lunedì 16 luglio 2012

Profondo Sud: Con Pino Aprile ed Eugenio Bennato



http://www.youtube.com/watch?v=H6Q4s0iRtxo&feature=share

 A Monte Santangelo c'è stata la prima dello spettacolo.Era il 14 luglio del 2012.Giorno di rivoluzioni. Nel 1799 in Francia.Nel 2012 in Italia.La stanno facendo i "TERRONI"

Leggi l'appello Schietti, orgogliosi, allegri, mediterranei Lettera aperta a Pino Aprile

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http://www.youtube.com/watch?v=H6Q4s0iRtxo&feature=share

 A Monte Santangelo c'è stata la prima dello spettacolo.Era il 14 luglio del 2012.Giorno di rivoluzioni. Nel 1799 in Francia.Nel 2012 in Italia.La stanno facendo i "TERRONI"

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domenica 15 luglio 2012

Verso l'unione dei meridionalisti: I firmatari dell'appello

Primo elenco di personalità della cultura, del giornalismo, della società civile e dello spettacolo che hanno già sottoscritto l'appello 

Leggi l'appello Schietti, orgogliosi, allegri, mediterranei Lettera aperta a Pino Aprile

L'elenco è in costante aggiornamento
Per sottoscrivere l'appello è necessario compilare il form online

Questi i nomi dei primi firmatari:
  • Marco Esposito (giornalista, Assessore al Commercio del Comune di Napoli)
  • Eugenio Bennato (musicista)
  • Antonio Ciano (storico e scrittore)
  • Carlo Alvino (giornalista)
  • Elena Bianchini Braglia (ricercatrice storica)
  • Roberto D’Alessandro (regista e attore)
  • Carlo Forcolini (Presidente Europeo I.E.D., ex presidente ADI)
  • Aldo Vella (ex sindaco di San Giorgio a Cremano (NA), direttore “Cronache Meridionali”)
  • Tony Quattrone (Presidente International School of Naples)
  • Salvatore Cozzolino (architetto, presidente ADI Campania)
  • Pietro Condorelli (musicista)
  • Pasquale Perrinella (Generale esercito italiano)
  • Rino De Martino (Titolare “la Treves” Napoli)
  • Marco Rossano (regista)
  • Cristian Rinaldi (imprenditore)
  • Antonio Capacchione (Presidente stabilimenti balneari Puglia)
  • Lino Patruno (giornalista, scrittore ed ex Direttore de "La Gazzetta del Mezzogiorno"
  • Paolo Esposito ( giornalista e Direttore di Caffenews)
  • Umberto Calabrese(Direttore di Agorà Magazine)
  • Marcello Caronte (Presidente AIPA - Associazione Giovani Imprenditori Partenopei)
  • Michele Dell'Edera (Direttore di SUD24)
  • Nicola Manfredelli (Giornalista rappresentante di Lucania Viva)
  • Angelo Forgione (Giornalista, pubblicista e fondatore del movimento V.A.N.TO)
  • Francesco Marino (Storico, e redattore del blog di notizie ambientali MoliseGreen)
  • Fabio Pascapè (attuale Responsabile del Museo P.A.N.)
  • Massimo Costa (Docente di Economia Aziendale all'Università di Palermo)
  • Raffaele Giamminelli, (Docente di Disegno e Storia dell'Arte e saggista)
  • Matteo Merolla (Presidente Associazione Sacco e Vanzetti)
  • Antonio Cucco Fiore (Presidente Murgiamadre)
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Primo elenco di personalità della cultura, del giornalismo, della società civile e dello spettacolo che hanno già sottoscritto l'appello 

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L'elenco è in costante aggiornamento
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Questi i nomi dei primi firmatari:
  • Marco Esposito (giornalista, Assessore al Commercio del Comune di Napoli)
  • Eugenio Bennato (musicista)
  • Antonio Ciano (storico e scrittore)
  • Carlo Alvino (giornalista)
  • Elena Bianchini Braglia (ricercatrice storica)
  • Roberto D’Alessandro (regista e attore)
  • Carlo Forcolini (Presidente Europeo I.E.D., ex presidente ADI)
  • Aldo Vella (ex sindaco di San Giorgio a Cremano (NA), direttore “Cronache Meridionali”)
  • Tony Quattrone (Presidente International School of Naples)
  • Salvatore Cozzolino (architetto, presidente ADI Campania)
  • Pietro Condorelli (musicista)
  • Pasquale Perrinella (Generale esercito italiano)
  • Rino De Martino (Titolare “la Treves” Napoli)
  • Marco Rossano (regista)
  • Cristian Rinaldi (imprenditore)
  • Antonio Capacchione (Presidente stabilimenti balneari Puglia)
  • Lino Patruno (giornalista, scrittore ed ex Direttore de "La Gazzetta del Mezzogiorno"
  • Paolo Esposito ( giornalista e Direttore di Caffenews)
  • Umberto Calabrese(Direttore di Agorà Magazine)
  • Marcello Caronte (Presidente AIPA - Associazione Giovani Imprenditori Partenopei)
  • Michele Dell'Edera (Direttore di SUD24)
  • Nicola Manfredelli (Giornalista rappresentante di Lucania Viva)
  • Angelo Forgione (Giornalista, pubblicista e fondatore del movimento V.A.N.TO)
  • Francesco Marino (Storico, e redattore del blog di notizie ambientali MoliseGreen)
  • Fabio Pascapè (attuale Responsabile del Museo P.A.N.)
  • Massimo Costa (Docente di Economia Aziendale all'Università di Palermo)
  • Raffaele Giamminelli, (Docente di Disegno e Storia dell'Arte e saggista)
  • Matteo Merolla (Presidente Associazione Sacco e Vanzetti)
  • Antonio Cucco Fiore (Presidente Murgiamadre)

sabato 14 luglio 2012

Schietti, orgogliosi, allegri, mediterranei Lettera aperta a Pino Aprile

Caro Pino,

la Lega Nord è fuori dal governo e si è avvitata in una crisi forse irreversibile eppure lo spirito antimeridionale della politica italiana non si è affatto attenuato. Lo dimostra l'esclusione degli scrittori meridionali del Novecento dai programmi scolastici. Lo conferma l'applicazione del federalismo voluta dal governo Monti: anticipo dell'Imu al 2012 con simultaneo taglio dei fondi per i Comuni poveri, in modo da portare risorse dove già ci sono i soldi. E, nello stesso tempo, il governo ha dimenticato di elencare i diritti minimi da garantire in tutto il territorio nazionale, un silenzio che equivale a diritti zero per i cittadini del Sud. Ma questo non può sorprenderti: la legge si applica al Nord e si interpreta per i meridionali; va così da 151 anni e il razzismo dotto di chi ha studiato alla Bocconi cambia solo i toni rispetto a quello becero di chi si è diplomato per corrispondenza alla scuola Radio Elettra.

