Non è tutto. Lo stesso relatore del Pdl, insieme al sottosegretario Guido Improta, ha posto il veto ad un emendamento di segno opposto, presentato da Sergio D'Antoni del Pd, che prevedeva la ripartizione dei Fondi a metà tra credito di imposta per la ricerca scientifica e credito di imposta per le assunzioni a tempo indeterminato nelle regioni meridionali. Un voto contrario che non può che far piacere ai leghisti che, attraverso le parole di Maurizio Fugatti, parlano di «cambiamento culturale». Più oggettivo Improta, secondo il quale il parere negativo del governo è stato motivato «da una valutazione sull'efficacia dello strumento». Ad ogni modo il deputato del Pd, ha preferito ritirare la propria proposta in modo da non farla bocciare e poterla ripresentare in Aula.
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lunedì 12 novembre 2012
La Lega cancella il Sud dal fondo innovazione
Il Sud non fa più parte delle priorità del nuovo Fondo per l'innovazione tecnologica, istituito dal Decreto Sviluppo.
Un emendamento della Lega che andava in questa direzione è stato
infatti approvato dalle commissioni Attività produttive e Finanze della
Camera. Le modifiche riguardano l'articolo 23 del decreto, quello che
trasforma il Fondo Speciale rotativo per l'innovazione tecnologica (FIT)
nel Fondo per la crescita sostenibile.
Alcuni deputati del Carroccio
hanno chiesto di cancellare la dicitura «in particolare del
Mezzogiorno» dal comma, in cui si legge che uno degli obiettivi del
Fondo è quello del «rafforzamento della struttura produttiva», oltre che
la «promozione di progetti di ricerca strategica» e «la promozione
della presenza internazionale delle imprese e l’attrazione di
investimenti dall’estero». Emendamenti a cui il relatore Raffaele
Vignali (Pdl), così come il governo, hanno dato parere positivo.
Non è tutto. Lo stesso relatore del Pdl, insieme al sottosegretario Guido Improta, ha posto il veto ad un emendamento di segno opposto, presentato da Sergio D'Antoni del Pd, che prevedeva la ripartizione dei Fondi a metà tra credito di imposta per la ricerca scientifica e credito di imposta per le assunzioni a tempo indeterminato nelle regioni meridionali. Un voto contrario che non può che far piacere ai leghisti che, attraverso le parole di Maurizio Fugatti, parlano di «cambiamento culturale». Più oggettivo Improta, secondo il quale il parere negativo del governo è stato motivato «da una valutazione sull'efficacia dello strumento». Ad ogni modo il deputato del Pd, ha preferito ritirare la propria proposta in modo da non farla bocciare e poterla ripresentare in Aula.
Il Sud non fa più parte delle priorità del nuovo Fondo per l'innovazione tecnologica, istituito dal Decreto Sviluppo.
Un emendamento della Lega che andava in questa direzione è stato
infatti approvato dalle commissioni Attività produttive e Finanze della
Camera. Le modifiche riguardano l'articolo 23 del decreto, quello che
trasforma il Fondo Speciale rotativo per l'innovazione tecnologica (FIT)
nel Fondo per la crescita sostenibile.
Alcuni deputati del Carroccio
hanno chiesto di cancellare la dicitura «in particolare del
Mezzogiorno» dal comma, in cui si legge che uno degli obiettivi del
Fondo è quello del «rafforzamento della struttura produttiva», oltre che
la «promozione di progetti di ricerca strategica» e «la promozione
della presenza internazionale delle imprese e l’attrazione di
investimenti dall’estero». Emendamenti a cui il relatore Raffaele
Vignali (Pdl), così come il governo, hanno dato parere positivo.
Non è tutto. Lo stesso relatore del Pdl, insieme al sottosegretario Guido Improta, ha posto il veto ad un emendamento di segno opposto, presentato da Sergio D'Antoni del Pd, che prevedeva la ripartizione dei Fondi a metà tra credito di imposta per la ricerca scientifica e credito di imposta per le assunzioni a tempo indeterminato nelle regioni meridionali. Un voto contrario che non può che far piacere ai leghisti che, attraverso le parole di Maurizio Fugatti, parlano di «cambiamento culturale». Più oggettivo Improta, secondo il quale il parere negativo del governo è stato motivato «da una valutazione sull'efficacia dello strumento». Ad ogni modo il deputato del Pd, ha preferito ritirare la propria proposta in modo da non farla bocciare e poterla ripresentare in Aula.
Taranto Libera - Artisti Uniti per #Taranto
"ARTISTI UNITI X TARANTO (AUT)" è un progetto nato per associarsi, e con
forza, alla Taranto che ha scelto di non tacere più la propria
indignazione, di ribellarsi all'infamia della malattia, della morte, del
ricatto occupazionale, della povertà indotta ma anche e soprattutto di
insorgere contro l'ignoranza cieca, prima causa dell'autodenigrazione e
origine di ogni male.
Ma è anche un progetto gravido di speranza che guarda al domani con fiducia e con la sicurezza che, con l'impegno di tutti, si potranno correggere gli errori e gli orrori del recente passato e creare le basi per un futuro radioso del quale poter essere indistintamente protagonisti.
Questo è il sentimento comune che ci ha portato a realizzare un videoclip, sulla base di una canzone interpretata da 30 artisti tarantini, con l'apporto di un équipe di professionisti (compositori, arrangiatori, attori, registi, fotografi, grafici) e studi professionali che hanno prestato la loro opera gratuitamente. Sia il brano che il relativo video, sono divulgati in forma assolutamente GRATUITA.
Segui il progetto sulla pagina Facebook:
https://www.facebook.com/pages/Artisti-uniti-per-Taranto-AUT/329851273778897
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Ma è anche un progetto gravido di speranza che guarda al domani con fiducia e con la sicurezza che, con l'impegno di tutti, si potranno correggere gli errori e gli orrori del recente passato e creare le basi per un futuro radioso del quale poter essere indistintamente protagonisti.
Questo è il sentimento comune che ci ha portato a realizzare un videoclip, sulla base di una canzone interpretata da 30 artisti tarantini, con l'apporto di un équipe di professionisti (compositori, arrangiatori, attori, registi, fotografi, grafici) e studi professionali che hanno prestato la loro opera gratuitamente. Sia il brano che il relativo video, sono divulgati in forma assolutamente GRATUITA.
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forza, alla Taranto che ha scelto di non tacere più la propria
indignazione, di ribellarsi all'infamia della malattia, della morte, del
ricatto occupazionale, della povertà indotta ma anche e soprattutto di
insorgere contro l'ignoranza cieca, prima causa dell'autodenigrazione e
origine di ogni male.
Ma è anche un progetto gravido di speranza che guarda al domani con fiducia e con la sicurezza che, con l'impegno di tutti, si potranno correggere gli errori e gli orrori del recente passato e creare le basi per un futuro radioso del quale poter essere indistintamente protagonisti.
Questo è il sentimento comune che ci ha portato a realizzare un videoclip, sulla base di una canzone interpretata da 30 artisti tarantini, con l'apporto di un équipe di professionisti (compositori, arrangiatori, attori, registi, fotografi, grafici) e studi professionali che hanno prestato la loro opera gratuitamente. Sia il brano che il relativo video, sono divulgati in forma assolutamente GRATUITA.
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Questo è il sentimento comune che ci ha portato a realizzare un videoclip, sulla base di una canzone interpretata da 30 artisti tarantini, con l'apporto di un équipe di professionisti (compositori, arrangiatori, attori, registi, fotografi, grafici) e studi professionali che hanno prestato la loro opera gratuitamente. Sia il brano che il relativo video, sono divulgati in forma assolutamente GRATUITA.
