domenica 22 aprile 2012

Unità d'Italia. Fu invasione non annessione! Intervista alla Dottoressa Marando.





http://www.youtube.com/watch?v=XLrLP6KQPQ8&feature=player_embedded#!

Fu invasione non annessione!". Come scrisse in una mozione depositata al primo parlamento italiano a Torino dal deputato Francesco Proto, duca di Maddaloni, il 20 novembre 1861.
Intervista su Telemia alla dottoressa Ernesta Adele Marando medico e giornalista.


Ecco il link al blog del Partito del Sud dell'articolo, tratto dal libro di Antonio Ciano, citato in trasmissione :
http://partitodelsud.blogspot.it/2009/02/il-grido-di-dolore-di-francesco-proto.html


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http://www.youtube.com/watch?v=XLrLP6KQPQ8&feature=player_embedded#!

Fu invasione non annessione!". Come scrisse in una mozione depositata al primo parlamento italiano a Torino dal deputato Francesco Proto, duca di Maddaloni, il 20 novembre 1861.
Intervista su Telemia alla dottoressa Ernesta Adele Marando medico e giornalista.


Ecco il link al blog del Partito del Sud dell'articolo, tratto dal libro di Antonio Ciano, citato in trasmissione :
http://partitodelsud.blogspot.it/2009/02/il-grido-di-dolore-di-francesco-proto.html


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COME EVITARE GLI SPRECHI E OTTIMIZZARE GLI INVESTIMENTI E LE RISORSE COMUNALI ? NE PARLIAMO LUNEDI' 23 ORE 18,30 CLUB 46 VIA CAVALLI DI BRONZO

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sabato 21 aprile 2012

Manifestazione a difesa dell'Art. 18 - Roma 20 Aprile 2012 : Il TG di Rai 3 intervista Pino Lipari

20 Aprile 2012 - Servizio di Tg Rai 3 Lazio sulla manifestazione sindacale a Roma in difesa dell'articolo 18.
Nel servizio breve intervista a Giuseppe Lipari presente alla manifestazione in rappresentanza del Partito del Sud.
Il Partito del Sud come sempre manifesta al fianco dei lavoratori, per la difesa dei diritti costituzionali, per la difesa dell'art 18, dei precari, degli esodati, dei pensionati e delle fasce più deboli della popolazione, da sud a nord.
Il Link al Tg 3 Lazio delle 14,00: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-0ce10dfe-ea7d-4e54-8a4...



http://www.youtube.com/watch?v=ftqk97OC1Lo




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20 Aprile 2012 - Servizio di Tg Rai 3 Lazio sulla manifestazione sindacale a Roma in difesa dell'articolo 18.
Nel servizio breve intervista a Giuseppe Lipari presente alla manifestazione in rappresentanza del Partito del Sud.
Il Partito del Sud come sempre manifesta al fianco dei lavoratori, per la difesa dei diritti costituzionali, per la difesa dell'art 18, dei precari, degli esodati, dei pensionati e delle fasce più deboli della popolazione, da sud a nord.
Il Link al Tg 3 Lazio delle 14,00: http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-0ce10dfe-ea7d-4e54-8a4...



http://www.youtube.com/watch?v=ftqk97OC1Lo




COMUNICATO STAMPA: Il Partito del Sud incontra iscritti e simpatizzanti in Calabria il 21 aprile con un evento sull'origine della questione meridional



COMUNICATO STAMPA PARTITO DEL SUD



Il 21 aprile a Longobardi (CS) alle ore 18.00 presso l'Hotel Gaudio è previsto un evento "1861...l'inizio: l'altra storia", si parlerà di storia e politica, sul meridionalismo oggi e su cosa propone il Partito del Sud, ascoltando le esigenze della nostra terra.


La questione meridionale nata nel 1861 con un'unità d'Italia fatta male, e' stata prima creata ed alimentata dal Regno d'Italia (in realtà un Regno di Sardegna allargato...) e poi proseguita fino ai giorni nostri della cosiddetta "II Repubblica", con il governo Monti che prosegue le stesse scellerate politiche antimeridionali del precedente governo Berlusconi a trazione leghista.


Il Partito del Sud, lontano da tentazioni nostalgiche e separatiste ed in linea con le considerazioni meridionaliste del best-seller "Terroni" di Pino Aprile, vuole raccontare la vera storia della "malaunità" e le radici della questione meridionale ma soprattutto proporre un'azione politica seria, onesta e capace per invertire la rotta, e costruire il sogno di un paese più giusto e davvero unito (cosa che oggi non è).
Parteciperanno al dibattito tra gli altri Giuseppe Spadafora, Coordinatore per la Calabria del PdSUD, che ha organizzato l'evento, Franco Gaudio, consigliere comunale a Longobardi (CS), Giovanni Manoccio, sindaco di Acquaformosa (CS) ed Enzo Riccio, Segretario organizzativo nazionale del PdSUD.
Si invitano tutti i simpatizzanti ed i meridionalisti a partecipare numerosi.



Enzo Riccio
Segr. Org. nazionale
Partito del Sud



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COMUNICATO STAMPA PARTITO DEL SUD



Il 21 aprile a Longobardi (CS) alle ore 18.00 presso l'Hotel Gaudio è previsto un evento "1861...l'inizio: l'altra storia", si parlerà di storia e politica, sul meridionalismo oggi e su cosa propone il Partito del Sud, ascoltando le esigenze della nostra terra.


