sabato 3 novembre 2012

Niente stato di Emergenza per il #terremoto in #Calabria, non lasciamoli soli !


Fonte: Sud24
Il Governo nazionale, “pare”, non abbia ancora decretato lo stato di emergenza per il terremoto calabrese e in particolare per la zona di Mormanno.
Ci chiediamo perché, perché tanta riluttanza, perché sono solo calabresi ? E in fondo a Mormanno cosa si produce ? I “ragionieri” a Mormanno hanno visto solo la possibilità di “uscite” e si sa, i “ragionieri” amano le entrate e i pareggi di bilancio. Riportiamo volentieri questo post pubblicato nel gruppo Facebook “Il Partito del Sud”:
“Che strano che per qualche sofismo o cieca procedura non si dia lo stato di emergenza e/o calamità nel territorio del Pollino e in particolar modo nella zona di Mormanno. 
Le scosse continuano come sempre è stato da due anni a questa parte. Numerosi sono stati i danni nel centro storico e diverse famiglie sono costrette a dormire fuori perché hanno la casa inagibile. Non voglio comunque che Mormanno sia ricordato solo per il terremoto o per qualche pantagruelico banchetto di inizio dicembre.
Provo sconforto nel vedere il mio paese e la mia terra essere lasciata così sola a sé stessa. Una terra quasi sconosciuta a molti, ma che amo tanto e della quale me ne innamoro sempre di più col passare del tempo. Una terra così bella e così aspra, dove ogni scorcio e ogni anfratto possiede un’anima e ha una storia da raccontare (per chi ha la sensibilità di ascoltare). Una terra che ti ricarica lo spirito e l’anima, e non solo te la ricarica, te la aumenta esponenzialmente. Una terra dove tutto tace all’apparenza, ma dove in realtà tutto parla ed è più vivo che mai.
Ci è voluto un terremoto del Mw 5.2 per far capire ai molti che è in atto uno sciame sismico con migliaia di scosse da più di due anni. Parecchie voci si erano alzate per raccontare quello che stava e sta ancora succedendo. Quando si provava a raccontarlo a qualcuno, molti rispondevano con tono saccente sminuendo la questione perché tanto scosse del 2.5, 3.0, 3.5, 4.0 cosa sono in fondo.
Dio solo sa cosa c’è lì sotto e cosa ci aspetta. Ognuno di noi si augura che tutto smetta al più presto e che questo sia solo un brutto ricordo.
Qualcuno dirà che tutto questo è normale se si vive in zona sismica e ci si deve fare l’abitudine. Si è perfettamente normale, noi mormannesi non solo ci abbiamo fatto l’abitudine, ci conviviamo e ci abbiamo convissuto in maniera serafica da una vita.
Noi mormannesi non vogliamo passerelle mediatiche o continue esaltazioni dell’operato di qualche ente.
Roba che vagamente ricorda quei trionfi o ovazioni di epoca imperiale quando il conquistatore veniva acclamato dal popolo mentre lui era sul cocchio insieme a qualche discepolo o insieme a qualche presenza mulieribe presa da chissà quale parte dell’impero.
Noi mormannesi vogliamo fatti e non vogliamo essere lasciati soli in questa situazione. Penso solo a quei miei concittadini che non possono rientrare nelle loro case, quando potranno tornarci?
Il mancato stato di emergenza e/o calamità suona come una beffa, quando agire? Quando magari ci sarà un’altra scossa più forte con crolli e magari ci scappa (non sia mai) il morto? Sono davvero costernato a pensare che case inagibili e gente per strada siano necessari ma non sufficienti in questo caso a dichiarare uno stato di emergenza. Possibile che in Italia si debba arrivare a ciò? Possibile che dopo migliaia di vite perse in altri eventi sismici non si agisca con fermezza e buon senso?
Forse Mormanno è sacrificabile, noi non abbiamo capannoni o industrie strategiche. In fondo basterebbe davvero poco per far tacere qualche sentimentalista o piagnone come lo scrivente.
Si ma in fondo un Mw 5.2 è poca roba! Menomale dico io, i danni non sono irrecuperabili e non si vedono scene di un bombardamento in giro.
Se qualcuno ha avuto la pazienza di leggere fin qui voglia perdonare la mia prolissità. Sotto sotto potevo pure risparmiarmi questa sciorinata. Se a qualcuno ho fatto venire la depressione, mi scuso, non era mia intenzione.
Forza Mormanno!!!”
Antonio Piragino 
Mormanno (Cosenza)

Fonte: Sud24
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Fonte: Sud24
Il Governo nazionale, “pare”, non abbia ancora decretato lo stato di emergenza per il terremoto calabrese e in particolare per la zona di Mormanno.
Ci chiediamo perché, perché tanta riluttanza, perché sono solo calabresi ? E in fondo a Mormanno cosa si produce ? I “ragionieri” a Mormanno hanno visto solo la possibilità di “uscite” e si sa, i “ragionieri” amano le entrate e i pareggi di bilancio. Riportiamo volentieri questo post pubblicato nel gruppo Facebook “Il Partito del Sud”:
“Che strano che per qualche sofismo o cieca procedura non si dia lo stato di emergenza e/o calamità nel territorio del Pollino e in particolar modo nella zona di Mormanno. 
Le scosse continuano come sempre è stato da due anni a questa parte. Numerosi sono stati i danni nel centro storico e diverse famiglie sono costrette a dormire fuori perché hanno la casa inagibile. Non voglio comunque che Mormanno sia ricordato solo per il terremoto o per qualche pantagruelico banchetto di inizio dicembre.
Provo sconforto nel vedere il mio paese e la mia terra essere lasciata così sola a sé stessa. Una terra quasi sconosciuta a molti, ma che amo tanto e della quale me ne innamoro sempre di più col passare del tempo. Una terra così bella e così aspra, dove ogni scorcio e ogni anfratto possiede un’anima e ha una storia da raccontare (per chi ha la sensibilità di ascoltare). Una terra che ti ricarica lo spirito e l’anima, e non solo te la ricarica, te la aumenta esponenzialmente. Una terra dove tutto tace all’apparenza, ma dove in realtà tutto parla ed è più vivo che mai.
Ci è voluto un terremoto del Mw 5.2 per far capire ai molti che è in atto uno sciame sismico con migliaia di scosse da più di due anni. Parecchie voci si erano alzate per raccontare quello che stava e sta ancora succedendo. Quando si provava a raccontarlo a qualcuno, molti rispondevano con tono saccente sminuendo la questione perché tanto scosse del 2.5, 3.0, 3.5, 4.0 cosa sono in fondo.
Dio solo sa cosa c’è lì sotto e cosa ci aspetta. Ognuno di noi si augura che tutto smetta al più presto e che questo sia solo un brutto ricordo.
Qualcuno dirà che tutto questo è normale se si vive in zona sismica e ci si deve fare l’abitudine. Si è perfettamente normale, noi mormannesi non solo ci abbiamo fatto l’abitudine, ci conviviamo e ci abbiamo convissuto in maniera serafica da una vita.
Noi mormannesi non vogliamo passerelle mediatiche o continue esaltazioni dell’operato di qualche ente.
Roba che vagamente ricorda quei trionfi o ovazioni di epoca imperiale quando il conquistatore veniva acclamato dal popolo mentre lui era sul cocchio insieme a qualche discepolo o insieme a qualche presenza mulieribe presa da chissà quale parte dell’impero.
Noi mormannesi vogliamo fatti e non vogliamo essere lasciati soli in questa situazione. Penso solo a quei miei concittadini che non possono rientrare nelle loro case, quando potranno tornarci?
Il mancato stato di emergenza e/o calamità suona come una beffa, quando agire? Quando magari ci sarà un’altra scossa più forte con crolli e magari ci scappa (non sia mai) il morto? Sono davvero costernato a pensare che case inagibili e gente per strada siano necessari ma non sufficienti in questo caso a dichiarare uno stato di emergenza. Possibile che in Italia si debba arrivare a ciò? Possibile che dopo migliaia di vite perse in altri eventi sismici non si agisca con fermezza e buon senso?
Forse Mormanno è sacrificabile, noi non abbiamo capannoni o industrie strategiche. In fondo basterebbe davvero poco per far tacere qualche sentimentalista o piagnone come lo scrivente.
Si ma in fondo un Mw 5.2 è poca roba! Menomale dico io, i danni non sono irrecuperabili e non si vedono scene di un bombardamento in giro.
Se qualcuno ha avuto la pazienza di leggere fin qui voglia perdonare la mia prolissità. Sotto sotto potevo pure risparmiarmi questa sciorinata. Se a qualcuno ho fatto venire la depressione, mi scuso, non era mia intenzione.
Forza Mormanno!!!”
Antonio Piragino 
Mormanno (Cosenza)

