sabato 6 ottobre 2012

Napoli e i progressisti...

da "Napoli non è Berlino" di Isaia Sales 



 “In verità Napoli non è stata mai una città immobile. Ha sempre risentito dei cambiamenti che hanno interessato , in diverse fasi, la storia del costume e delle preferenze elettorali nell’Italia moderna. Sui referendum “civili” (il divorzio e l’aborto) Napoli ha addirittura sopravanzato altre più titolate città italiane nel sostegno di massa a nuovi stili di vita nel campo dei rapporti sentimentali/familiari, mostrandosi più laica di quanto si potesse immaginare.
E ogni qualvolta la crisi delle sue classi dirigenti la portava a una esasperazione economica e civile, rispondeva dando credito e fiducia ai progressisti, senza paura di abbandonare vecchie certezze. Nel 1975 diede oltre il 30% dei voti al Pci consentendo per la prima volta nella sua storia di essere guidata da un comunista, Maurizio Valenzi. Fu così con Bassolino, dopo l’azzeramento di quel ciclo politico finito in galera per le inchieste della magistratura, Ed è così oggi con la “sorpresa di de Magistris.
Napoli si affida sempre a forze e uomini nuovi quando tutti prevedono un rinchiudersi in sé stessa a causa di rottura di vecchi equilibri.

Ma perché si continua a definirla “immobile”? ….La stessa Milano non si è mossa politicamente ed elettoralmente per alcuni decenni, eppure nessuno l’ha considerata una città immobile o arretrata. Definire Napoli immobile vuol dire classificarla arretrata. E perciò non si cambia aggettivo neanche davanti all’evidenza. …Napoli e il Sud sono quello che l’Italia vuole che siano….


Isaia Sales Isaia Sales è docente di Storia della criminalità organizzata nel Mezzogiorno d’Italia presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. E’ stato deputato della Repubblica e sottosegretario all’Economia nel primo governo Prodi (1996 – ’98)

Fonte: Rubriche Meridionali.

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da "Napoli non è Berlino" di Isaia Sales 



 “In verità Napoli non è stata mai una città immobile. Ha sempre risentito dei cambiamenti che hanno interessato , in diverse fasi, la storia del costume e delle preferenze elettorali nell’Italia moderna. Sui referendum “civili” (il divorzio e l’aborto) Napoli ha addirittura sopravanzato altre più titolate città italiane nel sostegno di massa a nuovi stili di vita nel campo dei rapporti sentimentali/familiari, mostrandosi più laica di quanto si potesse immaginare.
E ogni qualvolta la crisi delle sue classi dirigenti la portava a una esasperazione economica e civile, rispondeva dando credito e fiducia ai progressisti, senza paura di abbandonare vecchie certezze. Nel 1975 diede oltre il 30% dei voti al Pci consentendo per la prima volta nella sua storia di essere guidata da un comunista, Maurizio Valenzi. Fu così con Bassolino, dopo l’azzeramento di quel ciclo politico finito in galera per le inchieste della magistratura, Ed è così oggi con la “sorpresa di de Magistris.
Napoli si affida sempre a forze e uomini nuovi quando tutti prevedono un rinchiudersi in sé stessa a causa di rottura di vecchi equilibri.

Ma perché si continua a definirla “immobile”? ….La stessa Milano non si è mossa politicamente ed elettoralmente per alcuni decenni, eppure nessuno l’ha considerata una città immobile o arretrata. Definire Napoli immobile vuol dire classificarla arretrata. E perciò non si cambia aggettivo neanche davanti all’evidenza. …Napoli e il Sud sono quello che l’Italia vuole che siano….


Isaia Sales Isaia Sales è docente di Storia della criminalità organizzata nel Mezzogiorno d’Italia presso l’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli. E’ stato deputato della Repubblica e sottosegretario all’Economia nel primo governo Prodi (1996 – ’98)

Fonte: Rubriche Meridionali.

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venerdì 5 ottobre 2012

Il 19 Ottobre alla libreria Treves di Napoli: Presentazione libro " La misura della terra"


Ivan Esposito del PdSUD, con altri amici del partito fondatori della Società NoProfit PRO.TE.NEO, presentano il libro "La misura della terra" di Antonio di Gennaro, assieme all'autore presso la storica libreria Treves di Napoli.
Il 19 Ottobre alle 18,00...





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Ivan Esposito del PdSUD, con altri amici del partito fondatori della Società NoProfit PRO.TE.NEO, presentano il libro "La misura della terra" di Antonio di Gennaro, assieme all'autore presso la storica libreria Treves di Napoli.
Il 19 Ottobre alle 18,00...





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La mafia che garantiva l'unità nazionale

Quanti patti stato-mafia sono stati siglati dall’Unità d’Italia ad oggi? Soprattutto, siamo certi che il Tricolore sarebbe durato senza la forte mediazione d’una certa “nobiltà agraria”: un discorso che vale per l’intero Mezzogiorno. E perché dalla Sicilia alla Calabria, e dalla Basilica alla Puglia ed alla Campania, affermare la presenza del nuovo stato risultava assai difficile.
Erroneamente i libri di storia hanno per 150 anni sovrapposto la Carboneria risorgimentale alle società segrete: ed allora perché nessuno sa spiegare tutte le finalità delle oltre tremila società segrete che continuarono ad operare nell’intero Sud Italia anche dopo l’unificazione? È più che nutrita la bibliografia sulle società segrete siciliane, ed è certo che i loro affiliati hanno gestito nell’Isola la fase di transizione dal regno borbonico a quello sabaudo. Non si sbaglia ad asserire che nell’intero Mezzogiorno gli affiliati alle società segrete erano per numero ben maggiori di carabinieri, garibaldini, bersaglieri, prefetti e regi magistrati militari.

Al punto che, fino ai primi del ‘900, la gente comune che riceveva torti si rivolgeva ancora al barone, e per fatti più piccoli al massaro del nobile o al compaesano autorevole. I carabinieri del Regno ed i tribunali militari non offrivano fiducia al popolo. E come dare loro torto? Gli esempi di vita quotidiana offerti dalle truppe d’occupazione non erano tutti edificanti, e le voci di angherie o ingiuste carcerazioni si diffondevano rapidamente. Quando nel 1866 a Palermo scoppiarono i focolai di ribellione anti-piemontese, subito ribattezzati “rivolta del sette e mezzo”, era già di dominio pubblico la novella d’un umile giovinetto di campagna caduto sotto i colpi dei militari che giocavano a tiro al bersaglio. È un fatto che la “rivolta del sette e mezzo”, fortemente appoggiata dalle società segrete, venne placata da accordi che lo stato piemontese dovette raggiungere con i notabili delle campagne palermitane.