Le celebrazioni organizzate per i 150 anni hanno un merito: aver portato l'attenzione sulle statistiche, con la Banca d'Italia costretta ad ammettere che l'area di Napoli aveva un Pil del 40% superiore alla media nazionale. E se da +40% scivoli fino a -40% non può essere per responsabilità interne: è perché hai ceduto alla forza. Come a Pietrarsa il 6 agosto 1863. Ma il vento sta cambiando e dopo Gaeta oggi Napoli è libera da ceti politici eterodiretti. Ciò incoraggia chi crede che ogni comunità possa scegliere la propria strada, senza aspettare un placet.

E' il momento di osare. Va promosso un movimento che abbia a cuore gli interessi delle Terre del Sud. Libero e democratico, certo, ma soprattutto schietto, orgoglioso, allegro, mediterraneo. Un movimento aperto, ma che tenga fuori chi ha governato a braccetto con partiti nordisti e oggi magari cerca di riverniciarsi. Un movimento che punti nelle elezioni del 2013 a una rappresentanza diretta in Parlamento e che subito dopo apra, città per città, una fase costituente, perché i giovani del Sud possano contare in Europa senza esser costretti a lasciare le proprie Terre.

Caro Pino,  

nessuno meglio di te ha saputo raccontare cosa eravamo, cosa siamo diventati e cosa potremmo essere noi Terroni. Ecco perché crediamo che qualsiasi progetto di riscatto non possa che vederti alla testa. Lo sappiamo: puntare a uno scranno a Montecitorio appare poca cosa, per la distanza tra quanto si potrà fare e quanto servirebbe alle nostre Terre. Ma l'impegno che chiediamo a noi stessi e l'invito che ti rivolgiamo è di considerarlo il primo passo. Verso nuovi ambiziosi obiettivi.

In serata il primo elenco di personalità della cultura, giornalismo, società civile e spettacolo che hanno già sottoscritto l'appello

Per sottoscrivere l'appello compila il Form on line


Primi Firmatari:


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Caro Pino,

la Lega Nord è fuori dal governo e si è avvitata in una crisi forse irreversibile eppure lo spirito antimeridionale della politica italiana non si è affatto attenuato. Lo dimostra l'esclusione degli scrittori meridionali del Novecento dai programmi scolastici. Lo conferma l'applicazione del federalismo voluta dal governo Monti: anticipo dell'Imu al 2012 con simultaneo taglio dei fondi per i Comuni poveri, in modo da portare risorse dove già ci sono i soldi. E, nello stesso tempo, il governo ha dimenticato di elencare i diritti minimi da garantire in tutto il territorio nazionale, un silenzio che equivale a diritti zero per i cittadini del Sud. Ma questo non può sorprenderti: la legge si applica al Nord e si interpreta per i meridionali; va così da 151 anni e il razzismo dotto di chi ha studiato alla Bocconi cambia solo i toni rispetto a quello becero di chi si è diplomato per corrispondenza alla scuola Radio Elettra.

Le celebrazioni organizzate per i 150 anni hanno un merito: aver portato l'attenzione sulle statistiche, con la Banca d'Italia costretta ad ammettere che l'area di Napoli aveva un Pil del 40% superiore alla media nazionale. E se da +40% scivoli fino a -40% non può essere per responsabilità interne: è perché hai ceduto alla forza. Come a Pietrarsa il 6 agosto 1863. Ma il vento sta cambiando e dopo Gaeta oggi Napoli è libera da ceti politici eterodiretti. Ciò incoraggia chi crede che ogni comunità possa scegliere la propria strada, senza aspettare un placet.

E' il momento di osare. Va promosso un movimento che abbia a cuore gli interessi delle Terre del Sud. Libero e democratico, certo, ma soprattutto schietto, orgoglioso, allegro, mediterraneo. Un movimento aperto, ma che tenga fuori chi ha governato a braccetto con partiti nordisti e oggi magari cerca di riverniciarsi. Un movimento che punti nelle elezioni del 2013 a una rappresentanza diretta in Parlamento e che subito dopo apra, città per città, una fase costituente, perché i giovani del Sud possano contare in Europa senza esser costretti a lasciare le proprie Terre.

Caro Pino,  

nessuno meglio di te ha saputo raccontare cosa eravamo, cosa siamo diventati e cosa potremmo essere noi Terroni. Ecco perché crediamo che qualsiasi progetto di riscatto non possa che vederti alla testa. Lo sappiamo: puntare a uno scranno a Montecitorio appare poca cosa, per la distanza tra quanto si potrà fare e quanto servirebbe alle nostre Terre. Ma l'impegno che chiediamo a noi stessi e l'invito che ti rivolgiamo è di considerarlo il primo passo. Verso nuovi ambiziosi obiettivi.

In serata il primo elenco di personalità della cultura, giornalismo, società civile e spettacolo che hanno già sottoscritto l'appello

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Primi Firmatari:


venerdì 13 luglio 2012

De Magistris (dal minuto 1,48): Il riscatto di Napoli da' fastidio. Questo è un tema che inizia nel 1861 con l'unità d'Italia e dietro c'è un regia politica!


http://www.youtube.com/watch?v=taD3Kl76riY

 Questione Blatte situazione ROM e Stadio:intervista a tutto campo del sindaco de Magistris .
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http://www.youtube.com/watch?v=taD3Kl76riY

 Questione Blatte situazione ROM e Stadio:intervista a tutto campo del sindaco de Magistris .

giovedì 12 luglio 2012

PINO APRILE ED EUGENIO BENNATO DEBUTTANO IN "PROFONDO SUD"



Lo spettacolo di musiche e parole, con Eugenio Bennato e Pino Aprile,

 debutterà sabato 14 luglio nel castello di Monte Sant'Angelo (Foggia) alle ore

 21 (foto di Maurizio Pompei)



Con una scelta di testi riadattati per il teatro, dai libri di Pino Aprile (Terroni, Giù al Sud, L'altro Sud) e delle canzoni in cui Eugenio Bennato ha travasato i frutti della sua ricerca musicale e storica (da Brigante se more a Questione meridionale, sino a La taranta del futuro), si racconta come il Mezzogiorno d'Italia fu invaso, depredato, annesso e mai considerato parte davvero integrante del Paese così costruito. Così, l'Italia ha perso la più grande occasione per fare degli italiani un popolo unito e ricco delle sue differenze.
Biglietto a 12 euro
Fonte :  www.promomusic.biz
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Lo spettacolo di musiche e parole, con Eugenio Bennato e Pino Aprile,

 debutterà sabato 14 luglio nel castello di Monte Sant'Angelo (Foggia) alle ore

 21 (foto di Maurizio Pompei)



