con il Comune di Procida


Fonte: Avanti Gaeta


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Il porcellum delle manovre

MARIO DEAGLIO
Le notizie sul contenuto della manovra-bis sono state diffuse, per puro caso, quasi contemporaneamente al comunicato dell’Istat sulla fiducia dei consumatori, che si colloca a un livello bassissimo. Se si rifacesse l’indagine oggi, è facile immaginare che il livello sarebbe più basso ancora. Nelle stesse ore, il Fondo monetario internazionale, senza conoscere il contenuto della manovrabis, aveva sostanzialmente dimezzato le già basse stime sulla crescita dell’Italia. Se dovesse rifare i calcoli oggi, ci collocherebbe ancora più in basso.

Negli anni d’oro della Prima Repubblica, c’erano almeno 50-70 parlamentari di tutti i partiti che sapevano «leggere» i conti pubblici.

Oggi, se va bene, i parlamentari non analfabeti in materia si contano sulle dita di una mano e i politici, per rimediare al proprio analfabetismo, si devono affidare a ministri che sono tecnici prima che politici.

Questa manovra-bis è il frutto della generale riduzione del livello di competenza e dell’aumento del livello di pressappochismo del mondo politico.

È uno sforzo da dilettanti, messo assieme in un paio di settimane, senza adeguati supporti tecnici, esclusivamente per rispondere a una pressante richiesta europea.

È una manovra messa a punto in riunioni private, il risultato di continui patteggiamenti senza riguardo per il quadro complessivo. È il «porcellum» delle manovre; così come la legge elettorale ha ingabbiato la vita politica italiana, i provvedimenti resi noti ieri sera rischiano di uccidere qualsiasi stimolo alla crescita.

Chi ha stilato il testo della manovra-bis non ha calcolato la dimensione giuridica: togliere dal calcolo delle pensioni gli anni di università riscattati significa appropriarsi di un versamento già effettuato dai lavoratori. Proporre un percorso costituzionale per la riduzione del numero dei parlamentari e l’abolizione delle province (che, se va bene, richiederà un paio d’anni, ossia più della durata della legislatura) significa prendere in giro il cittadino, che, già al minimo della fiducia come consumatore lo è probabilmente anche come elettore.

La manovra-bis non sembra poggiare su alcuna previsione di crescita, su alcuna valutazione dei contraccolpi, in termini di riduzione della domanda, che le nuove misure certamente provocheranno.

Dall’esterno si ha la sensazione di assistere ad una sorta di «mercato delle vacche»: la Lega vuole a tutti i costi che non si tocchino le pensioni e in cambio di varie concessioni su altri punti. La politica più rozza prevale sull’economia. Gli italiani lavoratori, consumatori ed elettori - avevano la legittima aspettativa di meritarsi qualcosa di più.

Fonte: La Stampa

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MARIO DEAGLIO
Le notizie sul contenuto della manovra-bis sono state diffuse, per puro caso, quasi contemporaneamente al comunicato dell’Istat sulla fiducia dei consumatori, che si colloca a un livello bassissimo. Se si rifacesse l’indagine oggi, è facile immaginare che il livello sarebbe più basso ancora. Nelle stesse ore, il Fondo monetario internazionale, senza conoscere il contenuto della manovrabis, aveva sostanzialmente dimezzato le già basse stime sulla crescita dell’Italia. Se dovesse rifare i calcoli oggi, ci collocherebbe ancora più in basso.

Negli anni d’oro della Prima Repubblica, c’erano almeno 50-70 parlamentari di tutti i partiti che sapevano «leggere» i conti pubblici.

Oggi, se va bene, i parlamentari non analfabeti in materia si contano sulle dita di una mano e i politici, per rimediare al proprio analfabetismo, si devono affidare a ministri che sono tecnici prima che politici.

Questa manovra-bis è il frutto della generale riduzione del livello di competenza e dell’aumento del livello di pressappochismo del mondo politico.

È uno sforzo da dilettanti, messo assieme in un paio di settimane, senza adeguati supporti tecnici, esclusivamente per rispondere a una pressante richiesta europea.

È una manovra messa a punto in riunioni private, il risultato di continui patteggiamenti senza riguardo per il quadro complessivo. È il «porcellum» delle manovre; così come la legge elettorale ha ingabbiato la vita politica italiana, i provvedimenti resi noti ieri sera rischiano di uccidere qualsiasi stimolo alla crescita.

Chi ha stilato il testo della manovra-bis non ha calcolato la dimensione giuridica: togliere dal calcolo delle pensioni gli anni di università riscattati significa appropriarsi di un versamento già effettuato dai lavoratori. Proporre un percorso costituzionale per la riduzione del numero dei parlamentari e l’abolizione delle province (che, se va bene, richiederà un paio d’anni, ossia più della durata della legislatura) significa prendere in giro il cittadino, che, già al minimo della fiducia come consumatore lo è probabilmente anche come elettore.

La manovra-bis non sembra poggiare su alcuna previsione di crescita, su alcuna valutazione dei contraccolpi, in termini di riduzione della domanda, che le nuove misure certamente provocheranno.

Dall’esterno si ha la sensazione di assistere ad una sorta di «mercato delle vacche»: la Lega vuole a tutti i costi che non si tocchino le pensioni e in cambio di varie concessioni su altri punti. La politica più rozza prevale sull’economia. Gli italiani lavoratori, consumatori ed elettori - avevano la legittima aspettativa di meritarsi qualcosa di più.

Fonte: La Stampa

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lunedì 29 agosto 2011

L'ANCI IN PIAZZA, NAPOLI C'È

Oggi a Milano scendono in piazza i comuni per protestare contro la manovra economica del governo.

Si tratta di una manifestazione indetta dall'Anci con l'obiettivo di raggiungere una revisione del decreto legge, attualmente al centro del confronto parlamentare, verso cui i sindaci hanno sempre palesato tutte le loro preoccupazioni.

Preoccupazioni che hanno spinto a mantenere aperto il dialogo e il confronto con l'esecutivo nell'interesse dei cittadini e delle cittadine sulle cui spalle finiranno per pesare i quasi 6 miliardi di euro di tagli previsti dalla manovra verso gli enti locali (1,7 miliardi solo per i comuni nel 2012). Scendere in piazza è una scelta frutto di una responsabile e attenta riflessione compiuta da noi amministratori, forse figlia anche delle ragioni storiche più recenti che hanno visto in passato gli enti locali ridotti al ruolo di ammortizzatori sociali e di parafulmine della politica economica nazionale e delle sue necessità di fare cassa, pur avendo contribuito solo per il 5 per cento al debito pubblico. La miopia di questo atteggiamento, però, appare evidente: tagliare a regioni, province e comuni significa infatti una crescita delle tasse e delle tariffe oppure una diminuzione dei servizi offerti ai cittadini da questi stessi.

Settori come welfare, sanità, trasporti vedranno una contrazione dell'offerta e un danno per l'intera comunità.

La domanda che da amministratori ci poniamo è allora la seguente: è possibile che questa sia l'unica strada percorribile per rispondere alla crisi economica in atto?

La risposta è no, un'altra via si può costruire e va percorsa. Si tratta di una manovra che preveda un vero e drastico abbattimento dei costi della politica e una lotta altrettanto drastica e vera all'evasione fiscale, perché sia finalmente strutturale e duratura.

