venerdì 18 febbraio 2022

DA NAPOLI: NO ALLA GUERRA!

Sono giorni ormai che sull'Europa aleggiano venti di guerra. Tutte le forze politiche sembrano accettare passivamente l'escalation e non interrogarsi sui motivi.

Stiamo precipitando nuovamente nelle logiche della Guerra Fredda. Il Parlamento sembra disinteressarsi.
Negli scorsi giorni ho ribadito il mio No alla guerra partecipando ad un presidio in via Toledo.
Domani, insieme al Partito del Sud , ad altre forze politiche e a comitati pacifisti, riproporremo la nostra protesta, fuori la base NATO di Lago Patria, il centro Radar.
L'Italia deve smarcarsi e lavorare per la pace, nel rispetto della Costituzione, ormai dimenticata dai partiti presenti in Parlamento.
Appuntamento domattina alle 11.00.
NO ALLA GUERRA

Antonio Luongo -Coord. Città Metropolitana Napoli del Partito del Sud








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Sono giorni ormai che sull'Europa aleggiano venti di guerra. Tutte le forze politiche sembrano accettare passivamente l'escalation e non interrogarsi sui motivi.

Stiamo precipitando nuovamente nelle logiche della Guerra Fredda. Il Parlamento sembra disinteressarsi.
Negli scorsi giorni ho ribadito il mio No alla guerra partecipando ad un presidio in via Toledo.
Domani, insieme al Partito del Sud , ad altre forze politiche e a comitati pacifisti, riproporremo la nostra protesta, fuori la base NATO di Lago Patria, il centro Radar.
L'Italia deve smarcarsi e lavorare per la pace, nel rispetto della Costituzione, ormai dimenticata dai partiti presenti in Parlamento.
Appuntamento domattina alle 11.00.
NO ALLA GUERRA

Antonio Luongo -Coord. Città Metropolitana Napoli del Partito del Sud








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mercoledì 16 febbraio 2022

NATALE CUCCURESE: “LE ‘BATTUTE’ DI PAPERISSIMA SUI SARDI? UN VERO E PROPRIO ESEMPIO DI RAZZISMO ANTIMERIDIONALE”

 In Italia, mentre contro l’omofobia, la sessofobia ed il razzismo rivolto verso gli stranieri si levano cori, quasi unanimi, da parte di molte componenti della società civile, dei media e delle forze politiche progressiste, ed è giusto e sacrosanto che ciò avvenga, contro le posizioni razziste antimeridionali, invece, si levano poche e sparute voci, perché, in fondo, evidentemente, si ritiene che sia vero che gli abitanti del Sud appartengano alla “razza maledetta”.

La trasmissione Paperissima Sprint alimenta gli atavici pregiudizi antimeridionali dipingendo i Sardi come “bassi”, “puzzolenti” ed “analfabeti”, e la società civile, i media e le forze politico-culturali progressiste cosa fanno? Gridano al razzismo? Levano le loro voci, promuovono trasmissioni ed indicono manifestazioni e cortei per denunciare questo ed altri spregevoli pregiudizi antimeridionali? Giammai! Perché, lo si sa, l’Italia ha la sua colonia interna, il Mezzogiorno, popolata da “selvaggi”, “scansafatiche” e “delinquenti” di tutte le risme, per i quali i principi di uguaglianza, solidarietà, equità ed antirazzismo fissati nella Carta costituzionale non valgono affatto. Una vera e propria inaudita vergogna civile trasversale a moltissime componenti della società, della politica e della cultura italiana, anche a quelle cosiddette progressiste.  

Tra le poche e sparute voci che si sono levate contro l’ennesima discriminazione antimeridionale, di cui questa volta sono stati oggetto i Sardi, bisogna registrare quella del Presidente del Partito del Sud Natale Cuccurese.

Una gag di cattivo gusto – ha denunciato Cuccurese via facebook – con i soliti luoghi comuni sui sardi è andata in onda l’altra sera a Paperissima Sprint. Conduttori e sceneggiatori che davanti alle proteste si scusano stupiti sono, nella migliore delle ipotesi, razzisti inconsapevoli”.

D’altra parte, – ha proseguito il Presidente del Partito del Sud – il ‘razzismo di Stato’ è stato talmente introiettato nella mentalità comune che queste scenette pietose passano ormai inosservate o sollevano solo le proteste dei gruppi direttamente interessati, in questo caso i sardi. Nessuno stupore, le reti private e di Stato ci hanno abituato a questi spettacoli di infima categoria”.

Giusto ricordare – ha precisato Cuccurese – che secondo uno studio condotto da due docenti dall’Università del Salento – “La parte cattiva dell’Italia. Sud, media e immaginario collettivo”, di Stefano Cristante e Valentina Cremonesini – negli ultimi 30 anni Tg e trasmissioni su reti nazionali hanno dedicato solo il 9% del loro tempo a parlare del Sud in generale, e il 90% di questo 9% per mettere in risalto solo episodi negativi, quasi sempre di cronaca, malgrado iniziative lodevoli sui territori da parte di cittadini o comitati, le tante bellezze naturali, gli eccellenti prodotti enogastronomici dei territori ed il patrimonio storico e culturale universalmente riconosciuto”.

Fonte: Il Sud conta - articolo di Salvatore Lucchese





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 In Italia, mentre contro l’omofobia, la sessofobia ed il razzismo rivolto verso gli stranieri si levano cori, quasi unanimi, da parte di molte componenti della società civile, dei media e delle forze politiche progressiste, ed è giusto e sacrosanto che ciò avvenga, contro le posizioni razziste antimeridionali, invece, si levano poche e sparute voci, perché, in fondo, evidentemente, si ritiene che sia vero che gli abitanti del Sud appartengano alla “razza maledetta”.

La trasmissione Paperissima Sprint alimenta gli atavici pregiudizi antimeridionali dipingendo i Sardi come “bassi”, “puzzolenti” ed “analfabeti”, e la società civile, i media e le forze politico-culturali progressiste cosa fanno? Gridano al razzismo? Levano le loro voci, promuovono trasmissioni ed indicono manifestazioni e cortei per denunciare questo ed altri spregevoli pregiudizi antimeridionali? Giammai! Perché, lo si sa, l’Italia ha la sua colonia interna, il Mezzogiorno, popolata da “selvaggi”, “scansafatiche” e “delinquenti” di tutte le risme, per i quali i principi di uguaglianza, solidarietà, equità ed antirazzismo fissati nella Carta costituzionale non valgono affatto. Una vera e propria inaudita vergogna civile trasversale a moltissime componenti della società, della politica e della cultura italiana, anche a quelle cosiddette progressiste.  

Tra le poche e sparute voci che si sono levate contro l’ennesima discriminazione antimeridionale, di cui questa volta sono stati oggetto i Sardi, bisogna registrare quella del Presidente del Partito del Sud Natale Cuccurese.

Una gag di cattivo gusto – ha denunciato Cuccurese via facebook – con i soliti luoghi comuni sui sardi è andata in onda l’altra sera a Paperissima Sprint. Conduttori e sceneggiatori che davanti alle proteste si scusano stupiti sono, nella migliore delle ipotesi, razzisti inconsapevoli”.

D’altra parte, – ha proseguito il Presidente del Partito del Sud – il ‘razzismo di Stato’ è stato talmente introiettato nella mentalità comune che queste scenette pietose passano ormai inosservate o sollevano solo le proteste dei gruppi direttamente interessati, in questo caso i sardi. Nessuno stupore, le reti private e di Stato ci hanno abituato a questi spettacoli di infima categoria”.

Giusto ricordare – ha precisato Cuccurese – che secondo uno studio condotto da due docenti dall’Università del Salento – “La parte cattiva dell’Italia. Sud, media e immaginario collettivo”, di Stefano Cristante e Valentina Cremonesini – negli ultimi 30 anni Tg e trasmissioni su reti nazionali hanno dedicato solo il 9% del loro tempo a parlare del Sud in generale, e il 90% di questo 9% per mettere in risalto solo episodi negativi, quasi sempre di cronaca, malgrado iniziative lodevoli sui territori da parte di cittadini o comitati, le tante bellezze naturali, gli eccellenti prodotti enogastronomici dei territori ed il patrimonio storico e culturale universalmente riconosciuto”.

