mercoledì 16 maggio 2012

ECCO LA NUOVA RIVISTA CRONACHE MERIDIONALI

A San Giorgio a Cremano, il 14 maggio al “Club 1946” , Aldo Vella, ha presentato il primo numero della rivista “Cronache Meridionali” , di cui è direttore, del “Centro Studi Nicola Vella” edito da “Il Castello”.

Al dibattito sono intervenuti Ciro Raia, membro del comitato d’indirizzo, Francesco Menna, vicesegretario regionale del “Partito del Sud”.
Mancata la presenza del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, autore di un articolo presente nel primo numero: si è trattenuto a Palazzo San Giacomo per mediare con due lavoratori del centro agroalimentare di Volla, saliti su una gru proprio di fronte al Comune, mentre un altro centinaio dimostrava davanti alla sede del Consiglio comunale di via Verdi.
In sua vece, ha presenziato un membro del suo staff, il consigliere Alessio Postiglione.
L’originaria “Cronache Meridionali” era una prestigiosa rivista meridionalista della sinistra napoletana fondata e diretta da Giorgio Amendola; venne pubblicata con cadenza mensile dal 1954 al 1964. Sulle sue pagine annoverava eccellenti firme, tra cui Giorgio Napolitano, Gerardo Chiaromonte, Francesco De Martino, Mario Alicata, Rosario Villari e il padre dello stesso Vella, Nicola. Era il punto di riferimento degli intellettuali meridionali della sinistra social-comunista, mal tollerata dai partiti e, in particolare, da Togliatti, che non volevano questa rivista innovativa che intendeva essere un laboratorio per individuare interventi idoneiper la rinascita del Sud. Furono, quindi, sospese le pubblicazioni.
Dopo quasi cinquant’anni, Aldo Vella ne ha ricomprato i diritti dando un nuovo impulso, ma rimanendo nel solco della tradizione - innovazione. “Cronache Meridionali” avrà scadenza trimestrale; il primo numero porta articoli di Aldo Vella, Abdon Alinovi e altri, è un importante strumento editoriale che verrà sostenuto e diffuso dal Partito del Sud, condividendone appieno gli intenti e la linea. Il professor Vella ha dichiarato:«Forse, in questo momento elettorale e in questo luogo, denotato da scarsa attenzione per la cultura, è stato un po’ provocatorio da parte mia iniziare questa nuova pubblicazione. L’augurio che faccio ai politici di successo è quello di cambiare i loro programmi per quanto riguarda la cultura, perche devono ripensare molto a quello che hanno proposto in merito».
Francesco Menna, segretario regionale del Partito del Sud, auspicando una visita del sindaco di Napoli, ha, inoltre, detto: «Luigi De Magistris ha scritto per “Cronache Meridionali” un saggio molto interessante sulla città – laboratorio del nuovo meridionalismo, che debba, soprattutto, provvedere alla formazione di una nuova classe politica. Naturalmente, speriamo che questo contributo non rimanga isolato, ma che il sindaco entri a far parte attiva del comitato d’indirizzo di “Cronache Merionali”. Chiederemo, inoltre, la collaborazione di tutti i primi cittadini di buona volontà, perché diano una mano a far risorgere il Mezzogiorno».  
Autore: Tonia Ferraro

Fonte: Il Mediano

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A San Giorgio a Cremano, il 14 maggio al “Club 1946” , Aldo Vella, ha presentato il primo numero della rivista “Cronache Meridionali” , di cui è direttore, del “Centro Studi Nicola Vella” edito da “Il Castello”.

Al dibattito sono intervenuti Ciro Raia, membro del comitato d’indirizzo, Francesco Menna, vicesegretario regionale del “Partito del Sud”.
Mancata la presenza del sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, autore di un articolo presente nel primo numero: si è trattenuto a Palazzo San Giacomo per mediare con due lavoratori del centro agroalimentare di Volla, saliti su una gru proprio di fronte al Comune, mentre un altro centinaio dimostrava davanti alla sede del Consiglio comunale di via Verdi.
In sua vece, ha presenziato un membro del suo staff, il consigliere Alessio Postiglione.
L’originaria “Cronache Meridionali” era una prestigiosa rivista meridionalista della sinistra napoletana fondata e diretta da Giorgio Amendola; venne pubblicata con cadenza mensile dal 1954 al 1964. Sulle sue pagine annoverava eccellenti firme, tra cui Giorgio Napolitano, Gerardo Chiaromonte, Francesco De Martino, Mario Alicata, Rosario Villari e il padre dello stesso Vella, Nicola. Era il punto di riferimento degli intellettuali meridionali della sinistra social-comunista, mal tollerata dai partiti e, in particolare, da Togliatti, che non volevano questa rivista innovativa che intendeva essere un laboratorio per individuare interventi idoneiper la rinascita del Sud. Furono, quindi, sospese le pubblicazioni.
Dopo quasi cinquant’anni, Aldo Vella ne ha ricomprato i diritti dando un nuovo impulso, ma rimanendo nel solco della tradizione - innovazione. “Cronache Meridionali” avrà scadenza trimestrale; il primo numero porta articoli di Aldo Vella, Abdon Alinovi e altri, è un importante strumento editoriale che verrà sostenuto e diffuso dal Partito del Sud, condividendone appieno gli intenti e la linea. Il professor Vella ha dichiarato:«Forse, in questo momento elettorale e in questo luogo, denotato da scarsa attenzione per la cultura, è stato un po’ provocatorio da parte mia iniziare questa nuova pubblicazione. L’augurio che faccio ai politici di successo è quello di cambiare i loro programmi per quanto riguarda la cultura, perche devono ripensare molto a quello che hanno proposto in merito».
Francesco Menna, segretario regionale del Partito del Sud, auspicando una visita del sindaco di Napoli, ha, inoltre, detto: «Luigi De Magistris ha scritto per “Cronache Meridionali” un saggio molto interessante sulla città – laboratorio del nuovo meridionalismo, che debba, soprattutto, provvedere alla formazione di una nuova classe politica. Naturalmente, speriamo che questo contributo non rimanga isolato, ma che il sindaco entri a far parte attiva del comitato d’indirizzo di “Cronache Merionali”. Chiederemo, inoltre, la collaborazione di tutti i primi cittadini di buona volontà, perché diano una mano a far risorgere il Mezzogiorno».  
Autore: Tonia Ferraro

Fonte: Il Mediano

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La Calabria è un'isola


Scarica la versione audio o video dell'inchiesta da iTunes
http://itunes.apple.com/it/podcast/radioradicale-fai-notizia/id501977362?l=en

Le spedizioni in Calabria hanno lo stesso prezzo di Sicilia e Sardegna perché, riferisce l'Associazione Nazionale Corrieri, “è troppo difficile da raggiungere”.
Nonostante i ritardi per i lavori di ampliamento dell'autostrada A3, lo Stato riconosce alle imprese 300 milioni per costi non previsti. Tra cui quelli dei protocolli antimafia. La collettività quindi sopporta non solo i costi della mafia (attentati, estorsioni, materiali di qualità inferiore) ma anche quelli delle attività antimafia, che di fatto non hanno frenato lo strapotere dei clan sui lavori dell’autostrada. Oggi infatti chi ha denunciato il pizzo non lavora più nei cantieri.
Il rapporto Confesercenti lo ha definito “il corpo di reato più grande d’Italia”. Per ogni macrolotto è aperta un’indagine giudiziaria. La spartizione del territorio è stata scientifica. 

salerno-reggio-calabria-i-costi-la-ndrangheta-i-ritardi


Nell’immaginario collettivo, nei “cantieri lumaca” del Sud si lavora con lentezza. Nella realtà non è così. Mentre il “contraente generale” non ha nessuna fretta, le piccole ditte lavorano al ribasso e sono costrette agli straordinari, ai turni di notte, per consegnare il lavoro nel più breve tempo possibile.
E così in questi anni numerosi operai hanno perso la vita nei cantieri della Salerno - Reggio Calabria.

Questi i temi dell'audioinchiesta di Antonello Mangano per Fainotizia.it con le interviste a Pietro Ciucci, amministratore unico ANAS, Bruno Frattasi, capo di gabinetto Ministero dell'Interno, Giovanni Tizian, giornalista gruppo Espresso, Gaetano Saffioti, imprenditore sotto scorta, Renato Carrara, presidente Associazione Nazionale Corrieri e Ivan Cicconi, esperto di lavori pubblici.


