giovedì 30 agosto 2012

Antonio Cucco Fiore aderisce all'appello a Pino Aprile

Antonio Cucco Fiore, imprenditore pugliese, presidente di Murgiamadre e tra i protagonisti del libro di Pino Aprile, Giù al Sud, aderisce all'appello.

A 24 anni lavorava nella City. Selezionava personale per le più grandi banche d’affari del mondo (Merrill Lynch, assorbita dalla Bank of America, Goldman Sachs, Lehman Brothers, morta con il crollo di Wall Street, Barclays Capital, Bnp Paribas, Unicredit).
 
Un giorno Antonio Cucco Fiore, nato nell’81, ha deciso di tirare un calcio alla vita londinese e cominciare a giocare in casa. Il pallone era bello e sistemato su un campo di Gravina in Puglia, sua città natale, da un pezzo. Solo che nessuno ci aveva fatto mai caso. Ma lui, che il fiuto ce l’ha e l’ha affinato all’estero, è riuscito a prenderlo al volo e a farne una delle ricchezze della sua città. Il discorso non ha niente di metaforico. E questa è la storia di un ragazzo che, dopo aver fatto tante esperienze di lavoro e vita fuori dai confini nazionali, ha sentito il richiamo della sua terra, il tacco d’Italia, e lì ha cominciato a pensare di commercializzare in modo serio il pallone, che è un formaggio di origine antichissime.
Ma come ha fatto Antonio, con una laurea in Economia Aziendale all’Università di Bari, un Master of Busieness Administration all’ University of Buckingham di Londra, a lasciare una vita dinamica, una città ben organizzata per una cittadina come Gravina in Puglia?

Leggi la sua intervista sul blog tipitosti.com
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Antonio Cucco Fiore, imprenditore pugliese, presidente di Murgiamadre e tra i protagonisti del libro di Pino Aprile, Giù al Sud, aderisce all'appello.

A 24 anni lavorava nella City. Selezionava personale per le più grandi banche d’affari del mondo (Merrill Lynch, assorbita dalla Bank of America, Goldman Sachs, Lehman Brothers, morta con il crollo di Wall Street, Barclays Capital, Bnp Paribas, Unicredit).
 
Un giorno Antonio Cucco Fiore, nato nell’81, ha deciso di tirare un calcio alla vita londinese e cominciare a giocare in casa. Il pallone era bello e sistemato su un campo di Gravina in Puglia, sua città natale, da un pezzo. Solo che nessuno ci aveva fatto mai caso. Ma lui, che il fiuto ce l’ha e l’ha affinato all’estero, è riuscito a prenderlo al volo e a farne una delle ricchezze della sua città. Il discorso non ha niente di metaforico. E questa è la storia di un ragazzo che, dopo aver fatto tante esperienze di lavoro e vita fuori dai confini nazionali, ha sentito il richiamo della sua terra, il tacco d’Italia, e lì ha cominciato a pensare di commercializzare in modo serio il pallone, che è un formaggio di origine antichissime.
Ma come ha fatto Antonio, con una laurea in Economia Aziendale all’Università di Bari, un Master of Busieness Administration all’ University of Buckingham di Londra, a lasciare una vita dinamica, una città ben organizzata per una cittadina come Gravina in Puglia?

Leggi la sua intervista sul blog tipitosti.com

L'Associazione Sacco e Vanzetti aderisce all'appello a Pino Aprile

Matteo Merolla, Presidente Associazione Sacco e Vanzetti, ha aderito con entusiasmo all'appello a Pino Aprile.

Ringraziamo il dott. Merolla per l'adesione e gli diamo appuntamento l'otto settembre a Margherita di Savoia
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Matteo Merolla, Presidente Associazione Sacco e Vanzetti, ha aderito con entusiasmo all'appello a Pino Aprile.

Ringraziamo il dott. Merolla per l'adesione e gli diamo appuntamento l'otto settembre a Margherita di Savoia

mercoledì 29 agosto 2012

Il blog nazionale del Partito del Sud supera il traguardo del 1° Milione di visite!




Annunciamo con piacere che il nostro blog nazionale:


ha superato il milione di pagine viste dopo soli 4 anni dalla sua nascita, diventando presto uno dei siti più visitati dell'intera galassia meridionalista.

I nostri complimenti in primis a Natale Cuccurese, il nostro Co-Presidente nazionale, che l'ha fondato ed a Rosanna Gadaleta che ha curate l'ultimo restyling, oltre a tutti gli amici del Partito del Sud che hanno collaborato non solo a crearlo, ma soprattutto ad alimentarlo con diversi articoli ed a rinnovare periodicamente il nostro blog per renderlo sempre più interessante e punto di riferimento.

Enzo Riccio
Segr. Org. Nazionale
Partito del Sud


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Annunciamo con piacere che il nostro blog nazionale:


ha superato il milione di pagine viste dopo soli 4 anni dalla sua nascita, diventando presto uno dei siti più visitati dell'intera galassia meridionalista.

I nostri complimenti in primis a Natale Cuccurese, il nostro Co-Presidente nazionale, che l'ha fondato ed a Rosanna Gadaleta che ha curate l'ultimo restyling, oltre a tutti gli amici del Partito del Sud che hanno collaborato non solo a crearlo, ma soprattutto ad alimentarlo con diversi articoli ed a rinnovare periodicamente il nostro blog per renderlo sempre più interessante e punto di riferimento.

Enzo Riccio
Segr. Org. Nazionale
Partito del Sud


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sabato 25 agosto 2012

Cgia: con euro prezzi aumentati del 25%, soprattutto al sud


A dieci anni dall'introduzione dell'euro i prezzi sono aumentati soprattutto al Sud e, a differenza di quanto si possa credere, l'impennata non ha riguardato gli alimentari, l'abbigliamento/calzature o la ristorazione, ma soprattutto le bevande alcoliche e i tabacchi, le ristrutturazioni/manutenzioni edilizie, gli affitti delle abitazioni e i combustibili/bollette domestiche, nonche' i trasporti. A confermarlo sono i dati statistici elaborati dall'Ufficio Studi della Cgia di Mestre. Tra il 2002 e il luglio di quest'anno, l'inflazione media italiana e' cresciuta del 24,9%. In Calabria si e' registrato l'incremento regionale piu' elevato: +31,6%. Seguono la Campania, con il +28,9%, la Sicilia, con il +27,6%, e la Basilicata, con il +26,9%. Le meno interessate dal 'caro prezzi', invece, sono state la Lombardia, con un'inflazione regionale del +23%, la Toscana, con il +22,4%, il Veneto, con il +22,3% e, ultimo della graduatoria, il Molise, dove l'inflazione e' lievitata 'solo' del 21,7% .
Fonte: La Repubblica

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A dieci anni dall'introduzione dell'euro i prezzi sono aumentati soprattutto al Sud e, a differenza di quanto si possa credere, l'impennata non ha riguardato gli alimentari, l'abbigliamento/calzature o la ristorazione, ma soprattutto le bevande alcoliche e i tabacchi, le ristrutturazioni/manutenzioni edilizie, gli affitti delle abitazioni e i combustibili/bollette domestiche, nonche' i trasporti. A confermarlo sono i dati statistici elaborati dall'Ufficio Studi della Cgia di Mestre. Tra il 2002 e il luglio di quest'anno, l'inflazione media italiana e' cresciuta del 24,9%. In Calabria si e' registrato l'incremento regionale piu' elevato: +31,6%. Seguono la Campania, con il +28,9%, la Sicilia, con il +27,6%, e la Basilicata, con il +26,9%. Le meno interessate dal 'caro prezzi', invece, sono state la Lombardia, con un'inflazione regionale del +23%, la Toscana, con il +22,4%, il Veneto, con il +22,3% e, ultimo della graduatoria, il Molise, dove l'inflazione e' lievitata 'solo' del 21,7% .
Fonte: La Repubblica

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venerdì 24 agosto 2012

Aggredito Francesco Borrelli, Responsabile dei Verdi in Campania !


Da Partito del Sud - Napoli: Esprimiamo piena solidarietà, come dirigenti ed iscritti del Partito del Sud, al nostro amico Francesco Emilio Borrelli, Responsabile dei Verdi in Campania e neo assessore all'ambiente della giunta del Comune di San Giorgio a Cremano (Na), per la vile aggressione subita ieri 22 Agosto da prostitute nella zona periferica di Napoli, mentre era intento a fotografare quei luoghi di degrado ambientale ed umano per documentarne lo stato d'indicibile abbandono e lo status quo.

Andrea Balìa

NAPOLI - «Ieri sera sono stato aggredito da alcune prostitute nella Via Repubbliche Marinare angolo Via delle Brecce mentre avevo iniziato a fotografare le strade piene di donne e travestiti che intorno alle 20 avevano preso totalmente possesso del territorio. Volevo documentare lo status quo di una dei tanti luoghi di Napoli invasi da queste persone chiaramente nelle mani della criminalità». A renderlo noto è il commissario regionale dei Verdi, Francesco Emilio Borrelli. «Ero a debita distanza e non mi sono accorto che tre donne certamente di origine africana si erano appostate alle mie spalle e così mi hanno improvvisamente aggredito tentando di levarmi la macchina fotografica digitale di mano - racconta - Una mi ha afferrato la mano, un'altra mi morso sulla spalla e la terza mi ha infilato una mano nella tasca della giacca strappandomela». 
«Una delle donne da cui mi ero divincolato - continua Borrelli - mi ha improvvisamente lanciato una bottiglia addosso che mi ha colpito alla testa. Anche dall'altra parte della strada sono cominciate a volare bottiglie di vetro da parte di altre prostitute verso la mia persona ed il mio scooter che mi hanno colpito di nuovo in testa e in vari punti del corpo. Per fortuna avevo il casco e sono riuscito a fuggire e a chiamare la Polizia che dopo circa 30 minuti mi ha raggiunto in un stazione di servizio vicina e mi ha riaccompagnato sul luogo dell'aggressione da cui ovviamente erano scappate tutte queste donne ma erano rimaste le bottiglie di vetro e alcuni oggetti sparsi per strada che si trovavano nella tasca strappata della mia giacca».
La polizia mi ha accompagnato a farmi refertare all' Ospedale Vecchio Pellegrini - conclude Borrelli - dove hanno riscontrato una contusione della regione lombare destra e mi hanno dato tre giorni di prognosi. Poi ho denunciato l' accaduto in Questura dove sono rimasto fino alle 23.15 circa. 
Credo che questo terribile episodio possa servire a far capire a tutti quanti che la situazione della prostituzione non può restare come è oggi tollerata in modo ipocrita da tutti per non affrontare il problema. Queste povere persone chiaramente in mano alla criminalità rappresentano un pericolo per se stesse e per la collettività. Ritengo che la proposta del Sindaco di Napoli di metterle in luoghi controllati e protetti sia il modo migliore per difenderle e per arginare un fenomeno che oramai ha invaso tutti i quartieri della città. 
A chi ipocritamente continua a dire che la prostituzione non si combatte legalizzandola io rispondo che è meglio controllarla e gestirla da parte dello Stato facendo pagare a queste persone anche le tasse che lasciare tutto nelle mani della camorra come avviene oggi». 
«Esprimiamo piena solidarietà a Francesco Emilio Borrelli - aggiungono il capogruppo dei Verdi Ecologisti al comune di Napoli Carmine Attanasio insieme al segretario provinciale del Sole che Ride Carlo Ceparano - che ha solo svolto una normale azione di cittadino attivo. Non dovrebbe essere pericoloso girare per alcune strade della città note alle forze dell'ordine e rischiare la vita ma soprattutto non è tollerabile che si continui a non fare nulla per arginare e controllare il fenomeno della prostituzione a Napoli ed in Italia».


