giovedì 31 ottobre 2019

Dopo l’Umbria l’Emilia-Romagna?



di Natale Cuccurese – La disfatta del fronte PentaDemocratico in Umbria sta gettando nel panico il Partito democratico ed i suoi alleati, primo fra tutti il M5s che, a pochi mesi dalle elezioni europee, ha dimezzato i propri voti, in un trend che dalle elezioni politiche in poi ha visto consolidarsi il crollo costante dei consensi.
Raramente nella storia del Paese si è visto qualcosa di più incoerente; un movimento sovranista e populista, con idee in larga parte di destra, che in nome del mantenimento “del proprio status quo”, contraddicendo la sua stessa storia, ha cambiato inopinatamente fronte: dalla destra più estrema ad un centro-sinistra raffazzonato e unito solo dalla paura della spallata leghista. Non stupisce quindi che i suoi elettori in Umbria per la metà siano rimasti a casa e il restante abbia continuato a votare a destra.
Inutile dire che in queste prime ore la batosta elettorale non ha portato alcun giovamento all’elaborazione del pensiero degli strateghi governativi, portati più a sminuire il peso del voto umbro, che a fare ammenda dei propri errori, preparando così il terreno a futuri ed inevitabili ripiegamenti a favore di una destra sempre più baldanzosa, visto anche il progresso elettorale notevole di FdI.
La successiva “stazione del Calvario” governativo sarà il 26 gennaio in Emilia-Romagna. Già oggi Di Maio si appresta ad abbandonare la possibile alleanza col Pd, in funzione conservativa, mentre il governatore Bonaccini non abbandona gli atteggiamenti da uomo forte e, proseguendo nella mala imitazione di politiche e comportamenti destrorsi, si dice sicuro della vittoria finale, anche se, di ora in ora, le dichiarazioni che si succedono fanno capire che il gelo del dubbio si insinua con sempre maggior insistenza nel suo entourage. D’altra parte è risaputo che l’elettore fra l’originale e la copia sceglie sempre l’originale: è più affidabile.
Bonaccini continua da mesi nei suoi proclami, come in un mantra, a rivendicare l’operato del suo “buon governo”, ma in realtà le sue politiche hanno mercificato sanità, ambiente e territorio e messo l’Emilia-Romagna all’inseguimento della Lega con un pericolosissimo progetto di Autonomia regionale. Ora Bonaccini, e chi gli fa da sponda, si appella ad un campo largo, un fronte antifascista per meglio dire, per fermare il pericoloso avanzare delle destre. Peccato che contemporaneamente gli europarlamentari del suo partito, tradendo storia e memoria, non solo hanno votato nel Parlamento Europeo insieme a Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia l’equiparazione fra nazismo e comunismo, ma addirittura pochi giorni fa hanno votato contro la discussione in aula sulla repressione in atto in Cile. La solita distanza abissale che tradisce e definisce, così come per gli alleati, l’ipocrisia fra quanto a parole declamato e quanto poi effettivamente realizzato. Contemporaneamente il Presidente della Regione provvede all’accrocco di ceto politico con segmenti di sinistra volti solo a portare in dote i voti di chi, in buona fede, vuole un reale cambiamento nelle politiche della Regione.
Vorremmo sapere quale tipo di cambiamento questi consiglieri regionali possono garantire e quale tipo di credibilità possono vantare coloro che negli ultimi cinque anni non hanno fatto altro che avallare le più inique iniziative del Presidente Bonaccini: contro l’ambiente, il territorio, la sanità pubblica. Consiglieri regionali che addirittura han sottoscritto e presentato la richiesta di Autonomia Differenziata della Regione Emilia-Romagna. Un progetto neoliberista iniquo, eversivo, incostituzionale che corre il rischio di rompere l’unità nazionale, così come vuole la Lega.
Ci sarebbe bisogno di discontinuità dalle politiche fin qui perseguite per risalire la china; c’è bisogno di una immediata presa di distanze che porti alla rinuncia del progetto di Autonomia, rivedendo nel contempo le politiche in campo ambientale: abbandonando le fonti fossili, le trivellazioni, il consumo di suolo. Aprire ad un futuro rinnovabile. A quel punto forse il campo largo sarebbe praticabile, ma senza questa presa di distanza forte, rimane solo l’ipocrisia di chi in nome di un antifascismo di facciata vuole solo mantenere inalterato il ruolo di arrogante casta regionale, preparandosi contemporaneamente al racconto del voto utile contro la Lega, mettendo insieme un calderone di ceti politici che andranno da esponenti del centrodestra a forze di centrosinistra (spacciate per ecologiste e di sinistra) rissose tra di loro ed in crisi di rappresentanza reale.
In Emilia-Romagna, così come alla guida del governo nazionale, non abbiamo bisogno di questi sgangherati cartelli elettorali, ma di una sinistra alternativa alle politiche antipopolari e nemiche dell’ambiente di Bonaccini ed al razzismo della Borgonzoni. Ricostruire un campo largo fra simili che non parta dallo scimmiottare le politiche leghiste. Per evitare di avere Salvini al governo del Paese o della Regione la prima cosa da fare sarebbe appunto quella di non imitarne le politiche. Sembrerebbe cosa ovvia eppure…
Per fortuna in Emilia-Romagna sarà possibile esprimere il vero ”voto utile”, quello per politiche volte ai beni comuni, agli interessi dei lavoratori e all’ambiente: quello della lista in formazione “L’Altra Emilia Romagna”.


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di Natale Cuccurese – La disfatta del fronte PentaDemocratico in Umbria sta gettando nel panico il Partito democratico ed i suoi alleati, primo fra tutti il M5s che, a pochi mesi dalle elezioni europee, ha dimezzato i propri voti, in un trend che dalle elezioni politiche in poi ha visto consolidarsi il crollo costante dei consensi.
Raramente nella storia del Paese si è visto qualcosa di più incoerente; un movimento sovranista e populista, con idee in larga parte di destra, che in nome del mantenimento “del proprio status quo”, contraddicendo la sua stessa storia, ha cambiato inopinatamente fronte: dalla destra più estrema ad un centro-sinistra raffazzonato e unito solo dalla paura della spallata leghista. Non stupisce quindi che i suoi elettori in Umbria per la metà siano rimasti a casa e il restante abbia continuato a votare a destra.
Inutile dire che in queste prime ore la batosta elettorale non ha portato alcun giovamento all’elaborazione del pensiero degli strateghi governativi, portati più a sminuire il peso del voto umbro, che a fare ammenda dei propri errori, preparando così il terreno a futuri ed inevitabili ripiegamenti a favore di una destra sempre più baldanzosa, visto anche il progresso elettorale notevole di FdI.
La successiva “stazione del Calvario” governativo sarà il 26 gennaio in Emilia-Romagna. Già oggi Di Maio si appresta ad abbandonare la possibile alleanza col Pd, in funzione conservativa, mentre il governatore Bonaccini non abbandona gli atteggiamenti da uomo forte e, proseguendo nella mala imitazione di politiche e comportamenti destrorsi, si dice sicuro della vittoria finale, anche se, di ora in ora, le dichiarazioni che si succedono fanno capire che il gelo del dubbio si insinua con sempre maggior insistenza nel suo entourage. D’altra parte è risaputo che l’elettore fra l’originale e la copia sceglie sempre l’originale: è più affidabile.
Bonaccini continua da mesi nei suoi proclami, come in un mantra, a rivendicare l’operato del suo “buon governo”, ma in realtà le sue politiche hanno mercificato sanità, ambiente e territorio e messo l’Emilia-Romagna all’inseguimento della Lega con un pericolosissimo progetto di Autonomia regionale. Ora Bonaccini, e chi gli fa da sponda, si appella ad un campo largo, un fronte antifascista per meglio dire, per fermare il pericoloso avanzare delle destre. Peccato che contemporaneamente gli europarlamentari del suo partito, tradendo storia e memoria, non solo hanno votato nel Parlamento Europeo insieme a Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia l’equiparazione fra nazismo e comunismo, ma addirittura pochi giorni fa hanno votato contro la discussione in aula sulla repressione in atto in Cile. La solita distanza abissale che tradisce e definisce, così come per gli alleati, l’ipocrisia fra quanto a parole declamato e quanto poi effettivamente realizzato. Contemporaneamente il Presidente della Regione provvede all’accrocco di ceto politico con segmenti di sinistra volti solo a portare in dote i voti di chi, in buona fede, vuole un reale cambiamento nelle politiche della Regione.
Vorremmo sapere quale tipo di cambiamento questi consiglieri regionali possono garantire e quale tipo di credibilità possono vantare coloro che negli ultimi cinque anni non hanno fatto altro che avallare le più inique iniziative del Presidente Bonaccini: contro l’ambiente, il territorio, la sanità pubblica. Consiglieri regionali che addirittura han sottoscritto e presentato la richiesta di Autonomia Differenziata della Regione Emilia-Romagna. Un progetto neoliberista iniquo, eversivo, incostituzionale che corre il rischio di rompere l’unità nazionale, così come vuole la Lega.
Ci sarebbe bisogno di discontinuità dalle politiche fin qui perseguite per risalire la china; c’è bisogno di una immediata presa di distanze che porti alla rinuncia del progetto di Autonomia, rivedendo nel contempo le politiche in campo ambientale: abbandonando le fonti fossili, le trivellazioni, il consumo di suolo. Aprire ad un futuro rinnovabile. A quel punto forse il campo largo sarebbe praticabile, ma senza questa presa di distanza forte, rimane solo l’ipocrisia di chi in nome di un antifascismo di facciata vuole solo mantenere inalterato il ruolo di arrogante casta regionale, preparandosi contemporaneamente al racconto del voto utile contro la Lega, mettendo insieme un calderone di ceti politici che andranno da esponenti del centrodestra a forze di centrosinistra (spacciate per ecologiste e di sinistra) rissose tra di loro ed in crisi di rappresentanza reale.
In Emilia-Romagna, così come alla guida del governo nazionale, non abbiamo bisogno di questi sgangherati cartelli elettorali, ma di una sinistra alternativa alle politiche antipopolari e nemiche dell’ambiente di Bonaccini ed al razzismo della Borgonzoni. Ricostruire un campo largo fra simili che non parta dallo scimmiottare le politiche leghiste. Per evitare di avere Salvini al governo del Paese o della Regione la prima cosa da fare sarebbe appunto quella di non imitarne le politiche. Sembrerebbe cosa ovvia eppure…
Per fortuna in Emilia-Romagna sarà possibile esprimere il vero ”voto utile”, quello per politiche volte ai beni comuni, agli interessi dei lavoratori e all’ambiente: quello della lista in formazione “L’Altra Emilia Romagna”.