Fonte: Il Sud conta - articolo di Salvatore Lucchese





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martedì 15 febbraio 2022

LA RISCOSSA DEI "VINTI"

Laboratorio la Riscossa del Sud presenta in diretta dalla pagina di Transform!italia e dalla pagina Lab-Sud un incontro dal titolo:

LA RISCOSSA DEI "VINTI"
con :
Piero Bevilacqua
Tullia Conte
Natale Cuccurese
Loredana Marino
Sergio Marotta
Giovanni Russo Spena
Modera: Roberto Morea
Assistiamo negli ultimi mesi a una pura e semplice, quasi compiaciuta, dissoluzione del Paese nel nulla di un passato che non passa, dove i rischi tendono sempre a concentrarsi sulle classi e territori più deboli, con risorse sempre insufficienti e intrappolate nella deprivazione e nella marginalità. Cittadini che il potere, oggi come nel passato, vorrebbe trasformare in “perdenti” o “vinti”, sudditi da gettare nella fornace dello sfruttamento, ma che lentamente non paiono più rassegnati al loro destino, ma impegnati a Resistere collettivamente. Ripudiando sfortuna o destino e convinti che il loro “stato” dipenda esclusivamente dai rapporti di potere fra le classi. Anche da questo discendono le manganellate, reali come nel caso degli studenti o virtuali, che chi detiene il potere abbatte sempre più frequentemente sulle loro “teste ribelli”











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Laboratorio la Riscossa del Sud presenta in diretta dalla pagina di Transform!italia e dalla pagina Lab-Sud un incontro dal titolo:

LA RISCOSSA DEI "VINTI"
con :
Piero Bevilacqua
Tullia Conte
Natale Cuccurese
Loredana Marino
Sergio Marotta
Giovanni Russo Spena
Modera: Roberto Morea
Assistiamo negli ultimi mesi a una pura e semplice, quasi compiaciuta, dissoluzione del Paese nel nulla di un passato che non passa, dove i rischi tendono sempre a concentrarsi sulle classi e territori più deboli, con risorse sempre insufficienti e intrappolate nella deprivazione e nella marginalità. Cittadini che il potere, oggi come nel passato, vorrebbe trasformare in “perdenti” o “vinti”, sudditi da gettare nella fornace dello sfruttamento, ma che lentamente non paiono più rassegnati al loro destino, ma impegnati a Resistere collettivamente. Ripudiando sfortuna o destino e convinti che il loro “stato” dipenda esclusivamente dai rapporti di potere fra le classi. Anche da questo discendono le manganellate, reali come nel caso degli studenti o virtuali, che chi detiene il potere abbatte sempre più frequentemente sulle loro “teste ribelli”











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mercoledì 9 febbraio 2022

NATALE CUCCURESE: “IL GOVERNO DRAGHI PUNTA TUTTO SULLA “LOCOMOTIVA” NORD, PNRR ED AUTONOMIA DIFFERENZIATA”



Il teatro è finzione. La politica è teatro. Pertanto, la politica è finzione.

E nel grande teatro della politica italiana mentre c’è chi continua a recitare la parte del paladino della lotta a tutte le diseguaglianze, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, salvo poi accennare a quelle territoriali senza citare neanche una sola volta quella relativa allo storico divario Nord-Sud, c’è chi, invece, Mario Draghi, chiamato proprio da Mattarella a formare un nuovo Governo nel marzo del 2021, si toglie la maschera di colui che mira al superamento delle diseguaglianze per mostrare il suo vero volto.

Il volto di chi deve garantire a tutti i costi e ad ogni costo gli interessi delle lobby finanziarie ed industriali europee e nazionali, acuendo proprio quelle diseguaglianze che, grazie anche alla foglio di fico messagli da Matterella, a parole, ma solo a parole, dice di volere combattere. E per garantire questi interessi, coerentemente alla dottrina liberista del “gocciolamento”, punta tutto sulla “locomotiva” Nord a discapito di un Sud letteralmente privo di rappresentanza.

Sono due le missioni – osserva a questo proposito via social il Presidente del Partito del Sud Natale Cuccurese – che Draghi e il suo Governo di tecnocrati stanno portando avanti e che condurranno alla fine inevitabile dell’unità del Paese così come l’abbiamo conosciuta: il via libera all’autonomia differenziata e la ‘truffa’ del Pnrr (n.d.r. gli scippi al Sud)”.

Dopodiché – prosegue Cuccurese – per il Nord e per il Sud, ovviamente per motivi opposti, non ci sarà più nessun motivo per restare uniti”. “La Ue – conclude – in tutto questo guarda ma non interviene e si sa che chi tace acconsente”.

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Il teatro è finzione. La politica è teatro. Pertanto, la politica è finzione.

E nel grande teatro della politica italiana mentre c’è chi continua a recitare la parte del paladino della lotta a tutte le diseguaglianze, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, salvo poi accennare a quelle territoriali senza citare neanche una sola volta quella relativa allo storico divario Nord-Sud, c’è chi, invece, Mario Draghi, chiamato proprio da Mattarella a formare un nuovo Governo nel marzo del 2021, si toglie la maschera di colui che mira al superamento delle diseguaglianze per mostrare il suo vero volto.

Il volto di chi deve garantire a tutti i costi e ad ogni costo gli interessi delle lobby finanziarie ed industriali europee e nazionali, acuendo proprio quelle diseguaglianze che, grazie anche alla foglio di fico messagli da Matterella, a parole, ma solo a parole, dice di volere combattere. E per garantire questi interessi, coerentemente alla dottrina liberista del “gocciolamento”, punta tutto sulla “locomotiva” Nord a discapito di un Sud letteralmente privo di rappresentanza.

Sono due le missioni – osserva a questo proposito via social il Presidente del Partito del Sud Natale Cuccurese – che Draghi e il suo Governo di tecnocrati stanno portando avanti e che condurranno alla fine inevitabile dell’unità del Paese così come l’abbiamo conosciuta: il via libera all’autonomia differenziata e la ‘truffa’ del Pnrr (n.d.r. gli scippi al Sud)”.

Dopodiché – prosegue Cuccurese – per il Nord e per il Sud, ovviamente per motivi opposti, non ci sarà più nessun motivo per restare uniti”. “La Ue – conclude – in tutto questo guarda ma non interviene e si sa che chi tace acconsente”.

Non fare la fine di Masaniello

 di Natale Cuccurese

In questo approfondimento sui “vinti”, che si sta dipanando a più voci nelle ultime settimane su transform!italia, e in vista del webinar sul tema del 15 febbraio 2022 (in diretta sulla pagina FB), è quasi automatico cogliere lo spunto fornito dalla vicenda di Tommaso Aniello d’Amalfi, meglio conosciuto come Masaniello, il popolano protagonista della rivolta napoletana che vide, dal 7 al 16 luglio 1647, che vide la popolazione della città insorgere contro la pressione fiscale imposta dal governo vicereale spagnolo. Un uomo che possiamo ben annoverare fra i “vinti”, sia per la sua vicenda personale che lo portò rapidamente alla morte violenta, sia per la vicenda storiografica che ne è seguita, fino a fare nell’800 un simbolo di quel Romanticismo italiano “minore”, utile ad offrire un contributo alla causa risorgimentale del paese, facendolo assurgere a simbolo del trinomio patria-nazione-libertà. Una vicenda emblematica di quel susseguirsi di rivolgimenti sociali che tende a travolgere i più deboli. Una serie di eventi imprevedibili che poi quasi inevitabilmente getta in conclusione i personaggi nel mucchio dei “vinti”.

Masaniello fu infatti simbolo e artefice della rivolta napoletana scatenata dall’esasperazione delle classi più umili verso le gabelle imposte dai governanti sugli alimenti che provocarono dieci giorni di rivolta e che costrinsero gli occupanti spagnoli ad accettare le rivendicazioni popolari. Un emblema dell’opposizione agli spagnoli e al loro governo coloniale corrotto, fatto di insopportabile fiscalismo e formalismo e braccio armato della Chiesa controriformista. Masaniello fu subito dopo questi fatti accusato ufficialmente di pazzia ed ucciso per volere del viceré e con la complicità di alcuni capi popolari.

Nonostante la breve durata, la ribellione da lui guidata indebolì il secolare dominio spagnolo sulla città, aprendo la strada per la proclamazione dell’effimera e filofrancese Real Repubblica Napoletana, avvenuta cinque mesi dopo la sua morte.

Nell’Italia della prima metà dell’800 divenne perciò facile, quasi automatico, per i patrioti che combattevano per l’indipendenza, la libertà e l’unità nazionale, il parallelo fra oppressori spagnoli e austriaci ed assimilare la rivolta del Seicento ai primi afflati risorgimentali, usandone il mito in chiave antiborbonica.

Peccato però che, unità d’Italia a parte, il paragone fosse ardito, visto che gli austriaci erano presenti solo al Nord, essendo già da tempo stati sconfitti e cacciati dal Sud nella battaglia di Bitonto, combattuta nel 1734, con la disfatta dell’esercito austriaco e la vittoria di Carlo di Borbone che permise al Regno di Napoli di affermarsi come stato indipendente e sovrano.

