giovedì 30 aprile 2026

BUONI PASTO (E STIPENDI ADEGUATI) PER DOCENTI E PERSONALE ATA - comunicato stampa

COMUNICATO STAMPA

Il Partito del Sud-Meridionalisti Progressisti denuncia con forza una grave discriminazione che continua a colpire migliaia di lavoratrici e lavoratori della scuola italiana: la mancata introduzione dei buoni pasto per docenti e personale ATA.

Ad oggi, dopo anni di richieste, mobilitazioni e atti parlamentari, questo diritto resta ancora senza riconoscimento. Il personale scolastico rientra tra le poche categorie della Pubblica Amministrazione prive di uno strumento che altrove risulta ormai consolidato.

Allo stesso tempo il Governo continua a rinviare decisioni concrete, da tempo richieste, evitando di inserire la misura tra le priorità politiche. Parliamo di lavoratori che garantiscono ogni giorno il funzionamento della scuola pubblica, spesso oltre l’orario formale di servizio, tra attività didattiche, amministrative e responsabilità crescenti.

A queste donne e uomini viene negato un diritto essenziale: quello a una pausa dignitosa durante la giornata lavorativa. I buoni pasto rappresentano uno strumento di welfare. Sono riconosciuti dalla normativa come servizio sostitutivo della mensa e risultano diffusi in gran parte del pubblico impiego. La loro assenza proprio nel comparto scuola produce una disparità ingiusta e incomprensibile.

Questa situazione determina una evidente violazione del principio di pari dignità tra lavoratori. Esistono diritti uguali per tutti. La scuola si regge ancora sul sacrificio quotidiano del proprio personale.

Noi affermiamo con chiarezza: il lavoro nella scuola è lavoro vero. Come tale merita rispetto, tutela e valorizzazione. Chiediamo al Governo e alle istituzioni competenti un intervento immediato, con l’inserimento del riconoscimento dei buoni pasto nel prossimo contratto collettivo nazionale della scuola. Al tempo stesso richiamiamo un principio sacrosanto per tutti i dipendenti PA e cioè che questi buoni rappresentano comunque un palliativo rispetto ad un aumento dello stipendio legato all’inflazione, sempre maggiore, così da avere “una retribuzione sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa” (Cost. Art. 36) visto che i buoni pasto non vengono poi calcolati ai fini pensionistici.

Il tutto rappresenta una umiliazione del ruolo del lavoratore soprattutto di quelle fasce più deboli e precarie.

Si tratta di un atto di giustizia. Restituire dignità al personale scolastico significa rafforzare l’intero sistema educativo del Paese. Senza rispetto e dignità per il ruolo di chi lavora nella scuola, come richiamato più volte da Gaetano Salvemini nelle sue opere, il futuro della Scuola pubblica resta più nebuloso e in costante pericolo di fronte a privatizzazioni sempre più pervasive.


Comitato Direttivo Nazionale Partito del Sud–Meridionalisti Progressisti




Leggi tutto »

COMUNICATO STAMPA

Il Partito del Sud-Meridionalisti Progressisti denuncia con forza una grave discriminazione che continua a colpire migliaia di lavoratrici e lavoratori della scuola italiana: la mancata introduzione dei buoni pasto per docenti e personale ATA.

Ad oggi, dopo anni di richieste, mobilitazioni e atti parlamentari, questo diritto resta ancora senza riconoscimento. Il personale scolastico rientra tra le poche categorie della Pubblica Amministrazione prive di uno strumento che altrove risulta ormai consolidato.

Allo stesso tempo il Governo continua a rinviare decisioni concrete, da tempo richieste, evitando di inserire la misura tra le priorità politiche. Parliamo di lavoratori che garantiscono ogni giorno il funzionamento della scuola pubblica, spesso oltre l’orario formale di servizio, tra attività didattiche, amministrative e responsabilità crescenti.

A queste donne e uomini viene negato un diritto essenziale: quello a una pausa dignitosa durante la giornata lavorativa. I buoni pasto rappresentano uno strumento di welfare. Sono riconosciuti dalla normativa come servizio sostitutivo della mensa e risultano diffusi in gran parte del pubblico impiego. La loro assenza proprio nel comparto scuola produce una disparità ingiusta e incomprensibile.

Questa situazione determina una evidente violazione del principio di pari dignità tra lavoratori. Esistono diritti uguali per tutti. La scuola si regge ancora sul sacrificio quotidiano del proprio personale.

Noi affermiamo con chiarezza: il lavoro nella scuola è lavoro vero. Come tale merita rispetto, tutela e valorizzazione. Chiediamo al Governo e alle istituzioni competenti un intervento immediato, con l’inserimento del riconoscimento dei buoni pasto nel prossimo contratto collettivo nazionale della scuola. Al tempo stesso richiamiamo un principio sacrosanto per tutti i dipendenti PA e cioè che questi buoni rappresentano comunque un palliativo rispetto ad un aumento dello stipendio legato all’inflazione, sempre maggiore, così da avere “una retribuzione sufficiente a garantire un’esistenza libera e dignitosa” (Cost. Art. 36) visto che i buoni pasto non vengono poi calcolati ai fini pensionistici.

Il tutto rappresenta una umiliazione del ruolo del lavoratore soprattutto di quelle fasce più deboli e precarie.

Si tratta di un atto di giustizia. Restituire dignità al personale scolastico significa rafforzare l’intero sistema educativo del Paese. Senza rispetto e dignità per il ruolo di chi lavora nella scuola, come richiamato più volte da Gaetano Salvemini nelle sue opere, il futuro della Scuola pubblica resta più nebuloso e in costante pericolo di fronte a privatizzazioni sempre più pervasive.


Comitato Direttivo Nazionale Partito del Sud–Meridionalisti Progressisti




martedì 28 aprile 2026

Scuola e lavoro in Lombardia: il Nord che predica efficienza vive di precarietà

 


Comunicato del Circolo del Partito del Sud – Lombardia
(a firma di Mario Garofalo, Coordinatore regionale Lombardia del Partito del Sud – Meridionalisti Progressisti)

È ora di dirlo con chiarezza: la Lombardia, presentata da decenni come modello di efficienza e “buon governo del Nord”, è oggi una delle regioni italiane dove la precarietà nel settore pubblico – a cominciare dalla scuola – ha raggiunto livelli intollerabili.
Migliaia di cattedre scoperte, docenti costretti a trasferirsi di provincia in provincia, contratti a tempo determinato che si rinnovano ogni anno: ecco la realtà nascosta dietro la retorica dei primati lombardi.

Le recenti misure legate al PNRR e le scelte del governo centrale confermano purtroppo una linea fallimentare. Si parla di modernizzazione, si continuano a tagliare risorse e opportunità di stabilizzazione. Si tutelano solo formalmente idonei e sovrannumerari, lasciando irrisolto il vero nodo: la mancanza di un piano strutturale di reclutamento e valorizzazione del personale.

Per il Partito del Sud e per Mario Garofalo, questa è una questione di contratti e stipendi: è il riflesso di uno squilibrio territoriale e di potere.
La Lombardia è il Nord “che produce per mantenere il Sud”, come certa propaganda vuole far credere. È, piuttosto, un territorio che subisce gli stessi meccanismi di disuguaglianza e sfruttamento imposti da un modello neoliberista che usa scuola e lavoro pubblico come serbatoi di precarietà.

Nel mondo dell’istruzione, l’assenza di indennità territoriali per chi lavora lontano da casa e il costo della vita in costante aumento stanno svuotando le scuole anche qui. Si reclutano insegnanti dal Sud senza garantire loro tutele, e poi li si abbandona. È lo stesso meccanismo che spinge i giovani meridionali all’emigrazione: il problema è unico, cambia solo la geografia.

Mentre a Milano si celebrano le “eccellenze” e si investe nei campus privati, nelle periferie e nei comuni più poveri crescono le disuguaglianze educative e sociali.
Questa è la Lombardia reale: un laboratorio di precarietà, di efficienza.

Il Partito del Sud – Circolo Lombardia denuncia con forza questa ipocrisia e chiede:

• Un piano straordinario di assunzioni nella scuola, con stabilizzazione immediata dei precari;
• Indennità per il lavoro fuori sede, commisurate al costo della vita lombardo;
• Risorse vere per formazione e retribuzione del personale educativo;
• Un riequilibrio dei finanziamenti pubblici per garantire piena parità territoriale tra Nord e Sud.

Come ricorda sempre Mario Garofalo, “esiste un Nord che sta bene e un Sud che chiede: esiste un’Italia intera impoverita da decenni di politiche centraliste e neoliberiste, che vanno rovesciate a partire proprio dove il mito del modello settentrionale si è trasformato in precarietà di massa.”

Per una scuola pubblica equa.
Per un Paese unito nella giustizia sociale.
Dal Sud al Nord, cambiamo direzione.





.

Leggi tutto »

 


Comunicato del Circolo del Partito del Sud – Lombardia
(a firma di Mario Garofalo, Coordinatore regionale Lombardia del Partito del Sud – Meridionalisti Progressisti)

È ora di dirlo con chiarezza: la Lombardia, presentata da decenni come modello di efficienza e “buon governo del Nord”, è oggi una delle regioni italiane dove la precarietà nel settore pubblico – a cominciare dalla scuola – ha raggiunto livelli intollerabili.
Migliaia di cattedre scoperte, docenti costretti a trasferirsi di provincia in provincia, contratti a tempo determinato che si rinnovano ogni anno: ecco la realtà nascosta dietro la retorica dei primati lombardi.