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mercoledì 23 ottobre 2019

Un laboratorio politico permanente per la riscossa del Sud



Di Loredana Marino

Bentornati al Sud, così titola l’editoriale di Giovanni Russo Spena su Left del 13 settembre 2019.
Bentornati al Sud, noi siamo qui, tra i papaveri rossi, come api che resistano all’ estinzione, tra il verde della nostra Terra, sempre più calpestata e il blu del Mediterraneo. «Mare nostro … tu sei più giusto della terraferma pure quando sollevi onde a muraglia poi le abbassi a tappeto. Custodisci le vite, le visite cadute come foglie sul viale, fai da autunno per loro, da carezza, abbraccio, bacio in fronte, madre, padre prima di partire» (da Mare Nostro di E. De Luca). Noi siamo qui nel tentativo di liberare coscienze da un sud dimenticato, qui per il nostro Sud, rinnovato nella sua potenzialità, «ma anche – scrive Russo Spena – fecondo ed innovativo laboratorio di temi produttivi, ecologici, antropologici (penso alle grandi migrazioni). Le lotte per i lavori di qualità, per il reddito possono rilanciare il sindacalismo territoriale delle vecchie “Camere del lavoro” oggi appannate dall’assenza di vertenzialità. Le esperienze di cooperazione Nord/Sud ma soprattutto Sud/Sud possono alimentare nuove ragioni di scambio, nuove aree economiche integrate». Da qui nasce l’idea del Laboratorio la riscossa del Sud in collaborazione con la rivista Left e Transform Italia, perché per noi il Mezzogiorno d’Italia è il paradigma della riorganizzazione degli spazi di vita.


Sud: colonia depredata ed abbandonata. Terra di conquista, di sfruttamento ed abbandono, nasce come colonia dal 1861 condizione che ne ha determinato nel corso dei secoli, nel senso comune, la condizione di una zavorra per lo sviluppo del Paese, condizionandone da un lato un approccio antropologico della popolazione nella gestione del territorio e del quotidiano ma dall’altro la messa in discussione di uno stato di accettazione che ha dato vita a focolai di lotta e di conquista. I nostri territori sono stati luoghi di rivolte contadine, dei movimenti di occupazione delle terre, di movimenti per il salario, per il diritto al lavoro e alla casa, di movimenti femministi, delle conflittualità urbane lungo tutto il 900 sino ad oggi, un oggi inquinato, dal richiamo di una pericolosa ideologia, da quel: si stava meglio prima dell’unità, con frequenti adulterazioni storiche capeggiate da formazioni neoborboniche ed altri movimenti sudisti, dentro un sistema di conservazione e non di opposizione politica e sociale, oggi più che mai pericoloso, perché si colloca dentro il dibattito sull’autonomia differenziata animando la contrapposizione tra secessionisti ed autonomisti, facendo così sponda ai desiderata leghisti.
Ad oggi “la questione meridionale” esiste, causa è la rivoluzione mancata, quella rivoluzione passiva, che è stato il risorgimento italiano, un nodo storico irrisolto in questo sud dove alberga la cultura del potere costituito.

Nell’idea di rivoluzione mancata, un altro nodo storico irrisolto vogliamo metter in luce: la mancata unificazione storica tra la classe operaia del nord e le lotte del Mezzogiorno.
Le lotte contadine a partire dagli anni 48/50 contribuirono alla formazione e difesa della democrazia, nel Paese, creando una coscienza di classe, ma la mancata connessione con le lotte operaie del nord ha determinato un arretramento storico sul terreno strategico di un nuovo sviluppo del Paese e la riforma dello Stato, venendo meno, così, la prospettiva del cambiamento.
Il venir meno della tensione trasformatrice del Sud ne ha determinato negli anni una crisi di democrazia causata anche dalle deboli protezioni sociali soccombendo ai richiami clientelari speculativi di alcune forze politiche, come ad es. la democrazia cristiana, che ha organizzato, lungo tutto il 900 uno sviluppo assistito, in modo, spesso parassitario, determinando una vera e propria caduta di civiltà. Da qui un “sud colonia”, nell’intendo di determinare l’idea di dipendenza, un sud depredato dalla propria vocazione, derubato del proprio popolo “forza lavoro” utile per lo sviluppo altrove, della propria terra ed infine abbandonato come rifiuto.
Nella lunga storia del riscatto del Sud da sempre è annidata la corruzione nella gestione della cosa pubblica , l’antistato come risposta al disagio, la carenza di classe dirigente capace di investire sullo sviluppo del territorio, e non nel clientelismo e nel familismo l’elemento caratterizzante della gestione delle relazioni e dei territori, con sempre più presente il ricatto sociale, che ne ha identificato una caduta di civiltà politica sociale ed economica e incapace di definirne la condizione di volano per lo sviluppo culturale, sociale del Mezzogiorno e del Mediterraneo.
Oggi, gli effetti, della crudele gestione e valorizzazione di un territorio, vengono al pettine e con la parola biocidio, nel Mezzogiorno d’Italia si sta scrivendo una nuova pagina della questione meridionale, un nuovo alfabeto di lotta e partecipazione, una lotta biopolitica, ove temi come salvaguardia del territorio, inquinamento industriale, riconversione ecologica, valorizzazione delle risorse agricole declinano in modo nuovo il tema della salute, della difesa dell’ambiente, del lavoro/non lavoro, delle migrazioni, con una ancora più radicale critica al sistema neo liberista. Questo conflitto tra capitale e vita ha generato nuove forme di Resistenza che, purtroppo, come unica risposta hanno trovato un regime securitario, ove un’informazione e una comunicazione non oggettive sono complici e specchio illiberale del soffocamento della libertà, come riconosciuto dal Tribunale dei Popoli.
Siamo il Sud d’ Europa , dell’ “Europa dei Popoli e della Giustizia sociale” un’ altra Europa che rifiuta il liberismo disumano, fondato sui vincoli economici e sugli strangolamenti delle popolazioni locali e dell’area euromediterranea, un’altra Europa che fa della centralità Mediterranea, dell’ambiente, dell’accoglienza e del diritto dei migranti, della cooperazione la propria vocazione, elementi centrali di proposta politica, attraverso un’assemblea parlamentare euroafricana, il riconoscimento della cittadinanza euromediterranea, la costruzione sezione mediterranea della Be.
Alla luce di questa breve sintesi oggi come ieri chi non vuol soccombere e far soccombere il Sud sotto il macigno di un potere costituito ha un compito, quello di riprendere le file di una discussione di cambiamento e di riscatto, un’ impegno di donne ed uomini, protagoniste e protagonisti di lotte in difesa della Terra e dei diritti per il lavoro, impegnati sull’antimafia sociale, accademici, intellettuali una sinergia di sapere e di proposta per il cambiamento, che affronti i nodi da sciogliere con una visione gramsciana.
Un laboratorio di pensiero capace di agire nelle contraddizioni delle politiche liberiste, che oggi ci consegnano una drammatica verità, dal Rapporto Svimez 2019, dove non a caso si parla di “eutanasia del Mezzogiorno, in cui si assiste ad un calo degli investimenti pubblici, del credito e del Pil ed il drammatico fenomeno di emigrazione, una vera emergenza nazionale, in altre parole siamo di fronte allo spopolamento e alla recessione del Mezzogiorno.
Da una disamina degli ultimi 15 anni quasi due milioni di meridionali si sono spostati nelle regioni del Centro Nord Italia. Gli “emigrati” dal Sud tra il 2002 e il 2017 sono stati oltre 2 milioni, di cui 132.187 nel solo 2017, la metà sono giovani ed il 33% giovani laureati.
In sostanza, sono di più i meridionali che emigrano dal Sud per lavoro o studio al Centro Nord e all’estero che gli stranieri migranti che scelgono di vivere nelle regioni meridionali.
Il saldo migratorio interno, al netto dei rientri, è negativo per 852 mila unità. Solo 2017 – si legge nel Rapporto Svimez – sono andati via «132 mila meridionali, con un saldo negativo di circa 70mila unità».
L’emergenza emigrazione del Sud determina una perdita di popolazione, soprattutto giovanile, e qualificata, solo parzialmente compensata da flussi di migranti, modesti nel numero e caratterizzati da basse competenze. Questa dinamica determina una prospettiva demografica assai preoccupante di spopolamento, che riguarda in particolare i piccoli centri sotto i 5mila abitanti.
E se l’Italia non cresce, il Sud arranca sempre di più, al punto che il divario con il resto del paese aumenta progressivamente.
«Nel quadro di un progressivo del rallentamento dell’economia italiana, si è riaperta, dunque, la frattura territoriale che arriverà nel prossimo anno a segnare un andamento opposto tra le aree, facendo ripiombare il Sud nella recessione da cui troppo lentamente era uscito». Nel rapporto Svimez 2019 in base alle previsioni, l’Italia farà registrare una sostanziale stagnazione, con incremento lievissimo del Pil del +0,1%. con un Pil del Centro-Nord di appena lo +0,3%, mentre nel Mezzogiorno l’andamento previsto è negativo e si sostanzia con una dinamica recessiva: -0,3% .
Come è noto il motore dello sviluppo economico del Mezzogiorno è stato ed è la spesa pubblica, non perché sia maggiore rispetto al Centro-Nord (come spesa pro-capite), ma in quanto sono più deboli gli altri settori, industria e servizi non tradizionali, rispetto al resto del paese. Ed è scandaloso pensare che la parte più ricca del paese che gode già di una maggiore spesa pubblica punti oggi ad aumentarla ancora attraverso la famigerata “autonomia finanziaria differenziata”.
Relativamente alla dinamica del lavoro il rapporto Svimez mostra un Gap occupazionale del Sud rispetto al Centro-Nord nel 2018 «pari a 2 milioni 918 mila persone, al netto delle forze armate» sottolineando che come la dinamica dell’occupazione al Sud presenti dalla metà del 2018 «una marcata inversione di tendenza, con una divaricazione negli andamenti tra Mezzogiorno e Centro-Nord». Gli occupati al Sud negli ultimi due trimestri del 2018 e nel primo del 2019 “sono calati di 107 mila unità (-1,7%)”, nel Centro-Nord, invece, nello stesso periodo, «sono cresciuti di 48 mila unità (+0,3%)», chiaro è che l’indebolimento delle politiche pubbliche nel Sud, poi, incide significativamente sulla qualità dei servizi erogati ai cittadini. Preoccupanti anche i dati sulla disoccupazione giovanile al record europeo in Calabria (58,7%), nonché il record europeo di Neet ( tre milioni e mezzo di giovani che non studiano più e non lavorano), il livello di povertà assoluta del 10% della popolazione, problematiche ambientali e sanitarie, evasione scolastica vicina al 20%, ben 6 punti sopra la media nazionale, il doppio di quella europea, un sistema universitario messo alle strette per effetto di criteri “folli” nella ripartizione dei fondi che premiano le Università del nord, i comuni prossimi al default grazie alle politiche del pareggio di bilancio con conseguenti politiche socio-sanitarie quasi azzerate e trasporti locali ai minimi storici, un’aspettativa di vita più bassa di 5 anni rispetto alla media nazionale, natalità in forte calo causa emigrazione giovanile e si potrebbe ancora continuare a lungo.
Il divario nei servizi dovuto soprattutto ad una minore quantità e qualità delle infrastrutture sociali e riguarda diritti fondamentali di cittadinanza: in termini di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura. Nel comparto sanitario vi è un divario già nell’offerta di posti letto ospedalieri per abitante: 28,2 posti letto di degenza ordinaria ogni 10 mila abitanti al Sud, contro 33,7 al Centro-Nord. Tale divario diviene macroscopicamente più ampio nel settore socio-assistenziale, nel quale il ritardo delle regioni meridionali riguarda soprattutto i servizi per gli anziani, a partire dalla residenza domiciliare.
Infatti, per ogni 10mila utenti anziani con più di 65 anni, 88 usufruiscono di assistenza domiciliare integrata con servizi sanitari al Nord, 42 al Centro, appena 18 nel Mezzogiorno.
Ancor più drammatici sono i dati che riguardano l’edilizia. A fronte di una media oscillante attorno al 50% dei plessi scolastici al Nord che hanno il certificato di agibilità o di abitabilità, al Sud sono appena il 28,4%. Inoltre, mentre nelle scuole primaria del Centro-Nord il tempo pieno per gli alunni è una costante nel 48,1% dei casi, al Sud si precipita al 15,9%
Insomma, il rapporto Svimez oggi ci pone di fronte alla «grande crisi del Sud». Occorre sapere che se ne potrà uscire non con piccoli aggiustamenti, ma solamente con un surplus di radicalità, a partire dal NO alla autonomia differenziata, che comporterà ulteriore povertà culturale economica e sociale. Questo Sud così difficile e lacerato può rappresentare, tuttavia, un terreno di sperimentazione politica straordinaria con la messa in discussione delle caratteristiche di fondo del capitalismo contemporaneo. Non si tratta più di ragionare dello schema, ormai anacronistico, del binomio arretratezza/sviluppo. Non c’è un deficit di modernità al Sud; esso è segnato, invece, dalla modernità nel suo versante della svalorizzazione sociale della ricchezza, la qual cosa è appunto l’altra faccia della valorizzazione produttiva.
Il Mezzogiorno d’Italia necessità di un progetto globale di sviluppo che lo avvicini sempre più agli standard dei servizi e delle infrastrutture presenti in altre parti del Paese al fine di rendere meno gravoso lo sforzo che cittadini ed imprese pure profondono per non restare relegati e marginali nel contesto italiano. Un Piano di Sviluppo che punti a far crescere il lavoro in modo ecosostenibile e che parta da una vera e propria carta dei diritti del sud che incarni la vocazione di una intera area vasta, che veda nella riconversione e nell’innovazione ambientale, nell’agricoltura e nel turismo settori di crescita ed occupazione.
Il laboratorio “La riscossa del Sud” uole esser luogo di approfondimenti, di analisi e rinnovamento interpretativo della questione meridionale, di pratiche di conflitto, di sperimentazione per la valorizzazione delle risorse umane e materiali, capace di stabilire un nesso tra modernità e trasformazione, perché il sud sia sempre più risorsa del Paese e non marginalizzato a solo mercato di sfruttamento e consumo.
Il laboratorio permanente “La riscossa del Sud” è uno spazio di confronto che incontra i territori, programmando una serie di appuntamenti dalla Campania alla Sicilia, attraversando tutte le regioni del Sud, a partire da novembre di concerto con quanti possono ospitare la nostra iniziativa.