Può essere utile ricordare che la forza evocativa di Masaniello e della sua ribellione era in quel periodo così forte che fece presa anche fuori d’Italia per incitare alla rivoluzione nazionale e alla lotta di liberazione dall’oppressione straniera. Ad esempio in Belgio la nascita del Paese e la sua indipendenza è dovuta a un evento che oramai in pochi ricordano: la rappresentazione il 25 agosto del 1830 della commedia La muta di Portici di Daniel Auber, in cui è protagonista proprio Masaniello. Nell’opera di Auber, quando il tenore francese Adolphe Nourrit intonò l’Amour sacré de la Patrie, il tenore che interpretava Masaniello si fece prendere così tanto dallo spirito della canzone e del tempo che uscì dal teatro seguito da tutto il pubblico, al corteo si unirono i lavoratori che stavano protestando contro l’opprimente autorità olandese. È un fatto storico quindi che il Masaniello di Auber fu la scintilla che portò all’indipendenza, dopo svariate traversie, pochi mesi dopo, nel gennaio del 1831.

Anche nel caso dei belgi si trattava di “vinti”, ma non più rassegnati alla miseria a cui erano costretti dagli olandesi, ed impegnati a combatterla collettivamente, fino ad essere inclusi nel mondo dei “vincitori”. Questi due aspetti sono stati fra loro sinergici nel corso dell’800 e del ‘900 portando ad una prima fase di rivolte a livello europeo e italiano per combattere lo stato di miseria e di abietto sfruttamento da parte delle classi dominanti, nazionali e straniere, per poi sfociare nella seconda parte del secolo scorso nella creazione dei sistemi pubblici di welfare e una maggiore pace sociale.

Masaniello, e meglio ancora la sua raffigurazione, conteneva tutti i requisiti per far presa sia sui ceti intellettuali sia su quelli popolari del tempo. I primi apprezzavano il suo essere il braccio ribelle , solo finchè utile, manovrato da menti più raffinate, ai secondi piaceva perché era uno di loro, si potevano identificare nei suoi valori e nella sua forza ed esprimeva e rappresentava le loro necessità concrete, fra cui l’indipendenza e la libertà.

Il mito di Masaniello fu così megafono utile alla propaganda per costruire l’unificazione del paese su miti positivi. Col suo carisma, col suo percorso da popolano a leader politico, con la sua integrità morale, con la sua carica contagiosa di amor patrio, inteso nella prima parte dell’800 come utile antesignano della napoletana indipendenza, utile alla cacciata dei Borbone in chiave unitaria.

Peccato che dopo l’unità italiana ben presto dopo averlo usato, la leggenda di Masaniello venne tradita e declinò velocemente, non essendo più utile, anzi dannosa, visto la costante deriva antimeridionale dello Stato savoiardo. Dal Brigantaggio ai giorni nostri le discriminazioni antimeridionali hanno accompagnato il cammino del paese fino a sfociare nei giorni nostri nell’evidenza di un “razzismo di Stato”, utile a sfruttare la colonia interna estrattiva meridionale per permettere al capitalismo padano di restare agganciato alle Regioni ricche del Nord Europa. A tal proposito, per restare solo all’attualità, basta verificare cosa sta succedendo con l’Autonomia differenziata o con le quotidiane distrazioni dei fondi del Pnrr teoricamente destinati al Sud. Altro che soluzione della “Questione meridionale”. Masaniello torna così ad essere solo un popolano napoletano, un pescivendolo pazzo, da buttare nel mucchio dei “vinti”. Ormai senza gloria, quando raramente appare, viene presentato solo in funzione negativa, quasi sia solo un Pulcinella sconfitto. Evidentemente mantiene ancora intatta la sua carica di pericolosità per il potere, con il suo mito di liberatore dall’oppressione, soprattutto per chi è interessato a mantenere lo status quo odierno che vede il Mezzogiorno esclusivamente come colonia. È quindi un mito, perdente ma non ancora del tutto perduto, da infangare.

Come scrivevo nel centenario di Verga sempre per transform!italia, sotto altre spoglie anche in Masaniello riecheggia in parte la sindrome dei Malavoglia: la costante vulnerabilità esistenziale rispetto a eventi imprevedibili. E, come ai tempi del quadro il Quarto stato di Pellizza da Volpedo, questa vulnerabilità è distribuita in modo fortemente diseguale. Le opportunità si concentrano solo in un “Primo Stato”, mentre i rischi tendono sempre a concentrarsi nel “Quarto Stato”, spesso privo di risorse sufficienti e con alte probabilità di rimanere intrappolato nella deprivazione e nella marginalità.

Ai nuovi “vinti”, antichi ed attuali, del Sud non resta che cercare un futuro verso l’estero, visto che in Italia semplicemente non c’è e non c’è nessuna volontà di progettarlo dato il disinteresse totale dei circoli e camarille di potere finanziario, politico e mediaticoAssistiamo così a una pura e semplice, quasi compiaciuta, dissoluzione del Paese verso il nulla, anche nella distruzione dei suoi miti fondanti come nel caso di Masaniello o, allargando la prospettiva, come nel caso dei “Beni comuni” che creano anch’essi uno strumento e un ponte tra passato e futuro, con la loro possibilità  di trarre utilità dall’ambiente e da un bene pubblico senza depauperarlo e rispettandone la vocazione naturale, mezzo di difesa della cultura e dell’identità abitativa, al di là del ruolo storico che hanno svolto in passato di assicurare i mezzi di sussistenza materiale alle popolazioni locali. Un argine alla progressiva liberazione dai vincoli umani e territoriali che ha portato nel tempo alla distruzione della memoria di un territorio, privato di quel rapporto durevole tra la società insediata e l’ambiente. Beni comuni oggi sotto attacco diretto del governo in nome delle privatizzazioni che renderanno presto il paese da Nord a Sud, come in un riciclo di un paradosso insostenibile, un unico ed indistinto “non-luogo”.

Come uscirne e come affrancare le generazioni dei “vinti” è l’obiettivo che una sinistra non compromessa unita al meridionalismo progressista deve darsi rapidamente, proprio partendo da Sud, per dare non solo una spallata alla situazione politica esistente, ma anche per porre basi concrete e durature ad una nuova stagione politica che eviti al paese, soprattutto dopo la parabola del M5S, di cadere in una sorta di sindrome di Masaniello, beninteso quella della sua personale vicenda storica di breve durata. Perché come ricorda lo scrittore Domenico Rea, “Masaniello rappresenta perfettamente una delle caratteristiche estreme dei napoletani [ma io aggiungerei “e degli italiani”], il raptus furioso, che può essere terribile, ma è sempre, ahimè, di breve durata” e questi raptus di breve durata vengono poi sfruttati per fini nascosti ed egoistici, come nella vicenda personale di Masaniello, da “poche mani, non sorvegliate da controllo, che tessono la tela della vita collettiva”.

Fonte: https://transform-italia.it/non-fare-la-fine-di-masaniello/



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 di Natale Cuccurese

In questo approfondimento sui “vinti”, che si sta dipanando a più voci nelle ultime settimane su transform!italia, e in vista del webinar sul tema del 15 febbraio 2022 (in diretta sulla pagina FB), è quasi automatico cogliere lo spunto fornito dalla vicenda di Tommaso Aniello d’Amalfi, meglio conosciuto come Masaniello, il popolano protagonista della rivolta napoletana che vide, dal 7 al 16 luglio 1647, che vide la popolazione della città insorgere contro la pressione fiscale imposta dal governo vicereale spagnolo. Un uomo che possiamo ben annoverare fra i “vinti”, sia per la sua vicenda personale che lo portò rapidamente alla morte violenta, sia per la vicenda storiografica che ne è seguita, fino a fare nell’800 un simbolo di quel Romanticismo italiano “minore”, utile ad offrire un contributo alla causa risorgimentale del paese, facendolo assurgere a simbolo del trinomio patria-nazione-libertà. Una vicenda emblematica di quel susseguirsi di rivolgimenti sociali che tende a travolgere i più deboli. Una serie di eventi imprevedibili che poi quasi inevitabilmente getta in conclusione i personaggi nel mucchio dei “vinti”.

Masaniello fu infatti simbolo e artefice della rivolta napoletana scatenata dall’esasperazione delle classi più umili verso le gabelle imposte dai governanti sugli alimenti che provocarono dieci giorni di rivolta e che costrinsero gli occupanti spagnoli ad accettare le rivendicazioni popolari. Un emblema dell’opposizione agli spagnoli e al loro governo coloniale corrotto, fatto di insopportabile fiscalismo e formalismo e braccio armato della Chiesa controriformista. Masaniello fu subito dopo questi fatti accusato ufficialmente di pazzia ed ucciso per volere del viceré e con la complicità di alcuni capi popolari.

Nonostante la breve durata, la ribellione da lui guidata indebolì il secolare dominio spagnolo sulla città, aprendo la strada per la proclamazione dell’effimera e filofrancese Real Repubblica Napoletana, avvenuta cinque mesi dopo la sua morte.

