Supporta il Partito del Sud
La campagna di adesione al Partito del Sud è ripresa, con il nuovo tesseramento, da gennaio.
Scopri Perchè sostenerci
Il Partito del sud per tutti i sud
I sud del mondo hanno tutti in comune il medesimo destino, sono stati conquistati, sfruttati depredati e abbandonati a loro stessi. Il partito del sud è convinto che la solidarietà e l'accoglienza siano un dovere perchè ogni essere umano ha diritto a vivere una vita dignitosa
Illuminiamo il futuro dei nostri figli
Solo 6 euro per ogni 100 di spesa restano alle imprese del sud, diamo ai nostri figli la possibilità di restare nella loro terra. Sei tu a fare la scelta. COMPRA PRODOTTI DEL SUD. Prima di acquistare un prodotto guarda etichetta, scegli aziende con sede e stabilimenti nel sud Italia
giovedì 7 febbraio 2013
Nord? Sud?: “E’ fallito un modello di sviluppo…”
Luigi Pandolfi
Fonte: Calabriaonweb
Parliamo di Mezzogiorno con Gigi Di Fiore, giornalista e scrittore. Tra storia e attualità. Inviato speciale a Il Mattino di Napoli, Di Fiore è autore di diversi libri, tra cui “Controstoria dell’Unità d’Italia – Fatti e Misfatti del Risorgimento”(Rizzoli, 2007) e “L’impero, traffici, storie e segreti dell’occulta e potente mafia dei casalesi“(Rizzoli, 2008), la prima e fino ad oggi unica storia della criminalità organizzata in provincia di Caserta, tra i libri più venduti in Italia per le collane di saggistica.
L’ ultimo suo lavoro è “Controstoria della Liberazione – Le stragi e i crimini dimenticati degli Alleati nell’Italia del sud”, pubblicato sempre con Rizzoli nell’aprile del 2012.
Il suo ultimo libro affronta un tema per così dire “scomodo”: quello dei crimini commessi dagli Alleati nel Mezzogiorno. Qual è il significato storico – politico di quegli avvenimenti, anche in rapporto all’attuale condizione del Sud?
Ho cercato di raccontare come i diversi modi in cui le due aree dell’Italia, centro-nord e sud, furono liberate dal nazi-fascismo accentuarono, alla ripresa, squilibri obiettivi. Faccio un esempio: il Sud, per i massicci bombardamenti che precedettero lo sbarco anglo-americano, si ritrovò con il 64 per cento dell’apparato industriale distrutto. In più, l’utilizzo delle famigerate Am-lire per le transazioni tra liberatori e popolazione locale scatenò un’inflazione selvaggia nelle regioni meridionali: quei soldi erano carta straccia che non rifletteva una produzione reale. Solo esempi. Da noi, in sostanza, ho cercato anche di raccontare, la liberazione costò di più in termini di sofferenze e sangue sui “militari senza divisa”: i civili. Diversa fu la storia al Nord, dove operò un movimento partigiano organizzato e le dinamiche furono differenti.
Il Mezzogiorno, la sua storia, sono da sempre al centro dei suoi interessi di giornalista e di storico. Anche Lei pensa che molti dei problemi di oggi siano il frutto della Malaunità?
Sono convinto che nella nostra storia si ritrovino le spiegazioni di tanti malesseri e squilibri attuali delle nostre aree. Per questo, mi sono dedicato allo studio e alla narrazione di quelli che vengono ritenuti i due momenti fondanti del nostro Paese: Risorgimento e Liberazione. Nelle dinamiche di quei periodi, si trovano molti perché sull’oggi del nostro Sud.
E’ possibile parlare di fallimento della prospettiva unitaria del paese?
In questi giorni sta tenendo banco la rivendicazione della Lega Nord di trattenere il 75% delle tasse nelle regioni. C’è chi dice che si tratta di una mera trovata propagandistica, che non cambierebbe di molto la situazione attuale, c’è chi invece considera la sua concretizzazione come l’anticamera della secessione. Qual è la sua opinione?
Mi sembra una grande truffa. Faccio qualche esempio. Molte aziende hanno sede legale al Nord e realtà produttive al Sud, perché si devono calcolare le tassazioni da loro versate a favore delle regioni settentrionali? Ancora: tanti istituti di credito raccolgono risparmi al Sud e poi finanziano imprese del Nord, dov’è il riequilibrio e la giustizia? E poi tutti i meridionali che si formano al Sud, a spese nostre, e poi vanno a lavorare al Nord, chi rimborsa e riequilibra l’investimento della formazione fatta nell’Italia meridionale? E, per concludere: cosa farebbero le imprese del Nord, senza il mercato meridionale?
L’ultimo Rapporto Svimez, a proposito del futuro del Mezzogiorno, ha messo l’accento sulla “desertificazione industriale e segregazione occupazionale” e ha ipotizzato un arco di tempo di 400 anni per superare il gap con le regioni settentrionali. Crede che sia una prospettiva ineluttabile oppure si può immaginare un diverso scenario?
Credo che si sia sbagliato e da considerarsi ormai superato il modello di sviluppo economico su cui ci siamo fiondati, soprattutto negli ultimi anni. L’idea del gigante produttivo è da superare. Il Sud avrebbe dovuto puntare sulle proprie ricchezze, agricole – territoriali – culturali, per ripensarle in termini di iniziative e imprese. Il famoso sviluppo sostenibile, anche con iniziative legate alle nuove tecnologie, che investa sul territorio, la storia e l’ambiente. Calare dall’alto un modello industriale si è dimostrato ricetta perdente. Si va alla globalizzazione? Bisogna cercare soluzioni diverse per contrastarne l’appiattimento con la conseguente sconfitta, puntando sull’identità.
Un’ultima domanda. Sul suo blog “Controstorie”, su Il Mattino, a proposito del Museo Lombroso di Torino e dell’annosa vicenda del cranio del brigante Villella, lei scrive che “la vicenda non è per nulla una polverosa polemica tra accademici che si parlano addosso”. Qual è allora il significato da attribuire alla battaglia di chi chiede la restituzione dei resti del brigante ed anche la chiusura del museo?
Premesso che, come preciso anche nel blog, sono contrario a qualsiasi chiusura di musei o a libri bruciati perché senza conoscere non si può criticare, credo che la restituzione dei resti del brigante sia un atto di umanità. Su quel museo dovrebbero aprirsi dibattiti profondi su certi razzismi, spacciati per scienza, certe non conoscenze tra nord e sud che alimentano fratture e guasti continui.
Fonte: Calabriaonweb
.
Luigi Pandolfi
Fonte: Calabriaonweb
Parliamo di Mezzogiorno con Gigi Di Fiore, giornalista e scrittore. Tra storia e attualità. Inviato speciale a Il Mattino di Napoli, Di Fiore è autore di diversi libri, tra cui “Controstoria dell’Unità d’Italia – Fatti e Misfatti del Risorgimento”(Rizzoli, 2007) e “L’impero, traffici, storie e segreti dell’occulta e potente mafia dei casalesi“(Rizzoli, 2008), la prima e fino ad oggi unica storia della criminalità organizzata in provincia di Caserta, tra i libri più venduti in Italia per le collane di saggistica.
L’ ultimo suo lavoro è “Controstoria della Liberazione – Le stragi e i crimini dimenticati degli Alleati nell’Italia del sud”, pubblicato sempre con Rizzoli nell’aprile del 2012.
Il suo ultimo libro affronta un tema per così dire “scomodo”: quello dei crimini commessi dagli Alleati nel Mezzogiorno. Qual è il significato storico – politico di quegli avvenimenti, anche in rapporto all’attuale condizione del Sud?
Ho cercato di raccontare come i diversi modi in cui le due aree dell’Italia, centro-nord e sud, furono liberate dal nazi-fascismo accentuarono, alla ripresa, squilibri obiettivi. Faccio un esempio: il Sud, per i massicci bombardamenti che precedettero lo sbarco anglo-americano, si ritrovò con il 64 per cento dell’apparato industriale distrutto. In più, l’utilizzo delle famigerate Am-lire per le transazioni tra liberatori e popolazione locale scatenò un’inflazione selvaggia nelle regioni meridionali: quei soldi erano carta straccia che non rifletteva una produzione reale. Solo esempi. Da noi, in sostanza, ho cercato anche di raccontare, la liberazione costò di più in termini di sofferenze e sangue sui “militari senza divisa”: i civili. Diversa fu la storia al Nord, dove operò un movimento partigiano organizzato e le dinamiche furono differenti.