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Di Loredana Marino

Bentornati al Sud, così titola l’editoriale di Giovanni Russo Spena su Left del 13 settembre 2019.
Bentornati al Sud, noi siamo qui, tra i papaveri rossi, come api che resistano all’ estinzione, tra il verde della nostra Terra, sempre più calpestata e il blu del Mediterraneo. «Mare nostro … tu sei più giusto della terraferma pure quando sollevi onde a muraglia poi le abbassi a tappeto. Custodisci le vite, le visite cadute come foglie sul viale, fai da autunno per loro, da carezza, abbraccio, bacio in fronte, madre, padre prima di partire» (da Mare Nostro di E. De Luca). Noi siamo qui nel tentativo di liberare coscienze da un sud dimenticato, qui per il nostro Sud, rinnovato nella sua potenzialità, «ma anche – scrive Russo Spena – fecondo ed innovativo laboratorio di temi produttivi, ecologici, antropologici (penso alle grandi migrazioni). Le lotte per i lavori di qualità, per il reddito possono rilanciare il sindacalismo territoriale delle vecchie “Camere del lavoro” oggi appannate dall’assenza di vertenzialità. Le esperienze di cooperazione Nord/Sud ma soprattutto Sud/Sud possono alimentare nuove ragioni di scambio, nuove aree economiche integrate». Da qui nasce l’idea del Laboratorio la riscossa del Sud in collaborazione con la rivista Left e Transform Italia, perché per noi il Mezzogiorno d’Italia è il paradigma della riorganizzazione degli spazi di vita.


Sud: colonia depredata ed abbandonata. Terra di conquista, di sfruttamento ed abbandono, nasce come colonia dal 1861 condizione che ne ha determinato nel corso dei secoli, nel senso comune, la condizione di una zavorra per lo sviluppo del Paese, condizionandone da un lato un approccio antropologico della popolazione nella gestione del territorio e del quotidiano ma dall’altro la messa in discussione di uno stato di accettazione che ha dato vita a focolai di lotta e di conquista. I nostri territori sono stati luoghi di rivolte contadine, dei movimenti di occupazione delle terre, di movimenti per il salario, per il diritto al lavoro e alla casa, di movimenti femministi, delle conflittualità urbane lungo tutto il 900 sino ad oggi, un oggi inquinato, dal richiamo di una pericolosa ideologia, da quel: si stava meglio prima dell’unità, con frequenti adulterazioni storiche capeggiate da formazioni neoborboniche ed altri movimenti sudisti, dentro un sistema di conservazione e non di opposizione politica e sociale, oggi più che mai pericoloso, perché si colloca dentro il dibattito sull’autonomia differenziata animando la contrapposizione tra secessionisti ed autonomisti, facendo così sponda ai desiderata leghisti.
Ad oggi “la questione meridionale” esiste, causa è la rivoluzione mancata, quella rivoluzione passiva, che è stato il risorgimento italiano, un nodo storico irrisolto in questo sud dove alberga la cultura del potere costituito.