Fonte : www.ilmattino.it

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Da Partito del Sud - Napoli: Esprimiamo piena solidarietà, come dirigenti ed iscritti del Partito del Sud, al nostro amico Francesco Emilio Borrelli, Responsabile dei Verdi in Campania e neo assessore all'ambiente della giunta del Comune di San Giorgio a Cremano (Na), per la vile aggressione subita ieri 22 Agosto da prostitute nella zona periferica di Napoli, mentre era intento a fotografare quei luoghi di degrado ambientale ed umano per documentarne lo stato d'indicibile abbandono e lo status quo.

Andrea Balìa

NAPOLI - «Ieri sera sono stato aggredito da alcune prostitute nella Via Repubbliche Marinare angolo Via delle Brecce mentre avevo iniziato a fotografare le strade piene di donne e travestiti che intorno alle 20 avevano preso totalmente possesso del territorio. Volevo documentare lo status quo di una dei tanti luoghi di Napoli invasi da queste persone chiaramente nelle mani della criminalità». A renderlo noto è il commissario regionale dei Verdi, Francesco Emilio Borrelli. «Ero a debita distanza e non mi sono accorto che tre donne certamente di origine africana si erano appostate alle mie spalle e così mi hanno improvvisamente aggredito tentando di levarmi la macchina fotografica digitale di mano - racconta - Una mi ha afferrato la mano, un'altra mi morso sulla spalla e la terza mi ha infilato una mano nella tasca della giacca strappandomela». 
«Una delle donne da cui mi ero divincolato - continua Borrelli - mi ha improvvisamente lanciato una bottiglia addosso che mi ha colpito alla testa. Anche dall'altra parte della strada sono cominciate a volare bottiglie di vetro da parte di altre prostitute verso la mia persona ed il mio scooter che mi hanno colpito di nuovo in testa e in vari punti del corpo. Per fortuna avevo il casco e sono riuscito a fuggire e a chiamare la Polizia che dopo circa 30 minuti mi ha raggiunto in un stazione di servizio vicina e mi ha riaccompagnato sul luogo dell'aggressione da cui ovviamente erano scappate tutte queste donne ma erano rimaste le bottiglie di vetro e alcuni oggetti sparsi per strada che si trovavano nella tasca strappata della mia giacca».
La polizia mi ha accompagnato a farmi refertare all' Ospedale Vecchio Pellegrini - conclude Borrelli - dove hanno riscontrato una contusione della regione lombare destra e mi hanno dato tre giorni di prognosi. Poi ho denunciato l' accaduto in Questura dove sono rimasto fino alle 23.15 circa. 
Credo che questo terribile episodio possa servire a far capire a tutti quanti che la situazione della prostituzione non può restare come è oggi tollerata in modo ipocrita da tutti per non affrontare il problema. Queste povere persone chiaramente in mano alla criminalità rappresentano un pericolo per se stesse e per la collettività. Ritengo che la proposta del Sindaco di Napoli di metterle in luoghi controllati e protetti sia il modo migliore per difenderle e per arginare un fenomeno che oramai ha invaso tutti i quartieri della città. 
A chi ipocritamente continua a dire che la prostituzione non si combatte legalizzandola io rispondo che è meglio controllarla e gestirla da parte dello Stato facendo pagare a queste persone anche le tasse che lasciare tutto nelle mani della camorra come avviene oggi». 
«Esprimiamo piena solidarietà a Francesco Emilio Borrelli - aggiungono il capogruppo dei Verdi Ecologisti al comune di Napoli Carmine Attanasio insieme al segretario provinciale del Sole che Ride Carlo Ceparano - che ha solo svolto una normale azione di cittadino attivo. Non dovrebbe essere pericoloso girare per alcune strade della città note alle forze dell'ordine e rischiare la vita ma soprattutto non è tollerabile che si continui a non fare nulla per arginare e controllare il fenomeno della prostituzione a Napoli ed in Italia».


Fonte : www.ilmattino.it

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domenica 19 agosto 2012

Patruno: "Il Mezzogiorno sarà l'ora da cui tutto ripartirà"


di Maria Curci
patruno
“Ricomincio da Sud. E’ qui il futuro d’Italia”, prodotto da Rubbettino Editore, è l’ultima opera letteraria di una delle voci e penne del Sud, tra le più autorevoli sulla questione meridionale: il giornalista e saggista  Lino Patruno.
Da appassionato meridionalista, l’ex direttore della Gazzetta del Mezzogiorno invita ad intraprendere un viaggio di scoperta circumnavigando, ma soprattutto attraversando, per intero il Meridione: “Una visita guidata che spezzi il monopolio di un Sud mai descritto da se stesso, ma sempre pensato da altri solo come divario e sottosviluppo.”
Un viaggio che l’autore intraprende portando i lettori, specie se conterranei, a squarciare il velo su aspetti della propria terra, che ancora volutamente o inconsapevolmente s’ignorano. Un Meridione che conta eccellenze di un certo rispetto e di cui Patruno ci mette a conoscenza, deliziandoci con un provocatorio, tendente quasi al rimprovero, “Lo sapevate che?”.  Per poi quasi sentenziare: “vedremo, come dicono i filosofi, che dove crescono i mali fioriscono le possibilità di salvezza. Vedremo che Mezzogiorno è l’ora dalla quale ripartirà tutto.
L'INTERVISTA:
“Alle sponde del Mediterraneo”, “Alla riscossa terroni. Perché il Sud non è diventato ricco. Il caso Puglia”, “Fuoco del Sud. La ribollente galassia dei Movimenti Meridionali”, sono i titoli di alcuni dei libri da Lei scritti, fino ad arrivare all’ultimo nato “Ricomincio da Sud. E’ qui il futuro d’Italia”, tutti riguardanti la questione meridionale. Questo vituperato, e al contempo osannato, Sud - nonostante la globalizzazione economica mondiale, nonostante gli onnipresenti pruriti secessionistici di qualche politicante con annesso manipolo di seguaci, nonostante la più volte declamata inerzia dei suoi abitanti - è riuscito seppur arrancando (come, d’altronde, da tradizione secolare) ad arrivare al XXI secolo. Detto questo si può dire, senza remore, che questo Sud tutto è sempre stato fuorché arrendevole?
Vorrei sicuramente dire che è così, ma direi una mezza bugia. Col suo sacrificio, con la sua laboriosità, col suo rigore morale il Sud d’Italia è riuscito a resistere: non dimentichiamo che, nonostante tutto, fa parte del 15% più ricco del mondo e che senza Sud non esisterebbe neanche l’Italia, nonostante le panzane che raccontano i leghisti. E non ci sarebbe neanche un Nord senza questo Sud. Tuttavia, non si può dire che il Sud non sia stato arrendevole, che sia vissuto più che sopravvissuto. Era difficile combattere contro un sistema di potere nordico forte delle sue banche, delle sue grandi aziende, della sua finanza, dei suoi giornali. Ma pochi rappresentanti del Sud, e non solo quelli politici, ci hanno provato. E’ valso il famoso meccanismo: noi vi diamo soldi (coi quali acquistate i nostri prodotti), voi ci date i voti per lasciare tutto come sta e stiamo contenti tutti. Ma il Sud non poteva esserne contento: infatti dal Sud si continua a emigrare.
In seno alla questione meridionale si sono spesso addossate larghe fette di responsabilità ai governi centrali che si sono susseguiti nel corso degli anni sulla scena politica nazionale, oltre che locale. Adesso che a farla da padrone è un governo noto più per la sua tecnicità che per un’appartenenza politica vera e propria, pensa si stiano ponendo le basi per una effettiva regolarizzazione del Sud oppure questa prospettiva è ancora ben lungi dall’essere realizzata?
Assolutamente no. Anche questo governo, e non per sua responsabilità, si trova a operare in situazione di emergenza: occorre anzitutto ridurre il debito. Ma per ridurre il debito non basta tagliare, bisogna anche crescere: e il solo posto in cui l’Italia può crescere è il Sud. Però si fa finta di niente. Anzi si continua a dire che, se riprenderà a marciare la locomotiva del Nord, tutta l’Italia (cioè il Sud) verrà appresso come un vagone. Ma è per questo che, anche quando è cresciuta, l’Italia è cresciuta molto meno di quanto avrebbe potuto. Perché ha il tesoro del Sud, dove tanto si può fare, ma continua a ignorarlo.
In “Ricomincio da Sud. E’ qui il futuro d’Italia”, Lei sostiene che le rivoluzioni per mezzo di Internet di Tunisia, Egitto e Libia in realtà non hanno portato tutta la democrazia desiderata ma perlomeno hanno aiutato questi Paesi a rimettersi in moto. Pensa che potrebbe mai esserci un movimento sulla falsariga di quello della “primavera araba” anche qui nel Mezzogiorno?
Forse c’è già, bisogna solo mettere l’orecchio per terra e capire dove vanno i cavalli, come si faceva nel Far West. Ci sono al Sud giovani che emigrano, ma ci sono anche quelli che restano, come ci sono quelli che tornano. E c’è una società civile molto meno dormiente di quanto sembri. E poi, l’ombelico del mondo si sposta verso il Mediterraneo. Ci sono, sull’altra sponda, 160 milioni di giovani con meno di trent’anni: e i giovani sono una forza esplosiva, come le rivoluzioni via internet hanno dimostrato.
A dominare la scena della cronaca nazionale in questi giorni è la questione tarantina rappresentata dal caso Ilva (di cui Affari stesso se n’è occupato nel dossier “Il Patto D’Acciaio”, Affari Italiani Editore) e dal conseguente spettro della disoccupazione che affligge i lavoratori dello stabilimento siderurgico. Lei che opinioni ha avuto modo di formarsi in merito?  
L’Ilva è un simbolo del lavoro del Sud: difendere il lavoro anche a costo della salute. Mai il Sud avrebbe dovuto essere in tali condizioni. Ma ora che il problema si è imposto, il progresso del Sud e dell’Italia dovrà passare attraverso tante altre simboliche Ilva che ci sono al Sud, e tante altre da crearne su nuove basi. Il futuro è a Sud.  
Fonte: Affaritaliani.it