Oggi si parla tanto di patto stato-cosa nostra, stato-stidda, stato-’ndrangheta, stato-’ndrine, stato-camorra, stato-sacra corona, stato-criminalità in genere. La stessa Unità d’Italia è stata un grande patto, un accordo anche con potenze straniere. In Calabria si narra che, nell’areale della Sila piccola, sia avvenuto nel 1862 un episodio d’ineguagliabile efferatezza: il padre ed il fratello d’una ragazza violentata dalla truppe d’occupazione chiesero ad un aiutante di campo di poter conferire col colonnello Fumel, da poco in Calabria per arginare il brigantaggio (quello militare, finanziato dall’ufficiale borbonico spagnolo José Borjes). Inaspettata la reazione del colonnello Pietro Fumel: ordinò l’arresto di padre e figlio, che poi vennero impiccati insieme ad altri contadini sospettati di brigantaggio. La risposta della popolazione fu di diverso tipo: tanti migrarono da un territorio ormai inospitale, ma altri (in contatto anche con organizzazioni segrete) decisero d’intralciare l’opera del colonnello piemontese.

«Io sottoscritto, avendo avuto la missione di distruggere il brigantaggio - scriveva nel suo proclama il colonnello Fumel - prometto una ricompensa di cento lire per ogni brigante, vivo o morto, che mi sarà portato. Questa ricompensa sarà data ad ogni brigante che ucciderà un suo camerata; gli sarà inoltre risparmiata la vita. Coloro che in onta degli ordini, dessero rifugio o qualunque altro mezzo di sussistenza o di aiuto ai briganti, o vedendoli o conoscendo il luogo ove si trovano nascosti, non ne informassero le truppe e la civile e militare autorità, verranno immediatamente fucilati. Tutte le capanne di campagna che non sono abitate dovranno essere, nello spazio di tre giorni, scoperchiate e i loro ingressi murati. È proibito di trasportare pane o altra specie di provvigione oltre le abitazioni dei Comuni, e chiunque disubbidirà a questo ordine sarà considerato come complice dei briganti». Le parole e le azioni (fucilazioni) di Fumel fecero il giro del mondo, e le filantropiche Stati Uniti e Gran Bretagna offrirono ospitalità ai Meridionali in fuga dai militari sabaudi.

Il colonnello decimò le bande calabresi di Palma, Schipani, Ferrigno, Morrone, Franzese, Rosacozza, Molinari, Bellusci, Pinnolo... Ma proprio dalle quelle zone partiva una massiccia migrazione alla volta degli Usa. Infatti nel 1880 la famiglia Colosimo lascerà i monti della Sila piccola per trasferirsi a Chicago: il giovane Giacomo Colosimo raggiungerà i suoi parenti nel 1894, e qualche anno dopo assurgerà a primo boss ufficialmente riconosciuto della “Chicago Outfit”. Intanto lo stato italiano già annoverava nel Parlamento del Regno non pochi notabili calabresi, e tutto sembrava essere rientrato: anzi garantivano agli increduli piemontesi che il brigantaggio stava finendo.

Ma molti parlamentari del Regno ribattevano che fino ad un anno prima i briganti venivano segnalati persino alle porte di Napoli: 25 lire era la ricompensa per chi catturava un brigante. Bettino Ricasoli succedeva a Camillo Benso di Cavour e, all’atto d’insediarsi, rendeva noto che «il nostro governo in queste province è debolissimo». Nell’agosto del 1862 Re Vittorio Emanuele II decretava lo stato d’assedio del Sud: a giudicare la Reggio Calabria di oggi sembra che quel proclama non sia mai stato revocato. Infatti nel dicembre 1862 nasceva la «Commissione Parlamentare d’Inchiesta per studiare il fenomeno del brigantaggio nelle province meridionali e le sue cause politiche e sociali»: l’ormai nota “commissione anti-brigantaggio”. Nel maggio 1863 la Commissione d’Inchiesta pubblicava una lunga relazione, e di brigantaggio s’è parlato fino al 1963, quando la Repubblica italiana istituiva la commissione anti-mafia. Ma sul patto-stato mafia qualche refolo era già trapelato, almeno oltre Atlantico. Antefatto: i sindaci delle città lungo la traiettoria Chicago-New York avevano stretto tra il 1908 ed il 1910 accordi col piano alto della criminalità organizzata, nello specifico con i boss “five points gang”. L’obiettivo era stato matematicamente calcolato, corrispondeva al non far elevare oltre una certa percentuale statistica omicidi, rapine e visibilità a fenomeni come prostituzione ed estorsioni. Ed in una delle prime “intercettazioni ambientali” della storia (siamo prima del 1920) un luogotenente di Johnny Torrio ammette senza mezzi termini “qui lo stato si deve sempre mettere d’accordo con noi, in Italia è pure così”. Nasceva il “sindacato del crimine”, e sarà lo stesso Torrio ad indicare Luky Luciano come suo erede. Lo scenografico Luciano che, grazie al Dipartimento di Stato, rammenterà all’Italia del dopo guerra l’importanza di tenere fede al patto.

di Ruggiero Capone
Fonte: L'Opinione

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Quanti patti stato-mafia sono stati siglati dall’Unità d’Italia ad oggi? Soprattutto, siamo certi che il Tricolore sarebbe durato senza la forte mediazione d’una certa “nobiltà agraria”: un discorso che vale per l’intero Mezzogiorno. E perché dalla Sicilia alla Calabria, e dalla Basilica alla Puglia ed alla Campania, affermare la presenza del nuovo stato risultava assai difficile.
Erroneamente i libri di storia hanno per 150 anni sovrapposto la Carboneria risorgimentale alle società segrete: ed allora perché nessuno sa spiegare tutte le finalità delle oltre tremila società segrete che continuarono ad operare nell’intero Sud Italia anche dopo l’unificazione? È più che nutrita la bibliografia sulle società segrete siciliane, ed è certo che i loro affiliati hanno gestito nell’Isola la fase di transizione dal regno borbonico a quello sabaudo. Non si sbaglia ad asserire che nell’intero Mezzogiorno gli affiliati alle società segrete erano per numero ben maggiori di carabinieri, garibaldini, bersaglieri, prefetti e regi magistrati militari.

Al punto che, fino ai primi del ‘900, la gente comune che riceveva torti si rivolgeva ancora al barone, e per fatti più piccoli al massaro del nobile o al compaesano autorevole. I carabinieri del Regno ed i tribunali militari non offrivano fiducia al popolo. E come dare loro torto? Gli esempi di vita quotidiana offerti dalle truppe d’occupazione non erano tutti edificanti, e le voci di angherie o ingiuste carcerazioni si diffondevano rapidamente. Quando nel 1866 a Palermo scoppiarono i focolai di ribellione anti-piemontese, subito ribattezzati “rivolta del sette e mezzo”, era già di dominio pubblico la novella d’un umile giovinetto di campagna caduto sotto i colpi dei militari che giocavano a tiro al bersaglio. È un fatto che la “rivolta del sette e mezzo”, fortemente appoggiata dalle società segrete, venne placata da accordi che lo stato piemontese dovette raggiungere con i notabili delle campagne palermitane.

