domenica 19 giugno 2011

In memoria d'un mio avo


di Andrea Balìa


Quelli che mi conoscono questa storia l’hanno sentita e non vorrei annoiarli. E’ però, per me, molto importante in quanto motivo d’orgoglio e senso d’appartenenza, legame con le proprie radici.
E contraddistingue il mio attuale impegno politico, la mia passione, conferendole una ragione in più, e tenendo vivo un senso di continuità che giustifica fino in fondo il perché di questo omaggio, di queste parole in questo giorno.
Ero un bambino, ahimè molti anni fa, e in casa della famiglia di mia madre, dei miei nonni materni, ho ascoltato a più riprese in quei momenti particolari come il fine pranzo (quando si è portati a raccontarsi vecchie storie), o in serate dove la televisione non c’era ancora a farla da padrona, o ancora vicino al letto di mio nonno (che ricordo ormai sempre malato nei suoi ultimi anni di vita), delle storie che m’apparivano come leggende, fantastiche e tenebrose, affascinanti come il racconto di eroi, d’uomini dal coraggio indomito d’altri tempi.
Tali mi apparivano e non mi era ben chiaro dove finisse la verità ed iniziasse il favoleggiare di quei racconti, di quelle memorie. Ricordo ancora che quando cercavo di capirne di più, e mi ripetevo in domande dettate dalla curiosità, venivo zittito e c’era un’aria tra i presenti del tipo : “va bene, ma meglio non approfondire, meglio non parlarne troppo, sono storie vecchie…” , quasi come qualcosa da rimuovere, di cui è bene forse ricordarsi, ma poi non più di tanto, come se un qualcosa di pericoloso, tra il mistero e l’ineluttabile faceva propendere per non entrarvi dentro più di tanto, storie per una malcelata opportunità quasi da rimuovere…
Il senso malefico inculcato del minoritarismo!
Per quelli che non conoscono questa storia della mia famiglia, vado a svelare il cognome di mia madre : CROCCO!
Ebbene, si, solo circa 22/23 anni fa, iniziando ad interessarmi della storia del nostro Sud, ho ricollegato : il famoso, forse quello più famoso, brigante Carmine Crocco, era un mio avo diretto.
Nei fatti, mio nonno materno Giovanni Crocco, era un nipote – diciamo di 2° grado – di Carmine Crocco. Nei fatti suo padre era un cugino del famoso brigante. Infatti i miei nonni erano originari di Rionero in Vulture in Basilicata, il paese dove c’è ancora la casa originaria del nostro personaggio, e dove i miei genitori erano andati “sfollati” (come si usava dire) ai tempi dell’ultima guerra, rifugiandosi dai parenti ancora là residenti.
Quando ho ricollegato il tutto per me s’è risvegliato il mondo dei ricordi d’infanzia, di quelle storie ascoltate rapito come può esserlo un bambino tra i 6 e i 7 anni; ho chiesto ad un mio cugino più grande che fa proprio Crocco di cognome, che m’ha confermato il tutto, dandomi ulteriori ragguagli.
Che dire? Anche se può sembrare eccessivo, esagerato, avverto come un senso di grande responsabilità, di dovere, il portare rispetto negli atti e nei fatti dei miei impegni politici al proseguimento di ideali cui il mio avo ha donato i suoi anni, la sua gioventù, la sua vita. La difesa della propria terra, la dignità della difesa dell’appartenenza ad un mondo e a dei costumi millenari di cui il nostro Sud è portatore. La difesa della libertà contro l’espropriazione dei beni e delle leggi che uno Stato s’era dato in sette secoli d’autonomia.
Alto va il mio ricordo, fiero di cotanta progenie, nel giorno in cui (18 Giugno) 106 anni fa Carmine Crocco, brigante, partigiano e capo fino di 5.000 uomini circa organizzati in bande, terminò la sua incredibile, avventurosa e gloriosa vita nelle carceri di Livorno.