Le recenti misure legate al PNRR e le scelte del governo centrale confermano purtroppo una linea fallimentare. Si parla di modernizzazione, si continuano a tagliare risorse e opportunità di stabilizzazione. Si tutelano solo formalmente idonei e sovrannumerari, lasciando irrisolto il vero nodo: la mancanza di un piano strutturale di reclutamento e valorizzazione del personale.

Per il Partito del Sud e per Mario Garofalo, questa è una questione di contratti e stipendi: è il riflesso di uno squilibrio territoriale e di potere.
La Lombardia è il Nord “che produce per mantenere il Sud”, come certa propaganda vuole far credere. È, piuttosto, un territorio che subisce gli stessi meccanismi di disuguaglianza e sfruttamento imposti da un modello neoliberista che usa scuola e lavoro pubblico come serbatoi di precarietà.

Nel mondo dell’istruzione, l’assenza di indennità territoriali per chi lavora lontano da casa e il costo della vita in costante aumento stanno svuotando le scuole anche qui. Si reclutano insegnanti dal Sud senza garantire loro tutele, e poi li si abbandona. È lo stesso meccanismo che spinge i giovani meridionali all’emigrazione: il problema è unico, cambia solo la geografia.

Mentre a Milano si celebrano le “eccellenze” e si investe nei campus privati, nelle periferie e nei comuni più poveri crescono le disuguaglianze educative e sociali.
Questa è la Lombardia reale: un laboratorio di precarietà, di efficienza.

Il Partito del Sud – Circolo Lombardia denuncia con forza questa ipocrisia e chiede:

• Un piano straordinario di assunzioni nella scuola, con stabilizzazione immediata dei precari;
• Indennità per il lavoro fuori sede, commisurate al costo della vita lombardo;
• Risorse vere per formazione e retribuzione del personale educativo;
• Un riequilibrio dei finanziamenti pubblici per garantire piena parità territoriale tra Nord e Sud.

Come ricorda sempre Mario Garofalo, “esiste un Nord che sta bene e un Sud che chiede: esiste un’Italia intera impoverita da decenni di politiche centraliste e neoliberiste, che vanno rovesciate a partire proprio dove il mito del modello settentrionale si è trasformato in precarietà di massa.”

Per una scuola pubblica equa.
Per un Paese unito nella giustizia sociale.
Dal Sud al Nord, cambiamo direzione.





.

lunedì 20 aprile 2026

Quaderni Meridionali presenta il secondo numero della Rivista il 20 aprile a Mantova

Quaderni Meridionali, rivista impegnata nella lettura critica del Mezzogiorno e delle sue trasformazioni sociali, promuove un incontro dedicato a "Terra matta" di Vincenzo Rabito.


Nella cornice di Palazzo Cervetta dalle 17,00 si propone una riflessione su un’opera che restituisce la voce della Sicilia popolare del Novecento e, al contempo, offre una chiave di lettura ancora attuale: lavoro, migrazioni, disuguaglianze, costruzione della dignità attraverso le vite quotidiane.

A partire da questa testimonianza si apre un confronto sul valore delle fonti popolari nella storia contemporanea e sul ruolo della memoria come strumento di comprensione del presente.

Intervengono il direttore della rivista, Mario Garofalo, e il professor Carmelo Rizza, con un contributo di analisi storico-letteraria sulle culture subalterne e sulla formazione della memoria collettiva.

Un appuntamento che mette al centro un’idea semplice: la storia del Paese si comprende davvero solo quando si ascoltano le sue periferie sociali e geografiche.


Il secondo numero della rivista è disponibile online e acquistabile anche tramite Carta del Docente al seguente link:






.


Leggi tutto »

Quaderni Meridionali, rivista impegnata nella lettura critica del Mezzogiorno e delle sue trasformazioni sociali, promuove un incontro dedicato a "Terra matta" di Vincenzo Rabito.


Nella cornice di Palazzo Cervetta dalle 17,00 si propone una riflessione su un’opera che restituisce la voce della Sicilia popolare del Novecento e, al contempo, offre una chiave di lettura ancora attuale: lavoro, migrazioni, disuguaglianze, costruzione della dignità attraverso le vite quotidiane.

A partire da questa testimonianza si apre un confronto sul valore delle fonti popolari nella storia contemporanea e sul ruolo della memoria come strumento di comprensione del presente.

Intervengono il direttore della rivista, Mario Garofalo, e il professor Carmelo Rizza, con un contributo di analisi storico-letteraria sulle culture subalterne e sulla formazione della memoria collettiva.

Un appuntamento che mette al centro un’idea semplice: la storia del Paese si comprende davvero solo quando si ascoltano le sue periferie sociali e geografiche.


Il secondo numero della rivista è disponibile online e acquistabile anche tramite Carta del Docente al seguente link:






.


lunedì 23 marzo 2026

IL SUD DICE NO!

Di Natale Cuccurese


Il NO al #referendumgiustizia2026 ha vinto di quasi 8 punti, non è stato un testa a testa, ma una solenne bocciatura della proposta del governo Meloni a partire dalla proposta governativa dell’Autonomia differenziata!


Non a caso nelle Regioni del Mezzogiorno il NO ha vinto con grande vantaggio, con la punta in Sicilia con il NO è al 60,98, mentre il Comune di Napoli è addirittura al 75,49%. In altre parole Meloni e la sua proposta antipopolare e servile in politica estera è stata messa alla porta. Il Sud, come ripeto da tempo, dati alla mano, è già da anni all’opposizione di Meloni e del suo governo classista e leghista.

Come scrivevo nei giorni scorsi infatti "...il voto referendario sulla Giustizia è il perno non solo per bloccare tutto il resto, ma anche per far saltare il patto di del governo più antimeridionale della storia.
Se infatti il NO dovesse prevalere la tenuta governativa sarebbe messa a dura prova facendo prevedibilmente saltare il banco anche su tutto il resto a partire dall’Autonomia differenziata. Inizierebbe un gioco di ripicche interne che metterebbe a dura prova la riuscita degli incastri d’interesse dei partiti di governo e quindi del governo stesso. Se cade la riforma cara a Forza Italia questa difficilmente farà passare l’autonomia differenziata, così come la Lega difficilmente darà il suo assenso al premierato…”.
(https://www.meridionemeridiani.info/.../referendum.../)

Una vittoria quindi anche del Mezzogiorno nelle cui Regioni (tutte) il NO ha vinto con largo vantaggio.

Il Partito del Sud ha da subito aderito, ovunque presente, ai Comitati per il NO da Sud a Nord e partecipato con passione alla campagna referendaria. Ringrazio tutti i dirigenti, i militanti, i sostenitori che hanno partecipato a questa festa di democrazia.

Ora avanti per costruire insieme a tutte le forze antifasciste e antirazziste l’alternativa a questo governo, al fine di vedere finalmente applicata la Costituzione che anche oggi abbiamo difeso per far sì che il popolo del Sud veda finalmente ed universalmente riconosciuta la sua dignità e i pari diritti!



Leggi tutto »

Di Natale Cuccurese


Il NO al #referendumgiustizia2026 ha vinto di quasi 8 punti, non è stato un testa a testa, ma una solenne bocciatura della proposta del governo Meloni a partire dalla proposta governativa dell’Autonomia differenziata!


Non a caso nelle Regioni del Mezzogiorno il NO ha vinto con grande vantaggio, con la punta in Sicilia con il NO è al 60,98, mentre il Comune di Napoli è addirittura al 75,49%. In altre parole Meloni e la sua proposta antipopolare e servile in politica estera è stata messa alla porta. Il Sud, come ripeto da tempo, dati alla mano, è già da anni all’opposizione di Meloni e del suo governo classista e leghista.

Come scrivevo nei giorni scorsi infatti "...il voto referendario sulla Giustizia è il perno non solo per bloccare tutto il resto, ma anche per far saltare il patto di del governo più antimeridionale della storia.
Se infatti il NO dovesse prevalere la tenuta governativa sarebbe messa a dura prova facendo prevedibilmente saltare il banco anche su tutto il resto a partire dall’Autonomia differenziata. Inizierebbe un gioco di ripicche interne che metterebbe a dura prova la riuscita degli incastri d’interesse dei partiti di governo e quindi del governo stesso. Se cade la riforma cara a Forza Italia questa difficilmente farà passare l’autonomia differenziata, così come la Lega difficilmente darà il suo assenso al premierato…”.
(https://www.meridionemeridiani.info/.../referendum.../)

Una vittoria quindi anche del Mezzogiorno nelle cui Regioni (tutte) il NO ha vinto con largo vantaggio.

Il Partito del Sud ha da subito aderito, ovunque presente, ai Comitati per il NO da Sud a Nord e partecipato con passione alla campagna referendaria. Ringrazio tutti i dirigenti, i militanti, i sostenitori che hanno partecipato a questa festa di democrazia.