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di Maria Curci
patruno
“Ricomincio da Sud. E’ qui il futuro d’Italia”, prodotto da Rubbettino Editore, è l’ultima opera letteraria di una delle voci e penne del Sud, tra le più autorevoli sulla questione meridionale: il giornalista e saggista  Lino Patruno.
Da appassionato meridionalista, l’ex direttore della Gazzetta del Mezzogiorno invita ad intraprendere un viaggio di scoperta circumnavigando, ma soprattutto attraversando, per intero il Meridione: “Una visita guidata che spezzi il monopolio di un Sud mai descritto da se stesso, ma sempre pensato da altri solo come divario e sottosviluppo.”
Un viaggio che l’autore intraprende portando i lettori, specie se conterranei, a squarciare il velo su aspetti della propria terra, che ancora volutamente o inconsapevolmente s’ignorano. Un Meridione che conta eccellenze di un certo rispetto e di cui Patruno ci mette a conoscenza, deliziandoci con un provocatorio, tendente quasi al rimprovero, “Lo sapevate che?”.  Per poi quasi sentenziare: “vedremo, come dicono i filosofi, che dove crescono i mali fioriscono le possibilità di salvezza. Vedremo che Mezzogiorno è l’ora dalla quale ripartirà tutto.
L'INTERVISTA:
“Alle sponde del Mediterraneo”, “Alla riscossa terroni. Perché il Sud non è diventato ricco. Il caso Puglia”, “Fuoco del Sud. La ribollente galassia dei Movimenti Meridionali”, sono i titoli di alcuni dei libri da Lei scritti, fino ad arrivare all’ultimo nato “Ricomincio da Sud. E’ qui il futuro d’Italia”, tutti riguardanti la questione meridionale. Questo vituperato, e al contempo osannato, Sud - nonostante la globalizzazione economica mondiale, nonostante gli onnipresenti pruriti secessionistici di qualche politicante con annesso manipolo di seguaci, nonostante la più volte declamata inerzia dei suoi abitanti - è riuscito seppur arrancando (come, d’altronde, da tradizione secolare) ad arrivare al XXI secolo. Detto questo si può dire, senza remore, che questo Sud tutto è sempre stato fuorché arrendevole?
Vorrei sicuramente dire che è così, ma direi una mezza bugia. Col suo sacrificio, con la sua laboriosità, col suo rigore morale il Sud d’Italia è riuscito a resistere: non dimentichiamo che, nonostante tutto, fa parte del 15% più ricco del mondo e che senza Sud non esisterebbe neanche l’Italia, nonostante le panzane che raccontano i leghisti. E non ci sarebbe neanche un Nord senza questo Sud. Tuttavia, non si può dire che il Sud non sia stato arrendevole, che sia vissuto più che sopravvissuto. Era difficile combattere contro un sistema di potere nordico forte delle sue banche, delle sue grandi aziende, della sua finanza, dei suoi giornali. Ma pochi rappresentanti del Sud, e non solo quelli politici, ci hanno provato. E’ valso il famoso meccanismo: noi vi diamo soldi (coi quali acquistate i nostri prodotti), voi ci date i voti per lasciare tutto come sta e stiamo contenti tutti. Ma il Sud non poteva esserne contento: infatti dal Sud si continua a emigrare.
In seno alla questione meridionale si sono spesso addossate larghe fette di responsabilità ai governi centrali che si sono susseguiti nel corso degli anni sulla scena politica nazionale, oltre che locale. Adesso che a farla da padrone è un governo noto più per la sua tecnicità che per un’appartenenza politica vera e propria, pensa si stiano ponendo le basi per una effettiva regolarizzazione del Sud oppure questa prospettiva è ancora ben lungi dall’essere realizzata?
Assolutamente no. Anche questo governo, e non per sua responsabilità, si trova a operare in situazione di emergenza: occorre anzitutto ridurre il debito. Ma per ridurre il debito non basta tagliare, bisogna anche crescere: e il solo posto in cui l’Italia può crescere è il Sud. Però si fa finta di niente. Anzi si continua a dire che, se riprenderà a marciare la locomotiva del Nord, tutta l’Italia (cioè il Sud) verrà appresso come un vagone. Ma è per questo che, anche quando è cresciuta, l’Italia è cresciuta molto meno di quanto avrebbe potuto. Perché ha il tesoro del Sud, dove tanto si può fare, ma continua a ignorarlo.
In “Ricomincio da Sud. E’ qui il futuro d’Italia”, Lei sostiene che le rivoluzioni per mezzo di Internet di Tunisia, Egitto e Libia in realtà non hanno portato tutta la democrazia desiderata ma perlomeno hanno aiutato questi Paesi a rimettersi in moto. Pensa che potrebbe mai esserci un movimento sulla falsariga di quello della “primavera araba” anche qui nel Mezzogiorno?
Forse c’è già, bisogna solo mettere l’orecchio per terra e capire dove vanno i cavalli, come si faceva nel Far West. Ci sono al Sud giovani che emigrano, ma ci sono anche quelli che restano, come ci sono quelli che tornano. E c’è una società civile molto meno dormiente di quanto sembri. E poi, l’ombelico del mondo si sposta verso il Mediterraneo. Ci sono, sull’altra sponda, 160 milioni di giovani con meno di trent’anni: e i giovani sono una forza esplosiva, come le rivoluzioni via internet hanno dimostrato.
A dominare la scena della cronaca nazionale in questi giorni è la questione tarantina rappresentata dal caso Ilva (di cui Affari stesso se n’è occupato nel dossier “Il Patto D’Acciaio”, Affari Italiani Editore) e dal conseguente spettro della disoccupazione che affligge i lavoratori dello stabilimento siderurgico. Lei che opinioni ha avuto modo di formarsi in merito?  
L’Ilva è un simbolo del lavoro del Sud: difendere il lavoro anche a costo della salute. Mai il Sud avrebbe dovuto essere in tali condizioni. Ma ora che il problema si è imposto, il progresso del Sud e dell’Italia dovrà passare attraverso tante altre simboliche Ilva che ci sono al Sud, e tante altre da crearne su nuove basi. Il futuro è a Sud.  
Fonte: Affaritaliani.it

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sabato 18 agosto 2012

TabulaRasa 2012: Intervista a Pino Aprile

http://www.youtube.com/watch?v=3rNZPK-k_lQ .

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http://www.youtube.com/watch?v=3rNZPK-k_lQ .

venerdì 17 agosto 2012

Merlo del "Venerdì" di "la Repubblica" ci risponde. Il nostro commento...


due settimane fa sull'allegato "il Venerdì" de "la Repubblica", il giornalista Merlo scrisse un pezzo sui tatuaggi molto interessante, ma dove ci infilò un pò di solita retorica antimeridionale su d'una presunta volgarità napoletana che tenderebbe ad infettare l'Italia. Protestammo con un nostro scritto che inviammo alla redazione e ci fu scritto che oggi, in data 17 Agosto, egli ci avrebbe risposto. E infatti la risposta è giunta, così come la nostra controrisposta che gli abbiamo già inviato.
Pubblichiamo qui il tutto :




"NAPOLI E I TATATUAGGI RICORDANDO CROCE"

Caro Balìa, rispondo a lei, a tutti gli amici napoletani, e anche a quei quattro scalmanati con la coda di paglia che degradano il Campanile alla più bieca delle curve da stadio, non cittadini ma tifosi ultrà. Io sono siciliano, con la gioia d'essere figlio di una napoletana, e dunque non ho certo bisogno di fare retorica meridionalista e partenopea, e di ricordare che napoletana la sola aristocrazia europea d'Italia, che è meridionale la lingua italiana, per non parlare della buona cucina, del buon gusto, della cultura, sia raffinata e sia popolare, pernacchia compresa. Come si vede, io non sono neppure refrattario ad un sano campanilismo, forse perchè non ho la fortuna di vivere a Napoli e perciò di stancarmene. Ma la radicata idea che espressionismo creativo e volgarità siano molto meridionali e dunque napoletani non è solo pregiudizio, altrimenti Napoli non sarebbe la città delle esagerazioni : letterarie come Gomorra, artistiche come  Eduardo e come Garrone, politiche come Bassolino De Magistris, neomelodiche come Gigi D'Alessio, criminali come i Casalesi, comiche come Totò...Benedetto Croce diceva che Napoli è il "paradiso abitato da diavoli". Questo giudizio, che Croce deduceva da secoli di  storia e di vita artistica e letteraria, è un tatuaggio indelebile sul corpo di Napoli, falso e al tempo stesso vero come tutti i tatuaggi, anzi <>.
Francesco Merlo 


la nostra "controrisposta" :