La questione meridionale nata nel 1861 con un'unità d'Italia fatta male, e' stata prima creata ed alimentata dal Regno d'Italia (in realtà un Regno di Sardegna allargato...) e poi proseguita fino ai giorni nostri della cosiddetta "II Repubblica", con il governo Monti che prosegue le stesse scellerate politiche antimeridionali del precedente governo Berlusconi a trazione leghista.


Il Partito del Sud, lontano da tentazioni nostalgiche e separatiste ed in linea con le considerazioni meridionaliste del best-seller "Terroni" di Pino Aprile, vuole raccontare la vera storia della "malaunità" e le radici della questione meridionale ma soprattutto proporre un'azione politica seria, onesta e capace per invertire la rotta, e costruire il sogno di un paese più giusto e davvero unito (cosa che oggi non è).
Parteciperanno al dibattito tra gli altri Giuseppe Spadafora, Coordinatore per la Calabria del PdSUD, che ha organizzato l'evento, Franco Gaudio, consigliere comunale a Longobardi (CS), Giovanni Manoccio, sindaco di Acquaformosa (CS) ed Enzo Riccio, Segretario organizzativo nazionale del PdSUD.
Si invitano tutti i simpatizzanti ed i meridionalisti a partecipare numerosi.



Enzo Riccio
Segr. Org. nazionale
Partito del Sud



venerdì 20 aprile 2012

LA TRUFFA DEL SOLE CHE SORGEVA AL NORD


di Lino Patruno

I diamanti rubati faranno più bene alla Lega Nord di quanto non abbiano fatto finora tutte le sparate di Bossi. Perché hanno messo a nudo il re. Rivelandolo non più presentabile di altri, ridicolizzandone l’arroganza di migliore, irridendone la pretesa di fare la lezione.
Nessuno dimentica il cappio col quale gli allegri compari in cravatta verde si presentarono in Parlamento dopo Tangentopoli: dovete andare tutti alla forca. E inutile che stiano a ripetere che, loro, si sono distinti facendo immediatamente piazza pulita di chi usava il denaro pubblico per comprarsi lingotti, ville. Porsche. Non fosse intervenuta la solita magistratura, oggi il Trota figlio di Bossi continuerebbe a essere adorato come un dio Maya.

Fosse però solo questo, sarebbe un’altra dose di disgusto per tutti i mariuoli della politica.
Ma siccome con puro volto bronzeo qualcuno di loro è tornato a parlare di federalismo, allora occorre superare la cronaca nera. Lo ha fatto il presidente del Piemonte, Cota, quello che ha il padre di San Severo ma fa finta di niente per non rivelare un neo nella sua pura razza padana. Però il ritorno come un disco rotto al federalismo riporta ai gridi di battaglia di un partito che, volendo spaccare l’Italia, invece di essere messo al bando è stato messo al governo dello stesso Paese che vuole spaccare.

La Lega nacque in guerra contro “Roma ladrona” che a suo dire toglieva soldi al Nord per darli al Sud. Quindi anzitutto una battaglia fiscale: meno tasse. Poi più libertà e liberalizzazioni. Più mercato meno Stato per le imprese di fronte alla nuova selvaggia concorrenza globale di un mondo senza più frontiere né dogane. Infine rottura con una malapolitica più attenta ai suoi privilegi che al Paese. Sintesi di tutto, il federalismo. Che partì come l’arma perfetta perché ci fosse più responsabilità nella spesa locale (ovviamente del Sud), condizione per avere lo stesso livello di servizi senza sprechi (la famosa siringa che costerebbe più al Sud che al Nord).

Ci poteva pure stare. Se si fosse tenuto conto che per non accentuare il divario economico fra Nord e Sud occorreva partire alla pari, soprattutto in quei beni pubblici (le infrastrutture) fondamentali per lo sviluppo: strade, autostrade, porti, aeroporti, ospedali, università, banche, già al 40 per cento in meno al Sud. Previsto quindi un fondo di perequazione. Con un meccanismo per cui lo Stato toglieva meno soldi ma anche meno ne passava a Regioni, Comuni, Province, che dovevano provvedere molto più di prima da sé. Così i più bravi ce l’avrebbero fatta, i più spendaccioni avrebbero dovuto imporre nuove tasse e vedersi fucilare dai cittadini.
Strada facendo però questo federalismo ha preso altre direzioni. Con la nuova parola d’ordine nordista: ciascuno si tiene i suoi soldi, alla faccia di un Paese unito. Nessuno sa che fine abbia fatto il fondo di perequazione. Né l’impegno sulle infrastrutture. Soprattutto non è diminuita la tassazione dello Stato perché non è diminuita la sua spesa, anzi: e proprio mentre stava al governo la stessa Lega. Così aumentavano sia le tasse statali che quelle locali: la Lega contribuiva a violare il suo stesso primo comandamento. Né i governi a trazione leghista hanno fatto nulla per le liberalizzazioni, smentendosi per la seconda volta.