Il Mezzogiorno, la sua storia, sono da sempre al centro dei suoi interessi di giornalista e di storico. Anche Lei pensa che molti dei problemi di oggi siano il frutto della Malaunità?
Sono convinto che nella nostra storia si ritrovino le spiegazioni di tanti malesseri e squilibri attuali delle nostre aree. Per questo, mi sono dedicato allo studio e alla narrazione di quelli che vengono ritenuti i due momenti fondanti del nostro Paese: Risorgimento e Liberazione. Nelle dinamiche di quei periodi, si trovano molti perché sull’oggi del nostro Sud.
E’ possibile parlare di fallimento della prospettiva unitaria del paese?
In questi giorni sta tenendo banco la rivendicazione della Lega Nord di trattenere il 75% delle tasse nelle regioni. C’è chi dice che si tratta di una mera trovata propagandistica, che non cambierebbe di molto la situazione attuale, c’è chi invece considera la sua concretizzazione come l’anticamera della secessione. Qual è la sua opinione?
Mi sembra una grande truffa. Faccio qualche esempio. Molte aziende hanno sede legale al Nord e realtà produttive al Sud, perché si devono calcolare le tassazioni da loro versate a favore delle regioni settentrionali? Ancora: tanti istituti di credito raccolgono risparmi al Sud e poi finanziano imprese del Nord, dov’è il riequilibrio e la giustizia? E poi tutti i meridionali che si formano al Sud, a spese nostre, e poi vanno a lavorare al Nord, chi rimborsa e riequilibra l’investimento della formazione fatta nell’Italia meridionale? E, per concludere: cosa farebbero le imprese del Nord, senza il mercato meridionale?
L’ultimo Rapporto Svimez, a proposito del futuro del Mezzogiorno, ha messo l’accento sulla “desertificazione industriale e segregazione occupazionale” e ha ipotizzato un arco di tempo di 400 anni per superare il gap con le regioni settentrionali. Crede che sia una prospettiva ineluttabile oppure si può immaginare un diverso scenario?
Credo che si sia sbagliato e da considerarsi ormai superato il modello di sviluppo economico su cui ci siamo fiondati, soprattutto negli ultimi anni. L’idea del gigante produttivo è da superare. Il Sud avrebbe dovuto puntare sulle proprie ricchezze, agricole – territoriali – culturali, per ripensarle in termini di iniziative e imprese. Il famoso sviluppo sostenibile, anche con iniziative legate alle nuove tecnologie, che investa sul territorio, la storia e l’ambiente. Calare dall’alto un modello industriale si è dimostrato ricetta perdente. Si va alla globalizzazione? Bisogna cercare soluzioni diverse per contrastarne l’appiattimento con la conseguente sconfitta, puntando sull’identità.
Un’ultima domanda. Sul suo blog “Controstorie”, su Il Mattino, a proposito del Museo Lombroso di Torino e dell’annosa vicenda del cranio del brigante Villella, lei scrive che “la vicenda non è per nulla una polverosa polemica tra accademici che si parlano addosso”. Qual è allora il significato da attribuire alla battaglia di chi chiede la restituzione dei resti del brigante ed anche la chiusura del museo?
Premesso che, come preciso anche nel blog, sono contrario a qualsiasi chiusura di musei o a libri bruciati perché senza conoscere non si può criticare, credo che la restituzione dei resti del brigante sia un atto di umanità. Su quel museo dovrebbero aprirsi dibattiti profondi su certi razzismi, spacciati per scienza, certe non conoscenze tra nord e sud che alimentano fratture e guasti continui.
Fonte: Calabriaonweb
.
IL MADRE? …IO LO SO!
Riceviamo dall'Arch. Bruno Pappalardo dell'Associazione Culturale Rubriche Meridionali , nonchè membro del Direttivo della Sezione napoletana del Partito del Sud, questa interessante segnalazione a proposito della vicenda del MADRE:
di Bruno Pappalardo
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" …
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969… Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974... Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, (…)il "golpe …(…)
Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l'aiuto della CIA si sono ricostituiti una verginità antifascista(…)
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici…
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (…)di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. …………………………Pier Paolo Pasolini
IO SO, che Napoli non ha più un euro nelle casse.
IO SO che questa situazione è pervenuta dal passato (già si dice sempre così) ma questa volta, aprendo tutti gli armadi, hanno trovato solo grossi scarafaggi.
IO SO che il sindaco Luigi de Magistris, sta agendo e di persona, per una bonifica- risanamento di diverse specie di parassiti.
IO SO che le i Provveditorati, le Sovrintendenze e i suoi uomini, gli uomini della Regione come del Comune, sono postazioni della politica del territorio.
IO SO che ogni territorio è controllato dalle strategie e da interessi politici nazionali!
IO SO che l’amministrazione è di quelle delle “partecipate” ossia per più della metà dell’Ente e per l’altra privata;
IO SO che nessuna di questo genere di combinazione gestionale, al meridione non funzionano, Tutti hanno da prendere.
IO SO che la società privata apparentemente napoletana, in effetti non lo è nella sostanza dei capitali! Mi sbaglio ma vi invito a cercare sui siti al più presto prima che spariscano come la www.scabec.it;
Il MADRE, definita da illustri studiosi una straordinaria museo-galleria per le arti contemporanee e sperimentali, da fa invidia a quelle più famose di Parigi, Bruxelles, Londra è stata colpita da questi ascari presenti in città ma non veri cittadini.
IO SO, che due tra le più belle collezione del museo di via Settembrini, non avendo più copertura assicurativa e capacità retributiva al personale per la custodia e all’allestimento che potesse garantire, prima la sopravvivenza e poi la sicura crescita dell’ interesse da parte dei napoletani e poi di tutto il mondo, poteva essere ospitato dall’attuale museo d’arte all’interno del Palazzo Reale di Capodimonte a costo zero!
IO SO perché non è andato a Capodimonte!
E’ intervenuta la Regione e la collezione Antonio Homem, ereditate dalla madre adottiva Ileana Sonnabend, in tutto 60 opere è andata a Venezia. Perché Venezia capitale identitaria della LEGA? Altre quelle della collezione Farnese a Madrid di cui sappiamo potranno tornare:
IO LO SO e non mi chiedo più nulla sul perché, prima che accade l’irreparabile, come la spoliazione delle nostre opere, non si chiama a raccolta la città, suonando rumorose campane, anche quelle associazioni cosiddette della “società civile” o fidati e inarrestabili uomini di sicura fede meridionalista! Perché avrebbero forse impedito un’ulteriore rapina da parte di interessi oltre Frosinone come accadde dal 1860 ad oggi?
altre notizie sulla vicenda:



Riceviamo dall'Arch. Bruno Pappalardo dell'Associazione Culturale Rubriche Meridionali , nonchè membro del Direttivo della Sezione napoletana del Partito del Sud, questa interessante segnalazione a proposito della vicenda del MADRE:
di Bruno Pappalardo
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" …
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969… Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974... Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, (…)il "golpe …(…)
Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l'aiuto della CIA si sono ricostituiti una verginità antifascista(…)
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici…
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (…)di cui si sono resi colpevoli. Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. …………………………Pier Paolo Pasolini
IO SO, che Napoli non ha più un euro nelle casse.
IO SO che questa situazione è pervenuta dal passato (già si dice sempre così) ma questa volta, aprendo tutti gli armadi, hanno trovato solo grossi scarafaggi.
IO SO che il sindaco Luigi de Magistris, sta agendo e di persona, per una bonifica- risanamento di diverse specie di parassiti.
IO SO che le i Provveditorati, le Sovrintendenze e i suoi uomini, gli uomini della Regione come del Comune, sono postazioni della politica del territorio.
IO SO che ogni territorio è controllato dalle strategie e da interessi politici nazionali!
IO SO che l’amministrazione è di quelle delle “partecipate” ossia per più della metà dell’Ente e per l’altra privata;
IO SO che nessuna di questo genere di combinazione gestionale, al meridione non funzionano, Tutti hanno da prendere.
IO SO che la società privata apparentemente napoletana, in effetti non lo è nella sostanza dei capitali! Mi sbaglio ma vi invito a cercare sui siti al più presto prima che spariscano come la www.scabec.it;
Il MADRE, definita da illustri studiosi una straordinaria museo-galleria per le arti contemporanee e sperimentali, da fa invidia a quelle più famose di Parigi, Bruxelles, Londra è stata colpita da questi ascari presenti in città ma non veri cittadini.
