venerdì 25 maggio 2012

Il Partito del Sud sul quotidiano abruzzese Il Centro!

Complimenti al Coordinatore per l'Abruzzo del PdSUD Nicola Di Pasquale, che ha già ha avuto precedenti esperienze politiche ed amministrative anche come Assessore, e che ha aderito con entusiasmo alla nostra sfida meridionalista! Ha già costituito la sezione ad Avezzano,  che presenterà presto alla stampa e così il Partito del Sud inizia radicarsi anche negli "Abruzzi" e fa notizia da subito, ecco l'articolo sul quotidiano abruzzese "Il Centro"





Fonte: "Il Centro" del 24 maggio 2012

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Complimenti al Coordinatore per l'Abruzzo del PdSUD Nicola Di Pasquale, che ha già ha avuto precedenti esperienze politiche ed amministrative anche come Assessore, e che ha aderito con entusiasmo alla nostra sfida meridionalista! Ha già costituito la sezione ad Avezzano,  che presenterà presto alla stampa e così il Partito del Sud inizia radicarsi anche negli "Abruzzi" e fa notizia da subito, ecco l'articolo sul quotidiano abruzzese "Il Centro"





Fonte: "Il Centro" del 24 maggio 2012

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Biblioteca Girolamini: Topi da biblioteca - Il saccheggio dei libri: arrestato il direttore De Caro

di Vincenzo Iurillo e Ferruccio Sansa
Fonte:Il Fatto Quotidiano del 25.5.12



Incunaboli e manette. È stato arrestato Marino Massimo De Caro, manager bibliofilo consulente dei ministri Galan e Ornaghi. Prototipo dell’uomo d’affari bipartisan, amico di vita e affari del berlusconiano Marcello Dell’Utri e del dalemiano Roberto De Santis. Galeotta la sua passione per i libri. Vicenda nata da un articolo di Tomaso Montanari sul Fatto Quotidiano. Prendi la più antica biblioteca di Napoli, la Girolamini: 159.700 volumi, tra le più ricche del Mezzogiorno e conosciuta in tutto il mondo. Affidala incredibilmente a un direttore, Massimo Marino De Caro, coinvolto e poi prosciolto fino al 2009 in un’inchiesta per sospetta ricettazione di un libro antico. Lo stesso De Caro che appena nominato ordina una movimentazione dei volumi senza registrare gli spostamenti, così da rendere irrintracciabili i libri. Condisci il tutto con una sorprendente disposizione del conservatore della Biblioteca, padre Sandro Marsano (indagato), che esonera un dipendente dai servizi di controllo e ordina “di non attivare più gli impianti di videosorveglianza, perché De Caro aveva la necessità di accedere alla biblioteca anche fuori dagli orari di apertura”. MESCOLA con un gruppo di persone, guidate da De Caro, che (secondo i pm) nella notte avrebbe fatto razzia dei libri. Il risultato è una biblioteca “smembrata e mutilata, forse irrimediabilmente”, come afferma il procuratore aggiunto Giovanni Melillo che ha coordinato l’inchiesta dei carabinieri per la Tutela del Patrimonio Artistico culminata ieri negli arresti di De Caro e di quattro suoi fiduciari con accuse di peculato e ricettazione. Con De Caro&C. sono indagati anche il conservatore della Biblioteca, padre Sandro Marsano, e una collaboratrice del senatore Marcello Dell’Utri, Maria Grazia Cerone. L’ordinanza del Gip Francesca Ferri racconta la sottrazione di centinaia di volumi dal valore inestimabile. Furti documentati da video realizzati dagli stessi dipendenti entrati in conflitto con De Caro (che, secondo una testimone, maneggiava assegni con l’intestazione del Senato). I video mostrano incursioni notturne in biblioteca, andirivieni di auto da cui scendevano uomini con borse o scatoloni. Le persone filmate avevano le chiavi. La svolta una settimana fa: in un box di Verona i carabinieri trovano 257 libri della Girolamini. Era stato affittato il 20 aprile, due giorni dopo il sequestro giudiziario della biblioteca. Come si è potuto compiere questo saccheggio? Il procuratore Alessandro Pennasilico teorizza “un’insensibilità dei napoletani all’adeguata tutela delle ricchezze culturali”. E Melillo: “Da anni si diceva che all’interno dei Girolamini avvenivano strane sottrazioni. Gli intellettuali ne parlavano, ma la denuncia formale è stata fatta dal professor Tommaso Montanari, un fiorentino”. Intanto sono stati trovati 11 volumi antichi con timbro della Biblioteca Arcivescovile di Genova. Erano in casa di padre Marsano. Gli investigatori vogliono capire a che titolo ne fosse in possesso. L’arresto di De Caro potrebbe suscitare timori bipartisan. Perché De Caro fa affari con figure vicine ai vertici di centrodestra e centrosinistra. A Firenze è indagato per corruzione con Dell’Utri. Al centro dell’indagine uno degli impianti solari più grandi d’Europa, quello di Gela, progetto da cento milioni. I pm ipotizzano che, per ottenere il via libera delle autorità, sia stato chiesto l’intervento di Dell’Utri mentre De Caro si è interessato al progetto come consulente insieme con Domenico Di Carlo (non indagato), già capo della Segreteria del ministro dell’Agricoltura Saverio Romano. Tutto parte dalle carte dell’inchiesta P3. Gli inquirenti fiorentini avevano trovato traccia di un pagamento di 558 mila euro che Dell’Utri (indagato in quell’inchiesta) aveva ricevuto da De Caro. De Caro al Fatto aveva spiegato: “Ho pagato Dell’Utri per un libro rarissimo che riporta la lettera del 1493 scritta da Colombo a Isabella d’Aragona”. De Caro pare quasi gettare sospetti sui carabinieri: “Quel libro io l’ho già mostrato ai Carabinieri del Nucleo artistico di Venezia, ma dopo la perquisizione dei Ros nella mia casa di Verona, il libro non c’è più. Mi hanno rubato un valore di un milione di euro e farò una denuncia per furto”. Ma Dell’Utri e De Caro, insieme con Aldo Micciché (latitante in Venezuela che vanta legami con famiglie ‘ndranghetiste), hanno fatto affari per acquistare una partita di petrolio venezuelano da milioni di euro. Per trovare una raffineria in Italia De Caro si rivolge all’amico De Santis. Racconta De Caro: “Ma D’Alema l’avrò visto al massimo sei o sette volte”.