Fonte: Sud24

venerdì 2 novembre 2012

Sul Corriere della Sera: Da Gaeta alla Sicilia, viaggio nel Sud che lotta


La copertina del libro di Paolo Brogi La copertina del libro di Paolo Brogi
due milioni di residenti in una vasta area che inizia dal basso casertano e si spinge 

ROMA - Il viaggio nel profondo Sud compiuto da Paolo Brogi per Imprimatur, con «Uomini e donne del Sud», inizia da Gaeta dove Antonio Ciano del Partito del Sud spiega le ragioni degli autonomisti meridionali. E subito dopo si immerge nella realtà devastante dei fuochi della camorra che ROMA - Il viaggio nel profondo Sud compiuto da Paolo Brogi per Imprimatur, con «Uomini e donne del Sud», inizia da Gaeta dove Antonio Ciano del Partito del Sud spiega le ragioni degli autonomisti meridionali. E subito dopo si immerge nella realtà devastante dei fuochi della camorra che assediano oltre due milioni di residenti in una vasta area che inizia dal basso casertano e si spinge verso Napoli.

IL REPORTAGE - «Profondo, sconcertante, eccitante Sud», spiega il libro-reportage che arriva ora in libreria. Con un viaggio tra le donne coraggio che fanno il sindaco sotto scorta in Calabria e le ragazze di Fimmina Tv nella Locride. Tra gli autonomisti che sognano la separazione dal Nord, ma anche con il sindaco «Mimmo il curdo» che a Riace accoglie gli immigrati venuti dal mare. E poi i «forconi» che vogliono giustizia per le campagne siciliane contro i pomodori di Pechino. Il Calabria Day, il movimento per l’acqua in Sicilia, l’invenzione della festa della Taranta nel Salento, i supermercati di CompraSud nel catanese e il sogno di prodotti Dom, il lancio del caciocavallo Pallone nelle Murge e i neolaureati glocal, i «bollenti spiriti» di Puglia, le palme salvate a Valenzano dal punteruolo rosso (ma quasi nessuno lo sa), le banconote Napo a Napoli e la scoperta che nella città partenopea non era mai stato fatto un piano di Protezione Civile.

Redazione Roma online

Fonte: Corriere della Sera-Roma
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La copertina del libro di Paolo Brogi La copertina del libro di Paolo Brogi
due milioni di residenti in una vasta area che inizia dal basso casertano e si spinge 

ROMA - Il viaggio nel profondo Sud compiuto da Paolo Brogi per Imprimatur, con «Uomini e donne del Sud», inizia da Gaeta dove Antonio Ciano del Partito del Sud spiega le ragioni degli autonomisti meridionali. E subito dopo si immerge nella realtà devastante dei fuochi della camorra che ROMA - Il viaggio nel profondo Sud compiuto da Paolo Brogi per Imprimatur, con «Uomini e donne del Sud», inizia da Gaeta dove Antonio Ciano del Partito del Sud spiega le ragioni degli autonomisti meridionali. E subito dopo si immerge nella realtà devastante dei fuochi della camorra che assediano oltre due milioni di residenti in una vasta area che inizia dal basso casertano e si spinge verso Napoli.

IL REPORTAGE - «Profondo, sconcertante, eccitante Sud», spiega il libro-reportage che arriva ora in libreria. Con un viaggio tra le donne coraggio che fanno il sindaco sotto scorta in Calabria e le ragazze di Fimmina Tv nella Locride. Tra gli autonomisti che sognano la separazione dal Nord, ma anche con il sindaco «Mimmo il curdo» che a Riace accoglie gli immigrati venuti dal mare. E poi i «forconi» che vogliono giustizia per le campagne siciliane contro i pomodori di Pechino. Il Calabria Day, il movimento per l’acqua in Sicilia, l’invenzione della festa della Taranta nel Salento, i supermercati di CompraSud nel catanese e il sogno di prodotti Dom, il lancio del caciocavallo Pallone nelle Murge e i neolaureati glocal, i «bollenti spiriti» di Puglia, le palme salvate a Valenzano dal punteruolo rosso (ma quasi nessuno lo sa), le banconote Napo a Napoli e la scoperta che nella città partenopea non era mai stato fatto un piano di Protezione Civile.

Redazione Roma online

Fonte: Corriere della Sera-Roma

giovedì 1 novembre 2012

Da Palazzo San Giacomo a Montecitorio: il Comune di Napoli protesta contro i tagli del governo


il resoconto della giornata di Roma con Consiglio Comunale in piazza :



http://youtu.be/fuFGdasU0KE

Fonte:Campania su web
Tutti a Roma per protestare contro i tagli del governo. Anzi, non proprio tutti, visto che Pd e Pdl non aderiscono all'iniziativa del sindaco de Magistris, che riesce comunque a portare mezzo consiglio comunale in piazza Montecitorio, di fronte alla Camera dei Deputati (30 su 48 i consiglieri presenti). Il primo cittadino lo aveva annunciato: il decreto cosiddetto “salva-comuni” del governo Monti non piace agli inquilini di Palazzo San Giacomo, che lo hanno così ribattezzato decreto “strozza-comuni”, visto che il piano di rientro dal debito risulta parecchio stringente.
«Chiediamo che il debito ereditato sia separato dalla gestione attuale – dichiara de Magistris dal palco allestito in piazza Montecitorio – dal governo Berlusconi prima e da quello Monti poi abbiamo subito tagli per 350 milioni di euro. Questo significa meno servizi, meno trasporti, meno scuole, meno tutela dell'ambiente. Il decreto non salva Napoli, le stringe un cappio intorno al collo». Secondo la giunta comunale partenopea, i soldi per i Comuni ci sono: basterebbe tagliare le spese militari, introdurre la patrimoniale e tassare i capitali scudati: «Una manovra da 40 miliardi di euro», sottolinea il sindaco. Soldi che potrebbero essere reimpiegati per i Comuni in difficoltà ed evitare, così, quel dissesto che per le tasche dei napoletani potrebbe significare aumento delle imposte.
Ne parlano con noi: il sindaco Luigi de Magistris, il vicesindaco Tommaso Sodano, l'assessore alle Attività Produttive Marco Esposito, l'assessore ai Beni Comuni Alberto Lucarelli, il consigliere di municipalità Francesco Ruotolo e il presidente dell'ottava municipalità Angelo Pisani.
Servizio di Enrico Nocera
Fonte:Campania su web

erano presenti, a sostegno dell'iniziativa, anche nostri rappresentanti del Partito del Sud della sezione romana, come Pino Lipari qui in basso nella foto col nostro amico meridionalista Marco Esposito, ovviamente presente come Assessore allo sviluppo economico del Comune di Napoli....

n.b. : l'evento, da alcuni stupidamente criticato, ha già raccolto l'attenzione del governo che ha promesso a giorni di rincontrare il Sindaco de Magistris e di rivedere i parametri nazionali in merito al rapporto con i comuni. Ancora una volta Luigi de Magistris ha colto nel segno!
                                                                                                                                                                      