Una manovra che preveda forme di tassazione sui grandi patrimoni in rispetto del principio della giustizia sociale, in particolare in periodi di crisi durante i quali dovrebbe predominare il senso del sacrificio da parte di chi più guadagna o possiede.

Evitando di toccare i diritti dei lavoratori (art 8 della manovra), di scaricare sul pubblico impiego, di contrarre il welfare, di investire nelle spese militari a sostegno di operazioni senza respiro diplomatico, senza un chiaro quadro e un definito obiettivo politico.

Per quanto riguarda Napoli, quest'anno il Comune ha subito un taglio di 130milioni di euro e la manovra in discussione ne dovrebbe apportare un altro della stessa entità. Complessivamente si tratta di una sforbiciata del 20 per cento dell'entrate correnti del Comune, alla quale si devono aggiungere i tagli in merito ai trasferimenti di fondi dalla Regione Campania e i 100 milioni di spesa di giugno.

Una situazione finanziaria che ci ha spinti ad approvare un bilancio difficile e che non definirei tanto nostro quanto figlio dell'amministrazione precedente, la quale ha determinato una condizione al limite del dissesto che ci ha obbligati a sacrifici impegnativi, che abbiamo cercato di tradurre in un taglio ai costi della politica (no auto blu, stipendi sotto i 3mila euro per gli assessori e di poco più di 4mila per il sindaco), nell'accorpamento delle partecipate e nella diminuzione del numero e dello stipendio dei membri dei loro cda, nella creazione di una task force per contrastare l'evasione fiscale.

Per questo, proprio in ragione di tali sacrifici e di tali decisioni, speriamo il governo possa rivedere il decreto, come pare orientato a fare in queste ultime ore prevedendo il dimezzamento del taglio agli enti locali e cancellando l'accorpamento dei piccoli comuni, che presentano costi minimi ma sono un patrimonio storico, turistico e politico che va difeso, diversamente dalle province che credo debbano essere abolite integralmente.

Oggi non potrò prendere parte alla manifestazione di Milano, rispetto alla quale ho delegato alla partecipazione un mio assessore, ma voglio manifestare l'appoggio di tutta la mia amministrazione e affermare chiaramente che Napoli c'è, è in piazza, è mobilitata con le altre città a difesa dei diritti dei suoi cittadini.


Fonte: Luigi de Magistris


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Oggi a Milano scendono in piazza i comuni per protestare contro la manovra economica del governo.

Si tratta di una manifestazione indetta dall'Anci con l'obiettivo di raggiungere una revisione del decreto legge, attualmente al centro del confronto parlamentare, verso cui i sindaci hanno sempre palesato tutte le loro preoccupazioni.

Preoccupazioni che hanno spinto a mantenere aperto il dialogo e il confronto con l'esecutivo nell'interesse dei cittadini e delle cittadine sulle cui spalle finiranno per pesare i quasi 6 miliardi di euro di tagli previsti dalla manovra verso gli enti locali (1,7 miliardi solo per i comuni nel 2012). Scendere in piazza è una scelta frutto di una responsabile e attenta riflessione compiuta da noi amministratori, forse figlia anche delle ragioni storiche più recenti che hanno visto in passato gli enti locali ridotti al ruolo di ammortizzatori sociali e di parafulmine della politica economica nazionale e delle sue necessità di fare cassa, pur avendo contribuito solo per il 5 per cento al debito pubblico. La miopia di questo atteggiamento, però, appare evidente: tagliare a regioni, province e comuni significa infatti una crescita delle tasse e delle tariffe oppure una diminuzione dei servizi offerti ai cittadini da questi stessi.

Settori come welfare, sanità, trasporti vedranno una contrazione dell'offerta e un danno per l'intera comunità.

La domanda che da amministratori ci poniamo è allora la seguente: è possibile che questa sia l'unica strada percorribile per rispondere alla crisi economica in atto?

La risposta è no, un'altra via si può costruire e va percorsa. Si tratta di una manovra che preveda un vero e drastico abbattimento dei costi della politica e una lotta altrettanto drastica e vera all'evasione fiscale, perché sia finalmente strutturale e duratura.

Una manovra che preveda forme di tassazione sui grandi patrimoni in rispetto del principio della giustizia sociale, in particolare in periodi di crisi durante i quali dovrebbe predominare il senso del sacrificio da parte di chi più guadagna o possiede.

Evitando di toccare i diritti dei lavoratori (art 8 della manovra), di scaricare sul pubblico impiego, di contrarre il welfare, di investire nelle spese militari a sostegno di operazioni senza respiro diplomatico, senza un chiaro quadro e un definito obiettivo politico.

Per quanto riguarda Napoli, quest'anno il Comune ha subito un taglio di 130milioni di euro e la manovra in discussione ne dovrebbe apportare un altro della stessa entità. Complessivamente si tratta di una sforbiciata del 20 per cento dell'entrate correnti del Comune, alla quale si devono aggiungere i tagli in merito ai trasferimenti di fondi dalla Regione Campania e i 100 milioni di spesa di giugno.

Una situazione finanziaria che ci ha spinti ad approvare un bilancio difficile e che non definirei tanto nostro quanto figlio dell'amministrazione precedente, la quale ha determinato una condizione al limite del dissesto che ci ha obbligati a sacrifici impegnativi, che abbiamo cercato di tradurre in un taglio ai costi della politica (no auto blu, stipendi sotto i 3mila euro per gli assessori e di poco più di 4mila per il sindaco), nell'accorpamento delle partecipate e nella diminuzione del numero e dello stipendio dei membri dei loro cda, nella creazione di una task force per contrastare l'evasione fiscale.

Per questo, proprio in ragione di tali sacrifici e di tali decisioni, speriamo il governo possa rivedere il decreto, come pare orientato a fare in queste ultime ore prevedendo il dimezzamento del taglio agli enti locali e cancellando l'accorpamento dei piccoli comuni, che presentano costi minimi ma sono un patrimonio storico, turistico e politico che va difeso, diversamente dalle province che credo debbano essere abolite integralmente.

Oggi non potrò prendere parte alla manifestazione di Milano, rispetto alla quale ho delegato alla partecipazione un mio assessore, ma voglio manifestare l'appoggio di tutta la mia amministrazione e affermare chiaramente che Napoli c'è, è in piazza, è mobilitata con le altre città a difesa dei diritti dei suoi cittadini.


Fonte: Luigi de Magistris


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Oltre 2000 sindaci in piazza: “Uniti contro la manovra”.E intonano l’inno nazionale

Dovevano essere solo 500. Invece, i sindaci che si sono presentati a Milano contro i tagli agli enti locali previsti dalla manovra del governo sono oltre 2000. E così, da ristretto incontro in un auditorium, si è passati a una vera e propria marcia per le strade del capoluogo lombardo conclusasi a Palazzo Marino, sede dell’amministrazione comunale milanese. “Va al di là delle nostre aspettative – ha detto il presidente dell’Anci Lombardia e sindaco di Varese, Attilio Fontana, commentando il numero di partecipanti -. L’alta partecipazione dimostra che siamo coesi contro la manovra”. Una coesione che ha portato gli amministratori a intonare l’inno d’Italia.