Fonte:Il Fatto Quotidiano del 25.5.12

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di Vincenzo Iurillo e Ferruccio Sansa
Fonte:Il Fatto Quotidiano del 25.5.12



Incunaboli e manette. È stato arrestato Marino Massimo De Caro, manager bibliofilo consulente dei ministri Galan e Ornaghi. Prototipo dell’uomo d’affari bipartisan, amico di vita e affari del berlusconiano Marcello Dell’Utri e del dalemiano Roberto De Santis. Galeotta la sua passione per i libri. Vicenda nata da un articolo di Tomaso Montanari sul Fatto Quotidiano. Prendi la più antica biblioteca di Napoli, la Girolamini: 159.700 volumi, tra le più ricche del Mezzogiorno e conosciuta in tutto il mondo. Affidala incredibilmente a un direttore, Massimo Marino De Caro, coinvolto e poi prosciolto fino al 2009 in un’inchiesta per sospetta ricettazione di un libro antico. Lo stesso De Caro che appena nominato ordina una movimentazione dei volumi senza registrare gli spostamenti, così da rendere irrintracciabili i libri. Condisci il tutto con una sorprendente disposizione del conservatore della Biblioteca, padre Sandro Marsano (indagato), che esonera un dipendente dai servizi di controllo e ordina “di non attivare più gli impianti di videosorveglianza, perché De Caro aveva la necessità di accedere alla biblioteca anche fuori dagli orari di apertura”. MESCOLA con un gruppo di persone, guidate da De Caro, che (secondo i pm) nella notte avrebbe fatto razzia dei libri. Il risultato è una biblioteca “smembrata e mutilata, forse irrimediabilmente”, come afferma il procuratore aggiunto Giovanni Melillo che ha coordinato l’inchiesta dei carabinieri per la Tutela del Patrimonio Artistico culminata ieri negli arresti di De Caro e di quattro suoi fiduciari con accuse di peculato e ricettazione. Con De Caro&C. sono indagati anche il conservatore della Biblioteca, padre Sandro Marsano, e una collaboratrice del senatore Marcello Dell’Utri, Maria Grazia Cerone. L’ordinanza del Gip Francesca Ferri racconta la sottrazione di centinaia di volumi dal valore inestimabile. Furti documentati da video realizzati dagli stessi dipendenti entrati in conflitto con De Caro (che, secondo una testimone, maneggiava assegni con l’intestazione del Senato). I video mostrano incursioni notturne in biblioteca, andirivieni di auto da cui scendevano uomini con borse o scatoloni. Le persone filmate avevano le chiavi. La svolta una settimana fa: in un box di Verona i carabinieri trovano 257 libri della Girolamini. Era stato affittato il 20 aprile, due giorni dopo il sequestro giudiziario della biblioteca. Come si è potuto compiere questo saccheggio? Il procuratore Alessandro Pennasilico teorizza “un’insensibilità dei napoletani all’adeguata tutela delle ricchezze culturali”. E Melillo: “Da anni si diceva che all’interno dei Girolamini avvenivano strane sottrazioni. Gli intellettuali ne parlavano, ma la denuncia formale è stata fatta dal professor Tommaso Montanari, un fiorentino”. Intanto sono stati trovati 11 volumi antichi con timbro della Biblioteca Arcivescovile di Genova. Erano in casa di padre Marsano. Gli investigatori vogliono capire a che titolo ne fosse in possesso. L’arresto di De Caro potrebbe suscitare timori bipartisan. Perché De Caro fa affari con figure vicine ai vertici di centrodestra e centrosinistra. A Firenze è indagato per corruzione con Dell’Utri. Al centro dell’indagine uno degli impianti solari più grandi d’Europa, quello di Gela, progetto da cento milioni. I pm ipotizzano che, per ottenere il via libera delle autorità, sia stato chiesto l’intervento di Dell’Utri mentre De Caro si è interessato al progetto come consulente insieme con Domenico Di Carlo (non indagato), già capo della Segreteria del ministro dell’Agricoltura Saverio Romano. Tutto parte dalle carte dell’inchiesta P3. Gli inquirenti fiorentini avevano trovato traccia di un pagamento di 558 mila euro che Dell’Utri (indagato in quell’inchiesta) aveva ricevuto da De Caro. De Caro al Fatto aveva spiegato: “Ho pagato Dell’Utri per un libro rarissimo che riporta la lettera del 1493 scritta da Colombo a Isabella d’Aragona”. De Caro pare quasi gettare sospetti sui carabinieri: “Quel libro io l’ho già mostrato ai Carabinieri del Nucleo artistico di Venezia, ma dopo la perquisizione dei Ros nella mia casa di Verona, il libro non c’è più. Mi hanno rubato un valore di un milione di euro e farò una denuncia per furto”. Ma Dell’Utri e De Caro, insieme con Aldo Micciché (latitante in Venezuela che vanta legami con famiglie ‘ndranghetiste), hanno fatto affari per acquistare una partita di petrolio venezuelano da milioni di euro. Per trovare una raffineria in Italia De Caro si rivolge all’amico De Santis. Racconta De Caro: “Ma D’Alema l’avrò visto al massimo sei o sette volte”.

Fonte:Il Fatto Quotidiano del 25.5.12

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Capaci: non solo vendetta di mafia - puntata 25 - Servizio Pubblico

https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=SsWTl7oNGGY#!

 Per Roberto Scarpinato, procuratore generale presso la Corte d'Appello di Caltanissetta, gli omicidi di Falcone e Borsellino non sono solo vendetta mafiosa. Nascondono molto altro, ci sono coperchi da aprire per far luce su strategie di collaborazione tra la mafia e cariche dello Stato che favorivano la latitanza dei grandi boss.
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https://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=SsWTl7oNGGY#!

 Per Roberto Scarpinato, procuratore generale presso la Corte d'Appello di Caltanissetta, gli omicidi di Falcone e Borsellino non sono solo vendetta mafiosa. Nascondono molto altro, ci sono coperchi da aprire per far luce su strategie di collaborazione tra la mafia e cariche dello Stato che favorivano la latitanza dei grandi boss.

giovedì 24 maggio 2012

Crediti a tutti ma non alla Campania: è ora di dire basta !!!


Alessandro Citarella, Segretario Provinciale del Partito del Sud – Napoli
I più importanti giornali nazionali hanno esposto chi meraviglia, chi stupore, chi punti di vista a favore del Governo per l’esclusione della Campania dagli aventi diritto ai crediti d’impresa, ma almeno stavolta è andato in onda il vero volto coloniale di questo Stato, senza se e senza ma. Fino a ieri infatti c’era la Lega Nord a fare la parte del cattivo, adesso con parole dolci e suadenti ci pensano i “professori”, tutti ex stipendiati lautamente dal sistema tosco-padano e coloniale, lo stesso da 151 anni, di  “piemontesi che lavorano”!  Riprovano a sfilare al Sud non solo i soldi, ma il diritto a farla finita con la discriminazione coloniale una volta e per tutte.
Verrebbe da dire “signori, giù la maschera!” perché si sono finalmente mostrati anche loro. Parole tante: sud, meridione, sviluppo, crescita, infrastrutture, credito, ma appena si arriva al nocciolo della questione resuscita il senatore Carlo Bombrini con le sue parole: “Il Mezzogiorno non dovrà più essere in grado di intraprendere.”  Bombrini, senatore del Regno d’Italia e cofondatore della Banca nazionale del Regno d’Italia e membro dell’Ordine Mauriziano, oltre a essere comproprietario della “Gio. Ansaldo & C.”, a quanto pare vive ancora attraverso i suoi nefasti insegnamenti, conditi da attualissime amenità tecnico-giuridiche, che servono per negare ai meridionali quello che serve per intraprendere in modo autonomo e indipendente.  E’ ovvio che i fondi arrivano a Sud, invece, quando, come nel caso della Cassa per il Mezzogiorno, servono per far arricchire gli imprenditori del Nord come dimostra la storia italiana del dopo guerra ad oggi.
Senza scendere in ragionamenti tecnici, è fondamentale che le istituzioni campane, dal Presidente della Regione al Sindaco del comune più piccolo, dai parlamentari campani di tutti i partiti, ai presidenti delle organizzazioni di categoria campane, fino agli intellettuali della nostra Regione, facciano un fronte unico nel dire ai rappresentanti del governo della Bocconi che la Campania non accetterà mai l’esclusione delle sue imprese dagli aventi diritto ai crediti d’impresa.  Una unione trasversale di tutti i campani, politici e non, darebbe un messaggio forte e chiaro al governo dei banchieri del Nord, forse ancora più forte dei fischi che i tifosi del Napoli hanno rivolto all’inno nazionale dell’Italia dei banchieri e degli industriali del Nord, quelli che hanno spolpato i territori dello Stato delle Due Sicilie da 151 anni a questa parte.