Con una scelta di testi riadattati per il teatro, dai libri di Pino Aprile (Terroni, Giù al Sud, L'altro Sud) e delle canzoni in cui Eugenio Bennato ha travasato i frutti della sua ricerca musicale e storica (da Brigante se more a Questione meridionale, sino a La taranta del futuro), si racconta come il Mezzogiorno d'Italia fu invaso, depredato, annesso e mai considerato parte davvero integrante del Paese così costruito. Così, l'Italia ha perso la più grande occasione per fare degli italiani un popolo unito e ricco delle sue differenze.
Biglietto a 12 euro
Fonte :  www.promomusic.biz

mercoledì 11 luglio 2012

Replica a Bracalini, la questione meridionale è tutta colpa dei Savoia


di FRANCO SIGNORELLI


Dopo aver letto l’editoriale di Romano Bracalini “Perché il Sud è povero ed arretrato? Ecco le cause e le colpe” ed aver fatto sbollire la comprensibile prima reazione di dispetto alle evidenti inesattezze sulle quali la tesi di Bracalini si fonda, ho deciso di scrivere una concisa replica. Non per polemica, ma per amore del lettore. Non per puntare il dito contro Bracalini e contro la redazione de “l’Indipendenza”, che dà adito a tali macroscopiche inesattezze, ma per far capire che, Carlo Levi docet, le parole sono pietre. Esse hanno conseguenze e per questo bisogna misurarle attentamente.
La storia del meridione d’Italia (bisogna sempre ricordare infatti che si tratta di una parte della nostra Italia, non di un posto sottosviluppato da denigrare) è talmente complessa che nessun editoriale potrà mai delucidarla. Ciò che mi preme è unicamente dare qualche spunto perché chi legge abbia voglia di documentarsi a fondo.


La dominazione normanna e soprattutto la sveva fecero raggiungere al Sud d’Italia uno splendore mai più eguagliato, pur dominando anche su gran parte del settentrione, su parte dell’odierna Val d’Aosta, Svizzera e Germania meridionale. E ciò smentisce in maniera evidente l’affermazione di Bracalini, secondo il quale “L’abbandono del Mezzogiorno era tale che dalla caduta dell’impero romano all’avvento della dinastia borbonica, non si aprì una sola strada rotabile che mettesse in comunicazione le province fra loro e queste con la capitale”. Basta leggere l’enciclopedia Treccani per rendersi conto che le reti di comunicazione all’interno del regno del Sud e fra questo e gli altri stati erano ben sviluppate per gli standard del tempo. Esse ricalcavano in parte la rete viaria romana, com’è logico, formando in più un nuovo tessuto viario a forma stellare composto di strade brevi, ramificate, che da tutti i centri attivi si irradiavano in ogni direzione con una complessa articolazione collinare, che contrastava con la regolarità e la linearità del sistema viario romano basato su uno schema centralistico e comprendendo inoltre altre vie di comunicazione, non solo terrestri ma anche fluviali e marittime.


Le dominazioni angioina ed aragonese ed i vicereami asburgici e savoiardo (ebbene sì anche la casata Savoia mise il suo zampino nel Sud ancor prima dell’Unificazione, salvo poi scambiare la Sicilia con la Sardegna…), segnarono purtroppo un lungo periodo di declino fra il 1266, data della cacciata degli Svevi, e 1734, data dell’avvento al trono di Napoli di Carlo III di Borbone. Da tener presente, però, che tale declino non era limitato al Sud, ma interessava tutta la penisola, frammentata e dominata in gran parte da popoli stranieri. E si trattava di declino relativo, considerando le bellezze architettoniche edificate in quel periodo e che ancora costellano il meridione.


In seguito, l’avvento dei Borbone segna un progresso innegabile per tutto il Regno delle due Sicilie, che dura fino all’annessione al Regno d’Italia. I Borboni portarono il Regno delle Due Sicilie all’avanguardia in numerosi campi, dalle lettere alla musica e alle scienze, dall’industria al commercio e alle telecomunicazioni, dall’agricoltura all’allevamento del bestiame, senza trascurare il fatto che nel Meridione vi era la più alta percentuale di medici per abitanti (1 su 958 a fronte di 1 su 1834 in Piemonte, Luguria, Lombardia, Toscana e Romagna) smentendo l’affermazione di Bracalini che “L’unico ceto medio che si era potuto formare era quello degli avvocati”. Numerosi progressi sociali, un tasso di disoccupazione tra i più bassi d’Europa, una pressione fiscale diretta ed indiretta ed un costo della vita nettamente inferiori rispetto agli altri Stati preunitari facevano sì che il Regno delle Due Sicilie fosse il più popoloso della penisola e Napoli fosse di gran lunga la città più grande d’Italia, mentre Palermo rivaleggiava con Roma e Messina aveva il doppio degli abitanti di Reggio Emilia o di Brescia. Ciò smentisce ancora una volta Bracalini quando scrive che “Dopo gli spagnoli, il regime borbonico assestò al Mezzogiorno il colpo finale”. Chiunque voglia acquisire dati obiettivi a conferma di ciò che scrivo non ha che consultare dati e cifre del primo censimento della popolazione del Regno d’Italia del 1861, a pochi mesi dall’Unità. Il Regno delle Due Sicilie contava 5 milioni di occupati, di cui gran parte specializzati in vari campi, dall’agricoltura all’industria al commercio, sul totale nazionale di 11 milioni. Forse ancor più eloquente per chi è abituato a ragionare in termini di “spread” risulterà la considerazione che la rendita dei titoli di stato del Regno delle Due Sicilie nel 1860 era del 120% alla Borsa di Parigi e che il Ducato del Regno delle Due Sicilie valeva 4.25 lire piemontesi ed era garantito in oro nel rapporto di uno ad uno, mentre il rapporto lira/oro era di tre ad uno (ogni tre lire piemontesi in circolazione ve ne era solo una in oro).


Il colpo di grazia al Meridione non lo hanno dato affatto i Borbone ma purtroppo i Savoia. Il Nitti stesso, egli sì giornalista imparziale, oltre che insigne statista, scrisse che i Savoia, mettendo fuori corso il Ducato, triplicarono la massa monetaria incamerata con l’annessione del Sud. Sotto i Savoia il meridione piombò in una condizione di pre-feudalesimo. Essi introdussero in un sol colpo ben 22 nuove tasse, mentre la pressione fiscale diretta al Sud era rimasta immutata dal 1815 al 1860, pur aumentando le entrate fiscali in tale lasso di tempo da 16 milioni di ducati a 30 milioni, dimostrazione incontestabile di crescita economica. Il governo Savoia Smantellò le industrie del Sud, un esempio per tutti le Regie Ferriere di Mongiana, in Calabria, trasferendole al Nord, dando così inizio all’emigrazione, fenomeno assente durante il regno borbonico, e guadagnando così nei secoli manodopera a basso costo. Abolirono inoltre il protezionismo, aprendo il mercato a prodotti esteri a basso costo ed ancor più bassa qualità, determinando il declino dell’agricoltura del Sud. Smantellarono i cantieri navali e gli arsenali e quindi la flotta mercantile che sotto i Broboni era la seconda del mondo, dopo quella inglese. Addirittura l’industria ceramica di Capodimonte, nota in tutto il mondo, venne quasi azzerata con l’annessione del Regno delle Due Sicilie a quello piemontese.
Eppure la maggior parte dei meridionali hanno accettato di pagare questo prezzo altissimo all’Unità d’Italia. Dimostrazione ne è il fatto che i più strenui difensori dell’unità nazionale sono proprio i meridionali. Ciò che risulta insopportabile è l’imbattersi a cadenza regolare in articoli e pubblicazioni del tenore dell’editoriale di Bracalini, che sputano sentenze antimeridionali come fossero verità inappuntabili.
Invito quindi il lettore a formarsi una propria opinione documentandosi a fondo. Il web è una fonte inesauribile. Basta leggere gli scritti di Nitti, quelli di Denis Mach Smith, consultare gli archivi dell’Ufficio Storico della Marina Militare o dello Stato Maggiore dell’Esercito, oppure leggere le tante pubblicazioni sul Sud e l’Unità d’Italia di Gennaro de Crescenzo, di Giuseppe Ressa, di Mario Intrieri.
Chiunque abbia uno spirito aperto potrà rendersi conto che la questione meridionale è molto più complessa di quanto scrive Bracalini. E soprattutto che è profondamente sbagliato trarne spunti antimeridionali. Siamo tutti meridionali, nel senso che la storia del meridione è storia italiana e chi dà credito a chi denigra il meridione in quanto tale cade in un falso storico paragonabile alla “Constitutum Constantini”. Per dirla con Aristotele, la causa della difficoltà della ricerca della verità non sta nelle cose, ma in noi, che chiudiamo gli occhi alla verità come fa la nottola alla luce del giorno. Per pigrizia, comodità, faziosità, sempre per ignoranza.