Nell’Italia della prima metà dell’800 divenne perciò facile, quasi automatico, per i patrioti che combattevano per l’indipendenza, la libertà e l’unità nazionale, il parallelo fra oppressori spagnoli e austriaci ed assimilare la rivolta del Seicento ai primi afflati risorgimentali, usandone il mito in chiave antiborbonica.

Peccato però che, unità d’Italia a parte, il paragone fosse ardito, visto che gli austriaci erano presenti solo al Nord, essendo già da tempo stati sconfitti e cacciati dal Sud nella battaglia di Bitonto, combattuta nel 1734, con la disfatta dell’esercito austriaco e la vittoria di Carlo di Borbone che permise al Regno di Napoli di affermarsi come stato indipendente e sovrano.

Può essere utile ricordare che la forza evocativa di Masaniello e della sua ribellione era in quel periodo così forte che fece presa anche fuori d’Italia per incitare alla rivoluzione nazionale e alla lotta di liberazione dall’oppressione straniera. Ad esempio in Belgio la nascita del Paese e la sua indipendenza è dovuta a un evento che oramai in pochi ricordano: la rappresentazione il 25 agosto del 1830 della commedia La muta di Portici di Daniel Auber, in cui è protagonista proprio Masaniello. Nell’opera di Auber, quando il tenore francese Adolphe Nourrit intonò l’Amour sacré de la Patrie, il tenore che interpretava Masaniello si fece prendere così tanto dallo spirito della canzone e del tempo che uscì dal teatro seguito da tutto il pubblico, al corteo si unirono i lavoratori che stavano protestando contro l’opprimente autorità olandese. È un fatto storico quindi che il Masaniello di Auber fu la scintilla che portò all’indipendenza, dopo svariate traversie, pochi mesi dopo, nel gennaio del 1831.

Anche nel caso dei belgi si trattava di “vinti”, ma non più rassegnati alla miseria a cui erano costretti dagli olandesi, ed impegnati a combatterla collettivamente, fino ad essere inclusi nel mondo dei “vincitori”. Questi due aspetti sono stati fra loro sinergici nel corso dell’800 e del ‘900 portando ad una prima fase di rivolte a livello europeo e italiano per combattere lo stato di miseria e di abietto sfruttamento da parte delle classi dominanti, nazionali e straniere, per poi sfociare nella seconda parte del secolo scorso nella creazione dei sistemi pubblici di welfare e una maggiore pace sociale.

Masaniello, e meglio ancora la sua raffigurazione, conteneva tutti i requisiti per far presa sia sui ceti intellettuali sia su quelli popolari del tempo. I primi apprezzavano il suo essere il braccio ribelle , solo finchè utile, manovrato da menti più raffinate, ai secondi piaceva perché era uno di loro, si potevano identificare nei suoi valori e nella sua forza ed esprimeva e rappresentava le loro necessità concrete, fra cui l’indipendenza e la libertà.

Il mito di Masaniello fu così megafono utile alla propaganda per costruire l’unificazione del paese su miti positivi. Col suo carisma, col suo percorso da popolano a leader politico, con la sua integrità morale, con la sua carica contagiosa di amor patrio, inteso nella prima parte dell’800 come utile antesignano della napoletana indipendenza, utile alla cacciata dei Borbone in chiave unitaria.

Peccato che dopo l’unità italiana ben presto dopo averlo usato, la leggenda di Masaniello venne tradita e declinò velocemente, non essendo più utile, anzi dannosa, visto la costante deriva antimeridionale dello Stato savoiardo. Dal Brigantaggio ai giorni nostri le discriminazioni antimeridionali hanno accompagnato il cammino del paese fino a sfociare nei giorni nostri nell’evidenza di un “razzismo di Stato”, utile a sfruttare la colonia interna estrattiva meridionale per permettere al capitalismo padano di restare agganciato alle Regioni ricche del Nord Europa. A tal proposito, per restare solo all’attualità, basta verificare cosa sta succedendo con l’Autonomia differenziata o con le quotidiane distrazioni dei fondi del Pnrr teoricamente destinati al Sud. Altro che soluzione della “Questione meridionale”. Masaniello torna così ad essere solo un popolano napoletano, un pescivendolo pazzo, da buttare nel mucchio dei “vinti”. Ormai senza gloria, quando raramente appare, viene presentato solo in funzione negativa, quasi sia solo un Pulcinella sconfitto. Evidentemente mantiene ancora intatta la sua carica di pericolosità per il potere, con il suo mito di liberatore dall’oppressione, soprattutto per chi è interessato a mantenere lo status quo odierno che vede il Mezzogiorno esclusivamente come colonia. È quindi un mito, perdente ma non ancora del tutto perduto, da infangare.

Come scrivevo nel centenario di Verga sempre per transform!italia, sotto altre spoglie anche in Masaniello riecheggia in parte la sindrome dei Malavoglia: la costante vulnerabilità esistenziale rispetto a eventi imprevedibili. E, come ai tempi del quadro il Quarto stato di Pellizza da Volpedo, questa vulnerabilità è distribuita in modo fortemente diseguale. Le opportunità si concentrano solo in un “Primo Stato”, mentre i rischi tendono sempre a concentrarsi nel “Quarto Stato”, spesso privo di risorse sufficienti e con alte probabilità di rimanere intrappolato nella deprivazione e nella marginalità.

Ai nuovi “vinti”, antichi ed attuali, del Sud non resta che cercare un futuro verso l’estero, visto che in Italia semplicemente non c’è e non c’è nessuna volontà di progettarlo dato il disinteresse totale dei circoli e camarille di potere finanziario, politico e mediaticoAssistiamo così a una pura e semplice, quasi compiaciuta, dissoluzione del Paese verso il nulla, anche nella distruzione dei suoi miti fondanti come nel caso di Masaniello o, allargando la prospettiva, come nel caso dei “Beni comuni” che creano anch’essi uno strumento e un ponte tra passato e futuro, con la loro possibilità  di trarre utilità dall’ambiente e da un bene pubblico senza depauperarlo e rispettandone la vocazione naturale, mezzo di difesa della cultura e dell’identità abitativa, al di là del ruolo storico che hanno svolto in passato di assicurare i mezzi di sussistenza materiale alle popolazioni locali. Un argine alla progressiva liberazione dai vincoli umani e territoriali che ha portato nel tempo alla distruzione della memoria di un territorio, privato di quel rapporto durevole tra la società insediata e l’ambiente. Beni comuni oggi sotto attacco diretto del governo in nome delle privatizzazioni che renderanno presto il paese da Nord a Sud, come in un riciclo di un paradosso insostenibile, un unico ed indistinto “non-luogo”.

Come uscirne e come affrancare le generazioni dei “vinti” è l’obiettivo che una sinistra non compromessa unita al meridionalismo progressista deve darsi rapidamente, proprio partendo da Sud, per dare non solo una spallata alla situazione politica esistente, ma anche per porre basi concrete e durature ad una nuova stagione politica che eviti al paese, soprattutto dopo la parabola del M5S, di cadere in una sorta di sindrome di Masaniello, beninteso quella della sua personale vicenda storica di breve durata. Perché come ricorda lo scrittore Domenico Rea, “Masaniello rappresenta perfettamente una delle caratteristiche estreme dei napoletani [ma io aggiungerei “e degli italiani”], il raptus furioso, che può essere terribile, ma è sempre, ahimè, di breve durata” e questi raptus di breve durata vengono poi sfruttati per fini nascosti ed egoistici, come nella vicenda personale di Masaniello, da “poche mani, non sorvegliate da controllo, che tessono la tela della vita collettiva”.

Fonte: https://transform-italia.it/non-fare-la-fine-di-masaniello/



martedì 8 febbraio 2022

Natale Cuccurese: “Pnrr, disagio sociale, 21 euro pro-capite ai cittadini di Napoli, 555 euro per ogni cittadino di Belluno”




Oramai, è una vergogna civile senza fine. Non ci sono più parole adeguate per esprimere l’indignazione provocata dai continui scippi che il sedicente Governo di ‘unità nazionale’ continua a perpetrare ai danni dei diritti e dei bisogni già ampiamente disattesi, se non calpestati, dei cittadini meridionali.

E l’indignazione diventa somma quando si scopre che per l’ennesima volta nel giro di pochi mesi il Sud viene scippato proprio di quelle risorse finanziarie che l’Europa ha assegnato all’Italia per colmarne gli enormi divari sociali e territoriali che la caratterizzano a livello europeo. Risorse che, invece, all’opposto, il Governo Draghi utilizza proprio per acuire ulteriormente il dualismo Nord-Sud e tutte le altre forme di diseguaglianze.

Uno degli ultimi scippi in ordine di tempo è quello compiuto ai danni dei cittadini napoletani, a cui il Governo dei “migliori” destina 21 euro a testa per contrastare il disagio sociale, a fronte, invece, dei 555 euro pro-capite assegnati ai cittadini di Belluno.