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il resoconto della giornata di Roma con Consiglio Comunale in piazza :



http://youtu.be/fuFGdasU0KE

Fonte:Campania su web
Tutti a Roma per protestare contro i tagli del governo. Anzi, non proprio tutti, visto che Pd e Pdl non aderiscono all'iniziativa del sindaco de Magistris, che riesce comunque a portare mezzo consiglio comunale in piazza Montecitorio, di fronte alla Camera dei Deputati (30 su 48 i consiglieri presenti). Il primo cittadino lo aveva annunciato: il decreto cosiddetto “salva-comuni” del governo Monti non piace agli inquilini di Palazzo San Giacomo, che lo hanno così ribattezzato decreto “strozza-comuni”, visto che il piano di rientro dal debito risulta parecchio stringente.
«Chiediamo che il debito ereditato sia separato dalla gestione attuale – dichiara de Magistris dal palco allestito in piazza Montecitorio – dal governo Berlusconi prima e da quello Monti poi abbiamo subito tagli per 350 milioni di euro. Questo significa meno servizi, meno trasporti, meno scuole, meno tutela dell'ambiente. Il decreto non salva Napoli, le stringe un cappio intorno al collo». Secondo la giunta comunale partenopea, i soldi per i Comuni ci sono: basterebbe tagliare le spese militari, introdurre la patrimoniale e tassare i capitali scudati: «Una manovra da 40 miliardi di euro», sottolinea il sindaco. Soldi che potrebbero essere reimpiegati per i Comuni in difficoltà ed evitare, così, quel dissesto che per le tasche dei napoletani potrebbe significare aumento delle imposte.
Ne parlano con noi: il sindaco Luigi de Magistris, il vicesindaco Tommaso Sodano, l'assessore alle Attività Produttive Marco Esposito, l'assessore ai Beni Comuni Alberto Lucarelli, il consigliere di municipalità Francesco Ruotolo e il presidente dell'ottava municipalità Angelo Pisani.
Servizio di Enrico Nocera
Fonte:Campania su web

erano presenti, a sostegno dell'iniziativa, anche nostri rappresentanti del Partito del Sud della sezione romana, come Pino Lipari qui in basso nella foto col nostro amico meridionalista Marco Esposito, ovviamente presente come Assessore allo sviluppo economico del Comune di Napoli....

n.b. : l'evento, da alcuni stupidamente criticato, ha già raccolto l'attenzione del governo che ha promesso a giorni di rincontrare il Sindaco de Magistris e di rivedere i parametri nazionali in merito al rapporto con i comuni. Ancora una volta Luigi de Magistris ha colto nel segno!
                                                                                                                                                                      

mercoledì 31 ottobre 2012

Il Partito del Sud al 4,2% alle Comunali di Condofuri (RC) del 28 e 29 ottobre!



Il Partito del Sud Calabria ringrazia gli elettori e i componenti della lista con in testa Antonino Manti. 

Per la prima volta in una competizione elettorale in Calabria con il simbolo Partito del Sud, in una situazione obiettivamente difficile (la precedente amministrazione sciolta per infiltrazione mafiosa) il risultato ottenuto del 4,25% alle elezioni comunali di Condofuri (RC) del 28 e 29 ottobre è davvero positivo e ci fa ben sperare in prospettiva all'Assemblea Costituente di Napoli del 24 novembre, dove si aggregheranno al Partito del Sud la maggior parte dei gruppi meridionalisti e tanti singoli conterranei per una lista meridionalista autonoma per le elezioni politiche nazionali del 2013. 
Si ringrazia in modo particolare Angelo Modaffari.


Giuseppe Spadafora - Coordinatore regionale Calabria
Pasquale Mesiti - Coodinatore prov. di Reggio Calabria


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Il Partito del Sud Calabria ringrazia gli elettori e i componenti della lista con in testa Antonino Manti. 

Per la prima volta in una competizione elettorale in Calabria con il simbolo Partito del Sud, in una situazione obiettivamente difficile (la precedente amministrazione sciolta per infiltrazione mafiosa) il risultato ottenuto del 4,25% alle elezioni comunali di Condofuri (RC) del 28 e 29 ottobre è davvero positivo e ci fa ben sperare in prospettiva all'Assemblea Costituente di Napoli del 24 novembre, dove si aggregheranno al Partito del Sud la maggior parte dei gruppi meridionalisti e tanti singoli conterranei per una lista meridionalista autonoma per le elezioni politiche nazionali del 2013. 
Si ringrazia in modo particolare Angelo Modaffari.


Giuseppe Spadafora - Coordinatore regionale Calabria
Pasquale Mesiti - Coodinatore prov. di Reggio Calabria


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domenica 28 ottobre 2012

L'ultimo atto di Berlusconi ed il tramonto di Milano capitale IMmorale d'Italia...una nuova opportunità per il vero meridionalismo!


Le farneticanti dichiarazioni di oggi di Berlusconi, con la necessità di "restare in campo", dopo la sentenza di condanna di primo grado , per difendere il paese da una "repubblica in mano ai magistrati" , sono l'ultimo atto di una commedia tragica durata quasi un ventennio (un altro tragico c'era stato 80 anni fa...), quella della Milano da bere, la Milano del "ghe pensi mi", dei doppiopetto blu, del velinisno e della mignottocrazia e che invece doveva dare l'esempio all'intero paese di efficienza e modernità, soprattutto essere di esempio al Sud "arretrato", "assistito" e "palla al piede".

Questo infausto (per noi meridionali) periodo con la crescita del leghismo becero e razzista e con Bossi suggeritore del più potente Ministro Berlusconiano, quel Tremonti regista di varie ruberie ai danni del Sud, ha avuto anche la triste partecipazione di ascari meridionali, da Lombardo a Micciché con quest'ultimo addirittura con la delega al CIPE quando ci sono stati scippati i fondi FAS che erano destinati in gran parte al Sud e sono stati dirottati per i traghetti del Lago di Garda o per le forme di parmigiano invendute o per sovvenzionare gli allevatori e i vaccari padani.

A questi ascari si sono spesso accodati i soliti accattoni delle nostre parti, chi ha provato a leccare prima Lombardo e poi Iannaccone di Noi Sud, chi con finte liste civiche alleate stranamente sempre con il centro-destra...tristi giullari che con molta faccia tosta strepitano ancora il loro essere "duro e puro" e che si dichiarano difensori di nazioni che non esistono più o di identità che con loro mai risorgeranno perché il loro unico e vero interesse è il solito piatto di lenticchie, rimanendo ducetti del loro piccolo movimento o proprietari della loro sigletta da 1 persona. A questi si aggiungono altri pagliacci che utilizzano parole ancora più obsolete e senza alcun senso nel XXI secolo rispetto alle vecchie distinzioni di fascismo e comunismo, per riconoscerli basta sentirli parlare di "giacobini" o di "legittimismo" o ancora di "tradizionalismo". Infine ci sono quelli dell'indipendenza unica via che invece di percorrere seriamente la loro strada, per un obiettivo che potrebbe essere nel lungo periodo pure condivisibile, non fanno altro che combattere chi prova a far crescere, quantitativamente e qualitativamente il movimento meridionalista. Tra loro c'è persino uno sconosciuto figuro che si mette a disquisire e a criticare Pino Aprile ed il suo libro "Terroni", cioè il libro che ha svegliato più coscienze rispetto alle centinaia di convegni, alle migliaia di proclami inutili in rete o alle decine di migliaia di libri che hanno venduto qualche decina di copie. Questa zavorra inutile e dannosa finalmente sta per essere spazzata via, non solo dalla storia ma anche dalla nascita e dalla crescita di un vero movimento meridionalista.

Per difendere il Sud e uscire fuori dal ghetto dell'onanismo folle e dalle trappole della "nostalgia" e del "folklore", che i De Marco vari hanno sempre pronte per chi vuole parlare di verità storica e di questione meridionale nata nel 1861 e non prima, occorre un movimento autenticamente democratico e capace di sintetizzare le migliori proposte ed istanze e raccogliere le migliori intelligenze del Sud. Bisogna imparare a darsi delle regole di confronto delle idee e rispettarle, bisogna organizzarsi e soprattutto bisogna mettere le proprie idee a disposizione del progetto complessivo piuttosto che pensare che il progetto sia coincidente con le proprie idee. E' proprio questo il tentativo che stiamo facendo come Partito del Sud, con questo spirito partecipiamo all'assemblea del 24 novembre che sarà sicuramente un'altra tappa importante, dopo la riunione di Bari, per il cammino di liberazione della nostra terra e per dare inizio alla "rivoluzione meridionale".
E diffidiamo di chi in passato è stato dalla parte dei Berlusconi, di chi le ha provate tutte per trovare il suo posticino e per poi fare oggi il rivoluzionario da tastiera, di chi in passato era un reazionario democristiano e di chi oggi vede solo Grillo come unico profeta dopo esser stato in decine di partiti e movimenti...solo dal confronto democratico usciranno le proposte migliori e quei "100 uomini di ferro" che auspicava Guido Dorso a guida della rivoluzione meridionale.

E che rivoluzione meridionale sia...anche contro le politiche sempre nord-centriche e di solo rigore del governo Monti, per un nuovo modello di politica con la P maiuscola che metta l'uomo al centro e non l'economia o la finanza, un modello mediterraneo di civiltà umanista e di scambio e convivenza tra le diverse civiltà agli antipodi del razzismo leghista con il Sud che torna al suo ruolo naturale ed originario di ponte tra civiltà ed esempio di un nuovo modello di sviluppo come lo è stato per molti secoli sia nel periodo della Magna Grecia che in certi frangenti del Regno di Sicilia, del Regno di Napoli e poi Regno delle Due Sicilie.