Ora avanti per costruire insieme a tutte le forze antifasciste e antirazziste l’alternativa a questo governo, al fine di vedere finalmente applicata la Costituzione che anche oggi abbiamo difeso per far sì che il popolo del Sud veda finalmente ed universalmente riconosciuta la sua dignità e i pari diritti!



giovedì 12 marzo 2026

Referendum Giustizia: No ultima “ridotta” per bloccare l’autonomia differenziata

di Natale Cuccurese

Calderoli avanza in Cdm con le “pre-intese”, aggirando il parere della Consulta, e così Veneto, Lombardia, Liguria e Piemonte hanno richiesto la materia non Lep riguardante la “Protezione Civile”, cioè personale, funzioni, materiali, risorse ma anche autonomia nella regolamentazione e negli standard di servizio. Tuttavia, la Protezione Civile può essere funzionale a garantire materie Lep e se la devoluzione interferisce con questo processo si crea potenzialmente un problema molto serio.

Ad esempio, durante la pandemia da Covid-19, la protezione civile ha svolto un ruolo fondamentale nell’organizzazione dei servizi in funzione anti-pandemica, con in cima alla catena di comando lo stesso presidente del Consiglio dei ministri. Sarebbe stato possibile ottenere lo stesso servizio da un insieme di protezioni civili regionali, ciascuna delle quali risponde a un diverso organo politico, quale la Regione?

La regionalizzazione della Protezione Civile potrebbe così influenzare in un prossimo futuro la capacità di offrire in modo uniforme sul territorio nazionale i servizi relativi alla “tutela della salute”, una materia invece chiaramente Lep.

Allo stesso modo, potrebbe influire sulla tutela del territorio, anch’essa una materia Lep. Più in generale, se la struttura organizzativa e di incentivi della Protezione Civile differisce da una regione all’altra, senza che siano introdotti e rispettati standard nazionali, nel caso di una emergenza, alcune regioni potrebbero non essere in grado di garantire l’organizzazione dei soccorsi, con ovvi effetti anche sul piano sanitario o di altre materie coperte dai Lep.

Se le materie non-Lep influenzano il rispetto dei Lep in altri campi, come si può separare l’attribuzione delle prime dalle seconde? Il rischio del pasticcio istituzionale, del rimpallo di responsabilità e della montagna dei ricorsi alla Corte costituzionale è dietro l’angolo.

In sostanza, definire il livello minimo dei diritti dei residenti dovrebbe essere una grande operazione politica di progresso della Repubblica e non servire a far contento un pezzo della Lega.Ovviamente il tema è vasto e comprende anche materie Lep che carsicamente e cripticamente vengono attratte dal magnete separatista.

La Regione Puglia si schiera, ad esempio, contro il tentativo eversivo leghista di limitare il diritto allo studio e alle pari opportunità dei bambini con disabilità. “Abbiamo deciso di impugnare davanti alla Consulta – ha dichiarato il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro – la legge finanziaria dello Stato perché ancora una volta si cerca di attuare quell’autonomia differenziata, già di fatto congelata dalla Corte Costituzionale, che punta a creare disuguaglianze tra le Regioni, e ciò che è peggio tra i cittadini.

Nel caso specifico le risorse attribuite dal Governo sono assolutamente insufficienti per garantire in Puglia il diritto allo studio e all’inclusione dei bambini e degli adolescenti con disabilità che hanno bisogno più di tutti delle Istituzioni e di chi garantisca loro diritti. Il riconoscimento dei LEP nella legge di bilancio avrebbe dovuto invece creare le condizioni affinché questi bambini, indipendentemente da dove sono nati o da dove vanno a scuola, avessero gli stessi diritti e le stesse opportunità di studiare e di sentirsi uguali agli altri”.

Quasi contemporaneamente anche l’ex Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca  si scaglia contro l’accordo segnalando la sperequazione in Sanità:”L’accordosiglato in questi giorni tra il Governo e quattro Regioni del Nord sull’autonomia differenziata è passato quasi sotto silenzio.

Siamo punto e a capo e si è riproposta la questione dell’autonomia differenziata, con tutti gli elementi di pericolosità e di non chiarezza che abbiamo già registrato negli anni scorsi. Se si consente alle regioni che hanno il doppio del reddito pro capite di stabilire salari integrativi, si provocherà la fuga del personale sanitario dal Sud al Nord, con il riproporsi e l’allargarsi del divario.

Voglio segnalarlo questo problema perché ancora una volta il mondo politico italiano è narcotizzato e in modo particolare il Sud è narcotizzato. Dormono tutti in piedi e non hanno capito qual è il pericolo che abbiamo di fronte.

Mi auguro che ci sia gente che abbia voglia di combattere ancora per difendere l’unità nazionale, per difendere le nostre famiglie, per difendere i nostri giovani, i nostri professionisti, i nostri laureati e diplomati, per difendere le condizioni di vita civile delle comunità del Sud.

Perché in questo quadro, il divario dal Nord è destinato a crescere drammaticamente.” In attesa che anche le altre Regioni italiane, a partire da quelle del Mezzogiorno, si destino dalla narcolessia che le ha precipitate in un silenzio complice, la domanda che ci si pone è: cosa si può fare nella pratica per fermare questa deriva?

La risposta ci arriva dal Referendum del prossimo 22-23 marzo, visto che, come con un castello di carte, vi è la possibilità d’agire concretamente per mandare all’aria i desiderata leghisti.
Infatti “tutto si tiene” come in un gioco ad incastro se pensiamo che il Referendum sulla Giustizia è uno dei tre cardini che uniscono gli interessi di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega. Ed è il solo dei tre sul quale potremo votare, già a marzo. Infatti il premierato, che interessa a FdI, dovrebbe seguire la strada di una legge elettorale, per via parlamentare, approvata a colpi di maggioranza, sulla quale non ci sarà possibilità di un referendum prima delle politiche del 2027. Quanto all’autonomia differenziata dopo la bocciatura, come visto, del Referendum è ormai sufficiente l’assenso del Parlamento.
Ecco perché il voto referendario sulla Giustizia è il perno non solo per bloccare tutto il resto, ma anche per far saltare il patto di del governo più antimeridionale della storia. Se infatti il NO dovesse prevalere la tenuta governativa sarebbe messa a dura prova facendo prevedibilmente saltare il banco anche su tutto il resto a partire dall’Autonomia differenziata. Inizierebbe un gioco di ripicche interne che metterebbe a dura prova la riuscita degli incastri d’interesse dei partiti di governo e quindi del governo stesso. Se cade la riforma cara a Forza Italia questa difficilmente farà passare l’autonomia differenziata, così come la Lega difficilmente darà il suo assenso al premierato.
Pertanto il prossimo Referendum di marzo sulla separazione delle carriere dei magistrati, a prescindere dagli aspetti tecnici del Referendum stesso, con la relativa vittoria del NO è l’ultima “ridotta” disponibile per i meridionalisti per bloccare l’Autonomia differenziata”.

Fonte: Meridione/Meridiani



Leggi tutto »

di Natale Cuccurese

Calderoli avanza in Cdm con le “pre-intese”, aggirando il parere della Consulta, e così Veneto, Lombardia, Liguria e Piemonte hanno richiesto la materia non Lep riguardante la “Protezione Civile”, cioè personale, funzioni, materiali, risorse ma anche autonomia nella regolamentazione e negli standard di servizio. Tuttavia, la Protezione Civile può essere funzionale a garantire materie Lep e se la devoluzione interferisce con questo processo si crea potenzialmente un problema molto serio.

Ad esempio, durante la pandemia da Covid-19, la protezione civile ha svolto un ruolo fondamentale nell’organizzazione dei servizi in funzione anti-pandemica, con in cima alla catena di comando lo stesso presidente del Consiglio dei ministri. Sarebbe stato possibile ottenere lo stesso servizio da un insieme di protezioni civili regionali, ciascuna delle quali risponde a un diverso organo politico, quale la Regione?

La regionalizzazione della Protezione Civile potrebbe così influenzare in un prossimo futuro la capacità di offrire in modo uniforme sul territorio nazionale i servizi relativi alla “tutela della salute”, una materia invece chiaramente Lep.

Allo stesso modo, potrebbe influire sulla tutela del territorio, anch’essa una materia Lep. Più in generale, se la struttura organizzativa e di incentivi della Protezione Civile differisce da una regione all’altra, senza che siano introdotti e rispettati standard nazionali, nel caso di una emergenza, alcune regioni potrebbero non essere in grado di garantire l’organizzazione dei soccorsi, con ovvi effetti anche sul piano sanitario o di altre materie coperte dai Lep.

Se le materie non-Lep influenzano il rispetto dei Lep in altri campi, come si può separare l’attribuzione delle prime dalle seconde? Il rischio del pasticcio istituzionale, del rimpallo di responsabilità e della montagna dei ricorsi alla Corte costituzionale è dietro l’angolo.

In sostanza, definire il livello minimo dei diritti dei residenti dovrebbe essere una grande operazione politica di progresso della Repubblica e non servire a far contento un pezzo della Lega.Ovviamente il tema è vasto e comprende anche materie Lep che carsicamente e cripticamente vengono attratte dal magnete separatista.

La Regione Puglia si schiera, ad esempio, contro il tentativo eversivo leghista di limitare il diritto allo studio e alle pari opportunità dei bambini con disabilità. “Abbiamo deciso di impugnare davanti alla Consulta – ha dichiarato il presidente della Regione Puglia, Antonio Decaro – la legge finanziaria dello Stato perché ancora una volta si cerca di attuare quell’autonomia differenziata, già di fatto congelata dalla Corte Costituzionale, che punta a creare disuguaglianze tra le Regioni, e ciò che è peggio tra i cittadini.