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Alessandro Citarella, Segretario Provinciale del Partito del Sud – Napoli
I più importanti giornali nazionali hanno esposto chi meraviglia, chi stupore, chi punti di vista a favore del Governo per l’esclusione della Campania dagli aventi diritto ai crediti d’impresa, ma almeno stavolta è andato in onda il vero volto coloniale di questo Stato, senza se e senza ma. Fino a ieri infatti c’era la Lega Nord a fare la parte del cattivo, adesso con parole dolci e suadenti ci pensano i “professori”, tutti ex stipendiati lautamente dal sistema tosco-padano e coloniale, lo stesso da 151 anni, di  “piemontesi che lavorano”!  Riprovano a sfilare al Sud non solo i soldi, ma il diritto a farla finita con la discriminazione coloniale una volta e per tutte.
Verrebbe da dire “signori, giù la maschera!” perché si sono finalmente mostrati anche loro. Parole tante: sud, meridione, sviluppo, crescita, infrastrutture, credito, ma appena si arriva al nocciolo della questione resuscita il senatore Carlo Bombrini con le sue parole: “Il Mezzogiorno non dovrà più essere in grado di intraprendere.”  Bombrini, senatore del Regno d’Italia e cofondatore della Banca nazionale del Regno d’Italia e membro dell’Ordine Mauriziano, oltre a essere comproprietario della “Gio. Ansaldo & C.”, a quanto pare vive ancora attraverso i suoi nefasti insegnamenti, conditi da attualissime amenità tecnico-giuridiche, che servono per negare ai meridionali quello che serve per intraprendere in modo autonomo e indipendente.  E’ ovvio che i fondi arrivano a Sud, invece, quando, come nel caso della Cassa per il Mezzogiorno, servono per far arricchire gli imprenditori del Nord come dimostra la storia italiana del dopo guerra ad oggi.
Senza scendere in ragionamenti tecnici, è fondamentale che le istituzioni campane, dal Presidente della Regione al Sindaco del comune più piccolo, dai parlamentari campani di tutti i partiti, ai presidenti delle organizzazioni di categoria campane, fino agli intellettuali della nostra Regione, facciano un fronte unico nel dire ai rappresentanti del governo della Bocconi che la Campania non accetterà mai l’esclusione delle sue imprese dagli aventi diritto ai crediti d’impresa.  Una unione trasversale di tutti i campani, politici e non, darebbe un messaggio forte e chiaro al governo dei banchieri del Nord, forse ancora più forte dei fischi che i tifosi del Napoli hanno rivolto all’inno nazionale dell’Italia dei banchieri e degli industriali del Nord, quelli che hanno spolpato i territori dello Stato delle Due Sicilie da 151 anni a questa parte.

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Il sospetto e l’intrigo

Gramsci, il Pci, Stalin negli scritti del carcere
Con gli strumenti del filologo Luciano Canfora offre una ricostruzione originale della genesi, della pubblicazione e della delicata gestione politica dell’opera del leader comunista
Dalla lettera di Grieco al ruolo di Togliatti: tensioni, provocazioni e tradimenti nella lunga notte degli anni 30
di Giulio Ferroni