”Se i tagli non vanno via, dovremo portare i disabili e le persone delle mense della Caritas davanti a Palazzo Chigi”, ha denunciato il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che partecipa in prima fila al corteo. Il primo cittadino della Capitale ha affermato che se le cose restano come ora, i tagli saranno “devastanti”, con 270 milioni in meno per Roma l’anno prossimo, tagli che riguardano “servizi essenziali ai cittadini, la mobilità, i servizi sociali”.

Del resto, uno studio del Sole 24 Ore calcola il danno fiscale dei tagli agli enti locali in mille euro a famiglia in media. E il governo ha già scelto questa via: nel decreto è prevista per comuni e regioni proprio la possibilità di aumentare le loro addizionali. A regioni ed enti locali – a regime, cioè nel 2013-2014 – sono stati sottratti in tutto oltre 15 miliardi di euro, l’11% del costo dell’intero sistema delle autonomie: le regioni “normali” avranno 6,1 miliardi in meno, le regioni a statuto speciale tre miliardi, i comuni 4,5 e le province 1,3 miliardi. All’importo rilevantissimo si somma la velocità dei risparmi previsti: l’ultima manovra, infatti, sottrae già dal prossimo gennaio 1,7 miliardi ai comuni, 0,7 alle province, due miliardi alle regioni speciali e 1,6 a quelle ordinarie (da sommare ai tagli del 2010 ovviamente). Per sindaci e governatori la strada è obbligata: taglio ai servizi e aumento delle tasse locali. Ecco perché, per la manifestazione di oggi a Milano, l’adesione tra gli amministratori locali è altissima e bipartisan.

E infatti insieme ai sindaci del Pdl, sfilano amministratori dell’opposizione. Il fatto che a Milano ”siano accorsi tanti sindaci dimostra che i tagli sono sbagliati. La protesta è corale”, ha dichiarato il primo cittadino di Torino, Piero Fassino. “I sindaci sono sempre in mezzo alla gente – ha detto ancora Fassino”, aggiungendo che ora si aspetta di sapere “in concreto” le modifiche alla manovra che presenterà al Governo.

Il sindaco di Verona, Flavio Tosi, ha avanzato la proposta di tagliare allo Stato invece che ai Comuni: “Bisogna tagliare i costi dello Stato centrale – ha detto Tosi – cosa che finora non è mai stata fatta. I Comuni non ce la fanno più, bisogna andare a prelevare laddove ce n’è”.

Non è personalmente a Milano per protestare, ma anche il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, rappresentato da un suo assessore alla manifestazione dell’Anci, ha ribadito ‘il no’ del capoluogo partenopeo ai tagli ribadendo che “Napoli c’è, è in piazza, è mobilitata con le altre città a difesa dei diritti dei suoi cittadini”. “Tagliare a regioni, province e comuni – ha spiegato nel suo sito – significa una crescita delle tasse e delle tariffe oppure una diminuzione dei servizi offerti ai cittadini da questi stessi. Settori come welfare, sanità, trasporti vedranno una contrazione dell’offerta e un danno per l’intera comunità. La domanda che da amministratori ci poniamo è allora la seguente: è possibile che questa sia l’unica strada percorribile per rispondere alla crisi economica in atto? La risposta è no, un’altra via si può costruire e va percorsa: si tratta di una manovra che preveda un vero e drastico abbattimento dei costi della politica e una lotta altrettanto drastica e vera all’evasione fiscale, perchè sia finalmente strutturale e duratura”. “Una manovra – ha spiegato De Magistris – che preveda forme di tassazione sui grandi patrimoni in rispetto del principio della giustizia sociale, in particolare in periodi di crisi durante i quali dovrebbe predominare il senso del sacrificio da parte di chi più guadagna o possiede. Evitando di toccare i diritti dei lavoratori (art 8 della manovra), di scaricare sul pubblico impiego, di contrarre il welfare, di investire nelle spese militari a sostegno di operazioni senza respiro diplomatico, senza un chiaro quadro e un definito obiettivo politico”. Per quanto riguarda Napoli, quest’anno “il Comune ha subito un taglio di 130 milioni di euro e la manovra in discussione ne dovrebbe apportare un altro della stessa entità”; c’è poi “la condizione al limite del dissesto determinata dall’amministrazione precedente”. La giunta de Magistris, di tagli, ne ha messi in atto, dice il primo cittadino. “Per questo, proprio in ragione di tali sacrifici e di tali decisioni, speriamo il governo possa rivedere il decreto, come pare orientato a fare in queste ultime ore prevedendo il dimezzamento del taglio agli enti locali – ha concluso – e cancellando l’accorpamento dei piccoli comuni, che presentano costi minimi ma sono un patrimonio storico, turistico e politico che va difeso, diversamente dalle province che credo debbano essere abolite integralmente”.

Il presidente della Lombardia, Roberto Formigoni si è detto sicuro che “per il momento non ci sarà un innalzamento dell’età pensionabile per le donne, perché la Lega Nord è contraria, ma la questione resta all’ordine del giorno del Pdl”. Si tratta di “una riforma strutturale – ha spiegato – che permette di mettersi in linea con gli altri Paesi europei”. Di questo avviso anche il presidente della Provincia di Milano, Guido Podestà, ex coordinatore regionale del Popolo delle Libertà. Secondo Podestà, infatti, considerato che le donne hanno un livello retributivo inferiore agli uomini e vivono di più, “se vanno in pensione prima si condannano ad un ultimo periodo di vita con una pensione da fame”.

Per il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, la manovra finanziaria “per quanto riguarda i tagli agli enti comunali, deve essere completamente ritirata”. Pisapia ha definito la manifestazione “di protesta”, ma anche “di proposta” e, soprattutto, dimostra il senso di responsabilità degli enti locali che sono i soggetti istituzionali più vicini ai cittadini e che possono dare le risposte di cui i cittadini hanno bisogno”. Il primo cittadino di Milano ha definito i tagli ai Comuni “l’ultima goccia di un vaso che ormai ha strabordato”. “Non è più possibile per gli enti comunali accettare ulteriori tagli e, soprattutto, in questo modo e con questo metodo: cioè, senza essere consultati o dopo essere stati consultati, ma senza tenere conto di indicazioni precise, di proposte alternative che sono venute finora da parte dei Comuni” ha concluso.


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Dovevano essere solo 500. Invece, i sindaci che si sono presentati a Milano contro i tagli agli enti locali previsti dalla manovra del governo sono oltre 2000. E così, da ristretto incontro in un auditorium, si è passati a una vera e propria marcia per le strade del capoluogo lombardo conclusasi a Palazzo Marino, sede dell’amministrazione comunale milanese. “Va al di là delle nostre aspettative – ha detto il presidente dell’Anci Lombardia e sindaco di Varese, Attilio Fontana, commentando il numero di partecipanti -. L’alta partecipazione dimostra che siamo coesi contro la manovra”. Una coesione che ha portato gli amministratori a intonare l’inno d’Italia.

”Se i tagli non vanno via, dovremo portare i disabili e le persone delle mense della Caritas davanti a Palazzo Chigi”, ha denunciato il sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che partecipa in prima fila al corteo. Il primo cittadino della Capitale ha affermato che se le cose restano come ora, i tagli saranno “devastanti”, con 270 milioni in meno per Roma l’anno prossimo, tagli che riguardano “servizi essenziali ai cittadini, la mobilità, i servizi sociali”.