Egregio Merlo,
apprezzo e ringrazio per la sua risposta.
La quale, pur volendo smarcarsi da una retorica antimeridionale, nei fatti la conferma. Lei cita Croce, monumento della nostra letteratura, ma il buon Don Benedetto scrisse il famoso "Regno di Napoli", dove preferì dedicare 2 terzi del libro a pallosissime spiegazioni d'intrecci dinastici e manco un rigo al brigantaggio e a quei morti (diverse migliaia) causate dal processo unitario. Liquidò tutto con l'ineluttabilità che quell'unità avvenisse, sorvolando su metodi e conseguenze. Quindi anche Croce non è la bibbia e il suo "paradiso abitato da diavoli" è pieno di pregiudizi e luoghi comuni. I napoletani sono quel che sono, forse eccessivi come Lei dice, ma niente di più e quel suo "volgari" mi conceda è gratuito e pressapochista. Anche Bocca era un grande, tranne quando parlava di Sud, dove ci sarebbero voluti gli scappellotti (come si fa con i bambini) ogni volta che dissertava (puro eufemismo!) di Meridione! Sono convinto che Lei essendo siciliano non è antimeridionale (altrimenti sarebbe molto preoccupante), ma ciò che dice è comunque in quel senso diffuso di pregiudizi gratuiti che poi determinano quel che Lei chiama "tifo da curva".
Fuor d'ogni intenzione trascinarLa in una diatriba epistolare, ma tant'è....
Cordialmente

Andrea Balìa


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due settimane fa sull'allegato "il Venerdì" de "la Repubblica", il giornalista Merlo scrisse un pezzo sui tatuaggi molto interessante, ma dove ci infilò un pò di solita retorica antimeridionale su d'una presunta volgarità napoletana che tenderebbe ad infettare l'Italia. Protestammo con un nostro scritto che inviammo alla redazione e ci fu scritto che oggi, in data 17 Agosto, egli ci avrebbe risposto. E infatti la risposta è giunta, così come la nostra controrisposta che gli abbiamo già inviato.
Pubblichiamo qui il tutto :




"NAPOLI E I TATATUAGGI RICORDANDO CROCE"

Caro Balìa, rispondo a lei, a tutti gli amici napoletani, e anche a quei quattro scalmanati con la coda di paglia che degradano il Campanile alla più bieca delle curve da stadio, non cittadini ma tifosi ultrà. Io sono siciliano, con la gioia d'essere figlio di una napoletana, e dunque non ho certo bisogno di fare retorica meridionalista e partenopea, e di ricordare che napoletana la sola aristocrazia europea d'Italia, che è meridionale la lingua italiana, per non parlare della buona cucina, del buon gusto, della cultura, sia raffinata e sia popolare, pernacchia compresa. Come si vede, io non sono neppure refrattario ad un sano campanilismo, forse perchè non ho la fortuna di vivere a Napoli e perciò di stancarmene. Ma la radicata idea che espressionismo creativo e volgarità siano molto meridionali e dunque napoletani non è solo pregiudizio, altrimenti Napoli non sarebbe la città delle esagerazioni : letterarie come Gomorra, artistiche come  Eduardo e come Garrone, politiche come Bassolino De Magistris, neomelodiche come Gigi D'Alessio, criminali come i Casalesi, comiche come Totò...Benedetto Croce diceva che Napoli è il "paradiso abitato da diavoli". Questo giudizio, che Croce deduceva da secoli di  storia e di vita artistica e letteraria, è un tatuaggio indelebile sul corpo di Napoli, falso e al tempo stesso vero come tutti i tatuaggi, anzi <>.
Francesco Merlo 


la nostra "controrisposta" :

Egregio Merlo,
apprezzo e ringrazio per la sua risposta.
La quale, pur volendo smarcarsi da una retorica antimeridionale, nei fatti la conferma. Lei cita Croce, monumento della nostra letteratura, ma il buon Don Benedetto scrisse il famoso "Regno di Napoli", dove preferì dedicare 2 terzi del libro a pallosissime spiegazioni d'intrecci dinastici e manco un rigo al brigantaggio e a quei morti (diverse migliaia) causate dal processo unitario. Liquidò tutto con l'ineluttabilità che quell'unità avvenisse, sorvolando su metodi e conseguenze. Quindi anche Croce non è la bibbia e il suo "paradiso abitato da diavoli" è pieno di pregiudizi e luoghi comuni. I napoletani sono quel che sono, forse eccessivi come Lei dice, ma niente di più e quel suo "volgari" mi conceda è gratuito e pressapochista. Anche Bocca era un grande, tranne quando parlava di Sud, dove ci sarebbero voluti gli scappellotti (come si fa con i bambini) ogni volta che dissertava (puro eufemismo!) di Meridione! Sono convinto che Lei essendo siciliano non è antimeridionale (altrimenti sarebbe molto preoccupante), ma ciò che dice è comunque in quel senso diffuso di pregiudizi gratuiti che poi determinano quel che Lei chiama "tifo da curva".
Fuor d'ogni intenzione trascinarLa in una diatriba epistolare, ma tant'è....
Cordialmente

Andrea Balìa


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mercoledì 15 agosto 2012

“Il paese si inverte, ora è il Sud a creare imprese”


Il numero di imprenditori, ricorda il sociologo Ilvo Diamanti, è calato nel 2011 di 25mila unità rispetto al 2010. "Imprenditore" e "Nord" sembrano spesso sinonimi, ma dice a Linkiesta lo scrittore Pino Aprile citando dati delle camere di commercio, «ora il  31 per cento delle nuove imprese nascono al Sud». Certo, aggiunge, spesso questo accade perché non ci sono alternative: se non trovi lavoro te lo devi creare. La provincia dove nascono più imprese under 35? Enna.

«La maggior parte delle nuove imprese italiane, specie quelle create da giovani e da donne, nasce al Sud». Altro che assistenzialismo. Secondo lo scrittore Pino Aprile - autore di “Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali” e “Giù al Sud. Perché i terroni salverano l’Italia” - sta nascendo una nuova generazione di Meridionali. La rete li ha liberati dall’isolamento infrastrutturale a cui «politiche ed economie razziste e colonialiste» avevano costretto i padri. Ora si lanciano alla conquista del mercato. Il 6 per cento degli spin off per creare nuove aziende viene dalla Puglia, dove da qualche anno la Regione finanzia con poche migliaia di euro i progetti più interessanti. La provincia dove nascono più imprese under 35? Enna. Quella dove eccelle l’imprenditoria al femminile? Benevento. «È un nuovo Sud che sta sorgendo - racconta Aprile - ma i grandi giornali non si scomodano a raccontarlo. Non c’è mafia né monnezza. Non fa notizia». Giovani che spesso si scontrano con realtà difficili. «La principale azienda italiana di distribuzione farmaceutica si trova a Matera. Una città senza autostrada, ferrovia e aeroporto». Intanto si inverte la tendenza: sempre più ragazzi decidono di restare al Sud. E chi se n’è andato in cerca di lavoro, adesso torna.
I dati che ha raccolto dalle camere di commercio sembrano dipingere un Paese diverso da come viene raccontato.
Il 31 per cento delle nuove imprese nascono al Sud. E il ruolo principale lo giocano giovani e donne. Certo, spesso questo accade perché non ci sono alternative: se non trovi lavoro te lo devi creare. Ma i numeri raccontano anche gente che non aspetta, che ha voglia, che si rimbocca le maniche. Nella classifica delle città in cui nasce il maggior numero di aziende create da under 35 e da donne ai primi posti ci sono solo province del Meridione. Lo dicono le statistiche dell’Unione delle Camere di Commercio. Vado a memoria: per quanto riguarda i giovani la realtà più virtuosa è Enna. Nel caso dell’imprenditoria femminile primeggiano a pari merito Benevento e Avellino. Milano? Nella prima classifica è penultima, nella seconda terzultima.
Di che tipo di aziende si tratta e come nascono?
Spesso si tratta di progetti molto innovativi. È interessante osservare la realtà pugliese. Negli ultimi anni sono stati banditi alcuni concorsi pubblici: è il caso del programma “Bollenti Spiriti”, con cui la Regione finanzia progetti ideati e realizzati da giovani pugliesi. Si partecipa presentando le proprie idee. E se queste sono buone vengono finanziate. Parliamo di finanziamenti piccoli: dieci, ventimila euro. Neanche due anni dopo la creazione di questo programma la Regione Puglia partoriva già il 6 per cento di tutti gli spin-off del Paese. Seconda solo al Friuli.
Ad esempio?
Il progetto Blackshape. Frutto di due trentenni di Monopoli che si sono incontrati all’estero. Credevano in se stessi e avevano voglia di tornare in Italia. Insieme hanno creato il velivolo più leggero del mondo (finanziato dalla regione Puglia con ventimila euro, ndr). Interamente realizzato in fibra di carbonio, è diventato un successo mondiale. Alla base di tutto c’era la convinzione di poter fare quello che facevano altrove anche a casa loro. Persino se la casa era al Sud.
Una bella storia.
E poi c’è la ragazza che sta costruendo la metropolitana a Honolulu. È la system manager del progetto, gestisce 1.500milioni di dollari. Viene da Ostuni, si è laureata a 23 anni al Politecnico di Bari. Prima di lavorare negli Stati Uniti ha già progettato altre due metropolitane in Grecia e in Germania. E non sono casi. Il Sud è pieno di episodi del genere. Ci sono grandi reti di associazioni che nessuno racconta. “Io resto in Calabria”, una realtà nata attorno all’esperienza di Pippo Callipo: un industriale che di fronte all’ennesimo attacco della ’ndrangheta alla sua azienda ha deciso di rimanere. Ed è diventato il punto di riferimento di questi ragazzi. Peccato che non ne parla nessuno. A ottobre ci sarà un nuovo raduno dell’associazione a Reggio Calabria. Ma non c’è di mezzo né la mafia né la monnezza: perciò i grandi giornali non si scomoderanno. Questo è un nuovo Sud che sta sorgendo. Ma non fa notizia.
Le istituzioni centrali come si rapportano a questo fenomeno?
Devo riconoscere un grande merito al ministro Barca (Fabrizio, titolare della Coesione territoriale, ndr). Sta operando davvero bene. Non voglio sbilanciarmi e dire che abbiamo trovato la soluzione al problema, ma sicuramente siamo sulla strada giusta. Il ministro viaggia, si muove, parla con la gente. Chiede ai giovani imprenditori di cosa hanno bisogno. E così il suo ministero finanzia progetti che hanno bisogno di pochi soldi ma nascondono grandi idee. È così che si deve fare. Non c’è mica bisogno di enormi quantità di denaro. Solo di interventi giusti, anche di poche migliaia di euro, per sostenere i progetti migliori. Penso all’esperienza di Blackshape, l’azienda di Monopoli nata con pochi fondi, che ha già bisogno di una nuova fabbrica per fare fronte alla tante richieste che arrivano da tutto il mondo. Questi sono ragazzi che in alcuni casi non hanno neppure bisogno di essere aiutati. Solo di non essere fermati.
Giovani imprenditori che spesso devono fare i conti con un gap infrastrutturale rilevante.
Ma lo sa che la più grande e moderna azienda italiana per la distribuzione di medicinali è di Matera? Matera: dove non c’è la ferrovia, non c’è l’autostrada e non c’è l’aeroporto. Ma quanto devono essere bravi questi imprenditori?
I giovani del Sud si scoprono imprenditori per necessità?
Anche. È il caso del fondatore di Jobrapido. Un ragazzo pugliese, di Conversano. Ha studiato a Milano, si è trasferito in Gran Bretagna. Poi a un certo punto gli è venuta la nostalgia ed è tornato in Puglia. Si è messo davanti a un computer per cercare un nuovo lavoro. Il risultato? Per risolvere il suo problema ha risolto il problema di tanti nella sua stessa situazione. Ha creato un sistema per connettere in rete chi cerca e chi offre lavoro. Ha cominciato nella cucina di casa. E quando non c’era più spazio - non avendo a disposizione un garage come Steve Jobs - si è trasferito nel sottoscala. Ha trovato finanziamenti per 200mila euro. E il suo è diventato uno dei siti di riferimento a livello mondiale. Tanto che è stato recentemente acquistato da un gruppo britannico per 30 milioni di euro.
Un altro giovane imprenditore di successo. Anche lui del Sud.
La nuova generazione dei meridionali è diversa, rispetto ai padri rappresenta quasi un altro popolo. È un fenomeno che sta studiando anche Vito Teti, uno dei principali etnografi italiani. Sono quei ragazzi che spesso rifiutano offerte economiche incredibili per trasferirsi al Nord. Un popolo di giovani che restano e, se sono già andati via, ritornano. Proprio attorno a loro è nata una nuova branca dell’antropologia, che Teti ha ribattezzato “la restanza”. La considero una generazione Global, perché finalmente libera di muoversi nel mondo. Ma Local: ha come punto di riferimento la propria casa. È una classe imprenditoriale nata dalla necessità, certo. Ma nelle circostanze date: un mondo non più diviso da frontiere. Grazie alla rete è nato un mercato in cui si è tutti alla pari, dalla Nuova Zelanda alla Lapponia. Passando per Matera. Ora finalmente l’isolamento del Sud può essere superato. I padri erano costretti alla "terronicità” dall’isolamento imposto da politiche ed economie colonialiste. Non avevano strade, ferrovie, aeroporti. Loro non hanno più questo problema. Adesso la gente si rivela per quello che è realmente. 