FILOLOGIA E POLITICA SONO DUE COSE CHE NON SIAMO TANTO ABITUATI A METTERE IN RAPPORTO: ma proprio a proposito della vicenda della pubblicazione delle lettere e dei Quaderni del carcere di Gramsci questo rapporto viene messo in nettissima evidenza da Luciano Canfora, la cui ottica di storico e filologo (e di studioso dell’antichità) giunge a districare nel modo più concreto questioni che troppo spesso vengono affrontate in modo esteriormente polemico. Il nuovo libro Gramsci in carcere e il fascismo (Salerno Editrice, pagine 304, euro 14,00) ha al suo centro la ricostruzione della travagliata storia di alcune lettere di Gramsci, escluse dalla prima edizione (1947) delle Lettere dal carcere: con un seguito di trascrizioni, copie fotografiche, esitazioni, reticenze, occultamenti, determinati dal fatto che, nel caso di un leader come Gramsci, la gestione stessa della sua eredità e quindi ogni scelta editoriale non poteva non essere sentita come un atto politico. Si tratta in primo luogo di tre lettere del ’28, del ’32 e del ’33, in cui Gramsci si riferiva al danno causato alla sua situazione di prigioniero da una lettera inviatagli a San Vittore con data 2 febbraio 1928 da un dirigente del partito, Ruggiero Grieco, «con informazioni politiche un po’ aberranti e un po’ iattanti», che gli diedero l’impressione di una deliberata malevolenza del partito nei suoi confronti e di essere state causa del fallimento della trattativa con l’Urss per la sua liberazione.
È una vicenda in cui sono in scena moltissimi attori e si esibiscono moltissime carte, con tanti passaggi, nella vita e nei rapporti del prigioniero, nella storia del partito in quegli anni e in quelli successivi, con le varie edizioni delle lettere fino a quella definitiva curata da Chiara Daniele e Aldo Natoli. Ma al centro di tutto è naturalmente Gramsci, con l’eroica tensione di un pensiero capace di resistere alle tremende difficoltà della situazione carceraria. Dopo aver notato che la grandezza dei Quaderni non sta tanto nell’indicazione di immediati modelli politici e programmatici, quanto nella sua tesa problematicità, Canfora insiste sull’interpretazione che vi viene data del fascismo come «rivoluzione passiva», reazione diventata maggioritaria nella società (interpretazione ben diversa da quella data allora dal movimento comunista internazionale).
LA LETTERA DI GRIECO
Molti dubbi si affacciano su Grieco e sulla sua lettera: e si ricorda che, quando egli diresse il partito (tra il ’35 e il ’37), pubblicò dopo la guerra d’Etiopia un appello al popolo italiano per la conciliazione nazionale, in cui si rivolgeva anche «ai fratelli in camicia nera», affermando addirittura l’intenzione dei comunisti di fare proprio «il programma fascista del 1919», che sarebbe stato tradito dal fascismo al potere. Questo appello fu motivo di sbandamento per molti militanti: è un documento poco noto e quasi inquietante, che Canfora riporta in appendice, insieme ad altri documenti spesso sorprendenti (come quelli che riguardano Ezio Taddei, figura di anarchico autore di vari atti di provocazione e di denigrazione, anche nei confronti di Gramsci, ma riuscito nel dopoguerra ad approdare nel Pci).
La linea indicata in quell’appello di Grieco era del tutto contraddittoria rispetto alla politica di adesione ai fronti popolari, allora sostenuta dal Komintern: ed è indice di un momento di grande confusione nel partito (in parte superata dalla rimozione di Grieco dalla segreteria). Ma tutto ciò (proprio a partire da quella famosa lettera del 2 febbraio 1928) trova radice nel difficile groviglio della lotta politica di quegli anni, tra attività del Centro Estero del partito in Urss e nei paesi democratici europei, clandestinità, comunicazioni reticenti o indirette, azioni poliziesche, presenze di infiltrati, provocatori, delatori, ecc.: un mondo con cui Gramsci prigioniero ha rapporti inevitabilmente indiretti (a parte le visite che può ricevere), mentre le sue lettere approdano in mani diverse.
In questo difficile groviglio, che Canfora ripercorre approfondendo e illuminando in modo nuovo anche tanti dati già noti, sta forse una delle ragioni essenziali della sfasatura tra la posizione di Gramsci in carcere (anche dopo la sua tardiva liberazione prima della morte) e quella del partito, del senso di dissidio, di sospetto, di ostilità di cui egli sentì la traccia più pesante in quella lettera del ’28: sfasatura che paradossalmente alimentò il suo originale pensiero, lo portò in un certo senso al di là della stessa situazione politica contingente da cui pure era scaturito e a cui cercava di rispondere. Per questo nella storia dell’edizione delle Lettere dal carcere (come in quella dei Quaderni) il nesso tra filologia e politica risulta determinante. Il tardo emergere di molte lettere (tra cui quelle tre che toccano il caso della lettera di Grieco) trova una sua giustificazione proprio nel carattere politico che il lascito di Gramsci assume nella storia del Pci del dopoguerra: Canfora mostra che il progressivo e faticoso disvelamento storiografico si legava a un impegno a mettere il pensiero di Gramsci «ogni volta in accordo con la trasformazione in atto», riconoscendo nel contempo in esso «la sola “forza intellettuale” capace di garantire continuità e unità nel corso della trasformazione».
In questa operazione è stato centrale il ruolo di Togliatti, che, dopo aver tenute nascoste le lettere in questione, decise negli ultimi anni di fornirle a nuovi editori (sulle cui reticenze e incertezze Canfora dà molte pungenti indicazioni). A Togliatti, del resto, Canfora riconosce il merito di aver compiuto, già con la prima pubblicazione dei Quaderni, un atto di grande «autonomia intellettuale» dal modello sovietico, primo passo verso il contrastato distacco politico, che avrebbe ricondotto il Pci «nell’alveo principale del movimento operaio, cioè nella socialdemocrazia distaccandosi dalla quale il partito era nato». Anche questo, nel solco del pensiero di Gramsci: ma qui la discussione è aperta, con gli stimoli nuovi garantiti da questo libro ricco di tanti anche particolarissimi dati storici e testuali.


Fonte: L'Unità del 22 maggio 2012 


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Luciano Canfora
Gramsci, il finto giallo del quaderno sparito
“l dubbi e le discontinuità sono sempre presenti in lui: ipotizzare un anello mancante, magari per insinuare un’abiura dal marxismo, non serve”
di Luca Telese