Del resto, uno studio del Sole 24 Ore calcola il danno fiscale dei tagli agli enti locali in mille euro a famiglia in media. E il governo ha già scelto questa via: nel decreto è prevista per comuni e regioni proprio la possibilità di aumentare le loro addizionali. A regioni ed enti locali – a regime, cioè nel 2013-2014 – sono stati sottratti in tutto oltre 15 miliardi di euro, l’11% del costo dell’intero sistema delle autonomie: le regioni “normali” avranno 6,1 miliardi in meno, le regioni a statuto speciale tre miliardi, i comuni 4,5 e le province 1,3 miliardi. All’importo rilevantissimo si somma la velocità dei risparmi previsti: l’ultima manovra, infatti, sottrae già dal prossimo gennaio 1,7 miliardi ai comuni, 0,7 alle province, due miliardi alle regioni speciali e 1,6 a quelle ordinarie (da sommare ai tagli del 2010 ovviamente). Per sindaci e governatori la strada è obbligata: taglio ai servizi e aumento delle tasse locali. Ecco perché, per la manifestazione di oggi a Milano, l’adesione tra gli amministratori locali è altissima e bipartisan.

E infatti insieme ai sindaci del Pdl, sfilano amministratori dell’opposizione. Il fatto che a Milano ”siano accorsi tanti sindaci dimostra che i tagli sono sbagliati. La protesta è corale”, ha dichiarato il primo cittadino di Torino, Piero Fassino. “I sindaci sono sempre in mezzo alla gente – ha detto ancora Fassino”, aggiungendo che ora si aspetta di sapere “in concreto” le modifiche alla manovra che presenterà al Governo.

Il sindaco di Verona, Flavio Tosi, ha avanzato la proposta di tagliare allo Stato invece che ai Comuni: “Bisogna tagliare i costi dello Stato centrale – ha detto Tosi – cosa che finora non è mai stata fatta. I Comuni non ce la fanno più, bisogna andare a prelevare laddove ce n’è”.

Non è personalmente a Milano per protestare, ma anche il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, rappresentato da un suo assessore alla manifestazione dell’Anci, ha ribadito ‘il no’ del capoluogo partenopeo ai tagli ribadendo che “Napoli c’è, è in piazza, è mobilitata con le altre città a difesa dei diritti dei suoi cittadini”. “Tagliare a regioni, province e comuni – ha spiegato nel suo sito – significa una crescita delle tasse e delle tariffe oppure una diminuzione dei servizi offerti ai cittadini da questi stessi. Settori come welfare, sanità, trasporti vedranno una contrazione dell’offerta e un danno per l’intera comunità. La domanda che da amministratori ci poniamo è allora la seguente: è possibile che questa sia l’unica strada percorribile per rispondere alla crisi economica in atto? La risposta è no, un’altra via si può costruire e va percorsa: si tratta di una manovra che preveda un vero e drastico abbattimento dei costi della politica e una lotta altrettanto drastica e vera all’evasione fiscale, perchè sia finalmente strutturale e duratura”. “Una manovra – ha spiegato De Magistris – che preveda forme di tassazione sui grandi patrimoni in rispetto del principio della giustizia sociale, in particolare in periodi di crisi durante i quali dovrebbe predominare il senso del sacrificio da parte di chi più guadagna o possiede. Evitando di toccare i diritti dei lavoratori (art 8 della manovra), di scaricare sul pubblico impiego, di contrarre il welfare, di investire nelle spese militari a sostegno di operazioni senza respiro diplomatico, senza un chiaro quadro e un definito obiettivo politico”. Per quanto riguarda Napoli, quest’anno “il Comune ha subito un taglio di 130 milioni di euro e la manovra in discussione ne dovrebbe apportare un altro della stessa entità”; c’è poi “la condizione al limite del dissesto determinata dall’amministrazione precedente”. La giunta de Magistris, di tagli, ne ha messi in atto, dice il primo cittadino. “Per questo, proprio in ragione di tali sacrifici e di tali decisioni, speriamo il governo possa rivedere il decreto, come pare orientato a fare in queste ultime ore prevedendo il dimezzamento del taglio agli enti locali – ha concluso – e cancellando l’accorpamento dei piccoli comuni, che presentano costi minimi ma sono un patrimonio storico, turistico e politico che va difeso, diversamente dalle province che credo debbano essere abolite integralmente”.

Il presidente della Lombardia, Roberto Formigoni si è detto sicuro che “per il momento non ci sarà un innalzamento dell’età pensionabile per le donne, perché la Lega Nord è contraria, ma la questione resta all’ordine del giorno del Pdl”. Si tratta di “una riforma strutturale – ha spiegato – che permette di mettersi in linea con gli altri Paesi europei”. Di questo avviso anche il presidente della Provincia di Milano, Guido Podestà, ex coordinatore regionale del Popolo delle Libertà. Secondo Podestà, infatti, considerato che le donne hanno un livello retributivo inferiore agli uomini e vivono di più, “se vanno in pensione prima si condannano ad un ultimo periodo di vita con una pensione da fame”.

Per il sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, la manovra finanziaria “per quanto riguarda i tagli agli enti comunali, deve essere completamente ritirata”. Pisapia ha definito la manifestazione “di protesta”, ma anche “di proposta” e, soprattutto, dimostra il senso di responsabilità degli enti locali che sono i soggetti istituzionali più vicini ai cittadini e che possono dare le risposte di cui i cittadini hanno bisogno”. Il primo cittadino di Milano ha definito i tagli ai Comuni “l’ultima goccia di un vaso che ormai ha strabordato”. “Non è più possibile per gli enti comunali accettare ulteriori tagli e, soprattutto, in questo modo e con questo metodo: cioè, senza essere consultati o dopo essere stati consultati, ma senza tenere conto di indicazioni precise, di proposte alternative che sono venute finora da parte dei Comuni” ha concluso.


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Il governo propone incentivi a chi privatizza i servizi pubblici: “Referendum stravolti”

In silenzio l'esecutivo Berlusconi cerca di aggirare il voto del referendum sull'acqua del giugno scorso. L'articolo 4 della nuova manovra economica prevede la possibilità di aprire ai privati la gestione di trasporti pubblici, asili e rifiuti. Caselli, comitato referendario: "La furbizia di tener fuori l’acqua dalla manovra significa solo aggirare la questione. Il referendum non riguardava solo il servizio idrico". Fermo "no" del sindaco di Reggio Emilia, Delrio.

Non è bastato il referendum del 12 e 13 giugno, non è stato sufficiente che ventisette milioni di italiani si recassero alle urne, né quel quorum così tradizionalmente difficile raggiungere. La manovra economica spalanca le porte alla privatizzazione dei servizi pubblici locali, offrendo peraltro incentivi economici agli enti locali che sceglieranno questa strada. Con lo slogan “l’acqua la lasciamo fuori”, il governo tira però dentro i trasporti, gli asili, i rifiuti, e tutti quei servizi che rientrano nella categoria di servizi pubblici locali e che quindi, al pari del servizio idrico, erano toccati dal quesito referendario numero uno. “Per fare un esempio – spiega Andrea Caselli del comitato referendario Acqua bene comune emiliano-romagnolo – con questa manovra potrebbe essere ceduta una parte dell’azienda dei trasporti pubblici. La furbizia di tener fuori l’acqua dalla manovra significa solo aggirare la questione, perché il referendum non riguardava solo il servizio idrico. Penso che l’opposizione sociale si allargherà e spero che avremo con noi anche gli amministratori locali”.