Fonte: http://www.linkiesta.it/pino-aprile-i-giovani-meridionali-alla-conquista-del-mercato-ma-non-fa-notizia#ixzz23XZJn9ig

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Il numero di imprenditori, ricorda il sociologo Ilvo Diamanti, è calato nel 2011 di 25mila unità rispetto al 2010. "Imprenditore" e "Nord" sembrano spesso sinonimi, ma dice a Linkiesta lo scrittore Pino Aprile citando dati delle camere di commercio, «ora il  31 per cento delle nuove imprese nascono al Sud». Certo, aggiunge, spesso questo accade perché non ci sono alternative: se non trovi lavoro te lo devi creare. La provincia dove nascono più imprese under 35? Enna.

«La maggior parte delle nuove imprese italiane, specie quelle create da giovani e da donne, nasce al Sud». Altro che assistenzialismo. Secondo lo scrittore Pino Aprile - autore di “Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero meridionali” e “Giù al Sud. Perché i terroni salverano l’Italia” - sta nascendo una nuova generazione di Meridionali. La rete li ha liberati dall’isolamento infrastrutturale a cui «politiche ed economie razziste e colonialiste» avevano costretto i padri. Ora si lanciano alla conquista del mercato. Il 6 per cento degli spin off per creare nuove aziende viene dalla Puglia, dove da qualche anno la Regione finanzia con poche migliaia di euro i progetti più interessanti. La provincia dove nascono più imprese under 35? Enna. Quella dove eccelle l’imprenditoria al femminile? Benevento. «È un nuovo Sud che sta sorgendo - racconta Aprile - ma i grandi giornali non si scomodano a raccontarlo. Non c’è mafia né monnezza. Non fa notizia». Giovani che spesso si scontrano con realtà difficili. «La principale azienda italiana di distribuzione farmaceutica si trova a Matera. Una città senza autostrada, ferrovia e aeroporto». Intanto si inverte la tendenza: sempre più ragazzi decidono di restare al Sud. E chi se n’è andato in cerca di lavoro, adesso torna.
I dati che ha raccolto dalle camere di commercio sembrano dipingere un Paese diverso da come viene raccontato.
Il 31 per cento delle nuove imprese nascono al Sud. E il ruolo principale lo giocano giovani e donne. Certo, spesso questo accade perché non ci sono alternative: se non trovi lavoro te lo devi creare. Ma i numeri raccontano anche gente che non aspetta, che ha voglia, che si rimbocca le maniche. Nella classifica delle città in cui nasce il maggior numero di aziende create da under 35 e da donne ai primi posti ci sono solo province del Meridione. Lo dicono le statistiche dell’Unione delle Camere di Commercio. Vado a memoria: per quanto riguarda i giovani la realtà più virtuosa è Enna. Nel caso dell’imprenditoria femminile primeggiano a pari merito Benevento e Avellino. Milano? Nella prima classifica è penultima, nella seconda terzultima.
Di che tipo di aziende si tratta e come nascono?
Spesso si tratta di progetti molto innovativi. È interessante osservare la realtà pugliese. Negli ultimi anni sono stati banditi alcuni concorsi pubblici: è il caso del programma “Bollenti Spiriti”, con cui la Regione finanzia progetti ideati e realizzati da giovani pugliesi. Si partecipa presentando le proprie idee. E se queste sono buone vengono finanziate. Parliamo di finanziamenti piccoli: dieci, ventimila euro. Neanche due anni dopo la creazione di questo programma la Regione Puglia partoriva già il 6 per cento di tutti gli spin-off del Paese. Seconda solo al Friuli.
Ad esempio?
Il progetto Blackshape. Frutto di due trentenni di Monopoli che si sono incontrati all’estero. Credevano in se stessi e avevano voglia di tornare in Italia. Insieme hanno creato il velivolo più leggero del mondo (finanziato dalla regione Puglia con ventimila euro, ndr). Interamente realizzato in fibra di carbonio, è diventato un successo mondiale. Alla base di tutto c’era la convinzione di poter fare quello che facevano altrove anche a casa loro. Persino se la casa era al Sud.
Una bella storia.
E poi c’è la ragazza che sta costruendo la metropolitana a Honolulu. È la system manager del progetto, gestisce 1.500milioni di dollari. Viene da Ostuni, si è laureata a 23 anni al Politecnico di Bari. Prima di lavorare negli Stati Uniti ha già progettato altre due metropolitane in Grecia e in Germania. E non sono casi. Il Sud è pieno di episodi del genere. Ci sono grandi reti di associazioni che nessuno racconta. “Io resto in Calabria”, una realtà nata attorno all’esperienza di Pippo Callipo: un industriale che di fronte all’ennesimo attacco della ’ndrangheta alla sua azienda ha deciso di rimanere. Ed è diventato il punto di riferimento di questi ragazzi. Peccato che non ne parla nessuno. A ottobre ci sarà un nuovo raduno dell’associazione a Reggio Calabria. Ma non c’è di mezzo né la mafia né la monnezza: perciò i grandi giornali non si scomoderanno. Questo è un nuovo Sud che sta sorgendo. Ma non fa notizia.
Le istituzioni centrali come si rapportano a questo fenomeno?
Devo riconoscere un grande merito al ministro Barca (Fabrizio, titolare della Coesione territoriale, ndr). Sta operando davvero bene. Non voglio sbilanciarmi e dire che abbiamo trovato la soluzione al problema, ma sicuramente siamo sulla strada giusta. Il ministro viaggia, si muove, parla con la gente. Chiede ai giovani imprenditori di cosa hanno bisogno. E così il suo ministero finanzia progetti che hanno bisogno di pochi soldi ma nascondono grandi idee. È così che si deve fare. Non c’è mica bisogno di enormi quantità di denaro. Solo di interventi giusti, anche di poche migliaia di euro, per sostenere i progetti migliori. Penso all’esperienza di Blackshape, l’azienda di Monopoli nata con pochi fondi, che ha già bisogno di una nuova fabbrica per fare fronte alla tante richieste che arrivano da tutto il mondo. Questi sono ragazzi che in alcuni casi non hanno neppure bisogno di essere aiutati. Solo di non essere fermati.
Giovani imprenditori che spesso devono fare i conti con un gap infrastrutturale rilevante.
Ma lo sa che la più grande e moderna azienda italiana per la distribuzione di medicinali è di Matera? Matera: dove non c’è la ferrovia, non c’è l’autostrada e non c’è l’aeroporto. Ma quanto devono essere bravi questi imprenditori?
I giovani del Sud si scoprono imprenditori per necessità?
Anche. È il caso del fondatore di Jobrapido. Un ragazzo pugliese, di Conversano. Ha studiato a Milano, si è trasferito in Gran Bretagna. Poi a un certo punto gli è venuta la nostalgia ed è tornato in Puglia. Si è messo davanti a un computer per cercare un nuovo lavoro. Il risultato? Per risolvere il suo problema ha risolto il problema di tanti nella sua stessa situazione. Ha creato un sistema per connettere in rete chi cerca e chi offre lavoro. Ha cominciato nella cucina di casa. E quando non c’era più spazio - non avendo a disposizione un garage come Steve Jobs - si è trasferito nel sottoscala. Ha trovato finanziamenti per 200mila euro. E il suo è diventato uno dei siti di riferimento a livello mondiale. Tanto che è stato recentemente acquistato da un gruppo britannico per 30 milioni di euro.
Un altro giovane imprenditore di successo. Anche lui del Sud.
La nuova generazione dei meridionali è diversa, rispetto ai padri rappresenta quasi un altro popolo. È un fenomeno che sta studiando anche Vito Teti, uno dei principali etnografi italiani. Sono quei ragazzi che spesso rifiutano offerte economiche incredibili per trasferirsi al Nord. Un popolo di giovani che restano e, se sono già andati via, ritornano. Proprio attorno a loro è nata una nuova branca dell’antropologia, che Teti ha ribattezzato “la restanza”. La considero una generazione Global, perché finalmente libera di muoversi nel mondo. Ma Local: ha come punto di riferimento la propria casa. È una classe imprenditoriale nata dalla necessità, certo. Ma nelle circostanze date: un mondo non più diviso da frontiere. Grazie alla rete è nato un mercato in cui si è tutti alla pari, dalla Nuova Zelanda alla Lapponia. Passando per Matera. Ora finalmente l’isolamento del Sud può essere superato. I padri erano costretti alla "terronicità” dall’isolamento imposto da politiche ed economie colonialiste. Non avevano strade, ferrovie, aeroporti. Loro non hanno più questo problema. Adesso la gente si rivela per quello che è realmente. 