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http://itunes.apple.com/it/podcast/radioradicale-fai-notizia/id501977362?l=en

Le spedizioni in Calabria hanno lo stesso prezzo di Sicilia e Sardegna perché, riferisce l'Associazione Nazionale Corrieri, “è troppo difficile da raggiungere”.
Nonostante i ritardi per i lavori di ampliamento dell'autostrada A3, lo Stato riconosce alle imprese 300 milioni per costi non previsti. Tra cui quelli dei protocolli antimafia. La collettività quindi sopporta non solo i costi della mafia (attentati, estorsioni, materiali di qualità inferiore) ma anche quelli delle attività antimafia, che di fatto non hanno frenato lo strapotere dei clan sui lavori dell’autostrada. Oggi infatti chi ha denunciato il pizzo non lavora più nei cantieri.
Il rapporto Confesercenti lo ha definito “il corpo di reato più grande d’Italia”. Per ogni macrolotto è aperta un’indagine giudiziaria. La spartizione del territorio è stata scientifica. 

salerno-reggio-calabria-i-costi-la-ndrangheta-i-ritardi


Nell’immaginario collettivo, nei “cantieri lumaca” del Sud si lavora con lentezza. Nella realtà non è così. Mentre il “contraente generale” non ha nessuna fretta, le piccole ditte lavorano al ribasso e sono costrette agli straordinari, ai turni di notte, per consegnare il lavoro nel più breve tempo possibile.
E così in questi anni numerosi operai hanno perso la vita nei cantieri della Salerno - Reggio Calabria.

Questi i temi dell'audioinchiesta di Antonello Mangano per Fainotizia.it con le interviste a Pietro Ciucci, amministratore unico ANAS, Bruno Frattasi, capo di gabinetto Ministero dell'Interno, Giovanni Tizian, giornalista gruppo Espresso, Gaetano Saffioti, imprenditore sotto scorta, Renato Carrara, presidente Associazione Nazionale Corrieri e Ivan Cicconi, esperto di lavori pubblici.


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martedì 15 maggio 2012

Il battesimo della rinascita di "Cronache Meridionali"


Bella serata, ottimi interventi, tra cui in evidenza quello particolarmente edotto di Alessio Postiglione Capo Gabinetto Politico di Luigi de Magistris (da lui inviato in sua vece in quanto il sindaco è stato trattenuto perchè impegnato a risolvere e trattare con operai della Caan che, saliti su una gru, minacciavano di lanciarsi nel vuoto).
"Cronache Meridionali" riparte con grandi auspici, in ossequio al suo grande passato (come sottolineato da Francesco Menna) e come rinnovato strumento di analisi, critica e propositività (come sottolineato in chiusura da Andrea Balìa).



un commento di Bruno Pappalardo :


Vella, fortissimamente Vella.

Ieri sera un altro significativo confronto.
Si è presentato pubblicamente “ nuove Cronache Meridionali”; un rivista trimestrale di analisi, riflessione e commenti intorno all’universo meridionalista con l’ ambizione di un sogno, quello di nutrimento delle menti in ascolto, quelle che pensano e che, maledette,  sono qui e da qui non si muovono.
Beh, a dire il vero il confronto non c’è stato. Si era tutti concordi nell’acquisire una nuova creatura del pantheon culturale della nostra terra.
Ieri sera Aldo Vella ha riproposto un nuovo strumento  cartaceo presentandolo ad una affollata sala di convenuti al club 1946, nei pressi di Piazza Massimo Troisi di San Giorgio.
( piazza rinominata all’immenso artista quando da Sindaco, Vella, volle donare ai suoi concittadini un loro e nostro amato simbolo e, non già lo stantio sciabolatore di paeselli del sud, Giuseppe Garibaldi)
Cosa si è detto? Quello che ho detto e, tutti, concordavano elucubrando con dotte citazioni o semplicemente parlando chiaro sul da farsi, sul “divenire” altro, sul domani.
In sala vagheggiava il pensiero aristotelico del restare nel e sul piccolo e circostanziato nostro territorio per giungere al pensiero alto e cosmico della consistenza dell’esistenza. La minizia, il piccolo immanente atomo per sfidare il trascendente. Sul fondale nero, dietro le spalle di Alessio Ponsiglione, sapiente inviato del sindaco De Magistris, Karl R.Popper, sussurrava all’orecchio di tutti che bisognava ricominciare appena acquisito il prossimo  risultato (o una verità) per raggiungerne subito un’altra nell’immediatezza  di quanto appena raggiunto.
Raia ha dato una chiara idea del presente e una lucida prospettiva del futuro. 
Francesco Menna e Andrea Balia hanno sottolineato quanto il Partito del Sud fosse vicino ad Aldo Vella per la straordinaria iniziativa della rivista  e la stupefacente sfida di proposizione culturale ch’essa vuole, a tutti i costi vincere.

Bruno Pappalardo  Partito del Sud - Napoli 

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Bella serata, ottimi interventi, tra cui in evidenza quello particolarmente edotto di Alessio Postiglione Capo Gabinetto Politico di Luigi de Magistris (da lui inviato in sua vece in quanto il sindaco è stato trattenuto perchè impegnato a risolvere e trattare con operai della Caan che, saliti su una gru, minacciavano di lanciarsi nel vuoto).
"Cronache Meridionali" riparte con grandi auspici, in ossequio al suo grande passato (come sottolineato da Francesco Menna) e come rinnovato strumento di analisi, critica e propositività (come sottolineato in chiusura da Andrea Balìa).



un commento di Bruno Pappalardo :


Vella, fortissimamente Vella.

Ieri sera un altro significativo confronto.
Si è presentato pubblicamente “ nuove Cronache Meridionali”; un rivista trimestrale di analisi, riflessione e commenti intorno all’universo meridionalista con l’ ambizione di un sogno, quello di nutrimento delle menti in ascolto, quelle che pensano e che, maledette,  sono qui e da qui non si muovono.
Beh, a dire il vero il confronto non c’è stato. Si era tutti concordi nell’acquisire una nuova creatura del pantheon culturale della nostra terra.
Ieri sera Aldo Vella ha riproposto un nuovo strumento  cartaceo presentandolo ad una affollata sala di convenuti al club 1946, nei pressi di Piazza Massimo Troisi di San Giorgio.
( piazza rinominata all’immenso artista quando da Sindaco, Vella, volle donare ai suoi concittadini un loro e nostro amato simbolo e, non già lo stantio sciabolatore di paeselli del sud, Giuseppe Garibaldi)
Cosa si è detto? Quello che ho detto e, tutti, concordavano elucubrando con dotte citazioni o semplicemente parlando chiaro sul da farsi, sul “divenire” altro, sul domani.
In sala vagheggiava il pensiero aristotelico del restare nel e sul piccolo e circostanziato nostro territorio per giungere al pensiero alto e cosmico della consistenza dell’esistenza. La minizia, il piccolo immanente atomo per sfidare il trascendente. Sul fondale nero, dietro le spalle di Alessio Ponsiglione, sapiente inviato del sindaco De Magistris, Karl R.Popper, sussurrava all’orecchio di tutti che bisognava ricominciare appena acquisito il prossimo  risultato (o una verità) per raggiungerne subito un’altra nell’immediatezza  di quanto appena raggiunto.
Raia ha dato una chiara idea del presente e una lucida prospettiva del futuro. 
Francesco Menna e Andrea Balia hanno sottolineato quanto il Partito del Sud fosse vicino ad Aldo Vella per la straordinaria iniziativa della rivista  e la stupefacente sfida di proposizione culturale ch’essa vuole, a tutti i costi vincere.

Bruno Pappalardo  Partito del Sud - Napoli 

Il Meridionalista

Dopo un breve periodo di sperimentazione, parte oggi ufficialmente un nuovo servizio web 2.0, curato per voi dal Partito del Sud - Commissione Internet & informazione.

Il Meridionalista è una rivista online interamente dedicata alle notizie provenienti dal web, per essere sempre aggiornati sui temi relativi al meridione d'Italia. Oltre a trovare i post più interessanti provenienti dal nostro blog, selezioniamo per voi argomenti che spaziano dalla politica all'economia, dal turismo al mondo del lavoro fino ai finanziamenti, sempre rigorosamente con lo sguardo rivolto a SUD.

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Dopo un breve periodo di sperimentazione, parte oggi ufficialmente un nuovo servizio web 2.0, curato per voi dal Partito del Sud - Commissione Internet & informazione.

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Il registro dei tumori in Campania: una necessità immediata!