Nel caso specifico le risorse attribuite dal Governo sono assolutamente insufficienti per garantire in Puglia il diritto allo studio e all’inclusione dei bambini e degli adolescenti con disabilità che hanno bisogno più di tutti delle Istituzioni e di chi garantisca loro diritti. Il riconoscimento dei LEP nella legge di bilancio avrebbe dovuto invece creare le condizioni affinché questi bambini, indipendentemente da dove sono nati o da dove vanno a scuola, avessero gli stessi diritti e le stesse opportunità di studiare e di sentirsi uguali agli altri”.

Quasi contemporaneamente anche l’ex Presidente della Regione Campania Vincenzo De Luca  si scaglia contro l’accordo segnalando la sperequazione in Sanità:”L’accordosiglato in questi giorni tra il Governo e quattro Regioni del Nord sull’autonomia differenziata è passato quasi sotto silenzio.

Siamo punto e a capo e si è riproposta la questione dell’autonomia differenziata, con tutti gli elementi di pericolosità e di non chiarezza che abbiamo già registrato negli anni scorsi. Se si consente alle regioni che hanno il doppio del reddito pro capite di stabilire salari integrativi, si provocherà la fuga del personale sanitario dal Sud al Nord, con il riproporsi e l’allargarsi del divario.

Voglio segnalarlo questo problema perché ancora una volta il mondo politico italiano è narcotizzato e in modo particolare il Sud è narcotizzato. Dormono tutti in piedi e non hanno capito qual è il pericolo che abbiamo di fronte.

Mi auguro che ci sia gente che abbia voglia di combattere ancora per difendere l’unità nazionale, per difendere le nostre famiglie, per difendere i nostri giovani, i nostri professionisti, i nostri laureati e diplomati, per difendere le condizioni di vita civile delle comunità del Sud.

Perché in questo quadro, il divario dal Nord è destinato a crescere drammaticamente.” In attesa che anche le altre Regioni italiane, a partire da quelle del Mezzogiorno, si destino dalla narcolessia che le ha precipitate in un silenzio complice, la domanda che ci si pone è: cosa si può fare nella pratica per fermare questa deriva?

La risposta ci arriva dal Referendum del prossimo 22-23 marzo, visto che, come con un castello di carte, vi è la possibilità d’agire concretamente per mandare all’aria i desiderata leghisti.
Infatti “tutto si tiene” come in un gioco ad incastro se pensiamo che il Referendum sulla Giustizia è uno dei tre cardini che uniscono gli interessi di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega. Ed è il solo dei tre sul quale potremo votare, già a marzo. Infatti il premierato, che interessa a FdI, dovrebbe seguire la strada di una legge elettorale, per via parlamentare, approvata a colpi di maggioranza, sulla quale non ci sarà possibilità di un referendum prima delle politiche del 2027. Quanto all’autonomia differenziata dopo la bocciatura, come visto, del Referendum è ormai sufficiente l’assenso del Parlamento.
Ecco perché il voto referendario sulla Giustizia è il perno non solo per bloccare tutto il resto, ma anche per far saltare il patto di del governo più antimeridionale della storia. Se infatti il NO dovesse prevalere la tenuta governativa sarebbe messa a dura prova facendo prevedibilmente saltare il banco anche su tutto il resto a partire dall’Autonomia differenziata. Inizierebbe un gioco di ripicche interne che metterebbe a dura prova la riuscita degli incastri d’interesse dei partiti di governo e quindi del governo stesso. Se cade la riforma cara a Forza Italia questa difficilmente farà passare l’autonomia differenziata, così come la Lega difficilmente darà il suo assenso al premierato.
Pertanto il prossimo Referendum di marzo sulla separazione delle carriere dei magistrati, a prescindere dagli aspetti tecnici del Referendum stesso, con la relativa vittoria del NO è l’ultima “ridotta” disponibile per i meridionalisti per bloccare l’Autonomia differenziata”.

Fonte: Meridione/Meridiani



giovedì 19 febbraio 2026

Fuga di massa, insieme ai giovani ora partono anche gli anziani

 Di Natale Cuccurese

Ormai si può parlare di "esodo strutturale": numeri alla mano, in Italia, tra il 2011 e il 2024 sono emigrati 630mila giovani (18-34enni), il 49% dalle regioni del Nord e il 35% dal Mezzogiorno. Il saldo al netto degli immigrati è pari a -441mila. Complessivamente, i giovani andati all'estero nel 2011-24 corrispondono al 7% dei giovani residenti in Italia nel 2024. La fuga dal Mezzogiorno addirittura non aspetta più la laurea. Comincia prima, già al momento dell’immatricolazione. Nell’anno accademico 2024/2025 quasi 70 mila studenti meridionali – su circa 521 mila complessivi – risultano iscritti in un ateneo del Centro-Nord: oltre il 13% del totale. La quota sale fino al 21% tra chi sceglie corsi Stem.


Sono i numeri del rapporto “Un Paese, due emigrazioni” di Svimez, presentato in collaborazione con Save the Children, che fotografa un’Italia spaccata lungo la linea della formazione e del lavoro qualificato.

La mobilità “anticipata” risponde a una logica precisa: avvicinarsi ai mercati del lavoro più dinamici. Tra i laureati che conseguono il titolo in un ateneo del Centro-Nord, l’88,5% risulta occupato nella stessa macro-area a tre anni dalla laurea. Per chi si laurea nel Mezzogiorno, invece, meno del 70% trova lavoro nei territori di origine.

Ad andarsene, però, non sono più solo i giovani (dal 2002 al 2024 quasi 350mila laureati under 35 hanno lasciato il Sud in direzione del Centro-Nord), ma anche gli anziani. Che conservano la residenza al Sud ma raggiungono figli e nipoti emigrati nelle regioni settentrionali. Negli ultimi ventidue anni, i numeri dei cosiddetti “nonni con la valigia” sono quasi raddoppiati, passando da 96 mila a oltre 184mila unità.

Oltretutto già oggi l’Italia è ufficialmente il Paese più anziano d’Europa. Con un’età media di 48,7 anni, siamo in testa alla classifica UE e il dato fotografa un problema strutturale che va ben oltre il dibattito, spesso superficiale, sulla natalità.

E se l’emigrazione giovanile continuerà a questi livelli la situazione non potrà che peggiorare. Perdite che però non scalfiscono le regioni settentrionali, che compensano ampiamente le proprie partenze proprio grazie ai flussi dal Mezzogiorno. È il Sud, insomma, ad avere la peggio.

Mentre il governo nulla fa, il Mezzogiorno sta finendo: andate (se possibile) in pace.

Fonte: Il Blog di Antonio Bianco




Leggi tutto »

 Di Natale Cuccurese

Ormai si può parlare di "esodo strutturale": numeri alla mano, in Italia, tra il 2011 e il 2024 sono emigrati 630mila giovani (18-34enni), il 49% dalle regioni del Nord e il 35% dal Mezzogiorno. Il saldo al netto degli immigrati è pari a -441mila. Complessivamente, i giovani andati all'estero nel 2011-24 corrispondono al 7% dei giovani residenti in Italia nel 2024. La fuga dal Mezzogiorno addirittura non aspetta più la laurea. Comincia prima, già al momento dell’immatricolazione. Nell’anno accademico 2024/2025 quasi 70 mila studenti meridionali – su circa 521 mila complessivi – risultano iscritti in un ateneo del Centro-Nord: oltre il 13% del totale. La quota sale fino al 21% tra chi sceglie corsi Stem.


Sono i numeri del rapporto “Un Paese, due emigrazioni” di Svimez, presentato in collaborazione con Save the Children, che fotografa un’Italia spaccata lungo la linea della formazione e del lavoro qualificato.

La mobilità “anticipata” risponde a una logica precisa: avvicinarsi ai mercati del lavoro più dinamici. Tra i laureati che conseguono il titolo in un ateneo del Centro-Nord, l’88,5% risulta occupato nella stessa macro-area a tre anni dalla laurea. Per chi si laurea nel Mezzogiorno, invece, meno del 70% trova lavoro nei territori di origine.

Ad andarsene, però, non sono più solo i giovani (dal 2002 al 2024 quasi 350mila laureati under 35 hanno lasciato il Sud in direzione del Centro-Nord), ma anche gli anziani. Che conservano la residenza al Sud ma raggiungono figli e nipoti emigrati nelle regioni settentrionali. Negli ultimi ventidue anni, i numeri dei cosiddetti “nonni con la valigia” sono quasi raddoppiati, passando da 96 mila a oltre 184mila unità.

Oltretutto già oggi l’Italia è ufficialmente il Paese più anziano d’Europa. Con un’età media di 48,7 anni, siamo in testa alla classifica UE e il dato fotografa un problema strutturale che va ben oltre il dibattito, spesso superficiale, sulla natalità.

E se l’emigrazione giovanile continuerà a questi livelli la situazione non potrà che peggiorare. Perdite che però non scalfiscono le regioni settentrionali, che compensano ampiamente le proprie partenze proprio grazie ai flussi dal Mezzogiorno. È il Sud, insomma, ad avere la peggio.

Mentre il governo nulla fa, il Mezzogiorno sta finendo: andate (se possibile) in pace.

Fonte: Il Blog di Antonio Bianco




sabato 14 febbraio 2026

NOI VOTIAMO NO AL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA DEL 22 e 23 MARZO 2026!

Nessun intervento strutturale sulla giustizia!