A denunciare l’ennesima sperequazione tra “figli” e “figliastri” è il Presidente del Partito del Sud Natale Cuccurese.

Con il Pnrr – scrive Cuccurese sul suo profilo facebook personale – i ‘migliori’ sono riusciti talmente bene a mescolare le carte per favorire il Nord e danneggiare il Mezzogiorno che, alla voce ‘disagio sociale’, a Belluno sono assegnati 20 milioni di euro così come alla città di Napoli”.

“Se dividiamo la cifra – continua Cuccurese –  fra i 36.000 abitanti totali di Belluno, otteniamo che ad ogni cittadino spetterebbero 555 euro, per i 949.000 abitanti totali di Napoli, otteniamo 21 euro a cittadino”.

Fonte: Vesuvuano News-articolo di Salvatore Lucchese

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Oramai, è una vergogna civile senza fine. Non ci sono più parole adeguate per esprimere l’indignazione provocata dai continui scippi che il sedicente Governo di ‘unità nazionale’ continua a perpetrare ai danni dei diritti e dei bisogni già ampiamente disattesi, se non calpestati, dei cittadini meridionali.

E l’indignazione diventa somma quando si scopre che per l’ennesima volta nel giro di pochi mesi il Sud viene scippato proprio di quelle risorse finanziarie che l’Europa ha assegnato all’Italia per colmarne gli enormi divari sociali e territoriali che la caratterizzano a livello europeo. Risorse che, invece, all’opposto, il Governo Draghi utilizza proprio per acuire ulteriormente il dualismo Nord-Sud e tutte le altre forme di diseguaglianze.

Uno degli ultimi scippi in ordine di tempo è quello compiuto ai danni dei cittadini napoletani, a cui il Governo dei “migliori” destina 21 euro a testa per contrastare il disagio sociale, a fronte, invece, dei 555 euro pro-capite assegnati ai cittadini di Belluno.

A denunciare l’ennesima sperequazione tra “figli” e “figliastri” è il Presidente del Partito del Sud Natale Cuccurese.

Con il Pnrr – scrive Cuccurese sul suo profilo facebook personale – i ‘migliori’ sono riusciti talmente bene a mescolare le carte per favorire il Nord e danneggiare il Mezzogiorno che, alla voce ‘disagio sociale’, a Belluno sono assegnati 20 milioni di euro così come alla città di Napoli”.

“Se dividiamo la cifra – continua Cuccurese –  fra i 36.000 abitanti totali di Belluno, otteniamo che ad ogni cittadino spetterebbero 555 euro, per i 949.000 abitanti totali di Napoli, otteniamo 21 euro a cittadino”.

Fonte: Vesuvuano News-articolo di Salvatore Lucchese

lunedì 7 febbraio 2022

Natale Cuccurese: “Pd, FI e Lega Nord uniti contro il Sud”



Le diverse anime del Grande Partito trasversale del Nord – Partito democratico, Forza Italia e Lega Nord – stanno per gettare via la maschera delle false schermaglie ideologiche da marketing elettoralistico per dare vita al “grande centro”, con lo scopo di promuovere in modo sempre più efficace e pervasivo gli interessi miopi ed egoistici del sistema Nord. Il tutto, ovviamente, a discapito dei diritti e dei bisogni già ampiamente disattesi dei cittadini del Sud.

A lanciare l’allarme tramite i canali social è il Presidente del Partito del Sud Natale Cuccurese.

Franceschini – scrive Cuccurese – fa il tifo per la Lega Nord. Il ministro protoleghista Franceschini non usa giri di parole e illustra lo schema del grande centro in preparazione. Non solo Forza Italia come detto Letta nei giorni scorsi, ma dello schema fa parte anche la Lega. Non a caso già oggi Pd e Lega governano insieme, afferma Franceschini, ‘pur partendo da idee diverse noi e loro siamo riusciti a trovare una mediazione’”.

Non a caso – conclude il meridionalista progressista – l’autonomia differenziata è stata richiesta dalle Regioni leghiste e dall’Emilia Romagna di Bonaccini e sul Pnrr c’è identità di veduta per spostare tutti i fondi possibili a Nord”.

Fonte: Vesuvianonews-articolo di Salvatore Lucchese

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Le diverse anime del Grande Partito trasversale del Nord – Partito democratico, Forza Italia e Lega Nord – stanno per gettare via la maschera delle false schermaglie ideologiche da marketing elettoralistico per dare vita al “grande centro”, con lo scopo di promuovere in modo sempre più efficace e pervasivo gli interessi miopi ed egoistici del sistema Nord. Il tutto, ovviamente, a discapito dei diritti e dei bisogni già ampiamente disattesi dei cittadini del Sud.

A lanciare l’allarme tramite i canali social è il Presidente del Partito del Sud Natale Cuccurese.

Franceschini – scrive Cuccurese – fa il tifo per la Lega Nord. Il ministro protoleghista Franceschini non usa giri di parole e illustra lo schema del grande centro in preparazione. Non solo Forza Italia come detto Letta nei giorni scorsi, ma dello schema fa parte anche la Lega. Non a caso già oggi Pd e Lega governano insieme, afferma Franceschini, ‘pur partendo da idee diverse noi e loro siamo riusciti a trovare una mediazione’”.

Non a caso – conclude il meridionalista progressista – l’autonomia differenziata è stata richiesta dalle Regioni leghiste e dall’Emilia Romagna di Bonaccini e sul Pnrr c’è identità di veduta per spostare tutti i fondi possibili a Nord”.

Fonte: Vesuvianonews-articolo di Salvatore Lucchese

venerdì 4 febbraio 2022

La città di Napoli sembra vivere "sospesa". Tutti i dibattiti politici sembrano spenti, eppure i problemi restano sempre lì, irrisolti.

Di Antonio Luongo

Da osservatore, da napoletano, non posso evitare di accendere i riflettori sui giovani, la cultura e la mancanza di futuro. Da sempre insieme al Partito del Sud lavoriamo per modificare questa colpevole inerzia.
Intanto sulle pagine di la Repubblica-Napoli del 2 Febbraio 2022 ho aperto un confronto sul tema dell'"infanzia negata", in risposta ad una proposta del senatore Paolo Siani.
Per comodità vi riporto anche qui il mio intervento.
-----------
La situazione dello scenario educativo, scolastico e socio pedagogico a Napoli è drammatica. Da troppo tempo le Istituzioni sono sparite, ma con due atteggiamenti diversi e ugualmente logoranti.
Da una parte indifferenza, dall'altra impotenza.
Le Istituzioni di vertice, lo stato, il Ministero, la Regione sono da da decenni insensibili al problema. Come se non esistesse...un tema invisibile.
Dall'altra parte, in trincea, operatori sociali e corpo docenti, della scuola dell'obbligo sono impotenti. Il Comune fino ad oggi, é stato impossibilitato a muoversi in qualsiasi direzione.
A Napoli non c'e infatti oggettivamente la possibilità di combattere dispersione scolastica e il ben più intricato dilemma dell' "infanzia negata".
Il punto infatti non è tanto provare a correggere i comportamenti deviati dei più giovani, quando si manifestano nelle loro aberrazioni, siano essi l'abbandono della scuola, il bullismo, il vandalismo, fenomeni su cui nei nostri quartieri si segnala un vertiginoso abbassamento dell'età media, ma andare a intercettare le ragioni di questi comportamenti. Andare all'origine, studiare il contesto sociale e affiancare le famiglie. Supportare quei nuclei familiari che per svariati motivi non riescono ad assolvere al loro ruolo di formazione primaria.
Quasi sempre i casi più difficili si generano in zone dove le criticità coesistono: livello economico basso, scarsa istruzione dei genitori, disoccupazione, degrado socio-ambientale.
In più la realtà di Napoli è storicamente complessa. Ogni territorio è ibrido, ogni quartiere stratificato, con sacche di povertà culturale che coesistono con concentrazioni di ricchezza. La famosa città "verticale", la narrazione di "miseria e nobiltà" ha un suo riflesso sociale ben radicato, che rende qualsiasi approccio alla soluzione inevitabilmente non lineare.
Ecco che in un territorio del genere la conoscenza della realtà da parte di chi è deputato a risolvere il problema diventa essenziale. L'anagrafe del rischio diventa essenziale per capire dove indirizzare gli sforzi. E subito dopo avere mezzi e risorse da indirizzare.
È evidente che nel contesto appena descritto le soluzioni non sono lineari, standard, ma devono essere personalizzate per famiglie e territori.
Il Comune deve dedicare tempo e persone ai bambini in difficoltà e alle loro famiglie con approccio "one to one", non "one to many".
E allora ben vengano finalmente sensibilità come quelle del senatore Paolo Siani, che squarciano il velo e rimettono al centro il dibattito sull'nfanzia. Gliene sono sinceramente grato.
Ma attenzione a non disperdere le energie sui fronzoli e sui falsi problemi.
Come dire: possiamo scegliere gli optional della nostra auto, se abbiamo soldi da spendere, ma prima occorre accertarsi ci siano 4 ruote su cui muoversi.
Ecco, fuor di metafora, le ruote sono gli assistenti sociali e le risorse economiche alle scuole di frontiera. Scuole prive di fondi, letteralmente lasciate sole, come se il problema non esistesse, ma chiamate poi a portare il peso del futuro di questi ragazzi.
Parlo per esperienza diretta, insegnando in una scuola secondaria di primo grado del Rione Traiano, una scuola "a rischio" nella periferia occidentale della città.
Mi chiedo dunque: la nuova "Agenzia per l'infanzia" proposta da Maria de Luzemberger, dunque, con chi mai dovrebbe interagire? Una volta approfondito, studiato e individuato un percorso, quali risorse sarebbero da coordinare per portare avanti quell'approccio capillare prima descritto, se ad oggi il Comune di Napoli non ha "tecnicamente" assistenti sociali in numero adeguato?
Il mio intervento qui non è a svilire o distruggere, ma a costruire davvero delle condizioni per un futuro.
Non è benaltrismo, ma ansia per non perdere l'occasione, quando finalmente c'è una persona sensibile come il senatore Siani.
Senatore la invito pubblicamente nella mia scuola! Sono convinto che la conoscenza diretta con le difficoltà che viviamo le farà cogliere quanta poca retorica c'è nelle mie parole e il suo sguardo rinnovato sarà d'aiuto per la città. Per ripartire dalle basi, e non ingenuamente dai vertici.