Nell’idea di rivoluzione mancata, un altro nodo storico irrisolto vogliamo metter in luce: la mancata unificazione storica tra la classe operaia del nord e le lotte del Mezzogiorno.
Le lotte contadine a partire dagli anni 48/50 contribuirono alla formazione e difesa della democrazia, nel Paese, creando una coscienza di classe, ma la mancata connessione con le lotte operaie del nord ha determinato un arretramento storico sul terreno strategico di un nuovo sviluppo del Paese e la riforma dello Stato, venendo meno, così, la prospettiva del cambiamento.
Il venir meno della tensione trasformatrice del Sud ne ha determinato negli anni una crisi di democrazia causata anche dalle deboli protezioni sociali soccombendo ai richiami clientelari speculativi di alcune forze politiche, come ad es. la democrazia cristiana, che ha organizzato, lungo tutto il 900 uno sviluppo assistito, in modo, spesso parassitario, determinando una vera e propria caduta di civiltà. Da qui un “sud colonia”, nell’intendo di determinare l’idea di dipendenza, un sud depredato dalla propria vocazione, derubato del proprio popolo “forza lavoro” utile per lo sviluppo altrove, della propria terra ed infine abbandonato come rifiuto.
Nella lunga storia del riscatto del Sud da sempre è annidata la corruzione nella gestione della cosa pubblica , l’antistato come risposta al disagio, la carenza di classe dirigente capace di investire sullo sviluppo del territorio, e non nel clientelismo e nel familismo l’elemento caratterizzante della gestione delle relazioni e dei territori, con sempre più presente il ricatto sociale, che ne ha identificato una caduta di civiltà politica sociale ed economica e incapace di definirne la condizione di volano per lo sviluppo culturale, sociale del Mezzogiorno e del Mediterraneo.
Oggi, gli effetti, della crudele gestione e valorizzazione di un territorio, vengono al pettine e con la parola biocidio, nel Mezzogiorno d’Italia si sta scrivendo una nuova pagina della questione meridionale, un nuovo alfabeto di lotta e partecipazione, una lotta biopolitica, ove temi come salvaguardia del territorio, inquinamento industriale, riconversione ecologica, valorizzazione delle risorse agricole declinano in modo nuovo il tema della salute, della difesa dell’ambiente, del lavoro/non lavoro, delle migrazioni, con una ancora più radicale critica al sistema neo liberista. Questo conflitto tra capitale e vita ha generato nuove forme di Resistenza che, purtroppo, come unica risposta hanno trovato un regime securitario, ove un’informazione e una comunicazione non oggettive sono complici e specchio illiberale del soffocamento della libertà, come riconosciuto dal Tribunale dei Popoli.
Siamo il Sud d’ Europa , dell’ “Europa dei Popoli e della Giustizia sociale” un’ altra Europa che rifiuta il liberismo disumano, fondato sui vincoli economici e sugli strangolamenti delle popolazioni locali e dell’area euromediterranea, un’altra Europa che fa della centralità Mediterranea, dell’ambiente, dell’accoglienza e del diritto dei migranti, della cooperazione la propria vocazione, elementi centrali di proposta politica, attraverso un’assemblea parlamentare euroafricana, il riconoscimento della cittadinanza euromediterranea, la costruzione sezione mediterranea della Be.
Alla luce di questa breve sintesi oggi come ieri chi non vuol soccombere e far soccombere il Sud sotto il macigno di un potere costituito ha un compito, quello di riprendere le file di una discussione di cambiamento e di riscatto, un’ impegno di donne ed uomini, protagoniste e protagonisti di lotte in difesa della Terra e dei diritti per il lavoro, impegnati sull’antimafia sociale, accademici, intellettuali una sinergia di sapere e di proposta per il cambiamento, che affronti i nodi da sciogliere con una visione gramsciana.
Un laboratorio di pensiero capace di agire nelle contraddizioni delle politiche liberiste, che oggi ci consegnano una drammatica verità, dal Rapporto Svimez 2019, dove non a caso si parla di “eutanasia del Mezzogiorno, in cui si assiste ad un calo degli investimenti pubblici, del credito e del Pil ed il drammatico fenomeno di emigrazione, una vera emergenza nazionale, in altre parole siamo di fronte allo spopolamento e alla recessione del Mezzogiorno.
Da una disamina degli ultimi 15 anni quasi due milioni di meridionali si sono spostati nelle regioni del Centro Nord Italia. Gli “emigrati” dal Sud tra il 2002 e il 2017 sono stati oltre 2 milioni, di cui 132.187 nel solo 2017, la metà sono giovani ed il 33% giovani laureati.
In sostanza, sono di più i meridionali che emigrano dal Sud per lavoro o studio al Centro Nord e all’estero che gli stranieri migranti che scelgono di vivere nelle regioni meridionali.
Il saldo migratorio interno, al netto dei rientri, è negativo per 852 mila unità. Solo 2017 – si legge nel Rapporto Svimez – sono andati via «132 mila meridionali, con un saldo negativo di circa 70mila unità».
L’emergenza emigrazione del Sud determina una perdita di popolazione, soprattutto giovanile, e qualificata, solo parzialmente compensata da flussi di migranti, modesti nel numero e caratterizzati da basse competenze. Questa dinamica determina una prospettiva demografica assai preoccupante di spopolamento, che riguarda in particolare i piccoli centri sotto i 5mila abitanti.
E se l’Italia non cresce, il Sud arranca sempre di più, al punto che il divario con il resto del paese aumenta progressivamente.
«Nel quadro di un progressivo del rallentamento dell’economia italiana, si è riaperta, dunque, la frattura territoriale che arriverà nel prossimo anno a segnare un andamento opposto tra le aree, facendo ripiombare il Sud nella recessione da cui troppo lentamente era uscito». Nel rapporto Svimez 2019 in base alle previsioni, l’Italia farà registrare una sostanziale stagnazione, con incremento lievissimo del Pil del +0,1%. con un Pil del Centro-Nord di appena lo +0,3%, mentre nel Mezzogiorno l’andamento previsto è negativo e si sostanzia con una dinamica recessiva: -0,3% .
Come è noto il motore dello sviluppo economico del Mezzogiorno è stato ed è la spesa pubblica, non perché sia maggiore rispetto al Centro-Nord (come spesa pro-capite), ma in quanto sono più deboli gli altri settori, industria e servizi non tradizionali, rispetto al resto del paese. Ed è scandaloso pensare che la parte più ricca del paese che gode già di una maggiore spesa pubblica punti oggi ad aumentarla ancora attraverso la famigerata “autonomia finanziaria differenziata”.
Relativamente alla dinamica del lavoro il rapporto Svimez mostra un Gap occupazionale del Sud rispetto al Centro-Nord nel 2018 «pari a 2 milioni 918 mila persone, al netto delle forze armate» sottolineando che come la dinamica dell’occupazione al Sud presenti dalla metà del 2018 «una marcata inversione di tendenza, con una divaricazione negli andamenti tra Mezzogiorno e Centro-Nord». Gli occupati al Sud negli ultimi due trimestri del 2018 e nel primo del 2019 “sono calati di 107 mila unità (-1,7%)”, nel Centro-Nord, invece, nello stesso periodo, «sono cresciuti di 48 mila unità (+0,3%)», chiaro è che l’indebolimento delle politiche pubbliche nel Sud, poi, incide significativamente sulla qualità dei servizi erogati ai cittadini. Preoccupanti anche i dati sulla disoccupazione giovanile al record europeo in Calabria (58,7%), nonché il record europeo di Neet ( tre milioni e mezzo di giovani che non studiano più e non lavorano), il livello di povertà assoluta del 10% della popolazione, problematiche ambientali e sanitarie, evasione scolastica vicina al 20%, ben 6 punti sopra la media nazionale, il doppio di quella europea, un sistema universitario messo alle strette per effetto di criteri “folli” nella ripartizione dei fondi che premiano le Università del nord, i comuni prossimi al default grazie alle politiche del pareggio di bilancio con conseguenti politiche socio-sanitarie quasi azzerate e trasporti locali ai minimi storici, un’aspettativa di vita più bassa di 5 anni rispetto alla media nazionale, natalità in forte calo causa emigrazione giovanile e si potrebbe ancora continuare a lungo.
Il divario nei servizi dovuto soprattutto ad una minore quantità e qualità delle infrastrutture sociali e riguarda diritti fondamentali di cittadinanza: in termini di adeguati standard di istruzione, di idoneità di servizi sanitari e di cura. Nel comparto sanitario vi è un divario già nell’offerta di posti letto ospedalieri per abitante: 28,2 posti letto di degenza ordinaria ogni 10 mila abitanti al Sud, contro 33,7 al Centro-Nord. Tale divario diviene macroscopicamente più ampio nel settore socio-assistenziale, nel quale il ritardo delle regioni meridionali riguarda soprattutto i servizi per gli anziani, a partire dalla residenza domiciliare.
Infatti, per ogni 10mila utenti anziani con più di 65 anni, 88 usufruiscono di assistenza domiciliare integrata con servizi sanitari al Nord, 42 al Centro, appena 18 nel Mezzogiorno.
Ancor più drammatici sono i dati che riguardano l’edilizia. A fronte di una media oscillante attorno al 50% dei plessi scolastici al Nord che hanno il certificato di agibilità o di abitabilità, al Sud sono appena il 28,4%. Inoltre, mentre nelle scuole primaria del Centro-Nord il tempo pieno per gli alunni è una costante nel 48,1% dei casi, al Sud si precipita al 15,9%
Insomma, il rapporto Svimez oggi ci pone di fronte alla «grande crisi del Sud». Occorre sapere che se ne potrà uscire non con piccoli aggiustamenti, ma solamente con un surplus di radicalità, a partire dal NO alla autonomia differenziata, che comporterà ulteriore povertà culturale economica e sociale. Questo Sud così difficile e lacerato può rappresentare, tuttavia, un terreno di sperimentazione politica straordinaria con la messa in discussione delle caratteristiche di fondo del capitalismo contemporaneo. Non si tratta più di ragionare dello schema, ormai anacronistico, del binomio arretratezza/sviluppo. Non c’è un deficit di modernità al Sud; esso è segnato, invece, dalla modernità nel suo versante della svalorizzazione sociale della ricchezza, la qual cosa è appunto l’altra faccia della valorizzazione produttiva.
Il Mezzogiorno d’Italia necessità di un progetto globale di sviluppo che lo avvicini sempre più agli standard dei servizi e delle infrastrutture presenti in altre parti del Paese al fine di rendere meno gravoso lo sforzo che cittadini ed imprese pure profondono per non restare relegati e marginali nel contesto italiano. Un Piano di Sviluppo che punti a far crescere il lavoro in modo ecosostenibile e che parta da una vera e propria carta dei diritti del sud che incarni la vocazione di una intera area vasta, che veda nella riconversione e nell’innovazione ambientale, nell’agricoltura e nel turismo settori di crescita ed occupazione.
Il laboratorio “La riscossa del Sud” uole esser luogo di approfondimenti, di analisi e rinnovamento interpretativo della questione meridionale, di pratiche di conflitto, di sperimentazione per la valorizzazione delle risorse umane e materiali, capace di stabilire un nesso tra modernità e trasformazione, perché il sud sia sempre più risorsa del Paese e non marginalizzato a solo mercato di sfruttamento e consumo.
Il laboratorio permanente “La riscossa del Sud” è uno spazio di confronto che incontra i territori, programmando una serie di appuntamenti dalla Campania alla Sicilia, attraversando tutte le regioni del Sud, a partire da novembre di concerto con quanti possono ospitare la nostra iniziativa.


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lunedì 21 ottobre 2019

Whirlpool, tre cose da fare per salvare mille famiglie campane dalla povertà




Da Left

Il Governo italiano conosceva già ad aprile 2019 le vere intenzioni della Whirlpool? Il Governo italiano ha evitato di comunicare agli operai napoletani le vere intenzioni di Whirlpool? Sicuramente già dal 6 giugno 2019 il Governo italiano non poteva non sapere i reali obiettivi di Whirlpool: riconvertire i suoi impianti di Napoli e vendere l’impianto a una terza parte. Perché dal 6 giugno? Semplicemente perché il 6 giugno la Whirlpool aveva già comunicato le sue intenzioni per iscritto chiaramente alla SEC, la Consob americana, dopo il comunicato del 31 maggio e dopo l’incontro al ministero dello Sviluppo Economico del 4 giugno. Questo recita chiaramente un report della SEC: «…Whirlpool EMEA announced its intention to reconvert its Naples, Italy manufacturing plant and potentially sell the plant to a third party». Poiché Whirlpool è una public company quotata a Wall Street, poiché le comunicazioni determinano il valore delle azioni e la fiducia degli investitori, la Whirlpool ha dovuto comunicare alla SEC cosa volesse fare a Napoli. Nel report si indicano in modo generico i costi dell’operazione, circa 127 milioni di dollari, di cui solo 19 milioni per la forza lavoro.

Ora Whirlpool ri-annuncia che chiuderà dal primo novembre lo stabilimento di Napoli vista «la mancata disponibilità da parte del governo a discutere del progetto di riconversione». Una vicenda drammatica per 500 operai che perderanno il lavoro, più altrettanti dell’indotto. Mille famiglie nel dramma in una Regione che è già al record europeo di povertà, come si legge dai dati Eurostat 2018 sul rischio di povertà nelle Regioni Europee. Infatti in Campania (e Sicilia) più di quattro persone su dieci sono a rischio povertà, ovvero, dopo i trasferimenti sociali, hanno un reddito disponibile inferiore al 60% di quello medio nazionale. È il rischio povertà il livello più alto dell’Unione europea. In questo quadro già drammatico si innesta la crisi che avrebbe dovuto essere risolta un anno fa secondo l’allora ministro dello Sviluppo Economico: dal balcone di Palazzo Venezia, Di Maio, abolì per decreto la povertà ma non garantì agli operai della Whirlpool Napoli un futuro. La situazione attuale è il risultato di una lunga serie di errori commessi dallo stesso Di Maio che ha lasciato in eredità ben 170 crisi aziendali non risolte. 

Il risultato di un atteggiamento rivolto alla cura della propria immagine in modo autoreferenziale (per drenare voti a favore del movimento di cui fa parte) più che alla risoluzione dei problemi aziendali e alla messa in sicurezza dei posti di lavoro dei dipendenti coinvolti. Un atteggiamento condiviso nel precedente governo con la Lega dalla quasi totalità dei ministri. Uno dei peggiori governi della storia repubblicana.