Enzo Riccio
Segr. Org, Nazionale
Partito del Sud



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Le farneticanti dichiarazioni di oggi di Berlusconi, con la necessità di "restare in campo", dopo la sentenza di condanna di primo grado , per difendere il paese da una "repubblica in mano ai magistrati" , sono l'ultimo atto di una commedia tragica durata quasi un ventennio (un altro tragico c'era stato 80 anni fa...), quella della Milano da bere, la Milano del "ghe pensi mi", dei doppiopetto blu, del velinisno e della mignottocrazia e che invece doveva dare l'esempio all'intero paese di efficienza e modernità, soprattutto essere di esempio al Sud "arretrato", "assistito" e "palla al piede".

Questo infausto (per noi meridionali) periodo con la crescita del leghismo becero e razzista e con Bossi suggeritore del più potente Ministro Berlusconiano, quel Tremonti regista di varie ruberie ai danni del Sud, ha avuto anche la triste partecipazione di ascari meridionali, da Lombardo a Micciché con quest'ultimo addirittura con la delega al CIPE quando ci sono stati scippati i fondi FAS che erano destinati in gran parte al Sud e sono stati dirottati per i traghetti del Lago di Garda o per le forme di parmigiano invendute o per sovvenzionare gli allevatori e i vaccari padani.

A questi ascari si sono spesso accodati i soliti accattoni delle nostre parti, chi ha provato a leccare prima Lombardo e poi Iannaccone di Noi Sud, chi con finte liste civiche alleate stranamente sempre con il centro-destra...tristi giullari che con molta faccia tosta strepitano ancora il loro essere "duro e puro" e che si dichiarano difensori di nazioni che non esistono più o di identità che con loro mai risorgeranno perché il loro unico e vero interesse è il solito piatto di lenticchie, rimanendo ducetti del loro piccolo movimento o proprietari della loro sigletta da 1 persona. A questi si aggiungono altri pagliacci che utilizzano parole ancora più obsolete e senza alcun senso nel XXI secolo rispetto alle vecchie distinzioni di fascismo e comunismo, per riconoscerli basta sentirli parlare di "giacobini" o di "legittimismo" o ancora di "tradizionalismo". Infine ci sono quelli dell'indipendenza unica via che invece di percorrere seriamente la loro strada, per un obiettivo che potrebbe essere nel lungo periodo pure condivisibile, non fanno altro che combattere chi prova a far crescere, quantitativamente e qualitativamente il movimento meridionalista. Tra loro c'è persino uno sconosciuto figuro che si mette a disquisire e a criticare Pino Aprile ed il suo libro "Terroni", cioè il libro che ha svegliato più coscienze rispetto alle centinaia di convegni, alle migliaia di proclami inutili in rete o alle decine di migliaia di libri che hanno venduto qualche decina di copie. Questa zavorra inutile e dannosa finalmente sta per essere spazzata via, non solo dalla storia ma anche dalla nascita e dalla crescita di un vero movimento meridionalista.

Per difendere il Sud e uscire fuori dal ghetto dell'onanismo folle e dalle trappole della "nostalgia" e del "folklore", che i De Marco vari hanno sempre pronte per chi vuole parlare di verità storica e di questione meridionale nata nel 1861 e non prima, occorre un movimento autenticamente democratico e capace di sintetizzare le migliori proposte ed istanze e raccogliere le migliori intelligenze del Sud. Bisogna imparare a darsi delle regole di confronto delle idee e rispettarle, bisogna organizzarsi e soprattutto bisogna mettere le proprie idee a disposizione del progetto complessivo piuttosto che pensare che il progetto sia coincidente con le proprie idee. E' proprio questo il tentativo che stiamo facendo come Partito del Sud, con questo spirito partecipiamo all'assemblea del 24 novembre che sarà sicuramente un'altra tappa importante, dopo la riunione di Bari, per il cammino di liberazione della nostra terra e per dare inizio alla "rivoluzione meridionale".
E diffidiamo di chi in passato è stato dalla parte dei Berlusconi, di chi le ha provate tutte per trovare il suo posticino e per poi fare oggi il rivoluzionario da tastiera, di chi in passato era un reazionario democristiano e di chi oggi vede solo Grillo come unico profeta dopo esser stato in decine di partiti e movimenti...solo dal confronto democratico usciranno le proposte migliori e quei "100 uomini di ferro" che auspicava Guido Dorso a guida della rivoluzione meridionale.

E che rivoluzione meridionale sia...anche contro le politiche sempre nord-centriche e di solo rigore del governo Monti, per un nuovo modello di politica con la P maiuscola che metta l'uomo al centro e non l'economia o la finanza, un modello mediterraneo di civiltà umanista e di scambio e convivenza tra le diverse civiltà agli antipodi del razzismo leghista con il Sud che torna al suo ruolo naturale ed originario di ponte tra civiltà ed esempio di un nuovo modello di sviluppo come lo è stato per molti secoli sia nel periodo della Magna Grecia che in certi frangenti del Regno di Sicilia, del Regno di Napoli e poi Regno delle Due Sicilie.


Enzo Riccio
Segr. Org, Nazionale
Partito del Sud



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Sono schizzinoso, anzi non lo sono

di LINO PATRUNO
Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno
L’annuncio dice “Cercasi responsabile marketing strate gico”. Ci vai e ci sono cento persone disperate, ti dicono che loro cercano varie figure, ma che si parte tutti dallo stesso livello: quale? Vendita di macchinette di caffè e similari, solo che ti devi comprare il kit che costa 1000 euro e venderne almeno 60 per cominciare a essere pagato. Niente fisso, niente rimborsi spese ma “provvigioni ad altissimo livello”. Ragazzi laureati ci mettono l’anima, arrivano a 50, poi lasciano. Ci hanno perso tempo e capitale. Intanto tanti sono andati in giro a fare pubblicità gratuita all’azienda, hanno piazzato qualche macchinetta alla nonna 90enne. 

Queste sono le offerte di lavoro dalle nostre parti. "Ma la Fornero, dove vive?". È uno fra i tanti sfoghi su Facebook dopo l’ultima uscita della ministra del lavoro, che ha invitato i ragazzi a non essere "choosy", schizzinosi, nel rapporto col loro futuro: "Lo dicevo sempre ai miei studenti, prendete la prima offerta e poi vi guardate intorno, mettetevi in gioco. Oggi certo non è più così in un mercato tanto difficile e debole, ma abbiamo visto tutti dei laureati sempre in attesa del posto ideale". 

Arduo dirlo a laureati che si adattano alle macchinette di caffè, ma la Fornero è a rischio ogni volta che ha una telecamera davanti. Fra l’altro recidiva, così come altri suoi colleghi di governo che i ragazzi li hanno trattati da "attaccati alla gonna di mamma" perché non vorrebbero cambiare città o da "sfigati" perché a 28 anni non sono ancora laureati. Gli stessi ragazzi che invece lo scomparso mago dei computer, Steve Jobs, spronava a inseguire i loro sogni, a essere "affamati" e "folli". 
Allora, inseguire i sogni o accontentarsi di ciò che passa il convento? Domanda retorica, visto che la risposta numero due non è oggi scelta ma obbligata. 

E però, un disordine c’è sotto il cielo, e chissà se è bene così come predicava il presidente cinese Mao. Quest’Italia nella quale si parla ai giovani come la Fornero, è la stessa Italia agli ultimi posti in Europa per numero di laureati e diplomati. E se la scuola è progresso, è un’Italia arretrata. Ci vogliono più laureati e diplomati. Allora, come deve comportarsi un giovane che debba decidere cosa fare da grande? Se decide che vuole essere un fisico perché gli piace essere un fisico, poi da dottore in fisica gli dicono che, sì, è bello ma per i fisici non c’è sufficiente lavoro. Se poi si iscrive a giurisprudenza senza passione ma perché così può avere vari sbocchi, dopo rischia di vagare fra i possibili sbocchi senza essere né carne né pesce. E comincia a fare master su master un po’ per diventare carne o pesce, un po’ per rinviare il momento in cui non si potrà più scherzare. 