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Di Antonio Luongo

Da osservatore, da napoletano, non posso evitare di accendere i riflettori sui giovani, la cultura e la mancanza di futuro. Da sempre insieme al Partito del Sud lavoriamo per modificare questa colpevole inerzia.
Intanto sulle pagine di la Repubblica-Napoli del 2 Febbraio 2022 ho aperto un confronto sul tema dell'"infanzia negata", in risposta ad una proposta del senatore Paolo Siani.
Per comodità vi riporto anche qui il mio intervento.
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La situazione dello scenario educativo, scolastico e socio pedagogico a Napoli è drammatica. Da troppo tempo le Istituzioni sono sparite, ma con due atteggiamenti diversi e ugualmente logoranti.
Da una parte indifferenza, dall'altra impotenza.
Le Istituzioni di vertice, lo stato, il Ministero, la Regione sono da da decenni insensibili al problema. Come se non esistesse...un tema invisibile.
Dall'altra parte, in trincea, operatori sociali e corpo docenti, della scuola dell'obbligo sono impotenti. Il Comune fino ad oggi, é stato impossibilitato a muoversi in qualsiasi direzione.
A Napoli non c'e infatti oggettivamente la possibilità di combattere dispersione scolastica e il ben più intricato dilemma dell' "infanzia negata".
Il punto infatti non è tanto provare a correggere i comportamenti deviati dei più giovani, quando si manifestano nelle loro aberrazioni, siano essi l'abbandono della scuola, il bullismo, il vandalismo, fenomeni su cui nei nostri quartieri si segnala un vertiginoso abbassamento dell'età media, ma andare a intercettare le ragioni di questi comportamenti. Andare all'origine, studiare il contesto sociale e affiancare le famiglie. Supportare quei nuclei familiari che per svariati motivi non riescono ad assolvere al loro ruolo di formazione primaria.
Quasi sempre i casi più difficili si generano in zone dove le criticità coesistono: livello economico basso, scarsa istruzione dei genitori, disoccupazione, degrado socio-ambientale.
In più la realtà di Napoli è storicamente complessa. Ogni territorio è ibrido, ogni quartiere stratificato, con sacche di povertà culturale che coesistono con concentrazioni di ricchezza. La famosa città "verticale", la narrazione di "miseria e nobiltà" ha un suo riflesso sociale ben radicato, che rende qualsiasi approccio alla soluzione inevitabilmente non lineare.
Ecco che in un territorio del genere la conoscenza della realtà da parte di chi è deputato a risolvere il problema diventa essenziale. L'anagrafe del rischio diventa essenziale per capire dove indirizzare gli sforzi. E subito dopo avere mezzi e risorse da indirizzare.
È evidente che nel contesto appena descritto le soluzioni non sono lineari, standard, ma devono essere personalizzate per famiglie e territori.
Il Comune deve dedicare tempo e persone ai bambini in difficoltà e alle loro famiglie con approccio "one to one", non "one to many".
E allora ben vengano finalmente sensibilità come quelle del senatore Paolo Siani, che squarciano il velo e rimettono al centro il dibattito sull'nfanzia. Gliene sono sinceramente grato.
Ma attenzione a non disperdere le energie sui fronzoli e sui falsi problemi.
Come dire: possiamo scegliere gli optional della nostra auto, se abbiamo soldi da spendere, ma prima occorre accertarsi ci siano 4 ruote su cui muoversi.
Ecco, fuor di metafora, le ruote sono gli assistenti sociali e le risorse economiche alle scuole di frontiera. Scuole prive di fondi, letteralmente lasciate sole, come se il problema non esistesse, ma chiamate poi a portare il peso del futuro di questi ragazzi.
Parlo per esperienza diretta, insegnando in una scuola secondaria di primo grado del Rione Traiano, una scuola "a rischio" nella periferia occidentale della città.
Mi chiedo dunque: la nuova "Agenzia per l'infanzia" proposta da Maria de Luzemberger, dunque, con chi mai dovrebbe interagire? Una volta approfondito, studiato e individuato un percorso, quali risorse sarebbero da coordinare per portare avanti quell'approccio capillare prima descritto, se ad oggi il Comune di Napoli non ha "tecnicamente" assistenti sociali in numero adeguato?
Il mio intervento qui non è a svilire o distruggere, ma a costruire davvero delle condizioni per un futuro.
Non è benaltrismo, ma ansia per non perdere l'occasione, quando finalmente c'è una persona sensibile come il senatore Siani.
Senatore la invito pubblicamente nella mia scuola! Sono convinto che la conoscenza diretta con le difficoltà che viviamo le farà cogliere quanta poca retorica c'è nelle mie parole e il suo sguardo rinnovato sarà d'aiuto per la città. Per ripartire dalle basi, e non ingenuamente dai vertici.





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mercoledì 2 febbraio 2022

Leggere il passato per capire l’oggi




di Valentino Romano

Il bell’articolo di Massimo Novelli sul Mattino (Levi nel dimenticatoio con gli umiliati nel Sud) è macigno scagliato nella palude dell’oblio ingiustamente calato sull’intellettuale torinese ed è occasione per una rilettura (con le lenti dell’attualità) del suo romanzo più famoso, il Cristo si è fermato a Eboli. Che poi, a ben vedere, definire il Cristo solo un romanzo sarebbe ingabbiamento estremamente riduttivo: più correttamente si dovrebbe parlare di “saggio storico e antropologico sotto le mentite spoglie del racconto”, una riuscita miscela dei registri narrativi e saggistici. E, in aggiunta, il Cristo non appare solamente una irrevocabile condanna sulle nefandezze del periodo storico nel quale si sviluppò la vicenda umana dell’autore ma anche (e, forse, soprattutto) un trattato sulla condizioni e sulla sorte degli “umili”, delle classi subalterne meridionali dall’alba della Nuova Italia fino al periodo dello scritto leviano. Rileggerlo oggi, alla luce della contemporaneità, con lo sguardo rivolto ai nuovi “umili”, alle nuove (ma anche alle vecchie) classi subalterne che si premono alle porte della Storia, non è soltanto mero esercizio e diletto letterario ma occasione di riflessione e stimolo per de-costruire il presente e progettare un futuro che superi questo presente: le pagine leviane ci insegnano un metodo per farlo, l’unico possibile; un metodo che sta tutto racchiuso in un aggettivo possessivo, “mio”. Più volte, infatti, Levi parlando dei contadini meridionali (che sono i veri protagonisti del racconto), usa dire i “miei” contadini: quattro lettere che sono sinonimo prepotente e plastico del metodo adottato e indicato ai lettori d’ogni tempo: la condivisione.

Già perché Levi, calato in un mondo a lui fino ad allora s del tutto conosciuto quali erano le classi rurali meridionali, non vi si accosta come un qualsiasi viaggiatore straniero dell’Ottocento, incuriosito dal fascino  esotico della “terra incognita”, ma vi scava dentro fino a metterne a nudo l’anima, le sofferenze, il sentire; e la comprensione di «quell’altro mondo, serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte» è proprio il “metodo” cui ho accennato prima.

