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martedì 10 febbraio 2026

STOP AUTONOMIA DIFFERENZIATA: ULTIMA CHIAMATA!

Di Natale Cuccurese

Eravamo stati facili profeti un anno fa sui dubbi in merito alla decisione (che oggi appare sempre più inconsulta) della Consulta sulla bocciatura del Referendum sull’Autonomia differenziata perché rappresentava un grave nocumento per la tenuta democratica ed unitaria del Paese.

Spiegando le ragioni della bocciatura del Referendum, veniva fatto riferimento che «la decisione della Corte sulla non ammissibilità del referendum si riferiva alla non chiarezza del quesito, perché l’oggetto del quesito (la legge Calderoli) è oramai ridimensionato» per via della sentenza dello scorso anno che ne ha sancita la parziale, benché amplissima, incostituzionalità, sicché «ciò che residuava era difficilmente comprensibile dall’elettore».
Peccato che la decisione circa la idoneità della legge Calderoli a rimanere sottoposta a referendum dopo il suo parziale annullamento da parte della Corte costituzionale spettava, però, alla sola Corte di Cassazione, la cui valutazione a favore della idoneità non è suscettibile di revisione da parte della Corte costituzionale.
Altrettanto sorprendente è stato leggere che, con il referendum, «i cittadini sarebbero stati chiamati a votare sull’articolo 116 comma terzo della Costituzione, e cioè sul principio dell’autonomia differenziata, ma questo è contro la Costituzione». La Costituzione però attribuisce alle Regioni la possibilità di chiedere l’autonomia differenziata, ma la decisione se accogliere la richiesta o meno è rimessa allo Stato.
L’autonomia differenziata infatti non è un diritto, ma è una facoltà che lo Stato può decidere di attivare o di non attivare. Dunque, decidere di eliminare la “legge Calderoli”, in quanto volta ad agevolare l’esercizio di quella facoltà, non significa affatto pronunciarsi sulla Costituzione, bensì assumere una decisione di principio sull’attivazione o meno della facoltà in questione (il che, peraltro, non impedisce la possibilità di utilizzare direttamente l’articolo 116, comma 3 della Costituzione, come mostra l’esperienza dei Governi Gentiloni e Conte I).
Così un anno fa venendo a mancare la mobilitazione del Mezzogiorno (che infatti ha reagito se non con una astensione per protesta sicuramente con una partecipazione e mobilitazione meno sentita) è stato definitivamente impossibile raggiungere il già difficile quorum per i 5 Referendum su scurezza sul lavoro, contratti, ma anche cittadinanza.
Diciamo che così il governo si ritrovò con minor preoccupazioni di tenuta. Tenuta che sarebbe stata quasi impossibile da mantenere in caso di sconfitta referendaria.
Inoltre così stando le cose ai leghisti è stato successivamente possibile andare avanti per strappi, “fregandosene” nel breve della sentenza e procedendo a tutto gas a normare materie in merito a piacimento, o quasi, col criterio del “fatto compiuto” (o del silenzio assenso).
Ora la “Legge Truffa” che non punta a garantire diritti ai cittadini, ma ad aggirare Consulta e Parlamento sulla via del regionalismo differenziato, giace in Commissione al Senato da settembre, sotto forma di Ddl delega al governo per la definizione dei LEP, i Livelli essenziali delle prestazioni riguardo ai diritti civili e sociali che lo Stato dovrebbe garantire a tutti i cittadini secondo l’articolo 117 della Costituzione.
Calderoli s’è infatti portato avanti firmando pre-intese con Veneto, Lombardia, Piemonte e Liguria su alcune “materie non LEP” e infilando nella legge di Bilancio approvata a fine anno alcuni articoli che definiscono una serie di “Livelli essenziali delle prestazioni” da circa un mese oggetto di un ciclo di audizioni informali che hanno messo in rilievo il tipo di “truffa” che si vuole consumare.
Il Ddl in questione serve alla “completa attuazione dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione”, che non è quello che assegna alla Stato il compito di definire e garantire i LEP, ma quello che prevede “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia”. Il costituzionalista Francesco Pallante così si è espresso: “imprime fin dall’origine alla definizione dei Lep una torsione destinata a distoglierli dalle finalità costituzionali cui dovrebbero essere preposti”. Mentre per lo Svimez: “i Lep non rappresentano uno strumento funzionale al regionalismo differenziato, ma un presidio ordinario dell’eguaglianza sostanziale dei diritti di cittadinanza”.