Alessandro Citarella, Segretario Provinciale di Napoli del Partito del Sud
E’ necessario occuparsi periodicamente di ambiente, inquinamento e salute perché sono tre argomenti che toccano ogni aspetto del vivere civile, indipendentemente dalla condizione sociale, convinzione politica, religiosa o altra distinzione fra i membri di una società.
Se si volesse formulare una modello grafico, l’ambiente funge da contenitore degli esseri viventi, le materie prime che consumano e gli scarti che producono.  In questo contenitore, l’inquinamento e la salute sono in un rapporto causale, tipo matematico, dove più inquinamento porta a meno salute, e meno inquinamento porta alla protezione del livello di salute raggiunto.
A fronte di un conclamato rapporto di casualità tra il livello d’inquinamento ambientale ed il numero di casi di vari tipi di cancro, è necessario sviluppare e rafforzare il censimento scientifico dei casi di tumore nel territorio, onde evitare di basare analisi e interventi solo sulle denunce dei cittadini e delle associazioni, le indagini della magistratura, e le decisioni dei tribunali.
Tralasciando le agenzie di controllo dell’ambiente, molto legate alla gestione politica e con pochi mezzi a disposizione, uno strumento fondamentale sarebbe, senz’altro, il registro dei tumori gestito dall’Associazione italiana dei registri tumori (AIRTUM).  Dal 1997, l’AIRTUM promuove e coordina l’attività dei registri esistenti, cui fanno parte ricercatori e personale operante territorialmente, raccogliendo le informazioni sui casi di tumore nella popolazione residente nelle diverse aree geografiche, fornendo un quadro epidemiologico aggiornato, perché nessuna struttura ospedaliera è obbligata alla raccolta di tali dati, che invece sembrerebbe indispensabile sia per programmare gli interventi sui territori, sia per assistere la comunità medica responsabile nell’amministrazione della cura dei malati di tumore.
In Campania il registro dei tumori c’è nelle province di Napoli e Salerno, ma non esiste per le altre tre, Avellino, Benevento e Caserta.  A Napoli il registro è stato creato nel 1995 per il territorio servito dall’ASL NA4, finanziato dal 2001 dalla Regione Campania, e oggi copre solo 35 comuni dell’area Nord di Napoli, lasciando sguarniti gli altri 57 comuni della provincia fornendo, pertanto, la copertura a solo 43% dei comuni ed il 17% degli abitanti. I dati attualmente disponibili coprono il periodo dal 1997 al 2007, mentre è stato da poco avviato lo screening dell’anno 2008.
A Salerno il registro è finanziato dalla Provincia, coprendo 100% della popolazione (circa 1.100.000 abitanti ) e tutti i comuni (158 ). I dati attualmente disponibili coprono il periodo dal 1996 al 2003.
In Campania, la verifica attualmente riguarda solo 35% dei comuni e 28% degli abitanti – cifre irrisorie se raffrontante all’altissimo numero di siti di stoccaggio dei rifiuti normali e tossici presenti sul territorio regionale.
Sebbene la V Commissione Regionale Sanità della Campania abbia dato il suo “via libera” il mese scorso, la commissione bilancio della Regione Campania non ha potuto dare il suo consenso perché mancherebbe la copertura finanziaria.  Di fronte a un inspiegabile rallentamento nella creazione dei registri regionali dei tumori in linea con le urgenti necessità ambientali e sanitarie, si registra una puntuale e ferma interrogazione parlamentare del 9 maggio 2012, promossa dalla senatrice del PdL Diana de Feo, che chiede come il governo intenda intervenire per consentire che tutte le regioni italiane siano dotate dell’apposito registro tumori, in maniera proporzionale all’estensione territoriale e al numero di abitanti.  Nella sua interrogazione al Ministro della sanità, la senatrice chiede l’intervento del governo per garantire maggiore efficienza all’AIRTUM, per disporre di maggiori informazioni epidemiologiche utili alla comunità scientifica e alla popolazione.
La senatrice De Feo ha riassunto egregiamente il quadro generale del nostro territorio in una precedente interrogazione parlamentare presentata il 19 aprile 2012: “gli studiosi dell’Università Federico II hanno analizzato e quindi paragonato il DNA di 50 donne sane che vivono nell’area interessata con quello di 50 donne coetanee provenienti da luoghi in cui non sorgono discariche, rilevando che nelle prime il citato DNA è sensibilmente più vecchio. Tale invecchiamento precoce, secondo detta analisi pubblicata sulla rivista Gene, sarebbe causato dalla esposizione a sostanze dannose”.
La senatrice De Feo ha anche menzionato i dati pubblicati dall’autorevole rivista medica Lancet, che nel 2003 impiegò poco tempo per definire l’area tra Acerra, Nola e Marigliano come “il triangolo della morte”, dove per i tumore del fegato c’è un tasso record rispetto ai dati nazionali, riconducibile all’endemia di epatiti croniche, mentre per il cancro alla vescica, al sistema nervoso e alla prostata i dati sembrano collegabili alla generale e progressiva compromissione dell’ambiente.  Nell’interrogazione parlamentare del 19 aprile 2012,  la senatrice ricorda che nel  triangolo della morte”sorgono circa 1.230 discariche abusive contenenti rifiuti tossici.”
E’ doveroso denunciare che la senatrice De Feo è stata lasciata praticamente da sola nella sua battaglia per sostenere l’AIRTUM, perché i parlamentari eletti al Sud non sembrano interessati alla questione ambientale e le ripercussioni sulla salute dei cittadini (elettori).  Anzi, si registra, invece, il loro voto a sostegno di misure per la tutela finanziaria e legale degli inquinatori abituali dei territori campani che sono, normalmente, ditte del nord Italia.
Il numero dei morti per tumore in Campania sembra un dato preso da un bollettino di guerra – una guerra combattuta in particolare da medici per l’ambiente, oncologi, ricercatori, cittadini e associazioni, lasciati completamente soli dalla maggioranza dei politici eletti nel Sud.  Oggi è necessario sostenere chi opera per rendere efficiente e aggiornato il registro dei tumori in Campania, chi vuole aumentare lo staff dalle dieci unità attualmente in servizio, al numero adeguato per servire una regione di quasi sei milioni di abitanti.  Poi verrà il momento per far partire le necessarie iniziative politiche e legali per colpire chi ha inquinato la Campania e chi ha permesso il disastro.  Verrà il momento per punire le ditte del Nord che hanno smaltito i loro rifiuti tossici in Campania. E verrà il momento per punire chi ha permesso il disastro –  quei politici e politicanti locali, di diverso colore ma di uguale essenza criminale, che hanno chiuso alle volte un occhio, e in altre occasioni entrambi gli occhi, o partecipato agli utili del malaffare. E’ solo una questione di tempo.