Così abbiamo pochi laureati e diplomati, abbiamo la gioventù più masterizzata d’Europa, abbiamo la gioventù più disoccupata d’Europa. Se non si iscrive affatto all’università, o addirittura lascia dopo la scuola dell’obbligo, il nostro eroe si può mettere a fare un mestiere. Ma ne ha scarsa competenza perché le scuole professionali sono state retrocesse come una serie B in un Paese in cui il padre operaio non vuol vedere il figlio operaio ma ingegnere.
In conclusione questo giovane non sa che fare, tranne che restare al palo e vedersi anche bacchettato dalla Fornero. La quale avrebbe ragione se il problema non fosse fare gli schizzinosi verso un lavoro o l’altro, ma non poterlo neanche fare visto che non c’è né un lavoro né l’altro.

Per la verità, lavori ce ne sono. Servono cuochi, idraulici, manutentori. Servono paramedici e badanti per una popolazione che invecchia sempre più. Ma quelli sono i lavori che prendono gli immigrati stranieri perché nessuno dei nostri vuole farli. Perché i nostri sono drogati da facoltà come Scienza della comunicazione. E dalla laurea come riscatto sociale, anzi come necessità nazionale. Ma in Germania (sempre lei) già il 50 per cento degli iscritti all’università comincia a lavorare. E non a servire al bar, pur dignitosissimo. Ma se dovrà fare il biologo, frequenta i laboratori di analisi. Se dovrà fare il manager, frequenta le aziende. Insomma scelta precisa a 18 anni (si può, si può) e sforzi concentrati per non arrivare spaesati. 

In Italia avviene (anche alla scuola superiore) solo per il 10 per cento: così, a fine studi, è come se si dovesse ricominciare da zero. La famosa alternanza scuola-lavoro che da noi è come sbarcare su Urano. Ma che si può perseguire ostinatamente anche da sé. Conclusione. Ragazzi stimolati ad andare avanti con gli studi, orientati verso facoltà sbagliate, definiti se non vogliono accontentarsi dopo aver studiato. Così diventano precari non solo nel lavoro e nella vita ma nella testa. E vanno via: i meridionali al Nord, i settentrionali all’estero. 

Decenni fa c’era chi diceva che la crisi è la più grande benedizione, perché "porta progressi". Si chiamava Albert Einstein, era un genio. E stranamente era stato ciuccissimo a scuola.


Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno

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di LINO PATRUNO
Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno
L’annuncio dice “Cercasi responsabile marketing strate gico”. Ci vai e ci sono cento persone disperate, ti dicono che loro cercano varie figure, ma che si parte tutti dallo stesso livello: quale? Vendita di macchinette di caffè e similari, solo che ti devi comprare il kit che costa 1000 euro e venderne almeno 60 per cominciare a essere pagato. Niente fisso, niente rimborsi spese ma “provvigioni ad altissimo livello”. Ragazzi laureati ci mettono l’anima, arrivano a 50, poi lasciano. Ci hanno perso tempo e capitale. Intanto tanti sono andati in giro a fare pubblicità gratuita all’azienda, hanno piazzato qualche macchinetta alla nonna 90enne. 

Queste sono le offerte di lavoro dalle nostre parti. "Ma la Fornero, dove vive?". È uno fra i tanti sfoghi su Facebook dopo l’ultima uscita della ministra del lavoro, che ha invitato i ragazzi a non essere "choosy", schizzinosi, nel rapporto col loro futuro: "Lo dicevo sempre ai miei studenti, prendete la prima offerta e poi vi guardate intorno, mettetevi in gioco. Oggi certo non è più così in un mercato tanto difficile e debole, ma abbiamo visto tutti dei laureati sempre in attesa del posto ideale". 

Arduo dirlo a laureati che si adattano alle macchinette di caffè, ma la Fornero è a rischio ogni volta che ha una telecamera davanti. Fra l’altro recidiva, così come altri suoi colleghi di governo che i ragazzi li hanno trattati da "attaccati alla gonna di mamma" perché non vorrebbero cambiare città o da "sfigati" perché a 28 anni non sono ancora laureati. Gli stessi ragazzi che invece lo scomparso mago dei computer, Steve Jobs, spronava a inseguire i loro sogni, a essere "affamati" e "folli". 
Allora, inseguire i sogni o accontentarsi di ciò che passa il convento? Domanda retorica, visto che la risposta numero due non è oggi scelta ma obbligata. 

E però, un disordine c’è sotto il cielo, e chissà se è bene così come predicava il presidente cinese Mao. Quest’Italia nella quale si parla ai giovani come la Fornero, è la stessa Italia agli ultimi posti in Europa per numero di laureati e diplomati. E se la scuola è progresso, è un’Italia arretrata. Ci vogliono più laureati e diplomati. Allora, come deve comportarsi un giovane che debba decidere cosa fare da grande? Se decide che vuole essere un fisico perché gli piace essere un fisico, poi da dottore in fisica gli dicono che, sì, è bello ma per i fisici non c’è sufficiente lavoro. Se poi si iscrive a giurisprudenza senza passione ma perché così può avere vari sbocchi, dopo rischia di vagare fra i possibili sbocchi senza essere né carne né pesce. E comincia a fare master su master un po’ per diventare carne o pesce, un po’ per rinviare il momento in cui non si potrà più scherzare. 

Così abbiamo pochi laureati e diplomati, abbiamo la gioventù più masterizzata d’Europa, abbiamo la gioventù più disoccupata d’Europa. Se non si iscrive affatto all’università, o addirittura lascia dopo la scuola dell’obbligo, il nostro eroe si può mettere a fare un mestiere. Ma ne ha scarsa competenza perché le scuole professionali sono state retrocesse come una serie B in un Paese in cui il padre operaio non vuol vedere il figlio operaio ma ingegnere.
In conclusione questo giovane non sa che fare, tranne che restare al palo e vedersi anche bacchettato dalla Fornero. La quale avrebbe ragione se il problema non fosse fare gli schizzinosi verso un lavoro o l’altro, ma non poterlo neanche fare visto che non c’è né un lavoro né l’altro.

Per la verità, lavori ce ne sono. Servono cuochi, idraulici, manutentori. Servono paramedici e badanti per una popolazione che invecchia sempre più. Ma quelli sono i lavori che prendono gli immigrati stranieri perché nessuno dei nostri vuole farli. Perché i nostri sono drogati da facoltà come Scienza della comunicazione. E dalla laurea come riscatto sociale, anzi come necessità nazionale. Ma in Germania (sempre lei) già il 50 per cento degli iscritti all’università comincia a lavorare. E non a servire al bar, pur dignitosissimo. Ma se dovrà fare il biologo, frequenta i laboratori di analisi. Se dovrà fare il manager, frequenta le aziende. Insomma scelta precisa a 18 anni (si può, si può) e sforzi concentrati per non arrivare spaesati. 

In Italia avviene (anche alla scuola superiore) solo per il 10 per cento: così, a fine studi, è come se si dovesse ricominciare da zero. La famosa alternanza scuola-lavoro che da noi è come sbarcare su Urano. Ma che si può perseguire ostinatamente anche da sé. Conclusione. Ragazzi stimolati ad andare avanti con gli studi, orientati verso facoltà sbagliate, definiti se non vogliono accontentarsi dopo aver studiato. Così diventano precari non solo nel lavoro e nella vita ma nella testa. E vanno via: i meridionali al Nord, i settentrionali all’estero. 

Decenni fa c’era chi diceva che la crisi è la più grande benedizione, perché "porta progressi". Si chiamava Albert Einstein, era un genio. E stranamente era stato ciuccissimo a scuola.