IO SO, che due tra le più belle collezione del museo di via Settembrini, non avendo più copertura assicurativa e capacità retributiva al personale per la custodia e all’allestimento che potesse garantire, prima la sopravvivenza e poi la sicura crescita dell’ interesse da parte dei napoletani e poi di tutto il mondo, poteva essere ospitato dall’attuale museo d’arte all’interno del Palazzo Reale di Capodimonte a costo zero!
IO SO perché non è andato a Capodimonte!
E’ intervenuta la Regione e la collezione Antonio Homem, ereditate dalla madre adottiva Ileana Sonnabend, in tutto 60 opere è andata a Venezia. Perché Venezia capitale identitaria della LEGA? Altre quelle della collezione Farnese a Madrid di cui sappiamo potranno tornare:
IO LO SO e non mi chiedo più nulla sul perché, prima che accade l’irreparabile, come la spoliazione delle nostre opere, non si chiama a raccolta la città, suonando rumorose campane, anche quelle associazioni cosiddette della “società civile” o fidati e inarrestabili uomini di sicura fede meridionalista! Perché avrebbero forse impedito un’ulteriore rapina da parte di interessi oltre Frosinone come accadde dal 1860 ad oggi?
altre notizie sulla vicenda:



mercoledì 6 febbraio 2013
Il Partito del Sud con le associazioni studentesche che manifestano a Bari e in tutto il Sud
Solidarietà agli studenti pugliesi che manifestano a Bari sul decreto Profumo sulle borse di studio.
Magari ci sono altre manifestazioni in altre parti del Sud, esprimiamo a tutti la solidarietà del Partito del Sud e la promessa che con l'aiuto di tutti queste cose non dovranno mai passare. NO PASARAN !!
Leggi tutto »
Magari ci sono altre manifestazioni in altre parti del Sud, esprimiamo a tutti la solidarietà del Partito del Sud e la promessa che con l'aiuto di tutti queste cose non dovranno mai passare. NO PASARAN !!
Per il semplice fatto che anche noi ieri avevamo segnalato e denunciato la stortura del Decreto Profumo sulle borse di Studio ci sentiamo vicini alle Associazioni Studentesche di Bari che hanno dichiarato lo Stato di Agitazione e ne pubblichiamo il comunicato da loro diffuso ed eventuali contatti per chi vorrà prenderli con loro e unirsi alla protesta.
Noi lo sappiamo di essere una piccola realtà per cui è probabile che il nostro appoggio potrà risultare al momento poco più che virtuale. Diciamo però che da oggi in poi non lasceremo passare più inosservato nulla che possa danneggiare i nostri giovani, i nostri figli il nostro futuro.
Ecco il comunicato degli studenti:
“Oggi le studentesse e gli studenti di Bari, tutte le associazioni
studentesche, i collegi della città e l’Accademia delle Belle Arti
hanno dichiarato lo stato di agitazione.
studentesche, i collegi della città e l’Accademia delle Belle Arti
hanno dichiarato lo stato di agitazione.
Ribadiamo la nostra forte contrarietà al decreto Profumo che prevede:
1) l’espulsione dal sistema di diritto allo studio regionale di
migliaia di studenti e studentesse restringendo i criteri di accesso
ad esso. La conseguenza immediata è l’abbandono dall’università da
parte di quegli studenti (specialmente nel sud Italia) che in assenza
dei sussidi, che dovrebbero essere garantiti dalla Costituzione, non
potranno più sostenerne i costi necessari per proseguire gli studi;
2) l’esodo forzato dal sud al nord di tantissimi studenti con ISEE
superiore a 14.300 di conseguenza l’ulteriore svuotamento delle
università del sud.
3) migliaia di studenti che all’università non si iscriveranno mai.
Riteniamo molto pericolose le conseguenze dell’approvazione del
Decreto e per questo chiediamo con forza che tale provvedimento venga
respinto nella riunione della Conferenza Stato-Regioni in programma il
7 Febbraio prossimo.
1) l’espulsione dal sistema di diritto allo studio regionale di
migliaia di studenti e studentesse restringendo i criteri di accesso
ad esso. La conseguenza immediata è l’abbandono dall’università da
parte di quegli studenti (specialmente nel sud Italia) che in assenza
dei sussidi, che dovrebbero essere garantiti dalla Costituzione, non
potranno più sostenerne i costi necessari per proseguire gli studi;
2) l’esodo forzato dal sud al nord di tantissimi studenti con ISEE
superiore a 14.300 di conseguenza l’ulteriore svuotamento delle
università del sud.
3) migliaia di studenti che all’università non si iscriveranno mai.
Riteniamo molto pericolose le conseguenze dell’approvazione del
Decreto e per questo chiediamo con forza che tale provvedimento venga
respinto nella riunione della Conferenza Stato-Regioni in programma il
7 Febbraio prossimo.
A seguito di un’assemblea tenutasi nella mensa universitaria di Via
Amendola, che ha visto la partecipazione e l’appoggio del Presidente
dell’AdiSu De Santis, gli studenti sono partiti in corteo per la città
e in seguito hanno occupato la sede dell’AdiSu di via Fortunato.
Domattina, 7 febbraio, saremo in piazza Cesare Battisti, ore 10, per
contrastare con la nostra voce la morte del diritto allo studio.
Amendola, che ha visto la partecipazione e l’appoggio del Presidente
dell’AdiSu De Santis, gli studenti sono partiti in corteo per la città
e in seguito hanno occupato la sede dell’AdiSu di via Fortunato.
Domattina, 7 febbraio, saremo in piazza Cesare Battisti, ore 10, per
contrastare con la nostra voce la morte del diritto allo studio.
Non ci fermeremo fino a quando l’approvazione del Decreto non verrà bloccata. ”
Per info sulla protesta:
Portavoce Rete della Conoscenza – Puglia
puglia@retedellaconoscenza.it
puglia@retedellaconoscenza.it
Solidarietà agli studenti pugliesi che manifestano a Bari sul decreto Profumo sulle borse di studio.
Magari ci sono altre manifestazioni in altre parti del Sud, esprimiamo a tutti la solidarietà del Partito del Sud e la promessa che con l'aiuto di tutti queste cose non dovranno mai passare. NO PASARAN !!
Magari ci sono altre manifestazioni in altre parti del Sud, esprimiamo a tutti la solidarietà del Partito del Sud e la promessa che con l'aiuto di tutti queste cose non dovranno mai passare. NO PASARAN !!
Per il semplice fatto che anche noi ieri avevamo segnalato e denunciato la stortura del Decreto Profumo sulle borse di Studio ci sentiamo vicini alle Associazioni Studentesche di Bari che hanno dichiarato lo Stato di Agitazione e ne pubblichiamo il comunicato da loro diffuso ed eventuali contatti per chi vorrà prenderli con loro e unirsi alla protesta.
Noi lo sappiamo di essere una piccola realtà per cui è probabile che il nostro appoggio potrà risultare al momento poco più che virtuale. Diciamo però che da oggi in poi non lasceremo passare più inosservato nulla che possa danneggiare i nostri giovani, i nostri figli il nostro futuro.
Ecco il comunicato degli studenti:
“Oggi le studentesse e gli studenti di Bari, tutte le associazioni
studentesche, i collegi della città e l’Accademia delle Belle Arti
hanno dichiarato lo stato di agitazione.
studentesche, i collegi della città e l’Accademia delle Belle Arti
hanno dichiarato lo stato di agitazione.
Ribadiamo la nostra forte contrarietà al decreto Profumo che prevede:
1) l’espulsione dal sistema di diritto allo studio regionale di
migliaia di studenti e studentesse restringendo i criteri di accesso
ad esso. La conseguenza immediata è l’abbandono dall’università da
parte di quegli studenti (specialmente nel sud Italia) che in assenza
dei sussidi, che dovrebbero essere garantiti dalla Costituzione, non
potranno più sostenerne i costi necessari per proseguire gli studi;
2) l’esodo forzato dal sud al nord di tantissimi studenti con ISEE
superiore a 14.300 di conseguenza l’ulteriore svuotamento delle
università del sud.
3) migliaia di studenti che all’università non si iscriveranno mai.