Oggi si parla tanto di patto stato-cosa nostra, stato-stidda, stato-’ndrangheta, stato-’ndrine, stato-camorra, stato-sacra corona, stato-criminalità in genere. La stessa Unità d’Italia è stata un grande patto, un accordo anche con potenze straniere. In Calabria si narra che, nell’areale della Sila piccola, sia avvenuto nel 1862 un episodio d’ineguagliabile efferatezza: il padre ed il fratello d’una ragazza violentata dalla truppe d’occupazione chiesero ad un aiutante di campo di poter conferire col colonnello Fumel, da poco in Calabria per arginare il brigantaggio (quello militare, finanziato dall’ufficiale borbonico spagnolo José Borjes). Inaspettata la reazione del colonnello Pietro Fumel: ordinò l’arresto di padre e figlio, che poi vennero impiccati insieme ad altri contadini sospettati di brigantaggio. La risposta della popolazione fu di diverso tipo: tanti migrarono da un territorio ormai inospitale, ma altri (in contatto anche con organizzazioni segrete) decisero d’intralciare l’opera del colonnello piemontese.

«Io sottoscritto, avendo avuto la missione di distruggere il brigantaggio - scriveva nel suo proclama il colonnello Fumel - prometto una ricompensa di cento lire per ogni brigante, vivo o morto, che mi sarà portato. Questa ricompensa sarà data ad ogni brigante che ucciderà un suo camerata; gli sarà inoltre risparmiata la vita. Coloro che in onta degli ordini, dessero rifugio o qualunque altro mezzo di sussistenza o di aiuto ai briganti, o vedendoli o conoscendo il luogo ove si trovano nascosti, non ne informassero le truppe e la civile e militare autorità, verranno immediatamente fucilati. Tutte le capanne di campagna che non sono abitate dovranno essere, nello spazio di tre giorni, scoperchiate e i loro ingressi murati. È proibito di trasportare pane o altra specie di provvigione oltre le abitazioni dei Comuni, e chiunque disubbidirà a questo ordine sarà considerato come complice dei briganti». Le parole e le azioni (fucilazioni) di Fumel fecero il giro del mondo, e le filantropiche Stati Uniti e Gran Bretagna offrirono ospitalità ai Meridionali in fuga dai militari sabaudi.

Il colonnello decimò le bande calabresi di Palma, Schipani, Ferrigno, Morrone, Franzese, Rosacozza, Molinari, Bellusci, Pinnolo... Ma proprio dalle quelle zone partiva una massiccia migrazione alla volta degli Usa. Infatti nel 1880 la famiglia Colosimo lascerà i monti della Sila piccola per trasferirsi a Chicago: il giovane Giacomo Colosimo raggiungerà i suoi parenti nel 1894, e qualche anno dopo assurgerà a primo boss ufficialmente riconosciuto della “Chicago Outfit”. Intanto lo stato italiano già annoverava nel Parlamento del Regno non pochi notabili calabresi, e tutto sembrava essere rientrato: anzi garantivano agli increduli piemontesi che il brigantaggio stava finendo.

Ma molti parlamentari del Regno ribattevano che fino ad un anno prima i briganti venivano segnalati persino alle porte di Napoli: 25 lire era la ricompensa per chi catturava un brigante. Bettino Ricasoli succedeva a Camillo Benso di Cavour e, all’atto d’insediarsi, rendeva noto che «il nostro governo in queste province è debolissimo». Nell’agosto del 1862 Re Vittorio Emanuele II decretava lo stato d’assedio del Sud: a giudicare la Reggio Calabria di oggi sembra che quel proclama non sia mai stato revocato. Infatti nel dicembre 1862 nasceva la «Commissione Parlamentare d’Inchiesta per studiare il fenomeno del brigantaggio nelle province meridionali e le sue cause politiche e sociali»: l’ormai nota “commissione anti-brigantaggio”. Nel maggio 1863 la Commissione d’Inchiesta pubblicava una lunga relazione, e di brigantaggio s’è parlato fino al 1963, quando la Repubblica italiana istituiva la commissione anti-mafia. Ma sul patto-stato mafia qualche refolo era già trapelato, almeno oltre Atlantico. Antefatto: i sindaci delle città lungo la traiettoria Chicago-New York avevano stretto tra il 1908 ed il 1910 accordi col piano alto della criminalità organizzata, nello specifico con i boss “five points gang”. L’obiettivo era stato matematicamente calcolato, corrispondeva al non far elevare oltre una certa percentuale statistica omicidi, rapine e visibilità a fenomeni come prostituzione ed estorsioni. Ed in una delle prime “intercettazioni ambientali” della storia (siamo prima del 1920) un luogotenente di Johnny Torrio ammette senza mezzi termini “qui lo stato si deve sempre mettere d’accordo con noi, in Italia è pure così”. Nasceva il “sindacato del crimine”, e sarà lo stesso Torrio ad indicare Luky Luciano come suo erede. Lo scenografico Luciano che, grazie al Dipartimento di Stato, rammenterà all’Italia del dopo guerra l’importanza di tenere fede al patto.

di Ruggiero Capone
Fonte: L'Opinione

giovedì 4 ottobre 2012

Apri la scatola. Convegno a Roma 31/10 - Smart Innovation




Scrive Pino Aprile nella prefazione: “Quello che ho capito di questo libro è stato interessante; in alcuni casi, rivelatore. Ma è più quello che non ho capito. Il che conferma i dati e le osservazioni di Claudio Cipolinni e Nicola Christian Rinaldi sull’incolmabile (secondo me) distanza tra l’appartenenza delle nuove generazioni al mondo informatico e l’estraneità di quelle precedenti: la differen
za è 71 a 7 per cento. Io, per una volta tanto precoce (mancandomi qualche anno per entrare nella fascia dei 65enni che stanno nel 7 per cento) sono in quella esigua minoranza che è quasi una “nullitanza”.

Siamo immersi in una rivelazione che sta portando a un cambio di paradigma nelle relazioni tra persone, imprese, amministrazione pubblica; i nuovi strumenti digitali consentono sempre più, a chiunque, di gestire un’enorme quantità di informazioni senza intermediari e di crescere in tempo reale.








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Scrive Pino Aprile nella prefazione: “Quello che ho capito di questo libro è stato interessante; in alcuni casi, rivelatore. Ma è più quello che non ho capito. Il che conferma i dati e le osservazioni di Claudio Cipolinni e Nicola Christian Rinaldi sull’incolmabile (secondo me) distanza tra l’appartenenza delle nuove generazioni al mondo informatico e l’estraneità di quelle precedenti: la differen
za è 71 a 7 per cento. Io, per una volta tanto precoce (mancandomi qualche anno per entrare nella fascia dei 65enni che stanno nel 7 per cento) sono in quella esigua minoranza che è quasi una “nullitanza”.