Cosa ne pensano i sindaci? Il fattoquotidiano.it è andato a bussare alle porte del sindaco del capoluogo dell’Emilia Romagna, Virginio Merola, e del primo cittadino di Reggio Emilia,Graziano Delrio, che è anche presidente dell’Anci. Dal Comune di Bologna la reazione per ora è il silenzio: il sindaco bolognese promette di esprimersi sui singoli provvedimenti della manovra ma solo quando il tutto sarà definitivo. Il presidente dell’Anci invece è pronto ad annunciare battaglia. “La nostra posizione è chiara e unanime, l’articolo 4 della manovra reintroduce di fatto l’articolo 23 bis abrogato con il referendum”.

Delrio parla di “un’operazione illegittima sul piano costituzionale” e riferisce che i sindaci, “siano essi di destra o di sinistra”, sono compatti contro questo provvedimento. I motivi? “Interviene sulle competenze dei comuni e delle autonomie. E’ una norma che lede il referendum. Obbliga ad alienare quote di società e a vincolare la vendita a scadenze temporali. In sostanza, devalorizza il patrimonio dei Comuni e non vedo quindi come possa aiutare la finanza pubblica”.

Delrio parla al plurale e fino ad ora l’opposizione all’articolo 4 ha già trovato i suoi alleati più convinti fuori dai confini della regione: nelle due città, Milano e Napoli, che solo un mese prima del referendum furono protagoniste della “rivoluzione arancione”, le reazioni sono dure e immediate. Cristina Tajani, assessore allo sviluppo economico della giunta di Pisapia, giudica un errore la privatizzazione dei servizi di pubblica utilità e chiede che il provvedimento venga modificato: “Se venisse assegnata ai privati la gestione di settori in cui la concorrenza non può esistere, come quella del trasporto pubblico, si darebbe il via di fatto ai monopoli privati”. Anche laNapoli di De Magistris lavora contro l’articolo 4 della manovra. Alberto Lucarelli, assessore ai beni comuni, un incarico che parla da sé, rivendica anche una storia personale che “dà coerenza a quel ruolo”: oltre che professore universitario di diritto pubblico, “sono stato estensore dei quesiti referendari e ho introdotto in Italia il dibattito giuridico sui beni comuni”, spiega. “Perciò posso dire con cognizione di causa che la manovra riproponendo le privatizzazioni non solo va contro la volontà espressa dagli elettori, ma agisce in contrasto con il diritto comunitario e con la stessa costituzione”.

Questa la ragione dell’appello nazionale (http://www.siacquapubblica.it/) promosso da Lucarelli e dai suoi colleghi giuristi Ugo Mattei, Università di Torino, Luca Nivarra, Università di Palermo, Gaetano Azzariti, Università di Roma La Sapienza. Una lunghissima fila di firme è allegata al testo, a cominciare dall’ex magistrato Livio Pepino e dal missionario Alex Zanotelli. “L’Unione europea non impone forme di privatizzazione forzata, lascia solo una facoltà, non a caso Parigi ha scelto di ripubblicizzare l’acqua. In Italia, prima con Lanzillotta, poi con Ronchi, si è tentato di procedere con la privatizzazione forzata. Anche gli incentivi previsti in questa manovra per chi privatizza sono una forma di pressione, incidono sul potere di scelta degli enti locali”, spiega Lucarelli. “La Corte costituzionale aveva detto chiaramente che il referendum non era limitato all’acqua – continua Ugo Mattei – e invece ora vogliono limitare il più possibile quel Sì, delegittimarne la portata politica”.

“Politicamente siamo senza voce”, lamenta il professore torinese, “c’è un’asse che comprende maggioranza e opposizione a cui va bene vendere i servizi pubblici”. Nel frattempo si dichiarano contro le privatizzazioni il sindacato Cgil e alcune realtà associative. Codacons urla allo scippo: quel capitolo dell’articolo 4 della manovra, chiamato “Adeguamento della disciplina dei servizi pubblici locali al referendum popolare e alla normativa dell’unione europea”, di fatto ripristina il testo abolito con il voto. Il comitato referendario, in Emilia Romagna e non solo, scalda i motori. E assieme ai giuristi firmatari dell’appello promette: “Quel provvedimento verrà impugnato davanti alla Corte costituzionale”.


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In silenzio l'esecutivo Berlusconi cerca di aggirare il voto del referendum sull'acqua del giugno scorso. L'articolo 4 della nuova manovra economica prevede la possibilità di aprire ai privati la gestione di trasporti pubblici, asili e rifiuti. Caselli, comitato referendario: "La furbizia di tener fuori l’acqua dalla manovra significa solo aggirare la questione. Il referendum non riguardava solo il servizio idrico". Fermo "no" del sindaco di Reggio Emilia, Delrio.

Non è bastato il referendum del 12 e 13 giugno, non è stato sufficiente che ventisette milioni di italiani si recassero alle urne, né quel quorum così tradizionalmente difficile raggiungere. La manovra economica spalanca le porte alla privatizzazione dei servizi pubblici locali, offrendo peraltro incentivi economici agli enti locali che sceglieranno questa strada. Con lo slogan “l’acqua la lasciamo fuori”, il governo tira però dentro i trasporti, gli asili, i rifiuti, e tutti quei servizi che rientrano nella categoria di servizi pubblici locali e che quindi, al pari del servizio idrico, erano toccati dal quesito referendario numero uno. “Per fare un esempio – spiega Andrea Caselli del comitato referendario Acqua bene comune emiliano-romagnolo – con questa manovra potrebbe essere ceduta una parte dell’azienda dei trasporti pubblici. La furbizia di tener fuori l’acqua dalla manovra significa solo aggirare la questione, perché il referendum non riguardava solo il servizio idrico. Penso che l’opposizione sociale si allargherà e spero che avremo con noi anche gli amministratori locali”.

Cosa ne pensano i sindaci? Il fattoquotidiano.it è andato a bussare alle porte del sindaco del capoluogo dell’Emilia Romagna, Virginio Merola, e del primo cittadino di Reggio Emilia,Graziano Delrio, che è anche presidente dell’Anci. Dal Comune di Bologna la reazione per ora è il silenzio: il sindaco bolognese promette di esprimersi sui singoli provvedimenti della manovra ma solo quando il tutto sarà definitivo. Il presidente dell’Anci invece è pronto ad annunciare battaglia. “La nostra posizione è chiara e unanime, l’articolo 4 della manovra reintroduce di fatto l’articolo 23 bis abrogato con il referendum”.

Delrio parla di “un’operazione illegittima sul piano costituzionale” e riferisce che i sindaci, “siano essi di destra o di sinistra”, sono compatti contro questo provvedimento. I motivi? “Interviene sulle competenze dei comuni e delle autonomie. E’ una norma che lede il referendum. Obbliga ad alienare quote di società e a vincolare la vendita a scadenze temporali. In sostanza, devalorizza il patrimonio dei Comuni e non vedo quindi come possa aiutare la finanza pubblica”.