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“I meridionali? Sono biologicamente inferiori”, i danni di Lombroso
Francesca Chirico
Altro che ragioni storiche, economiche e sociali, altro che terre da distribuire ai contadini. Lombroso e i suoi cercarono di dimostrare che i meridionali sono “biologicamente inferiori” come scrisse Gramsci. Ora un comune calabrese rivuole indietro il teschio del “brigante” su cui studiava Lombroso.
Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/Giuseppe-Villella#ixzz2BzsnJ6gS
Il "tipo-delinquente" secondo Cesare Lombrosio
Corpi di reato e disegni di “mattoidi”. Pipe e tabacchiere costruite da detenuti. Il pezzo più pregiato della sua collezione privata, raccolta tra campagne nel meridione, carceri e manicomi, Cesare Lombroso però lo teneva in bella vista sulla scrivania, come fermacarte. E poco importa che qualcuno la ritenesse un’abitudine un po’ macabra.
Al teschio del detenuto Giuseppe Villella da Motta Santa Lucia, in Calabria, il medico veronese doveva la scintilla della sua principale scoperta; tra esami e misurazioni, era stata proprio l’autopsia su quel cranio, e su nessun altro, a indurlo a concludere che delinquenti si nasce, e c’è poco da fare.
Tutta colpa di uno scherzo dell’anatomia: uno spazio pianeggiante dove i manuali indicavano una sporgenza. Battezzata “fossetta occipitale mediana”, l’anomalia fu eretta da Lombroso, in un saggio del 1876, a segno del destino dell’uomo delinquente. E Villella - “tristissimo uomo d’anni 69, contadino, ipocrita, astuto, taciturno, ostentatore di pratiche religiose, di cute oscura, tutto stortillato, che cammina a sghembo e aveva torcicollo non so bene se a destra o a sinistra” - a suo prototipo scientifico.
A centotrentasei anni di distanza da quella teoria e, soprattutto, a più di un secolo dalla sonora bocciatura della comunità scientifica mondiale che respinse, tra un misto di disprezzo e derisione, gli studi di Lombroso, la testa del calabrese oggi è in vetrina nel museo universitario “Lombroso” di Torino, riallestito nel 2009 con l’intera collezione privata dello studioso. Chi avesse voglia di dargli un’occhiata, però, dovrà affrettarsi.
Su istanza del Comune di Motta Santa Lucia, supportato dal comitato tecnico-scientifico “No Lombroso”, il 3 ottobre scorso il tribunale di Lamezia Terme ha infatti condannato l’università di Torino alla restituzione del cranio al paese calabrese d’origine, nonchè al pagamento delle spese di trasporto e tumulazione. Una querelle giudiziaria surreale? Non esattamente, a guardarci bene dentro.
“È noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle classi settentrionali: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce i più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale”. Antonio Gramsci, nel 1926, non parla esplicitamente di Lombroso. Non ne ha bisogno.
Era universalmente noto l’appassionato contributo che il veronese, e i suoi seguaci più fedeli (Niceforo, in primis), avevano dato, nella fase post unitaria, alla creazione e diffusione di un’idea del Sud come luogo irredimibile. La questione meridionale? Il malumore dei contadini calabresi, lucani, siciliani, campani? Il brigantaggio? Un problema di strutture anatomiche, di atavismo criminale.
Altro che ragioni storiche, economiche e sociali, altro che terre da distribuire ai contadini: al Sud sono concentrate troppe “fossette occipitali mediane”, ci vive una “razza maledetta” che si può affrontare solo con i tribunali militari e la legge “Pica”.
È in quegli anni, e grazie a Lombroso, che la “diversità” del Meridione entra e si fissa nell’immaginario della neonata nazione italiana nel segno dell’inferiorità antropologica e dell’incomprensione culturale. Errori di valutazione che porteranno, per esempio, a ritenere collegati fenomeni storicamente e geograficamente distinti come brigantaggio e ’ndrangheta, cancellando le ragioni “politiche” del primo e nobilitando pericolosamente l’immagine della seconda.
Non era di certo un picciotto, e forse non era neppure un brigante, Giuseppe Villella. Entrato nel carcere di Vigevano nel 1863, in cella sopravvisse pochi mesi: morì di tisi in ospedale, offrendo il suo corpo “stortillato” al bisturi e al compasso di Lombroso, titolare della cattedra di psichiatria all’Università di Pavia, che, riconoscente per l’illuminazione ricevuta, sottrasse il suo cranio e lo unì alla raccolta privata di mirabilia.
Da bambino, nei campi di Motta Santa Lucia, nel Lametino, Giuseppe aveva visto passare, trionfanti sui Borboni, i francesi di Bonaparte e, da adulto, arrivare i piemontesi. E tra i vecchi vincoli che si disfacevano e i nuovi, non meno duri, a cui abituarsi, da contadino analfabeta e un po’ straccione non riusciva mai a capire a che santo convenisse votarsi. Una sensazione piuttosto diffusa, di quei tempi e da quelle parti. Lo condannarono per sospetto brigantaggio.
Secondo la legge Pica per essere qualificato brigante, e trasferito automaticamente nelle carceri settentrionali, bastava essere parente di briganti, o essere trovato armato in un gruppo di tre persone. Di certo non c’è canzone o poesia che ne abbia cantato le gesta o resoconti storici che ne segnalino il nome.
Nell’archivio di Stato di Catanzaro si ricorda un Giuseppe Villella fu Pietro condannato nel 1844 per aver rubato a un ricco possidente 5 ricotte, due forme di cacio e due pani. Se si tratta del nostro, insomma, fu di quei briganti un po’ pezzenti e senza seguito, più impegnati a rubare galline che a combattere i piemontesi. Ma a dargli, post mortem, fama perenne ci pensò Lombroso.
“Il Comune di Motta Santa Lucia da anni si batte perché il teschio del concittadino Villella Giuseppe possa essere restituito al paese natale (…) per un riscatto morale della città perché il teschio del Villella non è il simbolo dell’inferiorità meridionale (…) e la sua esposizione viola il sentimento di pietà per i defunti”.Per il giudice Gustavo Danise del Tribunale di Lamezia Terme il comune d’origine del cittadino italiano Giuseppe Villella ha ragioni sacrosante.
Quelle non scritte riguardano la pietas infranta dalla sepoltura negata. Quelle scritte nelle leggi di polizia mortuaria parlano altrettanto forte e chiaro: quel cranio è stato illegittimamente conservato da Lombroso, e illegittimamente è ora esposto dall’Università di Torino. Tanto più che, rigettata da un secolo la teoria di Lombroso, mancano ragioni scientifiche che ne giustifichino possesso ed esposizione.
Dunque, va restituito al comune calabrese, come hanno chiesto il sindaco di Motta Santa Lucia Amedeo Colacino e il comitato “No Lombroso”, impegnato da anni in una campagna contro un museo ritenuto “osceno, inumano e razzista”, cui hanno aderito associazioni e Comuni da tutta Italia (molti quelli lombardi).
Nel frattempo a Motta Santa Lucia ci si prepara a seppellire le vecchie ossa solcate dagli strumenti di Lombroso. E con esse, qualcuno si augura anche l’origine di un pregiudizio ostinato. In un gesto simbolico di riconciliazione tra due mondi che proprio sulla fossetta del cranio di Villella cominciarono a non comprendersi.
Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/Giuseppe-Villella#ixzz2BzrpKj1M
Francesca Chirico
Altro che ragioni storiche, economiche e sociali, altro che terre da distribuire ai contadini. Lombroso e i suoi cercarono di dimostrare che i meridionali sono “biologicamente inferiori” come scrisse Gramsci. Ora un comune calabrese rivuole indietro il teschio del “brigante” su cui studiava Lombroso.
Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/Giuseppe-Villella#ixzz2BzsnJ6gS
Il "tipo-delinquente" secondo Cesare Lombrosio
Corpi di reato e disegni di “mattoidi”. Pipe e tabacchiere costruite da detenuti. Il pezzo più pregiato della sua collezione privata, raccolta tra campagne nel meridione, carceri e manicomi, Cesare Lombroso però lo teneva in bella vista sulla scrivania, come fermacarte. E poco importa che qualcuno la ritenesse un’abitudine un po’ macabra.
Al teschio del detenuto Giuseppe Villella da Motta Santa Lucia, in Calabria, il medico veronese doveva la scintilla della sua principale scoperta; tra esami e misurazioni, era stata proprio l’autopsia su quel cranio, e su nessun altro, a indurlo a concludere che delinquenti si nasce, e c’è poco da fare.
Tutta colpa di uno scherzo dell’anatomia: uno spazio pianeggiante dove i manuali indicavano una sporgenza. Battezzata “fossetta occipitale mediana”, l’anomalia fu eretta da Lombroso, in un saggio del 1876, a segno del destino dell’uomo delinquente. E Villella - “tristissimo uomo d’anni 69, contadino, ipocrita, astuto, taciturno, ostentatore di pratiche religiose, di cute oscura, tutto stortillato, che cammina a sghembo e aveva torcicollo non so bene se a destra o a sinistra” - a suo prototipo scientifico.
A centotrentasei anni di distanza da quella teoria e, soprattutto, a più di un secolo dalla sonora bocciatura della comunità scientifica mondiale che respinse, tra un misto di disprezzo e derisione, gli studi di Lombroso, la testa del calabrese oggi è in vetrina nel museo universitario “Lombroso” di Torino, riallestito nel 2009 con l’intera collezione privata dello studioso. Chi avesse voglia di dargli un’occhiata, però, dovrà affrettarsi.
Su istanza del Comune di Motta Santa Lucia, supportato dal comitato tecnico-scientifico “No Lombroso”, il 3 ottobre scorso il tribunale di Lamezia Terme ha infatti condannato l’università di Torino alla restituzione del cranio al paese calabrese d’origine, nonchè al pagamento delle spese di trasporto e tumulazione. Una querelle giudiziaria surreale? Non esattamente, a guardarci bene dentro.
“È noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia nelle classi settentrionali: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce i più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale”. Antonio Gramsci, nel 1926, non parla esplicitamente di Lombroso. Non ne ha bisogno.
Era universalmente noto l’appassionato contributo che il veronese, e i suoi seguaci più fedeli (Niceforo, in primis), avevano dato, nella fase post unitaria, alla creazione e diffusione di un’idea del Sud come luogo irredimibile. La questione meridionale? Il malumore dei contadini calabresi, lucani, siciliani, campani? Il brigantaggio? Un problema di strutture anatomiche, di atavismo criminale.
Altro che ragioni storiche, economiche e sociali, altro che terre da distribuire ai contadini: al Sud sono concentrate troppe “fossette occipitali mediane”, ci vive una “razza maledetta” che si può affrontare solo con i tribunali militari e la legge “Pica”.
È in quegli anni, e grazie a Lombroso, che la “diversità” del Meridione entra e si fissa nell’immaginario della neonata nazione italiana nel segno dell’inferiorità antropologica e dell’incomprensione culturale. Errori di valutazione che porteranno, per esempio, a ritenere collegati fenomeni storicamente e geograficamente distinti come brigantaggio e ’ndrangheta, cancellando le ragioni “politiche” del primo e nobilitando pericolosamente l’immagine della seconda.
Non era di certo un picciotto, e forse non era neppure un brigante, Giuseppe Villella. Entrato nel carcere di Vigevano nel 1863, in cella sopravvisse pochi mesi: morì di tisi in ospedale, offrendo il suo corpo “stortillato” al bisturi e al compasso di Lombroso, titolare della cattedra di psichiatria all’Università di Pavia, che, riconoscente per l’illuminazione ricevuta, sottrasse il suo cranio e lo unì alla raccolta privata di mirabilia.
Da bambino, nei campi di Motta Santa Lucia, nel Lametino, Giuseppe aveva visto passare, trionfanti sui Borboni, i francesi di Bonaparte e, da adulto, arrivare i piemontesi. E tra i vecchi vincoli che si disfacevano e i nuovi, non meno duri, a cui abituarsi, da contadino analfabeta e un po’ straccione non riusciva mai a capire a che santo convenisse votarsi. Una sensazione piuttosto diffusa, di quei tempi e da quelle parti. Lo condannarono per sospetto brigantaggio.
Secondo la legge Pica per essere qualificato brigante, e trasferito automaticamente nelle carceri settentrionali, bastava essere parente di briganti, o essere trovato armato in un gruppo di tre persone. Di certo non c’è canzone o poesia che ne abbia cantato le gesta o resoconti storici che ne segnalino il nome.
Nell’archivio di Stato di Catanzaro si ricorda un Giuseppe Villella fu Pietro condannato nel 1844 per aver rubato a un ricco possidente 5 ricotte, due forme di cacio e due pani. Se si tratta del nostro, insomma, fu di quei briganti un po’ pezzenti e senza seguito, più impegnati a rubare galline che a combattere i piemontesi. Ma a dargli, post mortem, fama perenne ci pensò Lombroso.
“Il Comune di Motta Santa Lucia da anni si batte perché il teschio del concittadino Villella Giuseppe possa essere restituito al paese natale (…) per un riscatto morale della città perché il teschio del Villella non è il simbolo dell’inferiorità meridionale (…) e la sua esposizione viola il sentimento di pietà per i defunti”.Per il giudice Gustavo Danise del Tribunale di Lamezia Terme il comune d’origine del cittadino italiano Giuseppe Villella ha ragioni sacrosante.
Quelle non scritte riguardano la pietas infranta dalla sepoltura negata. Quelle scritte nelle leggi di polizia mortuaria parlano altrettanto forte e chiaro: quel cranio è stato illegittimamente conservato da Lombroso, e illegittimamente è ora esposto dall’Università di Torino. Tanto più che, rigettata da un secolo la teoria di Lombroso, mancano ragioni scientifiche che ne giustifichino possesso ed esposizione.
Dunque, va restituito al comune calabrese, come hanno chiesto il sindaco di Motta Santa Lucia Amedeo Colacino e il comitato “No Lombroso”, impegnato da anni in una campagna contro un museo ritenuto “osceno, inumano e razzista”, cui hanno aderito associazioni e Comuni da tutta Italia (molti quelli lombardi).
Nel frattempo a Motta Santa Lucia ci si prepara a seppellire le vecchie ossa solcate dagli strumenti di Lombroso. E con esse, qualcuno si augura anche l’origine di un pregiudizio ostinato. In un gesto simbolico di riconciliazione tra due mondi che proprio sulla fossetta del cranio di Villella cominciarono a non comprendersi.
Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/Giuseppe-Villella#ixzz2BzrpKj1M
Qualcosa di nuovo anzi di antico
Di Lino Patruno
Scena dei comizi di un tempo. Molti che non ci capivano granché ma sempre pronti a battere le mani callose: sta bene all’onorevole. Però alla fine, quando si cominciava a lasciare la piazza e la scarpa grossa e cervello fine sospettava la fregatura, domandava: ma di ferie ha parlato? Già allora la politica si occupava di cose diverse da quelle che la gente si aspettava.
Convegno di questi tempi, argomento eterno: il Sud. Non mani callose in sala, ma in gran parte madri e padri i cui figli sono andati a studiare o a lavorare al Nord. Si aspettano di capire se si fa bene a farli, questi figli, visto che il Sud comincia a stare indietro anche nelle nascite mentre era la culla del Paese. E poi se mandarli all’università, visto che tutti dicono di riscoprire i perduti mestieri. E, nel caso, che facoltà scegliere per non essere condannati a inviare curriculum e a fare concorsi a raffica. Insomma, istruzioni per l’uso della vita pratica, ma in verità per il futuro.