I quesiti non incidono sulle cause reali dell’inefficienza della giustizia: carenza di organici, insufficiente digitalizzazione, organizzazione degli uffici, durata dei gradi di giudizio. Intervenire su singole norme non equivale a una riforma.

Indebolimento dell’autonomia della magistratura!

Alcune proposte riducono le garanzie di indipendenza del giudice, esponendo la funzione giurisdizionale a logiche corporative-politiche o a pressioni esterne, in contrasto con l’equilibrio costituzionale dei poteri.

Rischio di una giustizia meno efficace contro reati gravi!

La limitazione degli strumenti cautelari e disciplinari non tutela i diritti dei cittadini, ma può favorire l’impunità nei confronti di reati complessi, economici e contro la pubblica amministrazione.

Una visione punitiva e ideologica della magistratura!

Il referendum nasce da una narrazione politica che individua nella magistratura il problema, anziché nel mancato investimento pubblico nella giustizia come servizio essenziale dello Stato.


Per motivi POLITICI:

“Tutto si tiene” come in un gioco ad incastro se pensiamo che il Referendum sulla Giustizia è uno dei tre cardini che uniscono gli interessi di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega. Ed è il solo dei tre sul quale potremo votare, già a marzo.

Infatti il premierato, che interessa a FdI, dovrebbe seguire la strada di una legge elettorale, per via parlamentare, approvata a colpi di maggioranza, sulla quale non ci sarà possibilità di un referendum prima delle politiche del 2027. Quanto all’autonomia differenziata dopo la bocciatura del Referendum è ormai sufficiente l’assenso del Parlamento.

Ecco perché il voto referendario sulla Giustizia è il perno non solo per bloccare tutto il resto, ma anche per far saltare il patto di del governo più antimeridionale della storia.

Se infatti il NO dovesse prevalere la tenuta governativa sarebbe messa a dura prova facendo prevedibilmente saltare il banco anche su tutto il resto a partire dall’Autonomia differenziata.

Se cade la riforma cara a Forza Italia questa difficilmente farà passare l’autonomia differenziata, così come la Lega difficilmente darà il suo assenso al premierato.

Pertanto il prossimo Referendum di marzo sulla separazione delle carriere dei magistrati, a prescindere dagli aspetti tecnici del Referendum stesso, con la relativa vittoria del NO è l’ultima “ridotta” disponibile per i meridionalisti per bloccare l’Autonomia differenziata”.

IO VOTO NO!



Leggi tutto »

Nessun intervento strutturale sulla giustizia!

I quesiti non incidono sulle cause reali dell’inefficienza della giustizia: carenza di organici, insufficiente digitalizzazione, organizzazione degli uffici, durata dei gradi di giudizio. Intervenire su singole norme non equivale a una riforma.

Indebolimento dell’autonomia della magistratura!

Alcune proposte riducono le garanzie di indipendenza del giudice, esponendo la funzione giurisdizionale a logiche corporative-politiche o a pressioni esterne, in contrasto con l’equilibrio costituzionale dei poteri.

Rischio di una giustizia meno efficace contro reati gravi!

La limitazione degli strumenti cautelari e disciplinari non tutela i diritti dei cittadini, ma può favorire l’impunità nei confronti di reati complessi, economici e contro la pubblica amministrazione.

Una visione punitiva e ideologica della magistratura!

Il referendum nasce da una narrazione politica che individua nella magistratura il problema, anziché nel mancato investimento pubblico nella giustizia come servizio essenziale dello Stato.


Per motivi POLITICI:

“Tutto si tiene” come in un gioco ad incastro se pensiamo che il Referendum sulla Giustizia è uno dei tre cardini che uniscono gli interessi di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega. Ed è il solo dei tre sul quale potremo votare, già a marzo.

Infatti il premierato, che interessa a FdI, dovrebbe seguire la strada di una legge elettorale, per via parlamentare, approvata a colpi di maggioranza, sulla quale non ci sarà possibilità di un referendum prima delle politiche del 2027. Quanto all’autonomia differenziata dopo la bocciatura del Referendum è ormai sufficiente l’assenso del Parlamento.

Ecco perché il voto referendario sulla Giustizia è il perno non solo per bloccare tutto il resto, ma anche per far saltare il patto di del governo più antimeridionale della storia.

Se infatti il NO dovesse prevalere la tenuta governativa sarebbe messa a dura prova facendo prevedibilmente saltare il banco anche su tutto il resto a partire dall’Autonomia differenziata.

Se cade la riforma cara a Forza Italia questa difficilmente farà passare l’autonomia differenziata, così come la Lega difficilmente darà il suo assenso al premierato.

Pertanto il prossimo Referendum di marzo sulla separazione delle carriere dei magistrati, a prescindere dagli aspetti tecnici del Referendum stesso, con la relativa vittoria del NO è l’ultima “ridotta” disponibile per i meridionalisti per bloccare l’Autonomia differenziata”.

IO VOTO NO!



martedì 10 febbraio 2026

STOP AUTONOMIA DIFFERENZIATA: ULTIMA CHIAMATA!

Di Natale Cuccurese

Eravamo stati facili profeti un anno fa sui dubbi in merito alla decisione (che oggi appare sempre più inconsulta) della Consulta sulla bocciatura del Referendum sull’Autonomia differenziata perché rappresentava un grave nocumento per la tenuta democratica ed unitaria del Paese.

Spiegando le ragioni della bocciatura del Referendum, veniva fatto riferimento che «la decisione della Corte sulla non ammissibilità del referendum si riferiva alla non chiarezza del quesito, perché l’oggetto del quesito (la legge Calderoli) è oramai ridimensionato» per via della sentenza dello scorso anno che ne ha sancita la parziale, benché amplissima, incostituzionalità, sicché «ciò che residuava era difficilmente comprensibile dall’elettore».
Peccato che la decisione circa la idoneità della legge Calderoli a rimanere sottoposta a referendum dopo il suo parziale annullamento da parte della Corte costituzionale spettava, però, alla sola Corte di Cassazione, la cui valutazione a favore della idoneità non è suscettibile di revisione da parte della Corte costituzionale.
Altrettanto sorprendente è stato leggere che, con il referendum, «i cittadini sarebbero stati chiamati a votare sull’articolo 116 comma terzo della Costituzione, e cioè sul principio dell’autonomia differenziata, ma questo è contro la Costituzione». La Costituzione però attribuisce alle Regioni la possibilità di chiedere l’autonomia differenziata, ma la decisione se accogliere la richiesta o meno è rimessa allo Stato.
L’autonomia differenziata infatti non è un diritto, ma è una facoltà che lo Stato può decidere di attivare o di non attivare. Dunque, decidere di eliminare la “legge Calderoli”, in quanto volta ad agevolare l’esercizio di quella facoltà, non significa affatto pronunciarsi sulla Costituzione, bensì assumere una decisione di principio sull’attivazione o meno della facoltà in questione (il che, peraltro, non impedisce la possibilità di utilizzare direttamente l’articolo 116, comma 3 della Costituzione, come mostra l’esperienza dei Governi Gentiloni e Conte I).
Così un anno fa venendo a mancare la mobilitazione del Mezzogiorno (che infatti ha reagito se non con una astensione per protesta sicuramente con una partecipazione e mobilitazione meno sentita) è stato definitivamente impossibile raggiungere il già difficile quorum per i 5 Referendum su scurezza sul lavoro, contratti, ma anche cittadinanza.
Diciamo che così il governo si ritrovò con minor preoccupazioni di tenuta. Tenuta che sarebbe stata quasi impossibile da mantenere in caso di sconfitta referendaria.
Inoltre così stando le cose ai leghisti è stato successivamente possibile andare avanti per strappi, “fregandosene” nel breve della sentenza e procedendo a tutto gas a normare materie in merito a piacimento, o quasi, col criterio del “fatto compiuto” (o del silenzio assenso).
Ora la “Legge Truffa” che non punta a garantire diritti ai cittadini, ma ad aggirare Consulta e Parlamento sulla via del regionalismo differenziato, giace in Commissione al Senato da settembre, sotto forma di Ddl delega al governo per la definizione dei LEP, i Livelli essenziali delle prestazioni riguardo ai diritti civili e sociali che lo Stato dovrebbe garantire a tutti i cittadini secondo l’articolo 117 della Costituzione.
Calderoli s’è infatti portato avanti firmando pre-intese con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria su alcune “materie non LEP” e infilando nella legge di Bilancio approvata a fine anno alcuni articoli che definiscono una serie di “Livelli essenziali delle prestazioni” da circa un mese oggetto di un ciclo di audizioni informali che hanno messo in rilievo il tipo di “truffa” che si vuole consumare.
Il Ddl in questione serve alla “completa attuazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione”, che non è quello che assegna alla Stato il compito di definire e garantire i LEP, ma quello che prevede “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”. Il costituzionalista Francesco Pallante così si è espresso: “imprime fin dall’origine alla definizione dei Lep una torsione destinata a distoglierli dalle finalità costituzionali cui dovrebbero essere preposti”. Mentre per lo Svimez: “i Lep non rappresentano uno strumento funzionale al regionalismo differenziato, ma un presidio ordinario dell’eguaglianza sostanziale dei diritti di cittadinanza”.
Ma la vicenda diventa clamorosa se pensiamo, ad esempio, che Veneto, Lombardia, Liguria e Piemonte hanno richiesto la materia non Lep riguardante la “Protezione Civile”, cioè personale, funzioni, materiali, risorse ma anche autonomia nella regolamentazione e negli standard di servizio. Tuttavia, la Protezione Civile può essere funzionale a garantire materie Lep e se la devoluzione interferisce con questo processo si crea potenzialmente un problema molto serio.
Ad esempio, durante la pandemia da Covid-19, la protezione civile ha svolto un ruolo fondamentale nell’organizzazione dei servizi in funzione anti-pandemica, con in cima alla catena di comando lo stesso presidente del Consiglio dei ministri. Sarebbe stato possibile ottenere lo stesso servizio da un insieme di protezioni civili regionali, ciascuna delle quali risponde a un diverso organo politico, quale la Regione?
La regionalizzazione della Protezione Civile potrebbe così influenzare in un prossimo futuro la capacità di offrire in modo uniforme sul territorio nazionale i servizi relativi alla “tutela della salute”, una materia invece chiaramente Lep.
Allo stesso modo, potrebbe influire sulla tutela del territorio, anch’essa una materia Lep. Più in generale, se la struttura organizzativa e di incentivi della Protezione Civile differisce da una regione all’altra, senza che siano introdotti e rispettati standard nazionali, nel caso di una emergenza, alcune regioni potrebbero non essere in grado di garantire l’organizzazione dei soccorsi, con ovvi effetti anche sul piano sanitario o di altre materie coperte dai Lep.
Se le materie non-Lep influenzano il rispetto dei Lep in altri campi, come si può separare l’attribuzione delle prime dalle seconde?
Il rischio del pasticcio istituzionale, del rimpallo di responsabilità e della montagna dei ricorsi alla Corte costituzionale è dietro l’angolo.
In sostanza, definire il livello minimo dei diritti dei residenti dovrebbe essere una grande operazione politica di progresso della Repubblica e non servire a far contento un pezzo della Lega
Si può pertanto affermare che l’Autonomia differenziata è un progetto liberista che mette in pericolo l’unità stessa del Paese. Chi si è accodato a queste richieste, spesso definendosi patriota (non si sa di quale patria, evidentemente quella Padana) si assume interamente e a futura memoria la responsabilità della possibile, e certo non auspicabile, “balcanizzazione” del Paese. Il tutto mentre i dati Istat degli ultimi anni, pongono in evidenza come i divari territoriali e sociali da anni si stanno sempre più approfondendo, così come la desertificazione demografica del Mezzogiorno.
Questa vicenda però ci deve far capire che, come con un castello di carte, vi è la possibilità d’agire concretamente per mandare all’aria i desiderata leghisti.
Infatti “tutto si tiene” come in un gioco ad incastro se pensiamo che il Referendum sulla Giustizia è uno dei tre cardini che uniscono gli interessi di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega. Ed è il solo dei tre sul quale potremo votare, già a marzo.
Infatti il premierato, che interessa a FdI, dovrebbe seguire la strada di una legge elettorale, per via parlamentare, approvata a colpi di maggioranza, sulla quale non ci sarà possibilità di un referendum prima delle politiche del 2027. Quanto all’autonomia differenziata dopo la bocciatura, come visto, del Referendum è ormai sufficiente l’assenso del Parlamento.
Ecco perché il voto referendario sulla Giustizia è il perno non solo per bloccare tutto il resto, ma anche per far saltare il patto di del governo più antimeridionale della storia. Se infatti il NO dovesse prevalere la tenuta governativa sarebbe messa a dura prova facendo prevedibilmente saltare il banco anche su tutto il resto a partire dall’Autonomia differenziata. Inizierebbe un gioco di ripicche interne che metterebbe a dura prova la riuscita degli incastri d’interesse dei partiti di governo e quindi del governo stesso. Se cade la riforma cara a Forza Italia questa difficilmente farà passare l’autonomia differenziata, così come la Lega difficilmente darà il suo assenso al premierato.
Pertanto il prossimo Referendum di marzo sulla separazione delle carriere dei magistrati, a prescindere dagli aspetti tecnici del Referendum stesso, con la relativa vittoria del NO è l’ultima “ridotta” disponibile per i meridionalisti per bloccare l’Autonomia differenziata”.