E poi alla fine della nostra intervista, Luciano Canfora sorride e trae le sue conclusioni. In primo luogo sulla montagna di polemiche nate, dalla proliferazione di pubblicazioni incandescenti e contrapposte sul pensatore di Ales. Gramsci attuale, Gramsci controverso, Gramsciancorauna volta conteso. Gramsci avvolto nel mistero, da quando lo storico Franco Lo Piparo ha posto un interrogativo fondato sulla possibile sparizione di uno dei quaderni: “Vede–diceCanfora-iomirendo conto che questo possa dare fastidio a qualcuno, e scompigliare le teorie preconfezionate di altri: Antonio Gramsci non è stato un pensatore settario, e nemmeno un precursore del pensiero liberaldemocratico. Non ha avuto conversioni in punto di morte, o se così è stato, come proverò a dimostrare, per ora non ce ne sono prove”. Chiedo al più raffinato professoredellafilologiacomunista cosa sia stato Gramsci per lui. Il professore sorride, dietro le sue lenti: “Un comunista eretico in tempi di ortodossia. Le pare poco? Basta questo a renderlo terribilmente contemporaneo”. Il filosofo barese ha appena pubblicato un libro (Gramsci in carcere e il fascismo, Salerno editrice, 14 euro) sul fondatore de l’Unità. Un libro che si inserisce nella contesa storiografica con una tesi “neoclassica”, che ha già fatto arrabbiare Gianni Riotta e Europa, e che invece è piaciuta a l’Unità (recensione entusiasta di Giulio Ferroni).
Professore, la divertono stroncature ed elogi?
Guardi, l’articolo di Ferroni mi ha reso felice, quello di Europa mi è sostanzialmente indifferente. Spero che questo tale che ha firmato la recensione sia un uomo di lettere, sono certo che ha scritto del mio libro senza peritarsi di leggerlo, visto che mi rimprovera di aver omesso temi e problemi a cui dedico un intero capitolo del libro!
Provo a semplificare la disputa: alcuni polemisti, in questi mesi, sostengono che ci sia un quaderno che è stato occultato da Palmiro Togliatti. E che gli studiosi “di sinistra”, fra cui ovviamente anche lei, tendano ad occultare questa verità.
Ovviamente la seconda cosa è una sciocchezza. La prima mi pare non impossibile, ma altamente indimostrabile.
Proviamo a spiegarlo ai lettori de Il Fatto come se fossero i suoi studenti….
Primo fatto. Lo Piparo, che è uno studioso molto serio, e che io stimo, si pone un interrogativo filo-logicamente corretto. Quale? Se fosse un mistero, il giallo comincerebbe così: nel celebre discorso di Napoli del 20 Aprile 1945, Palmiro Togliatti esibisce un quaderno e dice: “Gramsci ci ha lasciato 34 grossi quaderni come questo – eccone uno! – coperti di scrittura minuta, precisa e uguale”. Solo che proprio qui iniziano i problemi: perché, come nota correttamente lo Piparo, i quaderni di cui oggi siamo a conoscenza sono solo 33. Ne manca uno? È stato trafugato? Censurato? C’è un errore di numerazione, come sostengono altri?
Non mi sembra convinto di queste tesi.
Infatti. Però, se restiamo nel campo della scienza, la cosa più improbabile è partire da un dato vero per sostenere un’idea non provata né dimostrabile. Che il quaderno mancante sia l’ultimo, quello in cui Gramsci avrebbe esplicitato la sua inverosimile presa di distanze dal comunismo, fino ad abbracciare improbabili conversioni.
Mi spieghi perché è così scettico.
I quaderni sono un corpus in evoluzione, non un fotoromanzo a puntateanimatodacolpidiscena. Come provo a ricostruire nel mio libro, gli strappi e i passaggi di discontinuità di Gramsci sono tanti, e molteplici. Non serve ipotizzare un quaderno segreto, per apprezzarli, basta leggere per trovare una miniera di pensieri non conformi ai suoi tempi e alla disciplina del partito in cui militava.
Mi faccia un esempio…
Basta legge la pagina 1949-1950 dell’edizione di Gerratana per trovare una riflessione perfettamente sistematizzata sui sistemi politici. Gramsci descrive quelli che definisce “sistemi totalitari”: ‘Entrambi fanno pedagogia alle massechevengonoviziate’. Èevidente che sta parlando sia del comunismo reale che del nazismo. Ma che quel giudizio riferito al paese di Stalin, ed espresso da un comunista, è durissimo….
In quella pagina si parla male anche dei sistemi liberali, dicendo che non sono rappresentativi
Oh, sì. Le ripeto, Gramsci resta comunista, senza dubbio. Ma visto che bisogna leggere il contesto, aggiunga anche che le stesse coselepensavaunostudiosonon sospetto di ostilità al pensiero liberale come Benedetto Croce, che lo aveva scritto già nel 1910.
I “revisionisti” dicono: Gramsci supera il marxismo.
Partiamo da un altro dettaglio: nelle lettere a Mussolini Gramsci chiede a Mussolini di poter leggere testi di De Man, un pensatore che teorizza il superamento del marxismo. Ma il fatto che Gramsci leggesse idee diverse dalle sue non prova nulla sulla presunta conversione.
E se invece dovesse rispondere con una pagina a quelli che contestano la modernità di Gramsci?
Indicherei la sua riflessione attualissima sul “Cesarismo”. Una interpretazione che, sia detto per inciso, veniva sconsigliata da Togliatti e anche da Marx. Mentre i materialisti dialettici esaltano il ruolo delle masse e sottovalutano quello dei leader, Gramsci nel quaderno 11 prende a modello Napoleone III per uno studio attuale sul carisma del capo.
Sarei blasfemo se dicessi che in questa categoria potrebbe trovare posto anche Berlusconi?
Il paragone con Napoleone III sarebbe troppo lusinghiero per lui, a mio parere. Gramsci ipotizza un cesarismo regressivo e uno progressivo, e forse ha più in mente Mussolini.
Perché Gramsci oggi torna prepotentemente sulla scena?
Perché come vede ha delle cose da dire. Ci sono tanti testi dimenticati che saltano fuori. Ci sono dei classici, delle perle come “Odio gli indifferenti”, pubblicato da Chiarelettere e. Oppure la preziosa antologia di D’Orsi e Chiarotto. Anche quella è una miniera di idee.
Quindi le polemiche non la preoccupano?
No. Perché credo che le crisi finanziarie e i popoli in rivolta, ovvero i due elementi su cui pensatori come Gramsci si sono rotti la testa sono i ferri del mestiere contemporanei. Non un Gramsci liberale, quindi, ma un Gramsci più attuale: proprio perché passa dieci anni a interrogarsi su quale rivoluzione sogna, e su come realizzarla.




Fonte:Il Fatto Quotidiano 24.5.12


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Gramsci, il Pci, Stalin negli scritti del carcere
Con gli strumenti del filologo Luciano Canfora offre una ricostruzione originale della genesi, della pubblicazione e della delicata gestione politica dell’opera del leader comunista
Dalla lettera di Grieco al ruolo di Togliatti: tensioni, provocazioni e tradimenti nella lunga notte degli anni 30
di Giulio Ferroni


FILOLOGIA E POLITICA SONO DUE COSE CHE NON SIAMO TANTO ABITUATI A METTERE IN RAPPORTO: ma proprio a proposito della vicenda della pubblicazione delle lettere e dei Quaderni del carcere di Gramsci questo rapporto viene messo in nettissima evidenza da Luciano Canfora, la cui ottica di storico e filologo (e di studioso dell’antichità) giunge a districare nel modo più concreto questioni che troppo spesso vengono affrontate in modo esteriormente polemico. Il nuovo libro Gramsci in carcere e il fascismo (Salerno Editrice, pagine 304, euro 14,00) ha al suo centro la ricostruzione della travagliata storia di alcune lettere di Gramsci, escluse dalla prima edizione (1947) delle Lettere dal carcere: con un seguito di trascrizioni, copie fotografiche, esitazioni, reticenze, occultamenti, determinati dal fatto che, nel caso di un leader come Gramsci, la gestione stessa della sua eredità e quindi ogni scelta editoriale non poteva non essere sentita come un atto politico. Si tratta in primo luogo di tre lettere del ’28, del ’32 e del ’33, in cui Gramsci si riferiva al danno causato alla sua situazione di prigioniero da una lettera inviatagli a San Vittore con data 2 febbraio 1928 da un dirigente del partito, Ruggiero Grieco, «con informazioni politiche un po’ aberranti e un po’ iattanti», che gli diedero l’impressione di una deliberata malevolenza del partito nei suoi confronti e di essere state causa del fallimento della trattativa con l’Urss per la sua liberazione.
È una vicenda in cui sono in scena moltissimi attori e si esibiscono moltissime carte, con tanti passaggi, nella vita e nei rapporti del prigioniero, nella storia del partito in quegli anni e in quelli successivi, con le varie edizioni delle lettere fino a quella definitiva curata da Chiara Daniele e Aldo Natoli. Ma al centro di tutto è naturalmente Gramsci, con l’eroica tensione di un pensiero capace di resistere alle tremende difficoltà della situazione carceraria. Dopo aver notato che la grandezza dei Quaderni non sta tanto nell’indicazione di immediati modelli politici e programmatici, quanto nella sua tesa problematicità, Canfora insiste sull’interpretazione che vi viene data del fascismo come «rivoluzione passiva», reazione diventata maggioritaria nella società (interpretazione ben diversa da quella data allora dal movimento comunista internazionale).
LA LETTERA DI GRIECO
Molti dubbi si affacciano su Grieco e sulla sua lettera: e si ricorda che, quando egli diresse il partito (tra il ’35 e il ’37), pubblicò dopo la guerra d’Etiopia un appello al popolo italiano per la conciliazione nazionale, in cui si rivolgeva anche «ai fratelli in camicia nera», affermando addirittura l’intenzione dei comunisti di fare proprio «il programma fascista del 1919», che sarebbe stato tradito dal fascismo al potere. Questo appello fu motivo di sbandamento per molti militanti: è un documento poco noto e quasi inquietante, che Canfora riporta in appendice, insieme ad altri documenti spesso sorprendenti (come quelli che riguardano Ezio Taddei, figura di anarchico autore di vari atti di provocazione e di denigrazione, anche nei confronti di Gramsci, ma riuscito nel dopoguerra ad approdare nel Pci).
La linea indicata in quell’appello di Grieco era del tutto contraddittoria rispetto alla politica di adesione ai fronti popolari, allora sostenuta dal Komintern: ed è indice di un momento di grande confusione nel partito (in parte superata dalla rimozione di Grieco dalla segreteria). Ma tutto ciò (proprio a partire da quella famosa lettera del 2 febbraio 1928) trova radice nel difficile groviglio della lotta politica di quegli anni, tra attività del Centro Estero del partito in Urss e nei paesi democratici europei, clandestinità, comunicazioni reticenti o indirette, azioni poliziesche, presenze di infiltrati, provocatori, delatori, ecc.: un mondo con cui Gramsci prigioniero ha rapporti inevitabilmente indiretti (a parte le visite che può ricevere), mentre le sue lettere approdano in mani diverse.
In questo difficile groviglio, che Canfora ripercorre approfondendo e illuminando in modo nuovo anche tanti dati già noti, sta forse una delle ragioni essenziali della sfasatura tra la posizione di Gramsci in carcere (anche dopo la sua tardiva liberazione prima della morte) e quella del partito, del senso di dissidio, di sospetto, di ostilità di cui egli sentì la traccia più pesante in quella lettera del ’28: sfasatura che paradossalmente alimentò il suo originale pensiero, lo portò in un certo senso al di là della stessa situazione politica contingente da cui pure era scaturito e a cui cercava di rispondere. Per questo nella storia dell’edizione delle Lettere dal carcere (come in quella dei Quaderni) il nesso tra filologia e politica risulta determinante. Il tardo emergere di molte lettere (tra cui quelle tre che toccano il caso della lettera di Grieco) trova una sua giustificazione proprio nel carattere politico che il lascito di Gramsci assume nella storia del Pci del dopoguerra: Canfora mostra che il progressivo e faticoso disvelamento storiografico si legava a un impegno a mettere il pensiero di Gramsci «ogni volta in accordo con la trasformazione in atto», riconoscendo nel contempo in esso «la sola “forza intellettuale” capace di garantire continuità e unità nel corso della trasformazione».
In questa operazione è stato centrale il ruolo di Togliatti, che, dopo aver tenute nascoste le lettere in questione, decise negli ultimi anni di fornirle a nuovi editori (sulle cui reticenze e incertezze Canfora dà molte pungenti indicazioni). A Togliatti, del resto, Canfora riconosce il merito di aver compiuto, già con la prima pubblicazione dei Quaderni, un atto di grande «autonomia intellettuale» dal modello sovietico, primo passo verso il contrastato distacco politico, che avrebbe ricondotto il Pci «nell’alveo principale del movimento operaio, cioè nella socialdemocrazia distaccandosi dalla quale il partito era nato». Anche questo, nel solco del pensiero di Gramsci: ma qui la discussione è aperta, con gli stimoli nuovi garantiti da questo libro ricco di tanti anche particolarissimi dati storici e testuali.