Con tutto il rispetto, si sentono rispondere dal tavolo dei relatori che il problema del Sud è la riforma del capitolo V della Costituzione (quel federalismo contro cui nessuno aveva finora mosso un dito). Un altro dice che il problema del Sud è la demografia, cioè che nessun Paese si sviluppa se non fa figli (ma se li facciamo e se ne vanno?). Un terzo argomenta che al Sud si dovrebbero abbassare i salari, altrimenti non si capisce perché le aziende dovrebbero venirci.
La questione è che ciascun relatore ha la sua parte di ragione, e di sicuro la sua parte di soluzione. Ma il dramma è che le orecchie vogliono sentire altro, anch’esse con altrettanta parte di ragione. Non si somigliano e non si pigliano. Poi, usciti, uno ti ferma e si discute se si è fatto qualcosa di utile per il Sud. Che fa, commenta, abbiamo parlato. Se quello dei comizi era interessato alle sue ferie, questo sembra scettico fino al cinismo. Evoluzione di una nazione.
Anche per questo, quando irrompono sulla scena un Grillo e un Renzi, fanno il botto. Entrambi si propongono, in sintesi, di mandare via quelli che ci sono, e da troppo ormai. Rottamare il vecchio. Il primo lo dice a parolacce. Il secondo con l’aria del Topo Gigio saputello. Due personalità non da poco, chiaro, non si tiene avvinta l’Italia se sei una mezza calzetta. Ma tutti due troppo a rischio dello stesso passato che vogliono abbattere.
Due soli al comando. Grillo con un movimento (partito) personale. Renzi con una corrente nel Pd altrettanto personale. Per capirci: nulla che nasca dal basso, se non ci fossero loro non ci sarebbero neanche i loro sostenitori. E sono loro a dettare linea, argomenti, nomi. Insomma proprio ciò che si è finora rimproverato alla cosiddetta Seconda Repubblica, solo con una ventina d’anni in meno (e Grillo nemmeno quello). Il personalismo, appunto. Il leaderismo. Il padre-padrone, da Berlusconi a Bossi a Di Pietro.
Ovvio che non bisogna prendersela con B&B&Dp, cioè con i tre, ma con un’Italia che non è riuscita ad esprimere altro. E che prima c’è stata bene, e alla grande anche. Poi ha cambiato idea (e francamente non c’era alternativa) davanti ad arroganze, scandali, ruberie, risse, corruzioni da putrefazione di un impero. Non è detto che dovesse per forza finire così. Ma non sorprende che lo sia, senza controlli né all’interno né all’esterno di partiti lasciati in mani incontrollate, sulla fiducia personale. In anni in cui il carisma del capo ha oscurato il programma delle cose da fare.
L’inizio della presunta Terza Repubblica somiglia troppo all’inizio della Seconda per stare tranquilli. Sia Grillo che Renzi hanno qualcosa di benvenuto viste le macerie. Forse domani occorrerà ringraziarli. O forse ci accorgeremo dell’ennesimo abbaglio. In ogni caso non bisogna giudicare troppo in fretta. Ma quanto a programma, ad esempio, Grillo vuole che l’Italia non paghi più il suo debito e che esca dall’euro. E Renzi, ad esempio, dice che bisogna pagare meno tasse, cioè dice l’ovvio ma lo dice bene.
Tanto di eccitante, molto meno di rassicurante. Cosa succede se non paghiamo più il debito? E nessuno vuole e deve pagare tante tasse, giusto: però bisogna dire quando e come e a che prezzo. Il nuovo non è solo l’antitesi del vecchio. E il nuovo è il contrario del futuro se manca un progetto serio. Ciò che è certo, è che il vecchio è talmente indifendibile e impresentabile da affossarsi da solo. E chi ambisce a subentrare passa su una montagna di cadaveri, mica è una Banda Bassotti che va a scassinare forzieri. Anzi la Banda Bassotti l’abbiamo avuto finora.
Molto meno un problema i cosiddetti grillini (pardon, cinquestellacei) che irromperanno in Parlamento. Nessuno può dire barbari agli altri, meno che mai gli uscenti. E poi, nessuno come Roma sa che si fa presto a dire Lanzichenecchi a quelli che attraverso la porta aperta portano solo aria più pulita.
Fonte: Lino Patruno
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Di Lino Patruno
Scena dei comizi di un tempo. Molti che non ci capivano granché ma sempre pronti a battere le mani callose: sta bene all’onorevole. Però alla fine, quando si cominciava a lasciare la piazza e la scarpa grossa e cervello fine sospettava la fregatura, domandava: ma di ferie ha parlato? Già allora la politica si occupava di cose diverse da quelle che la gente si aspettava.
Convegno di questi tempi, argomento eterno: il Sud. Non mani callose in sala, ma in gran parte madri e padri i cui figli sono andati a studiare o a lavorare al Nord. Si aspettano di capire se si fa bene a farli, questi figli, visto che il Sud comincia a stare indietro anche nelle nascite mentre era la culla del Paese. E poi se mandarli all’università, visto che tutti dicono di riscoprire i perduti mestieri. E, nel caso, che facoltà scegliere per non essere condannati a inviare curriculum e a fare concorsi a raffica. Insomma, istruzioni per l’uso della vita pratica, ma in verità per il futuro.
Con tutto il rispetto, si sentono rispondere dal tavolo dei relatori che il problema del Sud è la riforma del capitolo V della Costituzione (quel federalismo contro cui nessuno aveva finora mosso un dito). Un altro dice che il problema del Sud è la demografia, cioè che nessun Paese si sviluppa se non fa figli (ma se li facciamo e se ne vanno?). Un terzo argomenta che al Sud si dovrebbero abbassare i salari, altrimenti non si capisce perché le aziende dovrebbero venirci.
La questione è che ciascun relatore ha la sua parte di ragione, e di sicuro la sua parte di soluzione. Ma il dramma è che le orecchie vogliono sentire altro, anch’esse con altrettanta parte di ragione. Non si somigliano e non si pigliano. Poi, usciti, uno ti ferma e si discute se si è fatto qualcosa di utile per il Sud. Che fa, commenta, abbiamo parlato. Se quello dei comizi era interessato alle sue ferie, questo sembra scettico fino al cinismo. Evoluzione di una nazione.
Anche per questo, quando irrompono sulla scena un Grillo e un Renzi, fanno il botto. Entrambi si propongono, in sintesi, di mandare via quelli che ci sono, e da troppo ormai. Rottamare il vecchio. Il primo lo dice a parolacce. Il secondo con l’aria del Topo Gigio saputello. Due personalità non da poco, chiaro, non si tiene avvinta l’Italia se sei una mezza calzetta. Ma tutti due troppo a rischio dello stesso passato che vogliono abbattere.
Due soli al comando. Grillo con un movimento (partito) personale. Renzi con una corrente nel Pd altrettanto personale. Per capirci: nulla che nasca dal basso, se non ci fossero loro non ci sarebbero neanche i loro sostenitori. E sono loro a dettare linea, argomenti, nomi. Insomma proprio ciò che si è finora rimproverato alla cosiddetta Seconda Repubblica, solo con una ventina d’anni in meno (e Grillo nemmeno quello). Il personalismo, appunto. Il leaderismo. Il padre-padrone, da Berlusconi a Bossi a Di Pietro.
Ovvio che non bisogna prendersela con B&B&Dp, cioè con i tre, ma con un’Italia che non è riuscita ad esprimere altro. E che prima c’è stata bene, e alla grande anche. Poi ha cambiato idea (e francamente non c’era alternativa) davanti ad arroganze, scandali, ruberie, risse, corruzioni da putrefazione di un impero. Non è detto che dovesse per forza finire così. Ma non sorprende che lo sia, senza controlli né all’interno né all’esterno di partiti lasciati in mani incontrollate, sulla fiducia personale. In anni in cui il carisma del capo ha oscurato il programma delle cose da fare.