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Alessandro Citarella, Segretario Provinciale di Napoli del Partito del Sud
E’ necessario occuparsi periodicamente di ambiente, inquinamento e salute perché sono tre argomenti che toccano ogni aspetto del vivere civile, indipendentemente dalla condizione sociale, convinzione politica, religiosa o altra distinzione fra i membri di una società.
Se si volesse formulare una modello grafico, l’ambiente funge da contenitore degli esseri viventi, le materie prime che consumano e gli scarti che producono.  In questo contenitore, l’inquinamento e la salute sono in un rapporto causale, tipo matematico, dove più inquinamento porta a meno salute, e meno inquinamento porta alla protezione del livello di salute raggiunto.
A fronte di un conclamato rapporto di casualità tra il livello d’inquinamento ambientale ed il numero di casi di vari tipi di cancro, è necessario sviluppare e rafforzare il censimento scientifico dei casi di tumore nel territorio, onde evitare di basare analisi e interventi solo sulle denunce dei cittadini e delle associazioni, le indagini della magistratura, e le decisioni dei tribunali.
Tralasciando le agenzie di controllo dell’ambiente, molto legate alla gestione politica e con pochi mezzi a disposizione, uno strumento fondamentale sarebbe, senz’altro, il registro dei tumori gestito dall’Associazione italiana dei registri tumori (AIRTUM).  Dal 1997, l’AIRTUM promuove e coordina l’attività dei registri esistenti, cui fanno parte ricercatori e personale operante territorialmente, raccogliendo le informazioni sui casi di tumore nella popolazione residente nelle diverse aree geografiche, fornendo un quadro epidemiologico aggiornato, perché nessuna struttura ospedaliera è obbligata alla raccolta di tali dati, che invece sembrerebbe indispensabile sia per programmare gli interventi sui territori, sia per assistere la comunità medica responsabile nell’amministrazione della cura dei malati di tumore.
In Campania il registro dei tumori c’è nelle province di Napoli e Salerno, ma non esiste per le altre tre, Avellino, Benevento e Caserta.  A Napoli il registro è stato creato nel 1995 per il territorio servito dall’ASL NA4, finanziato dal 2001 dalla Regione Campania, e oggi copre solo 35 comuni dell’area Nord di Napoli, lasciando sguarniti gli altri 57 comuni della provincia fornendo, pertanto, la copertura a solo 43% dei comuni ed il 17% degli abitanti. I dati attualmente disponibili coprono il periodo dal 1997 al 2007, mentre è stato da poco avviato lo screening dell’anno 2008.
A Salerno il registro è finanziato dalla Provincia, coprendo 100% della popolazione (circa 1.100.000 abitanti ) e tutti i comuni (158 ). I dati attualmente disponibili coprono il periodo dal 1996 al 2003.
In Campania, la verifica attualmente riguarda solo 35% dei comuni e 28% degli abitanti – cifre irrisorie se raffrontante all’altissimo numero di siti di stoccaggio dei rifiuti normali e tossici presenti sul territorio regionale.
Sebbene la V Commissione Regionale Sanità della Campania abbia dato il suo “via libera” il mese scorso, la commissione bilancio della Regione Campania non ha potuto dare il suo consenso perché mancherebbe la copertura finanziaria.  Di fronte a un inspiegabile rallentamento nella creazione dei registri regionali dei tumori in linea con le urgenti necessità ambientali e sanitarie, si registra una puntuale e ferma interrogazione parlamentare del 9 maggio 2012, promossa dalla senatrice del PdL Diana de Feo, che chiede come il governo intenda intervenire per consentire che tutte le regioni italiane siano dotate dell’apposito registro tumori, in maniera proporzionale all’estensione territoriale e al numero di abitanti.  Nella sua interrogazione al Ministro della sanità, la senatrice chiede l’intervento del governo per garantire maggiore efficienza all’AIRTUM, per disporre di maggiori informazioni epidemiologiche utili alla comunità scientifica e alla popolazione.
La senatrice De Feo ha riassunto egregiamente il quadro generale del nostro territorio in una precedente interrogazione parlamentare presentata il 19 aprile 2012: “gli studiosi dell’Università Federico II hanno analizzato e quindi paragonato il DNA di 50 donne sane che vivono nell’area interessata con quello di 50 donne coetanee provenienti da luoghi in cui non sorgono discariche, rilevando che nelle prime il citato DNA è sensibilmente più vecchio. Tale invecchiamento precoce, secondo detta analisi pubblicata sulla rivista Gene, sarebbe causato dalla esposizione a sostanze dannose”.
La senatrice De Feo ha anche menzionato i dati pubblicati dall’autorevole rivista medica Lancet, che nel 2003 impiegò poco tempo per definire l’area tra Acerra, Nola e Marigliano come “il triangolo della morte”, dove per i tumore del fegato c’è un tasso record rispetto ai dati nazionali, riconducibile all’endemia di epatiti croniche, mentre per il cancro alla vescica, al sistema nervoso e alla prostata i dati sembrano collegabili alla generale e progressiva compromissione dell’ambiente.  Nell’interrogazione parlamentare del 19 aprile 2012,  la senatrice ricorda che nel  triangolo della morte”sorgono circa 1.230 discariche abusive contenenti rifiuti tossici.”
E’ doveroso denunciare che la senatrice De Feo è stata lasciata praticamente da sola nella sua battaglia per sostenere l’AIRTUM, perché i parlamentari eletti al Sud non sembrano interessati alla questione ambientale e le ripercussioni sulla salute dei cittadini (elettori).  Anzi, si registra, invece, il loro voto a sostegno di misure per la tutela finanziaria e legale degli inquinatori abituali dei territori campani che sono, normalmente, ditte del nord Italia.
Il numero dei morti per tumore in Campania sembra un dato preso da un bollettino di guerra – una guerra combattuta in particolare da medici per l’ambiente, oncologi, ricercatori, cittadini e associazioni, lasciati completamente soli dalla maggioranza dei politici eletti nel Sud.  Oggi è necessario sostenere chi opera per rendere efficiente e aggiornato il registro dei tumori in Campania, chi vuole aumentare lo staff dalle dieci unità attualmente in servizio, al numero adeguato per servire una regione di quasi sei milioni di abitanti.  Poi verrà il momento per far partire le necessarie iniziative politiche e legali per colpire chi ha inquinato la Campania e chi ha permesso il disastro.  Verrà il momento per punire le ditte del Nord che hanno smaltito i loro rifiuti tossici in Campania. E verrà il momento per punire chi ha permesso il disastro –  quei politici e politicanti locali, di diverso colore ma di uguale essenza criminale, che hanno chiuso alle volte un occhio, e in altre occasioni entrambi gli occhi, o partecipato agli utili del malaffare. E’ solo una questione di tempo.

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lunedì 14 maggio 2012

Le nostre tasse inumane e folli le descriveva già Einaudi


David Bidussa
La nostra tassazione folle, e l’esistenza di un’evasione fiscale necessaria solo alla sussistenza, nelle parole di Luigi Einaudi. Che spiegava come, nei paesi di cultura anglosassone, la conoscenza della nostra pressione fiscale reale avrebbe procurato, semplicemente, terrore.
Luigi Einaudi
Luigi Einaudi

Da queste poche considerazioni di Luigi Einaudi stese nel 1950, possiamo capire meglio quanto lo scenario odierno sia ancora identico ad allora (fatta salva la differenza di redditi calcolata, all'epoca, in dollari). Ma è la sostanza quella che rimane. E la sostanza, per dirla sempre con parole di Einaudi, è presto detta ed è la seguente: «La distribuzione del carico – scrive nel novembre 1952, ovvero due anni dopo la nota che è riportata qui sotto – è sperequata a danno dei consumatori, ossia della generalità dei cittadini, ed a favore degli agiati e dei ricchi. Le statistiche ci dicono che le imposte dirette hanno fruttato negli ultimi esercizi dal 14 al 16% e quelle indirette circa l’80% delle entrate totali».
Si potrebbe dire: è cambiato qualcosa da allora? Sarebbe un’osservazione troppo facile e che lascerebbe il tempo che trova. Io preferisco concludere diversamente e dire, invece, che in queste poche righe sta una lezione intellettuale che ci riguarda: una lezione che le persone di studio e di azione – senza escludere nessuno, e dunque anche compreso me che scrivo – dovrebbero meditare per apprendere che il progresso di un paese non si fonda sulle “dottrine” precostituite, ma sulla critica di quanto è frutto di quelle dottrine e delle credenze, nate fallaci o col tempo diventate tali.
Chi paga le imposte in Italia? - Luigi Einaudi.
La riforma fiscale darà anche alla lunga risultati buoni, ma importa protestare nel modo più reciso contro l’opinione corrente negli Stati Uniti e nell’Inghilterra che in Italia si paghino poche imposte. Il paragone con gli altri paesi dimostra che il contribuente italiano sopporta un carico d’imposta di gran lunga superiore a quello del contribuente inglese e del contribuente americano. (…)
Se il sacrificio del contribuente italiano è certamente maggiore di quello inglese od americano, è esso forse peggio distribuito? Certamente la distribuzione del carico tributario potrà e dovrà mutare in Italia, diminuendo la quota gravante sui consumi e crescendo la quota gravante sui redditi e sui patrimoni. Anche a questo riguardo le cifre che comunemente si ricordano danno tuttavia un’impressione falsa a scapito dell’Italia.
Tra le imposte le quali gravitano sui capitali ve ne sono infatti di quelle che sono in Italia catalogate fra le tasse ed imposte indirette sugli affari, ed altre poste fra le miscellanee. Grosso modo si può dire che, oggi in Italia forse il 33% colpisce i redditi ed i capitali ed il 66% i consumi. La proporzione dovrà essere cambiata. (…)
E’ lecito ricordare che, sotto taluni aspetti, la legislazione tributaria italiana è più avanzata di quella sia dell’Inghilterra, come degli Stati Uniti. La distinzione, ad esempio, fra redditi guadagnati e redditi non guadagnati che in Inghilterra fu introdotta soltanto, se non si va errati, nel 1896, in Italia era stata introdotta, in forma assai più perfetta, sin dal 1864.
Ed è anche lecito ricordare che la distribuzione dell’imposta sui redditi della terra ha qualcosa da insegnare a tutti i paesi stranieri.
Se è difficile fare accertamenti esatti dei redditi in Italia non dimentichiamo che la tassazione comincia assai più dal basso e si innalza presto ad aliquote alte, prima che in altri paesi. Spesso si dimentica che le imposte sullo stesso reddito sono parecchie in Italia. Se si sommano anche solo le imposte reali (terreni, fabbricati e ricchezza mobile), le relative sovrimposte locali, l’imposta complementare progressiva sul reddito e l’imposta di famiglia, il medio contribuente americano rimarrebbe a sentire certe cifre nostrane terrorizzato, lui che, se è padre di famiglia ed ha due figli, sino a millecinquecento dollari circa non paga imposta federale sul reddito. In Italia, costui se denunciasse il vero, dovrebbe morir di fame. Un contribuente italiano professionista o commerciante, con seimila dollari di reddito, dovrebbe pagare, se denunciasse il vero, il 75% almeno del reddito a titolo di imposte varie.
La riforma tributaria non avrà mai alcun successo se non si ridurranno le tassazioni a limiti più umani.
tratto da: Luigi Einaudi, Lo scrittorio del Presidente (1948-1955), Giulio Einaudi Editore, Torino 1956, pp. 282-285.