Fonte: http://www.linkiesta.it/pino-aprile-i-giovani-meridionali-alla-conquista-del-mercato-ma-non-fa-notizia#ixzz23XZJn9ig

martedì 14 agosto 2012

14 agosto 1861, eccidio nefando dei bersaglieri di Cialdini


Il criminale di guerra Enrico Cialdini, dopo aver massacrato Gaeta con migliaia di bombe, causando la morte di ben 4000 persone tra civili e militari, oltre ad aver rasa al suolo la città tirrenica, indirizzò la sua mania di distruzione verso il Sannio. L'eccidio di Pontelandolfo è stato descritto giorno per giorno dal sottoscritto nel libro " I Savoia e il massacro del Sud", edito dalla Gandmelò nel 1996. Fino ad allora nessuno ne parlava. Lo scorso anno lo Stato ha chiesto scusa alla città sannita. Oggi tutti ne parlano. Abbiamo subito processi, siamo stati vituperati, sbranati dalla ciurma irregimentata al potere costituito. Pontelandolfo è solo un simbolo, ma stragi sono state perpretate in tutta Italia dal regime monarchico sabaudo. Questa repubblica,se vuole diventare civile, deve prima di tutto condannare senza mezzi termini quella monarchia infame. Deve cancellare tutte le leggi e decreti legge di quel periodo, tra i più neri della storia d'Italia. Finchè le istituzioni repubblicane festeggiano coloro i quali hanno commesso crimini contro l'umanità, al Sud come al Nord della penisola, non saremo mai promossi tra le nazioni civili. In Germania non hanno strade intitolate ad Hitler, nè gli ebrei hanno intitolato piazze ai loro carnefici. In Francia il 14 luglio si festeggia la repubblica e non la monarchia. L'unità della Francia fu fatta dalla monarchia. In America il 4 di luglio festeggiano la loro libertà, non quella della monarchia inglese.In Italia, il parlamento padano momentaneamente di stanza a Roma, ha deciso di festeggiare il 17 marzo, data in cui nacque il Regno d'Italia. Uno squallore indicibile. 



L'Eccidio di Pontelandolfo e Casalduni
di Antonio Ciano

Era l’alba del 1° agosto dell’anno 1861. A Pontelandolfo si avvertiva nell’aria odore di fermento. I poveri raccolti non bastavano più a pagare le tasse ed i balzelli imposti dalle autorità piemontesi. I contadini avevano assistito increduli alle gesta del generale Garibaldi. Ben presto si erano resi conto che stava dalla parte dei borghesi, dalla parte dei signorotti. Gli eccidi di Bronte, Niscemi e Regalbuto l’avevano detta lunga sulla sua appartenenza di classe a da che parte stava.
I pontelandolfesi erano stanchi delle razzie piemontesi, della guardia mobile, dei loro notabili. Le nuove disposizioni del giugno 1861 circa la coscrizione di leva avevano agitato ancora di più le acque. I giovani preferirono la macchia al nuovo padrone piemontese, preferirono gli stenti, i sacrifici, la morte. Il popolo rimpiangeva i tempi in cui governavano i Borbone e non aspettava altro che il momento in cui la rabbia di un anno di vessazioni sarebbe esplosa.
L’arciprete Don Epifanio De Gregorio assieme ad una moltitudine di attivisti borbonici manteneva i contatti con i contadini, sapeva infondere loro la speranza di un domani migliore in quanto con il prossimo ritorno di Re Francesco si sarebbe ristabilito il vecchio ordine. Finalmente ci si poteva organizzare attorno ai partigiani che stazionavano sui monti e cacciare i liberali dissacratori di chiese e saccheggiatori di beni.
Nonostante il servizio al corpo di guardia fosse stato rinforzato, il giorno 2 agosto, il partigiano Gennaro Rinadi detto Sticco, si presentò al sindaco Melchiorre consegnandogli una missiva su cui c’era scritto che il sergente dei regi Marciano, comandante della brigata partigiana Frà Diavolo, chiedeva al primo cittadino 8.000 ducati, due some di armi e viveri entro 48 ore, altrimenti avrebbe messo a ferro e fuoco le case dei traditori liberali. Tale somma doveva essere consegnata al latore del biglietto.
Chiamato dal sindaco, il 3 agosto giunse in paese il colonnello della Guardia Nazionale De Marco a capo di una colonna di 200 mercenari. Una cinquantina di guardie chiusero l’entrata della piazza mentre gli altri cominciarono a razziare le case dei pontelandolfesi. Ma era rimasto ben poco da rubare, la gente era affamata. Venne saccheggiata anche la chiesa di San Rocco dove De Marco e i suoi mercenari avevano preso alloggio.
Durante la notte tra il 4 ed il 5 agosto le montagne che cingevano Pontelandolfo brulicavano di partigiani: i fuochi accesi erano tantissimi e davano coraggio alla popolazione, scoramento e paura ai liberali.
Il colonnello garibaldino De Marco inquieto diede ordine alla sua colonna di prepararsi ad abbandonare il paese.
Il 6 agosto emissari di Don Epifanio raggiunsero al galoppo l’accampamento di Cosimo Giordano per invitare i partigiani regi in chiesa a ringraziare il Signore.
La brigata Frà Diavolo composta da circa trenta partigiani, dopo l’azione di guerriglia di San Lupo si diresse verso Pontelandolfo. Il paese era in festa per la fiera di San Donato in pieno svolgimento. Tutti aspettavano con impazienza l’arrivo dei loro eroi, l’arrivo dei partigiani regi comandati da CosimoGiordano che stava combattendo la guerra santa contro gli infedeli piemontesi.
Il 7 agosto mentre il campanile rintoccava la quinta ora pomeridiana, la brigata d’eroi giunse in paese tra ali di folla in festa. L’arciprete Don Epifanio de Gregorio cominciò a lodare il signore con il Te Deum per ringraziare Francesco II. I guerriglieri, seguiti da oltre tremila popolani, si diressero verso il Corpo di Guardia, disarmarono i pochi ufficiali rimasti e lo devastarono. I quadri di Vittorio Emanuele II e di Garibaldi furono ridotti in mille pezzi, le suppellettili furono messe sottosopra. La bandiera tricolore fu staccata e dal panno bianco si strappò lo stemma sabaudo. Il popolo eccitato, come ubriacato dall’avvenuta libertà, urlava, gridava la propria gioia.
Angelo Tedeschi da San Lupo, ritenuto essere la spia dei piemontesi, fu scovato rannicchiato nella sua stalla, sotto il fieno, e freddato con un colpo di fucile da Saverio Di Rubbo. Nella bolgia, un colpo vagante colpì, ferendolo, Pellegrino Patrocco, eremita di Sassinoro, ed un altro colpì in casa sua, uccidendolo, Agostino Vitale. L’esattore Michelangelo Perugini, liberal massone e reo di aver spremuto e ricattato i contadini, fu ammazzato e la sua casa bruciata. Il popolo poteva sfogare la propria rabbia repressa da un anno di sudditanza totale, di dittatura, di terrore, di ruberie, di violenze subite e mal celate. Cosimo Giordano ed il suo vice, seguiti dal popolo, si diressero verso la casa Comunale, ove distrussero i registri dei nati per evitare la chiamata alle armi dei giovani di Pontelandolfo in caso che i piemontesi avessero rimesso i piedi nel paese. La bandiera tricolore fu bruciata sul balcone e al suo posto venne issata quella borbonica. I prigionieri furono liberati dal carcere. Venne istituito un governo provvisorio. Pontelandolfo, dunque, era diventata il centro della reazione borbonica nel Sannio. Guerriglieri dei paesi limitrofi, specialmente quelli di Casalduni e di Campolattaro, erano venuti ad ingrossare la banda di Giordano per tenere alto l’onore del Regno delle Due Sicilie e di Francesco II.
Il 9 agosto, trenta partigiani furono scelti per attaccare la carrozza postale che ogni giorno passava per la provinciale, portando qualche passeggero e i soldi che servivano alle spese della truppa e degli impiegati piemontesi. Soldi e balzelli che il governo di Torino esigeva dalle popolazioni, che dovevano persino pagare la famosa tassa di guerra. Non vi fu alcuna azione cruenta, a tutti i passeggeri furono rubati solo i soldi ed i loro preziosi. Intanto Cosimo Giordano fece fucilare Libero D’Occhio dopo un processo sommario che lo riconobbe spia dei piemontesi e traditore della patria.
La bandiera gigliata sventolava sui pennoni più alti. Con i soldi sequestrati dai partigiani furono sfamate le famiglie che più avevano bisogno. Al Comune si distribuiva il pane, i muri delle case erano tappezzati di manifesti inneggianti alla rivolta contro i piemontesi e le strade piene di volontari. I manifesti affissi durante la notte dai partigiani della banda Giordano riportavano il proclama del Comandante in CapoChiavone che operava tra la Ciociaria e gli Ausoni.
Su ordine del Generale Cialdini il 13 agosto partì da Benevento una colonna di bersaglieri, tutti tiratori scelti, comandata dal Generale Maurizio De Sonnaz, detto Requiescant per le fucilazioni facili da lui ordinate e per il massacro di parecchi preti e l’attacco ad abbazie e chiese. Il generale piemontese era a capo di novecento bersaglieri assassini e criminali di guerra. Il colonnello Negri procedeva a cavallo, con al suo fianco il garibaldino del luogo de Marco e due liberali pure del posto a far da guida ai cinquecento bersaglieri, che costituivano la colonna infame che stava dirigendosi verso Pontelandolfo. Un’altra colonna di quattrocento bersaglieri si stava portando verso Casalduni.
Era l’alba del 14 agosto. Gli ordini di Cialdini erano precisi: Pontelandolfo doveva pagare con la morte la sfida fatta al potente Piemonte.
La banda di Cosimo Giordano bivaccava a circa un chilometro dal paese, nella selva, tra i monti presso la località Marziello. I partigiani avvertiti dai pastori, s’erano appostati per tendere un agguato ai piemontesi, ma erano solo cinquanta. Una scarica di pallottole colse di sorpresa i bersaglieri. Tutti scesero da cavallo, qualcuno cadde morto, altri furono feriti, altri ancora risposero al fuoco, ma era ancora buio e la selva copriva le ombre dei partigiani borbonici, i quali continuavano a sparare sul mucchio, alla cieca, non potendo mirare giusto data l’ora mattutina. La sparatoria durò pochi minuti, ma fu feroce e ravvicinata. Gli uomini di Giordano, avvantaggiati dall’effetto sorpresa vedendo che i bersaglieri prendevano posizione di combattimento e presagendo una sconfitta, naturale, date le forze in campo, si diedero alla fuga. I bersaglieri contarono venticinque morti. Il colonnello Negri, anziché inseguire i patrioti di Giordano, diede ordine al plotone di comporre le salme dei caduti e di proseguire la marcia verso Pontelandolfo. L’esercito piemontese circondò il paese, fucile alla mano, pronto a far fuoco. Un plotone, con il De Marco e due liberali, entrò nella città ad indicare le case dei settari massoni da salvare. Portata a termine l’operazione salvataggio dei settari, che non superavano la decina, i bersaglieri si gettarono a capofitto nei vicoli e nelle strade di Pontelandolfo. Erano le quattro del mattino quando ebbe inizio l’eccidio. Le case furono incendiate. Gli abitanti, armati di roncole e forche, tentarono una sterile difesa, ma i fucili dei piemontesi ebbero inesorabilmente la meglio su di loro. Alcuni vennero stesi nella propria abitazione, altri dormienti nel proprio letto, altri mentre fuggivano. Qualcuno riusciva ad oltrepassare la porta di casa ma veniva abbattuto sull’uscio senza pietà. Grida, urla, gemiti dei feriti, pianti dei bambini. Pontelandolfo fu messa a ferro e fuoco. Tutto il paese bruciava. Nicola Biondi, contadino sessantenne, fu legato ad un palo della stalla da dieci bersaglieri, i quali denudarono la figlia Concettina, di sedici anni, e tentarono di violentarla. Ma la ragazza difese strenuamente l’onore. Dopo un’aspra colluttazione, sanguinante cadde a terra esanime. Una scarica micidiale di pallottole abbatté il padre Nicola. Decine e decine erano i cadaveri disseminati nei vicoli, nelle strade, nelle piazze. Alle ore sei metà paese era in fiamme, mentre i bersaglieri continuavano la mattanza. Ancora uccisioni, stupri, fucilate, grida, urla. I vecchi venivano fucilati subito e così i bambini che ancora dormivano nei loro letti. Dopo aver ammazzato i proprietari delle abitazioni, le saccheggiavano: oro, argento, catenine, bracciali, orecchini, oggetti di valore, orologi, pentole e piatti. Il sangue scorreva a fiumi per le strade di Pontelandolfo. Prima ad essere saccheggiata fu la chiesa di San Donato, ricca di ori, di argenti, di bronzi lavorati, di voti, persino le statue dei santi furono trafugate. Il saccheggio e l’eccidio durarono l’intera giornata del 14 agosto 1861. Donne seminude, sorprese mentre dormivano, cercavano scampo fuggendo; ma, se vecchie, venivano subito infilzate, se giovani ed avvenenti, venivano violentate e poi uccise. I morti venivano accatastati l’uno sull’altro. Chi non riusciva a morire subito doveva anche sopportare la tortura del fuoco, che veniva appiccato sopra i cadaveri con legna secca e fascine fatte portare lì da giovani sotto la minaccia delle baionette.
Dopo ore di stragi, di eccidi, di massacri, di ruberie, il generale De Sonnaz* fece suonare l’adunata ed il ritiro della colonna infame. Al suono del trombettiere tutti si ritirarono. Inquadrati sull’attenti al cospetto del generale De Sonnaz e del colonnello Negri, si diressero verso Benevento, ove il giorno dopo, nei loro alloggiamenti, mercanteggiarono tutto il bottino sacro profanato. Il laconico messaggio del colonello Negri, di passaggio da Fragneto Monforte, recitava:




Truppa Italiana Colonna Mobile – Fragneto Monforte lì 14 Agosto 1861 ore 7 a.m. Oggetto: Operazione contro i Briganti: Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora. Il sergente del 36° Reggimento, il solo salvo dei 40, è con noi. Divido oggi le mie truppe in due colonne mobili; l’una da me diretta agirà nella parte Nord ed Est, l’altra sotto gli ordini del maggiore Gorini all’Ovest a Sud di questa Provincia la quale pure, come più prossima a Benevento, dovrà tenere frequenti comunicazioni colla S.V. Informi di ciò il Generale Cialdini ed il Generale Pinelli. Il Luogotenente Colonnello Comandante la Colonna; firmato Negri.
Al Sig.Governatore della provincia di Benevento p.s. Stasera sono a Fragneto l’Abate, ove, occorrendo può farmi tenere sue nuove fino alle nove di notte.
Per copia conforme

L’ennesimo truculento eccidio era stato portato a compimento con forsennata ferocia e senza pietà alcuna verso una popolazione inerme, fiera del suo Re Borbone, fiera della sua dignità, fiera della sua libertà, fiera della sua storia ultrasecolare, fiera di essere italiana, fiera della sua religione.

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 * De Sonnaz: Soprannominato Requiescant per la sua propensione alle fucilazioni sommarie [N. d. R.]

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Il criminale di guerra Enrico Cialdini, dopo aver massacrato Gaeta con migliaia di bombe, causando la morte di ben 4000 persone tra civili e militari, oltre ad aver rasa al suolo la città tirrenica, indirizzò la sua mania di distruzione verso il Sannio. L'eccidio di Pontelandolfo è stato descritto giorno per giorno dal sottoscritto nel libro " I Savoia e il massacro del Sud", edito dalla Gandmelò nel 1996. Fino ad allora nessuno ne parlava. Lo scorso anno lo Stato ha chiesto scusa alla città sannita. Oggi tutti ne parlano. Abbiamo subito processi, siamo stati vituperati, sbranati dalla ciurma irregimentata al potere costituito. Pontelandolfo è solo un simbolo, ma stragi sono state perpretate in tutta Italia dal regime monarchico sabaudo. Questa repubblica,se vuole diventare civile, deve prima di tutto condannare senza mezzi termini quella monarchia infame. Deve cancellare tutte le leggi e decreti legge di quel periodo, tra i più neri della storia d'Italia. Finchè le istituzioni repubblicane festeggiano coloro i quali hanno commesso crimini contro l'umanità, al Sud come al Nord della penisola, non saremo mai promossi tra le nazioni civili. In Germania non hanno strade intitolate ad Hitler, nè gli ebrei hanno intitolato piazze ai loro carnefici. In Francia il 14 luglio si festeggia la repubblica e non la monarchia. L'unità della Francia fu fatta dalla monarchia. In America il 4 di luglio festeggiano la loro libertà, non quella della monarchia inglese.In Italia, il parlamento padano momentaneamente di stanza a Roma, ha deciso di festeggiare il 17 marzo, data in cui nacque il Regno d'Italia. Uno squallore indicibile. 