Fonte: L'Indipendenza
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di FRANCO SIGNORELLI


Dopo aver letto l’editoriale di Romano Bracalini “Perché il Sud è povero ed arretrato? Ecco le cause e le colpe” ed aver fatto sbollire la comprensibile prima reazione di dispetto alle evidenti inesattezze sulle quali la tesi di Bracalini si fonda, ho deciso di scrivere una concisa replica. Non per polemica, ma per amore del lettore. Non per puntare il dito contro Bracalini e contro la redazione de “l’Indipendenza”, che dà adito a tali macroscopiche inesattezze, ma per far capire che, Carlo Levi docet, le parole sono pietre. Esse hanno conseguenze e per questo bisogna misurarle attentamente.
La storia del meridione d’Italia (bisogna sempre ricordare infatti che si tratta di una parte della nostra Italia, non di un posto sottosviluppato da denigrare) è talmente complessa che nessun editoriale potrà mai delucidarla. Ciò che mi preme è unicamente dare qualche spunto perché chi legge abbia voglia di documentarsi a fondo.


La dominazione normanna e soprattutto la sveva fecero raggiungere al Sud d’Italia uno splendore mai più eguagliato, pur dominando anche su gran parte del settentrione, su parte dell’odierna Val d’Aosta, Svizzera e Germania meridionale. E ciò smentisce in maniera evidente l’affermazione di Bracalini, secondo il quale “L’abbandono del Mezzogiorno era tale che dalla caduta dell’impero romano all’avvento della dinastia borbonica, non si aprì una sola strada rotabile che mettesse in comunicazione le province fra loro e queste con la capitale”. Basta leggere l’enciclopedia Treccani per rendersi conto che le reti di comunicazione all’interno del regno del Sud e fra questo e gli altri stati erano ben sviluppate per gli standard del tempo. Esse ricalcavano in parte la rete viaria romana, com’è logico, formando in più un nuovo tessuto viario a forma stellare composto di strade brevi, ramificate, che da tutti i centri attivi si irradiavano in ogni direzione con una complessa articolazione collinare, che contrastava con la regolarità e la linearità del sistema viario romano basato su uno schema centralistico e comprendendo inoltre altre vie di comunicazione, non solo terrestri ma anche fluviali e marittime.


Le dominazioni angioina ed aragonese ed i vicereami asburgici e savoiardo (ebbene sì anche la casata Savoia mise il suo zampino nel Sud ancor prima dell’Unificazione, salvo poi scambiare la Sicilia con la Sardegna…), segnarono purtroppo un lungo periodo di declino fra il 1266, data della cacciata degli Svevi, e 1734, data dell’avvento al trono di Napoli di Carlo III di Borbone. Da tener presente, però, che tale declino non era limitato al Sud, ma interessava tutta la penisola, frammentata e dominata in gran parte da popoli stranieri. E si trattava di declino relativo, considerando le bellezze architettoniche edificate in quel periodo e che ancora costellano il meridione.


In seguito, l’avvento dei Borbone segna un progresso innegabile per tutto il Regno delle due Sicilie, che dura fino all’annessione al Regno d’Italia. I Borboni portarono il Regno delle Due Sicilie all’avanguardia in numerosi campi, dalle lettere alla musica e alle scienze, dall’industria al commercio e alle telecomunicazioni, dall’agricoltura all’allevamento del bestiame, senza trascurare il fatto che nel Meridione vi era la più alta percentuale di medici per abitanti (1 su 958 a fronte di 1 su 1834 in Piemonte, Luguria, Lombardia, Toscana e Romagna) smentendo l’affermazione di Bracalini che “L’unico ceto medio che si era potuto formare era quello degli avvocati”. Numerosi progressi sociali, un tasso di disoccupazione tra i più bassi d’Europa, una pressione fiscale diretta ed indiretta ed un costo della vita nettamente inferiori rispetto agli altri Stati preunitari facevano sì che il Regno delle Due Sicilie fosse il più popoloso della penisola e Napoli fosse di gran lunga la città più grande d’Italia, mentre Palermo rivaleggiava con Roma e Messina aveva il doppio degli abitanti di Reggio Emilia o di Brescia. Ciò smentisce ancora una volta Bracalini quando scrive che “Dopo gli spagnoli, il regime borbonico assestò al Mezzogiorno il colpo finale”. Chiunque voglia acquisire dati obiettivi a conferma di ciò che scrivo non ha che consultare dati e cifre del primo censimento della popolazione del Regno d’Italia del 1861, a pochi mesi dall’Unità. Il Regno delle Due Sicilie contava 5 milioni di occupati, di cui gran parte specializzati in vari campi, dall’agricoltura all’industria al commercio, sul totale nazionale di 11 milioni. Forse ancor più eloquente per chi è abituato a ragionare in termini di “spread” risulterà la considerazione che la rendita dei titoli di stato del Regno delle Due Sicilie nel 1860 era del 120% alla Borsa di Parigi e che il Ducato del Regno delle Due Sicilie valeva 4.25 lire piemontesi ed era garantito in oro nel rapporto di uno ad uno, mentre il rapporto lira/oro era di tre ad uno (ogni tre lire piemontesi in circolazione ve ne era solo una in oro).