Fonte: http://www.linkiesta.it/einaudi-attualita#ixzz1up92We2J
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David Bidussa
La nostra tassazione folle, e l’esistenza di un’evasione fiscale necessaria solo alla sussistenza, nelle parole di Luigi Einaudi. Che spiegava come, nei paesi di cultura anglosassone, la conoscenza della nostra pressione fiscale reale avrebbe procurato, semplicemente, terrore.
Luigi Einaudi
Luigi Einaudi

Da queste poche considerazioni di Luigi Einaudi stese nel 1950, possiamo capire meglio quanto lo scenario odierno sia ancora identico ad allora (fatta salva la differenza di redditi calcolata, all'epoca, in dollari). Ma è la sostanza quella che rimane. E la sostanza, per dirla sempre con parole di Einaudi, è presto detta ed è la seguente: «La distribuzione del carico – scrive nel novembre 1952, ovvero due anni dopo la nota che è riportata qui sotto – è sperequata a danno dei consumatori, ossia della generalità dei cittadini, ed a favore degli agiati e dei ricchi. Le statistiche ci dicono che le imposte dirette hanno fruttato negli ultimi esercizi dal 14 al 16% e quelle indirette circa l’80% delle entrate totali».
Si potrebbe dire: è cambiato qualcosa da allora? Sarebbe un’osservazione troppo facile e che lascerebbe il tempo che trova. Io preferisco concludere diversamente e dire, invece, che in queste poche righe sta una lezione intellettuale che ci riguarda: una lezione che le persone di studio e di azione – senza escludere nessuno, e dunque anche compreso me che scrivo – dovrebbero meditare per apprendere che il progresso di un paese non si fonda sulle “dottrine” precostituite, ma sulla critica di quanto è frutto di quelle dottrine e delle credenze, nate fallaci o col tempo diventate tali.
Chi paga le imposte in Italia? - Luigi Einaudi.
La riforma fiscale darà anche alla lunga risultati buoni, ma importa protestare nel modo più reciso contro l’opinione corrente negli Stati Uniti e nell’Inghilterra che in Italia si paghino poche imposte. Il paragone con gli altri paesi dimostra che il contribuente italiano sopporta un carico d’imposta di gran lunga superiore a quello del contribuente inglese e del contribuente americano. (…)
Se il sacrificio del contribuente italiano è certamente maggiore di quello inglese od americano, è esso forse peggio distribuito? Certamente la distribuzione del carico tributario potrà e dovrà mutare in Italia, diminuendo la quota gravante sui consumi e crescendo la quota gravante sui redditi e sui patrimoni. Anche a questo riguardo le cifre che comunemente si ricordano danno tuttavia un’impressione falsa a scapito dell’Italia.
Tra le imposte le quali gravitano sui capitali ve ne sono infatti di quelle che sono in Italia catalogate fra le tasse ed imposte indirette sugli affari, ed altre poste fra le miscellanee. Grosso modo si può dire che, oggi in Italia forse il 33% colpisce i redditi ed i capitali ed il 66% i consumi. La proporzione dovrà essere cambiata. (…)
E’ lecito ricordare che, sotto taluni aspetti, la legislazione tributaria italiana è più avanzata di quella sia dell’Inghilterra, come degli Stati Uniti. La distinzione, ad esempio, fra redditi guadagnati e redditi non guadagnati che in Inghilterra fu introdotta soltanto, se non si va errati, nel 1896, in Italia era stata introdotta, in forma assai più perfetta, sin dal 1864.
Ed è anche lecito ricordare che la distribuzione dell’imposta sui redditi della terra ha qualcosa da insegnare a tutti i paesi stranieri.
Se è difficile fare accertamenti esatti dei redditi in Italia non dimentichiamo che la tassazione comincia assai più dal basso e si innalza presto ad aliquote alte, prima che in altri paesi. Spesso si dimentica che le imposte sullo stesso reddito sono parecchie in Italia. Se si sommano anche solo le imposte reali (terreni, fabbricati e ricchezza mobile), le relative sovrimposte locali, l’imposta complementare progressiva sul reddito e l’imposta di famiglia, il medio contribuente americano rimarrebbe a sentire certe cifre nostrane terrorizzato, lui che, se è padre di famiglia ed ha due figli, sino a millecinquecento dollari circa non paga imposta federale sul reddito. In Italia, costui se denunciasse il vero, dovrebbe morir di fame. Un contribuente italiano professionista o commerciante, con seimila dollari di reddito, dovrebbe pagare, se denunciasse il vero, il 75% almeno del reddito a titolo di imposte varie.
La riforma tributaria non avrà mai alcun successo se non si ridurranno le tassazioni a limiti più umani.
tratto da: Luigi Einaudi, Lo scrittorio del Presidente (1948-1955), Giulio Einaudi Editore, Torino 1956, pp. 282-285.


Fonte: http://www.linkiesta.it/einaudi-attualita#ixzz1up92We2J

domenica 13 maggio 2012

Luoghi comuni: Il sud sperpera denaro in consulenze esterne

Ringraziamo la nostra amica Maria Carannante, statistica, per aver condiviso la sua elaborazione grafica relativa alle consulenze e alle collaborazioni esterne delle amministrazioni locali, suddivise per ripartizione geografica.

L’anno di riferimento è il 2010, in quanto non sono ancora disponibili i dati definitivi per l’anno 2011.

I dati sono espressi in numeri indici, cacolati come numero medio di consulenze e ammontare medio dei compensi di ogni singola amministrazione della ripartizione in rapporto alla media italiana. Il riferimento per il calcolo dei valori medi è il numero di amministrazioni che hanno presentato la dichiarazione all’anagrafe delle prestazioni, in modo da evitare distorisioni legate ad una diversa proporzione di non dichiaranti all’interno delle diverse aree.

Ciò che emerge è un numero medio e un costo maggiore per gli interventi esterni per le amministrazioni del Nord e del Centro rispetto alla media italiana. Al contrario, il Sud e le Isole mostrano un valore medio in entrambi i casi inferiore alla media. In particolare, il picco di numero di incarichi esterni è registrato nelle Province Autonome di Trento e Bolzano, con un valore dell’indice rispettivamente di 201,65 e 531,92, mentre risultano essere più onerosi gli incarichi in Valle D’Aosta (251,43) e della Provincia Autonoma di Bolzano (855,53). I valori più bassi per quanto riguarda il numero medio di incarichi sono rilevati in Piemonte (62,61) e in Abruzzo (63,63), mentre i compensi medi più bassi sono stati erogati in Abruzzo (41,26) e Campania (55,42). Riferimenti: [1] Dipartimento della Funzione Pubblica, “Operazione Trasparenza. Anno 2010.”, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma, 7 Ottobre 2011.

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Ringraziamo la nostra amica Maria Carannante, statistica, per aver condiviso la sua elaborazione grafica relativa alle consulenze e alle collaborazioni esterne delle amministrazioni locali, suddivise per ripartizione geografica.

L’anno di riferimento è il 2010, in quanto non sono ancora disponibili i dati definitivi per l’anno 2011.

I dati sono espressi in numeri indici, cacolati come numero medio di consulenze e ammontare medio dei compensi di ogni singola amministrazione della ripartizione in rapporto alla media italiana. Il riferimento per il calcolo dei valori medi è il numero di amministrazioni che hanno presentato la dichiarazione all’anagrafe delle prestazioni, in modo da evitare distorisioni legate ad una diversa proporzione di non dichiaranti all’interno delle diverse aree.