Fonte: Lavoro & Salute di febbraio



Leggi tutto »

Di Natale Cuccurese

Eravamo stati facili profeti un anno fa sui dubbi in merito alla decisione (che oggi appare sempre più inconsulta) della Consulta sulla bocciatura del Referendum sull’Autonomia differenziata perché rappresentava un grave nocumento per la tenuta democratica ed unitaria del Paese.

Spiegando le ragioni della bocciatura del Referendum, veniva fatto riferimento che «la decisione della Corte sulla non ammissibilità del referendum si riferiva alla non chiarezza del quesito, perché l’oggetto del quesito (la legge Calderoli) è oramai ridimensionato» per via della sentenza dello scorso anno che ne ha sancita la parziale, benché amplissima, incostituzionalità, sicché «ciò che residuava era difficilmente comprensibile dall’elettore».
Peccato che la decisione circa la idoneità della legge Calderoli a rimanere sottoposta a referendum dopo il suo parziale annullamento da parte della Corte costituzionale spettava, però, alla sola Corte di Cassazione, la cui valutazione a favore della idoneità non è suscettibile di revisione da parte della Corte costituzionale.
Altrettanto sorprendente è stato leggere che, con il referendum, «i cittadini sarebbero stati chiamati a votare sull’articolo 116 comma terzo della Costituzione, e cioè sul principio dell’autonomia differenziata, ma questo è contro la Costituzione». La Costituzione però attribuisce alle Regioni la possibilità di chiedere l’autonomia differenziata, ma la decisione se accogliere la richiesta o meno è rimessa allo Stato.
L’autonomia differenziata infatti non è un diritto, ma è una facoltà che lo Stato può decidere di attivare o di non attivare. Dunque, decidere di eliminare la “legge Calderoli”, in quanto volta ad agevolare l’esercizio di quella facoltà, non significa affatto pronunciarsi sulla Costituzione, bensì assumere una decisione di principio sull’attivazione o meno della facoltà in questione (il che, peraltro, non impedisce la possibilità di utilizzare direttamente l’articolo 116, comma 3 della Costituzione, come mostra l’esperienza dei Governi Gentiloni e Conte I).
Così un anno fa venendo a mancare la mobilitazione del Mezzogiorno (che infatti ha reagito se non con una astensione per protesta sicuramente con una partecipazione e mobilitazione meno sentita) è stato definitivamente impossibile raggiungere il già difficile quorum per i 5 Referendum su scurezza sul lavoro, contratti, ma anche cittadinanza.
Diciamo che così il governo si ritrovò con minor preoccupazioni di tenuta. Tenuta che sarebbe stata quasi impossibile da mantenere in caso di sconfitta referendaria.
Inoltre così stando le cose ai leghisti è stato successivamente possibile andare avanti per strappi, “fregandosene” nel breve della sentenza e procedendo a tutto gas a normare materie in merito a piacimento, o quasi, col criterio del “fatto compiuto” (o del silenzio assenso).
Ora la “Legge Truffa” che non punta a garantire diritti ai cittadini, ma ad aggirare Consulta e Parlamento sulla via del regionalismo differenziato, giace in Commissione al Senato da settembre, sotto forma di Ddl delega al governo per la definizione dei LEP, i Livelli essenziali delle prestazioni riguardo ai diritti civili e sociali che lo Stato dovrebbe garantire a tutti i cittadini secondo l’articolo 117 della Costituzione.
Calderoli s’è infatti portato avanti firmando pre-intese con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria su alcune “materie non LEP” e infilando nella legge di Bilancio approvata a fine anno alcuni articoli che definiscono una serie di “Livelli essenziali delle prestazioni” da circa un mese oggetto di un ciclo di audizioni informali che hanno messo in rilievo il tipo di “truffa” che si vuole consumare.
Il Ddl in questione serve alla “completa attuazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione”, che non è quello che assegna alla Stato il compito di definire e garantire i LEP, ma quello che prevede “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”. Il costituzionalista Francesco Pallante così si è espresso: “imprime fin dall’origine alla definizione dei Lep una torsione destinata a distoglierli dalle finalità costituzionali cui dovrebbero essere preposti”. Mentre per lo Svimez: “i Lep non rappresentano uno strumento funzionale al regionalismo differenziato, ma un presidio ordinario dell’eguaglianza sostanziale dei diritti di cittadinanza”.
Ma la vicenda diventa clamorosa se pensiamo, ad esempio, che Veneto, Lombardia, Liguria e Piemonte hanno richiesto la materia non Lep riguardante la “Protezione Civile”, cioè personale, funzioni, materiali, risorse ma anche autonomia nella regolamentazione e negli standard di servizio. Tuttavia, la Protezione Civile può essere funzionale a garantire materie Lep e se la devoluzione interferisce con questo processo si crea potenzialmente un problema molto serio.
Ad esempio, durante la pandemia da Covid-19, la protezione civile ha svolto un ruolo fondamentale nell’organizzazione dei servizi in funzione anti-pandemica, con in cima alla catena di comando lo stesso presidente del Consiglio dei ministri. Sarebbe stato possibile ottenere lo stesso servizio da un insieme di protezioni civili regionali, ciascuna delle quali risponde a un diverso organo politico, quale la Regione?
La regionalizzazione della Protezione Civile potrebbe così influenzare in un prossimo futuro la capacità di offrire in modo uniforme sul territorio nazionale i servizi relativi alla “tutela della salute”, una materia invece chiaramente Lep.
Allo stesso modo, potrebbe influire sulla tutela del territorio, anch’essa una materia Lep. Più in generale, se la struttura organizzativa e di incentivi della Protezione Civile differisce da una regione all’altra, senza che siano introdotti e rispettati standard nazionali, nel caso di una emergenza, alcune regioni potrebbero non essere in grado di garantire l’organizzazione dei soccorsi, con ovvi effetti anche sul piano sanitario o di altre materie coperte dai Lep.
Se le materie non-Lep influenzano il rispetto dei Lep in altri campi, come si può separare l’attribuzione delle prime dalle seconde?
Il rischio del pasticcio istituzionale, del rimpallo di responsabilità e della montagna dei ricorsi alla Corte costituzionale è dietro l’angolo.
In sostanza, definire il livello minimo dei diritti dei residenti dovrebbe essere una grande operazione politica di progresso della Repubblica e non servire a far contento un pezzo della Lega
Si può pertanto affermare che l’Autonomia differenziata è un progetto liberista che mette in pericolo l’unità stessa del Paese. Chi si è accodato a queste richieste, spesso definendosi patriota (non si sa di quale patria, evidentemente quella Padana) si assume interamente e a futura memoria la responsabilità della possibile, e certo non auspicabile, “balcanizzazione” del Paese. Il tutto mentre i dati Istat degli ultimi anni, pongono in evidenza come i divari territoriali e sociali da anni si stanno sempre più approfondendo, così come la desertificazione demografica del Mezzogiorno.
Questa vicenda però ci deve far capire che, come con un castello di carte, vi è la possibilità d’agire concretamente per mandare all’aria i desiderata leghisti.
Infatti “tutto si tiene” come in un gioco ad incastro se pensiamo che il Referendum sulla Giustizia è uno dei tre cardini che uniscono gli interessi di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega. Ed è il solo dei tre sul quale potremo votare, già a marzo.
Infatti il premierato, che interessa a FdI, dovrebbe seguire la strada di una legge elettorale, per via parlamentare, approvata a colpi di maggioranza, sulla quale non ci sarà possibilità di un referendum prima delle politiche del 2027. Quanto all’autonomia differenziata dopo la bocciatura, come visto, del Referendum è ormai sufficiente l’assenso del Parlamento.
Ecco perché il voto referendario sulla Giustizia è il perno non solo per bloccare tutto il resto, ma anche per far saltare il patto di del governo più antimeridionale della storia. Se infatti il NO dovesse prevalere la tenuta governativa sarebbe messa a dura prova facendo prevedibilmente saltare il banco anche su tutto il resto a partire dall’Autonomia differenziata. Inizierebbe un gioco di ripicche interne che metterebbe a dura prova la riuscita degli incastri d’interesse dei partiti di governo e quindi del governo stesso. Se cade la riforma cara a Forza Italia questa difficilmente farà passare l’autonomia differenziata, così come la Lega difficilmente darà il suo assenso al premierato.
Pertanto il prossimo Referendum di marzo sulla separazione delle carriere dei magistrati, a prescindere dagli aspetti tecnici del Referendum stesso, con la relativa vittoria del NO è l’ultima “ridotta” disponibile per i meridionalisti per bloccare l’Autonomia differenziata”.