Infine l’Ici, fondamento della tassazione locale. Col governo Monti diventata Imu, e non solo per cambiarle nome: metà dell’introito va ora allo Stato. Addio sogni di tassazione locale, di autonomia, di responsabilità, di ciascuno si governa da sé. E anche questo grazie a una crisi che la stessa Lega ha contribuito ad aggravare dicendo che va tutto bene, siamo i più bravi d’Europa.
Ma il crollo delle piccole imprese del Nord, le chiusure; i fallimenti, i suicidi hanno fatto capire che i problemi del Belpaese non dipendevano dal Sud parassita. Dipendevano dalla folle spesa dello Stato, dall’evasione fiscale, dalla corruzione, da una pubblica amministrazione asfissiante. dagli egoismi delle categorie che paralizzano tanto il Nord quanto il Sud. E rispetto ai quali la Lega per prima ha tradito i suoi elettori, molto più di quanto non abbiano fatto il tesoriere Belsito e il cerchio magico di farabutti che circondava Bossi a sua insaputa, naturalmente.
Se questa è l’aria, non si capisce perché si dovrebbe votare Lega, dato anche che vi si ruba non meno che altrove. Dato il fallimento di tutto un programma. E dato che, di fronte alla crisi, il Nord non regge (purtroppo, sia chiaro) più del Sud, il quale non reggeva neanche prima. Il Nord e il Sud con gli stessi problemi, anche se il Sud di più. Non Questione Settentrionale e Questione Meridionale ma Questione Italiana. Il Paese si salva tutto insieme, anzi si salva più al Sud dove c’è tanto da fare e fame di fare. Tutto il resto è noia, o razzismo: ma allora è un’altra storia.


Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno


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di Lino Patruno

I diamanti rubati faranno più bene alla Lega Nord di quanto non abbiano fatto finora tutte le sparate di Bossi. Perché hanno messo a nudo il re. Rivelandolo non più presentabile di altri, ridicolizzandone l’arroganza di migliore, irridendone la pretesa di fare la lezione.
Nessuno dimentica il cappio col quale gli allegri compari in cravatta verde si presentarono in Parlamento dopo Tangentopoli: dovete andare tutti alla forca. E inutile che stiano a ripetere che, loro, si sono distinti facendo immediatamente piazza pulita di chi usava il denaro pubblico per comprarsi lingotti, ville. Porsche. Non fosse intervenuta la solita magistratura, oggi il Trota figlio di Bossi continuerebbe a essere adorato come un dio Maya.

Fosse però solo questo, sarebbe un’altra dose di disgusto per tutti i mariuoli della politica.
Ma siccome con puro volto bronzeo qualcuno di loro è tornato a parlare di federalismo, allora occorre superare la cronaca nera. Lo ha fatto il presidente del Piemonte, Cota, quello che ha il padre di San Severo ma fa finta di niente per non rivelare un neo nella sua pura razza padana. Però il ritorno come un disco rotto al federalismo riporta ai gridi di battaglia di un partito che, volendo spaccare l’Italia, invece di essere messo al bando è stato messo al governo dello stesso Paese che vuole spaccare.

La Lega nacque in guerra contro “Roma ladrona” che a suo dire toglieva soldi al Nord per darli al Sud. Quindi anzitutto una battaglia fiscale: meno tasse. Poi più libertà e liberalizzazioni. Più mercato meno Stato per le imprese di fronte alla nuova selvaggia concorrenza globale di un mondo senza più frontiere né dogane. Infine rottura con una malapolitica più attenta ai suoi privilegi che al Paese. Sintesi di tutto, il federalismo. Che partì come l’arma perfetta perché ci fosse più responsabilità nella spesa locale (ovviamente del Sud), condizione per avere lo stesso livello di servizi senza sprechi (la famosa siringa che costerebbe più al Sud che al Nord).

Ci poteva pure stare. Se si fosse tenuto conto che per non accentuare il divario economico fra Nord e Sud occorreva partire alla pari, soprattutto in quei beni pubblici (le infrastrutture) fondamentali per lo sviluppo: strade, autostrade, porti, aeroporti, ospedali, università, banche, già al 40 per cento in meno al Sud. Previsto quindi un fondo di perequazione. Con un meccanismo per cui lo Stato toglieva meno soldi ma anche meno ne passava a Regioni, Comuni, Province, che dovevano provvedere molto più di prima da sé. Così i più bravi ce l’avrebbero fatta, i più spendaccioni avrebbero dovuto imporre nuove tasse e vedersi fucilare dai cittadini.
Strada facendo però questo federalismo ha preso altre direzioni. Con la nuova parola d’ordine nordista: ciascuno si tiene i suoi soldi, alla faccia di un Paese unito. Nessuno sa che fine abbia fatto il fondo di perequazione. Né l’impegno sulle infrastrutture. Soprattutto non è diminuita la tassazione dello Stato perché non è diminuita la sua spesa, anzi: e proprio mentre stava al governo la stessa Lega. Così aumentavano sia le tasse statali che quelle locali: la Lega contribuiva a violare il suo stesso primo comandamento. Né i governi a trazione leghista hanno fatto nulla per le liberalizzazioni, smentendosi per la seconda volta.