Siamo immersi in una rivelazione che sta portando a un cambio di paradigma nelle relazioni tra persone, imprese, amministrazione pubblica; i nuovi strumenti digitali consentono sempre più, a chiunque, di gestire un’enorme quantità di informazioni senza intermediari e di crescere in tempo reale.








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mercoledì 3 ottobre 2012

Presentazione del libro "Mezzogiorno Europeo" di Michele De Cesare

Domenica 7 ottobre a Torremaggiore, il nostro responsabile pugliese Michele Dell'Edera, presenta il libro di Michele di Cesare Mezzogiorno Europeo.

"Sono nato al Sud, ho studiato al Nord, mi sono formato professionalmente a Bruxelles, sono tornato al Sud … per lavorare in Unione Europea"

 Questa frase rappresenta la dimensione di un collegamento intrinseco tra la dimensione locale a quelle nazionale ed europea, al servizio del localismo di partenza in ottica ormai globale. Per sottolineare il file en rouge che unisce un percorso di sviluppo che non può essere circoscritto all’interno dei suoi confini di partenza, ma che necessita, per la stessa ragione,[la sua crescita], di dimensioni e fattori esterni.

Il Sud dell’Italia non può essere pigro e incosciente delle dinamiche mondiali, incapace di far fronte alle sfide che si propongono su scala nazionale, europea, internazionale. In un momento in cui bisogna perseguire nella maniera più piena e efficiente l’integrazione europea, in cui solo unita l’UE può porsi sullo scacchiere internazionale, l’Italia purtroppo si presenta divisa e con marce diverse all’interno del suo sistema territoriale: un Nord che si propone più dinamico e veloce ed un Sud lento, più povero, con rilevanti problemi infrastrutturali, con servizi inadeguati e, soprattutto, con una governance spesso distratta e poco capace di far fronte alle sfide dei nuovi tempi, per non dire assolutamente autoreferenziale.

La crescita economica italiana non può che trovare risposte se non nello sviluppo del Mezzogiorno, di un Sud capace di stare al passo con l’Europa e di guardare al Mediterraneo, solo attraverso questa condizione l’Italia potrà di nuovo riprendere il suo prestigio tra le maggiori potenze industriali del mondo. Sicuramente il Sud dovrà partire da un grosso lavoro su se stesso. Dovrà con forza adoperarsi per trovare, innanzitutto al proprio interno, le necessarie capacità affinché le potenzialità di sviluppo di cui è dotato possano essere tradotti in fattori produttivi di sviluppo. Necessariamente, quindi, il riferimento è al capitale umano. Tale capitale – fatto di attitudini virtuose, cultura, disponibilità – è il fattore centrale al processo di socializzazione in cui si esprime l’economia di prossimità che caratterizza l’Europa e a cui tende il mondo intero.

L’Europa sta vivendo una fase di trasformazione. La crisi ha vanificato anni di progressi economici e sociali e messo in luce le carenze strutturali dell’economia europea. Nel frattempo il mondo si sta rapidamente trasformando e le sfide a lungo termine (globalizzazione, pressione sulle risorse, invecchiamento) si accentuano.

L’UE, i tempi della globalizzazione, invitano ad un lavoro più attento, accurato e analitico, più responsabile e ben costruito. Allora la domanda, siamo noi meridionali in grado di affrontare tutto questo? Oppure dobbiamo subire la balìa delle onde? Vogliamo impegnarci seriamente (e finalmente) per una seria costruzione del nostro futuro? Gli strumenti di sostegno offerti dall’UE esistono e sono a disposizione. E’ possibile, che non riusciamo ad adoperarli, nascondendoci dietro ad affermazioni di complessità degli strumenti, delle metodologie e di quant’altro, quando molto spesso basta solo conoscere il sistema per poterlo utilizzare efficacemente? Occorre solo volontà, impegno e la giusta capacità per ogni settore dell’agire.

Molto importanti saranno, in tal senso, i giovani. Le demagogie dei “farò”, “faremo”, “ci impegneremo”, dovranno essere sostituiti da “abbiamo fatto”, “abbiamo realizzato”, quindi … oggi siamo.La grande crisi mondiale sta sconvolgendo territori e nazioni di ogni dove. Certo non si può non constatare che essa, con le sue drammatiche conseguenze, ha suscitato un risveglio operativo nelle coscienze e nelle azioni che, purtroppo, da troppo tempo mancava. Forse è proprio vero che il bisogno aguzza l’ingegno?Se volessimo vedere nella crisi un orizzonte positivo, probabilmente è proprio quello di aver stimolato una reazione collettiva. Del resto, l’abbiamo già vissuta (la forza del reagire, della ricostruzione) dopo le “inutili stragi mondiali” della prima metà del ‘900.Se solo noi meridionali ci accorgessimo delle potenzialità di reazione e crescita a cui paradossalmente proprio questa crisi ci pone di fronte. Terra, clima, prodotti enogastronomici, natura, cultura, intelligenze certamente al Sud non difettano, anzi. Dovremmo semplicemente saper porre al servizio di questi territori quella forza e capacità dei meridionali che per anni hanno consentito la grande crescita del Nord.

Fonte: Torremaggiore on line
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Domenica 7 ottobre a Torremaggiore, il nostro responsabile pugliese Michele Dell'Edera, presenta il libro di Michele di Cesare Mezzogiorno Europeo.

"Sono nato al Sud, ho studiato al Nord, mi sono formato professionalmente a Bruxelles, sono tornato al Sud … per lavorare in Unione Europea"

 Questa frase rappresenta la dimensione di un collegamento intrinseco tra la dimensione locale a quelle nazionale ed europea, al servizio del localismo di partenza in ottica ormai globale. Per sottolineare il file en rouge che unisce un percorso di sviluppo che non può essere circoscritto all’interno dei suoi confini di partenza, ma che necessita, per la stessa ragione,[la sua crescita], di dimensioni e fattori esterni.

Il Sud dell’Italia non può essere pigro e incosciente delle dinamiche mondiali, incapace di far fronte alle sfide che si propongono su scala nazionale, europea, internazionale. In un momento in cui bisogna perseguire nella maniera più piena e efficiente l’integrazione europea, in cui solo unita l’UE può porsi sullo scacchiere internazionale, l’Italia purtroppo si presenta divisa e con marce diverse all’interno del suo sistema territoriale: un Nord che si propone più dinamico e veloce ed un Sud lento, più povero, con rilevanti problemi infrastrutturali, con servizi inadeguati e, soprattutto, con una governance spesso distratta e poco capace di far fronte alle sfide dei nuovi tempi, per non dire assolutamente autoreferenziale.