Certamente il riferimento di Levi era diretto allo scontro antropologico (prima che politico e istituzionale) provocato a partire dalla cosiddetta “conquista regia” che portò a compimento il processo unitario. Proviamo però, in uno di quegli esercizi di sovrapposizione che fanno della Storia passata uno strumento di decodifica di quella presente: oggi premono alle nostre porte nuove subalternità, spinte dai flutti di un mare meno impietoso degli uomini e da un’insostenibile condizione del vivere; sono le nuove subalternità che si aggiungono a quelle preesistenti, sono il nuovo «quell’altro mondo […] serrato nel dolore e negli usi […], vive nella miseria […], negato alla Storia e allo Stato, […] nella presenza della morte».

Come non coglierne le similitudini, quel filo rosso (anche di sangue e di vite spezzate) che lega i contadini del Sud d’Italia di ieri agli emigranti dei vari Sud del mondo di oggi; come non collegare gli emarginati, gli esclusi e i colonizzati di ieri con quelli di oggi?

Non sono forse sovrapponibili il sospetto, rifiuto, la ghettizzazione e i pregiudizi (ancora non del tutto rimossi) di ieri a quelli di oggi?

I contadini di Levi erano utilizzati e relegati ai margini della Storia (sorte, per inciso, non molto dissimile di quella delle generazioni precedenti che – pur in diverso e più cruento modo – erano stati criminalizzati come delinquenti). Levi, “condividendo”, scelse di diventare uno di loro; i “miei contadini”, appunto. Nel viaggio leviano all’interno del mondo contadino la condivisione, però, non è intesa come “omologazione”, altro spauracchio dell’oggi: più semplicemente, ma molto più profondamente è riconoscimento e valorizzazione della “diversità” come ricchezza. Ne fa fede un illuminante passaggio de L’uva puttanella di Rocco Scotellaro, l’Omero dei contadini lucani, che di Levi fu fraterno amico. Scotellaro, in carcere per un’accusa rivelatasi poi inconsistente, leggeva ogni sera brani di un libro ai suoi analfabeti compagni di detenzione che, ascoltandolo, ne erano rapiti:

«A che vale leggere per noi, ve lo dice questo libro, che spiega pure quando e come e perché uno scrive […] Io ho avuto la fortuna di conoscere l’uomo che l’ha scritto, non è veramente mio amico. Ha scritto questo che il più appassionato e crudo memoriale dei nostri paesi […] non è un amico, come non può esserlo il padre, la madre; il fratello. Amico è l’avvocato, il medico, il testimone, il deputato, il prete. Quest’uomo è un fratellastro, mio, nostro, che abbiamo un giorno incontrato per avventura. Ciò che ci lega a lui è la fiducia reciproca per un fatto accaduto a lui e a noi e un amore della propria somiglianza».

Il fratellastro era Levi, Cristo era il libro: fa riflettere la terminologia usata – non causalmente – da Scotellaro, “fratellastro” perché, se la solidarietà tra due fratelli sembra scontata, quella tra fratellastri lo può apparire assai di meno; deriva cioè, non solo dal vincolo del medesimo sangue, ma anche dalla reciproca volontaria accettazione della diversità che ognuno si porta appresso. E torna il concetto della diversità che non separa e contrappone ma – al contrario – unisce, per via di un medesimo “fatto accaduto a lui e a noi” accomuna i fratellastri. Sempre riferendoci all’oggi, il pensiero non può, allora, che andare all’onda umana dolente che bussa alle nostre porte, accomunata alle nostre classi subalterne nel vivere sulla propria pelle il respingimento, l’esclusione, il pregiudizio, l’egoismo e tutto quant’altro rende la prima somigliante alle seconde. Scatta così. Ieri come oggi, una certa qual “solidarietà di classe” che, a ben riflettere, è “amore della propria somiglianza”. E per le classi subalterne di ieri come per quelle dolenti di oggi, il “nemico” rischia di diventare comune: qualcosa che si contrapponeva ieri e si contrappone oggi al perseguimento dell’obiettivo di una vita, come dire, più “umana”; è lo Stato liberista. Un nemico subdolo che punta ad allargare ancor più lo iato, già profondo, che divide: un nemico che, come Levi raccontava nell’Orologio, se ne stava (e se ne sta) “seduto a conversare dei loro odî eterni e della eterna noia, seduti sul muretto della piazza, sopra il burrone”; un nemico, la cui indifferenza, insensibilità e ostilità a cogliere i segni e il senso profondo del tempo che avanza, non può che provocare una sempre maggiore disaffezione nei suoi confronti da parte dei “contadini” e degli “emigranti”.

Proprio come, quanto alla disaffezione, scrive lo stesso Levi a proposito dei “suoi” contadini: “lo Stato è più lontano dal cielo, e più maligno, perché sta sempre dall’altra parte. Non importa quali siano le sue formule politiche, la sua struttura, i suoi programmi. I contadini non li capiscono, perché è un altro linguaggio dal loro, e non c’è davvero nessuna ragione perché li vogliano capire».

Amara, infine, è la constatazione di Levi a proposito dell’esito finale della rivolta contadina che tutti indicano come “brigantaggio”, ma che – al contrario se meglio conosciuta e se meglio scandagliata – è rivolta (pur confusa e contraddittoria) degli umili, dei paria della società: «il brigantaggio doveva perdere. Non aveva armi forgiate dal Vulcano, né cannoni come l’altra Italia. E non aveva dèi: che cosa poteva fare una povera Madonna dal viso nero contro lo Stato Etico degli hegeliani di Napoli?».

Una domanda vecchia di quasi ottant’anni ma di straordinaria attualità: cosa può fare oggi una “Madonna nera” contro lo Stato etico degli hegeliani”?

E la Madonna nera è destinata a perdere ancora oggi, a soccombere tra i flutti di un mare che dovrebbe unire e far rinascere a nuova vita e che, invece, divide e seppellisce?

Noi da che parte vogliamo stare, dalla parte della “Madonna nera” o dalla parte delle odierne e pallide controfigure degli hegeliani di una volta?

(estratto da Neda, rivista di cultura, storia ed arte, Anno II, n.6 sett-dic. 2020, Corato, Secop edizioni).

Fonte: Transform!italia

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di Valentino Romano

Il bell’articolo di Massimo Novelli sul Mattino (Levi nel dimenticatoio con gli umiliati nel Sud) è macigno scagliato nella palude dell’oblio ingiustamente calato sull’intellettuale torinese ed è occasione per una rilettura (con le lenti dell’attualità) del suo romanzo più famoso, il Cristo si è fermato a Eboli. Che poi, a ben vedere, definire il Cristo solo un romanzo sarebbe ingabbiamento estremamente riduttivo: più correttamente si dovrebbe parlare di “saggio storico e antropologico sotto le mentite spoglie del racconto”, una riuscita miscela dei registri narrativi e saggistici. E, in aggiunta, il Cristo non appare solamente una irrevocabile condanna sulle nefandezze del periodo storico nel quale si sviluppò la vicenda umana dell’autore ma anche (e, forse, soprattutto) un trattato sulla condizioni e sulla sorte degli “umili”, delle classi subalterne meridionali dall’alba della Nuova Italia fino al periodo dello scritto leviano. Rileggerlo oggi, alla luce della contemporaneità, con lo sguardo rivolto ai nuovi “umili”, alle nuove (ma anche alle vecchie) classi subalterne che si premono alle porte della Storia, non è soltanto mero esercizio e diletto letterario ma occasione di riflessione e stimolo per de-costruire il presente e progettare un futuro che superi questo presente: le pagine leviane ci insegnano un metodo per farlo, l’unico possibile; un metodo che sta tutto racchiuso in un aggettivo possessivo, “mio”. Più volte, infatti, Levi parlando dei contadini meridionali (che sono i veri protagonisti del racconto), usa dire i “miei” contadini: quattro lettere che sono sinonimo prepotente e plastico del metodo adottato e indicato ai lettori d’ogni tempo: la condivisione.

Già perché Levi, calato in un mondo a lui fino ad allora s del tutto conosciuto quali erano le classi rurali meridionali, non vi si accosta come un qualsiasi viaggiatore straniero dell’Ottocento, incuriosito dal fascino  esotico della “terra incognita”, ma vi scava dentro fino a metterne a nudo l’anima, le sofferenze, il sentire; e la comprensione di «quell’altro mondo, serrato nel dolore e negli usi, negato alla Storia e allo Stato, eternamente paziente; a quella mia terra senza conforto e dolcezza, dove il contadino vive, nella miseria e nella lontananza, la sua immobile civiltà, su un suolo arido, nella presenza della morte» è proprio il “metodo” cui ho accennato prima.