Ciò che emerge è un numero medio e un costo maggiore per gli interventi esterni per le amministrazioni del Nord e del Centro rispetto alla media italiana. Al contrario, il Sud e le Isole mostrano un valore medio in entrambi i casi inferiore alla media. In particolare, il picco di numero di incarichi esterni è registrato nelle Province Autonome di Trento e Bolzano, con un valore dell’indice rispettivamente di 201,65 e 531,92, mentre risultano essere più onerosi gli incarichi in Valle D’Aosta (251,43) e della Provincia Autonoma di Bolzano (855,53). I valori più bassi per quanto riguarda il numero medio di incarichi sono rilevati in Piemonte (62,61) e in Abruzzo (63,63), mentre i compensi medi più bassi sono stati erogati in Abruzzo (41,26) e Campania (55,42). Riferimenti: [1] Dipartimento della Funzione Pubblica, “Operazione Trasparenza. Anno 2010.”, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Roma, 7 Ottobre 2011.

La presa per i fondelli del Piano Sud di Monti - Roberto D'Alessandro


Da Partito del Sud - Roma: Posto con condivisione questo commento, secco e perentorio, trovato in rete del nostro amico Roberto D'Alessandro sul recente annuncio del Piano Sud del governo Monti. Roberto D'Alessandro è attore e regista che ha portato a teatro lo spettacolo "Terroni" basato sul best-seller omonimo di Pino Aprile, oltre a far parte della sezione romana del PdSUD....


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E’ l’ennesima presa per i fondelli. 
Il governo nazionale annuncia, con squilli di trombe, il varo di un piano per il Sud. Lo presentano come un atto di politica economica in favore delle regioni del Mezzogiorno. In realtà sappiamo bene che si tratta di una parte di quei soldi che spettano alle regioni meridionali e che il governo Berlusconi aveva bloccato. Si tratta di una riprogrammazione di fondi che erano già nostri.  Una minima parte, 2,5 miliardi di euro per quattro regioni. Le briciole.  Si guardano bene dal ridare al Sud, ad esempio, quei 26 miliardi del FAS  dirottati, per la maggior parte, al Nord.




di Roberto D'Alessandro


Fonte: www.meridionalismo.it


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Da Partito del Sud - Roma: Posto con condivisione questo commento, secco e perentorio, trovato in rete del nostro amico Roberto D'Alessandro sul recente annuncio del Piano Sud del governo Monti. Roberto D'Alessandro è attore e regista che ha portato a teatro lo spettacolo "Terroni" basato sul best-seller omonimo di Pino Aprile, oltre a far parte della sezione romana del PdSUD....


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E’ l’ennesima presa per i fondelli. 
Il governo nazionale annuncia, con squilli di trombe, il varo di un piano per il Sud. Lo presentano come un atto di politica economica in favore delle regioni del Mezzogiorno. In realtà sappiamo bene che si tratta di una parte di quei soldi che spettano alle regioni meridionali e che il governo Berlusconi aveva bloccato. Si tratta di una riprogrammazione di fondi che erano già nostri.  Una minima parte, 2,5 miliardi di euro per quattro regioni. Le briciole.  Si guardano bene dal ridare al Sud, ad esempio, quei 26 miliardi del FAS  dirottati, per la maggior parte, al Nord.




di Roberto D'Alessandro


Fonte: www.meridionalismo.it


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sabato 12 maggio 2012

Non basta dire che il grillo non parla

di Lino Patruno 

 C’è chi dice che il “cinque stelle” di Grillo non abbia attecchito in Puglia perché c’è già un quattro stelle (almeno) come Vendola. Nel senso che una rottura e una novità nella politica c’era già stata, sia pure con uno già vecchia volpe del settore e che appena nato non chiese latte ma alzò il pugno chiuso.
E’ la famosa Primavera, anche se ora sembra scivolare verso l’autunno: specie da quando l’altro suo eroe, Emiliano, si è fatto ammaccare più dal suo “faccio tutto io” che dalle cozze pelose.
 Ma comunque anche in queste elezioni amministrative la Puglia si è mostrata altra cosa, dovendo però ancòra capire se sia un bene o un male. Niente liste di cosiddetta antipolitica, benché più che di antipolitica siano liste di antipolitici (altrimenti l’antipolitica è cominciata addirittura con “L’Uomo Qualunque”di Giannini sessant’anni fa e col presidente Cossiga).
Niente crollo dei votanti, con una astensione cresciuta ma inferiore alla crescita nazionale. Sconfitta del Pdl, ma col consolatorio trionfo di Perrone a Lecce. Successi del Pd. benché dilaniato dagli scontri fra candidati della stessa area, in fondo l’unica vera grillinata nella regione. Così in questi giorni fanno più clamore alcune storie di contorno, a parte il rischio dell’inferno per il Bari vittima dei suoi calciatori manigoldi che si vendevano le partite. Una scivolata il volantino antiscippo per i turisti: che bisogna avvertirli di qualche problema è vero, però lo si fa con discrezione, e soprattutto una volta venuti (sui bus pubblici di Amsterdam una voce registrata avverte che c’è il pericolo di borseggiatori, ma intanto tu ad Amsterdam già ci stai). Non è furbizia, è marketing strategico.
E ha fatto bene, altro che, la compagna Godelli a far approdare in Puglia (ben incentivati) quelli del capitalistico “Beautiful”: gli americani sono troppo semplicioni per rimanere indifferenti all’attrattiva dei trulli con contorno di Ridge mascellone e compagni. Certo, un’aria di pulizia svanita l’hanno portata gli scandali: non fa piacere essere additati come la regione dei Tarantini delle protesi e delle escort, degli Andrea Masiello e compari delle scommesse calcistiche, degli imprenditori edili più alla ribalta per le loro mazzette che per i loro cantieri. Altrove (specie al Nord) succede di peggio, ma è il Sud a essere sempre osservato speciale. E però, questa è la regione in cui si è avuto l’anno scorso il più alto incremento turistico e le previsioni per quest’anno lo confermano. E questa è la regione che ha avuto il più alto incremento nelle esportazioni, benché la crisi non faccia sconti a nessuno, tra casse integrazioni e (purtroppo) suicidi. Ma non si vede per fortuna disfacimento sociale, non si vede disperata resa, non si vede criminalità organizzata che domina territori venendo riconosciuta più dello Stato.
 E però, sia pure con la sua parziale eccezione politica, è sempre una regione “sul punto di”, pensi che ce l’abbia fatta a essere il Nord del Sud come dicono altri (ma il Sud non vuole essere affatto un nuovo Nord) però un ultimo miglio ogni volta la blocca. Pur essendo al centro del prossimo centro del mondo, quel Mediterraneo finora più argomento palloso da convegni che realtà. Ma dal Mediterraneo passa oggi il 40 per cento dei commerci internazionali. E quando passano i commerci, li seguono i capitali in cerca di investimenti, e poi i turisti. Mentre 160 milioni di giovani nella sponda mediorientale e nordafricana sono una possibile concorrenza a basso costo ma anche un immenso mercato potenziale drogato dalle nostre televisioni come avvenne con gli albanesi.
E hanno bisogno non solo di prodotti, ma di istruzione e formazione. Bisognerebbe essere pronti. E invece, come esempio, vedi il porto di Taranto che rischia sempre di perdere quei commerci perché da decenni non si dragano i fondali per accogliere le nuove gigantesche navi portacontainer. Ora finalmente si mette mano alla cosiddetta “piattaforma logistica”.
Ma nel frattempo il porto olandese di Rotterdam, fra i due o tre maggiori del mondo, lo sceglie come sua base in Mediterraneo: un prestigioso attestato di importanza, ma anche una ricchezza che, invece fare la serie A, fa la serie B al servizio di altri. E nel frattempo Trenitalia dismette il trasporto merci facendo perdere al Sud il vantaggio di far procedere verso il Nordeuropa il traffico intercettato dai porti. Anzi elimina anche treni passeggeri, con la stagione turistica alle porte. E non ci sono, coi Paesi mediterranei, linee aeree dirette, quasi una resistenza estrema per conservare la centralità settentrionale. Questi i due o tre appunti sparsi sulla Puglia del dopo-elezioni: sembra che non c’entrino nulla con la politica, ma se la politica non è visione di futuro, allora meglio Grillo. Perlomeno è più divertente.




Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno
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di Lino Patruno 

 C’è chi dice che il “cinque stelle” di Grillo non abbia attecchito in Puglia perché c’è già un quattro stelle (almeno) come Vendola. Nel senso che una rottura e una novità nella politica c’era già stata, sia pure con uno già vecchia volpe del settore e che appena nato non chiese latte ma alzò il pugno chiuso.
E’ la famosa Primavera, anche se ora sembra scivolare verso l’autunno: specie da quando l’altro suo eroe, Emiliano, si è fatto ammaccare più dal suo “faccio tutto io” che dalle cozze pelose.
 Ma comunque anche in queste elezioni amministrative la Puglia si è mostrata altra cosa, dovendo però ancòra capire se sia un bene o un male. Niente liste di cosiddetta antipolitica, benché più che di antipolitica siano liste di antipolitici (altrimenti l’antipolitica è cominciata addirittura con “L’Uomo Qualunque”di Giannini sessant’anni fa e col presidente Cossiga).
Niente crollo dei votanti, con una astensione cresciuta ma inferiore alla crescita nazionale. Sconfitta del Pdl, ma col consolatorio trionfo di Perrone a Lecce. Successi del Pd. benché dilaniato dagli scontri fra candidati della stessa area, in fondo l’unica vera grillinata nella regione. Così in questi giorni fanno più clamore alcune storie di contorno, a parte il rischio dell’inferno per il Bari vittima dei suoi calciatori manigoldi che si vendevano le partite. Una scivolata il volantino antiscippo per i turisti: che bisogna avvertirli di qualche problema è vero, però lo si fa con discrezione, e soprattutto una volta venuti (sui bus pubblici di Amsterdam una voce registrata avverte che c’è il pericolo di borseggiatori, ma intanto tu ad Amsterdam già ci stai). Non è furbizia, è marketing strategico.
E ha fatto bene, altro che, la compagna Godelli a far approdare in Puglia (ben incentivati) quelli del capitalistico “Beautiful”: gli americani sono troppo semplicioni per rimanere indifferenti all’attrattiva dei trulli con contorno di Ridge mascellone e compagni. Certo, un’aria di pulizia svanita l’hanno portata gli scandali: non fa piacere essere additati come la regione dei Tarantini delle protesi e delle escort, degli Andrea Masiello e compari delle scommesse calcistiche, degli imprenditori edili più alla ribalta per le loro mazzette che per i loro cantieri. Altrove (specie al Nord) succede di peggio, ma è il Sud a essere sempre osservato speciale. E però, questa è la regione in cui si è avuto l’anno scorso il più alto incremento turistico e le previsioni per quest’anno lo confermano. E questa è la regione che ha avuto il più alto incremento nelle esportazioni, benché la crisi non faccia sconti a nessuno, tra casse integrazioni e (purtroppo) suicidi. Ma non si vede per fortuna disfacimento sociale, non si vede disperata resa, non si vede criminalità organizzata che domina territori venendo riconosciuta più dello Stato.
 E però, sia pure con la sua parziale eccezione politica, è sempre una regione “sul punto di”, pensi che ce l’abbia fatta a essere il Nord del Sud come dicono altri (ma il Sud non vuole essere affatto un nuovo Nord) però un ultimo miglio ogni volta la blocca. Pur essendo al centro del prossimo centro del mondo, quel Mediterraneo finora più argomento palloso da convegni che realtà. Ma dal Mediterraneo passa oggi il 40 per cento dei commerci internazionali. E quando passano i commerci, li seguono i capitali in cerca di investimenti, e poi i turisti. Mentre 160 milioni di giovani nella sponda mediorientale e nordafricana sono una possibile concorrenza a basso costo ma anche un immenso mercato potenziale drogato dalle nostre televisioni come avvenne con gli albanesi.
E hanno bisogno non solo di prodotti, ma di istruzione e formazione. Bisognerebbe essere pronti. E invece, come esempio, vedi il porto di Taranto che rischia sempre di perdere quei commerci perché da decenni non si dragano i fondali per accogliere le nuove gigantesche navi portacontainer. Ora finalmente si mette mano alla cosiddetta “piattaforma logistica”.
Ma nel frattempo il porto olandese di Rotterdam, fra i due o tre maggiori del mondo, lo sceglie come sua base in Mediterraneo: un prestigioso attestato di importanza, ma anche una ricchezza che, invece fare la serie A, fa la serie B al servizio di altri. E nel frattempo Trenitalia dismette il trasporto merci facendo perdere al Sud il vantaggio di far procedere verso il Nordeuropa il traffico intercettato dai porti. Anzi elimina anche treni passeggeri, con la stagione turistica alle porte. E non ci sono, coi Paesi mediterranei, linee aeree dirette, quasi una resistenza estrema per conservare la centralità settentrionale. Questi i due o tre appunti sparsi sulla Puglia del dopo-elezioni: sembra che non c’entrino nulla con la politica, ma se la politica non è visione di futuro, allora meglio Grillo. Perlomeno è più divertente.




Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno

Un piano Marshall per il Sud o è meglio uscire dall’Euro


La fine della moneta costerà cara alla Germania. Al Mezzogiorno conviene
di Piero Sansonetti
Fonte: Calabria Ora, SABATO 12 maggio 2012 pag.6












Il governo Monti ha deciso di stanziare un po’ meno di due miliardi e mezzo per il Mezzogiorno. Lo scrivono le agenzie di stampa. Oppure  potremmo scrivere così: il governo Monti ha deciso di non stanziare 97 miliardi e mezzo per il Mezzogiorno. Già, questi due miliardi e mezzo dei quali parlano le agenzie di stampa sono soltanto una minuscola parte dello stanziamento di cento miliardi deciso svariati anni fa dal governo Prodi (e rimasto nel cassetto), poi limato di trenta miliardi e rideciso dal governo Berlusconi (e rimasto nel cassetto), e ora ridotto a una piccola elemosina (che certamente resterà anche lei nel cassetto). Attenzione: non sono soldi del governo, sono fondi europei. 
Quindi potremmo scrivere così: il governo ha deciso di sottrarre illegittimamente al Sud 97 miliardi che spettano al Sud. Cioè, una rapina. Vabbè, lasciamo stare che tanto siamo abituati. Ora il problema al quale non si può più sfuggire è questo: il Mezzogiorno ha qualche convenienza a restare nell’Euro e sobbarcarsi tutte le politiche di tagli sacrifici e rigore decise dal nostro nuovo capo del governo, che si chiama Olli Rehn (è finlandese ed esercita il suo potere con la collaborazione di un suo aiutante italiano, un certo Monti Mario)? Anche ieri questo Rehn (e cioè l’uomo che in novembre scrisse il programma del governo e lo spedì per lettera a Monti e a Napolitano) ha dichiarato alla stampa che in Italia saranno necessari nuovi interventi di riduzione della spesa pubblica ma che sono solo interventi già previsti e comunicati a palazzo Chigi. 
Ecco: conviene l’Euro al Sud? A occhio la risposta è abbastanza semplice e secca: NO. Nei giorni scorsi su alcuni giornali italiani sono apparsi resoconti su complessi studi che spiegano che la rottura dell’area-Euro avrebbe costi altissimi, soprattutto per i tedeschi. Il “Corriere della Sera” parlava di un possibile costo, per la Germania, pari al 20 per cento del pil (cioè della ricchezza prodotta da tutta la nazione in un anno di lavoro). Una mostruosità.  Al Mezzogiorno di Italia, invece – parliamo del Mezzogiorno d’Italia, ma potremmo parlare anche della Grecia o della Spagna – quanto costerebbe l’uscita dall’Euro e che
vantaggi comporterebbe? In attesa di smentite possiamo dire che il ritorno a una moneta nazionale – o comunque a una moneta di valore molto inferiore all’Euro e a un sistema che permetta di “battere moneta” e dunque di realizzare politiche economiche indipendenti, usando varie
leve tra le quali quella dell’inflazione – darebbe, nel Sud, un enorme impulso al turismo, permetterebbe un forte intervento della spesa pubblica, renderebbe possibile la realizzazione di infrastrutture, probabilmente aiuterebbe la nascita di una giovane rete industriale che oggi non c’è. Il costo sarebbe essenzialmente un costo politico che naturalmente avrebbe una ricaduta pesante sui colossi dell’economia italiana e in particolare sul sistema bancario. Ma qui al Mezzogiorno questi colossi non ci sono e non distribuiscono un solo euro. 
E allora, visto che la crisi morde, e visto che pare che assolutamente a nessuno interessi un fico secco del parere delle popolazioni del Mezzogiorno, ci sarà consentito, per una volta, di fare gli egoisti? E da egoisti – cioè da gente che si è un po’ stufata di dover supportare, da decenni, semplicemente gli interessi del Norditalia e della Germania, e di farsi sfruttare dal Norditalia e dalla Germania, e di accettare con meraviglia e ossequio qualunque loro analisi politica – ci sembra lecitissimo dire: basta con l’Euro. L’Euro è stato il miracolo realizzato nel 1997 dal governo Prodi e raccolto e coccolato poi dai successivi governi Berlusconi e Prodi senza tante distinzioni tra destra e sinistra. Ma l’Euro, è chiaro, era una fregatura. Soprattuto per il modo nel quale si è realizzato: senza unità politica dell’Europa e senza struttura democratica dell’Europa. La forza dell’Euro – con un valore deciso dai tedeschi e funzionale all’economia tedesca – insieme all’assenza di democrazia, hanno consegnato l’intero potere politico del Continente alle potenze economiche del Nord. Risultato: il Sud dell’Europa, e dell’Italia, è stato travolto da una crisi generale nella quale la cosa che ha pesato di più è stato l’aumento delle diseguaglianze, cioè esattamente la politica imposta dall’Euro. Vedete: è un circolo vizioso, solo spezzandolo si può trovare una via d’uscita dalla crisi. Al punto al quale sono arrivare le cose, l’unico modo per spezzare il cerchio è far saltare l’Euro, cioè cancellare la causa e l’effetto di tutti i mali. Non è questa che stiamo esponendo una tesi bislacca pensata da noi. 
Proprio ieri sul “Corriere della Sera” c’era una intervista a un importante economista americano, che è stato ministro del Tesoro nel governo Clinton (Robert Reich) il quale contestava la politica europea e l’Euro e diceva: l’aumento delle diseguaglianze economiche e sociali è la causa della crisi, e quindi si può affrontare la crisi solo riducendo queste diseguaglianze e non aumentandole con la politica dei tagli e della riduzione della pesa pubblica e delle tasse a pioggia sui poveri e sul ceto medio.C’è una possibilità di salvare l’Euro? Una sola: un cambio drastico delle politiche europee e nazionali. Cioè la decisione di spostare verso le zone più povere del continente (Grecia, Portogallo, Sud dell’Italia e della Spagna, Irlanda) una massa molto  consistente di ricchezze che ora sono al Nord, al Nord Italia e in Germania. Non due miliardi e tre, per intenderci, ma almeno mille volte di più. Mettere in piedi un gigantesco piano Marshall che inizi a restuitire al Sud dell’Europa tutto ciò che è stato rapinato negli ultimi due secoli. Questa è la condizione.
Altrimenti via dall’Euro e se la Germania ci rimette un quinto del suo pil, chissenefrega!