Riteniamo molto pericolose le conseguenze dell’approvazione del
Decreto e per questo chiediamo con forza che tale provvedimento venga
respinto nella riunione della Conferenza Stato-Regioni in programma il
7 Febbraio prossimo.
1) l’espulsione dal sistema di diritto allo studio regionale di
migliaia di studenti e studentesse restringendo i criteri di accesso
ad esso. La conseguenza immediata è l’abbandono dall’università da
parte di quegli studenti (specialmente nel sud Italia) che in assenza
dei sussidi, che dovrebbero essere garantiti dalla Costituzione, non
potranno più sostenerne i costi necessari per proseguire gli studi;
2) l’esodo forzato dal sud al nord di tantissimi studenti con ISEE
superiore a 14.300 di conseguenza l’ulteriore svuotamento delle
università del sud.
3) migliaia di studenti che all’università non si iscriveranno mai.
Riteniamo molto pericolose le conseguenze dell’approvazione del
Decreto e per questo chiediamo con forza che tale provvedimento venga
respinto nella riunione della Conferenza Stato-Regioni in programma il
7 Febbraio prossimo.
A seguito di un’assemblea tenutasi nella mensa universitaria di Via
Amendola, che ha visto la partecipazione e l’appoggio del Presidente
dell’AdiSu De Santis, gli studenti sono partiti in corteo per la città
e in seguito hanno occupato la sede dell’AdiSu di via Fortunato.
Domattina, 7 febbraio, saremo in piazza Cesare Battisti, ore 10, per
contrastare con la nostra voce la morte del diritto allo studio.
Amendola, che ha visto la partecipazione e l’appoggio del Presidente
dell’AdiSu De Santis, gli studenti sono partiti in corteo per la città
e in seguito hanno occupato la sede dell’AdiSu di via Fortunato.
Domattina, 7 febbraio, saremo in piazza Cesare Battisti, ore 10, per
contrastare con la nostra voce la morte del diritto allo studio.
Non ci fermeremo fino a quando l’approvazione del Decreto non verrà bloccata. ”
Per info sulla protesta:
Portavoce Rete della Conoscenza – Puglia
puglia@retedellaconoscenza.it
puglia@retedellaconoscenza.it
Il Partito del Sud presenta sabato 9 a Formia (LT) la sua lista meridionalista ed autonoma al Senato Lazio!
Il Partito del Sud presenta sabato 9 a Formia (LT) la sua lista meridionalista, autonoma dagli schieramenti di destra, centro e sinistra, al Senato Lazio.
Saranno presenti i nostri candidati, ci sarà un comizio ed un volantinaggio del nostro movimento.
Diamo appuntamento a tutti gli amici e simpatizzanti sabato 9 alle ore 11 a Piazza Mattei a Formia, in caso di brutto tempo ci trasferiremo presso la Sala Boffa del Comune di Formia.
Il Partito del Sud presenta sabato 9 a Formia (LT) la sua lista meridionalista, autonoma dagli schieramenti di destra, centro e sinistra, al Senato Lazio.
Saranno presenti i nostri candidati, ci sarà un comizio ed un volantinaggio del nostro movimento.
Diamo appuntamento a tutti gli amici e simpatizzanti sabato 9 alle ore 11 a Piazza Mattei a Formia, in caso di brutto tempo ci trasferiremo presso la Sala Boffa del Comune di Formia.
Il ministro lasci, così si spacca l'Italia in tre
di GIANFRANCO VIESTI
La notizia è talmente clamorosa da sembrare falsa. Ma è vera. Ed è un’assoluta follia. Parliamo di una iniziativa del ministro dell’istruzione Francesco Profumo. Il Ministro sta presentando un decreto ministeriale sul tema delle borse di studio per l’u niversità; per la precisione “deter minazione dei livelli essenziali delle prestazioni e dei requisiti di eleggibilità per il diritto allo studio universitario ai sensi del decreto legislativo 29 marzo 2012, n. 68”.
I contenuti del decreto stanno già provocando una forte protesta nelle università, dato che vengono rivisti, spesso in senso peggiorativo, diversi requisiti per l’ottenimento delle borse. Ma c’è un aspetto in particolare che merita la massima attenzione. Una novità clamorosa contenuta al comma 8 dell’articolo 4 riguarda la creazione di tre macroregioni di riferimento per la residenza che regolererebbero il livello massimo di ISEE per poter accedere alle borse: Nord (Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna) con tetto massimo di 20mila euro, Centro (Toscana, Marche, Lazio e Umbria) con tetto di 17.150 euro e Sud (Molise, Abruzzo, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sardegna, Sicilia) di 14.300 euro.
L’ISEE è l’”indicatore della situazione economica equivalente” dei nuclei familiari, che viene calcolato, tenendo conto del reddito e del patrimonio, per stabilire le soglie massime di accessibilità a determinati servizi o benefici. Ad esempio alle borse di studio. In pratica, con un ISEE di 15.000 euro, secondo il decreto Profumo sarà possibile chiedere la borsa di studio nelle regioni del Centro- Nord, ma non in quelle del Sud; con 18.000 solo al Nord e non al Centro-Sud.
Naturalmente (art. 7 del decreto), il numero di idonei così stabilito concorre a determinare il riparto fra le regioni del fondo integrativo nazionale per le borse di studio. Stando a quanto riportato da un sito internet (www.you-ng.it) il Ministro elogia proprio questa nuova articolazione dei limiti ISEE su base geografica, perché in grado secondo lui di tenere conto “di caratteristiche territoriali importanti: non più tetti per poter ottenere la borsa uguali in tutta Italia, ma differenziati, con l’idea riformatrice di adattare a una realtà che cambia un sistema vecchissimo”.
La proposta del Ministro Profumo è definibile solo con un termine: folle. Il sistema vecchissimo è infatti quello in cui tutti gli italiani sono uguali. Si punta invece, per la prima volta in maniera così netta, a discriminare su base geografica la fruizione di un diritto. Le differenti soglie di ISEE non hanno alcuna base giuridica: con tutta probabilità sarebbero immediatamente giudicate incostituzionali. Men che meno hanno una base economica. Da tempo si discute del costo della vita nelle diverse regioni italiane: perché i leghisti e i loro alleati hanno sempre sostenuto la tesi che, costando meno la vita al Sud, salari e stipendi dovrebbero essere, per legge, più bassi. L’argomento è molto controverso, per motivi che qui è impossibile approfondire.
Certamente non vi è alcun dato ufficiale che certifichi le differenze. In un’intervista ad un altro sito (www.edscuola.eu) l’ex Rettore del Politecnico di Torino ora Ministro conferma che “ci sarà una rimodulazione su base geografica che permetterà di favorire gli studenti svantaggiati e fuorisede e penalizzare i fuoricorso”.
Fuorisede è la parola chiave. Il decreto, all’art.3, aumenta le borse per i fuori sede; ma questo, insieme ai diversi tetti regionali, finisce col favorire particolarmente quanti, spostandosi dal Sud al Nord, si gioverebbero delle soglie più alte. Un meccanismo per incentivare ulteriormente il flusso di studenti verso gli Atenei del Nord, già notevole, principalmente perché studiare al Nord consente di venire a contatto con migliori possibilità di lavoro. Un’altra picconata al sistema nazionale dell’istr uzione superiore, ed in particolare agli Atenei del Centro-Sud, già drasticamente colpiti dall’accoppiata Tremonti-Gelmini, e dal taglio ulteriore del Fondi di Finanziamento Ordinario previsto dall’attuale governo. Senatore Monti, in questi giorni lei sta opportunamente, duramente, criticando le tesi leghiste. Essendo lei il Presidente del Consiglio di tutti gli italiani, non ritiene di chiedere al suo Ministro dell’Istruzione, che evidentemente non è Ministro di tutti gli italiani, di dimettersi?
Fonte:La Gazzetta del Mezzogiorno
.
Leggi tutto »
La notizia è talmente clamorosa da sembrare falsa. Ma è vera. Ed è un’assoluta follia. Parliamo di una iniziativa del ministro dell’istruzione Francesco Profumo. Il Ministro sta presentando un decreto ministeriale sul tema delle borse di studio per l’u niversità; per la precisione “deter minazione dei livelli essenziali delle prestazioni e dei requisiti di eleggibilità per il diritto allo studio universitario ai sensi del decreto legislativo 29 marzo 2012, n. 68”.