Fonte: L'Unità del 22 maggio 2012 


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Luciano Canfora
Gramsci, il finto giallo del quaderno sparito
“l dubbi e le discontinuità sono sempre presenti in lui: ipotizzare un anello mancante, magari per insinuare un’abiura dal marxismo, non serve”
di Luca Telese


E poi alla fine della nostra intervista, Luciano Canfora sorride e trae le sue conclusioni. In primo luogo sulla montagna di polemiche nate, dalla proliferazione di pubblicazioni incandescenti e contrapposte sul pensatore di Ales. Gramsci attuale, Gramsci controverso, Gramsciancorauna volta conteso. Gramsci avvolto nel mistero, da quando lo storico Franco Lo Piparo ha posto un interrogativo fondato sulla possibile sparizione di uno dei quaderni: “Vede–diceCanfora-iomirendo conto che questo possa dare fastidio a qualcuno, e scompigliare le teorie preconfezionate di altri: Antonio Gramsci non è stato un pensatore settario, e nemmeno un precursore del pensiero liberaldemocratico. Non ha avuto conversioni in punto di morte, o se così è stato, come proverò a dimostrare, per ora non ce ne sono prove”. Chiedo al più raffinato professoredellafilologiacomunista cosa sia stato Gramsci per lui. Il professore sorride, dietro le sue lenti: “Un comunista eretico in tempi di ortodossia. Le pare poco? Basta questo a renderlo terribilmente contemporaneo”. Il filosofo barese ha appena pubblicato un libro (Gramsci in carcere e il fascismo, Salerno editrice, 14 euro) sul fondatore de l’Unità. Un libro che si inserisce nella contesa storiografica con una tesi “neoclassica”, che ha già fatto arrabbiare Gianni Riotta e Europa, e che invece è piaciuta a l’Unità (recensione entusiasta di Giulio Ferroni).
Professore, la divertono stroncature ed elogi?
Guardi, l’articolo di Ferroni mi ha reso felice, quello di Europa mi è sostanzialmente indifferente. Spero che questo tale che ha firmato la recensione sia un uomo di lettere, sono certo che ha scritto del mio libro senza peritarsi di leggerlo, visto che mi rimprovera di aver omesso temi e problemi a cui dedico un intero capitolo del libro!
Provo a semplificare la disputa: alcuni polemisti, in questi mesi, sostengono che ci sia un quaderno che è stato occultato da Palmiro Togliatti. E che gli studiosi “di sinistra”, fra cui ovviamente anche lei, tendano ad occultare questa verità.
Ovviamente la seconda cosa è una sciocchezza. La prima mi pare non impossibile, ma altamente indimostrabile.
Proviamo a spiegarlo ai lettori de Il Fatto come se fossero i suoi studenti….
Primo fatto. Lo Piparo, che è uno studioso molto serio, e che io stimo, si pone un interrogativo filo-logicamente corretto. Quale? Se fosse un mistero, il giallo comincerebbe così: nel celebre discorso di Napoli del 20 Aprile 1945, Palmiro Togliatti esibisce un quaderno e dice: “Gramsci ci ha lasciato 34 grossi quaderni come questo – eccone uno! – coperti di scrittura minuta, precisa e uguale”. Solo che proprio qui iniziano i problemi: perché, come nota correttamente lo Piparo, i quaderni di cui oggi siamo a conoscenza sono solo 33. Ne manca uno? È stato trafugato? Censurato? C’è un errore di numerazione, come sostengono altri?
Non mi sembra convinto di queste tesi.
Infatti. Però, se restiamo nel campo della scienza, la cosa più improbabile è partire da un dato vero per sostenere un’idea non provata né dimostrabile. Che il quaderno mancante sia l’ultimo, quello in cui Gramsci avrebbe esplicitato la sua inverosimile presa di distanze dal comunismo, fino ad abbracciare improbabili conversioni.
Mi spieghi perché è così scettico.
I quaderni sono un corpus in evoluzione, non un fotoromanzo a puntateanimatodacolpidiscena. Come provo a ricostruire nel mio libro, gli strappi e i passaggi di discontinuità di Gramsci sono tanti, e molteplici. Non serve ipotizzare un quaderno segreto, per apprezzarli, basta leggere per trovare una miniera di pensieri non conformi ai suoi tempi e alla disciplina del partito in cui militava.
Mi faccia un esempio…
Basta legge la pagina 1949-1950 dell’edizione di Gerratana per trovare una riflessione perfettamente sistematizzata sui sistemi politici. Gramsci descrive quelli che definisce “sistemi totalitari”: ‘Entrambi fanno pedagogia alle massechevengonoviziate’. Èevidente che sta parlando sia del comunismo reale che del nazismo. Ma che quel giudizio riferito al paese di Stalin, ed espresso da un comunista, è durissimo….
In quella pagina si parla male anche dei sistemi liberali, dicendo che non sono rappresentativi
Oh, sì. Le ripeto, Gramsci resta comunista, senza dubbio. Ma visto che bisogna leggere il contesto, aggiunga anche che le stesse coselepensavaunostudiosonon sospetto di ostilità al pensiero liberale come Benedetto Croce, che lo aveva scritto già nel 1910.
I “revisionisti” dicono: Gramsci supera il marxismo.
Partiamo da un altro dettaglio: nelle lettere a Mussolini Gramsci chiede a Mussolini di poter leggere testi di De Man, un pensatore che teorizza il superamento del marxismo. Ma il fatto che Gramsci leggesse idee diverse dalle sue non prova nulla sulla presunta conversione.
E se invece dovesse rispondere con una pagina a quelli che contestano la modernità di Gramsci?
Indicherei la sua riflessione attualissima sul “Cesarismo”. Una interpretazione che, sia detto per inciso, veniva sconsigliata da Togliatti e anche da Marx. Mentre i materialisti dialettici esaltano il ruolo delle masse e sottovalutano quello dei leader, Gramsci nel quaderno 11 prende a modello Napoleone III per uno studio attuale sul carisma del capo.
Sarei blasfemo se dicessi che in questa categoria potrebbe trovare posto anche Berlusconi?
Il paragone con Napoleone III sarebbe troppo lusinghiero per lui, a mio parere. Gramsci ipotizza un cesarismo regressivo e uno progressivo, e forse ha più in mente Mussolini.
Perché Gramsci oggi torna prepotentemente sulla scena?
Perché come vede ha delle cose da dire. Ci sono tanti testi dimenticati che saltano fuori. Ci sono dei classici, delle perle come “Odio gli indifferenti”, pubblicato da Chiarelettere e. Oppure la preziosa antologia di D’Orsi e Chiarotto. Anche quella è una miniera di idee.
Quindi le polemiche non la preoccupano?
No. Perché credo che le crisi finanziarie e i popoli in rivolta, ovvero i due elementi su cui pensatori come Gramsci si sono rotti la testa sono i ferri del mestiere contemporanei. Non un Gramsci liberale, quindi, ma un Gramsci più attuale: proprio perché passa dieci anni a interrogarsi su quale rivoluzione sogna, e su come realizzarla.