Fonte: Lavoro & Salute di febbraio



domenica 1 febbraio 2026

Niscemi come simbolo del Sud dimenticato: PNRR inesistente, dissesto idrogeologico e razzismo di Stato

Di Natale Cucccursse 

Presidente del Partito del Sud 

Niscemi, come in una tempesta perfetta, si sono sommati più fattori, paradigmatici della situazione orwelliana che stiamo vivendo in Italia, alla base della tragedia in corso. 

Il primo fattore, come sto scrivendo ormai da anni a proposito della “truffa del PNRR”, è che in Italia, dal 2001 al 2021, i dipendenti comunali grazie alla spending review sono diminuiti da 450.000 a 320.000, un calo avvenuto, grazie alla propaganda leghista, in larga parte nel Mezzogiorno dove i comuni non hanno più personale per servizi essenziali e mancano i tecnici per il PNRR

Quindi in molti Comuni, puoi stanziare o proporre bandi di milioni o anche di miliardi di euro come si favoleggia in queste ore, ma se non si hanno i tecnici per seguire l'iter dei bandi i soldi restano solo sulla carta.

La situazione è stata parzialmente corretta per i piccoli comuni rivolgendosi a professionisti esterni (tecnici privati), ma non basta.

Infatti da dati Eurispes le narrazioni sulla Sicilia "sprecona" per l'alto numero di dipendenti pubblici sono infondate. Lo studio evidenzia che la Sicilia non ha un eccesso di dipendenti pubblici pro capite rispetto alla media nazionale, ma gestisce competenze statali che gravano sul bilancio regionale, posizionandosi come terza regione per risorse ricevute.

Il governo Meloni, sarebbe potuto intervenire in aiuto dei Comuni, come più volte richiesto, grazie ai poteri sostitutivi previsti in Costituzione, ma non lo ha fatto, un po' per il solito pressappochismo tipico di questo governo, ma anche perché non c'è niente di più utile in Italia, soprattutto in questo governo di “prima il Nord”, che alimentare il Razzismo di Stato ai danni dei cittadini del Sud, al fine di tenerli ben sottomessi. Così che restano la pietra di paragone negativa della nazione a cui addebitare, alla bisogna, ogni responsabilità, ogni nefandezza. Un vero e proprio lavacro per la coscienza nazionale.

Il secondo fattore è di natura prettamente ambientale poiché a Niscemi c'è la grande base statunitense del Muos, che si trova nella riserva naturale della sughereta di Niscemi

La costruzione dell'impianto ha sottratto ai boschi una superficie di poco superiore a un milione di metri quadrati (un quadrato con il lato di un chilometro, per intendersi), perciò fin dal rilascio delle autorizzazioni nel 2006 si sono succedute proteste per l'impatto ambientale della struttura. Non si tratta di emissioni o versamenti di sostanze pericolose, ma riguarda l'azione di diboscamento che l'operazione ha comportato.

Oggi il territorio sta pagando anche questo disboscamento selvaggio, dove i cittadini non hanno colpe, ma in televisione il ministro (in)competente, leghisti, protoleghisti e giornalisti a tassametro gettano tutta la colpa della situazione sugli incolpevoli cittadini.

Per finire bisogna evidenziare che la frana che ha colpito Niscemi, NON è un caso isolato: l'Italia è un Paese fragile e molto esposto ai rischi idrogeologici. Ovviamente politici e media di regime si guardano bene dall'evidenziare questi dati. È più semplice crocifiggere i soliti meridionali…

Secondo gli ultimi dati ISPRA, il 94,5% dei Comuni italiani è un rischio per frane, alluvioni, valanghe o erosione costiera e 1 milione e 280 mila abitanti vivono in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata.

Il dissesto del territorio NON è quindi un problema di Niscemi e delle Regioni del Sud, il problema è presente in tutta Italia, bisognerebbe chiedersi perché l territori ei controlli di rischio idrogeologico, a Sud come a Nord, sono stati a dir poco trascurati e non affidarsi ai soliti pregiudizi in base ai quali troppo spesso non spunta la solidarietà, ma il giudizio o meglio il pregiudizio.

“Se la sono cercata”, “l'abusivismo”, “al Sud sanno solo piangere e non fanno nulla”. Questo riflesso scatta però quasi sempre quando la calamità colpisce il sud.

Quando colpisce a diverse latitudini, si abbassano i toni, si parla di tragedia, non di colpa, si parla sempre di cittadini che si rimboccano le maniche da soli, si chiede giustamente solidarietà e ricostruzione immediata.

Al Sud invece si usa ogni disastro per colpire e non per capire, per offendere e non per portare solidarietà. Come se al Sud le vittime dovessero prima giustificarsi, genuflettersi e umiliarsi prima di meritare aiuto. 

Infine bisognerebbe capire perché da tempo l'attuale Governo continua senza posa, così come l'Unione Europea, a stanziare risorse quasi esclusivamente per il riarmo e non per il dissesto idrogeologico, così come per la Sanità, la Scuola, le pensioni, il welfare in generale, cioè per i bisogni reali dei cittadini esposti dall'insensatezza dei governanti ad ogni genere di rischio.

Fonte: ControSud






.




Leggi tutto »

Di Natale Cucccursse 

Presidente del Partito del Sud 

Niscemi, come in una tempesta perfetta, si sono sommati più fattori, paradigmatici della situazione orwelliana che stiamo vivendo in Italia, alla base della tragedia in corso. 

Il primo fattore, come sto scrivendo ormai da anni a proposito della “truffa del PNRR”, è che in Italia, dal 2001 al 2021, i dipendenti comunali grazie alla spending review sono diminuiti da 450.000 a 320.000, un calo avvenuto, grazie alla propaganda leghista, in larga parte nel Mezzogiorno dove i comuni non hanno più personale per servizi essenziali e mancano i tecnici per il PNRR

Quindi in molti Comuni, puoi stanziare o proporre bandi di milioni o anche di miliardi di euro come si favoleggia in queste ore, ma se non si hanno i tecnici per seguire l'iter dei bandi i soldi restano solo sulla carta.