Infine l’Ici, fondamento della tassazione locale. Col governo Monti diventata Imu, e non solo per cambiarle nome: metà dell’introito va ora allo Stato. Addio sogni di tassazione locale, di autonomia, di responsabilità, di ciascuno si governa da sé. E anche questo grazie a una crisi che la stessa Lega ha contribuito ad aggravare dicendo che va tutto bene, siamo i più bravi d’Europa.
Ma il crollo delle piccole imprese del Nord, le chiusure; i fallimenti, i suicidi hanno fatto capire che i problemi del Belpaese non dipendevano dal Sud parassita. Dipendevano dalla folle spesa dello Stato, dall’evasione fiscale, dalla corruzione, da una pubblica amministrazione asfissiante. dagli egoismi delle categorie che paralizzano tanto il Nord quanto il Sud. E rispetto ai quali la Lega per prima ha tradito i suoi elettori, molto più di quanto non abbiano fatto il tesoriere Belsito e il cerchio magico di farabutti che circondava Bossi a sua insaputa, naturalmente.
Se questa è l’aria, non si capisce perché si dovrebbe votare Lega, dato anche che vi si ruba non meno che altrove. Dato il fallimento di tutto un programma. E dato che, di fronte alla crisi, il Nord non regge (purtroppo, sia chiaro) più del Sud, il quale non reggeva neanche prima. Il Nord e il Sud con gli stessi problemi, anche se il Sud di più. Non Questione Settentrionale e Questione Meridionale ma Questione Italiana. Il Paese si salva tutto insieme, anzi si salva più al Sud dove c’è tanto da fare e fame di fare. Tutto il resto è noia, o razzismo: ma allora è un’altra storia.


Fonte: La Gazzetta del Mezzogiorno


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Trasporti in Campania: è necessario vigilare sulla privatizzazione

La protesta contro la situazione dei trasporti in Campania prende forma anche sul Web, contraponendo il “No TAV” delle lotte in Val di Susa al “No TBV” (treni a bassa velocità) che caratterizza meglio la condizione dei trasporti su ferro nel Sud


Di Alessandro Citarella, Segretario Provinciale di Napoli del Partito del Sud

“In Campania la domanda dei trasporti è enorme: possiamo investire di più e a costo zero”. Lo afferma Nello Polese, presidente Eav, intervenendo al convegno “Campania: una crisi nella crisi”, che si è tenuto a Napoli (Hotel Ramada) il 12 aprile 2012 . “Posso annunciare – dichiara Polese – che nel 2013 le aziende del nostro gruppo ferro saranno a pareggio di bilancio. In Campania in un anno abbiamo 22 milioni di passeggeri Sepsa e 40 milioni sulla Circumvesuviana. Nelle nostre casse però entrano solo 25 milioni di euro all’anno. C’è qualcosa – prosegue Polese – che non torna. Siamo in condizione di asfissia”.

Purtroppo, a fronte delle dichiarazioni di Polese, i tagli del governo, i debiti ereditati dalle precedenti amministrazioni e la crisi economica sembrerebbe mettere in ginocchio il trasporto pubblico locale in Campania creando disagi quotidiani per utenti e pendolari. La Regione ha presentato un programma straordinario di investimenti e di ripiano dei debiti, che prevede, tra l’altro, di ottimizzare i servizi minimi dando priorità al servizio su ferro. Gli obiettivi sono di salvaguardare le tariffe delle fasce più deboli, estendere la tariffazione unica sul territorio regionale, rendere più efficiente il sistema di gestione dei servizi di trasporto e ridurre i costi di gestione ottimizzando i servizi.

Il governo e i trasporti campani

L’accordo tra gli enti locali e il governo Monti riduce la scure apposta da Tremonti e stanzia complessivamente, per il 2012, 1,7 miliardi di euro per il trasporto pubblico locale: treni e bus in primis. Per la Campania lo stanziamento è ridotto di circa il 40 per cento rispetto al 2011. Si passa, infatti, da 286 a 174 milioni di euro, 114 in meno. Per il 2013 lo stanziamento nazionale sarà di 500 milioni di euro, circa 50 in meno per la Campania, cioè 124 milioni. Le difficoltà legate a questi tagli sono state sinora la riduzione si tutti i servizi, escludendo del tutto dalle tratte di percorrenza la provincia di Caserta. Entro il prossimo 30 giugno, le Regioni organizzeranno lo svolgimento dei servizi pubblici locali a rete in ambiti o bacini territoriali ottimali per rendere competitivo il servizio. I contratti in corso cessano il 31 dicembre 2012.

I nuovi affidamenti, nel caso di diritti di esclusiva, avverranno con procedure competitive a evidenza pubblica salvo che non si proceda agli accorpamenti delle società di servizi. Le società di trasporto su ferro hanno iscritto nei loro bilanci crediti per circa 600 milioni di cui 500 a carico dell’Eav (Ente Autonomo Volturno) che gestisce Metrocampania Nord-est, Sepsa e Circumvesuviana.

Circumvesuviana, Sepsa e Eav

Il piano di risanamento dei trasporti in Campania prevede sia un rientro, come per la sanità, sia investimenti.

Nel concreto, oggi vi sono 40 treni della Circumvesuviana, che dovrebbero diventare 64 per l’inizio del 2013 e 90 per ottobre 2013 .

La Sepsa invece, dalle 10 di oggi, dovrebbe raggiungere le 16 unità di trasporto per il 30 giugno 2013. Sono inoltre già stati impegnati circa 16 milioni di euro di rinvenienze del Por per ammodernare 10 treni SEPSA e 33 treni della Circumvesuviana. Sono stati acquistati i due treni usati delle Ferrovie Emilia Romagna, già rimodernati, per circa 6 milioni di euro. A questo programma di ampliamento si aggiunge lo sblocco di due cruciali commesse per realizzare nuovi treni di Metrocampania Nord-est e Sepsa, attraverso l’azienda casertana Firema, da consegnare dopo 16-20 mesi dalla liquidazione della prima tranche di fondi regionali (che saranno erogati entro 60 giorni a integrazione di quanto già pagato).