Delrio parla al plurale e fino ad ora l’opposizione all’articolo 4 ha già trovato i suoi alleati più convinti fuori dai confini della regione: nelle due città, Milano e Napoli, che solo un mese prima del referendum furono protagoniste della “rivoluzione arancione”, le reazioni sono dure e immediate. Cristina Tajani, assessore allo sviluppo economico della giunta di Pisapia, giudica un errore la privatizzazione dei servizi di pubblica utilità e chiede che il provvedimento venga modificato: “Se venisse assegnata ai privati la gestione di settori in cui la concorrenza non può esistere, come quella del trasporto pubblico, si darebbe il via di fatto ai monopoli privati”. Anche laNapoli di De Magistris lavora contro l’articolo 4 della manovra. Alberto Lucarelli, assessore ai beni comuni, un incarico che parla da sé, rivendica anche una storia personale che “dà coerenza a quel ruolo”: oltre che professore universitario di diritto pubblico, “sono stato estensore dei quesiti referendari e ho introdotto in Italia il dibattito giuridico sui beni comuni”, spiega. “Perciò posso dire con cognizione di causa che la manovra riproponendo le privatizzazioni non solo va contro la volontà espressa dagli elettori, ma agisce in contrasto con il diritto comunitario e con la stessa costituzione”.

Questa la ragione dell’appello nazionale (http://www.siacquapubblica.it/) promosso da Lucarelli e dai suoi colleghi giuristi Ugo Mattei, Università di Torino, Luca Nivarra, Università di Palermo, Gaetano Azzariti, Università di Roma La Sapienza. Una lunghissima fila di firme è allegata al testo, a cominciare dall’ex magistrato Livio Pepino e dal missionario Alex Zanotelli. “L’Unione europea non impone forme di privatizzazione forzata, lascia solo una facoltà, non a caso Parigi ha scelto di ripubblicizzare l’acqua. In Italia, prima con Lanzillotta, poi con Ronchi, si è tentato di procedere con la privatizzazione forzata. Anche gli incentivi previsti in questa manovra per chi privatizza sono una forma di pressione, incidono sul potere di scelta degli enti locali”, spiega Lucarelli. “La Corte costituzionale aveva detto chiaramente che il referendum non era limitato all’acqua – continua Ugo Mattei – e invece ora vogliono limitare il più possibile quel Sì, delegittimarne la portata politica”.

“Politicamente siamo senza voce”, lamenta il professore torinese, “c’è un’asse che comprende maggioranza e opposizione a cui va bene vendere i servizi pubblici”. Nel frattempo si dichiarano contro le privatizzazioni il sindacato Cgil e alcune realtà associative. Codacons urla allo scippo: quel capitolo dell’articolo 4 della manovra, chiamato “Adeguamento della disciplina dei servizi pubblici locali al referendum popolare e alla normativa dell’unione europea”, di fatto ripristina il testo abolito con il voto. Il comitato referendario, in Emilia Romagna e non solo, scalda i motori. E assieme ai giuristi firmatari dell’appello promette: “Quel provvedimento verrà impugnato davanti alla Corte costituzionale”.


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domenica 28 agosto 2011

Manovra iniqua: a Napoli aumento Irpef 1,22 punti, a Milano 0,28

Riceviamo e postiamo :




di Marco Esposito Napoli,28 Agosto,2011



La manifestazione di protesta dell'Anci si tiene lunedì 29 agosto 2011 a Milano. I più agguerriti sono i sindaci dei piccoli Comuni del Piemonte che temono di essere declassati a frazione. Ma ad avere motivi per arrabbiarsi sono soprattutto i meridionali. E’ al Sud infatti che si concentrano i tagli del governo ai Comuni decisi con la manovra di Ferragosto.

Rinvio i numeri alla fine per non appesantire l’articolo. Per il 2012 a Milano il decreto prevede un colpo di forbici per abitante che è la metà di quello di Napoli. Perché? Non c’entra nulla l’efficienza, il rispetto del patto di stabilità e così via. E nella Costituzione non c’è traccia per giustificare un trattamento diseguale, visto che gli enti locali devono ricevere le risorse per coprire “integralmente” le funzioni loro assegnate. L’unica spiegazione plausibile è che il governo colpisce con mano più pesante chi è debole, perché immagina che la protesta dei deboli sarà flebile.

Ci sono argomenti quindi per aprire l’ennesimo scontro Nord-Sud; tuttavia a Milano i Comuni devono essere compatti e solidali perché unitario è l’interesse a far valere un articolo chiave della Costituzione, il 114, riformato esattamente dieci anni fa con il sì degli italiani al referendum del 7 ottobre 2001: “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Regioni e dallo Stato”. E quindi lo Stato non può arrogarsi il diritto di decidere in solitudine.

I conti della manovra di Ferragosto permettono però di raccogliere altre informazioni interessanti. Il governo infatti concede ai Comuni la possibilità di aumentare l’addizionale Irpef in modo da coprire i tagli. Per pareggiare il taglio del 2012 a Milano serve una piccola addizionale sulle diverse aliquote Irpef. A Napoli invece l’aliquota addizionale dovrebbe crescere oltre il massimo di legge e quindi sarà impossibile Ma la battaglia non può essere solo politica. Come mai se a Napoli si introduce una tassa il gettito, e quindi il beneficio collettivo, è così basso? Per due ragioni: a Napoli c’è più evasione e a Napoli c’è meno ricchezza. Per uscire dal pantano occorre affrontare entrambi i temi. Sul fronte del contrasto al nero il progetto annunciato dal Comune di combattere l’evasione è due volte meritevole: per far cassa e per ragioni di equità visto che quando c’è da affrontare un sacrificio tutti devono fare la propria parte. Tuttavia la lotta all’evasione non permette a Napoli di pareggiare Milano, al Sud di raggiungere il Nord. I dati sul Pil comprensivi del sommerso vedono la città lombarda ricca il doppio di quella napoletana per cui con la sola lotta all’evasione e agli sprechi il Comune di Napoli non sarà mai florido come quello di Milano.fronteggiare i tagli senza intaccare i servizi.

La prima battaglia è quindi tutta politica: non è possibile che il governo costringa alcuni Comuni a mozzare i servizi sociali (chi aprirà le scuole?) mentre il federalismo fiscale prevede almeno sulla carta la lotta gli sprechi, non la fine in una sola parte del Paese dei servizi sociali fondamentali.

Ma la battaglia non può essere solo politica. Come mai se a Napoli si introduce una tassa il gettito, e quindi il beneficio collettivo, è così basso? Per due ragioni: a Napoli c’è più evasione e a Napoli c’è meno ricchezza. Per uscire dal pantano occorre affrontare entrambi i temi. Sul fronte del contrasto al nero il progetto annunciato dal Comune di combattere l’evasione è due volte meritevole: per far cassa e per ragioni di equità visto che quando c’è da affrontare un sacrificio tutti devono fare la propria parte. Tuttavia la lotta all’evasione non permette a Napoli di pareggiare Milano, al Sud di raggiungere il Nord. I dati sul Pil comprensivi del sommerso vedono la città lombarda ricca il doppio di quella napoletana per cui con la sola lotta all’evasione e agli sprechi il Comune di Napoli non sarà mai florido come quello di Milano.

La gran parte del divario tra il Sud e il Nord va colmata con azioni che favoriscano lo sviluppo economico e quindi la crescita della base imponibile, cioè della torta. Come? In una fase di crisi l’impulso alla crescita non può essere solo locale. Occorrono iniezioni di risorse dall’esterno. Con un uso pieno e intelligente dei fondi europei, certo. Con un incremento dei flussi turistici, ovviamente. Ma soprattutto contrastando i fattori che frenano la città e mettendo in vetrina le enormi potenzialità di una comunità ricca di intelligenze e di risorse territoriali inutilizzate.