I contenuti del decreto stanno già provocando una forte protesta nelle università, dato che vengono rivisti, spesso in senso peggiorativo, diversi requisiti per l’ottenimento delle borse. Ma c’è un aspetto in particolare che merita la massima attenzione. Una novità clamorosa contenuta al comma 8 dell’articolo 4 riguarda la creazione di tre macroregioni di riferimento per la residenza che regolererebbero il livello massimo di ISEE per poter accedere alle borse: Nord (Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna) con tetto massimo di 20mila euro, Centro (Toscana, Marche, Lazio e Umbria) con tetto di 17.150 euro e Sud (Molise, Abruzzo, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sardegna, Sicilia) di 14.300 euro.
L’ISEE è l’”indicatore della situazione economica equivalente” dei nuclei familiari, che viene calcolato, tenendo conto del reddito e del patrimonio, per stabilire le soglie massime di accessibilità a determinati servizi o benefici. Ad esempio alle borse di studio. In pratica, con un ISEE di 15.000 euro, secondo il decreto Profumo sarà possibile chiedere la borsa di studio nelle regioni del Centro- Nord, ma non in quelle del Sud; con 18.000 solo al Nord e non al Centro-Sud.
Naturalmente (art. 7 del decreto), il numero di idonei così stabilito concorre a determinare il riparto fra le regioni del fondo integrativo nazionale per le borse di studio. Stando a quanto riportato da un sito internet (www.you-ng.it) il Ministro elogia proprio questa nuova articolazione dei limiti ISEE su base geografica, perché in grado secondo lui di tenere conto “di caratteristiche territoriali importanti: non più tetti per poter ottenere la borsa uguali in tutta Italia, ma differenziati, con l’idea riformatrice di adattare a una realtà che cambia un sistema vecchissimo”.
La proposta del Ministro Profumo è definibile solo con un termine: folle. Il sistema vecchissimo è infatti quello in cui tutti gli italiani sono uguali. Si punta invece, per la prima volta in maniera così netta, a discriminare su base geografica la fruizione di un diritto. Le differenti soglie di ISEE non hanno alcuna base giuridica: con tutta probabilità sarebbero immediatamente giudicate incostituzionali. Men che meno hanno una base economica. Da tempo si discute del costo della vita nelle diverse regioni italiane: perché i leghisti e i loro alleati hanno sempre sostenuto la tesi che, costando meno la vita al Sud, salari e stipendi dovrebbero essere, per legge, più bassi. L’argomento è molto controverso, per motivi che qui è impossibile approfondire.
Certamente non vi è alcun dato ufficiale che certifichi le differenze. In un’intervista ad un altro sito (www.edscuola.eu) l’ex Rettore del Politecnico di Torino ora Ministro conferma che “ci sarà una rimodulazione su base geografica che permetterà di favorire gli studenti svantaggiati e fuorisede e penalizzare i fuoricorso”.
Fuorisede è la parola chiave. Il decreto, all’art.3, aumenta le borse per i fuori sede; ma questo, insieme ai diversi tetti regionali, finisce col favorire particolarmente quanti, spostandosi dal Sud al Nord, si gioverebbero delle soglie più alte. Un meccanismo per incentivare ulteriormente il flusso di studenti verso gli Atenei del Nord, già notevole, principalmente perché studiare al Nord consente di venire a contatto con migliori possibilità di lavoro. Un’altra picconata al sistema nazionale dell’istr uzione superiore, ed in particolare agli Atenei del Centro-Sud, già drasticamente colpiti dall’accoppiata Tremonti-Gelmini, e dal taglio ulteriore del Fondi di Finanziamento Ordinario previsto dall’attuale governo. Senatore Monti, in questi giorni lei sta opportunamente, duramente, criticando le tesi leghiste. Essendo lei il Presidente del Consiglio di tutti gli italiani, non ritiene di chiedere al suo Ministro dell’Istruzione, che evidentemente non è Ministro di tutti gli italiani, di dimettersi?
Fonte:La Gazzetta del Mezzogiorno
.
di GIANFRANCO VIESTI
La notizia è talmente clamorosa da sembrare falsa. Ma è vera. Ed è un’assoluta follia. Parliamo di una iniziativa del ministro dell’istruzione Francesco Profumo. Il Ministro sta presentando un decreto ministeriale sul tema delle borse di studio per l’u niversità; per la precisione “deter minazione dei livelli essenziali delle prestazioni e dei requisiti di eleggibilità per il diritto allo studio universitario ai sensi del decreto legislativo 29 marzo 2012, n. 68”.
I contenuti del decreto stanno già provocando una forte protesta nelle università, dato che vengono rivisti, spesso in senso peggiorativo, diversi requisiti per l’ottenimento delle borse. Ma c’è un aspetto in particolare che merita la massima attenzione. Una novità clamorosa contenuta al comma 8 dell’articolo 4 riguarda la creazione di tre macroregioni di riferimento per la residenza che regolererebbero il livello massimo di ISEE per poter accedere alle borse: Nord (Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna) con tetto massimo di 20mila euro, Centro (Toscana, Marche, Lazio e Umbria) con tetto di 17.150 euro e Sud (Molise, Abruzzo, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sardegna, Sicilia) di 14.300 euro.
L’ISEE è l’”indicatore della situazione economica equivalente” dei nuclei familiari, che viene calcolato, tenendo conto del reddito e del patrimonio, per stabilire le soglie massime di accessibilità a determinati servizi o benefici. Ad esempio alle borse di studio. In pratica, con un ISEE di 15.000 euro, secondo il decreto Profumo sarà possibile chiedere la borsa di studio nelle regioni del Centro- Nord, ma non in quelle del Sud; con 18.000 solo al Nord e non al Centro-Sud.
Naturalmente (art. 7 del decreto), il numero di idonei così stabilito concorre a determinare il riparto fra le regioni del fondo integrativo nazionale per le borse di studio. Stando a quanto riportato da un sito internet (www.you-ng.it) il Ministro elogia proprio questa nuova articolazione dei limiti ISEE su base geografica, perché in grado secondo lui di tenere conto “di caratteristiche territoriali importanti: non più tetti per poter ottenere la borsa uguali in tutta Italia, ma differenziati, con l’idea riformatrice di adattare a una realtà che cambia un sistema vecchissimo”.
La proposta del Ministro Profumo è definibile solo con un termine: folle. Il sistema vecchissimo è infatti quello in cui tutti gli italiani sono uguali. Si punta invece, per la prima volta in maniera così netta, a discriminare su base geografica la fruizione di un diritto. Le differenti soglie di ISEE non hanno alcuna base giuridica: con tutta probabilità sarebbero immediatamente giudicate incostituzionali. Men che meno hanno una base economica. Da tempo si discute del costo della vita nelle diverse regioni italiane: perché i leghisti e i loro alleati hanno sempre sostenuto la tesi che, costando meno la vita al Sud, salari e stipendi dovrebbero essere, per legge, più bassi. L’argomento è molto controverso, per motivi che qui è impossibile approfondire.
Certamente non vi è alcun dato ufficiale che certifichi le differenze. In un’intervista ad un altro sito (www.edscuola.eu) l’ex Rettore del Politecnico di Torino ora Ministro conferma che “ci sarà una rimodulazione su base geografica che permetterà di favorire gli studenti svantaggiati e fuorisede e penalizzare i fuoricorso”.
Fuorisede è la parola chiave. Il decreto, all’art.3, aumenta le borse per i fuori sede; ma questo, insieme ai diversi tetti regionali, finisce col favorire particolarmente quanti, spostandosi dal Sud al Nord, si gioverebbero delle soglie più alte. Un meccanismo per incentivare ulteriormente il flusso di studenti verso gli Atenei del Nord, già notevole, principalmente perché studiare al Nord consente di venire a contatto con migliori possibilità di lavoro. Un’altra picconata al sistema nazionale dell’istr uzione superiore, ed in particolare agli Atenei del Centro-Sud, già drasticamente colpiti dall’accoppiata Tremonti-Gelmini, e dal taglio ulteriore del Fondi di Finanziamento Ordinario previsto dall’attuale governo. Senatore Monti, in questi giorni lei sta opportunamente, duramente, criticando le tesi leghiste. Essendo lei il Presidente del Consiglio di tutti gli italiani, non ritiene di chiedere al suo Ministro dell’Istruzione, che evidentemente non è Ministro di tutti gli italiani, di dimettersi?
Fonte:La Gazzetta del Mezzogiorno
.