Fonte: Gazzetta del Mezzogiorno

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sabato 27 ottobre 2012

Il Federalismo del Federale

di Bruno  Pappalardo

Berlusconi  lascia. Come aveva promesso : ” lascerò l’Italia nello stesso stato in cui versano le mie aziende”. Allora gli italiani erano affascinati da questo sfavillante  super-uomo su super-tacchi,  credendolo super-ricco e capace ma anche padrone di una squadra , quella del Milan che si diceva super-stellare. Sembrava per molti un buon auspicio però ignari che egli, sceglieva la politica per salvare le sue aziende nel pieno vigore  di una bufera fallimentare super-ba, ebbene, ha mantenuta la promessa.
Ma di  B., se pur lo vedremo ancora e per poche volte nei banchetti della Camera è ormai lettera morta! La sua storia di super-dominatore  assoluto su ogni cosa, il regnator della seconda repubblica forse finì quando incominciarono a spernacchiarlo nelle assise europee.  Ma è acqua passata se pur dovremo ancora sentirne il leggero sciacquio dei suoi grassatori e ancor vegeti leghisti.
Ma l’Europa, quella Europa irridente, aveva sempre appoggiato ogni iniziativa che orientasse l’Italia a modificare la propria Carta Costituzionale  perché meglio incastrasse il principio di  “federalismo”, già presente ma mai legislativamente strutturato e raggiunto. Dunque, potere assoluto anche alle istituzioni regionali. (legge Cost. 116.3 autonomia differenziata) e tutto era sotto controllo, ossia in pugno e si nominava o si sfasciava chi meglio o peggio serviva. Lo Stato non poteva e non può più intromettersi nella gestione dell’Ente Regione (Titolo V della legge cost. n. 3/2001 dall'art. 119, ed entrato in funzione con Legge 42/2009 entrata in vigore il 21 maggio del 2009) 
Ma, forse è meglio dirla tutta e bene!
Dopo i fatti passati di listini e nomine regionali ad personam, non si poteva reggere all’idea che questo governoSerio&Sobrio non si muovesse per gli assordanti scandali che stanno, ancora, sbigottendo e scombussolando la vita economica e morale degli italiani.
La percezione è questa,… basta con gli Enti Regione!
Hanno, per molti, l’aspetto e la sostanza di una strampalata orchestrina di musici di strada (tanto rispetto per costoro) rabberciati e presi da quell’angolo di un palazzo o dal cantone di quel crocevia. Senza spartito e senza la direzione di un vero maestro – che nulla mai avrebbe ricavato dalla allegra compagnia di menestrelli, ebbene, la gente pare abbia inteso che queste organizzazioni locali regionali siano a delinquere.
Le spese folli, festini e orgiette, Suv neri dovunque, indagati, arrestati perché collusi, corrotti o  corruttori, non poteva che generare negli italiani ribrezzo e insofferenza, confondendo la liceità con l’istituzione delle Regioni.
Lo dico perché non mi giunga la maledizione di credermi anti-federalista ma, a dire il vero, è stata dura! Effettivamente confesso che la mia esemplare convinzione nella nuova Italia federata  ha  avuto degli scossoni tanto grossi da flettere come una vecchia antenna con i suoi alettoni larghi a graticola e anche se non ho mai creduto ad un federalismo fiscale, solidale e sussidiario, ovverosia che la Lombardia aiuta la Calabria perché più povera, ebbene ho sempre vacillato per quel maledetto senso spietato di realismo antro-politico che mi perseguita.
La bella storia di ieri, 25 ottobre, capitata alla bicamerale che boccia il decreto del Governo che tentava di reagire alle vergogne soprattutto  dei Fiorito, Regione Lazio e Lombardia, inserendo il controllo della Corte dei Conti sulle leggi di spese relative ai tagli dei costi della politica (stipendi, vitalizi, fondi ai gruppi consiliari et cetera)  e, come previsto dal testo anche controlli preventivi, ha spaventato i deputati, i loro grassatori, peones,  ir-responsabili, prosseneti, presidenti e presidenti di  Conferenze delle Regioni smunti in volto.
Tutto lascia credere che di  questa bella favola restino solo  l’Orco cattivo e Mangiafuoco e che gli italiani stiano seriamente allontanandosi, perdendo l'interesse dell’idea federale di territori con aree che trattengono nel loro terreo corpo, conflitti e competizione, l’esatto contrario della sussidiarietà. Gli intenti dei costituzionalisti era anche quello di superare e  saldare per sempre il cruento scontro storico ideo-identitario  ed economico tra Nord e Sud che silente ma vivido come carboni ardenti  sotto le cenere, ancora brucia scuotendo il Sud esausto.
Da destra a sinistra la gente sente più accosto la propria municipalità. Ama la figura del Sindaco. E’ quello sul territorio, quello che s’accorge delle urla  dei disperati e l’odore del metano dei yacht di lusso nel porticciolo.
Sarà certo stantio, ottocentesco, pure feudalistico ma questo risorto sentimento, quasi tattile, riporta al centro dell’interesse collettivo, l’individuo e la propria relazione con il luogo, pur quando il mondo va cercando on il lanternino un unico orizzonte.
Parrebbe questa una  paradossale ma tangibile alternativa, anche sotto l’aspetto di un pragmatismo politico e del realismo efficientismo operativo e creativo.
Siamo dunque giunti a rivedere l’istituto del federalismo? O dovrà semplicemente riformarsi e riprogettare se stesso in una nuova visione riformista e valutative delle funzioni per un imperioso fare per l’uomo, il lavoro, l’ambiente e crescita della cultura? Potrebbe il federalismo  risultare una sconfitta per tutti qualora le regioni si allontanassero?
Beh, …c’è da pensarci seriamente!  

Bruno Pappalardo - Partito del Sud  Napoli 


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di Bruno  Pappalardo

Berlusconi  lascia. Come aveva promesso : ” lascerò l’Italia nello stesso stato in cui versano le mie aziende”. Allora gli italiani erano affascinati da questo sfavillante  super-uomo su super-tacchi,  credendolo super-ricco e capace ma anche padrone di una squadra , quella del Milan che si diceva super-stellare. Sembrava per molti un buon auspicio però ignari che egli, sceglieva la politica per salvare le sue aziende nel pieno vigore  di una bufera fallimentare super-ba, ebbene, ha mantenuta la promessa.
Ma di  B., se pur lo vedremo ancora e per poche volte nei banchetti della Camera è ormai lettera morta! La sua storia di super-dominatore  assoluto su ogni cosa, il regnator della seconda repubblica forse finì quando incominciarono a spernacchiarlo nelle assise europee.  Ma è acqua passata se pur dovremo ancora sentirne il leggero sciacquio dei suoi grassatori e ancor vegeti leghisti.
Ma l’Europa, quella Europa irridente, aveva sempre appoggiato ogni iniziativa che orientasse l’Italia a modificare la propria Carta Costituzionale  perché meglio incastrasse il principio di  “federalismo”, già presente ma mai legislativamente strutturato e raggiunto. Dunque, potere assoluto anche alle istituzioni regionali. (legge Cost. 116.3 autonomia differenziata) e tutto era sotto controllo, ossia in pugno e si nominava o si sfasciava chi meglio o peggio serviva. Lo Stato non poteva e non può più intromettersi nella gestione dell’Ente Regione (Titolo V della legge cost. n. 3/2001 dall'art. 119, ed entrato in funzione con Legge 42/2009 entrata in vigore il 21 maggio del 2009) 
Ma, forse è meglio dirla tutta e bene!
Dopo i fatti passati di listini e nomine regionali ad personam, non si poteva reggere all’idea che questo governoSerio&Sobrio non si muovesse per gli assordanti scandali che stanno, ancora, sbigottendo e scombussolando la vita economica e morale degli italiani.
La percezione è questa,… basta con gli Enti Regione!
Hanno, per molti, l’aspetto e la sostanza di una strampalata orchestrina di musici di strada (tanto rispetto per costoro) rabberciati e presi da quell’angolo di un palazzo o dal cantone di quel crocevia. Senza spartito e senza la direzione di un vero maestro – che nulla mai avrebbe ricavato dalla allegra compagnia di menestrelli, ebbene, la gente pare abbia inteso che queste organizzazioni locali regionali siano a delinquere.
Le spese folli, festini e orgiette, Suv neri dovunque, indagati, arrestati perché collusi, corrotti o  corruttori, non poteva che generare negli italiani ribrezzo e insofferenza, confondendo la liceità con l’istituzione delle Regioni.
Lo dico perché non mi giunga la maledizione di credermi anti-federalista ma, a dire il vero, è stata dura! Effettivamente confesso che la mia esemplare convinzione nella nuova Italia federata  ha  avuto degli scossoni tanto grossi da flettere come una vecchia antenna con i suoi alettoni larghi a graticola e anche se non ho mai creduto ad un federalismo fiscale, solidale e sussidiario, ovverosia che la Lombardia aiuta la Calabria perché più povera, ebbene ho sempre vacillato per quel maledetto senso spietato di realismo antro-politico che mi perseguita.
La bella storia di ieri, 25 ottobre, capitata alla bicamerale che boccia il decreto del Governo che tentava di reagire alle vergogne soprattutto  dei Fiorito, Regione Lazio e Lombardia, inserendo il controllo della Corte dei Conti sulle leggi di spese relative ai tagli dei costi della politica (stipendi, vitalizi, fondi ai gruppi consiliari et cetera)  e, come previsto dal testo anche controlli preventivi, ha spaventato i deputati, i loro grassatori, peones,  ir-responsabili, prosseneti, presidenti e presidenti di  Conferenze delle Regioni smunti in volto.
Tutto lascia credere che di  questa bella favola restino solo  l’Orco cattivo e Mangiafuoco e che gli italiani stiano seriamente allontanandosi, perdendo l'interesse dell’idea federale di territori con aree che trattengono nel loro terreo corpo, conflitti e competizione, l’esatto contrario della sussidiarietà. Gli intenti dei costituzionalisti era anche quello di superare e  saldare per sempre il cruento scontro storico ideo-identitario  ed economico tra Nord e Sud che silente ma vivido come carboni ardenti  sotto le cenere, ancora brucia scuotendo il Sud esausto.
Da destra a sinistra la gente sente più accosto la propria municipalità. Ama la figura del Sindaco. E’ quello sul territorio, quello che s’accorge delle urla  dei disperati e l’odore del metano dei yacht di lusso nel porticciolo.
Sarà certo stantio, ottocentesco, pure feudalistico ma questo risorto sentimento, quasi tattile, riporta al centro dell’interesse collettivo, l’individuo e la propria relazione con il luogo, pur quando il mondo va cercando on il lanternino un unico orizzonte.
Parrebbe questa una  paradossale ma tangibile alternativa, anche sotto l’aspetto di un pragmatismo politico e del realismo efficientismo operativo e creativo.
Siamo dunque giunti a rivedere l’istituto del federalismo? O dovrà semplicemente riformarsi e riprogettare se stesso in una nuova visione riformista e valutative delle funzioni per un imperioso fare per l’uomo, il lavoro, l’ambiente e crescita della cultura? Potrebbe il federalismo  risultare una sconfitta per tutti qualora le regioni si allontanassero?
Beh, …c’è da pensarci seriamente!  