La Whirlpool ha la sua responsabilità: prima ha drenato finanziamenti statali grazie alla disponibilità del Governo; ora svicola dagli impegni assunti cercando di delocalizzare e cedere la proprietà alla società PRS (Passive Refrigeration Solution); purtroppo la PRS non produce lavatrici ma container autorefrigerati. Patuanelli, il successore di Di Maio al MISE, ha contestato la decisione di Whirlpool chiedendo la sospensione della cessione a PRS. Tuttavia è troppo tardi, il MISE avrebbe dovuto intervenire prima con decisioni più incisive ed avvedute. Finora le soluzioni applicate in casi simili con l’intervento di Invitalia (società del Mise) sono state due: 

1) i Contratti di Sviluppo: a) per esempio quando la Lamborghini di Modena voleva delocalizzare in Polonia perché il costo del lavoro era troppo alto, Invitalia ha elaborato uno specifico contratto mettendo i soldi per coprire la differenza tra il costo del lavoro in Polonia e in Italia. La Lamborghini, rimanendo in Italia, ha avuto il vantaggio di continuare a valorizzare il proprio brand made in Italy; b) nel caso della Ideal Standard di Frosinone, Invitalia ha avviato una riconversione produttiva, dai sanitari ai sampietrini di gres porcellanato, tramite contributi a fondo perduto e prestiti a tasso agevolato. 
2) entrare nel capitale azionario dell’azienda in crisi: per esempio nel caso della Irisbus in Irpinia, Invitalia è entrata nell’equity della società e ha garantito la continuità aziendale, insieme a Ferrovie e un partner di minoranza turco. Tuttavia entro il 2020 Invitala dovrà uscire dal capitale e vendere la propria quota.

Ora al di là delle polemiche politiche e delle responsabilità che gravano anche sulla multinazionale americana il problema è come, in breve tempo, risolvere la crisi salvaguardando i posti di lavoro di un comparto produttivo che ha visto da sempre il nostro Paese fra i principali produttori del settore.

A nostro avviso l’attuale governo deve procedere con decisione, anche nell’interesse nazionale, con il seguente schema:
-nazionalizzare gli stabilimenti
-predisporre una copertura finanziaria garantita dallo Stato tramite Invitalia per i prossimi 24/36 mesi
-affidare la direzione generale della stessa ad un amministratore notoriamente esperto del settore, nominato e controllato dal Ministero per il Sud e la Coesione Territoriale.
Una volta rilanciata l’azienda mantenendo i posti di lavoro, lo Stato potrebbe promuovere la costituzione di una Cooperativa tra i dipendenti della società.
Mettere in mano l’azienda agli operai, rifacendosi alla “legge Marcora”, ha salvato in Italia negli ultimi anni oltre 100 imprese, soprattutto nel settore manifatturiero. Sono stati coinvolti ben 8.000 dipendenti diretti e altrettanti nell’indotto, sviluppando un fatturato complessivo superiore ai 200 Milioni di Euro. Le norme esistenti mettono già a disposizione dei lavoratori che decidono di formare una Cooperativa gli strumenti finanziari adeguati, serve solo la volontà politica di farlo! Ci sarà?!?


Articolo di :
Natale Cuccurese, segretario del Partito del Sud
Andrea Del Monaco, esperto Fondi Ue, saggista e scrittore

Fonte:  Left


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Da Left

Il Governo italiano conosceva già ad aprile 2019 le vere intenzioni della Whirlpool? Il Governo italiano ha evitato di comunicare agli operai napoletani le vere intenzioni di Whirlpool? Sicuramente già dal 6 giugno 2019 il Governo italiano non poteva non sapere i reali obiettivi di Whirlpool: riconvertire i suoi impianti di Napoli e vendere l’impianto a una terza parte. Perché dal 6 giugno? Semplicemente perché il 6 giugno la Whirlpool aveva già comunicato le sue intenzioni per iscritto chiaramente alla SEC, la Consob americana, dopo il comunicato del 31 maggio e dopo l’incontro al ministero dello Sviluppo Economico del 4 giugno. Questo recita chiaramente un report della SEC: «…Whirlpool EMEA announced its intention to reconvert its Naples, Italy manufacturing plant and potentially sell the plant to a third party». Poiché Whirlpool è una public company quotata a Wall Street, poiché le comunicazioni determinano il valore delle azioni e la fiducia degli investitori, la Whirlpool ha dovuto comunicare alla SEC cosa volesse fare a Napoli. Nel report si indicano in modo generico i costi dell’operazione, circa 127 milioni di dollari, di cui solo 19 milioni per la forza lavoro.

Ora Whirlpool ri-annuncia che chiuderà dal primo novembre lo stabilimento di Napoli vista «la mancata disponibilità da parte del governo a discutere del progetto di riconversione». Una vicenda drammatica per 500 operai che perderanno il lavoro, più altrettanti dell’indotto. Mille famiglie nel dramma in una Regione che è già al record europeo di povertà, come si legge dai dati Eurostat 2018 sul rischio di povertà nelle Regioni Europee. Infatti in Campania (e Sicilia) più di quattro persone su dieci sono a rischio povertà, ovvero, dopo i trasferimenti sociali, hanno un reddito disponibile inferiore al 60% di quello medio nazionale. È il rischio povertà il livello più alto dell’Unione europea. In questo quadro già drammatico si innesta la crisi che avrebbe dovuto essere risolta un anno fa secondo l’allora ministro dello Sviluppo Economico: dal balcone di Palazzo Venezia, Di Maio, abolì per decreto la povertà ma non garantì agli operai della Whirlpool Napoli un futuro. La situazione attuale è il risultato di una lunga serie di errori commessi dallo stesso Di Maio che ha lasciato in eredità ben 170 crisi aziendali non risolte. 

Il risultato di un atteggiamento rivolto alla cura della propria immagine in modo autoreferenziale (per drenare voti a favore del movimento di cui fa parte) più che alla risoluzione dei problemi aziendali e alla messa in sicurezza dei posti di lavoro dei dipendenti coinvolti. Un atteggiamento condiviso nel precedente governo con la Lega dalla quasi totalità dei ministri. Uno dei peggiori governi della storia repubblicana.

La Whirlpool ha la sua responsabilità: prima ha drenato finanziamenti statali grazie alla disponibilità del Governo; ora svicola dagli impegni assunti cercando di delocalizzare e cedere la proprietà alla società PRS (Passive Refrigeration Solution); purtroppo la PRS non produce lavatrici ma container autorefrigerati. Patuanelli, il successore di Di Maio al MISE, ha contestato la decisione di Whirlpool chiedendo la sospensione della cessione a PRS. Tuttavia è troppo tardi, il MISE avrebbe dovuto intervenire prima con decisioni più incisive ed avvedute. Finora le soluzioni applicate in casi simili con l’intervento di Invitalia (società del Mise) sono state due: 

1) i Contratti di Sviluppo: a) per esempio quando la Lamborghini di Modena voleva delocalizzare in Polonia perché il costo del lavoro era troppo alto, Invitalia ha elaborato uno specifico contratto mettendo i soldi per coprire la differenza tra il costo del lavoro in Polonia e in Italia. La Lamborghini, rimanendo in Italia, ha avuto il vantaggio di continuare a valorizzare il proprio brand made in Italy; b) nel caso della Ideal Standard di Frosinone, Invitalia ha avviato una riconversione produttiva, dai sanitari ai sampietrini di gres porcellanato, tramite contributi a fondo perduto e prestiti a tasso agevolato. 
2) entrare nel capitale azionario dell’azienda in crisi: per esempio nel caso della Irisbus in Irpinia, Invitalia è entrata nell’equity della società e ha garantito la continuità aziendale, insieme a Ferrovie e un partner di minoranza turco. Tuttavia entro il 2020 Invitala dovrà uscire dal capitale e vendere la propria quota.

Ora al di là delle polemiche politiche e delle responsabilità che gravano anche sulla multinazionale americana il problema è come, in breve tempo, risolvere la crisi salvaguardando i posti di lavoro di un comparto produttivo che ha visto da sempre il nostro Paese fra i principali produttori del settore.

A nostro avviso l’attuale governo deve procedere con decisione, anche nell’interesse nazionale, con il seguente schema:
-nazionalizzare gli stabilimenti
-predisporre una copertura finanziaria garantita dallo Stato tramite Invitalia per i prossimi 24/36 mesi
-affidare la direzione generale della stessa ad un amministratore notoriamente esperto del settore, nominato e controllato dal Ministero per il Sud e la Coesione Territoriale.
Una volta rilanciata l’azienda mantenendo i posti di lavoro, lo Stato potrebbe promuovere la costituzione di una Cooperativa tra i dipendenti della società.
Mettere in mano l’azienda agli operai, rifacendosi alla “legge Marcora”, ha salvato in Italia negli ultimi anni oltre 100 imprese, soprattutto nel settore manifatturiero. Sono stati coinvolti ben 8.000 dipendenti diretti e altrettanti nell’indotto, sviluppando un fatturato complessivo superiore ai 200 Milioni di Euro. Le norme esistenti mettono già a disposizione dei lavoratori che decidono di formare una Cooperativa gli strumenti finanziari adeguati, serve solo la volontà politica di farlo! Ci sarà?!?


Articolo di :
Natale Cuccurese, segretario del Partito del Sud
Andrea Del Monaco, esperto Fondi Ue, saggista e scrittore

Fonte:  Left


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domenica 6 ottobre 2019

6 Ottobre 2019-Marzabotto. Consegnato al Presidente del PE David Sassoli il comunicato stampa congiunto delle forze di sinistra dell’Emilia-Romagna per il rispetto della storia e della memoria

[Nella foto: il Presidente del Partito del Sud Natale Cuccurese e il Presidente del PE David Sassoli]


Oggi a Marzabotto consegnato ed illustrato al Presidente del PE David Sassoli il comunicato stampa congiunto delle forze di sinistra dell’Emilia-Romagna, l’ultimo numero della rivista #Left sul tema e l’appello con primo firmatario Guido Liguori in cui si chiede rispetto per la storia e la memoria, dopo l’approvazione il 19 settembre della risoluzione che equipara nazismo e comunismo, votata da gran parte degli europarlamentari del Pd:

https://left.it/2019/10/02/chi-ha-votato-la-risoluzione-ue-che-equipara-nazismo-e-comunismo-si-ricordi-di-marzabotto/?fbclid=IwAR1Iq59VYOfQZD-5YiBFnsJ5Kg0J5UgddiYWBa2aPosb8sEi7hg3nk-XWuU


https://www.transform-italia.it/appello-per-il-rispetto/?fbclid=IwAR0SRkGgCRaDdHLO5QNKuJrhXszJKFD2mksxPNQIiEgegt6Wtgbuf35YUro







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[Nella foto: il Presidente del Partito del Sud Natale Cuccurese e il Presidente del PE David Sassoli]