La notizia è talmente clamorosa da sembrare falsa. Ma è vera. Ed è un’assoluta follia. Parliamo di una iniziativa del ministro dell’istruzione Francesco Profumo. Il Ministro sta presentando un decreto ministeriale sul tema delle borse di studio per l’u niversità; per la precisione “deter minazione dei livelli essenziali delle prestazioni e dei requisiti di eleggibilità per il diritto allo studio universitario ai sensi del decreto legislativo 29 marzo 2012, n. 68”.
I contenuti del decreto stanno già provocando una forte protesta nelle università, dato che vengono rivisti, spesso in senso peggiorativo, diversi requisiti per l’ottenimento delle borse. Ma c’è un aspetto in particolare che merita la massima attenzione. Una novità clamorosa contenuta al comma 8 dell’articolo 4 riguarda la creazione di tre macroregioni di riferimento per la residenza che regolererebbero il livello massimo di ISEE per poter accedere alle borse: Nord (Liguria, Piemonte, Valle d’Aosta, Lombardia, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna) con tetto massimo di 20mila euro, Centro (Toscana, Marche, Lazio e Umbria) con tetto di 17.150 euro e Sud (Molise, Abruzzo, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria, Sardegna, Sicilia) di 14.300 euro.
L’ISEE è l’”indicatore della situazione economica equivalente” dei nuclei familiari, che viene calcolato, tenendo conto del reddito e del patrimonio, per stabilire le soglie massime di accessibilità a determinati servizi o benefici. Ad esempio alle borse di studio. In pratica, con un ISEE di 15.000 euro, secondo il decreto Profumo sarà possibile chiedere la borsa di studio nelle regioni del Centro- Nord, ma non in quelle del Sud; con 18.000 solo al Nord e non al Centro-Sud.
Naturalmente (art. 7 del decreto), il numero di idonei così stabilito concorre a determinare il riparto fra le regioni del fondo integrativo nazionale per le borse di studio. Stando a quanto riportato da un sito internet (www.you-ng.it) il Ministro elogia proprio questa nuova articolazione dei limiti ISEE su base geografica, perché in grado secondo lui di tenere conto “di caratteristiche territoriali importanti: non più tetti per poter ottenere la borsa uguali in tutta Italia, ma differenziati, con l’idea riformatrice di adattare a una realtà che cambia un sistema vecchissimo”.
La proposta del Ministro Profumo è definibile solo con un termine: folle. Il sistema vecchissimo è infatti quello in cui tutti gli italiani sono uguali. Si punta invece, per la prima volta in maniera così netta, a discriminare su base geografica la fruizione di un diritto. Le differenti soglie di ISEE non hanno alcuna base giuridica: con tutta probabilità sarebbero immediatamente giudicate incostituzionali. Men che meno hanno una base economica. Da tempo si discute del costo della vita nelle diverse regioni italiane: perché i leghisti e i loro alleati hanno sempre sostenuto la tesi che, costando meno la vita al Sud, salari e stipendi dovrebbero essere, per legge, più bassi. L’argomento è molto controverso, per motivi che qui è impossibile approfondire.
Certamente non vi è alcun dato ufficiale che certifichi le differenze. In un’intervista ad un altro sito (www.edscuola.eu) l’ex Rettore del Politecnico di Torino ora Ministro conferma che “ci sarà una rimodulazione su base geografica che permetterà di favorire gli studenti svantaggiati e fuorisede e penalizzare i fuoricorso”.
Fuorisede è la parola chiave. Il decreto, all’art.3, aumenta le borse per i fuori sede; ma questo, insieme ai diversi tetti regionali, finisce col favorire particolarmente quanti, spostandosi dal Sud al Nord, si gioverebbero delle soglie più alte. Un meccanismo per incentivare ulteriormente il flusso di studenti verso gli Atenei del Nord, già notevole, principalmente perché studiare al Nord consente di venire a contatto con migliori possibilità di lavoro. Un’altra picconata al sistema nazionale dell’istr uzione superiore, ed in particolare agli Atenei del Centro-Sud, già drasticamente colpiti dall’accoppiata Tremonti-Gelmini, e dal taglio ulteriore del Fondi di Finanziamento Ordinario previsto dall’attuale governo. Senatore Monti, in questi giorni lei sta opportunamente, duramente, criticando le tesi leghiste. Essendo lei il Presidente del Consiglio di tutti gli italiani, non ritiene di chiedere al suo Ministro dell’Istruzione, che evidentemente non è Ministro di tutti gli italiani, di dimettersi?
Fonte:La Gazzetta del Mezzogiorno
.
Borse di studio a discriminazione geografica, intervenga Vendola
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Ebbene partendo da questo assunto il Governo ha la sfacciataggine di proporre quanto segue: per i meridionali il reddito ISEE massimo per avere diritto alle borse di studio è di € 14.000, al centro sarà di € 17.000, mentre al nord il limite sarà di € 20.000.
Questa formulazione è palesemente contraria a qualsiasi dettato costituzionale e stabilisce per legge una discriminazione, presupponendo, anzi stabilendo, che i meridionali, passateci il termine, “possono campare” con molto meno e, quindi ce la possono fare con 14.000 €.Se così fosse, perché sempre lo stesso, anzi gli stessi governi, consentono a banche, assicurazioni, compagnie petrolifere e chi più ne ha più ne metta di salassare il sud ogni giorno che passa senza alcunintervento ?
Sempre lo stesso, o gli stessi governi, perché non provano a calcolare quanto costa alle famiglie meridionali sostenere i costi per gli studi dei propri figli fuori sede proprio in quelle località dove si dice che il reddito minimo deve essere 20.000 € perché altrimenti non si riesce a vivere ?
Questa formulazione è palesemente contraria a qualsiasi dettato costituzionale e stabilisce per legge una discriminazione, presupponendo, anzi stabilendo, che i meridionali, passateci il termine, “possono campare” con molto meno e, quindi ce la possono fare con 14.000 €.Se così fosse, perché sempre lo stesso, anzi gli stessi governi, consentono a banche, assicurazioni, compagnie petrolifere e chi più ne ha più ne metta di salassare il sud ogni giorno che passa senza alcunintervento ?
Sempre lo stesso, o gli stessi governi, perché non provano a calcolare quanto costa alle famiglie meridionali sostenere i costi per gli studi dei propri figli fuori sede proprio in quelle località dove si dice che il reddito minimo deve essere 20.000 € perché altrimenti non si riesce a vivere ?
Crediamo che sia preciso dovere del Ministro, del Governo, della Corte Costituzionale, del Capo dello Stato, di bloccare questa tipologia di decreti discriminanti e discriminatori.Inoltre il coordinamento pugliese del Partito del Sud invita le famiglie, il Presidente della Regione Nichi Vendola, e i parlamentari pugliesi uscenti e futuri a non lasciare più passare simili aberrazioni legislazìtive.
Per il coordinamento regionale del Partito Del Sud Michele Dell’Ederahttp://partitodelsudpuglia.wordpress.com
.
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Ebbene partendo da questo assunto il Governo ha la sfacciataggine di proporre quanto segue: per i meridionali il reddito ISEE massimo per avere diritto alle borse di studio è di € 14.000, al centro sarà di € 17.000, mentre al nord il limite sarà di € 20.000.
Questa formulazione è palesemente contraria a qualsiasi dettato costituzionale e stabilisce per legge una discriminazione, presupponendo, anzi stabilendo, che i meridionali, passateci il termine, “possono campare” con molto meno e, quindi ce la possono fare con 14.000 €.Se così fosse, perché sempre lo stesso, anzi gli stessi governi, consentono a banche, assicurazioni, compagnie petrolifere e chi più ne ha più ne metta di salassare il sud ogni giorno che passa senza alcunintervento ?
Sempre lo stesso, o gli stessi governi, perché non provano a calcolare quanto costa alle famiglie meridionali sostenere i costi per gli studi dei propri figli fuori sede proprio in quelle località dove si dice che il reddito minimo deve essere 20.000 € perché altrimenti non si riesce a vivere ?
Questa formulazione è palesemente contraria a qualsiasi dettato costituzionale e stabilisce per legge una discriminazione, presupponendo, anzi stabilendo, che i meridionali, passateci il termine, “possono campare” con molto meno e, quindi ce la possono fare con 14.000 €.Se così fosse, perché sempre lo stesso, anzi gli stessi governi, consentono a banche, assicurazioni, compagnie petrolifere e chi più ne ha più ne metta di salassare il sud ogni giorno che passa senza alcunintervento ?