L’inizio della presunta Terza Repubblica somiglia troppo all’inizio della Seconda per stare tranquilli. Sia Grillo che Renzi hanno qualcosa di benvenuto viste le macerie. Forse domani occorrerà ringraziarli. O forse ci accorgeremo dell’ennesimo abbaglio. In ogni caso non bisogna giudicare troppo in fretta. Ma quanto a programma, ad esempio, Grillo vuole che l’Italia non paghi più il suo debito e che esca dall’euro. E Renzi, ad esempio, dice che bisogna pagare meno tasse, cioè dice l’ovvio ma lo dice bene.
Tanto di eccitante, molto meno di rassicurante. Cosa succede se non paghiamo più il debito? E nessuno vuole e deve pagare tante tasse, giusto: però bisogna dire quando e come e a che prezzo. Il nuovo non è solo l’antitesi del vecchio. E il nuovo è il contrario del futuro se manca un progetto serio. Ciò che è certo, è che il vecchio è talmente indifendibile e impresentabile da affossarsi da solo. E chi ambisce a subentrare passa su una montagna di cadaveri, mica è una Banda Bassotti che va a scassinare forzieri. Anzi la Banda Bassotti l’abbiamo avuto finora.
Molto meno un problema i cosiddetti grillini (pardon, cinquestellacei) che irromperanno in Parlamento. Nessuno può dire barbari agli altri, meno che mai gli uscenti. E poi, nessuno come Roma sa che si fa presto a dire Lanzichenecchi a quelli che attraverso la porta aperta portano solo aria più pulita.
Fonte: Lino Patruno
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domenica 11 novembre 2012
Donatella Galli, bacheca Facebook chiusa: “Non tolleriamo messaggi di odio”
Facebook ha chiuso la pagina bacheca della consigliera provinciale leghista Donatella Galli. La Galli negli ultimi giorni è stata al centro di polemiche per un commento in cui aveva scritto “Forza Etna, Forza Vesuvio, Forza Marsili“. Il commento faceva da corredo a una cartina dell’Italia in cui il Sud era totalmente coperto dall’acqua.
La motivazione del social network sarebbe stata la seguente: “Facebook non tollera i discorsi contenenti messaggi di odio. Se da un lato incoraggiamo la gente a discutere e condividere idee, eventi e linee di condotta, la discriminazione di persone in base a razza, etnia, nazionalità, religione, sesso, orientamento sessuale, disabilità o malattia rappresenta una grave violazione delle nostre condizioni”.
Non è stata dunque la Galli a chiudere di propria volontà la sua bacheca. Ma come si è arrivati a questa misura presa poco fa dallo staff di Facebook? Tutto nasce dalla segnalazione inviata dal fondatore della pagina Facebook “Polizia Postale Web Site Fans”, Andrea Mavilla, abitante anche lui nel Monzese come la Galli. Ecco il testo della segnalazione inviata da Mavilla:
“Buongiorno Staff, volevo avvisarti che in queste ore il profilo seguente https://www.facebook.com/lellagalli ha commentato una foto all’interno del vostro Social Network, la quale chiede la distruzione dell’intero Sud Italia. Vi prego di prendere procedimenti per la grave violazione commessa all’interno di Facebook, il quale vieta in maniera assoluta queste azioni.
Grazie di cuore. Andrea Mavilla fondatore della pagina Polizia Postale Web SIte Fans”.
La risposta non s’è fatta attendere: dopo le doverose verifiche, alle 12,23 dell’11 novembre l’User Operations Facebook ha risposto annunciando l’avvenuta chiusura d’autorità, con le motivazioni citate.
Fonte: Blizquotidiano
La motivazione del social network sarebbe stata la seguente: “Facebook non tollera i discorsi contenenti messaggi di odio. Se da un lato incoraggiamo la gente a discutere e condividere idee, eventi e linee di condotta, la discriminazione di persone in base a razza, etnia, nazionalità, religione, sesso, orientamento sessuale, disabilità o malattia rappresenta una grave violazione delle nostre condizioni”.
Non è stata dunque la Galli a chiudere di propria volontà la sua bacheca. Ma come si è arrivati a questa misura presa poco fa dallo staff di Facebook? Tutto nasce dalla segnalazione inviata dal fondatore della pagina Facebook “Polizia Postale Web Site Fans”, Andrea Mavilla, abitante anche lui nel Monzese come la Galli. Ecco il testo della segnalazione inviata da Mavilla:
“Buongiorno Staff, volevo avvisarti che in queste ore il profilo seguente https://www.facebook.com/lellagalli ha commentato una foto all’interno del vostro Social Network, la quale chiede la distruzione dell’intero Sud Italia. Vi prego di prendere procedimenti per la grave violazione commessa all’interno di Facebook, il quale vieta in maniera assoluta queste azioni.
Grazie di cuore. Andrea Mavilla fondatore della pagina Polizia Postale Web SIte Fans”.
La risposta non s’è fatta attendere: dopo le doverose verifiche, alle 12,23 dell’11 novembre l’User Operations Facebook ha risposto annunciando l’avvenuta chiusura d’autorità, con le motivazioni citate.
Fonte: Blizquotidiano
Facebook ha chiuso la pagina bacheca della consigliera provinciale leghista Donatella Galli. La Galli negli ultimi giorni è stata al centro di polemiche per un commento in cui aveva scritto “Forza Etna, Forza Vesuvio, Forza Marsili“. Il commento faceva da corredo a una cartina dell’Italia in cui il Sud era totalmente coperto dall’acqua.
La motivazione del social network sarebbe stata la seguente: “Facebook non tollera i discorsi contenenti messaggi di odio. Se da un lato incoraggiamo la gente a discutere e condividere idee, eventi e linee di condotta, la discriminazione di persone in base a razza, etnia, nazionalità, religione, sesso, orientamento sessuale, disabilità o malattia rappresenta una grave violazione delle nostre condizioni”.
Non è stata dunque la Galli a chiudere di propria volontà la sua bacheca. Ma come si è arrivati a questa misura presa poco fa dallo staff di Facebook? Tutto nasce dalla segnalazione inviata dal fondatore della pagina Facebook “Polizia Postale Web Site Fans”, Andrea Mavilla, abitante anche lui nel Monzese come la Galli. Ecco il testo della segnalazione inviata da Mavilla:
“Buongiorno Staff, volevo avvisarti che in queste ore il profilo seguente https://www.facebook.com/lellagalli ha commentato una foto all’interno del vostro Social Network, la quale chiede la distruzione dell’intero Sud Italia. Vi prego di prendere procedimenti per la grave violazione commessa all’interno di Facebook, il quale vieta in maniera assoluta queste azioni.
Grazie di cuore. Andrea Mavilla fondatore della pagina Polizia Postale Web SIte Fans”.
La risposta non s’è fatta attendere: dopo le doverose verifiche, alle 12,23 dell’11 novembre l’User Operations Facebook ha risposto annunciando l’avvenuta chiusura d’autorità, con le motivazioni citate.
Fonte: Blizquotidiano
La motivazione del social network sarebbe stata la seguente: “Facebook non tollera i discorsi contenenti messaggi di odio. Se da un lato incoraggiamo la gente a discutere e condividere idee, eventi e linee di condotta, la discriminazione di persone in base a razza, etnia, nazionalità, religione, sesso, orientamento sessuale, disabilità o malattia rappresenta una grave violazione delle nostre condizioni”.