La situazione è stata parzialmente corretta per i piccoli comuni rivolgendosi a professionisti esterni (tecnici privati), ma non basta.

Infatti da dati Eurispes le narrazioni sulla Sicilia "sprecona" per l'alto numero di dipendenti pubblici sono infondate. Lo studio evidenzia che la Sicilia non ha un eccesso di dipendenti pubblici pro capite rispetto alla media nazionale, ma gestisce competenze statali che gravano sul bilancio regionale, posizionandosi come terza regione per risorse ricevute.

Il governo Meloni, sarebbe potuto intervenire in aiuto dei Comuni, come più volte richiesto, grazie ai poteri sostitutivi previsti in Costituzione, ma non lo ha fatto, un po' per il solito pressappochismo tipico di questo governo, ma anche perché non c'è niente di più utile in Italia, soprattutto in questo governo di “prima il Nord”, che alimentare il Razzismo di Stato ai danni dei cittadini del Sud, al fine di tenerli ben sottomessi. Così che restano la pietra di paragone negativa della nazione a cui addebitare, alla bisogna, ogni responsabilità, ogni nefandezza. Un vero e proprio lavacro per la coscienza nazionale.

Il secondo fattore è di natura prettamente ambientale poiché a Niscemi c'è la grande base statunitense del Muos, che si trova nella riserva naturale della sughereta di Niscemi

La costruzione dell'impianto ha sottratto ai boschi una superficie di poco superiore a un milione di metri quadrati (un quadrato con il lato di un chilometro, per intendersi), perciò fin dal rilascio delle autorizzazioni nel 2006 si sono succedute proteste per l'impatto ambientale della struttura. Non si tratta di emissioni o versamenti di sostanze pericolose, ma riguarda l'azione di diboscamento che l'operazione ha comportato.

Oggi il territorio sta pagando anche questo disboscamento selvaggio, dove i cittadini non hanno colpe, ma in televisione il ministro (in)competente, leghisti, protoleghisti e giornalisti a tassametro gettano tutta la colpa della situazione sugli incolpevoli cittadini.

Per finire bisogna evidenziare che la frana che ha colpito Niscemi, NON è un caso isolato: l'Italia è un Paese fragile e molto esposto ai rischi idrogeologici. Ovviamente politici e media di regime si guardano bene dall'evidenziare questi dati. È più semplice crocifiggere i soliti meridionali…

Secondo gli ultimi dati ISPRA, il 94,5% dei Comuni italiani è un rischio per frane, alluvioni, valanghe o erosione costiera e 1 milione e 280 mila abitanti vivono in aree a pericolosità da frana elevata e molto elevata.

Il dissesto del territorio NON è quindi un problema di Niscemi e delle Regioni del Sud, il problema è presente in tutta Italia, bisognerebbe chiedersi perché l territori ei controlli di rischio idrogeologico, a Sud come a Nord, sono stati a dir poco trascurati e non affidarsi ai soliti pregiudizi in base ai quali troppo spesso non spunta la solidarietà, ma il giudizio o meglio il pregiudizio.

“Se la sono cercata”, “l'abusivismo”, “al Sud sanno solo piangere e non fanno nulla”. Questo riflesso scatta però quasi sempre quando la calamità colpisce il sud.

Quando colpisce a diverse latitudini, si abbassano i toni, si parla di tragedia, non di colpa, si parla sempre di cittadini che si rimboccano le maniche da soli, si chiede giustamente solidarietà e ricostruzione immediata.

Al Sud invece si usa ogni disastro per colpire e non per capire, per offendere e non per portare solidarietà. Come se al Sud le vittime dovessero prima giustificarsi, genuflettersi e umiliarsi prima di meritare aiuto. 

Infine bisognerebbe capire perché da tempo l'attuale Governo continua senza posa, così come l'Unione Europea, a stanziare risorse quasi esclusivamente per il riarmo e non per il dissesto idrogeologico, così come per la Sanità, la Scuola, le pensioni, il welfare in generale, cioè per i bisogni reali dei cittadini esposti dall'insensatezza dei governanti ad ogni genere di rischio.

Fonte: ControSud






.




sabato 24 gennaio 2026

LA TEMPESTA IN CALABRIA E IN SICILIA NON FA RUMORE SUI MEDIA NAZIONALI

 

Comunicato Stampa

Come meridionalisti progressisti del Partito del Sud non possiamo che solidarizzare con i cittadini calabresi e siciliani che sono stati duramente colpiti dal Ciclone Harry e ora contano i danni. La protezione civile e le amministrazioni locali hanno avviato le prime stime dell’emergenza. I danni superano ampiamente il miliardo di euro. Le Regioni più colpite restano principalmente Sicilia e Calabria, con problemi concentrati soprattutto lungo le coste, dove vento e mareggiate hanno distrutto ampie parti di litorale, invaso strade e provocato crolli e allagamenti. Le due Regioni vanno verso lo stato di calamità regionale, con la richiesta al governo nazionale dello stato di emergenza.

Coste flagellata per oltre 48 ore da onde mastodontiche: case sventrate, strade e ferrovie distrutte. Crollata la linea Catania–Messina.

Oltre 500mm di pioggia sull’Etna e neve eccezionale sopra i 2200m. Una boa dell'ISPRA ha registrato un'onda max di 16 MT a sud della Sicilia, sul Canale di Sicilia, nel tratto di mare fra Portopalo e Malta. Superato il precedente record europeo detenuto dalla Spagna, durante la tempesta Gloria del 2020.

Le priorità al Sud, come ci ricorda anche il ciclone Harry, sono le infrastrutture e il contrasto al dissesto idrogeologico. La crisi climatica purtroppo aumenterà sempre di più. Serve potenziare la difesa delle coste e dei territori. Si investa su ciò che serve alla popolazione e alla sua messa in sicurezza dei territori.

Il governo Meloni non solo dovrebbe immediatamente attivarsi per deliberare le prime risorse che consentano agli enti locali di poter operare per i primi interventi, rimuovere detriti, ostacoli, ripristinare la viabilità e i servizi essenziali, ma anche restituire i miliardi di fondi Fsc sottratti per il riarmo e quelli bloccati per il Ponte sullo Stretto, arma di distrazione di massa per spostare fondi dal Sud al Nord con l’ultima manovra di bilancio, ma visto che sui tg nazionali le devastazioni al Sud  sono solo una notizia minore, questa ipotesi non sarà mai presa in considerazione.

I Tg nazionali, come sempre nordcentrici, danno poco rilievo alla situazione disastrosa e ai danni subiti, ma quello che più colpisce è il silenzio della Meloni.

Evidentemente, come sempre, il Mezzogiorno e i suoi figli per questo Governo sono figli di un Dio minore.

 

Natale Cuccurese

Presidente nazionale del Partito del Sud




Leggi tutto »

 

Comunicato Stampa

Come meridionalisti progressisti del Partito del Sud non possiamo che solidarizzare con i cittadini calabresi e siciliani che sono stati duramente colpiti dal Ciclone Harry e ora contano i danni. La protezione civile e le amministrazioni locali hanno avviato le prime stime dell’emergenza. I danni superano ampiamente il miliardo di euro. Le Regioni più colpite restano principalmente Sicilia e Calabria, con problemi concentrati soprattutto lungo le coste, dove vento e mareggiate hanno distrutto ampie parti di litorale, invaso strade e provocato crolli e allagamenti. Le due Regioni vanno verso lo stato di calamità regionale, con la richiesta al governo nazionale dello stato di emergenza.

Coste flagellata per oltre 48 ore da onde mastodontiche: case sventrate, strade e ferrovie distrutte. Crollata la linea Catania–Messina.

Oltre 500mm di pioggia sull’Etna e neve eccezionale sopra i 2200m. Una boa dell'ISPRA ha registrato un'onda max di 16 MT a sud della Sicilia, sul Canale di Sicilia, nel tratto di mare fra Portopalo e Malta. Superato il precedente record europeo detenuto dalla Spagna, durante la tempesta Gloria del 2020.

Le priorità al Sud, come ci ricorda anche il ciclone Harry, sono le infrastrutture e il contrasto al dissesto idrogeologico. La crisi climatica purtroppo aumenterà sempre di più. Serve potenziare la difesa delle coste e dei territori. Si investa su ciò che serve alla popolazione e alla sua messa in sicurezza dei territori.

Il governo Meloni non solo dovrebbe immediatamente attivarsi per deliberare le prime risorse che consentano agli enti locali di poter operare per i primi interventi, rimuovere detriti, ostacoli, ripristinare la viabilità e i servizi essenziali, ma anche restituire i miliardi di fondi Fsc sottratti per il riarmo e quelli bloccati per il Ponte sullo Stretto, arma di distrazione di massa per spostare fondi dal Sud al Nord con l’ultima manovra di bilancio, ma visto che sui tg nazionali le devastazioni al Sud  sono solo una notizia minore, questa ipotesi non sarà mai presa in considerazione.

I Tg nazionali, come sempre nordcentrici, danno poco rilievo alla situazione disastrosa e ai danni subiti, ma quello che più colpisce è il silenzio della Meloni.

Evidentemente, come sempre, il Mezzogiorno e i suoi figli per questo Governo sono figli di un Dio minore.

 

Natale Cuccurese

Presidente nazionale del Partito del Sud




 
[Privacy]
Design by Free WordPress Themes | Bloggerized by Lasantha - Premium Blogger Themes | Hot Sonakshi Sinha, Car Price in India