Il 29 agosto quindi Milano e Napoli, i grandi come i piccoli Comuni, faranno fronte compatto per chiedere l’azzeramento dei tagli decisi dal governo. Ma Napoli è tutto il Sud sanno che per loro le sfide sono anche altre. Primo: va tenuta alta la guardia perché il federalismo fiscale sia quello previsto dalla Costituzione del 2001 e non una sua traduzione truffaldina. Secondo: occorre contrastare i nostri mali endemici a partire dalla mediocre fedeltà fiscale. Terzo: va vinta la sfida dello sviluppo ricordando a noi stessi e al mondo che se Napoli è uno splendido posto dove vivere non c’è nessuna ragione per cui non possa essere anche un meraviglioso posto dove lavorare.

Ed ora i numeri. L’addizionale comunale Irpef per legge può salire al massimo a 0,80% e quella di Napoli è già a quota 0,50%. Milano è ferma a zero perché potendo contare su molte risorse non ha mai avuto bisogno di utilizzare questa leva fiscale e quindi potrà compensare integralmente i tagli di Ferragosto portando nel 2012 l’addizionale da zero a 0,28%, con un beneficio in cassa di 79 milioni, cioè 61 euro per abitante. Ma cosa accade a Napoli? Portando la leva fiscale al massimo di legge e cioè da 0,50% a 0,80% la città partenopea ha un beneficio di soli 27 milioni sui 110 milioni del taglio e si ferma a una copertura del 24,6% ovvero meno di un quarto del necessario. Per coprire al 100% i tagli di Ferragosto l’addizionale dovrebbe salire di 1,22 punti dallDove i redditi sono ridotti, anche il gettito fiscale pro capite è modesto: dalle simulazioni dell’Ifel si deduce che a Milano un punto di addizionale Irpef porta nelle casse municipali 280 milioni di euro, traducibili in 220 euro per abitante, mentre a Napoli a parità di aliquota fiscale arrivano appena 90 milioni, cioè poco più di 90 euro per residente. La lotta all’evasione può far crescere quei 90 euro a 110 o forse a 120 euro. Ma il differenziale da 110-120 euro pro capite fino a 220 euro si intacca soltanto se la città diventerà più ricca.’attuale 0,50 a 1,72%

Dove i redditi sono ridotti, anche il gettito fiscale pro capite è modesto: dalle simulazioni dell’Ifel si deduce che a Milano un punto di addizionale Irpef porta nelle casse municipali 280 milioni di euro, traducibili in 220 euro per abitante, mentre a Napoli a parità di aliquota fiscale arrivano appena 90 milioni, cioè poco più di 90 euro per residente. La lotta all’evasione può far crescere quei 90 euro a 110 o forse a 120 euro. Ma il differenziale da 110-120 euro pro capite fino a 220 euro si intacca soltanto se la città diventerà più ricca.

(l'autore è assessore allo Sviluppo del Comune di Napoli e sarà a Milano il 29 agosto come delegato del sindaco alla manifestazione dell'Anci)


Fonte : Marco Esposito

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Riceviamo e postiamo :




di Marco Esposito Napoli,28 Agosto,2011



La manifestazione di protesta dell'Anci si tiene lunedì 29 agosto 2011 a Milano. I più agguerriti sono i sindaci dei piccoli Comuni del Piemonte che temono di essere declassati a frazione. Ma ad avere motivi per arrabbiarsi sono soprattutto i meridionali. E’ al Sud infatti che si concentrano i tagli del governo ai Comuni decisi con la manovra di Ferragosto.

Rinvio i numeri alla fine per non appesantire l’articolo. Per il 2012 a Milano il decreto prevede un colpo di forbici per abitante che è la metà di quello di Napoli. Perché? Non c’entra nulla l’efficienza, il rispetto del patto di stabilità e così via. E nella Costituzione non c’è traccia per giustificare un trattamento diseguale, visto che gli enti locali devono ricevere le risorse per coprire “integralmente” le funzioni loro assegnate. L’unica spiegazione plausibile è che il governo colpisce con mano più pesante chi è debole, perché immagina che la protesta dei deboli sarà flebile.

Ci sono argomenti quindi per aprire l’ennesimo scontro Nord-Sud; tuttavia a Milano i Comuni devono essere compatti e solidali perché unitario è l’interesse a far valere un articolo chiave della Costituzione, il 114, riformato esattamente dieci anni fa con il sì degli italiani al referendum del 7 ottobre 2001: “La Repubblica è costituita dai Comuni, dalle Province, dalle Regioni e dallo Stato”. E quindi lo Stato non può arrogarsi il diritto di decidere in solitudine.

I conti della manovra di Ferragosto permettono però di raccogliere altre informazioni interessanti. Il governo infatti concede ai Comuni la possibilità di aumentare l’addizionale Irpef in modo da coprire i tagli. Per pareggiare il taglio del 2012 a Milano serve una piccola addizionale sulle diverse aliquote Irpef. A Napoli invece l’aliquota addizionale dovrebbe crescere oltre il massimo di legge e quindi sarà impossibile Ma la battaglia non può essere solo politica. Come mai se a Napoli si introduce una tassa il gettito, e quindi il beneficio collettivo, è così basso? Per due ragioni: a Napoli c’è più evasione e a Napoli c’è meno ricchezza. Per uscire dal pantano occorre affrontare entrambi i temi. Sul fronte del contrasto al nero il progetto annunciato dal Comune di combattere l’evasione è due volte meritevole: per far cassa e per ragioni di equità visto che quando c’è da affrontare un sacrificio tutti devono fare la propria parte. Tuttavia la lotta all’evasione non permette a Napoli di pareggiare Milano, al Sud di raggiungere il Nord. I dati sul Pil comprensivi del sommerso vedono la città lombarda ricca il doppio di quella napoletana per cui con la sola lotta all’evasione e agli sprechi il Comune di Napoli non sarà mai florido come quello di Milano.fronteggiare i tagli senza intaccare i servizi.

La prima battaglia è quindi tutta politica: non è possibile che il governo costringa alcuni Comuni a mozzare i servizi sociali (chi aprirà le scuole?) mentre il federalismo fiscale prevede almeno sulla carta la lotta gli sprechi, non la fine in una sola parte del Paese dei servizi sociali fondamentali.

Ma la battaglia non può essere solo politica. Come mai se a Napoli si introduce una tassa il gettito, e quindi il beneficio collettivo, è così basso? Per due ragioni: a Napoli c’è più evasione e a Napoli c’è meno ricchezza. Per uscire dal pantano occorre affrontare entrambi i temi. Sul fronte del contrasto al nero il progetto annunciato dal Comune di combattere l’evasione è due volte meritevole: per far cassa e per ragioni di equità visto che quando c’è da affrontare un sacrificio tutti devono fare la propria parte. Tuttavia la lotta all’evasione non permette a Napoli di pareggiare Milano, al Sud di raggiungere il Nord. I dati sul Pil comprensivi del sommerso vedono la città lombarda ricca il doppio di quella napoletana per cui con la sola lotta all’evasione e agli sprechi il Comune di Napoli non sarà mai florido come quello di Milano.