Non è stata dunque la Galli a chiudere di propria volontà la sua bacheca. Ma come si è arrivati a questa misura presa poco fa dallo staff di Facebook? Tutto nasce dalla segnalazione inviata dal fondatore della pagina Facebook “Polizia Postale Web Site Fans”, Andrea Mavilla, abitante anche lui nel Monzese come la Galli. Ecco il testo della segnalazione inviata da Mavilla:
“Buongiorno Staff, volevo avvisarti che in queste ore il profilo seguente https://www.facebook.com/lellagalli ha commentato una foto all’interno del vostro Social Network, la quale chiede la distruzione dell’intero Sud Italia. Vi prego di prendere procedimenti per la grave violazione commessa all’interno di Facebook, il quale vieta in maniera assoluta queste azioni.
Grazie di cuore. Andrea Mavilla fondatore della pagina Polizia Postale Web SIte Fans”.
La risposta non s’è fatta attendere: dopo le doverose verifiche, alle 12,23 dell’11 novembre l’User Operations Facebook ha risposto annunciando l’avvenuta chiusura d’autorità, con le motivazioni citate.
Fonte: Blizquotidiano
sabato 10 novembre 2012
Intervista Tg TvLuna Caserta a Marco Esposito
https://www.facebook.com/photo.php?v=4369861598714

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L’Inno e il risorgimento: l’Unità non si impone si costruisce
Fonte: Sud24.it
Finita la sbornia retorica e falsa dei festeggiamenti dei 150 anni di Unità d’Italia pensavamo che fosse finita anche l’intenzione di imporre agli italiani una medicina, quella del tutti uniti appassionatamente, per legge.
Non perché si sia contro un’Unità d’Italia che c’è o contro un inno che c’è e che in fondo in tante occasioni sentiamo anche nostro, ma perché un Parlamento Italiano, incapace di legiferare su cose semplici come la legge elettorale per meri fini di interesse di bottega, si permette di dare lezioni di storia ed educazione civica ai cittadini dicendo che devono obbligatoriamente imparare l’inno a scuola, studiare il risorgimento e festeggiare il 17 marzo la proclamazione del regno d’Italia che fu, tra l’altro, scritta e letta in francese.
Obbligare i nostri figli e i nostri ragazzi, non a condividere le tradizioni e le ricchezze delle tante terre che compongono il nostro Paese e quindi apprezzarsi in quanto fratelli diversi e uguali perché accomunati da una storia condivisa, ma a imparare a memoria un inno, studiare una storia falsa di eroi falsi e di un popolo negletto e arretrato, quello del sud, è una vera e propria violenza da regime totalitario.
Nessuno mi ha obbligato, ma l’inno nazionale lo conosco, come lo conoscono tutti i ragazzi che conosco, il problema è che, quando si arriva in un momento di crisi nazionale, si vuole irregimentare tutti in recinti dai quali diventa impossibile dire la propria…
Se si voleva fare qualcosa di buono si doveva chiedere a chi di dovere di aggiornare i programmi di scuola, di raccontare con onestà a tutti i ragazzi d’Italia i pregi e i difetti di tutte le terre e gli stati pre-unitari, di riscrivere la storia di un’occupazione del sud e non sono del sud, di un sud economicamente ed industrialmente meglio messo del resto dell’Italia di allora. Imporci e imporre uno studio (come hanno fatto notare anche i presidi a livello nazionale) di un inno senza collegarlo ai valori di condivisione nazionale, che pure ci sono, è come obbligare qualcuno a fare l’amore.
Tutto ancora sbagliato purtroppo. Così, “checché” ne dica Mimmo Cavallo nelle sue canzoni, “non saremo mai fratelli uniti”. Ma perché lo vogliono loro non certo tutti i ragazzi italiani o gli uomini e le donne del Sud, che loro vogliono indottrinare.
Vogliamo una vera Unità d’Italia altro che chiacchiere… in pratica fondata su un sentimento di unità.
Fonte: Sud24.it
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Fonte: Sud24.it
Finita la sbornia retorica e falsa dei festeggiamenti dei 150 anni di Unità d’Italia pensavamo che fosse finita anche l’intenzione di imporre agli italiani una medicina, quella del tutti uniti appassionatamente, per legge.
Non perché si sia contro un’Unità d’Italia che c’è o contro un inno che c’è e che in fondo in tante occasioni sentiamo anche nostro, ma perché un Parlamento Italiano, incapace di legiferare su cose semplici come la legge elettorale per meri fini di interesse di bottega, si permette di dare lezioni di storia ed educazione civica ai cittadini dicendo che devono obbligatoriamente imparare l’inno a scuola, studiare il risorgimento e festeggiare il 17 marzo la proclamazione del regno d’Italia che fu, tra l’altro, scritta e letta in francese.
Obbligare i nostri figli e i nostri ragazzi, non a condividere le tradizioni e le ricchezze delle tante terre che compongono il nostro Paese e quindi apprezzarsi in quanto fratelli diversi e uguali perché accomunati da una storia condivisa, ma a imparare a memoria un inno, studiare una storia falsa di eroi falsi e di un popolo negletto e arretrato, quello del sud, è una vera e propria violenza da regime totalitario.
Nessuno mi ha obbligato, ma l’inno nazionale lo conosco, come lo conoscono tutti i ragazzi che conosco, il problema è che, quando si arriva in un momento di crisi nazionale, si vuole irregimentare tutti in recinti dai quali diventa impossibile dire la propria…
Se si voleva fare qualcosa di buono si doveva chiedere a chi di dovere di aggiornare i programmi di scuola, di raccontare con onestà a tutti i ragazzi d’Italia i pregi e i difetti di tutte le terre e gli stati pre-unitari, di riscrivere la storia di un’occupazione del sud e non sono del sud, di un sud economicamente ed industrialmente meglio messo del resto dell’Italia di allora. Imporci e imporre uno studio (come hanno fatto notare anche i presidi a livello nazionale) di un inno senza collegarlo ai valori di condivisione nazionale, che pure ci sono, è come obbligare qualcuno a fare l’amore.
Tutto ancora sbagliato purtroppo. Così, “checché” ne dica Mimmo Cavallo nelle sue canzoni, “non saremo mai fratelli uniti”. Ma perché lo vogliono loro non certo tutti i ragazzi italiani o gli uomini e le donne del Sud, che loro vogliono indottrinare.
Vogliamo una vera Unità d’Italia altro che chiacchiere… in pratica fondata su un sentimento di unità.
Fonte: Sud24.it
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venerdì 9 novembre 2012
Presentato a Napoli al TBIZ il nuovo libro di Pino Aprile
Ieri, Giovedì 08/11/2012, alle 17,30 è stato presentato il nuovo libro di Pino Aprile " Mai più Terroni" c/o l'Agorà della Salone TBIZ (Tecnology Biz - Nuove tecnologie e comunicazione) alla Mostra d'Oltremare di Napoli.
Relatori, oltre all'autore :
- Alex Giordano
- Antonio Savarese
- Marco Esposito
moderatore : Renato Rocco
Presenti in sala :
- Alessio Postiglione (Capo Gabinetto Politico del Sindaco Luigi de Magistris)
- Ottavio Lucarelli (Presidente Ordine dei Giornalisti della Campania)
in rappresentanza del PARTITO DEL SUD :
- Andrea Balìa (co/Segretario Nazionale)
- Emiddio de Franciscis di Casanova (Responsabile Regionale Campania)
- Michele Dell'Edera (Responsabile Regionale Puglia)
- Annamaria Pisapia (Segretario Organizzativo sez. Guido Dorso - Napoli)
- Salvatore Argenio (Stilista Identitario)
particolarmente apprezzati gli interventi dell'autore e del nostro amico meridionalista e Assessore alle attività produttive e Commercio del Comune di Napoli Marco Esposito.
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Ieri, Giovedì 08/11/2012, alle 17,30 è stato presentato il nuovo libro di Pino Aprile " Mai più Terroni" c/o l'Agorà della Salone TBIZ (Tecnology Biz - Nuove tecnologie e comunicazione) alla Mostra d'Oltremare di Napoli.