Sempre lo stesso, o gli stessi governi, perché non provano a calcolare quanto costa alle famiglie meridionali sostenere i costi per gli studi dei propri figli fuori sede proprio in quelle località dove si dice che il reddito minimo deve essere 20.000 € perché altrimenti non si riesce a vivere ?
Crediamo che sia preciso dovere del Ministro, del Governo, della Corte Costituzionale, del Capo dello Stato, di bloccare questa tipologia di decreti discriminanti e discriminatori.Inoltre il coordinamento pugliese del Partito del Sud invita le famiglie, il Presidente della Regione Nichi Vendola, e i parlamentari pugliesi uscenti e futuri a non lasciare più passare simili aberrazioni legislazìtive.
Per il coordinamento regionale del Partito Del Sud Michele Dell’Ederahttp://partitodelsudpuglia.wordpress.com
.
martedì 5 febbraio 2013
Donne contro la ‘ndrangheta quando il Sud ha il coraggio di resistere

Un giorno, tra qualche anno, in una strada qualsiasi della Calabria, Denise, figlia di un boss, e Federica, figlia di una sindaca, potrebbero incontrarsi, parlarsi, e perfino capirsi. Se verrà quel giorno, la ‘ndrangheta sarà finita
L’Italia quaggiù è un racconto di donne, sul coraggio delle donne. Ho voluto fosse esplicito sin dalla riga di catenaccio sotto il titolo del libro: “Maria Carmela Lanzetta e le donne contro la ‘ndrangheta”. Ci vuole coraggio, e tanto, per alzare la testa davanti ai padrini che dettano legge in Calabria.
La Lanzetta è la sindaca di Monasterace diventata simbolo della resistenza alle cosche dopo due attentati e mille sforzi per ristabilire le regole della convivenza civile nel suo paesino della Locride. Accanto a lei, in questa primavera delle donne calabresi, altre amministratrici comunali, che hanno abbandonato professioni di successo e rischiato la vita pur di mettersi, col buonsenso delle madri, a disposizione della cosa pubblica. Infine, accanto a loro, e questo è forse il dato più incoraggiante, una lunga schiera di giovani donne cresciute nelle famiglie di ‘ndrangheta ma decise a passare dalla parte dello Stato.
Perché? Per salvare i figli dalle faide e dalla galera.
Così, con molto rispetto per le donne di “quaggiù” (perché è facile parlare e dare consigli da Roma o da Milano, a centinaia di chilometri di rassicurante distanza), ho cercato anche di rendere il clima, quella pesante aria di intimidazione e di violenza che si respira, sin dalle prime righe del primo capitolo.
ALL’ALBA DI QUEL Corpus Domini qualcuna portò il Vetril. Qualcun’altra le spugnette dei piatti afferrate in fretta e al buio dal lavello di casa. Molte, straccetti e strofinacci, intinti nelle bacinelle d’acqua e sapone. E si misero in fila così, Rosalba e Caterina, Rosanna, Maria Rita e Chiara, le donne di Monasterace, davanti alla farmacia bruciata alle porte del paese, sulla statale 106, in mezzo al fumo e alla cenere che ancora avvolgevano ciò che il fuoco aveva risparmiato.
«Qua puliamo noi» le dissero.
«Ma io come vi ripago?» chiese Maria Carmela Lanzetta.
«Voi ci avete già ripagato, sindaco».
La scena si svolge nella farmacia della famiglia Lanzetta. Bruciata. Ad appiccare il fuoco sono stati quattro figuri che, senza nemmeno il timore delle telecamere di sorveglianza, hanno versato la benzina dalla finestra sul retro prima di buttare dentro un fiammifero. E’ successo alle 6 del mattino del 26 giugno 2011. Giorno della festa dell’Infiorata. Poche ore dopo il marciapiede di fronte alla farmacia era un tappeto di fiori, un omaggio della parte sana di Monasterace a Maria Carmela. E le donne del paese erano già al lavoro le mura annerite “per salvare il salvabile” e consentire alla sindaca di riaprire al più presto.
Non è finita quella sera, era soltanto l’inizio. Nove mesi dopo, la ‘ndrangheta si è rifatta viva, stavolta a colpi di pistola, sparati contro la serranda della stessa farmacia e contro l’auto di Maria Carmela. Che però non si è arresa, ha ritirato le dimissioni che, a caldo, aveva dato sull’onda dell’emotività: devo continuare a fare il mio dovere, ha detto. E ha ripreso a governare uno dei paesi più difficili e remoti d’Italia, combattuta dai clan ma sostenuta dalla sua gente.
In particolare dalle altre donne.
Ecco, questa è L’Italia quaggiù (da cui il titolo del libro, appena pubblicato da Laterza), la porzione di Paese della quale, al resto del Paese, sembra non importare nulla; perché la considera irrimediabilmente perduta. La parte più disagiata della Calabria. Una terra che ricorda Aruba o Valona, i Caraibi poveri o l’Albania. Dove ci sono interi quartieri senza una casa finita o almeno squadrata. Dove si costruiscono due garage abusivi attorno alla torre medievale e un gabinetto sulla facciata del convento del X secolo, e non ci sono i soldi per eseguire le delibere di abbattimento. Dove le operaie delle serre non ricevono lo stipendio da mesi. Dove mancano strade, scuole, ospedali. Dove i boss continuano a comandare dal carcere, e inviano ai sindaci – è successo alla Lanzetta ma anche a Elisabetta Tripodi, sindaca di Rosarno – lettere allusive e minatorie. Ma dove un’intera generazione di giovani si è ribellata alle mafie. E dove le donne, dopo secoli in cui la violenza e il maschilismo marciavano di pari passo, hanno trovato il coraggio di dire no, e prendere in mano il proprio destino.
Il libro è dunque la cronaca di un viaggio nella ‘ndrangheta ma soprattutto nell’universo femminile cresciuto nonostante la ‘ndrangheta, dentro la ribellione delle “pentite” di ‘ndrangheta e la forza di molte madri e figlie, spose e sorelle di rifiutare le regole arcaiche d’un universo omertoso e misogino.
La vicenda di Maria Carmela Lanzetta s’intreccia con quella di altre donne come lei: Elena Tripodi, sindaca di Rosarno, sotto scorta e minacciata dai clan egemoni del paese; Katy Capitò, giudice per le indagini preliminari di Locri; Giuseppina Pesce, che ora vive con una nuova identità; sua cugina Maria Concetta Cacciola, che invece ha pagato con la vita la scelta di passare dalla parte dello Stato; Lea Garofalo, torturata, ammazzata e bruciata in un campo per aver denunciato il suo compagno ‘ndranghetista, e ricordata nel libro attraverso la narrazione dalla sorella Marisa.
L’Italia quaggiù nasce da un’osservazione: in pochi anni in Calabria si moltiplicano i casi di giovani donne cresciute in famiglie mafiose che decidono di spezzare il cerchio per amore dei figli, per impedire cioè che ai figli venga riservato lo stesso destino di morte e di galera toccato alle precedenti generazioni. La storia di Lea Garofalo – sequestrata e uccisa dal padre di sua figlia Denise, che diventerà poi la principale teste d’accusa in un processo chiuso con cinque ergastoli -, ha scosso le coscienze. Accanto a Lea si profilano altre donne. E siccome sono le donne a trasmettere i valori e i disvalori ai figli, se salta questo anello cruciale della catena tutto il sistema mafioso può saltare.
Una storia che a Monasterace dà fastidio a molti. Due giorni dopo l’uscita dell’Italia quaggiù in libreria, è apparsa una pagina Facebook che ne invoca il boicottaggio e attacca Maria Carmela. Il ritornello è sempre lo stesso, “non denigrate il paese!”: io penso sia ora di cambiarlo, questo Paese, che è solo uno, e si chiama Italia.
Un giorno, tra qualche anno, in una strada qualsiasi della Calabria, Denise, figlia di un boss, e Federica, figlia di una sindaca, potrebbero incontrarsi, parlarsi, e perfino capirsi. Se verrà quel giorno, la ‘ndrangheta sarà finita. Saremo liberi.
Molte donne calabresi sembrano cominciare a crederci. Non dobbiamo lasciarle sole, ciascuno di noi deve sentirsi un po’ cittadino di certe terre della Locride flagellate da delinquenti vigliacchi. E porsi una domanda semplice: cosa posso fare perché il giorno della liberazione diventi più vicino?