Fonte internet: Paola e Cultura

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La fine della moneta costerà cara alla Germania. Al Mezzogiorno conviene
di Piero Sansonetti
Fonte: Calabria Ora, SABATO 12 maggio 2012 pag.6












Il governo Monti ha deciso di stanziare un po’ meno di due miliardi e mezzo per il Mezzogiorno. Lo scrivono le agenzie di stampa. Oppure  potremmo scrivere così: il governo Monti ha deciso di non stanziare 97 miliardi e mezzo per il Mezzogiorno. Già, questi due miliardi e mezzo dei quali parlano le agenzie di stampa sono soltanto una minuscola parte dello stanziamento di cento miliardi deciso svariati anni fa dal governo Prodi (e rimasto nel cassetto), poi limato di trenta miliardi e rideciso dal governo Berlusconi (e rimasto nel cassetto), e ora ridotto a una piccola elemosina (che certamente resterà anche lei nel cassetto). Attenzione: non sono soldi del governo, sono fondi europei. 
Quindi potremmo scrivere così: il governo ha deciso di sottrarre illegittimamente al Sud 97 miliardi che spettano al Sud. Cioè, una rapina. Vabbè, lasciamo stare che tanto siamo abituati. Ora il problema al quale non si può più sfuggire è questo: il Mezzogiorno ha qualche convenienza a restare nell’Euro e sobbarcarsi tutte le politiche di tagli sacrifici e rigore decise dal nostro nuovo capo del governo, che si chiama Olli Rehn (è finlandese ed esercita il suo potere con la collaborazione di un suo aiutante italiano, un certo Monti Mario)? Anche ieri questo Rehn (e cioè l’uomo che in novembre scrisse il programma del governo e lo spedì per lettera a Monti e a Napolitano) ha dichiarato alla stampa che in Italia saranno necessari nuovi interventi di riduzione della spesa pubblica ma che sono solo interventi già previsti e comunicati a palazzo Chigi. 
Ecco: conviene l’Euro al Sud? A occhio la risposta è abbastanza semplice e secca: NO. Nei giorni scorsi su alcuni giornali italiani sono apparsi resoconti su complessi studi che spiegano che la rottura dell’area-Euro avrebbe costi altissimi, soprattutto per i tedeschi. Il “Corriere della Sera” parlava di un possibile costo, per la Germania, pari al 20 per cento del pil (cioè della ricchezza prodotta da tutta la nazione in un anno di lavoro). Una mostruosità.  Al Mezzogiorno di Italia, invece – parliamo del Mezzogiorno d’Italia, ma potremmo parlare anche della Grecia o della Spagna – quanto costerebbe l’uscita dall’Euro e che
vantaggi comporterebbe? In attesa di smentite possiamo dire che il ritorno a una moneta nazionale – o comunque a una moneta di valore molto inferiore all’Euro e a un sistema che permetta di “battere moneta” e dunque di realizzare politiche economiche indipendenti, usando varie
leve tra le quali quella dell’inflazione – darebbe, nel Sud, un enorme impulso al turismo, permetterebbe un forte intervento della spesa pubblica, renderebbe possibile la realizzazione di infrastrutture, probabilmente aiuterebbe la nascita di una giovane rete industriale che oggi non c’è. Il costo sarebbe essenzialmente un costo politico che naturalmente avrebbe una ricaduta pesante sui colossi dell’economia italiana e in particolare sul sistema bancario. Ma qui al Mezzogiorno questi colossi non ci sono e non distribuiscono un solo euro. 
E allora, visto che la crisi morde, e visto che pare che assolutamente a nessuno interessi un fico secco del parere delle popolazioni del Mezzogiorno, ci sarà consentito, per una volta, di fare gli egoisti? E da egoisti – cioè da gente che si è un po’ stufata di dover supportare, da decenni, semplicemente gli interessi del Norditalia e della Germania, e di farsi sfruttare dal Norditalia e dalla Germania, e di accettare con meraviglia e ossequio qualunque loro analisi politica – ci sembra lecitissimo dire: basta con l’Euro. L’Euro è stato il miracolo realizzato nel 1997 dal governo Prodi e raccolto e coccolato poi dai successivi governi Berlusconi e Prodi senza tante distinzioni tra destra e sinistra. Ma l’Euro, è chiaro, era una fregatura. Soprattuto per il modo nel quale si è realizzato: senza unità politica dell’Europa e senza struttura democratica dell’Europa. La forza dell’Euro – con un valore deciso dai tedeschi e funzionale all’economia tedesca – insieme all’assenza di democrazia, hanno consegnato l’intero potere politico del Continente alle potenze economiche del Nord. Risultato: il Sud dell’Europa, e dell’Italia, è stato travolto da una crisi generale nella quale la cosa che ha pesato di più è stato l’aumento delle diseguaglianze, cioè esattamente la politica imposta dall’Euro. Vedete: è un circolo vizioso, solo spezzandolo si può trovare una via d’uscita dalla crisi. Al punto al quale sono arrivare le cose, l’unico modo per spezzare il cerchio è far saltare l’Euro, cioè cancellare la causa e l’effetto di tutti i mali. Non è questa che stiamo esponendo una tesi bislacca pensata da noi. 
Proprio ieri sul “Corriere della Sera” c’era una intervista a un importante economista americano, che è stato ministro del Tesoro nel governo Clinton (Robert Reich) il quale contestava la politica europea e l’Euro e diceva: l’aumento delle diseguaglianze economiche e sociali è la causa della crisi, e quindi si può affrontare la crisi solo riducendo queste diseguaglianze e non aumentandole con la politica dei tagli e della riduzione della pesa pubblica e delle tasse a pioggia sui poveri e sul ceto medio.C’è una possibilità di salvare l’Euro? Una sola: un cambio drastico delle politiche europee e nazionali. Cioè la decisione di spostare verso le zone più povere del continente (Grecia, Portogallo, Sud dell’Italia e della Spagna, Irlanda) una massa molto  consistente di ricchezze che ora sono al Nord, al Nord Italia e in Germania. Non due miliardi e tre, per intenderci, ma almeno mille volte di più. Mettere in piedi un gigantesco piano Marshall che inizi a restuitire al Sud dell’Europa tutto ciò che è stato rapinato negli ultimi due secoli. Questa è la condizione.
Altrimenti via dall’Euro e se la Germania ci rimette un quinto del suo pil, chissenefrega!

Fonte internet: Paola e Cultura

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