Relatori, oltre all'autore :
- Alex Giordano
- Antonio Savarese
- Marco Esposito
moderatore : Renato Rocco
Presenti in sala :
- Alessio Postiglione (Capo Gabinetto Politico del Sindaco Luigi de Magistris)
- Ottavio Lucarelli (Presidente Ordine dei Giornalisti della Campania)
in rappresentanza del PARTITO DEL SUD :
- Andrea Balìa (co/Segretario Nazionale)
- Emiddio de Franciscis di Casanova (Responsabile Regionale Campania)
- Michele Dell'Edera (Responsabile Regionale Puglia)
- Annamaria Pisapia (Segretario Organizzativo sez. Guido Dorso - Napoli)
- Salvatore Argenio (Stilista Identitario)
particolarmente apprezzati gli interventi dell'autore e del nostro amico meridionalista e Assessore alle attività produttive e Commercio del Comune di Napoli Marco Esposito.
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mercoledì 7 novembre 2012
Con l'ICT la fine della Questione meridionale? - In tutte le librerie il nuovo libro di Pino Aprile " Mai più Terroni".
#terronidigitali Pino Aprile dialoga con Alex Giordano, Antonio Savarese e Marco Esposito.
- Partecipanti
Introduce e Modera: Renato Rocco
Pino Aprile
Alex Giordano
Antonio Savarese
Marco Esposito
E se per non essere più terroni bastasse un clic? Ritorna Pino Aprile a TechnologyBIZ.
Come mettere fine a una questione costruita ad arte sulla pelle di una parte d'Italia? La risposta sta anche negli strumenti di comunicazione odierni, capaci di abbattere i confini, veri o fittizi, rompere l'isolamento, superare le carenze infrastrutturali. E se per non essere più "meridionali" bastasse un clic?
Dopo "Terroni, tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali" e "Giù al Sud", a TBIZ ritorna Pino Aprile, con una soluzione alla questione meridionale:
“Per condannare i meridionale a uno stato di minorità civile ed economica, sono stati necessari prima le armi e i massacri, poi è bastato isolarli. Ma il web è viaggiare senza spazi: scompare, così, lo svantaggio delle ferrovie mai fatte e treni soppressi, di autostrade e aeroporti mancanti. Il Sud è, da un momento all'alto, alla pari. E può prendere il largo, su quella pista, perché per la prima volta. dopo 150 anni, è nelle stesse condizioni dei concorrenti”
Pino Aprile, giornalista e scrittore, pugliese residente ai Castelli Romani, ha lavorato per anni a Milano. È stato vicedirettore di Oggi e direttore di Gente. Per la televisione ha lavorato con Sergio Zavoli all’inchiesta a puntate “Viaggio nel Sud” e al settimanale di approfondimento del Tg1, Tv7. Il suo libro Terroni è stato il volume di saggistica più venduto del 2010.Pino Aprile è diventato il giornalista “meridionalista” più seguito in Italia, un vero fenomeno che, nelle parole dei suoi lettori, “ha ridato voce e dignità al Sud”. Terroni verrà pubblicato anche in America e diffuso nelle università americane.
Alex Giordano è cofondatore di Ninja Marketing, condirettore del Centro Studi Etnografia Digitale, docente di Brand Reputation Management presso la Università di Urbino. E’ specialista di Viral DNA building, WEb 3.0, Community Management, Advertainment, Sense Providing… e molto altro!
Antonio Savarese è giornalista freelance, scrive di nuove tecnologie, IT Governance, open source, Web 2.0 e digital divide. Responsabile per la rivista Data Manager della rubrica “CIO Evolution”, è segretario del Comitato Tecnico Scientifico di Technologybiz, fondatore di NapoliBusiness e responsabile della comunicazione di Informatici Senza Frontiere.
Marco Esposito, giornalista specializzato in economia, autore di “Chi paga la Devolution?” e “Federalismo avvelenato”, è assessore del Comune di Napoli.
Tutte le info su: http://www.technologybiz.it/it/agenda/8-novembre/con-ict-la-fine-della-questione-meridionale
#terronidigitali Pino Aprile dialoga con Alex Giordano, Antonio Savarese e Marco Esposito.
- Partecipanti
Introduce e Modera: Renato Rocco
Pino Aprile
Alex Giordano
Antonio Savarese
Marco Esposito
E se per non essere più terroni bastasse un clic? Ritorna Pino Aprile a TechnologyBIZ.
Come mettere fine a una questione costruita ad arte sulla pelle di una parte d'Italia? La risposta sta anche negli strumenti di comunicazione odierni, capaci di abbattere i confini, veri o fittizi, rompere l'isolamento, superare le carenze infrastrutturali. E se per non essere più "meridionali" bastasse un clic?
Dopo "Terroni, tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali" e "Giù al Sud", a TBIZ ritorna Pino Aprile, con una soluzione alla questione meridionale:
“Per condannare i meridionale a uno stato di minorità civile ed economica, sono stati necessari prima le armi e i massacri, poi è bastato isolarli. Ma il web è viaggiare senza spazi: scompare, così, lo svantaggio delle ferrovie mai fatte e treni soppressi, di autostrade e aeroporti mancanti. Il Sud è, da un momento all'alto, alla pari. E può prendere il largo, su quella pista, perché per la prima volta. dopo 150 anni, è nelle stesse condizioni dei concorrenti”
Pino Aprile, giornalista e scrittore, pugliese residente ai Castelli Romani, ha lavorato per anni a Milano. È stato vicedirettore di Oggi e direttore di Gente. Per la televisione ha lavorato con Sergio Zavoli all’inchiesta a puntate “Viaggio nel Sud” e al settimanale di approfondimento del Tg1, Tv7. Il suo libro Terroni è stato il volume di saggistica più venduto del 2010.Pino Aprile è diventato il giornalista “meridionalista” più seguito in Italia, un vero fenomeno che, nelle parole dei suoi lettori, “ha ridato voce e dignità al Sud”. Terroni verrà pubblicato anche in America e diffuso nelle università americane.
Alex Giordano è cofondatore di Ninja Marketing, condirettore del Centro Studi Etnografia Digitale, docente di Brand Reputation Management presso la Università di Urbino. E’ specialista di Viral DNA building, WEb 3.0, Community Management, Advertainment, Sense Providing… e molto altro!
Antonio Savarese è giornalista freelance, scrive di nuove tecnologie, IT Governance, open source, Web 2.0 e digital divide. Responsabile per la rivista Data Manager della rubrica “CIO Evolution”, è segretario del Comitato Tecnico Scientifico di Technologybiz, fondatore di NapoliBusiness e responsabile della comunicazione di Informatici Senza Frontiere.
Marco Esposito, giornalista specializzato in economia, autore di “Chi paga la Devolution?” e “Federalismo avvelenato”, è assessore del Comune di Napoli.
Tutte le info su: http://www.technologybiz.it/it/agenda/8-novembre/con-ict-la-fine-della-questione-meridionale
lunedì 5 novembre 2012
IL MEZZOGIORNO NON HA BISOGNO DI CARITA',MA DI GIUSTIZIA ,NON CHIEDE AIUTO, MA LIBERTA'
Riceviamo e postiamo:
Di Gianni Gargano
Quanto mi accingo a scrivere è frutto di una profonda analisi fatta dopo la lettura di alcuni libri dove ho trovato le risposte a tanti quesiti a cui non sapevo dare risposta e aver assistito all'ultimo episodio del giornalista della Rai che ha offeso i Napoletani e aver visto la trasmissione "Vivere Sani" in onda su Canale 5 di Domenica 4 novembre dove abbiamo assistito all'ennesima disputa tra Nord e Sud il vaso si è rotto:
TERRONI di Pino Aprile che ha venduto più di 250.000 copie oltre ad vincere tanti premi, il libro in libreria lo si deve ordinare perchè non è disponibile.