Certamente il riferimento di Levi era diretto allo scontro antropologico (prima che politico e istituzionale) provocato a partire dalla cosiddetta “conquista regia” che portò a compimento il processo unitario. Proviamo però, in uno di quegli esercizi di sovrapposizione che fanno della Storia passata uno strumento di decodifica di quella presente: oggi premono alle nostre porte nuove subalternità, spinte dai flutti di un mare meno impietoso degli uomini e da un’insostenibile condizione del vivere; sono le nuove subalternità che si aggiungono a quelle preesistenti, sono il nuovo «quell’altro mondo […] serrato nel dolore e negli usi […], vive nella miseria […], negato alla Storia e allo Stato, […] nella presenza della morte».

Come non coglierne le similitudini, quel filo rosso (anche di sangue e di vite spezzate) che lega i contadini del Sud d’Italia di ieri agli emigranti dei vari Sud del mondo di oggi; come non collegare gli emarginati, gli esclusi e i colonizzati di ieri con quelli di oggi?

Non sono forse sovrapponibili il sospetto, rifiuto, la ghettizzazione e i pregiudizi (ancora non del tutto rimossi) di ieri a quelli di oggi?

I contadini di Levi erano utilizzati e relegati ai margini della Storia (sorte, per inciso, non molto dissimile di quella delle generazioni precedenti che – pur in diverso e più cruento modo – erano stati criminalizzati come delinquenti). Levi, “condividendo”, scelse di diventare uno di loro; i “miei contadini”, appunto. Nel viaggio leviano all’interno del mondo contadino la condivisione, però, non è intesa come “omologazione”, altro spauracchio dell’oggi: più semplicemente, ma molto più profondamente è riconoscimento e valorizzazione della “diversità” come ricchezza. Ne fa fede un illuminante passaggio de L’uva puttanella di Rocco Scotellaro, l’Omero dei contadini lucani, che di Levi fu fraterno amico. Scotellaro, in carcere per un’accusa rivelatasi poi inconsistente, leggeva ogni sera brani di un libro ai suoi analfabeti compagni di detenzione che, ascoltandolo, ne erano rapiti:

«A che vale leggere per noi, ve lo dice questo libro, che spiega pure quando e come e perché uno scrive […] Io ho avuto la fortuna di conoscere l’uomo che l’ha scritto, non è veramente mio amico. Ha scritto questo che il più appassionato e crudo memoriale dei nostri paesi […] non è un amico, come non può esserlo il padre, la madre; il fratello. Amico è l’avvocato, il medico, il testimone, il deputato, il prete. Quest’uomo è un fratellastro, mio, nostro, che abbiamo un giorno incontrato per avventura. Ciò che ci lega a lui è la fiducia reciproca per un fatto accaduto a lui e a noi e un amore della propria somiglianza».

Il fratellastro era Levi, Cristo era il libro: fa riflettere la terminologia usata – non causalmente – da Scotellaro, “fratellastro” perché, se la solidarietà tra due fratelli sembra scontata, quella tra fratellastri lo può apparire assai di meno; deriva cioè, non solo dal vincolo del medesimo sangue, ma anche dalla reciproca volontaria accettazione della diversità che ognuno si porta appresso. E torna il concetto della diversità che non separa e contrappone ma – al contrario – unisce, per via di un medesimo “fatto accaduto a lui e a noi” accomuna i fratellastri. Sempre riferendoci all’oggi, il pensiero non può, allora, che andare all’onda umana dolente che bussa alle nostre porte, accomunata alle nostre classi subalterne nel vivere sulla propria pelle il respingimento, l’esclusione, il pregiudizio, l’egoismo e tutto quant’altro rende la prima somigliante alle seconde. Scatta così. Ieri come oggi, una certa qual “solidarietà di classe” che, a ben riflettere, è “amore della propria somiglianza”. E per le classi subalterne di ieri come per quelle dolenti di oggi, il “nemico” rischia di diventare comune: qualcosa che si contrapponeva ieri e si contrappone oggi al perseguimento dell’obiettivo di una vita, come dire, più “umana”; è lo Stato liberista. Un nemico subdolo che punta ad allargare ancor più lo iato, già profondo, che divide: un nemico che, come Levi raccontava nell’Orologio, se ne stava (e se ne sta) “seduto a conversare dei loro odî eterni e della eterna noia, seduti sul muretto della piazza, sopra il burrone”; un nemico, la cui indifferenza, insensibilità e ostilità a cogliere i segni e il senso profondo del tempo che avanza, non può che provocare una sempre maggiore disaffezione nei suoi confronti da parte dei “contadini” e degli “emigranti”.

Proprio come, quanto alla disaffezione, scrive lo stesso Levi a proposito dei “suoi” contadini: “lo Stato è più lontano dal cielo, e più maligno, perché sta sempre dall’altra parte. Non importa quali siano le sue formule politiche, la sua struttura, i suoi programmi. I contadini non li capiscono, perché è un altro linguaggio dal loro, e non c’è davvero nessuna ragione perché li vogliano capire».

Amara, infine, è la constatazione di Levi a proposito dell’esito finale della rivolta contadina che tutti indicano come “brigantaggio”, ma che – al contrario se meglio conosciuta e se meglio scandagliata – è rivolta (pur confusa e contraddittoria) degli umili, dei paria della società: «il brigantaggio doveva perdere. Non aveva armi forgiate dal Vulcano, né cannoni come l’altra Italia. E non aveva dèi: che cosa poteva fare una povera Madonna dal viso nero contro lo Stato Etico degli hegeliani di Napoli?».

Una domanda vecchia di quasi ottant’anni ma di straordinaria attualità: cosa può fare oggi una “Madonna nera” contro lo Stato etico degli hegeliani”?

E la Madonna nera è destinata a perdere ancora oggi, a soccombere tra i flutti di un mare che dovrebbe unire e far rinascere a nuova vita e che, invece, divide e seppellisce?

Noi da che parte vogliamo stare, dalla parte della “Madonna nera” o dalla parte delle odierne e pallide controfigure degli hegeliani di una volta?

(estratto da Neda, rivista di cultura, storia ed arte, Anno II, n.6 sett-dic. 2020, Corato, Secop edizioni).

Fonte: Transform!italia

venerdì 28 gennaio 2022

Natale Cuccurese: “Il Governo Draghi regala un altro miliardo di euro ai Comuni più ricchi del Nord”

 Il sistema Nord batte cassa e il Governo Draghi, ad evidente trazione leghista e proto-leghista, subito sgancia gli “schéi”.

A denunciare la chiara natura antimeridionale del Governo dei cosiddetti “migliori”, ancora una volta è stato il Presidente del Partito del Sud Natale Cuccurese, una delle poche voci critiche che da anni si leva sistematicamente e costantemente in difesa dei bisogni e dei diritti disattesi dei 20 milioni di cittadini meridionali abbandonati da quasi tutte le altre forze politiche sedicenti nazionali al loro “destino” di povertà, disparità, rassegnazione, marginalità ed emigrazione.     

Le risorse PNRR per la rigenerazione urbana – ha osservato Cuccurese sulla sua pagina facebook personale – erano state assegnate ai Comuni più bisognosi anche in base all’indice di vulnerabilità sociale e materiale”. “E per quelli ricchi – ha proseguito sarcasticamente – come da lamentele di Zaia dei giorni scorsi…?!”.

Il Governo Draghi – ha denunciato Cuccurese – infarcito di leghisti e proto-leghisti, immediatamente si attiva per i ricchi e trova quasi un miliardo di euro anche per i Comuni più ricchi del Nord, confermandosi come il Governo più classista ed antimeridionale della storia della Repubblica”.

Fonte: Vesuvianonews-articolo Salvatore Lucchese



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 Il sistema Nord batte cassa e il Governo Draghi, ad evidente trazione leghista e proto-leghista, subito sgancia gli “schéi”.

A denunciare la chiara natura antimeridionale del Governo dei cosiddetti “migliori”, ancora una volta è stato il Presidente del Partito del Sud Natale Cuccurese, una delle poche voci critiche che da anni si leva sistematicamente e costantemente in difesa dei bisogni e dei diritti disattesi dei 20 milioni di cittadini meridionali abbandonati da quasi tutte le altre forze politiche sedicenti nazionali al loro “destino” di povertà, disparità, rassegnazione, marginalità ed emigrazione.     

Le risorse PNRR per la rigenerazione urbana – ha osservato Cuccurese sulla sua pagina facebook personale – erano state assegnate ai Comuni più bisognosi anche in base all’indice di vulnerabilità sociale e materiale”. “E per quelli ricchi – ha proseguito sarcasticamente – come da lamentele di Zaia dei giorni scorsi…?!”.

Il Governo Draghi – ha denunciato Cuccurese – infarcito di leghisti e proto-leghisti, immediatamente si attiva per i ricchi e trova quasi un miliardo di euro anche per i Comuni più ricchi del Nord, confermandosi come il Governo più classista ed antimeridionale della storia della Repubblica”.

Fonte: Vesuvianonews-articolo Salvatore Lucchese



 
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