L'Eccidio di Pontelandolfo e Casalduni
di Antonio Ciano

Era l’alba del 1° agosto dell’anno 1861. A Pontelandolfo si avvertiva nell’aria odore di fermento. I poveri raccolti non bastavano più a pagare le tasse ed i balzelli imposti dalle autorità piemontesi. I contadini avevano assistito increduli alle gesta del generale Garibaldi. Ben presto si erano resi conto che stava dalla parte dei borghesi, dalla parte dei signorotti. Gli eccidi di Bronte, Niscemi e Regalbuto l’avevano detta lunga sulla sua appartenenza di classe a da che parte stava.
I pontelandolfesi erano stanchi delle razzie piemontesi, della guardia mobile, dei loro notabili. Le nuove disposizioni del giugno 1861 circa la coscrizione di leva avevano agitato ancora di più le acque. I giovani preferirono la macchia al nuovo padrone piemontese, preferirono gli stenti, i sacrifici, la morte. Il popolo rimpiangeva i tempi in cui governavano i Borbone e non aspettava altro che il momento in cui la rabbia di un anno di vessazioni sarebbe esplosa.
L’arciprete Don Epifanio De Gregorio assieme ad una moltitudine di attivisti borbonici manteneva i contatti con i contadini, sapeva infondere loro la speranza di un domani migliore in quanto con il prossimo ritorno di Re Francesco si sarebbe ristabilito il vecchio ordine. Finalmente ci si poteva organizzare attorno ai partigiani che stazionavano sui monti e cacciare i liberali dissacratori di chiese e saccheggiatori di beni.
Nonostante il servizio al corpo di guardia fosse stato rinforzato, il giorno 2 agosto, il partigiano Gennaro Rinadi detto Sticco, si presentò al sindaco Melchiorre consegnandogli una missiva su cui c’era scritto che il sergente dei regi Marciano, comandante della brigata partigiana Frà Diavolo, chiedeva al primo cittadino 8.000 ducati, due some di armi e viveri entro 48 ore, altrimenti avrebbe messo a ferro e fuoco le case dei traditori liberali. Tale somma doveva essere consegnata al latore del biglietto.
Chiamato dal sindaco, il 3 agosto giunse in paese il colonnello della Guardia Nazionale De Marco a capo di una colonna di 200 mercenari. Una cinquantina di guardie chiusero l’entrata della piazza mentre gli altri cominciarono a razziare le case dei pontelandolfesi. Ma era rimasto ben poco da rubare, la gente era affamata. Venne saccheggiata anche la chiesa di San Rocco dove De Marco e i suoi mercenari avevano preso alloggio.
Durante la notte tra il 4 ed il 5 agosto le montagne che cingevano Pontelandolfo brulicavano di partigiani: i fuochi accesi erano tantissimi e davano coraggio alla popolazione, scoramento e paura ai liberali.
Il colonnello garibaldino De Marco inquieto diede ordine alla sua colonna di prepararsi ad abbandonare il paese.
Il 6 agosto emissari di Don Epifanio raggiunsero al galoppo l’accampamento di Cosimo Giordano per invitare i partigiani regi in chiesa a ringraziare il Signore.
La brigata Frà Diavolo composta da circa trenta partigiani, dopo l’azione di guerriglia di San Lupo si diresse verso Pontelandolfo. Il paese era in festa per la fiera di San Donato in pieno svolgimento. Tutti aspettavano con impazienza l’arrivo dei loro eroi, l’arrivo dei partigiani regi comandati da CosimoGiordano che stava combattendo la guerra santa contro gli infedeli piemontesi.
Il 7 agosto mentre il campanile rintoccava la quinta ora pomeridiana, la brigata d’eroi giunse in paese tra ali di folla in festa. L’arciprete Don Epifanio de Gregorio cominciò a lodare il signore con il Te Deum per ringraziare Francesco II. I guerriglieri, seguiti da oltre tremila popolani, si diressero verso il Corpo di Guardia, disarmarono i pochi ufficiali rimasti e lo devastarono. I quadri di Vittorio Emanuele II e di Garibaldi furono ridotti in mille pezzi, le suppellettili furono messe sottosopra. La bandiera tricolore fu staccata e dal panno bianco si strappò lo stemma sabaudo. Il popolo eccitato, come ubriacato dall’avvenuta libertà, urlava, gridava la propria gioia.
Angelo Tedeschi da San Lupo, ritenuto essere la spia dei piemontesi, fu scovato rannicchiato nella sua stalla, sotto il fieno, e freddato con un colpo di fucile da Saverio Di Rubbo. Nella bolgia, un colpo vagante colpì, ferendolo, Pellegrino Patrocco, eremita di Sassinoro, ed un altro colpì in casa sua, uccidendolo, Agostino Vitale. L’esattore Michelangelo Perugini, liberal massone e reo di aver spremuto e ricattato i contadini, fu ammazzato e la sua casa bruciata. Il popolo poteva sfogare la propria rabbia repressa da un anno di sudditanza totale, di dittatura, di terrore, di ruberie, di violenze subite e mal celate. Cosimo Giordano ed il suo vice, seguiti dal popolo, si diressero verso la casa Comunale, ove distrussero i registri dei nati per evitare la chiamata alle armi dei giovani di Pontelandolfo in caso che i piemontesi avessero rimesso i piedi nel paese. La bandiera tricolore fu bruciata sul balcone e al suo posto venne issata quella borbonica. I prigionieri furono liberati dal carcere. Venne istituito un governo provvisorio. Pontelandolfo, dunque, era diventata il centro della reazione borbonica nel Sannio. Guerriglieri dei paesi limitrofi, specialmente quelli di Casalduni e di Campolattaro, erano venuti ad ingrossare la banda di Giordano per tenere alto l’onore del Regno delle Due Sicilie e di Francesco II.
Il 9 agosto, trenta partigiani furono scelti per attaccare la carrozza postale che ogni giorno passava per la provinciale, portando qualche passeggero e i soldi che servivano alle spese della truppa e degli impiegati piemontesi. Soldi e balzelli che il governo di Torino esigeva dalle popolazioni, che dovevano persino pagare la famosa tassa di guerra. Non vi fu alcuna azione cruenta, a tutti i passeggeri furono rubati solo i soldi ed i loro preziosi. Intanto Cosimo Giordano fece fucilare Libero D’Occhio dopo un processo sommario che lo riconobbe spia dei piemontesi e traditore della patria.
La bandiera gigliata sventolava sui pennoni più alti. Con i soldi sequestrati dai partigiani furono sfamate le famiglie che più avevano bisogno. Al Comune si distribuiva il pane, i muri delle case erano tappezzati di manifesti inneggianti alla rivolta contro i piemontesi e le strade piene di volontari. I manifesti affissi durante la notte dai partigiani della banda Giordano riportavano il proclama del Comandante in CapoChiavone che operava tra la Ciociaria e gli Ausoni.
Su ordine del Generale Cialdini il 13 agosto partì da Benevento una colonna di bersaglieri, tutti tiratori scelti, comandata dal Generale Maurizio De Sonnaz, detto Requiescant per le fucilazioni facili da lui ordinate e per il massacro di parecchi preti e l’attacco ad abbazie e chiese. Il generale piemontese era a capo di novecento bersaglieri assassini e criminali di guerra. Il colonnello Negri procedeva a cavallo, con al suo fianco il garibaldino del luogo de Marco e due liberali pure del posto a far da guida ai cinquecento bersaglieri, che costituivano la colonna infame che stava dirigendosi verso Pontelandolfo. Un’altra colonna di quattrocento bersaglieri si stava portando verso Casalduni.
Era l’alba del 14 agosto. Gli ordini di Cialdini erano precisi: Pontelandolfo doveva pagare con la morte la sfida fatta al potente Piemonte.
La banda di Cosimo Giordano bivaccava a circa un chilometro dal paese, nella selva, tra i monti presso la località Marziello. I partigiani avvertiti dai pastori, s’erano appostati per tendere un agguato ai piemontesi, ma erano solo cinquanta. Una scarica di pallottole colse di sorpresa i bersaglieri. Tutti scesero da cavallo, qualcuno cadde morto, altri furono feriti, altri ancora risposero al fuoco, ma era ancora buio e la selva copriva le ombre dei partigiani borbonici, i quali continuavano a sparare sul mucchio, alla cieca, non potendo mirare giusto data l’ora mattutina. La sparatoria durò pochi minuti, ma fu feroce e ravvicinata. Gli uomini di Giordano, avvantaggiati dall’effetto sorpresa vedendo che i bersaglieri prendevano posizione di combattimento e presagendo una sconfitta, naturale, date le forze in campo, si diedero alla fuga. I bersaglieri contarono venticinque morti. Il colonnello Negri, anziché inseguire i patrioti di Giordano, diede ordine al plotone di comporre le salme dei caduti e di proseguire la marcia verso Pontelandolfo. L’esercito piemontese circondò il paese, fucile alla mano, pronto a far fuoco. Un plotone, con il De Marco e due liberali, entrò nella città ad indicare le case dei settari massoni da salvare. Portata a termine l’operazione salvataggio dei settari, che non superavano la decina, i bersaglieri si gettarono a capofitto nei vicoli e nelle strade di Pontelandolfo. Erano le quattro del mattino quando ebbe inizio l’eccidio. Le case furono incendiate. Gli abitanti, armati di roncole e forche, tentarono una sterile difesa, ma i fucili dei piemontesi ebbero inesorabilmente la meglio su di loro. Alcuni vennero stesi nella propria abitazione, altri dormienti nel proprio letto, altri mentre fuggivano. Qualcuno riusciva ad oltrepassare la porta di casa ma veniva abbattuto sull’uscio senza pietà. Grida, urla, gemiti dei feriti, pianti dei bambini. Pontelandolfo fu messa a ferro e fuoco. Tutto il paese bruciava. Nicola Biondi, contadino sessantenne, fu legato ad un palo della stalla da dieci bersaglieri, i quali denudarono la figlia Concettina, di sedici anni, e tentarono di violentarla. Ma la ragazza difese strenuamente l’onore. Dopo un’aspra colluttazione, sanguinante cadde a terra esanime. Una scarica micidiale di pallottole abbatté il padre Nicola. Decine e decine erano i cadaveri disseminati nei vicoli, nelle strade, nelle piazze. Alle ore sei metà paese era in fiamme, mentre i bersaglieri continuavano la mattanza. Ancora uccisioni, stupri, fucilate, grida, urla. I vecchi venivano fucilati subito e così i bambini che ancora dormivano nei loro letti. Dopo aver ammazzato i proprietari delle abitazioni, le saccheggiavano: oro, argento, catenine, bracciali, orecchini, oggetti di valore, orologi, pentole e piatti. Il sangue scorreva a fiumi per le strade di Pontelandolfo. Prima ad essere saccheggiata fu la chiesa di San Donato, ricca di ori, di argenti, di bronzi lavorati, di voti, persino le statue dei santi furono trafugate. Il saccheggio e l’eccidio durarono l’intera giornata del 14 agosto 1861. Donne seminude, sorprese mentre dormivano, cercavano scampo fuggendo; ma, se vecchie, venivano subito infilzate, se giovani ed avvenenti, venivano violentate e poi uccise. I morti venivano accatastati l’uno sull’altro. Chi non riusciva a morire subito doveva anche sopportare la tortura del fuoco, che veniva appiccato sopra i cadaveri con legna secca e fascine fatte portare lì da giovani sotto la minaccia delle baionette.
Dopo ore di stragi, di eccidi, di massacri, di ruberie, il generale De Sonnaz* fece suonare l’adunata ed il ritiro della colonna infame. Al suono del trombettiere tutti si ritirarono. Inquadrati sull’attenti al cospetto del generale De Sonnaz e del colonnello Negri, si diressero verso Benevento, ove il giorno dopo, nei loro alloggiamenti, mercanteggiarono tutto il bottino sacro profanato. Il laconico messaggio del colonello Negri, di passaggio da Fragneto Monforte, recitava:




Truppa Italiana Colonna Mobile – Fragneto Monforte lì 14 Agosto 1861 ore 7 a.m. Oggetto: Operazione contro i Briganti: Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora. Il sergente del 36° Reggimento, il solo salvo dei 40, è con noi. Divido oggi le mie truppe in due colonne mobili; l’una da me diretta agirà nella parte Nord ed Est, l’altra sotto gli ordini del maggiore Gorini all’Ovest a Sud di questa Provincia la quale pure, come più prossima a Benevento, dovrà tenere frequenti comunicazioni colla S.V. Informi di ciò il Generale Cialdini ed il Generale Pinelli. Il Luogotenente Colonnello Comandante la Colonna; firmato Negri.
Al Sig.Governatore della provincia di Benevento p.s. Stasera sono a Fragneto l’Abate, ove, occorrendo può farmi tenere sue nuove fino alle nove di notte.
Per copia conforme

L’ennesimo truculento eccidio era stato portato a compimento con forsennata ferocia e senza pietà alcuna verso una popolazione inerme, fiera del suo Re Borbone, fiera della sua dignità, fiera della sua libertà, fiera della sua storia ultrasecolare, fiera di essere italiana, fiera della sua religione.

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 * De Sonnaz: Soprannominato Requiescant per la sua propensione alle fucilazioni sommarie [N. d. R.]

 
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