La crescita economica italiana non può che trovare risposte se non nello sviluppo del Mezzogiorno, di un Sud capace di stare al passo con l’Europa e di guardare al Mediterraneo, solo attraverso questa condizione l’Italia potrà di nuovo riprendere il suo prestigio tra le maggiori potenze industriali del mondo. Sicuramente il Sud dovrà partire da un grosso lavoro su se stesso. Dovrà con forza adoperarsi per trovare, innanzitutto al proprio interno, le necessarie capacità affinché le potenzialità di sviluppo di cui è dotato possano essere tradotti in fattori produttivi di sviluppo. Necessariamente, quindi, il riferimento è al capitale umano. Tale capitale – fatto di attitudini virtuose, cultura, disponibilità – è il fattore centrale al processo di socializzazione in cui si esprime l’economia di prossimità che caratterizza l’Europa e a cui tende il mondo intero.

L’Europa sta vivendo una fase di trasformazione. La crisi ha vanificato anni di progressi economici e sociali e messo in luce le carenze strutturali dell’economia europea. Nel frattempo il mondo si sta rapidamente trasformando e le sfide a lungo termine (globalizzazione, pressione sulle risorse, invecchiamento) si accentuano.

L’UE, i tempi della globalizzazione, invitano ad un lavoro più attento, accurato e analitico, più responsabile e ben costruito. Allora la domanda, siamo noi meridionali in grado di affrontare tutto questo? Oppure dobbiamo subire la balìa delle onde? Vogliamo impegnarci seriamente (e finalmente) per una seria costruzione del nostro futuro? Gli strumenti di sostegno offerti dall’UE esistono e sono a disposizione. E’ possibile, che non riusciamo ad adoperarli, nascondendoci dietro ad affermazioni di complessità degli strumenti, delle metodologie e di quant’altro, quando molto spesso basta solo conoscere il sistema per poterlo utilizzare efficacemente? Occorre solo volontà, impegno e la giusta capacità per ogni settore dell’agire.

Molto importanti saranno, in tal senso, i giovani. Le demagogie dei “farò”, “faremo”, “ci impegneremo”, dovranno essere sostituiti da “abbiamo fatto”, “abbiamo realizzato”, quindi … oggi siamo.La grande crisi mondiale sta sconvolgendo territori e nazioni di ogni dove. Certo non si può non constatare che essa, con le sue drammatiche conseguenze, ha suscitato un risveglio operativo nelle coscienze e nelle azioni che, purtroppo, da troppo tempo mancava. Forse è proprio vero che il bisogno aguzza l’ingegno?Se volessimo vedere nella crisi un orizzonte positivo, probabilmente è proprio quello di aver stimolato una reazione collettiva. Del resto, l’abbiamo già vissuta (la forza del reagire, della ricostruzione) dopo le “inutili stragi mondiali” della prima metà del ‘900.Se solo noi meridionali ci accorgessimo delle potenzialità di reazione e crescita a cui paradossalmente proprio questa crisi ci pone di fronte. Terra, clima, prodotti enogastronomici, natura, cultura, intelligenze certamente al Sud non difettano, anzi. Dovremmo semplicemente saper porre al servizio di questi territori quella forza e capacità dei meridionali che per anni hanno consentito la grande crescita del Nord.

Fonte: Torremaggiore on line

martedì 2 ottobre 2012

Il Partito del Sud alle prossime elezioni comunali di Condofuri (RC)


Il Partito del Sud ha presentato una sua lista autonoma, autonoma dagli altri schieramenti tradizionali di destra, centro e sinistra, alle elezioni comunali di Condofuri (RC) di ottobre 2012. Il consiglio comunale era stato sciolto per infiltrazioni mafiose, il PdSUD porta la sua battaglia per la legalità e per un meridionalismo anti-razzista ed anti-mafioso, un'onda mediterranea che arriva anche in Calabria!

In bocca al lupo ai nostri amici a Condofuri, ringraziamo per l'ottimo lavoro anche chi sta lavorando per quest'iniziativa coordinando il lavoro della lista locale, il coordinatore calabrese Giuseppe Spadafora, il coordinatore per la Provincia di Reggio C. Pasquale Mesiti e Angelo Modaffari Coord. Toscana, originario del comune calabrese.

Ecco un articolo della Gazzetta del Sud che parla di noi...fatti non chiacchiere!!!


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Il Partito del Sud ha presentato una sua lista autonoma, autonoma dagli altri schieramenti tradizionali di destra, centro e sinistra, alle elezioni comunali di Condofuri (RC) di ottobre 2012. Il consiglio comunale era stato sciolto per infiltrazioni mafiose, il PdSUD porta la sua battaglia per la legalità e per un meridionalismo anti-razzista ed anti-mafioso, un'onda mediterranea che arriva anche in Calabria!

In bocca al lupo ai nostri amici a Condofuri, ringraziamo per l'ottimo lavoro anche chi sta lavorando per quest'iniziativa coordinando il lavoro della lista locale, il coordinatore calabrese Giuseppe Spadafora, il coordinatore per la Provincia di Reggio C. Pasquale Mesiti e Angelo Modaffari Coord. Toscana, originario del comune calabrese.

Ecco un articolo della Gazzetta del Sud che parla di noi...fatti non chiacchiere!!!


lunedì 1 ottobre 2012

Dopo gli scandali della sanità lombarda, il Laziogate....a quando altri esempi di civiltà per il il Sud?




Dopo aver assistito ai tanti scandali della sanità lombarda, poi le vergognose vicende della Regione Lazio, le notizie riportano di indagini della Guardia di Finanza sia in Campania ma anche in Piemonte ed Emilia-Romagna. Davvero lunga la lista degli scandali regionali, un elenco si può ritrovare su un altro blog di un amico meridionalista.

Non ho letto della stessa indignazione di Rizzo e Stella come quando si parlava dei forestali siciliani o dei falsi invalidi al Sud....è ovvio che la corruzione e' diffusa ovunque ma e' anche abbastanza ovvio che l' "epicentro" del malaffare è al Centro-Nord, del resto la prima Tangentopoli esplose a Milano (chi ricorda il famoso Albergo Pio Trivulzio...) così come Vallettopoli ad Arcore coi suoi Corona e Lele Mora tipici personaggi della "Milano da bere" degli ultimi anni oppure Calciopoli a Torino. La cosa poi pare abbastanza ovvia visto che la maggior parte dei fondi pubblici viene spesa a Roma o a Milano ma anche su questo c'e' sempre un pò di (padano? padan-romano?) pudore per dirlo a chiare lettere. Questo fatto così evidente, inoltre, stranamente non è mai sottolineato dai commentatori dei principali TG nazionali, mai discusso nei principali talk show e mai evidenziato in chiave geografica come succede per altri fatti di criminalità organizzata o altri mali "endemici" che, si dice sempre sui media nazional-padani, sono caratteristiche peculiari del Sud.