La gran parte del divario tra il Sud e il Nord va colmata con azioni che favoriscano lo sviluppo economico e quindi la crescita della base imponibile, cioè della torta. Come? In una fase di crisi l’impulso alla crescita non può essere solo locale. Occorrono iniezioni di risorse dall’esterno. Con un uso pieno e intelligente dei fondi europei, certo. Con un incremento dei flussi turistici, ovviamente. Ma soprattutto contrastando i fattori che frenano la città e mettendo in vetrina le enormi potenzialità di una comunità ricca di intelligenze e di risorse territoriali inutilizzate.

Il 29 agosto quindi Milano e Napoli, i grandi come i piccoli Comuni, faranno fronte compatto per chiedere l’azzeramento dei tagli decisi dal governo. Ma Napoli è tutto il Sud sanno che per loro le sfide sono anche altre. Primo: va tenuta alta la guardia perché il federalismo fiscale sia quello previsto dalla Costituzione del 2001 e non una sua traduzione truffaldina. Secondo: occorre contrastare i nostri mali endemici a partire dalla mediocre fedeltà fiscale. Terzo: va vinta la sfida dello sviluppo ricordando a noi stessi e al mondo che se Napoli è uno splendido posto dove vivere non c’è nessuna ragione per cui non possa essere anche un meraviglioso posto dove lavorare.

Ed ora i numeri. L’addizionale comunale Irpef per legge può salire al massimo a 0,80% e quella di Napoli è già a quota 0,50%. Milano è ferma a zero perché potendo contare su molte risorse non ha mai avuto bisogno di utilizzare questa leva fiscale e quindi potrà compensare integralmente i tagli di Ferragosto portando nel 2012 l’addizionale da zero a 0,28%, con un beneficio in cassa di 79 milioni, cioè 61 euro per abitante. Ma cosa accade a Napoli? Portando la leva fiscale al massimo di legge e cioè da 0,50% a 0,80% la città partenopea ha un beneficio di soli 27 milioni sui 110 milioni del taglio e si ferma a una copertura del 24,6% ovvero meno di un quarto del necessario. Per coprire al 100% i tagli di Ferragosto l’addizionale dovrebbe salire di 1,22 punti dallDove i redditi sono ridotti, anche il gettito fiscale pro capite è modesto: dalle simulazioni dell’Ifel si deduce che a Milano un punto di addizionale Irpef porta nelle casse municipali 280 milioni di euro, traducibili in 220 euro per abitante, mentre a Napoli a parità di aliquota fiscale arrivano appena 90 milioni, cioè poco più di 90 euro per residente. La lotta all’evasione può far crescere quei 90 euro a 110 o forse a 120 euro. Ma il differenziale da 110-120 euro pro capite fino a 220 euro si intacca soltanto se la città diventerà più ricca.’attuale 0,50 a 1,72%

Dove i redditi sono ridotti, anche il gettito fiscale pro capite è modesto: dalle simulazioni dell’Ifel si deduce che a Milano un punto di addizionale Irpef porta nelle casse municipali 280 milioni di euro, traducibili in 220 euro per abitante, mentre a Napoli a parità di aliquota fiscale arrivano appena 90 milioni, cioè poco più di 90 euro per residente. La lotta all’evasione può far crescere quei 90 euro a 110 o forse a 120 euro. Ma il differenziale da 110-120 euro pro capite fino a 220 euro si intacca soltanto se la città diventerà più ricca.

(l'autore è assessore allo Sviluppo del Comune di Napoli e sarà a Milano il 29 agosto come delegato del sindaco alla manifestazione dell'Anci)


Fonte : Marco Esposito

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Perchè siamo meridionalisti?

http://www.youtube.com/watch?v=1-_KabcRdfc&feature=feedu


Roberto D'alessandro, grande interprete di "TERRONI" spiega alla folta platea i 150 anni dell'unità d'Italia. L'opera è stata tratta dal libro di Pino Aprile. Vedere il video per capire perchè' siamo diventati meridionalisti.

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http://www.youtube.com/watch?v=1-_KabcRdfc&feature=feedu


Roberto D'alessandro, grande interprete di "TERRONI" spiega alla folta platea i 150 anni dell'unità d'Italia. L'opera è stata tratta dal libro di Pino Aprile. Vedere il video per capire perchè' siamo diventati meridionalisti.

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Prezzi: Consumatori, In Arrivo Stangata Da Oltre 1.500 Euro

(ASCA) - Roma, 27 ago - ''E' assolutamente insopportabile che in molti settori dell'economia si stiano verificando aumenti di prezzi e tariffe''. A lanciare l'allarme sono Rosario Trefiletti (Federconsumaotori) ed Elio Lannutti (Adusbef), che denunciano: ''Le ricadute saranno oltretutto pesantissime per le famiglie e potranno raggiungere a regime un taglio del loro potere di acquisto di oltre i 2000 Euro annui, pari all' 86% delle poste definite in manovra''. ''A tale proposito aggiorniamo le previsioni dell'O.N.F. relative alla stangata per il 2011, che sara' di oltre 1500 euro e che con l'aumento del costo del denaro deciso dalla BCE - spiegano - incidera' sui mutui e sui prestiti, e con l'aggiunta dei costi per i prodotti scolastici, libri e corredo, crescera' ulteriormente''. Trefiletti e Lannutti chiedono di ''avviare severi controlli e verifiche per eliminare ogni ombra di speculazione''. L'aumento dei prezzi ''si puo' ascrivere solo a volonta' speculative che nulla dovrebbero avere con sane regole di mercato. Infatti, il Paese e' attraversato da una forte contrazione dei consumi, a partire da quelli legati all'alimentazione. Tutto cio' non deve essere permesso - concludono Trefiletti e Lannutti - ne chiediamo quindi il blocco e rivendichiamo maggiori verifiche, controlli e soprattutto sanzioni da tutte le autorita' istituzionali preposte''.

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(ASCA) - Roma, 27 ago - ''E' assolutamente insopportabile che in molti settori dell'economia si stiano verificando aumenti di prezzi e tariffe''. A lanciare l'allarme sono Rosario Trefiletti (Federconsumaotori) ed Elio Lannutti (Adusbef), che denunciano: ''Le ricadute saranno oltretutto pesantissime per le famiglie e potranno raggiungere a regime un taglio del loro potere di acquisto di oltre i 2000 Euro annui, pari all' 86% delle poste definite in manovra''. ''A tale proposito aggiorniamo le previsioni dell'O.N.F. relative alla stangata per il 2011, che sara' di oltre 1500 euro e che con l'aumento del costo del denaro deciso dalla BCE - spiegano - incidera' sui mutui e sui prestiti, e con l'aggiunta dei costi per i prodotti scolastici, libri e corredo, crescera' ulteriormente''. Trefiletti e Lannutti chiedono di ''avviare severi controlli e verifiche per eliminare ogni ombra di speculazione''. L'aumento dei prezzi ''si puo' ascrivere solo a volonta' speculative che nulla dovrebbero avere con sane regole di mercato. Infatti, il Paese e' attraversato da una forte contrazione dei consumi, a partire da quelli legati all'alimentazione. Tutto cio' non deve essere permesso - concludono Trefiletti e Lannutti - ne chiediamo quindi il blocco e rivendichiamo maggiori verifiche, controlli e soprattutto sanzioni da tutte le autorita' istituzionali preposte''.

 
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