Il colpo di grazia al Meridione non lo hanno dato affatto i Borbone ma purtroppo i Savoia. Il Nitti stesso, egli sì giornalista imparziale, oltre che insigne statista, scrisse che i Savoia, mettendo fuori corso il Ducato, triplicarono la massa monetaria incamerata con l’annessione del Sud. Sotto i Savoia il meridione piombò in una condizione di pre-feudalesimo. Essi introdussero in un sol colpo ben 22 nuove tasse, mentre la pressione fiscale diretta al Sud era rimasta immutata dal 1815 al 1860, pur aumentando le entrate fiscali in tale lasso di tempo da 16 milioni di ducati a 30 milioni, dimostrazione incontestabile di crescita economica. Il governo Savoia Smantellò le industrie del Sud, un esempio per tutti le Regie Ferriere di Mongiana, in Calabria, trasferendole al Nord, dando così inizio all’emigrazione, fenomeno assente durante il regno borbonico, e guadagnando così nei secoli manodopera a basso costo. Abolirono inoltre il protezionismo, aprendo il mercato a prodotti esteri a basso costo ed ancor più bassa qualità, determinando il declino dell’agricoltura del Sud. Smantellarono i cantieri navali e gli arsenali e quindi la flotta mercantile che sotto i Broboni era la seconda del mondo, dopo quella inglese. Addirittura l’industria ceramica di Capodimonte, nota in tutto il mondo, venne quasi azzerata con l’annessione del Regno delle Due Sicilie a quello piemontese.
Eppure la maggior parte dei meridionali hanno accettato di pagare questo prezzo altissimo all’Unità d’Italia. Dimostrazione ne è il fatto che i più strenui difensori dell’unità nazionale sono proprio i meridionali. Ciò che risulta insopportabile è l’imbattersi a cadenza regolare in articoli e pubblicazioni del tenore dell’editoriale di Bracalini, che sputano sentenze antimeridionali come fossero verità inappuntabili.
Invito quindi il lettore a formarsi una propria opinione documentandosi a fondo. Il web è una fonte inesauribile. Basta leggere gli scritti di Nitti, quelli di Denis Mach Smith, consultare gli archivi dell’Ufficio Storico della Marina Militare o dello Stato Maggiore dell’Esercito, oppure leggere le tante pubblicazioni sul Sud e l’Unità d’Italia di Gennaro de Crescenzo, di Giuseppe Ressa, di Mario Intrieri.
Chiunque abbia uno spirito aperto potrà rendersi conto che la questione meridionale è molto più complessa di quanto scrive Bracalini. E soprattutto che è profondamente sbagliato trarne spunti antimeridionali. Siamo tutti meridionali, nel senso che la storia del meridione è storia italiana e chi dà credito a chi denigra il meridione in quanto tale cade in un falso storico paragonabile alla “Constitutum Constantini”. Per dirla con Aristotele, la causa della difficoltà della ricerca della verità non sta nelle cose, ma in noi, che chiudiamo gli occhi alla verità come fa la nottola alla luce del giorno. Per pigrizia, comodità, faziosità, sempre per ignoranza.

Fonte: L'Indipendenza

Sospendere le trivellazioni nei Campi Flegrei


Foto: Il Mattino on line del 9 luglio 2012
Il Partito del Sud della Provincia di Napoli sostienel’ordine del giorno presentato da Carmine Attanasio capogruppo dei Verdi Ecologisti, dai consiglieri Gennaro Esposito e Carlo Iannello di “Napoli è Tua”, dal consigliere Ciro Borriello capogruppo di Sinistra Ecologia e Libertà e dal consigliere Luigi Zimbaldi del gruppo misto, per discutere nel prossimo Consiglio Comunale le autorizzazioni a svolgere trivellazioni nel vulcano dei Campi Flegrei nel sito di Bagnolifutura.
Il Partito del Sud sostiene in pieno due principi fondamentali per quanto riguarda qualsiasi intervento sul territorio, dalla gestione dei rifiuti alle trivellazioni del sottosuolo: devono essere sempre rispettate sia lo stato di diritto sia la democrazia.  Lo stato di diritto prevede che ogni attività deve essere fatta nella massima trasparenza, nel pieno rispetto della legge, prendendo in considerazione i diritti delle minoranze, tutelando la sicurezza e la salute dei cittadini, applicando la massima attenzione nel seguire con giusta prudenza i dettati e i protocolli previsti dalla comunità scientifica.  La democrazia prevede la possibilità che, attraverso un dibattito sereno e documentato, una comunità interessata a una decisione di notevole rilevanza possa esprimersi con gli strumenti disponibili, dalle assemblee ai referendum, dalle interpellanze parlamentari agli ordini del giorno nei Consigli Comunali, dalle riunioni con le associazioni agli incontri con i singoli cittadini, in breve, utilizzando tutti gli strumenti della democrazia.
Secondo Alessandro Citarella, segretario provinciale del Partito del Sud, “nel caso specifico delle trivellazioni nei Campi Flegrei, giustamente diverse associazioni e raggruppamenti sul Web hanno già manifestato la loro comprensibile preoccupazione per il progetto e hanno chiesto all’amministrazione napoletana di esprimersi sia sulla sicurezza delle trivellazioni, sia sull’evidente mancanza di un piano di fuga e di emergenza per le popolazioni dei Campi Flegrei.  Pertanto”, sostiene Citarella, “l’iniziativa di Carmine Attanasio e degli altri consiglieri è pienamente condivisibile.”
Il Partito del Sud, nell’auspicare un dibattito sereno e oggettivo rispetto alle trivellazioni, invita il Sindaco a sospendere l’autorizzazione a svolgere trivellazioni fino a quando siano stati rispettati in pieno i dettati dello stato di diritto e della democrazia, che sembrerebbero, almeno in questa circostanza, siano stati completamente disattesi.
Fonte: PdSUD Napoli

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Foto: Il Mattino on line del 9 luglio 2012
Il Partito del Sud della Provincia di Napoli sostienel’ordine del giorno presentato da Carmine Attanasio capogruppo dei Verdi Ecologisti, dai consiglieri Gennaro Esposito e Carlo Iannello di “Napoli è Tua”, dal consigliere Ciro Borriello capogruppo di Sinistra Ecologia e Libertà e dal consigliere Luigi Zimbaldi del gruppo misto, per discutere nel prossimo Consiglio Comunale le autorizzazioni a svolgere trivellazioni nel vulcano dei Campi Flegrei nel sito di Bagnolifutura.
Il Partito del Sud sostiene in pieno due principi fondamentali per quanto riguarda qualsiasi intervento sul territorio, dalla gestione dei rifiuti alle trivellazioni del sottosuolo: devono essere sempre rispettate sia lo stato di diritto sia la democrazia.  Lo stato di diritto prevede che ogni attività deve essere fatta nella massima trasparenza, nel pieno rispetto della legge, prendendo in considerazione i diritti delle minoranze, tutelando la sicurezza e la salute dei cittadini, applicando la massima attenzione nel seguire con giusta prudenza i dettati e i protocolli previsti dalla comunità scientifica.  La democrazia prevede la possibilità che, attraverso un dibattito sereno e documentato, una comunità interessata a una decisione di notevole rilevanza possa esprimersi con gli strumenti disponibili, dalle assemblee ai referendum, dalle interpellanze parlamentari agli ordini del giorno nei Consigli Comunali, dalle riunioni con le associazioni agli incontri con i singoli cittadini, in breve, utilizzando tutti gli strumenti della democrazia.
Secondo Alessandro Citarella, segretario provinciale del Partito del Sud, “nel caso specifico delle trivellazioni nei Campi Flegrei, giustamente diverse associazioni e raggruppamenti sul Web hanno già manifestato la loro comprensibile preoccupazione per il progetto e hanno chiesto all’amministrazione napoletana di esprimersi sia sulla sicurezza delle trivellazioni, sia sull’evidente mancanza di un piano di fuga e di emergenza per le popolazioni dei Campi Flegrei.  Pertanto”, sostiene Citarella, “l’iniziativa di Carmine Attanasio e degli altri consiglieri è pienamente condivisibile.”
Il Partito del Sud, nell’auspicare un dibattito sereno e oggettivo rispetto alle trivellazioni, invita il Sindaco a sospendere l’autorizzazione a svolgere trivellazioni fino a quando siano stati rispettati in pieno i dettati dello stato di diritto e della democrazia, che sembrerebbero, almeno in questa circostanza, siano stati completamente disattesi.
Fonte: PdSUD Napoli