Fin quando non ci sarà un movimento politico meridionalista forte, affiancato da un vero giornale che sia voce del Sud, possiamo essere certi che la censura continuerà. Per questo il recente evento a Bari con il suo duplice risultato, quello politico e l'annuncio del giornale del Sud di Pino Aprile, è stato un successo ed è una speranza fortissima per molti meridionali, speranza che abbiamo il dovere di non deludere.

Sul fronte delle proposte da portare nell'aggregazione meridionalista, queste vicende impongono altre riflessioni. Il fallimento della riforma del titolo V della Costituzione fatta dal governo di centro-sinistra e le misure di devolution e federalismo fiscale varate dal governo di centro-destra per porre fine agli sprechi (chi non ricorda "la famosa siringa che al Sud costa il doppio"?) sono naufragate tra scandali e scene vergognose come i leghisti imboccati con i rigatoni alla pajata...scene davvero emblematiche degli ultimi anni (speriamo!) della seconda Repubblica.


In questa serie di scandali si sono alternati sia governi di centro-destra che di centro-sinistra (ricordiamo il caso Penati), ma non è difficile notare oggettivamente che in quelli di centro-destra con i suoi festini, con le nipoti di Mubarak ad Arcore o er Batman che già da solo dà l'idea del magna magna ed i party con le antiche romane nella Capitale, c'è qualcosa di più vergognoso, c'è davvero tutta la volgarità, tutta la decadenza italiana ed i segnali della fine di un'epoca come ai giorni del crollo dell'impero romano. Davvero emblematica e profetica la foto della Polverini, in alto, proprio quella già citata con Renata la "moralizzatrice" che imbocca i rigatoni alla pajata a Bossi!



Assodato che noi meridionali non abbiamo bisogno di lezioni di buona amministrazione, di etica e moralità da Lusi o da Belsito, da personaggi come er Batman o il Trota, da Roma o da Milano, dobbiamo prepararci a presentare le nostre proposte per uscire da questo sfacelo. Per prima cosa dobbiamo perfezionare un'idea di riorganizzazione federale dello Stato, superando il nefasto regionalismo che tanti danni ha prodotto anche al Sud. Ed è arrivato il momento che noi meridionali dobbiamo pretendere la nostra autonomia, cacciando la classe dirigente attuale ascara e servile degli interessi del centro-nord garantiti dai partiti tradizionali, e dobbiamo pretendere di gestire da soli i fondi europei, senza l'intermediazione del governo centrale che può dirottare i soldi sui traghetti del Lago di Garda come ha fatto Tremonti o per altre priorità di rigor di bilancio come sta facendo il governo Monti. Per ottenere ciò, bisogna proporre una macroregione del Sud continentale, una regione autonoma federata con la Sicilia e con il resto d'Italia, rispettando le storiche identità e non le varie confuse "azzeccagarbugliate", fatte dal Regno d'Italia prima e dal ventennio fascista dopo, che hanno artificiosamente cambiato gli antichi e storici confini di alcune provincie. A proposito di sprechi poi, una macroregione al posto di 6 regioni sarebbe un bel risparmio, unitamente alla soppressione ed accorpamento dei comuni sotto i 1000 abitanti ed il riordino delle Province già avviati che forse sono tra i pochi "fatti" del governo Monti, anche se specie per le Province andrebbero rivisti in alcuni criteri, infine dovrebbe essere rilanciato il ruolo dei comuni e delle municipalità storicamente artefici dei migliori risultati ed un rinnovamento radicale sia della politica che della sua classe dirigente (e finalmente abbiamo al Sud esempi virtuosi di buona amministrazione e di impegno civile, superando gli interessi di partito e solamente al servizio dei cittadini) tutto ciò sarebbe davvero il segnale di rivoluzione che parte da Sud e non subita, come accade da più di 150 anni, dalla nostra martoriata terra.



Enzo Riccio
Segr. Org. Nazionale
Partito del Sud


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Dopo aver assistito ai tanti scandali della sanità lombarda, poi le vergognose vicende della Regione Lazio, le notizie riportano di indagini della Guardia di Finanza sia in Campania ma anche in Piemonte ed Emilia-Romagna. Davvero lunga la lista degli scandali regionali, un elenco si può ritrovare su un altro blog di un amico meridionalista.

Non ho letto della stessa indignazione di Rizzo e Stella come quando si parlava dei forestali siciliani o dei falsi invalidi al Sud....è ovvio che la corruzione e' diffusa ovunque ma e' anche abbastanza ovvio che l' "epicentro" del malaffare è al Centro-Nord, del resto la prima Tangentopoli esplose a Milano (chi ricorda il famoso Albergo Pio Trivulzio...) così come Vallettopoli ad Arcore coi suoi Corona e Lele Mora tipici personaggi della "Milano da bere" degli ultimi anni oppure Calciopoli a Torino. La cosa poi pare abbastanza ovvia visto che la maggior parte dei fondi pubblici viene spesa a Roma o a Milano ma anche su questo c'e' sempre un pò di (padano? padan-romano?) pudore per dirlo a chiare lettere. Questo fatto così evidente, inoltre, stranamente non è mai sottolineato dai commentatori dei principali TG nazionali, mai discusso nei principali talk show e mai evidenziato in chiave geografica come succede per altri fatti di criminalità organizzata o altri mali "endemici" che, si dice sempre sui media nazional-padani, sono caratteristiche peculiari del Sud.

Fin quando non ci sarà un movimento politico meridionalista forte, affiancato da un vero giornale che sia voce del Sud, possiamo essere certi che la censura continuerà. Per questo il recente evento a Bari con il suo duplice risultato, quello politico e l'annuncio del giornale del Sud di Pino Aprile, è stato un successo ed è una speranza fortissima per molti meridionali, speranza che abbiamo il dovere di non deludere.

Sul fronte delle proposte da portare nell'aggregazione meridionalista, queste vicende impongono altre riflessioni. Il fallimento della riforma del titolo V della Costituzione fatta dal governo di centro-sinistra e le misure di devolution e federalismo fiscale varate dal governo di centro-destra per porre fine agli sprechi (chi non ricorda "la famosa siringa che al Sud costa il doppio"?) sono naufragate tra scandali e scene vergognose come i leghisti imboccati con i rigatoni alla pajata...scene davvero emblematiche degli ultimi anni (speriamo!) della seconda Repubblica.


In questa serie di scandali si sono alternati sia governi di centro-destra che di centro-sinistra (ricordiamo il caso Penati), ma non è difficile notare oggettivamente che in quelli di centro-destra con i suoi festini, con le nipoti di Mubarak ad Arcore o er Batman che già da solo dà l'idea del magna magna ed i party con le antiche romane nella Capitale, c'è qualcosa di più vergognoso, c'è davvero tutta la volgarità, tutta la decadenza italiana ed i segnali della fine di un'epoca come ai giorni del crollo dell'impero romano. Davvero emblematica e profetica la foto della Polverini, in alto, proprio quella già citata con Renata la "moralizzatrice" che imbocca i rigatoni alla pajata a Bossi!