Fonte:Il Fatto Quotidiano 24.5.12


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Convegno politico “RC auto un salvagente lanciato dal Galles”

ll Partito del Sud sezione A.Ciano di Caserta
Presenta il convegno politico “RC auto un salvagente lanciato dal Galles”

Venerdì 25 Maggio 2012
ore 18,30 Hotel dei Cavalieri Piazza Vanvitelli, 12
CASERTA

“Dopo l'ennesimo fallimento nazionale, con il decreto liberalizzazioni, per eliminare le enormi disparità di prezzo esistenti in Italia tra Nord ed il Sud sulle polizze Rc auto, con differenze che arrivano oltre il 240 %, la soluzione per una convenzione tariffaria conveniente e scontata per le classi virtuose la raggiunge un assessore intraprendente del Comune di Napoli con una società assicurativa del Galles. Quali soluzioni per Caserta ? ”

INTERVERRANNO

Relatore principale: Dott. Marco Esposito Assessore alle attività produttive del Comune di Napoli e promotore della convenzione tariffaria virtuosa per il Comune di Napoli.

Relatore: Andrea D'Onofrio Responsabile del Partito del Sud sul federalismo tributario e sulla fiscalità di vantaggio.

Relatore: Massimo Martucci Segretario cittadino del Partito del Sud sez. di Caserta

Relatore: Luigi Evangelista Segretario cittadino del Partito del Sud San Nicola La Strada

Relatrice: Martina Riviello Responsabile attività di sviluppo del movimento civico Riprendiamoci Caserta

Modera : Emiddio De Franciscis Segretario regionale del Partito del Sud

 Pubblicato da www.corrierematese.blogspot.com 
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ll Partito del Sud sezione A.Ciano di Caserta
Presenta il convegno politico “RC auto un salvagente lanciato dal Galles”

Venerdì 25 Maggio 2012
ore 18,30 Hotel dei Cavalieri Piazza Vanvitelli, 12
CASERTA

“Dopo l'ennesimo fallimento nazionale, con il decreto liberalizzazioni, per eliminare le enormi disparità di prezzo esistenti in Italia tra Nord ed il Sud sulle polizze Rc auto, con differenze che arrivano oltre il 240 %, la soluzione per una convenzione tariffaria conveniente e scontata per le classi virtuose la raggiunge un assessore intraprendente del Comune di Napoli con una società assicurativa del Galles. Quali soluzioni per Caserta ? ”

INTERVERRANNO

Relatore principale: Dott. Marco Esposito Assessore alle attività produttive del Comune di Napoli e promotore della convenzione tariffaria virtuosa per il Comune di Napoli.

Relatore: Andrea D'Onofrio Responsabile del Partito del Sud sul federalismo tributario e sulla fiscalità di vantaggio.

Relatore: Massimo Martucci Segretario cittadino del Partito del Sud sez. di Caserta

Relatore: Luigi Evangelista Segretario cittadino del Partito del Sud San Nicola La Strada

Relatrice: Martina Riviello Responsabile attività di sviluppo del movimento civico Riprendiamoci Caserta

Modera : Emiddio De Franciscis Segretario regionale del Partito del Sud

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mercoledì 23 maggio 2012

Luigi de Magistris: da Falcone e Borsellino la lezione che la mafia si può battere

http://www.youtube.com/watch?v=MMkzfsFo9RM

 Napoli, piazza Municipio 23.5.2012 .
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http://www.youtube.com/watch?v=MMkzfsFo9RM

 Napoli, piazza Municipio 23.5.2012 .