Bruno Pappalardo - Partito del Sud  Napoli 


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venerdì 26 ottobre 2012

Vito Tanzi: "Dovevamo fare gli Stati Uniti d'Italia"


Intervista a Vito Tanzi. Il Regno di Sardegna trasferì il suo debito al nuovo Paese, affossando il Sud. Se invece avesse scelto il federalismo...
Di Stefano Lorenzetto
Scrutando il Paese d'origine dall'orlo del precipizio, Vito Tanzi è giunto a una conclusione: le cose sarebbero andate in tutt'altro modo se i padri risorgimentali avessero fatto gli Stati Uniti d'Italia, anziché l'Italia unita. È la teoria che l'economista espone in Italica, il suo nuovo libro uscito con un sottotitolo, Costi e conseguenze dell'unificazione d'Italia, che rafforza la già eloquente immagine di copertina: uno Stivale ricoperto d'oro appeso per il piede, la Calabria, a un cappio.







Nessun intento antimeridionalista, se non altro perché il professor Tanzi è nato nel 1935 a Mola di Bari.
Forse l'autore non poteva giungere a una conclusione diversa, visto che dal 1956 vive negli Stati Uniti d'America ed è innamorato della sua patria adottiva. Ma le tesi esposte in Italica non hanno alcunché di passionale. Nelle 296 pagine a parlare è solo il rigore scientifico del laureato in economia alla Harvard University che per vent'anni, dal 1981 al 2000, è stato direttore del dipartimento di finanza pubblica del Fondo monetario internazionale, la più alta carica non politica del Fmi; del docente che per una vita ha insegnato alla George Washington University e all'American University; del sottosegretario all'Economia e alle Finanze chiamato a far parte dal 2001 al 2003 del secondo governo Berlusconi; del consulente che ha prestato il proprio ingegno alla Banca mondiale, alle Nazioni Unite, alla Banca centrale europea.
Tanzi approdò negli Usa da emigrante al seguito del padre («per colpa della guerra d'Etiopia aveva perso il cantiere navale aperto dai suoi avi a Mola di Bari»). Fu assunto dal Fmi nel 1974 come capo della divisione tax. Per oltre un quarto di secolo ha seguito da vicino tutti gli aspetti di finanza pubblica - imposte, debiti, spese, welfare, pensioni - dei 186 Stati aderenti al Fondo attualmente diretto da Christine Lagarde. Si devono a lui le ricette che hanno riformato il sistema fiscale in vari Paesi, dall'Argentina al Marocco.
Oggi vive a Bethesda, a 10 chilometri dalla Casa Bianca. Quando non lo chiamano a tenere conferenze in Australia o in India, fa sentire la propria voce attraverso i libri e gli editoriali, pubblicati dal Financial Times, da Italia Oggi e dal Foglio.
Come mai all'improvviso s'è appassionato al tema dei costi dell'unificazione d'Italia?
«Pura curiosità intellettuale. Volevo capire in che modo i sette Stati italiani esistiti prima del 1861, che avevano leggi e sistemi economici e tributari assai differenti, fossero riusciti da un giorno all'altro a trasformarsi in uno Stato unitario. Ho cominciato a trascorrere ore e ore nelle biblioteche, ho speso un patrimonio in libri vecchi e nuovi, sono andato persino a Londra a visitare la Library and museum of freemasonry per scovare informazioni sul ruolo della massoneria inglese nel processo di unificazione. Alla fine mi sono reso conto che i problemi odierni dell'Unione europea sono identici a quelli dell'Italia di 150 anni fa: troppe nazioni con leggi diverse, regolamenti diversi, tasse diverse, dogane diverse, lingue diverse, messe insieme a tavolino».
Italica è un'edizione scientifica di Terroni, il best seller del suo conterraneo Pino Aprile?
«No, anche se ne condivido le conclusioni: nell'unificazione il Meridione ci ha rimesso. Per evitare il contenzioso Nord-Sud che s'è trascinato fino ai nostri giorni, sarebbe bastato fare gli Stati Uniti d'Italia anziché il Regno d'Italia. In fin dei conti l'avrebbero preferito anche Cavour, Metternich, Napoleone III e Francesco Ferrara, che era il più grande economista dell'epoca: una federazione dotata di un piccolo governo centrale che si occupasse solo delle relazioni con i Paesi stranieri e di pochissime altre funzioni. Lo Stato centralizzato doveva essere la destinazione finale e non il punto di partenza. Ferrara già in un articolo scritto nel 1850 aveva profetizzato che il Piemonte non sarebbe mai riuscito ad assimilare la Sardegna, così come la Gran Bretagna non era riuscita ad assimilare l'Irlanda».
Il Regno di Sardegna evitò il fallimento trasferendo i suoi debiti all'Italia, cosicché i problemi finanziari dei piemontesi diventarono quelli degli italiani.
«Nel 1861, all'atto dell'unificazione, il 57% o forse il 64% del debito pubblico totale dell'Italia era di origini sabaude, mentre l'incidenza del passivo che derivava dal Regno delle Due Sicilie era insignificante. A differenza dei Savoia, i Borbone avevano l'avversione per i bilanci in rosso e le tasse. Il deficit italiano, oggi stratosferico, è cominciato allora. Dal 1861 al 1896 il Regno d'Italia già creava un milione di debito pubblico al giorno, nelle lire di quel periodo».
Lei scrive che la capitale degli Stati Uniti d'Italia doveva essere fissata a Napoli. Perché?
«Era la città più importante, aveva più del doppio della popolazione di qualsiasi altro centro abitato, veniva considerata la terza capitale d'Europa dopo Parigi e Londra. Disponeva già di tutte le infrastrutture per ospitare un governo centrale. Ora lei pensi invece alle uscite folli sopportate per trasferire la capitale d'Italia prima da Torino a Firenze e poi da Firenze a Roma. Ha idea di quale sia stata la spesa per edificare nella Città eterna il solo ministero delle Finanze? Io ci ho lavorato per due anni, è il palazzo più grande di Roma, dev'essere costato un occhio della testa».


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Intervista a Vito Tanzi. Il Regno di Sardegna trasferì il suo debito al nuovo Paese, affossando il Sud. Se invece avesse scelto il federalismo...
Di Stefano Lorenzetto
Scrutando il Paese d'origine dall'orlo del precipizio, Vito Tanzi è giunto a una conclusione: le cose sarebbero andate in tutt'altro modo se i padri risorgimentali avessero fatto gli Stati Uniti d'Italia, anziché l'Italia unita. È la teoria che l'economista espone in Italica, il suo nuovo libro uscito con un sottotitolo, Costi e conseguenze dell'unificazione d'Italia, che rafforza la già eloquente immagine di copertina: uno Stivale ricoperto d'oro appeso per il piede, la Calabria, a un cappio.