Oggi a Marzabotto consegnato ed illustrato al Presidente del PE David Sassoli il comunicato stampa congiunto delle forze di sinistra dell’Emilia-Romagna, l’ultimo numero della rivista #Left sul tema e l’appello con primo firmatario Guido Liguori in cui si chiede rispetto per la storia e la memoria, dopo l’approvazione il 19 settembre della risoluzione che equipara nazismo e comunismo, votata da gran parte degli europarlamentari del Pd:

https://left.it/2019/10/02/chi-ha-votato-la-risoluzione-ue-che-equipara-nazismo-e-comunismo-si-ricordi-di-marzabotto/?fbclid=IwAR1Iq59VYOfQZD-5YiBFnsJ5Kg0J5UgddiYWBa2aPosb8sEi7hg3nk-XWuU


https://www.transform-italia.it/appello-per-il-rispetto/?fbclid=IwAR0SRkGgCRaDdHLO5QNKuJrhXszJKFD2mksxPNQIiEgegt6Wtgbuf35YUro







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lunedì 30 settembre 2019

#Roma Seconda Roma-Assemblea Nazionale contro ogni tipo di autonomia differenziata. L’intervento di Natale Cuccurese Presidente del Partito del Sud [Video]

https://youtu.be/BzvC1oRsdYU

Roma 29-09-2019 Natale Cuccurese Presidente del Partito del Sud
#NOSecessionedeiRicchi


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https://youtu.be/BzvC1oRsdYU

Roma 29-09-2019 Natale Cuccurese Presidente del Partito del Sud
#NOSecessionedeiRicchi


domenica 15 settembre 2019

Sul settimanale Left in edicola un imperdibile numero sulla "Riscossa del Sud"

Dal 13 settembre in edicola un numero del settimanale Left dedicato alla “Riscossa del Sud”.

Oltre a due articoli di Natale Cuccurese (Presidente del Partito del Sud), segnaliamo fra gli altri approfondimenti, tutti utili per comprendere perché solo “con il Sud si riparte”, gli articoli di Michele Dell'Edera (Vicepresidente Partito del Sud) e Antonio Luongo ( Responsabile Città Metropolitana di Napoli del Partito del Sud) 




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Dal 13 settembre in edicola un numero del settimanale Left dedicato alla “Riscossa del Sud”.

Oltre a due articoli di Natale Cuccurese (Presidente del Partito del Sud), segnaliamo fra gli altri approfondimenti, tutti utili per comprendere perché solo “con il Sud si riparte”, gli articoli di Michele Dell'Edera (Vicepresidente Partito del Sud) e Antonio Luongo ( Responsabile Città Metropolitana di Napoli del Partito del Sud) 




venerdì 30 agosto 2019

Napoli, sui giornali l'intervento di Antonio Luongo a favore della manutenzione della storica fontana dell'Esedra

Grazie all'attenzione ed intervento c/o il Resp.le Ente Mostra Alessandro Nardi di Antonio Luongo Resp.le Citta' Napoli del Partito del Sud - Meridionalisti Progressisti.










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Grazie all'attenzione ed intervento c/o il Resp.le Ente Mostra Alessandro Nardi di Antonio Luongo Resp.le Citta' Napoli del Partito del Sud - Meridionalisti Progressisti.










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martedì 27 agosto 2019

Partito del Sud, nasce la sezione di Reggio Calabria

Complimenti a Massimo Cogliandro!
Anche a Reggio Calabria una nuova sezione del Partito del Sud - Meridionalisti Progressisti...

Mentre l’estate volge al termine, portando con se le speranze di felicità e spensieratezza tipiche della stagione delle vacanze a Reggio Calabria dei pionieri hanno aperto una nuova stagione politica indirizzata al riscatto della città e più in generale del Sud con l’intento di seguire, novelli magi, la stella cometa del rilancio economico, morale e sociale e con tale intento hanno fondato la Sezione del Partito del Sud di Reggio Calabria!
Questi uomini sanno che il loro compito non sarà facile sia per le inevitabili difficoltà economiche da affrontare, sia perché non intendono barattare l’integrità morale con alcun compromesso. Nessuno di loro, per storia personale o per modo di fare e per specifica sottoscrizione nel modulo di adesione al Partito del Sud, si avvicinerà o peggio si sottometterà a voleri deviati o della ndrangheta per ottenere un più ampio consenso politico (l’avviso ai naviganti è così lanciato forte e chiaro!).
Gli iscritti al Partito del Sud di Reggio Calabria non cercano l’affermazione personale ma chiedono a tutte le persone un onesto intento ad aiutarli ed a partecipare iscrivendosi e dando così forza e contributi ideologici.
Serve un grande aiuto per permettere di presentare il Partito del Sud alle imminenti elezioni Comunali per le quali si devono ancora dettagliare squadra e programmi. Ma se i dettagli si vanno definendo è altrettanto chiaro che quando il Partito del Sud rientrerà nella futura squadra di governo del Comune di Reggio Calabria pretenderà la nascita di un Dipartimento contro la ndrangheta le estorsioni e l’usura.
I problemi che la globalizzazione trascina anche nella nostra città si sommano all’atavica mancanza di lavoro. Reggio Calabria è stata tradita sempre nelle aspettative, come in generale il Sud. I ricordi ci riportano al cosiddetto “Pacchetto Colombo”, nato per placare gli animi a seguito dei “moti di Reggio” che stabilì una divisione degli organi istituzionali della Calabria (la giunta regionale a Catanzaro, il consiglio a Reggio Calabria). Ma da allora ad oggi è stato un continuo stillicidio di trasferimenti di uffici pubblici verso Catanzaro desertificando Reggio Calabria. E che dire delle altre iniziative previste dal pacchetto Colombo? C’era la costruzione di un centro siderurgico, dirottato poi a Taranto e sostituito dalla costruzione del gigantesco Porto nella Piana di Gioia Tauro, oggi sottoutilizzato atteso che la famosa “via della seta” è stata allungata in favore di porti più lontani. Senza pensare all’altra promessa ovvero la creazione della Liquichimica Biosintesi di Saline Ioniche, seconda fabbrica al mondo per la produzione di bioproteine, che avrebbe dovuto portare migliaia di posti di lavoro per produrre, in soldoni, quei mangimi che poi si scoprì scatenavano il morbo della mucca pazza. Fu anche deciso, circostanza meno nota, di gonfiare le assunzioni nelle Poste e nelle Ferrovie allora statali, visto il fallimento delle iniziative precedenti, addirittura costruendo nelle vicinanze della fabbrica abbandonata della Liquichimica Biosintesi una Officina di Grandi Riparazioni delle Ferrovie che funzionò per poco tempo e fu poi chiusa. Oggi la gestione privatistica dei due enti sta riproporzionando tale approccio lavorativo e le conseguenze sulle assunzioni nel territorio si faranno sentire pesantemente tra medio e lungo termine apparendo seriamente preoccupanti.
Va anche detto che al peggio non c’è mai fine infatti di fianco all’inutile Liquichimica Biosintesi di Saline fu costruito un porto. Ebbe 17 varianti d’opera e fu costruito male (non riusciamo ad immaginare come si possano mettere in 17 posizioni diverse due bracci di porto!). Si racconta che durante le misurazioni per la sua progettazione alcuni pescatori presenti, incuriositi dai discorsi di questi grandi ingegneri, contestarono la posizione dei bracci di sopraflutto e sottoflutto in virtù della loro conoscenza delle correnti che interessavano quelle coste. Furono derisi! Oggi il porto è insabbiato, devastato dalle mareggiate ed ha eroso le coste stravolgendo la geografia dei luoghi, infatti ove al posto di un promontorio limitrofo a Capo D’Armi, punta estrema d’Italia, ove esistevano ville ed abitazioni, ora esiste un golfo e le ferrovie hanno dovuto proteggere la linea ferrata con kilometri di massicciate. Le spiagge grazie ai frutti del promesso “pacchetto Colombo”, oggi sono sparite per l’azione erosiva provocata dal porto, si pensi che avevano un ampiezza media di un paio di centinaia di metri. Tale azione erosiva ha portato le case costruite, con regolari licenze edilizie, praticamente nel mare e togliendo quindi anche le aspettative turistiche pregresse ai moti di Reggio ed ancora oggi legate alla presenza di un mare cristallino dove ci si può imbattere in branchi di delfini.
Sicuramente nessuno ha la bacchetta magica per invertire immediatamente la rotta ma certamente la paventa autonomia regionale differenziata sarebbe un colpo di grazia alle speranze di Reggio Calabria e del Sud.
Per questi accennati motivi uno dei primi obiettivi del Partito del Sud è la creazione e di un comitato contro l’autonomia regionale differenziata che spieghi a tutti le ragioni del Sud.


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Complimenti a Massimo Cogliandro!
Anche a Reggio Calabria una nuova sezione del Partito del Sud - Meridionalisti Progressisti...

