Una mostra-racconto promossa dalla Banca d'Italia ripercorre le tappe che portarono all'adozione di una sola valuta. Prima del 1862 ce n'erano quasi 300 diverse. E la gente rifiutava le banconote
di ELENA POLIDORIBAIOCCO, carantano, carlino, doppia, ducato, fiorino, franceschino. Ma anche francescone, lirazza, marengo, onza, paolo, papetto, piastra, quattrino, scudo. E pure soldo, svanzica, tallero, testone fino agli zecchini che Pinocchio, su consiglio del gatto e della volpe, sotterrò nel campo dei miracoli, al paese dei Barbagianni. Prima dell'Unità, in Italia c'era infatti una vera e propria babele monetaria: sei diversi sistemi e ben 236 diverse monete metalliche che diventano addirittura 282 se si aggiungono quelle delle province venete e romane al momento del loro ingresso nel Regno. Finché il 24 agosto 1862 Vittorio Emanuele II firmò la legge che unificava il sistema monetario. E allora nacque la cara, vecchia lira, "il monumento più popolare, più costante e più universale che rappresenti l'unità della Nazione", come si legge nella relazione al provvedimento.E' un cammino faticoso quello che accompagna la nascita della moneta italiana. Una mostra-racconto promossa dalla Banca d'Italia sotto l'alto patronato del Presidente della Repubblica - dal 5 aprile a Roma, palazzo delle Esposizioni - ne ripercorre le tappe attraverso immagini e documenti d'archivio, grandi collezioni e perfino installazioni multimediali con tanto di "isole tematiche". All'interno, macchine industriali e oggetti d'uso comune, libri antichi e rare monete d'epoca d'oro, d'argento, bimetalliche. Ma soprattutto, le banconote dei
nostri antenati: dalle primissime, quelle col faccione di Cavour al centro, stampate dalla Banca Nazionale
nel Regno d'Italia, fino a quelle, da 1 lira con al centro l'Italia turrita.
Per rafforzare il nesso che unisce il Risorgimento all'Europa, la mostra si ferma al circolante dell'Italia unita e a tutti i problemi che i governanti di allora hanno dovuto affrontare. Basti pensare che alla vigilia dell'Unità esistevano ben nove banche che emettevano i biglietti. Poi si ridussero a sei. L'esperienza del pluralismo, insediato per evitare contrasti politici tra i diversi gruppi regionali, si rivelò fallimentare: fu tra le cause dei dissesti bancari che portarono alla riforma del 1893-94 da cui nacque la Banca d'Italia.
Quanto faticarono i biglietti a impiantarsi in una Italia che all'epoca era ancora analfabeta, diffidente e resistente al cartaceo. Una cartina elettronica dello stivale, se toccata, svela che nel 1861 il 78% non sapeva né leggere e né scrivere e che al sud la percentuale arrivava al 90; la speranza di vita alla nascita era di trent'anni, una delle più basse in Europa e i cittadini, prevalentemente contadini, quando riuscivano ad avere un po' di denaro, lo pretendevano metallico e sonante: nel 1981 la moneta, in tutte le sue svariate forme, rappresentava il 78% dei mezzi di pagamento circolanti. Il biglietto cartaceo veniva considerato addirittura ripugnante, come scriveva Verga nelle Novelle Rusticane: "Ogni volta che Mazzarò vendeva il vino, ci voleva più di un giorno per contare il denaro, tutto di 12 tarì d'argento, perché lui non ne voleva di carta sudicia per la sua roba".
Fonte:La Repubblica
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