A venti anni dall'uccisione di Falcone

http://www.youtube.com/watch?v=0AMhmxSuTWc

 Dopo venti anni la retorica delle celebrazioni delle stragi di mafia diventa insostenibile, da una parte i cattivi che non parlano italiano corretto, dall'altra parte i buoni che stanno con lo Stato. Non è così. Ne discuutono. Roberto Scarpinato, Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Caltanissetta, Maria Cuffaro Giornalista del TG3, Corrado De Rosa, psichiatra che si occupa di perizie in Tribunale e autore de "I medici della Camorra", Attilio Bolzoni giornalista de "La Repubblica" e autore del libro "Uomini soli" e il Procuratore aggiunto della direzione nazionale antimafia, Gianfranco Donadio.
Rainews24
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http://www.youtube.com/watch?v=0AMhmxSuTWc

 Dopo venti anni la retorica delle celebrazioni delle stragi di mafia diventa insostenibile, da una parte i cattivi che non parlano italiano corretto, dall'altra parte i buoni che stanno con lo Stato. Non è così. Ne discuutono. Roberto Scarpinato, Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Caltanissetta, Maria Cuffaro Giornalista del TG3, Corrado De Rosa, psichiatra che si occupa di perizie in Tribunale e autore de "I medici della Camorra", Attilio Bolzoni giornalista de "La Repubblica" e autore del libro "Uomini soli" e il Procuratore aggiunto della direzione nazionale antimafia, Gianfranco Donadio.
Rainews24

Elezioni a S.Giorgio a Cremano: considerazioni e futuro prossimo.


Alessandro Citarella, Segretario Provinciale del Partito del Sud – Napoli

Nelle elezioni amministrative che si sono svolte a San Giorgio a Cremano il 6 e 7 maggio 2012, il Partito del Sud ha sostenuto al primo turno l’ex sindaco della città vesuviana, l’architetto Aldo Vella, partecipando attivamente alla competizione con suoi candidati nella lista “Ricomincio da Vella-Partito del Sud”.  La competizione elettorale ha dato l’opportunità al Partito di presentarsi in prima persona nel territorio di San Giorgio, dando la possibilità ad un folto gruppo di giovani di fare una prima esperienza elettorale, senza i tipici condizionamenti dei partiti nazionali, permettendo loro di confrontarsi con la società sangiorgese.
Nel decidere se disertare le urne nel secondo turno, o scegliere fra il sindaco uscente Domenico Giorgiano, sostenuto da una coalizione molto allargata del centrosinistra, e lo sfidante Aquilino Di Marco, del centrodestra, il Partito del Sud ha optato di confrontarsi con gli schieramenti ancora in gara per vedere se ci fossero assonanza di intenti e comunanza di programmi per il prossimo quinquennio amministrativo.  Il Partito del Sud era anche interessato a verificare se le critiche espresse da Aldo Vella e dalla nostra lista fossero state condivise o almeno recepite dai candidati-sindaco degli schieramenti ancora in gara.  A tal fine, invece di passare per gli usuali tavoli politici caratterizzate da accordi dietro le quinte, è stato utilizzato uno strumento ben diverso e più democratico, attraverso un evento culturale creato per la riedizione della rivista periodica “Cronache Meridionali” il 14 maggio 2012, dove sono stati invitati oltre gli aspiranti sindaci, anche varie associazioni culturali e anche un rappresentante del Comune di Napoli.
Durante l’evento, Domenico Giorgiano ha recepito in particolare le critiche rivolte alla politica culturale dell’amministrazione in carica, aprendo più di una porta ad una sua vera riforma e, per darle il giusto rilievo, ha confermato la svolta in una conferenza stampa che si è tenuta giovedì 17 maggio 2012 a Villa Bruno, sempre a San Giorgio.
Il Partito del Sud, al di fuori di qualsiasi logica caratterizzata da pregiudizi ideologici, ha scelto, pertanto, di appoggiare apertamente per il ballottaggio il sindaco uscente, Domenico Giorgiano, che è stato successivamente riconfermato dal voto del 20 e 21 maggio 2012.  Il Partito del Sud, nel congratulare il Sindaco Giorgiano per il successo ottenuto, si impegna nel continuare le sue attività politiche e culturali a San Giorgio, con l’intento di spingere la nuova amministrazione nella direzione giusta, possibilmente coinvolgendo anche i comuni limitrofi, per contribuire al miglioramento della qualità della vita dei sangiorgesi e di tutti i cittadini del vesuviano.

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Alessandro Citarella, Segretario Provinciale del Partito del Sud – Napoli

Nelle elezioni amministrative che si sono svolte a San Giorgio a Cremano il 6 e 7 maggio 2012, il Partito del Sud ha sostenuto al primo turno l’ex sindaco della città vesuviana, l’architetto Aldo Vella, partecipando attivamente alla competizione con suoi candidati nella lista “Ricomincio da Vella-Partito del Sud”.  La competizione elettorale ha dato l’opportunità al Partito di presentarsi in prima persona nel territorio di San Giorgio, dando la possibilità ad un folto gruppo di giovani di fare una prima esperienza elettorale, senza i tipici condizionamenti dei partiti nazionali, permettendo loro di confrontarsi con la società sangiorgese.
Nel decidere se disertare le urne nel secondo turno, o scegliere fra il sindaco uscente Domenico Giorgiano, sostenuto da una coalizione molto allargata del centrosinistra, e lo sfidante Aquilino Di Marco, del centrodestra, il Partito del Sud ha optato di confrontarsi con gli schieramenti ancora in gara per vedere se ci fossero assonanza di intenti e comunanza di programmi per il prossimo quinquennio amministrativo.  Il Partito del Sud era anche interessato a verificare se le critiche espresse da Aldo Vella e dalla nostra lista fossero state condivise o almeno recepite dai candidati-sindaco degli schieramenti ancora in gara.  A tal fine, invece di passare per gli usuali tavoli politici caratterizzate da accordi dietro le quinte, è stato utilizzato uno strumento ben diverso e più democratico, attraverso un evento culturale creato per la riedizione della rivista periodica “Cronache Meridionali” il 14 maggio 2012, dove sono stati invitati oltre gli aspiranti sindaci, anche varie associazioni culturali e anche un rappresentante del Comune di Napoli.
Durante l’evento, Domenico Giorgiano ha recepito in particolare le critiche rivolte alla politica culturale dell’amministrazione in carica, aprendo più di una porta ad una sua vera riforma e, per darle il giusto rilievo, ha confermato la svolta in una conferenza stampa che si è tenuta giovedì 17 maggio 2012 a Villa Bruno, sempre a San Giorgio.
Il Partito del Sud, al di fuori di qualsiasi logica caratterizzata da pregiudizi ideologici, ha scelto, pertanto, di appoggiare apertamente per il ballottaggio il sindaco uscente, Domenico Giorgiano, che è stato successivamente riconfermato dal voto del 20 e 21 maggio 2012.  Il Partito del Sud, nel congratulare il Sindaco Giorgiano per il successo ottenuto, si impegna nel continuare le sue attività politiche e culturali a San Giorgio, con l’intento di spingere la nuova amministrazione nella direzione giusta, possibilmente coinvolgendo anche i comuni limitrofi, per contribuire al miglioramento della qualità della vita dei sangiorgesi e di tutti i cittadini del vesuviano.

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martedì 22 maggio 2012

II Partito del Sud Calabria presenta l'ultimo libro di Gigi Di Fiore il 28 maggio a Cosenza


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