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martedì 10 luglio 2012

Il PdSUD di Napoli presenta il nuovo libro di Isaia Sales, il 12 Luglio 2012 alla Treves




Ricevo e posto la notizia di quest'interessante evento organizzato dal Partito del Sud di Napoli

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Giovedì 12 luglio 2012 - dalle ore 19:00  alle ore 20:30
Libreria Treves, porticato di piazza del Plebiscito - Napoli

Presentazione del libro di Isaia Sales:        Napoli non è Berlino


una riflessione condivisa sul bilancio degli ultimi vent'anni e sulle prospettive politiche ed economiche su cui basare il riscatto del Sud

Incontro con l'autore del libro

NAPOLI NON E' BERLINO (autore: Isaia Sales - Edizioni: Baldini Castoldi Dalai, 2012)
Partiamo dai numeri: 6600 chilometri di strade e 715 di autostrade. In poco più di vent'anni la Germania ha riversato nei lander dell'Est 1500 miliardi di euro. In 58 anni l'Italia concede al suo Sud una somma cinque volte inferiore. I numeri raccolgono un sentimento, una visione, un'idea di nazione. E Isaia Sales illustra la decadenza morale di Napoli e del Mezzogiorno, la stella caduta di Antonio Bassolino, leader meridionale che ha guidato la stagione dei sindaci ma non è stato all'altezza della forza rivoluzionaria della sua investitura, dentro la cornice di ignavia nazionale. Il successo di Berlino, capitale di tutta la Germania, punto geografico dove la riunione dell'oriente con l'occidente si fa sentimento collettivo, diviene anche forza letteraria espressiva, cultura nuova e aggregante. La città italiana invece resta sola e assediata dalle sue colpe. Sales non risparmia nulla a Bassolino, insieme al quale ha conosciuto la mortificazione di un fallimento consistente, senza appello. Non giustifica l'ex leader, ma chiama in causa quegli altri. I compagni di Roma, coloro che guidavano il partito e poi il Paese. E non hanno capito, né aiutato, né vigilato. Se Napoli non è Berlino c'è un perché. (Antonello Caporale - la Repubblica/Cultura 3 giugno 2012)


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Ricevo e posto la notizia di quest'interessante evento organizzato dal Partito del Sud di Napoli

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Giovedì 12 luglio 2012 - dalle ore 19:00  alle ore 20:30
Libreria Treves, porticato di piazza del Plebiscito - Napoli

Presentazione del libro di Isaia Sales:        Napoli non è Berlino


una riflessione condivisa sul bilancio degli ultimi vent'anni e sulle prospettive politiche ed economiche su cui basare il riscatto del Sud

Incontro con l'autore del libro

NAPOLI NON E' BERLINO (autore: Isaia Sales - Edizioni: Baldini Castoldi Dalai, 2012)
Partiamo dai numeri: 6600 chilometri di strade e 715 di autostrade. In poco più di vent'anni la Germania ha riversato nei lander dell'Est 1500 miliardi di euro. In 58 anni l'Italia concede al suo Sud una somma cinque volte inferiore. I numeri raccolgono un sentimento, una visione, un'idea di nazione. E Isaia Sales illustra la decadenza morale di Napoli e del Mezzogiorno, la stella caduta di Antonio Bassolino, leader meridionale che ha guidato la stagione dei sindaci ma non è stato all'altezza della forza rivoluzionaria della sua investitura, dentro la cornice di ignavia nazionale. Il successo di Berlino, capitale di tutta la Germania, punto geografico dove la riunione dell'oriente con l'occidente si fa sentimento collettivo, diviene anche forza letteraria espressiva, cultura nuova e aggregante. La città italiana invece resta sola e assediata dalle sue colpe. Sales non risparmia nulla a Bassolino, insieme al quale ha conosciuto la mortificazione di un fallimento consistente, senza appello. Non giustifica l'ex leader, ma chiama in causa quegli altri. I compagni di Roma, coloro che guidavano il partito e poi il Paese. E non hanno capito, né aiutato, né vigilato. Se Napoli non è Berlino c'è un perché. (Antonello Caporale - la Repubblica/Cultura 3 giugno 2012)


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lunedì 9 luglio 2012

La Padania esiste, grazie alla superficialità di media e politica


Di Luigi Pandolfi

Mi scuserà Alessandro Madron, giornalista del Fatto quotidiano, ma quando ho letto il suo pezzo “Europa dei popoli  dalla Padania alla Baviera: sì all’accordo voluto dalla Lega”,  non ho resistito ad imprecare ogni santo che mi è passato per la testa.

“È stato firmato ieri a Bad Ragaz, nel cuore della Svizzera, il patto – scrive Madron – che coinvolge diverse regioni alpine europee tra Italia, Svizzera, Austria, Germania e Francia. Una grande area tra le più ricche ed industrializzate del pianeta, dove vivono circa 70 milioni di persone e sono insediate le principali realtà industriali del vecchio continente. Regioni che vanno dalla Padania leghista alla Baviera, passando per la Carinzia, la Provenza e il Rhone-Alpes, che vogliono attuare politiche comuni, capaci di dare una nuova forma alla collaborazione su base regionale e sovranazionale”.

Se non fossimo sufficientemente edotti sul significato politico della parola Padania, o magari per qualche anno ci fossimo trasferiti su un altro pianeta, leggendo il pezzo apparso sul giornale di Padellaro avremmo sicuramente pensato che negli ultimi mesi la Lega avrebbe finalmente portato a termine la sua missione: dare vita ad un’entità politico-geografica denominata “Padania”.

Fortunatamente le cose non stanno così e quello che stiamo commentando altro non è che l’ennesimo episodio comprovante l’interiorizzazione da parte di media ed  intellettuali, di politici ed opinion maker, di concetti appartenenti all’universo simbolico ed all’apparato propagandistico del Carroccio.
Diversamente è inspiegabile come da parte di un bravo giornalista si cada nell’errore di mettere la “Padania leghista” sullo stesso piano di regioni come la Baviera, la Carinzia, la Provenza ed il Rhone-Alpes, senza alcuna chiosa, magari ironica, che faccia emergere la differenza tra una panzana ideologica ed istituzioni effettivamente esistenti.

Ci mancherebbe altro: Madron sa benissimo cos’è la “Padania leghista”, ma, come tanti altri giornalisti italiani, ha ceduto ad un vezzo: quello di usare il termine Padania per identificare, politicamente, una parte del paese, ancorché il suo significato originario, reale, anche nella sua variante aggettivata, esula dall’uso che la Lega ne ha fatto in questi anni.