Nessun intento antimeridionalista, se non altro perché il professor Tanzi è nato nel 1935 a Mola di Bari.
Forse l'autore non poteva giungere a una conclusione diversa, visto che dal 1956 vive negli Stati Uniti d'America ed è innamorato della sua patria adottiva. Ma le tesi esposte in Italica non hanno alcunché di passionale. Nelle 296 pagine a parlare è solo il rigore scientifico del laureato in economia alla Harvard University che per vent'anni, dal 1981 al 2000, è stato direttore del dipartimento di finanza pubblica del Fondo monetario internazionale, la più alta carica non politica del Fmi; del docente che per una vita ha insegnato alla George Washington University e all'American University; del sottosegretario all'Economia e alle Finanze chiamato a far parte dal 2001 al 2003 del secondo governo Berlusconi; del consulente che ha prestato il proprio ingegno alla Banca mondiale, alle Nazioni Unite, alla Banca centrale europea.
Tanzi approdò negli Usa da emigrante al seguito del padre («per colpa della guerra d'Etiopia aveva perso il cantiere navale aperto dai suoi avi a Mola di Bari»). Fu assunto dal Fmi nel 1974 come capo della divisione tax. Per oltre un quarto di secolo ha seguito da vicino tutti gli aspetti di finanza pubblica - imposte, debiti, spese, welfare, pensioni - dei 186 Stati aderenti al Fondo attualmente diretto da Christine Lagarde. Si devono a lui le ricette che hanno riformato il sistema fiscale in vari Paesi, dall'Argentina al Marocco.
Oggi vive a Bethesda, a 10 chilometri dalla Casa Bianca. Quando non lo chiamano a tenere conferenze in Australia o in India, fa sentire la propria voce attraverso i libri e gli editoriali, pubblicati dal Financial Times, da Italia Oggi e dal Foglio.
Come mai all'improvviso s'è appassionato al tema dei costi dell'unificazione d'Italia?
«Pura curiosità intellettuale. Volevo capire in che modo i sette Stati italiani esistiti prima del 1861, che avevano leggi e sistemi economici e tributari assai differenti, fossero riusciti da un giorno all'altro a trasformarsi in uno Stato unitario. Ho cominciato a trascorrere ore e ore nelle biblioteche, ho speso un patrimonio in libri vecchi e nuovi, sono andato persino a Londra a visitare la Library and museum of freemasonry per scovare informazioni sul ruolo della massoneria inglese nel processo di unificazione. Alla fine mi sono reso conto che i problemi odierni dell'Unione europea sono identici a quelli dell'Italia di 150 anni fa: troppe nazioni con leggi diverse, regolamenti diversi, tasse diverse, dogane diverse, lingue diverse, messe insieme a tavolino».
Italica è un'edizione scientifica di Terroni, il best seller del suo conterraneo Pino Aprile?
«No, anche se ne condivido le conclusioni: nell'unificazione il Meridione ci ha rimesso. Per evitare il contenzioso Nord-Sud che s'è trascinato fino ai nostri giorni, sarebbe bastato fare gli Stati Uniti d'Italia anziché il Regno d'Italia. In fin dei conti l'avrebbero preferito anche Cavour, Metternich, Napoleone III e Francesco Ferrara, che era il più grande economista dell'epoca: una federazione dotata di un piccolo governo centrale che si occupasse solo delle relazioni con i Paesi stranieri e di pochissime altre funzioni. Lo Stato centralizzato doveva essere la destinazione finale e non il punto di partenza. Ferrara già in un articolo scritto nel 1850 aveva profetizzato che il Piemonte non sarebbe mai riuscito ad assimilare la Sardegna, così come la Gran Bretagna non era riuscita ad assimilare l'Irlanda».
Il Regno di Sardegna evitò il fallimento trasferendo i suoi debiti all'Italia, cosicché i problemi finanziari dei piemontesi diventarono quelli degli italiani.
«Nel 1861, all'atto dell'unificazione, il 57% o forse il 64% del debito pubblico totale dell'Italia era di origini sabaude, mentre l'incidenza del passivo che derivava dal Regno delle Due Sicilie era insignificante. A differenza dei Savoia, i Borbone avevano l'avversione per i bilanci in rosso e le tasse. Il deficit italiano, oggi stratosferico, è cominciato allora. Dal 1861 al 1896 il Regno d'Italia già creava un milione di debito pubblico al giorno, nelle lire di quel periodo».
Lei scrive che la capitale degli Stati Uniti d'Italia doveva essere fissata a Napoli. Perché?
«Era la città più importante, aveva più del doppio della popolazione di qualsiasi altro centro abitato, veniva considerata la terza capitale d'Europa dopo Parigi e Londra. Disponeva già di tutte le infrastrutture per ospitare un governo centrale. Ora lei pensi invece alle uscite folli sopportate per trasferire la capitale d'Italia prima da Torino a Firenze e poi da Firenze a Roma. Ha idea di quale sia stata la spesa per edificare nella Città eterna il solo ministero delle Finanze? Io ci ho lavorato per due anni, è il palazzo più grande di Roma, dev'essere costato un occhio della testa».


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giovedì 25 ottobre 2012

Conferenza Stampa a Napoli per la querela alla Rai per l'offensivo servizio del TgR Piemonte...


stamani, Giovedì 25 Ottobre 2012, c/o lo storico Caffè Gambrinus di Napoli, s'è tenuta la Conferenza Stampa per la presentazione della querela alla Rai (con richiesta risarcimento danni) per l'offensivo servizio del TgR Piemonte in occasione dell'incontro Juventus - Napoli di Sabato u.s.
Il tavolo della Conferenza era presieduto da Francesco Borrelli (Assessore dei Verdi al Comune di S. Giorgio a Cremano - Na), con la partecipazione di Carmine Attanasio (Consigliere dei Verdi al Comune di Napoli), Angelo Durazzo (titolare di "Napolimanìa"), l'avvocato Angelo Pisani (estensore e legale dei querelanti), e il Consigliere provinciale all'ambiente Perrelli.
Presenti e firmatari, a titolo personale e per conto del Partito del Sud, il co/segretario nazionale Andrea Balìa, e il prof. Giovanni Cutolo, Membro del CDN.
L'amico Francesco Borrelli ha evidenziato e ringraziato pubblicamente la presenza del Partito del Sud e dei suoi dirigenti anche per l'adesione all'iniziativa.
Alla Rai sarà inviata una scatola di "Aria di Napoli" nella storica confezione da anni prodotta da "Napolimania".


il tavolo dei conferenzieri :
da sinistra Carmine Attanasio, Enrico Durazzo, Francesco Borrelli, Angelo Pisani e Perrelli


la querela alla Rai 
(il modulo a firma Andrea Balìa per il Partito del Sud)





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stamani, Giovedì 25 Ottobre 2012, c/o lo storico Caffè Gambrinus di Napoli, s'è tenuta la Conferenza Stampa per la presentazione della querela alla Rai (con richiesta risarcimento danni) per l'offensivo servizio del TgR Piemonte in occasione dell'incontro Juventus - Napoli di Sabato u.s.
Il tavolo della Conferenza era presieduto da Francesco Borrelli (Assessore dei Verdi al Comune di S. Giorgio a Cremano - Na), con la partecipazione di Carmine Attanasio (Consigliere dei Verdi al Comune di Napoli), Angelo Durazzo (titolare di "Napolimanìa"), l'avvocato Angelo Pisani (estensore e legale dei querelanti), e il Consigliere provinciale all'ambiente Perrelli.
Presenti e firmatari, a titolo personale e per conto del Partito del Sud, il co/segretario nazionale Andrea Balìa, e il prof. Giovanni Cutolo, Membro del CDN.
L'amico Francesco Borrelli ha evidenziato e ringraziato pubblicamente la presenza del Partito del Sud e dei suoi dirigenti anche per l'adesione all'iniziativa.
Alla Rai sarà inviata una scatola di "Aria di Napoli" nella storica confezione da anni prodotta da "Napolimania".


il tavolo dei conferenzieri :
da sinistra Carmine Attanasio, Enrico Durazzo, Francesco Borrelli, Angelo Pisani e Perrelli


la querela alla Rai 
(il modulo a firma Andrea Balìa per il Partito del Sud)





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