I crediti che l’Eav vanta verso la Regione Campania sono saliti dai 153 milioni del 2003 ai circa 525 del 2010. Per sciogliere il nodo del debito di Eav si procederà al recupero dei crediti (per i due terzi esigibili) e alla vendita dei beni oltre che alla rateizzazione e cartolarizzazione del debito residuo (circa 200 milioni). Il piano di risanamento Eav prevede la fusione immediata delle società, l’ulteriore razionalizzazione delle attività, l’inizio della vendita dei beni, non indispensabili al servizio, posseduti dal gruppo Eav Queste attività sono già in corso. La rateizzazione dei contributi e degli interessi bancari non incide sui contratti di servizi né alla riduzione dei debiti. L’intervento richiede almeno 60 milioni annui su un arco pluriennale e quindi l’indispensabile intervento del Governo per individuare la formula più opportuna.

L’Eav è destinata alla fusione in un’unica holding, Metrocampania, risparmiando circa 23 milioni di Euro nei costi del personale con la riduzione di 12 dirigenti e circa 300 altri dipendenti, attestandosi alla quota di 32 dirigenti e circa 2400 altri dipendenti, all’inizio dell’anno in corso.

Vigilare

Un piano quindi esiste ed è già avviato. Bisognerà presidiare la sua realizzazione nei costi, nella qualità dei servizi offerti e nel rispetto del crono-programma dichiarato, fermo restando la violenta penalizzazione del Governo per le infrastrutture in Campania, che, pur essendo le più rilevanti tra le regioni d’Europa (ad esempio la Grecia ha solo 4 milioni di abitanti in più della Campania e l’Irlanda ne ha 2 milioni in meno ), sono state trattate come tutte le altre nel Paese, senza cioè considerare la fortissima e deliberata penalizzazione subita in 151 anni di storia.

Purtroppo va puntualizzato che la classe politica e amministrativa campana ha quadruplicato dal 2003 al 2010 i debiti relativi ai trasporti lasciando la quasi totalità delle relative infrastrutture in uno stato pietoso.

Il Partito del Sud vigilerà su qualsiasi tentativo di privatizzare interi settori dei trasporti nella nostra Regione. I trasporti, infatti, sono uno dei punti cardine per sostenere le filiere economiche sia del turismo sia della produzione. Sono anche alla base di una migliore qualità della vita nell’intero territorio.

L’eventuale partecipazione di soggetti privati, pur essendo importante in alcuni contesti, deve assolutamente essere subordinata all’interesse dei nostri territori ed alle finanze della collettività, ricordando che il ruolo degli amministratori della regione deve essere quello fungere da “cane di guardia” a difesa degli interessi anche finanziari della collettività. La privatizzazione può essere ipotizzata, pertanto, solo ai margini dell’intero settore trasporti, evitando, quindi, condizionamenti di “famiglie” o “finanzieri” senza scrupoli, come già avviene ad esempio a Napoli con la Tangenziale di Napoli S.p.a., che fornisce un fiume di denaro ogni mese a delle società private sottraendolo ai cittadini che invece potrebbero avere con esso delle strade con annesse fioriere non solo per la città di Napoli ma per tutta la provincia di Napoli.

Quindi i profitti della gestione dei trasporti devono rientrare nelle disponibilità dei cittadini di questa regione per avere delle infrastrutture potenti, che servano a creare lavoro e benessere per i meridionali, condizione questa primaria per far smettere l’emigrazione senza fine che oramai dura da 151 anni, e che altri vogliono che resti così com’è. —

Alessandro Citarella, Segretario Provinciale di Napoli del Partito del Sud

Fonte:PdSUDNapoli.org

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La protesta contro la situazione dei trasporti in Campania prende forma anche sul Web, contraponendo il “No TAV” delle lotte in Val di Susa al “No TBV” (treni a bassa velocità) che caratterizza meglio la condizione dei trasporti su ferro nel Sud


Di Alessandro Citarella, Segretario Provinciale di Napoli del Partito del Sud

“In Campania la domanda dei trasporti è enorme: possiamo investire di più e a costo zero”. Lo afferma Nello Polese, presidente Eav, intervenendo al convegno “Campania: una crisi nella crisi”, che si è tenuto a Napoli (Hotel Ramada) il 12 aprile 2012 . “Posso annunciare – dichiara Polese – che nel 2013 le aziende del nostro gruppo ferro saranno a pareggio di bilancio. In Campania in un anno abbiamo 22 milioni di passeggeri Sepsa e 40 milioni sulla Circumvesuviana. Nelle nostre casse però entrano solo 25 milioni di euro all’anno. C’è qualcosa – prosegue Polese – che non torna. Siamo in condizione di asfissia”.

Purtroppo, a fronte delle dichiarazioni di Polese, i tagli del governo, i debiti ereditati dalle precedenti amministrazioni e la crisi economica sembrerebbe mettere in ginocchio il trasporto pubblico locale in Campania creando disagi quotidiani per utenti e pendolari. La Regione ha presentato un programma straordinario di investimenti e di ripiano dei debiti, che prevede, tra l’altro, di ottimizzare i servizi minimi dando priorità al servizio su ferro. Gli obiettivi sono di salvaguardare le tariffe delle fasce più deboli, estendere la tariffazione unica sul territorio regionale, rendere più efficiente il sistema di gestione dei servizi di trasporto e ridurre i costi di gestione ottimizzando i servizi.