In un mio recente saggio, ho posto provocatoriamente la domanda: ma la Padania esiste?  La risposta che ho dato è stata questa: a furia di parlarne, almeno sui giornali e nel linguaggio politico, è finita per esistere davvero.
I leghisti hanno naturalmente fatto lo loro parte, nel disinteresse generale. Non solo inventandosene il mito, ma richiamandola in una miriade di manifestazioni, enti, fondazioni, associazioni, molte delle quali, nonostante fossero per natura in contrasto con le finalità della Repubblica, hanno ricevuto dalla stessa riconoscimenti ufficiali ed ogni sorta di legittimazione.
Vogliamo parlare del Giro di Padania,  che ha ricevuto il riconoscimento del Coni e della Federazione Ciclistica Italiana? Oppure del concorso di bellezza femminile Miss Padania? Una manifestazione che, nelle sue ultime edizioni, è stata mandata in diretta addirittura dalle reti Mediaset, come se si trattasse di un concorso nazionale del rango di Miss Italia.

La Padania esiste, allora, eccome se esiste: Parlamento padano, Giro di Padania, Miss Padania, Scuola Bosina –Libera scuola dei popoli padani, Associazione Donne Padane, Medica Padana, PADAS (Associazione Padana Donatori Abituali Sangue), Padanassistenza, CO.PA.M – Cooperazione Padania nel Mondo, Cattolici Padani, Orsetti Padani, Guardia Nazionale Padana, Padania Calcio, Sport Padania, Automobile Club Padania. Non manca niente, la Padania è ormai una sorta di stato nello stato, nonostante i guai recenti della Lega.
E se ciò è stato possibile, ed è ancora possibile, lo si deve alla superficialità con cui la politica ed i media hanno trattato la questione.
Lo scandalo dei rimborsi elettorali ha indebolito di molto la fibra del Carroccio; lo stesso congresso appena celebrato è stato opaco, malinconico, privo di grandi slanci. Meno male.
Dire però che la pericolosità di questo movimento si è attenuata, o addirittura è venuta meno, è affermare un’idiozia. Forse sarebbe venuto il momento di combatterne le finalità eversive anche sottraendoci alla tentazione di utilizzarne lo stesso linguaggio.

Fonte: http://www.ilfuturista.it/luigi-pandolfi-l-intruso/la-padania-esiste-grazie-alla-superficialita-di-media-e-politica.html

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Di Luigi Pandolfi

Mi scuserà Alessandro Madron, giornalista del Fatto quotidiano, ma quando ho letto il suo pezzo “Europa dei popoli  dalla Padania alla Baviera: sì all’accordo voluto dalla Lega”,  non ho resistito ad imprecare ogni santo che mi è passato per la testa.

“È stato firmato ieri a Bad Ragaz, nel cuore della Svizzera, il patto – scrive Madron – che coinvolge diverse regioni alpine europee tra Italia, Svizzera, Austria, Germania e Francia. Una grande area tra le più ricche ed industrializzate del pianeta, dove vivono circa 70 milioni di persone e sono insediate le principali realtà industriali del vecchio continente. Regioni che vanno dalla Padania leghista alla Baviera, passando per la Carinzia, la Provenza e il Rhone-Alpes, che vogliono attuare politiche comuni, capaci di dare una nuova forma alla collaborazione su base regionale e sovranazionale”.

Se non fossimo sufficientemente edotti sul significato politico della parola Padania, o magari per qualche anno ci fossimo trasferiti su un altro pianeta, leggendo il pezzo apparso sul giornale di Padellaro avremmo sicuramente pensato che negli ultimi mesi la Lega avrebbe finalmente portato a termine la sua missione: dare vita ad un’entità politico-geografica denominata “Padania”.

Fortunatamente le cose non stanno così e quello che stiamo commentando altro non è che l’ennesimo episodio comprovante l’interiorizzazione da parte di media ed  intellettuali, di politici ed opinion maker, di concetti appartenenti all’universo simbolico ed all’apparato propagandistico del Carroccio.
Diversamente è inspiegabile come da parte di un bravo giornalista si cada nell’errore di mettere la “Padania leghista” sullo stesso piano di regioni come la Baviera, la Carinzia, la Provenza ed il Rhone-Alpes, senza alcuna chiosa, magari ironica, che faccia emergere la differenza tra una panzana ideologica ed istituzioni effettivamente esistenti.

Ci mancherebbe altro: Madron sa benissimo cos’è la “Padania leghista”, ma, come tanti altri giornalisti italiani, ha ceduto ad un vezzo: quello di usare il termine Padania per identificare, politicamente, una parte del paese, ancorché il suo significato originario, reale, anche nella sua variante aggettivata, esula dall’uso che la Lega ne ha fatto in questi anni.

In un mio recente saggio, ho posto provocatoriamente la domanda: ma la Padania esiste?  La risposta che ho dato è stata questa: a furia di parlarne, almeno sui giornali e nel linguaggio politico, è finita per esistere davvero.
I leghisti hanno naturalmente fatto lo loro parte, nel disinteresse generale. Non solo inventandosene il mito, ma richiamandola in una miriade di manifestazioni, enti, fondazioni, associazioni, molte delle quali, nonostante fossero per natura in contrasto con le finalità della Repubblica, hanno ricevuto dalla stessa riconoscimenti ufficiali ed ogni sorta di legittimazione.
Vogliamo parlare del Giro di Padania,  che ha ricevuto il riconoscimento del Coni e della Federazione Ciclistica Italiana? Oppure del concorso di bellezza femminile Miss Padania? Una manifestazione che, nelle sue ultime edizioni, è stata mandata in diretta addirittura dalle reti Mediaset, come se si trattasse di un concorso nazionale del rango di Miss Italia.

La Padania esiste, allora, eccome se esiste: Parlamento padano, Giro di Padania, Miss Padania, Scuola Bosina –Libera scuola dei popoli padani, Associazione Donne Padane, Medica Padana, PADAS (Associazione Padana Donatori Abituali Sangue), Padanassistenza, CO.PA.M – Cooperazione Padania nel Mondo, Cattolici Padani, Orsetti Padani, Guardia Nazionale Padana, Padania Calcio, Sport Padania, Automobile Club Padania. Non manca niente, la Padania è ormai una sorta di stato nello stato, nonostante i guai recenti della Lega.
E se ciò è stato possibile, ed è ancora possibile, lo si deve alla superficialità con cui la politica ed i media hanno trattato la questione.
Lo scandalo dei rimborsi elettorali ha indebolito di molto la fibra del Carroccio; lo stesso congresso appena celebrato è stato opaco, malinconico, privo di grandi slanci. Meno male.
Dire però che la pericolosità di questo movimento si è attenuata, o addirittura è venuta meno, è affermare un’idiozia. Forse sarebbe venuto il momento di combatterne le finalità eversive anche sottraendoci alla tentazione di utilizzarne lo stesso linguaggio.