Andrea Balìa


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di Andrea Balìa


Quelli che mi conoscono questa storia l’hanno sentita e non vorrei annoiarli. E’ però, per me, molto importante in quanto motivo d’orgoglio e senso d’appartenenza, legame con le proprie radici.
E contraddistingue il mio attuale impegno politico, la mia passione, conferendole una ragione in più, e tenendo vivo un senso di continuità che giustifica fino in fondo il perché di questo omaggio, di queste parole in questo giorno.
Ero un bambino, ahimè molti anni fa, e in casa della famiglia di mia madre, dei miei nonni materni, ho ascoltato a più riprese in quei momenti particolari come il fine pranzo (quando si è portati a raccontarsi vecchie storie), o in serate dove la televisione non c’era ancora a farla da padrona, o ancora vicino al letto di mio nonno (che ricordo ormai sempre malato nei suoi ultimi anni di vita), delle storie che m’apparivano come leggende, fantastiche e tenebrose, affascinanti come il racconto di eroi, d’uomini dal coraggio indomito d’altri tempi.
Tali mi apparivano e non mi era ben chiaro dove finisse la verità ed iniziasse il favoleggiare di quei racconti, di quelle memorie. Ricordo ancora che quando cercavo di capirne di più, e mi ripetevo in domande dettate dalla curiosità, venivo zittito e c’era un’aria tra i presenti del tipo : “va bene, ma meglio non approfondire, meglio non parlarne troppo, sono storie vecchie…” , quasi come qualcosa da rimuovere, di cui è bene forse ricordarsi, ma poi non più di tanto, come se un qualcosa di pericoloso, tra il mistero e l’ineluttabile faceva propendere per non entrarvi dentro più di tanto, storie per una malcelata opportunità quasi da rimuovere…
Il senso malefico inculcato del minoritarismo!
Per quelli che non conoscono questa storia della mia famiglia, vado a svelare il cognome di mia madre : CROCCO!
Ebbene, si, solo circa 22/23 anni fa, iniziando ad interessarmi della storia del nostro Sud, ho ricollegato : il famoso, forse quello più famoso, brigante Carmine Crocco, era un mio avo diretto.
Nei fatti, mio nonno materno Giovanni Crocco, era un nipote – diciamo di 2° grado – di Carmine Crocco. Nei fatti suo padre era un cugino del famoso brigante. Infatti i miei nonni erano originari di Rionero in Vulture in Basilicata, il paese dove c’è ancora la casa originaria del nostro personaggio, e dove i miei genitori erano andati “sfollati” (come si usava dire) ai tempi dell’ultima guerra, rifugiandosi dai parenti ancora là residenti.
Quando ho ricollegato il tutto per me s’è risvegliato il mondo dei ricordi d’infanzia, di quelle storie ascoltate rapito come può esserlo un bambino tra i 6 e i 7 anni; ho chiesto ad un mio cugino più grande che fa proprio Crocco di cognome, che m’ha confermato il tutto, dandomi ulteriori ragguagli.
Che dire? Anche se può sembrare eccessivo, esagerato, avverto come un senso di grande responsabilità, di dovere, il portare rispetto negli atti e nei fatti dei miei impegni politici al proseguimento di ideali cui il mio avo ha donato i suoi anni, la sua gioventù, la sua vita. La difesa della propria terra, la dignità della difesa dell’appartenenza ad un mondo e a dei costumi millenari di cui il nostro Sud è portatore. La difesa della libertà contro l’espropriazione dei beni e delle leggi che uno Stato s’era dato in sette secoli d’autonomia.
Alto va il mio ricordo, fiero di cotanta progenie, nel giorno in cui (18 Giugno) 106 anni fa Carmine Crocco, brigante, partigiano e capo fino di 5.000 uomini circa organizzati in bande, terminò la sua incredibile, avventurosa e gloriosa vita nelle carceri di Livorno.

Andrea Balìa


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1 commento:

michele casella ha detto...

Le memorie del tuo avo (roba scritta proprio da lui!) testimoniano le uccisioni, le stragi che ha compiuto, comandato e tollerato! Un'impresa per tutte, l'incendio di Trivigno allorché, gabbando Borjes, permise che delle persone fossero bruciate vive nel letto dove giacevano ammalate. Io non mi vanterei tanto di cotanto avo!

 
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