Assodato che noi meridionali non abbiamo bisogno di lezioni di buona amministrazione, di etica e moralità da Lusi o da Belsito, da personaggi come er Batman o il Trota, da Roma o da Milano, dobbiamo prepararci a presentare le nostre proposte per uscire da questo sfacelo. Per prima cosa dobbiamo perfezionare un'idea di riorganizzazione federale dello Stato, superando il nefasto regionalismo che tanti danni ha prodotto anche al Sud. Ed è arrivato il momento che noi meridionali dobbiamo pretendere la nostra autonomia, cacciando la classe dirigente attuale ascara e servile degli interessi del centro-nord garantiti dai partiti tradizionali, e dobbiamo pretendere di gestire da soli i fondi europei, senza l'intermediazione del governo centrale che può dirottare i soldi sui traghetti del Lago di Garda come ha fatto Tremonti o per altre priorità di rigor di bilancio come sta facendo il governo Monti. Per ottenere ciò, bisogna proporre una macroregione del Sud continentale, una regione autonoma federata con la Sicilia e con il resto d'Italia, rispettando le storiche identità e non le varie confuse "azzeccagarbugliate", fatte dal Regno d'Italia prima e dal ventennio fascista dopo, che hanno artificiosamente cambiato gli antichi e storici confini di alcune provincie. A proposito di sprechi poi, una macroregione al posto di 6 regioni sarebbe un bel risparmio, unitamente alla soppressione ed accorpamento dei comuni sotto i 1000 abitanti ed il riordino delle Province già avviati che forse sono tra i pochi "fatti" del governo Monti, anche se specie per le Province andrebbero rivisti in alcuni criteri, infine dovrebbe essere rilanciato il ruolo dei comuni e delle municipalità storicamente artefici dei migliori risultati ed un rinnovamento radicale sia della politica che della sua classe dirigente (e finalmente abbiamo al Sud esempi virtuosi di buona amministrazione e di impegno civile, superando gli interessi di partito e solamente al servizio dei cittadini) tutto ciò sarebbe davvero il segnale di rivoluzione che parte da Sud e non subita, come accade da più di 150 anni, dalla nostra martoriata terra.



Enzo Riccio
Segr. Org. Nazionale
Partito del Sud


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venerdì 28 settembre 2012

Intervista: Marco Esposito – si ringrazia Viva Voce Tv

http://www.telecosenza.it/wp/?page_id=11756

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giovedì 27 settembre 2012

IL PARTITO DEL SUD RINGRAZIA PUBBLICAMENTE IL SINDACO DI VICENZA ACHILLE VARIATI.




COMUNICATO STAMPA
Il Coordinamento Provinciale di Vicenza del Partito del Sud esprime grande soddisfazione per l'iniziativa intrapresa dal Sindaco di Vicenza Dr. Achille Variati, che, dopo aver portato direttamente a Pontelandolfo nell'agosto scorso le scuse della città vicentina per l'infamante eccidio del 1861, ha ritenuto, dando seguito alle parole, di intitolare prossimamente una importante via della nostra città a Pontelandolfo, per ricordare la tragedia vissuta all'epoca dalla città campana per mano di un vicentino.

Il Partito del Sud quindi ringrazia pubblicamente il Sindaco e l'intera giunta per la pregevole e significativa iniziativa.

Secondo il Partito del Sud, questa iniziativa va nella giusta direzione di quella riconciliazione nazionale e di riscoperta storica degli episodi tragici del risorgimento che hanno provocato tante sofferenze e divisioni al popolo meridionale.
Solo con quest'opera meritoria si potrà finalmente fare dell'Italia una nazione matura, libera e unita, denunciando cioè quelle
atrocità e superando quegli steccati che, nati all'epoca, ancora perdurano anche grazie all'opera ventennale di perniciose formazioni politiche razziste. 
 
Il Coord. Provinciale di Vicenza inoltre esprime la propria condivisione assoluta con l'opera intrapresa da più di un anno a questa parte dal CDN del Partito, che con la "svolta di Bari"  ha saputo farsi portavoce , insieme ad altre formazioni e associazioni meridionaliste, e grazie al sostegno dell'Assessore Marco Esposito, della giunta De Magistris di Napoli, di un progetto politico credibile a livello nazionale in previsione delle prossime elezioni politiche per la rinascita del meridione e dell'intera penisola. L'importante annuncio fatto dallo scrittore Pino Aprile della prossima nascita di un quotidiano indipendente del Sud a distribuzione nazionale risulta poi fondamentale nell'ambito del progetto.

Ricordiamo infine che  Domenica  30 Settembre in una cena di lavoro presso il Bar-ristorante "Panarea" avremo il piacere di ospitare il Co-Presidente nazionale del Partito del Sud Natale Cuccurese, che sarà fra di noi proprio per illustrare il progetto politico nazionale nato a Bari ai nostri sostenitori, simpatizzanti e a tutti i cittadini liberi, meridionali e non. Infine durante la serata sarà illustrato il programma e la squadra che parteciperà alle prossime elezioni amministrative del comune di Vicenza.

Il Coordinatore provinciale di Vicenza
Filippo Romeo
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COMUNICATO STAMPA
Il Coordinamento Provinciale di Vicenza del Partito del Sud esprime grande soddisfazione per l'iniziativa intrapresa dal Sindaco di Vicenza Dr. Achille Variati, che, dopo aver portato direttamente a Pontelandolfo nell'agosto scorso le scuse della città vicentina per l'infamante eccidio del 1861, ha ritenuto, dando seguito alle parole, di intitolare prossimamente una importante via della nostra città a Pontelandolfo, per ricordare la tragedia vissuta all'epoca dalla città campana per mano di un vicentino.

Il Partito del Sud quindi ringrazia pubblicamente il Sindaco e l'intera giunta per la pregevole e significativa iniziativa.

Secondo il Partito del Sud, questa iniziativa va nella giusta direzione di quella riconciliazione nazionale e di riscoperta storica degli episodi tragici del risorgimento che hanno provocato tante sofferenze e divisioni al popolo meridionale.
Solo con quest'opera meritoria si potrà finalmente fare dell'Italia una nazione matura, libera e unita, denunciando cioè quelle
atrocità e superando quegli steccati che, nati all'epoca, ancora perdurano anche grazie all'opera ventennale di perniciose formazioni politiche razziste. 
 