Il governo e i trasporti campani

L’accordo tra gli enti locali e il governo Monti riduce la scure apposta da Tremonti e stanzia complessivamente, per il 2012, 1,7 miliardi di euro per il trasporto pubblico locale: treni e bus in primis. Per la Campania lo stanziamento è ridotto di circa il 40 per cento rispetto al 2011. Si passa, infatti, da 286 a 174 milioni di euro, 114 in meno. Per il 2013 lo stanziamento nazionale sarà di 500 milioni di euro, circa 50 in meno per la Campania, cioè 124 milioni. Le difficoltà legate a questi tagli sono state sinora la riduzione si tutti i servizi, escludendo del tutto dalle tratte di percorrenza la provincia di Caserta. Entro il prossimo 30 giugno, le Regioni organizzeranno lo svolgimento dei servizi pubblici locali a rete in ambiti o bacini territoriali ottimali per rendere competitivo il servizio. I contratti in corso cessano il 31 dicembre 2012.

I nuovi affidamenti, nel caso di diritti di esclusiva, avverranno con procedure competitive a evidenza pubblica salvo che non si proceda agli accorpamenti delle società di servizi. Le società di trasporto su ferro hanno iscritto nei loro bilanci crediti per circa 600 milioni di cui 500 a carico dell’Eav (Ente Autonomo Volturno) che gestisce Metrocampania Nord-est, Sepsa e Circumvesuviana.

Circumvesuviana, Sepsa e Eav

Il piano di risanamento dei trasporti in Campania prevede sia un rientro, come per la sanità, sia investimenti.

Nel concreto, oggi vi sono 40 treni della Circumvesuviana, che dovrebbero diventare 64 per l’inizio del 2013 e 90 per ottobre 2013 .

La Sepsa invece, dalle 10 di oggi, dovrebbe raggiungere le 16 unità di trasporto per il 30 giugno 2013. Sono inoltre già stati impegnati circa 16 milioni di euro di rinvenienze del Por per ammodernare 10 treni SEPSA e 33 treni della Circumvesuviana. Sono stati acquistati i due treni usati delle Ferrovie Emilia Romagna, già rimodernati, per circa 6 milioni di euro. A questo programma di ampliamento si aggiunge lo sblocco di due cruciali commesse per realizzare nuovi treni di Metrocampania Nord-est e Sepsa, attraverso l’azienda casertana Firema, da consegnare dopo 16-20 mesi dalla liquidazione della prima tranche di fondi regionali (che saranno erogati entro 60 giorni a integrazione di quanto già pagato).

I crediti che l’Eav vanta verso la Regione Campania sono saliti dai 153 milioni del 2003 ai circa 525 del 2010. Per sciogliere il nodo del debito di Eav si procederà al recupero dei crediti (per i due terzi esigibili) e alla vendita dei beni oltre che alla rateizzazione e cartolarizzazione del debito residuo (circa 200 milioni). Il piano di risanamento Eav prevede la fusione immediata delle società, l’ulteriore razionalizzazione delle attività, l’inizio della vendita dei beni, non indispensabili al servizio, posseduti dal gruppo Eav Queste attività sono già in corso. La rateizzazione dei contributi e degli interessi bancari non incide sui contratti di servizi né alla riduzione dei debiti. L’intervento richiede almeno 60 milioni annui su un arco pluriennale e quindi l’indispensabile intervento del Governo per individuare la formula più opportuna.

L’Eav è destinata alla fusione in un’unica holding, Metrocampania, risparmiando circa 23 milioni di Euro nei costi del personale con la riduzione di 12 dirigenti e circa 300 altri dipendenti, attestandosi alla quota di 32 dirigenti e circa 2400 altri dipendenti, all’inizio dell’anno in corso.

Vigilare

Un piano quindi esiste ed è già avviato. Bisognerà presidiare la sua realizzazione nei costi, nella qualità dei servizi offerti e nel rispetto del crono-programma dichiarato, fermo restando la violenta penalizzazione del Governo per le infrastrutture in Campania, che, pur essendo le più rilevanti tra le regioni d’Europa (ad esempio la Grecia ha solo 4 milioni di abitanti in più della Campania e l’Irlanda ne ha 2 milioni in meno ), sono state trattate come tutte le altre nel Paese, senza cioè considerare la fortissima e deliberata penalizzazione subita in 151 anni di storia.

Purtroppo va puntualizzato che la classe politica e amministrativa campana ha quadruplicato dal 2003 al 2010 i debiti relativi ai trasporti lasciando la quasi totalità delle relative infrastrutture in uno stato pietoso.

Il Partito del Sud vigilerà su qualsiasi tentativo di privatizzare interi settori dei trasporti nella nostra Regione. I trasporti, infatti, sono uno dei punti cardine per sostenere le filiere economiche sia del turismo sia della produzione. Sono anche alla base di una migliore qualità della vita nell’intero territorio.

L’eventuale partecipazione di soggetti privati, pur essendo importante in alcuni contesti, deve assolutamente essere subordinata all’interesse dei nostri territori ed alle finanze della collettività, ricordando che il ruolo degli amministratori della regione deve essere quello fungere da “cane di guardia” a difesa degli interessi anche finanziari della collettività. La privatizzazione può essere ipotizzata, pertanto, solo ai margini dell’intero settore trasporti, evitando, quindi, condizionamenti di “famiglie” o “finanzieri” senza scrupoli, come già avviene ad esempio a Napoli con la Tangenziale di Napoli S.p.a., che fornisce un fiume di denaro ogni mese a delle società private sottraendolo ai cittadini che invece potrebbero avere con esso delle strade con annesse fioriere non solo per la città di Napoli ma per tutta la provincia di Napoli.