Mentre l’estate volge al termine, portando con se le speranze di felicità e spensieratezza tipiche della stagione delle vacanze a Reggio Calabria dei pionieri hanno aperto una nuova stagione politica indirizzata al riscatto della città e più in generale del Sud con l’intento di seguire, novelli magi, la stella cometa del rilancio economico, morale e sociale e con tale intento hanno fondato la Sezione del Partito del Sud di Reggio Calabria!
Questi uomini sanno che il loro compito non sarà facile sia per le inevitabili difficoltà economiche da affrontare, sia perché non intendono barattare l’integrità morale con alcun compromesso. Nessuno di loro, per storia personale o per modo di fare e per specifica sottoscrizione nel modulo di adesione al Partito del Sud, si avvicinerà o peggio si sottometterà a voleri deviati o della ndrangheta per ottenere un più ampio consenso politico (l’avviso ai naviganti è così lanciato forte e chiaro!).
Gli iscritti al Partito del Sud di Reggio Calabria non cercano l’affermazione personale ma chiedono a tutte le persone un onesto intento ad aiutarli ed a partecipare iscrivendosi e dando così forza e contributi ideologici.
Serve un grande aiuto per permettere di presentare il Partito del Sud alle imminenti elezioni Comunali per le quali si devono ancora dettagliare squadra e programmi. Ma se i dettagli si vanno definendo è altrettanto chiaro che quando il Partito del Sud rientrerà nella futura squadra di governo del Comune di Reggio Calabria pretenderà la nascita di un Dipartimento contro la ndrangheta le estorsioni e l’usura.
I problemi che la globalizzazione trascina anche nella nostra città si sommano all’atavica mancanza di lavoro. Reggio Calabria è stata tradita sempre nelle aspettative, come in generale il Sud. I ricordi ci riportano al cosiddetto “Pacchetto Colombo”, nato per placare gli animi a seguito dei “moti di Reggio” che stabilì una divisione degli organi istituzionali della Calabria (la giunta regionale a Catanzaro, il consiglio a Reggio Calabria). Ma da allora ad oggi è stato un continuo stillicidio di trasferimenti di uffici pubblici verso Catanzaro desertificando Reggio Calabria. E che dire delle altre iniziative previste dal pacchetto Colombo? C’era la costruzione di un centro siderurgico, dirottato poi a Taranto e sostituito dalla costruzione del gigantesco Porto nella Piana di Gioia Tauro, oggi sottoutilizzato atteso che la famosa “via della seta” è stata allungata in favore di porti più lontani. Senza pensare all’altra promessa ovvero la creazione della Liquichimica Biosintesi di Saline Ioniche, seconda fabbrica al mondo per la produzione di bioproteine, che avrebbe dovuto portare migliaia di posti di lavoro per produrre, in soldoni, quei mangimi che poi si scoprì scatenavano il morbo della mucca pazza. Fu anche deciso, circostanza meno nota, di gonfiare le assunzioni nelle Poste e nelle Ferrovie allora statali, visto il fallimento delle iniziative precedenti, addirittura costruendo nelle vicinanze della fabbrica abbandonata della Liquichimica Biosintesi una Officina di Grandi Riparazioni delle Ferrovie che funzionò per poco tempo e fu poi chiusa. Oggi la gestione privatistica dei due enti sta riproporzionando tale approccio lavorativo e le conseguenze sulle assunzioni nel territorio si faranno sentire pesantemente tra medio e lungo termine apparendo seriamente preoccupanti.
Va anche detto che al peggio non c’è mai fine infatti di fianco all’inutile Liquichimica Biosintesi di Saline fu costruito un porto. Ebbe 17 varianti d’opera e fu costruito male (non riusciamo ad immaginare come si possano mettere in 17 posizioni diverse due bracci di porto!). Si racconta che durante le misurazioni per la sua progettazione alcuni pescatori presenti, incuriositi dai discorsi di questi grandi ingegneri, contestarono la posizione dei bracci di sopraflutto e sottoflutto in virtù della loro conoscenza delle correnti che interessavano quelle coste. Furono derisi! Oggi il porto è insabbiato, devastato dalle mareggiate ed ha eroso le coste stravolgendo la geografia dei luoghi, infatti ove al posto di un promontorio limitrofo a Capo D’Armi, punta estrema d’Italia, ove esistevano ville ed abitazioni, ora esiste un golfo e le ferrovie hanno dovuto proteggere la linea ferrata con kilometri di massicciate. Le spiagge grazie ai frutti del promesso “pacchetto Colombo”, oggi sono sparite per l’azione erosiva provocata dal porto, si pensi che avevano un ampiezza media di un paio di centinaia di metri. Tale azione erosiva ha portato le case costruite, con regolari licenze edilizie, praticamente nel mare e togliendo quindi anche le aspettative turistiche pregresse ai moti di Reggio ed ancora oggi legate alla presenza di un mare cristallino dove ci si può imbattere in branchi di delfini.
Sicuramente nessuno ha la bacchetta magica per invertire immediatamente la rotta ma certamente la paventa autonomia regionale differenziata sarebbe un colpo di grazia alle speranze di Reggio Calabria e del Sud.
Per questi accennati motivi uno dei primi obiettivi del Partito del Sud è la creazione e di un comitato contro l’autonomia regionale differenziata che spieghi a tutti le ragioni del Sud.


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lunedì 26 agosto 2019

Su Left, La crisi di governo vista dal Sud

Di Natale Cuccurese
Mentre Giuseppe Conte, nel suo discorso al Senato il 20 agosto scorso, ha omesso completamente la responsabilità del M5s sulla questione migranti, tacendo anche sulla responsabilità nell’aver portato al governo la peggior destra antimeridionale, preoccupa la sua disponibilità a procedere con decisione nell’applicazione del Regionalismo differenziato. Sarà un caso, ma questo passaggio del suo discorso è stato l’unico in cui Salvini ha annuito compiaciuto. Anche su questo punto Conte ha deluso, così come sul non aver evidenziato alcuna discontinuità con la disastrosa esperienza di governo appena conclusa, decreti sicurezza compresi.

Permangono quindi la pervicace volontà da parte del M5s di procedere con la “Secessione dei ricchi” e il pericolo che, per non scontentare l’elettorato e l’imprenditoria del Nord, Pd e M5s – che al Nord hanno sostenuto con forza le ragioni delle Regioni “secessioniste” – trovino un accordo, nell’eventuale formazione di un governo di scopo, convergendo sulla proposta di Regionalismo emiliano, presentandolo come «temperato». Il tema dell’autonomia differenziata resta così all’ordine del giorno del dibattito politico, a prescindere dalla crisi. Il sistema fin qui determinato in assenza della definizione di Lep (livelli essenziali di prestazione, ndr) e fabbisogni standard, che i Cinquestelle non han voluto o saputo affrontare o imporre, finirà per aumentare ancora di più le differenze tra le regioni. Il pericolo è evidenziato anche dalla polemica, nata pochi giorni fa al Meeting di Comunione e liberazione a Rimini dopo una tavola rotonda sul tema, scoppiata fra Luca Zaia, governatore leghista del Veneto, e Adriano Giannola, presidente dello Svimez. Tavola rotonda in cui Giannola ha giustamente attaccato il progetto autonomista della Lega e le richieste che vengono dalle tre Regioni del nord, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna.

«Per fermare l’eutanasia del Paese – ha dichiarato – il Nord deve capire che solo recuperando il Sud e il suo mercato interno (che assorbe il 70% delle merci prodotte al Nord) può recuperare esso stesso». Giannola ha inoltre rivendicato «l’operazione verità, che ha silurato le pretese iniziali del disegno autonomista». Ma ha messo in guardia sul «motivo accuratamente nascosto del fallimento del disegno autonomista, che fa prevedere una più virulenta ripresa, senza mediazioni, dopo l’eventuale vittoria elettorale della Lega» e riferendosi in particolare a Veneto e Lombardia, ha aggiunto, indicando il vero pericolo in essere per il futuro del Sud: «Torneranno alla carica, se vincenti, più aggressivi e più forti, con Salvini ancor più dipendente dai governatori». Punto sul vivo, Zaia ha affidato la sua risposta, poche ore dopo, a un lungo comunicato, con un veemente attacco contro chi difende – con numeri incontrovertibili – le ragioni di un Sud tacciato, come nella migliore tradizione leghista, come piagnone e sprecone: «È ora di finirla con la bufala della secessione dei ricchi e dell’Italia di serie A e serie B»…

Peccato però che, in questo caso, chi si lamenta da tempo siano proprio i governatori “secessionisti” del Nord, che battono cassa dolendosi di ricevere pochi denari anche se, proprio dai dati Svimez recentemente diffusi, si evince che principalmente su scuola, sanità, infrastrutture e trasporti il Sud negli ultimi 10 anni, anche grazie alla mai avvenuta definizione di Lep e fabbisogni standard, ha visto un imponente travaso di finanziamenti a vantaggio delle Regioni del Centro-Nord. Il “differenziale a vantaggio del Centro Nord” avviene considerando che il dato della spesa pubblica nel 2017 è stato di 696,7 miliardi di euro per il Centro nord, dove abita il 65,7% della popolazione, e di soli 272,6 miliardi di euro per il Sud, in cui risiede il 34,3% dei cittadini. Ecco da dove nasce l’espressione di cittadini di «serie A», al Nord, e «serie B», al Sud: dal fatto che il meridione riceve percentualmente molto meno solo per motivi geografici, con buona pace di Zaia.
Romano Prodi, sulle autonomie regionali, il 18 agosto all’interno di una intervista al Messaggero sulla situazione politica, ha dichiarato: «Non possono essere lasciate all’iniziativa di alcune Regioni, ma debbono coinvolgere tutti gli italiani». L’auspicio è che questa presa di posizione chiara contro il regionalismo differenziato, da parte di un personaggio molto autorevole all’interno del Pd, porti il governatore dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini ad un ripensamento, se non ad una rapida retromarcia sul tema.

Giova a questo punto ricordare che il Sud con la caduta del governo vede anche interrompersi l’attuazione di quel «piano per il Sud» di cui il premier Conte ha fatto cenno nel suo discorso al Senato. I cui punti di forza sarebbero stati l’estensione della decontribuzione per le nuove assunzioni al Sud, a partire dai giovani, la nomina di Invitalia (l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, ndr) a “braccio operativo” degli enti locali, per sveltire la realizzazione di opere infrastrutturali e l’istituzione della Banca degli investimenti per aiutare le piccole e medie imprese meridionali ad accedere al credito in maniera più conveniente rispetto allo scenario attuale, coinvolgendo Banca del Mezzogiorno e Cassa depositi e prestiti. Per non parlare delle vertenze industriali, come, ad esempio, quella della Whirlpool. Impossibile, adesso, prevedere cosa di questo sarà ripreso o meno da un eventuale nuovo governo.
Di sicuro i tempi inevitabilmente si allungheranno a fronte di uno scenario da brividi per il Sud, sull’orlo di una recessione che meriterebbe decisioni molto più forti, rapide e condivise. In uno scenario economico che nel Sud vede una frenata più accentuata rispetto al Centro-Nord, con l’occupazione che si riduce già a partire dalla metà del 2018, e uno scenario negativo per il 2019 che fa prevedere un’ulteriore caduta dell’occupazione e del Pil. In sintesi: un 2019 di stagnazione italiana e di recessione meridionale.

Uno scenario che potrebbe ancora peggiorare se dovesse poi scattare l’aumento dell’Iva previsto dalle clausole di salvaguardia. La Svimez regionalizza l’impatto delle clausole e prevede un effetto recessivo diffuso su tutto il Paese ma più accentuato al Meridione, dove il più basso livello medio dei redditi esalta gli effetti della regressività dell’aumento Iva, cioè il fatto che pesi proporzionalmente di più sui consumatori a reddito basso. Per non parlare poi dell’eventuale applicazione della Flat tax sostenuta dalla Lega nel caso di nuove elezioni e di vittoria del centro-destra. Uno scenario assolutamente negativo per il Sud, in previsione di una manovra “lacrime e sangue” nei prossimi mesi, se i conti, come probabile, dovessero ulteriormente peggiorare.
Prima del precipitare della situazione è perciò necessario strutturare proposte di possibile e sensata realizzazione per rilanciare il Sud. È in gioco la tenuta democratica del Paese e la sua stessa natura unitaria.
Ad esempio, fra i cinque punti proposti dal Partito democratico per l’eventuale formazione di un nuovo governo con il M5s il quinto, «sterzata sulle politiche economiche», andrebbe approfondito ed integrato con una visione redistributiva, di rilancio del lavoro e di maggiore equità territoriale, con investimenti pubblici che necessariamente ripartano dal Sud e soprattutto, per mettere in sicurezza dall’egoismo leghista il Mezzogiorno nel prossimo futuro, arrivare finalmente a definire ed applicare una volta per tutte Lep e fabbisogni standard, affinché non vi siano più cittadini e servizi di serie A e di serie B. È questo un passaggio fondamentale perché i diritti sociali non rimangano vuota enunciazione, ma siano effettivamente esigibili. Misura dell’uguaglianza del Paese e reale indicatore che il regionalismo differenziato miri realmente ad una migliore efficienza e non sia destinato ad aumentare le diseguaglianze, già presenti, in nome dell’egoismo territoriale (come evidenziato dalla Corte dei conti il 17 luglio 2019).