Il Coord. Provinciale di Vicenza inoltre esprime la propria condivisione assoluta con l'opera intrapresa da più di un anno a questa parte dal CDN del Partito, che con la "svolta di Bari"  ha saputo farsi portavoce , insieme ad altre formazioni e associazioni meridionaliste, e grazie al sostegno dell'Assessore Marco Esposito, della giunta De Magistris di Napoli, di un progetto politico credibile a livello nazionale in previsione delle prossime elezioni politiche per la rinascita del meridione e dell'intera penisola. L'importante annuncio fatto dallo scrittore Pino Aprile della prossima nascita di un quotidiano indipendente del Sud a distribuzione nazionale risulta poi fondamentale nell'ambito del progetto.

Ricordiamo infine che  Domenica  30 Settembre in una cena di lavoro presso il Bar-ristorante "Panarea" avremo il piacere di ospitare il Co-Presidente nazionale del Partito del Sud Natale Cuccurese, che sarà fra di noi proprio per illustrare il progetto politico nazionale nato a Bari ai nostri sostenitori, simpatizzanti e a tutti i cittadini liberi, meridionali e non. Infine durante la serata sarà illustrato il programma e la squadra che parteciperà alle prossime elezioni amministrative del comune di Vicenza.

Il Coordinatore provinciale di Vicenza
Filippo Romeo

mercoledì 26 settembre 2012

Svimez "Necessari 400 anni per recuperare il divario fra Nord e Sud". Emergenza occupazionale nel Meridione


"Ci vorrebbero 400 anni per recuperare lo svantaggio che separa il Sud dal Nord": è dello Svimez, l'istituto che monitora lo sviluppo nel Mezzogiorno, la durissima sentenza che condanna il Meridione a eterno fanalino di coda dell'Italia. E la Calabria è – fra le regioni del Sud – ancora una volta in fondo a tutte le classifiche.

Stando ai dati dello Svimez infatti, in termini di Pil pro capite, il Mezzogiorno nel 2011 ha confermato lo stesso livello del 57,7% del valore del Centro Nord del 2010. In un decennio il recupero del gap è stato soltanto di un punto e mezzo percentuale, dal 56,1% al 57,7%.
In valori assoluti, a livello nazionale, la Calabria con 16.603 euro l'anno, si attesta al penultimo posto. Peggio, fa solo la Campania.

E anche sul fronte occupazione le cose vanno tutt'altro che bene. Secondo lo Svimez, gli irregolari in Italia arrivano a 2 milioni 900mila unità, di cui 1 milione e 200mila al Sud. A livello di settore, nel 2011 al Sud è irregolare un lavoratore su 4 in agricoltura (25%), il 22% nelle costruzioni, il 14% nell'industria. E se è vero che la Calabria fa registrare un dato positivo sul fronte dell'aumento degli occupati, 185mila di questi lavorano a nero.
"E' vera emergenza occupazionale nel Mezzogiorno soprattutto per i giovani: in particolare -, segnala la Svimez -, "in tre anni, dal 2008 al 2011, gli under 34 che hanno perso il lavoro al Sud sono stati 329mila". Nel 2011 il tasso di occupazione in eta' 15-64 e' stato del 44% nel Mezzogiorno e del 64% nel Centro-Nord. A livello regionale il tasso piu' alto si registra in Abruzzo (56,8%), il più basso in Campania, dove continua a lavorare meno del 40% della popolazione in eta' da lavoro. In valori assoluti, crescono gli occupati in Abruzzo (+13.300), Puglia (+11.600), Sardegna (+8.300), Calabria (+3.900) e Basilicata (+2.500). In calo invece in Molise (- 1.100), Sicilia (-7.300) e Campania (-16.700).
Nel Mezzogiorno, il tasso di occupazione giovanile per la classe 25-34 anni è giunto nel 2011 ad appena il 47,6%, pari cioè a meno di un giovane su due, a fronte del 75% del Centro-Nord, cioè di 3 impiegati su 4. Situazione drammatica per le giovani donne meridionali, ferme nel 2011, al 24%, pari a meno di una su quattro in età lavorativa, che spinge le stesse di fatto a una segregazione occupazionale rispetto sia ai maschi che alle altre donne italiane.

Fonte: Il Dispaccio
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"Ci vorrebbero 400 anni per recuperare lo svantaggio che separa il Sud dal Nord": è dello Svimez, l'istituto che monitora lo sviluppo nel Mezzogiorno, la durissima sentenza che condanna il Meridione a eterno fanalino di coda dell'Italia. E la Calabria è – fra le regioni del Sud – ancora una volta in fondo a tutte le classifiche.

Stando ai dati dello Svimez infatti, in termini di Pil pro capite, il Mezzogiorno nel 2011 ha confermato lo stesso livello del 57,7% del valore del Centro Nord del 2010. In un decennio il recupero del gap è stato soltanto di un punto e mezzo percentuale, dal 56,1% al 57,7%.
In valori assoluti, a livello nazionale, la Calabria con 16.603 euro l'anno, si attesta al penultimo posto. Peggio, fa solo la Campania.

E anche sul fronte occupazione le cose vanno tutt'altro che bene. Secondo lo Svimez, gli irregolari in Italia arrivano a 2 milioni 900mila unità, di cui 1 milione e 200mila al Sud. A livello di settore, nel 2011 al Sud è irregolare un lavoratore su 4 in agricoltura (25%), il 22% nelle costruzioni, il 14% nell'industria. E se è vero che la Calabria fa registrare un dato positivo sul fronte dell'aumento degli occupati, 185mila di questi lavorano a nero.
"E' vera emergenza occupazionale nel Mezzogiorno soprattutto per i giovani: in particolare -, segnala la Svimez -, "in tre anni, dal 2008 al 2011, gli under 34 che hanno perso il lavoro al Sud sono stati 329mila". Nel 2011 il tasso di occupazione in eta' 15-64 e' stato del 44% nel Mezzogiorno e del 64% nel Centro-Nord. A livello regionale il tasso piu' alto si registra in Abruzzo (56,8%), il più basso in Campania, dove continua a lavorare meno del 40% della popolazione in eta' da lavoro. In valori assoluti, crescono gli occupati in Abruzzo (+13.300), Puglia (+11.600), Sardegna (+8.300), Calabria (+3.900) e Basilicata (+2.500). In calo invece in Molise (- 1.100), Sicilia (-7.300) e Campania (-16.700).
Nel Mezzogiorno, il tasso di occupazione giovanile per la classe 25-34 anni è giunto nel 2011 ad appena il 47,6%, pari cioè a meno di un giovane su due, a fronte del 75% del Centro-Nord, cioè di 3 impiegati su 4. Situazione drammatica per le giovani donne meridionali, ferme nel 2011, al 24%, pari a meno di una su quattro in età lavorativa, che spinge le stesse di fatto a una segregazione occupazionale rispetto sia ai maschi che alle altre donne italiane.

Fonte: Il Dispaccio

 
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