Quindi i profitti della gestione dei trasporti devono rientrare nelle disponibilità dei cittadini di questa regione per avere delle infrastrutture potenti, che servano a creare lavoro e benessere per i meridionali, condizione questa primaria per far smettere l’emigrazione senza fine che oramai dura da 151 anni, e che altri vogliono che resti così com’è. —

Alessandro Citarella, Segretario Provinciale di Napoli del Partito del Sud

Fonte:PdSUDNapoli.org

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giovedì 19 aprile 2012

Pareggio di bilancio in costituzione? Svolta antidemocratica


del 19/04/2012

Di Luigi de Magistris

L'Europa delle banche che detta la linea al parlamento nazionale, per mezzo del governo tecnico, annullando politica, parlamento, democrazia, Costituzione, sovranità popolare.

L'ossessione per il debito, insieme al diktat degli istituti finanziari europei e internazionali, fanno scivolare, in fondo alla classifica delle priorità, la giustizia sociale, i diritti dei cittadini (del lavoro in primis), il welfare state, la partecipazione delle comunità, l'autonomia degli enti locali. E' la stagione della tecnica che ci governa, è la stagione della sospensione della politica.

Una politica colpevole perché incapace, fino ad oggi, di autoriformarsi dando risposte ad una crisi finanziaria senza precedenti.

Una crisi finanziaria che, a causa di questo vuoto di risposta e reazione politica, ha provocato l'imporsi della risposta e della reazione tecnocratica, generando così una crisi anche democratica e civile. L'ultima pagina di questo tempo buio che stiamo attraversando è stata scritta poche ore fa in Senato, dove è stata approvata l'introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, modificando l'art. 81.

Spiegano illustri studiosi della materia che si tratta della più importante trasformazione/involuzione della nostra Carta dopo la devolution dell'allora ministro Calderoli.

Uno stravolgimento costituzionale avvenuto nel silenzio generale e senza dibattito pubblico, per il quale non ci sarà nessun referendum fra i cittadini. Evidentemente per per questo parlamento di nominati, che hanno scelto di rinunciare al loro ruolo politico affidandosi alla "salvezza tecnica", la Costituzione è proprietà di pochi che può essere svenduta alle banche centrali europee e alle misure liberiste.

Un obbligo imposto non solo allo Stato ma a tutti gli enti amministrativi e che rientra nel cosiddetto Fiscal compact europeo.

La vittoria integrale del mercato senza regole, lo stesso che ha generato la crisi dimostrando la sua fragilità e pericolosità, e che annichilisce le istituzioni pubbliche, dallo Stato ai Comuni, tutti impossibilitati ad intervenire nella gestione dell'economia nell'interesse dei cittadini.

Come amministratore e come cittadino non posso che aggiungere, dunque, la mia voce di preoccupazione a quella collettiva che si alza in queste ore.

Dopo il vincolo assurdo del patto di stabilità e la vicenda surreale dell'Imu (che i Comuni, ridotti a gabellieri del paese, devono imporre ai loro cittadini, salvo poi consegnare il 50 per cento delle entrate riscosse allo Stato), ecco che un altro limite è imposto all'autonomia degli enti locali che, più di tutti, sentono il peso della responsabilità verso le comunità che governano, poiché sono eletti direttamente e sono in prima fila nel fronteggiare le tensioni sociali che infiammano i territori.

Perché su gli enti locali, soprattutto, grava l'onere di proteggere la democrazia stessa difendendo i diritti e i servizi sociali, i quali non possono essere sacrificati alle sole logiche neoliberiste e ai soli dettami del mercato. Occorre dunque un cambiamento di rotta da parte del governo Monti ed occorre che la risposta politica riprenda il sopravvento su quella tecnica, la quale è tutto fuorché neutrale, avendo imposto una svolta conservatrice e liberista che non risolve la crisi ma ne amplifica la portata negativa per il futuro, anche sotto il profilo democratico.

Occorre che i cittadini, le comunità, gli enti locali si mobilitino a difesa dei loro diritti e della Costituzione. A Napoli stiamo cercando di portare avanti questa battaglia civile, non perdendo occasione per ricordare al Governo che la sovranità appartiene al popolo, che sforeremo il patto di stabilita per difendere i diritti e i servizi essenziali dei cittadini, che gli enti locali non sono gli ammortizzatori nazionali della crisi, che la Carta non si può stravolgere per volere del mercato europeo.


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del 19/04/2012

Di Luigi de Magistris

L'Europa delle banche che detta la linea al parlamento nazionale, per mezzo del governo tecnico, annullando politica, parlamento, democrazia, Costituzione, sovranità popolare.

L'ossessione per il debito, insieme al diktat degli istituti finanziari europei e internazionali, fanno scivolare, in fondo alla classifica delle priorità, la giustizia sociale, i diritti dei cittadini (del lavoro in primis), il welfare state, la partecipazione delle comunità, l'autonomia degli enti locali. E' la stagione della tecnica che ci governa, è la stagione della sospensione della politica.

Una politica colpevole perché incapace, fino ad oggi, di autoriformarsi dando risposte ad una crisi finanziaria senza precedenti.