Tratto da: 27esimaora.corriere.it

Un giorno, tra qualche anno, in una strada qualsiasi della Calabria, Denise, figlia di un boss, e Federica, figlia di una sindaca, potrebbero incontrarsi, parlarsi, e perfino capirsi. Se verrà quel giorno, la ‘ndrangheta sarà finita
L’Italia quaggiù è un racconto di donne, sul coraggio delle donne. Ho voluto fosse esplicito sin dalla riga di catenaccio sotto il titolo del libro: “Maria Carmela Lanzetta e le donne contro la ‘ndrangheta”. Ci vuole coraggio, e tanto, per alzare la testa davanti ai padrini che dettano legge in Calabria.
La Lanzetta è la sindaca di Monasterace diventata simbolo della resistenza alle cosche dopo due attentati e mille sforzi per ristabilire le regole della convivenza civile nel suo paesino della Locride. Accanto a lei, in questa primavera delle donne calabresi, altre amministratrici comunali, che hanno abbandonato professioni di successo e rischiato la vita pur di mettersi, col buonsenso delle madri, a disposizione della cosa pubblica. Infine, accanto a loro, e questo è forse il dato più incoraggiante, una lunga schiera di giovani donne cresciute nelle famiglie di ‘ndrangheta ma decise a passare dalla parte dello Stato.
Perché? Per salvare i figli dalle faide e dalla galera.
Così, con molto rispetto per le donne di “quaggiù” (perché è facile parlare e dare consigli da Roma o da Milano, a centinaia di chilometri di rassicurante distanza), ho cercato anche di rendere il clima, quella pesante aria di intimidazione e di violenza che si respira, sin dalle prime righe del primo capitolo.
ALL’ALBA DI QUEL Corpus Domini qualcuna portò il Vetril. Qualcun’altra le spugnette dei piatti afferrate in fretta e al buio dal lavello di casa. Molte, straccetti e strofinacci, intinti nelle bacinelle d’acqua e sapone. E si misero in fila così, Rosalba e Caterina, Rosanna, Maria Rita e Chiara, le donne di Monasterace, davanti alla farmacia bruciata alle porte del paese, sulla statale 106, in mezzo al fumo e alla cenere che ancora avvolgevano ciò che il fuoco aveva risparmiato.
«Qua puliamo noi» le dissero.
«Ma io come vi ripago?» chiese Maria Carmela Lanzetta.
«Voi ci avete già ripagato, sindaco».
La scena si svolge nella farmacia della famiglia Lanzetta. Bruciata. Ad appiccare il fuoco sono stati quattro figuri che, senza nemmeno il timore delle telecamere di sorveglianza, hanno versato la benzina dalla finestra sul retro prima di buttare dentro un fiammifero. E’ successo alle 6 del mattino del 26 giugno 2011. Giorno della festa dell’Infiorata. Poche ore dopo il marciapiede di fronte alla farmacia era un tappeto di fiori, un omaggio della parte sana di Monasterace a Maria Carmela. E le donne del paese erano già al lavoro le mura annerite “per salvare il salvabile” e consentire alla sindaca di riaprire al più presto.
Non è finita quella sera, era soltanto l’inizio. Nove mesi dopo, la ‘ndrangheta si è rifatta viva, stavolta a colpi di pistola, sparati contro la serranda della stessa farmacia e contro l’auto di Maria Carmela. Che però non si è arresa, ha ritirato le dimissioni che, a caldo, aveva dato sull’onda dell’emotività: devo continuare a fare il mio dovere, ha detto. E ha ripreso a governare uno dei paesi più difficili e remoti d’Italia, combattuta dai clan ma sostenuta dalla sua gente.
In particolare dalle altre donne.
Ecco, questa è L’Italia quaggiù (da cui il titolo del libro, appena pubblicato da Laterza), la porzione di Paese della quale, al resto del Paese, sembra non importare nulla; perché la considera irrimediabilmente perduta. La parte più disagiata della Calabria. Una terra che ricorda Aruba o Valona, i Caraibi poveri o l’Albania. Dove ci sono interi quartieri senza una casa finita o almeno squadrata. Dove si costruiscono due garage abusivi attorno alla torre medievale e un gabinetto sulla facciata del convento del X secolo, e non ci sono i soldi per eseguire le delibere di abbattimento. Dove le operaie delle serre non ricevono lo stipendio da mesi. Dove mancano strade, scuole, ospedali. Dove i boss continuano a comandare dal carcere, e inviano ai sindaci – è successo alla Lanzetta ma anche a Elisabetta Tripodi, sindaca di Rosarno – lettere allusive e minatorie. Ma dove un’intera generazione di giovani si è ribellata alle mafie. E dove le donne, dopo secoli in cui la violenza e il maschilismo marciavano di pari passo, hanno trovato il coraggio di dire no, e prendere in mano il proprio destino.
Il libro è dunque la cronaca di un viaggio nella ‘ndrangheta ma soprattutto nell’universo femminile cresciuto nonostante la ‘ndrangheta, dentro la ribellione delle “pentite” di ‘ndrangheta e la forza di molte madri e figlie, spose e sorelle di rifiutare le regole arcaiche d’un universo omertoso e misogino.
La vicenda di Maria Carmela Lanzetta s’intreccia con quella di altre donne come lei: Elena Tripodi, sindaca di Rosarno, sotto scorta e minacciata dai clan egemoni del paese; Katy Capitò, giudice per le indagini preliminari di Locri; Giuseppina Pesce, che ora vive con una nuova identità; sua cugina Maria Concetta Cacciola, che invece ha pagato con la vita la scelta di passare dalla parte dello Stato; Lea Garofalo, torturata, ammazzata e bruciata in un campo per aver denunciato il suo compagno ‘ndranghetista, e ricordata nel libro attraverso la narrazione dalla sorella Marisa.
L’Italia quaggiù nasce da un’osservazione: in pochi anni in Calabria si moltiplicano i casi di giovani donne cresciute in famiglie mafiose che decidono di spezzare il cerchio per amore dei figli, per impedire cioè che ai figli venga riservato lo stesso destino di morte e di galera toccato alle precedenti generazioni. La storia di Lea Garofalo – sequestrata e uccisa dal padre di sua figlia Denise, che diventerà poi la principale teste d’accusa in un processo chiuso con cinque ergastoli -, ha scosso le coscienze. Accanto a Lea si profilano altre donne. E siccome sono le donne a trasmettere i valori e i disvalori ai figli, se salta questo anello cruciale della catena tutto il sistema mafioso può saltare.
Una storia che a Monasterace dà fastidio a molti. Due giorni dopo l’uscita dell’Italia quaggiù in libreria, è apparsa una pagina Facebook che ne invoca il boicottaggio e attacca Maria Carmela. Il ritornello è sempre lo stesso, “non denigrate il paese!”: io penso sia ora di cambiarlo, questo Paese, che è solo uno, e si chiama Italia.
Un giorno, tra qualche anno, in una strada qualsiasi della Calabria, Denise, figlia di un boss, e Federica, figlia di una sindaca, potrebbero incontrarsi, parlarsi, e perfino capirsi. Se verrà quel giorno, la ‘ndrangheta sarà finita. Saremo liberi.
Molte donne calabresi sembrano cominciare a crederci. Non dobbiamo lasciarle sole, ciascuno di noi deve sentirsi un po’ cittadino di certe terre della Locride flagellate da delinquenti vigliacchi. E porsi una domanda semplice: cosa posso fare perché il giorno della liberazione diventi più vicino?
Tratto da: 27esimaora.corriere.it
lunedì 4 febbraio 2013
La manifestazione a Palermo nel giorno della memoria...
Le foto della manifestazione del 27 gennaio 2013 a Palermo, davanti la sede RAI Regionale, della sezione siciliana del Partito del Sud a ricordo d'una memoria dimenticata e occultata degli eccidi subiti dai meridionali in quell'unità italiana così mal fatta. La gente del Sud va informata perchè sia fatta luce sulla verità e sia restituita dignità a quei martiri, perchè un processo unitario possa essere veramente portato a termine con una memoria riconosciuta nella sua interezza!
Le foto della manifestazione del 27 gennaio 2013 a Palermo, davanti la sede RAI Regionale, della sezione siciliana del Partito del Sud a ricordo d'una memoria dimenticata e occultata degli eccidi subiti dai meridionali in quell'unità italiana così mal fatta. La gente del Sud va informata perchè sia fatta luce sulla verità e sia restituita dignità a quei martiri, perchè un processo unitario possa essere veramente portato a termine con una memoria riconosciuta nella sua interezza!
Iscriviti a:
Post (Atom)