Fonte: http://www.ilfuturista.it/luigi-pandolfi-l-intruso/la-padania-esiste-grazie-alla-superficialita-di-media-e-politica.html

domenica 8 luglio 2012

Giustizia: in Piemonte 16 tribunali, paradosso nord-sud

"Vogliono tagliare i Tribunali in Calabria ma nessuno sa che in Piemonte ce ne sono 17 a venti chilometri l'uno dall'altro. Sono questi i veri sprechi". All'indomani del decreto sulla spending review, il magistrato Nicola Gratteri, Procuratore aggiunto a Reggio Calabria, punta il dito contro uno dei paradossi del pianeta giustizia sul filo della rivalità tra Nord e Sud.

Ma il suo intervento aggiunge paradosso a paradosso perché a Torino non si mostrano in disaccordo con lui, sia pure con gli opportuni distinguo.

"Avere tante sedi - spiega Mario Barbuto, presidente della Corte d'appello subalpina - non è un privilegio ma un handicap. Si disperdono risorse. E non è sinonimo di sovradimensionamento: anzi, se guardiamo la pianta organica e il numero di magistrati in servizio rispetto alla popolazione residente, il nostro è uno dei distretti penalizzati".

D'altra parte è proprio sul Piemonte che la scure del ministro Paola Severino sui piccoli Tribunali si è abbattuta con più veemenza: ne spariscono sette su sedici (il diciassettesimo è in Valle d'Aosta), vale a dire tutti quelli che non hanno sede in un capoluogo di provincia con la sola eccezione di Ivrea (Torino). Ma questo non può interessare chi, come il segretario generale della Cisl calabrese, Paolo Tramonti, lamenta la soppressione dei Tribunali in una parte del Paese in cui "la sfida della criminalità organizzata è sempre più sfrontata".

Il presidente Barbuto propone da anni la revisione di una geografia giudiziaria che risale ai tempi in cui il Piemonte costruiva l'Unità d'Italia, quando la Cassazione era a Torino e la cittadina di Casale Monferrato era sede di Corte d'Appello. Ma oggi puntualizza.
"Se i magistrati sono pochi, cosa cambia se sono distribuiti in quattro o in diciassette tribunali?". Alla cerimonia inaugurale dell'anno giudiziario 2011 Barbuto snocciolò una serie di dati da cui risultava che, solo in base al bacino di utenza, che in Piemonte è pari al 7.51% del territorio nazionale, il distretto subalpino avrebbe avuto bisogno di ottantotto toghe in più. Un caso di sottodimensionamento che - spiegava - si vedeva anche a Milano, Roma, Venezia, Bologna e Firenze, ma non a Napoli e Palermo. "Sono sempre stato favorevole - aggiunge Barbuto - a una concentrazione ragionata delle sedi, cosa che permette a tutti di lavorare in condizioni migliori. Però l'equivoco va chiarito. Non è certo per il numero dei nostri Tribunali che il nostro distretto viene spesso presentato come esempio virtuoso per la durata delle cause".

Il taglio, in Piemonte, non è indolore e sta generando quasi ovunque le proteste di avvocati e politici locali. Una delle pietre dello scandalo è la soppressione del Tribunale di Pinerolo, che ha colto tutti di sorpresa anche perché il Ministero della Giustizia ha appena speso 448 mila euro per ampliarne la sede. Gli è stato preferito il Tribunale di Ivrea. I parlamentari Lucio Malan (Pdl) e Giorgio Merlo (Pd) dicono che per quanto riguarda il Piemonte "non sono stati seguiti criteri oggettivi" e sospettano che nei provvedimenti "abbiano pesato pressioni che nulla hanno a che fare con le esigenze di bilancio e con l'interesse dei cittadini".

Fonte: Business Vox
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"Vogliono tagliare i Tribunali in Calabria ma nessuno sa che in Piemonte ce ne sono 17 a venti chilometri l'uno dall'altro. Sono questi i veri sprechi". All'indomani del decreto sulla spending review, il magistrato Nicola Gratteri, Procuratore aggiunto a Reggio Calabria, punta il dito contro uno dei paradossi del pianeta giustizia sul filo della rivalità tra Nord e Sud.

Ma il suo intervento aggiunge paradosso a paradosso perché a Torino non si mostrano in disaccordo con lui, sia pure con gli opportuni distinguo.

"Avere tante sedi - spiega Mario Barbuto, presidente della Corte d'appello subalpina - non è un privilegio ma un handicap. Si disperdono risorse. E non è sinonimo di sovradimensionamento: anzi, se guardiamo la pianta organica e il numero di magistrati in servizio rispetto alla popolazione residente, il nostro è uno dei distretti penalizzati".

D'altra parte è proprio sul Piemonte che la scure del ministro Paola Severino sui piccoli Tribunali si è abbattuta con più veemenza: ne spariscono sette su sedici (il diciassettesimo è in Valle d'Aosta), vale a dire tutti quelli che non hanno sede in un capoluogo di provincia con la sola eccezione di Ivrea (Torino). Ma questo non può interessare chi, come il segretario generale della Cisl calabrese, Paolo Tramonti, lamenta la soppressione dei Tribunali in una parte del Paese in cui "la sfida della criminalità organizzata è sempre più sfrontata".

Il presidente Barbuto propone da anni la revisione di una geografia giudiziaria che risale ai tempi in cui il Piemonte costruiva l'Unità d'Italia, quando la Cassazione era a Torino e la cittadina di Casale Monferrato era sede di Corte d'Appello. Ma oggi puntualizza.
"Se i magistrati sono pochi, cosa cambia se sono distribuiti in quattro o in diciassette tribunali?". Alla cerimonia inaugurale dell'anno giudiziario 2011 Barbuto snocciolò una serie di dati da cui risultava che, solo in base al bacino di utenza, che in Piemonte è pari al 7.51% del territorio nazionale, il distretto subalpino avrebbe avuto bisogno di ottantotto toghe in più. Un caso di sottodimensionamento che - spiegava - si vedeva anche a Milano, Roma, Venezia, Bologna e Firenze, ma non a Napoli e Palermo. "Sono sempre stato favorevole - aggiunge Barbuto - a una concentrazione ragionata delle sedi, cosa che permette a tutti di lavorare in condizioni migliori. Però l'equivoco va chiarito. Non è certo per il numero dei nostri Tribunali che il nostro distretto viene spesso presentato come esempio virtuoso per la durata delle cause".

Il taglio, in Piemonte, non è indolore e sta generando quasi ovunque le proteste di avvocati e politici locali. Una delle pietre dello scandalo è la soppressione del Tribunale di Pinerolo, che ha colto tutti di sorpresa anche perché il Ministero della Giustizia ha appena speso 448 mila euro per ampliarne la sede. Gli è stato preferito il Tribunale di Ivrea. I parlamentari Lucio Malan (Pdl) e Giorgio Merlo (Pd) dicono che per quanto riguarda il Piemonte "non sono stati seguiti criteri oggettivi" e sospettano che nei provvedimenti "abbiano pesato pressioni che nulla hanno a che fare con le esigenze di bilancio e con l'interesse dei cittadini".

Fonte: Business Vox

 
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