Da questa proposta e da questo impegno di equità riparta anche la proposta progressista, sia nel caso di formazione di un nuovo governo, sia nel caso di elezioni, mettendo in campo uno sforzo straordinario per raccontare cosa comporterebbe per il Sud nei prossimi anni l’applicazione del regionalismo differenziato senza queste preliminari e necessarie definizioni (e raccontarlo dati alla mano, indicando quanto già è stato “scippato” e quanto lo sarà). Spiegando le conseguenze nel dettaglio a tutti gli elettori e non solo a quelli del Sud.

Natale Cuccurese è presidente e segretario nazionale del Partito del Sud-meridionalisti progressisti

Fonte: Left


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Di Natale Cuccurese
Mentre Giuseppe Conte, nel suo discorso al Senato il 20 agosto scorso, ha omesso completamente la responsabilità del M5s sulla questione migranti, tacendo anche sulla responsabilità nell’aver portato al governo la peggior destra antimeridionale, preoccupa la sua disponibilità a procedere con decisione nell’applicazione del Regionalismo differenziato. Sarà un caso, ma questo passaggio del suo discorso è stato l’unico in cui Salvini ha annuito compiaciuto. Anche su questo punto Conte ha deluso, così come sul non aver evidenziato alcuna discontinuità con la disastrosa esperienza di governo appena conclusa, decreti sicurezza compresi.

Permangono quindi la pervicace volontà da parte del M5s di procedere con la “Secessione dei ricchi” e il pericolo che, per non scontentare l’elettorato e l’imprenditoria del Nord, Pd e M5s – che al Nord hanno sostenuto con forza le ragioni delle Regioni “secessioniste” – trovino un accordo, nell’eventuale formazione di un governo di scopo, convergendo sulla proposta di Regionalismo emiliano, presentandolo come «temperato». Il tema dell’autonomia differenziata resta così all’ordine del giorno del dibattito politico, a prescindere dalla crisi. Il sistema fin qui determinato in assenza della definizione di Lep (livelli essenziali di prestazione, ndr) e fabbisogni standard, che i Cinquestelle non han voluto o saputo affrontare o imporre, finirà per aumentare ancora di più le differenze tra le regioni. Il pericolo è evidenziato anche dalla polemica, nata pochi giorni fa al Meeting di Comunione e liberazione a Rimini dopo una tavola rotonda sul tema, scoppiata fra Luca Zaia, governatore leghista del Veneto, e Adriano Giannola, presidente dello Svimez. Tavola rotonda in cui Giannola ha giustamente attaccato il progetto autonomista della Lega e le richieste che vengono dalle tre Regioni del nord, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna.

«Per fermare l’eutanasia del Paese – ha dichiarato – il Nord deve capire che solo recuperando il Sud e il suo mercato interno (che assorbe il 70% delle merci prodotte al Nord) può recuperare esso stesso». Giannola ha inoltre rivendicato «l’operazione verità, che ha silurato le pretese iniziali del disegno autonomista». Ma ha messo in guardia sul «motivo accuratamente nascosto del fallimento del disegno autonomista, che fa prevedere una più virulenta ripresa, senza mediazioni, dopo l’eventuale vittoria elettorale della Lega» e riferendosi in particolare a Veneto e Lombardia, ha aggiunto, indicando il vero pericolo in essere per il futuro del Sud: «Torneranno alla carica, se vincenti, più aggressivi e più forti, con Salvini ancor più dipendente dai governatori». Punto sul vivo, Zaia ha affidato la sua risposta, poche ore dopo, a un lungo comunicato, con un veemente attacco contro chi difende – con numeri incontrovertibili – le ragioni di un Sud tacciato, come nella migliore tradizione leghista, come piagnone e sprecone: «È ora di finirla con la bufala della secessione dei ricchi e dell’Italia di serie A e serie B»…

Peccato però che, in questo caso, chi si lamenta da tempo siano proprio i governatori “secessionisti” del Nord, che battono cassa dolendosi di ricevere pochi denari anche se, proprio dai dati Svimez recentemente diffusi, si evince che principalmente su scuola, sanità, infrastrutture e trasporti il Sud negli ultimi 10 anni, anche grazie alla mai avvenuta definizione di Lep e fabbisogni standard, ha visto un imponente travaso di finanziamenti a vantaggio delle Regioni del Centro-Nord. Il “differenziale a vantaggio del Centro Nord” avviene considerando che il dato della spesa pubblica nel 2017 è stato di 696,7 miliardi di euro per il Centro nord, dove abita il 65,7% della popolazione, e di soli 272,6 miliardi di euro per il Sud, in cui risiede il 34,3% dei cittadini. Ecco da dove nasce l’espressione di cittadini di «serie A», al Nord, e «serie B», al Sud: dal fatto che il meridione riceve percentualmente molto meno solo per motivi geografici, con buona pace di Zaia.
Romano Prodi, sulle autonomie regionali, il 18 agosto all’interno di una intervista al Messaggero sulla situazione politica, ha dichiarato: «Non possono essere lasciate all’iniziativa di alcune Regioni, ma debbono coinvolgere tutti gli italiani». L’auspicio è che questa presa di posizione chiara contro il regionalismo differenziato, da parte di un personaggio molto autorevole all’interno del Pd, porti il governatore dell’Emilia-Romagna Stefano Bonaccini ad un ripensamento, se non ad una rapida retromarcia sul tema.

Giova a questo punto ricordare che il Sud con la caduta del governo vede anche interrompersi l’attuazione di quel «piano per il Sud» di cui il premier Conte ha fatto cenno nel suo discorso al Senato. I cui punti di forza sarebbero stati l’estensione della decontribuzione per le nuove assunzioni al Sud, a partire dai giovani, la nomina di Invitalia (l’Agenzia nazionale per l’attrazione degli investimenti e lo sviluppo d’impresa, ndr) a “braccio operativo” degli enti locali, per sveltire la realizzazione di opere infrastrutturali e l’istituzione della Banca degli investimenti per aiutare le piccole e medie imprese meridionali ad accedere al credito in maniera più conveniente rispetto allo scenario attuale, coinvolgendo Banca del Mezzogiorno e Cassa depositi e prestiti. Per non parlare delle vertenze industriali, come, ad esempio, quella della Whirlpool. Impossibile, adesso, prevedere cosa di questo sarà ripreso o meno da un eventuale nuovo governo.
Di sicuro i tempi inevitabilmente si allungheranno a fronte di uno scenario da brividi per il Sud, sull’orlo di una recessione che meriterebbe decisioni molto più forti, rapide e condivise. In uno scenario economico che nel Sud vede una frenata più accentuata rispetto al Centro-Nord, con l’occupazione che si riduce già a partire dalla metà del 2018, e uno scenario negativo per il 2019 che fa prevedere un’ulteriore caduta dell’occupazione e del Pil. In sintesi: un 2019 di stagnazione italiana e di recessione meridionale.

Uno scenario che potrebbe ancora peggiorare se dovesse poi scattare l’aumento dell’Iva previsto dalle clausole di salvaguardia. La Svimez regionalizza l’impatto delle clausole e prevede un effetto recessivo diffuso su tutto il Paese ma più accentuato al Meridione, dove il più basso livello medio dei redditi esalta gli effetti della regressività dell’aumento Iva, cioè il fatto che pesi proporzionalmente di più sui consumatori a reddito basso. Per non parlare poi dell’eventuale applicazione della Flat tax sostenuta dalla Lega nel caso di nuove elezioni e di vittoria del centro-destra. Uno scenario assolutamente negativo per il Sud, in previsione di una manovra “lacrime e sangue” nei prossimi mesi, se i conti, come probabile, dovessero ulteriormente peggiorare.
Prima del precipitare della situazione è perciò necessario strutturare proposte di possibile e sensata realizzazione per rilanciare il Sud. È in gioco la tenuta democratica del Paese e la sua stessa natura unitaria.
Ad esempio, fra i cinque punti proposti dal Partito democratico per l’eventuale formazione di un nuovo governo con il M5s il quinto, «sterzata sulle politiche economiche», andrebbe approfondito ed integrato con una visione redistributiva, di rilancio del lavoro e di maggiore equità territoriale, con investimenti pubblici che necessariamente ripartano dal Sud e soprattutto, per mettere in sicurezza dall’egoismo leghista il Mezzogiorno nel prossimo futuro, arrivare finalmente a definire ed applicare una volta per tutte Lep e fabbisogni standard, affinché non vi siano più cittadini e servizi di serie A e di serie B. È questo un passaggio fondamentale perché i diritti sociali non rimangano vuota enunciazione, ma siano effettivamente esigibili. Misura dell’uguaglianza del Paese e reale indicatore che il regionalismo differenziato miri realmente ad una migliore efficienza e non sia destinato ad aumentare le diseguaglianze, già presenti, in nome dell’egoismo territoriale (come evidenziato dalla Corte dei conti il 17 luglio 2019).

Da questa proposta e da questo impegno di equità riparta anche la proposta progressista, sia nel caso di formazione di un nuovo governo, sia nel caso di elezioni, mettendo in campo uno sforzo straordinario per raccontare cosa comporterebbe per il Sud nei prossimi anni l’applicazione del regionalismo differenziato senza queste preliminari e necessarie definizioni (e raccontarlo dati alla mano, indicando quanto già è stato “scippato” e quanto lo sarà). Spiegando le conseguenze nel dettaglio a tutti gli elettori e non solo a quelli del Sud.

Natale Cuccurese è presidente e segretario nazionale del Partito del Sud-meridionalisti progressisti

Fonte: Left


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sabato 24 agosto 2019

IL PARTITO DEL SUD GIA' ESISTE...LETTERA SU REPUBBLICA-NAPOLI

Il Partito del Sud già esiste, è un Partito nazionale meridionalista progressista, ha una sua collocazione ben precisa nella Sinistra Europea e non può, per la sua storia, essere confuso come semplice contraltare meridionale della Lega Nord...







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Il Partito del Sud già esiste, è un Partito nazionale meridionalista progressista, ha una sua collocazione ben precisa nella Sinistra Europea e non può, per la sua storia, essere confuso come semplice contraltare meridionale della Lega Nord...







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