Ma la vicenda diventa clamorosa se pensiamo, ad esempio, che Veneto, Lombardia, Liguria e Piemonte hanno richiesto la materia non Lep riguardante la “Protezione Civile”, cioè personale, funzioni, materiali, risorse ma anche autonomia nella regolamentazione e negli standard di servizio. Tuttavia, la Protezione Civile può essere funzionale a garantire materie Lep e se la devoluzione interferisce con questo processo si crea potenzialmente un problema molto serio.
Ad esempio, durante la pandemia da Covid-19, la protezione civile ha svolto un ruolo fondamentale nell’organizzazione dei servizi in funzione anti-pandemica, con in cima alla catena di comando lo stesso presidente del Consiglio dei ministri. Sarebbe stato possibile ottenere lo stesso servizio da un insieme di protezioni civili regionali, ciascuna delle quali risponde a un diverso organo politico, quale la Regione?
La regionalizzazione della Protezione Civile potrebbe così influenzare in un prossimo futuro la capacità di offrire in modo uniforme sul territorio nazionale i servizi relativi alla “tutela della salute”, una materia invece chiaramente Lep.
Allo stesso modo, potrebbe influire sulla tutela del territorio, anch’essa una materia Lep. Più in generale, se la struttura organizzativa e di incentivi della Protezione Civile differisce da una regione all’altra, senza che siano introdotti e rispettati standard nazionali, nel caso di una emergenza, alcune regioni potrebbero non essere in grado di garantire l’organizzazione dei soccorsi, con ovvi effetti anche sul piano sanitario o di altre materie coperte dai Lep.
Se le materie non-Lep influenzano il rispetto dei Lep in altri campi, come si può separare l’attribuzione delle prime dalle seconde?
Il rischio del pasticcio istituzionale, del rimpallo di responsabilità e della montagna dei ricorsi alla Corte costituzionale è dietro l’angolo.
In sostanza, definire il livello minimo dei diritti dei residenti dovrebbe essere una grande operazione politica di progresso della Repubblica e non servire a far contento un pezzo della Lega
Si può pertanto affermare che l’Autonomia differenziata è un progetto liberista che mette in pericolo l’unità stessa del Paese. Chi si è accodato a queste richieste, spesso definendosi patriota (non si sa di quale patria, evidentemente quella Padana) si assume interamente e a futura memoria la responsabilità della possibile, e certo non auspicabile, “balcanizzazione” del Paese. Il tutto mentre i dati Istat degli ultimi anni, pongono in evidenza come i divari territoriali e sociali da anni si stanno sempre più approfondendo, così come la desertificazione demografica del Mezzogiorno.
Questa vicenda però ci deve far capire che, come con un castello di carte, vi è la possibilità d’agire concretamente per mandare all’aria i desiderata leghisti.
Infatti “tutto si tiene” come in un gioco ad incastro se pensiamo che il Referendum sulla Giustizia è uno dei tre cardini che uniscono gli interessi di Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega. Ed è il solo dei tre sul quale potremo votare, già a marzo.
Infatti il premierato, che interessa a FdI, dovrebbe seguire la strada di una legge elettorale, per via parlamentare, approvata a colpi di maggioranza, sulla quale non ci sarà possibilità di un referendum prima delle politiche del 2027. Quanto all’autonomia differenziata dopo la bocciatura, come visto, del Referendum è ormai sufficiente l’assenso del Parlamento.
Ecco perché il voto referendario sulla Giustizia è il perno non solo per bloccare tutto il resto, ma anche per far saltare il patto di del governo più antimeridionale della storia. Se infatti il NO dovesse prevalere la tenuta governativa sarebbe messa a dura prova facendo prevedibilmente saltare il banco anche su tutto il resto a partire dall’Autonomia differenziata. Inizierebbe un gioco di ripicche interne che metterebbe a dura prova la riuscita degli incastri d’interesse dei partiti di governo e quindi del governo stesso. Se cade la riforma cara a Forza Italia questa difficilmente farà passare l’autonomia differenziata, così come la Lega difficilmente darà il suo assenso al premierato.
Pertanto il prossimo Referendum di marzo sulla separazione delle carriere dei magistrati, a prescindere dagli aspetti tecnici del Referendum stesso, con la relativa vittoria del NO è l’ultima “ridotta” disponibile per i meridionalisti per bloccare l’Autonomia differenziata”.

Fonte: Lavoro & Salute di febbraio



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