GLI ULTIMI GIORNI DI GAETA
I SAVOIA E IL MASSACRO DEL SUD
In questi libri sono evidenziate le vere problematiche di questo nostro Paese e come alcune di esse sono ancora presenti alla data odierna e non sono ancora state risolte,determinando il mancato sviluppo del Meridione rispetto al Settentrione. Dei 668 milioni che composero il tesoro italiano ben 443 appartenevano all'ex "Regno delle due Sicilie",si può parlare di un vero furto ciò significa che il Mezzogiorno era 4 volte più ricco del Settentrione , era presente un'apparato industriale all'avanguardia 3° in Europa e 1° in Italia. Infatti l'unità italiana si sarebbe dovuta fare per consenso,con la dovuta calma e cautela federando Stati,culture,economie diverse e mantenendo uguali diritti per tutti. Coniugando la storia e i costumi del Nord con quelli del Centro e del Sud perchè ognuna di queste aree aveva le sue peculiarità economiche e non trasferendo le realtà industriali dal Sud al Nord, come le acciaierie di Mongiana ( 1^ in Europa per qualità e quantità del prodotto realizzato in Calabria spostate a Terni e in Brianza costringendo il personale calabrese che vi lavorava a trasferirsi al Nord in quanto era l'unico ad avere la specializzazione richiesta per far funzionare gli stabilimenti ). Invece Garibaldi - Mazzini - Cavour, le sette segrete con l'appoggio di una buona parte della borghesia capitalista, puntarono a fare dell'Italia un'appendice del Piemonte con l'ausilio non degli italiani, ma dell'esercito di Napoleone III e dei soldi dell'Inghilterra ( non a caso al largo delle coste siciliane erano presenti delle unità inglesi durante lo sbarco di Garibaldi) per piegare l'unico stato in grado di contrastare la potenza economica inglese. Quello scritto potrà sembrare retorica, ma solo ripartendo in maniera corretta portando alla ribalta la vera storia e con la giusta onestà intellettuale si potrà concorrere tutti insieme ad un Paese migliore.
I Settentrionali hanno sempre considerato la parte meridionale del paese come una loro colonia e non come una parte integrante dello stesso facendo di tutto e in tutti i modi di far crescere delle generazioni abituate a vivere in maniera parassitaria ( attraverso delle false industrializzazioni,assegni assistenziali e quant'altro,con la complicità di tutti). queste problematiche sono di estrema attualità e si fa solo finta di risolverle perchè lo sviluppo di determinate aree potrebbe portare degli squilibri in altre zone, vedasi come il CIPE ha sbloccato i fondi per i cantieri delle grandi opere 21 miliardi di Euro, in totale al Sud di questa cifra andrà solo l'1%. Altresì ho potuto constatare che i meridionali sono tollerati ed etichettati nelle aree settentrionali dove svolgono le loro attività portando ricchezza a un territorio che non sentono loro e che con altre condizioni avrebbero assunto delle decisioni diverse, questo in barba a quanto si afferma che siamo un unico popolo appartenente ad un'unica Nazione. Solo con un Sud rinato economicamente l'Italia intera può e potrà competere con le altre grandi Nazioni. Occorre creare le giuste opportunità lavorative al fine di evitare l'emigrazione dei giovani dal loro territorio.
Come affermava GUIDO DORSO nel suo libro "La Rivoluzione Meridionale "
- IL MEZZOGIORNO NON HA BISOGNO DI CARITA',MA DI GIUSTIZIA ,NON CHIEDE AIUTO, MA LIBERTA' -
Distinti Saluti
Gargano Giovanni
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Riceviamo e postiamo:
Di Gianni Gargano
Quanto mi accingo a scrivere è frutto di una profonda analisi fatta dopo la lettura di alcuni libri dove ho trovato le risposte a tanti quesiti a cui non sapevo dare risposta e aver assistito all'ultimo episodio del giornalista della Rai che ha offeso i Napoletani e aver visto la trasmissione "Vivere Sani" in onda su Canale 5 di Domenica 4 novembre dove abbiamo assistito all'ennesima disputa tra Nord e Sud il vaso si è rotto:
TERRONI di Pino Aprile che ha venduto più di 250.000 copie oltre ad vincere tanti premi, il libro in libreria lo si deve ordinare perchè non è disponibile.
GLI ULTIMI GIORNI DI GAETA
I SAVOIA E IL MASSACRO DEL SUD
In questi libri sono evidenziate le vere problematiche di questo nostro Paese e come alcune di esse sono ancora presenti alla data odierna e non sono ancora state risolte,determinando il mancato sviluppo del Meridione rispetto al Settentrione. Dei 668 milioni che composero il tesoro italiano ben 443 appartenevano all'ex "Regno delle due Sicilie",si può parlare di un vero furto ciò significa che il Mezzogiorno era 4 volte più ricco del Settentrione , era presente un'apparato industriale all'avanguardia 3° in Europa e 1° in Italia. Infatti l'unità italiana si sarebbe dovuta fare per consenso,con la dovuta calma e cautela federando Stati,culture,economie diverse e mantenendo uguali diritti per tutti. Coniugando la storia e i costumi del Nord con quelli del Centro e del Sud perchè ognuna di queste aree aveva le sue peculiarità economiche e non trasferendo le realtà industriali dal Sud al Nord, come le acciaierie di Mongiana ( 1^ in Europa per qualità e quantità del prodotto realizzato in Calabria spostate a Terni e in Brianza costringendo il personale calabrese che vi lavorava a trasferirsi al Nord in quanto era l'unico ad avere la specializzazione richiesta per far funzionare gli stabilimenti ). Invece Garibaldi - Mazzini - Cavour, le sette segrete con l'appoggio di una buona parte della borghesia capitalista, puntarono a fare dell'Italia un'appendice del Piemonte con l'ausilio non degli italiani, ma dell'esercito di Napoleone III e dei soldi dell'Inghilterra ( non a caso al largo delle coste siciliane erano presenti delle unità inglesi durante lo sbarco di Garibaldi) per piegare l'unico stato in grado di contrastare la potenza economica inglese. Quello scritto potrà sembrare retorica, ma solo ripartendo in maniera corretta portando alla ribalta la vera storia e con la giusta onestà intellettuale si potrà concorrere tutti insieme ad un Paese migliore.
I Settentrionali hanno sempre considerato la parte meridionale del paese come una loro colonia e non come una parte integrante dello stesso facendo di tutto e in tutti i modi di far crescere delle generazioni abituate a vivere in maniera parassitaria ( attraverso delle false industrializzazioni,assegni assistenziali e quant'altro,con la complicità di tutti). queste problematiche sono di estrema attualità e si fa solo finta di risolverle perchè lo sviluppo di determinate aree potrebbe portare degli squilibri in altre zone, vedasi come il CIPE ha sbloccato i fondi per i cantieri delle grandi opere 21 miliardi di Euro, in totale al Sud di questa cifra andrà solo l'1%. Altresì ho potuto constatare che i meridionali sono tollerati ed etichettati nelle aree settentrionali dove svolgono le loro attività portando ricchezza a un territorio che non sentono loro e che con altre condizioni avrebbero assunto delle decisioni diverse, questo in barba a quanto si afferma che siamo un unico popolo appartenente ad un'unica Nazione. Solo con un Sud rinato economicamente l'Italia intera può e potrà competere con le altre grandi Nazioni. Occorre creare le giuste opportunità lavorative al fine di evitare l'emigrazione dei giovani dal loro territorio.
Come affermava GUIDO DORSO nel suo libro "La Rivoluzione Meridionale "
- IL MEZZOGIORNO NON HA BISOGNO DI CARITA',MA DI GIUSTIZIA ,NON CHIEDE AIUTO, MA LIBERTA' -
Distinti Saluti
Gargano Giovanni
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