Una crisi finanziaria che, a causa di questo vuoto di risposta e reazione politica, ha provocato l'imporsi della risposta e della reazione tecnocratica, generando così una crisi anche democratica e civile. L'ultima pagina di questo tempo buio che stiamo attraversando è stata scritta poche ore fa in Senato, dove è stata approvata l'introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, modificando l'art. 81.

Spiegano illustri studiosi della materia che si tratta della più importante trasformazione/involuzione della nostra Carta dopo la devolution dell'allora ministro Calderoli.

Uno stravolgimento costituzionale avvenuto nel silenzio generale e senza dibattito pubblico, per il quale non ci sarà nessun referendum fra i cittadini. Evidentemente per per questo parlamento di nominati, che hanno scelto di rinunciare al loro ruolo politico affidandosi alla "salvezza tecnica", la Costituzione è proprietà di pochi che può essere svenduta alle banche centrali europee e alle misure liberiste.

Un obbligo imposto non solo allo Stato ma a tutti gli enti amministrativi e che rientra nel cosiddetto Fiscal compact europeo.

La vittoria integrale del mercato senza regole, lo stesso che ha generato la crisi dimostrando la sua fragilità e pericolosità, e che annichilisce le istituzioni pubbliche, dallo Stato ai Comuni, tutti impossibilitati ad intervenire nella gestione dell'economia nell'interesse dei cittadini.

Come amministratore e come cittadino non posso che aggiungere, dunque, la mia voce di preoccupazione a quella collettiva che si alza in queste ore.

Dopo il vincolo assurdo del patto di stabilità e la vicenda surreale dell'Imu (che i Comuni, ridotti a gabellieri del paese, devono imporre ai loro cittadini, salvo poi consegnare il 50 per cento delle entrate riscosse allo Stato), ecco che un altro limite è imposto all'autonomia degli enti locali che, più di tutti, sentono il peso della responsabilità verso le comunità che governano, poiché sono eletti direttamente e sono in prima fila nel fronteggiare le tensioni sociali che infiammano i territori.

Perché su gli enti locali, soprattutto, grava l'onere di proteggere la democrazia stessa difendendo i diritti e i servizi sociali, i quali non possono essere sacrificati alle sole logiche neoliberiste e ai soli dettami del mercato. Occorre dunque un cambiamento di rotta da parte del governo Monti ed occorre che la risposta politica riprenda il sopravvento su quella tecnica, la quale è tutto fuorché neutrale, avendo imposto una svolta conservatrice e liberista che non risolve la crisi ma ne amplifica la portata negativa per il futuro, anche sotto il profilo democratico.

Occorre che i cittadini, le comunità, gli enti locali si mobilitino a difesa dei loro diritti e della Costituzione. A Napoli stiamo cercando di portare avanti questa battaglia civile, non perdendo occasione per ricordare al Governo che la sovranità appartiene al popolo, che sforeremo il patto di stabilita per difendere i diritti e i servizi essenziali dei cittadini, che gli enti locali non sono gli ammortizzatori nazionali della crisi, che la Carta non si può stravolgere per volere del mercato europeo.


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mercoledì 18 aprile 2012

LA CITTA' CAPACE DI FUTURO 16 /04/2002. Nota su: "Partecipazione e bene comune" del Prof. Arch. Gianni Cerami

La città capace di futuro

Evento organizzato il 16 Aprile 2002 da Luigi Guido della lista Ricomincio da Vella

Sono intervenuti:

Luigi Guido

Antonio Marfella

Mario Scippa

Angelo Lo Passo

e il candidato sindaco Aldo Vella

Lettura e commento della nota del Prof. Arch. Gianni Cerami (docente di Urbanistica alla Federico II di Napoli) a cura di Mario Scippa

Introduzione

Buonasera a tutti.

Ringrazio Luigi Guido per avermi dato l'opportunità stasera di poter intervenire in questo dibattito sulla città,

Ringrazio sopratutto l'eclettismo di Aldo Vella per avere riunito intorno a sé, nel tempo, personaggi attenti e sensibili alla città senza un fine speculativo ma con l'obiettivo alto di proporre stimoli sempre più ricchi e diversificati tra loro per il miglioramento della qualità della vita della comunità.

La comunità.

Un termine con il quale da tanti anni, nel progetto del futuro di una città, si defisce genericamente una molteplicità di esigenze, bisogni, aspirazioni, desideri e sogni, spesso anche contraddittorie tra loro, con indici e numeri.

Una iterpretazione e quindi una traduzione che tende ad omogeneizzare la diversità, proponendo scelte in modo dogmatico, con la presunzione di dare una risposta numerica alle svariate e molteplici esigenze che caratterizzano ogni aggregazione.

Lo strumento principe, con il quale le amministrazioni comunali dettano la serie di regole e prevedono un futuro ad un territorio, è il piano regolatore.

Da un po' di anni è in corso, tra gli addetti ai lavori, un grande dibattito sulla crisi del piano.

Della quale i politi sembrano non accorgersene, realizzando e proponendo demagogicamente progetti di futuro delle città PER i cittadini e non CON i cittadini.

Su queste tematiche, qualche giorno fa ho avuto una lunga conversazione con il Professore Gianni Cerami, docente di urbanistica alla facoltà di architettura della Federico II di Napoli, che ho avuto la fortuna di conoscere da ragazzo, prima da studente e poi, tra il 90 e il 95, da collaboratore ed assistente.

Con Cerami mi sono visto per invitarlo a questo incontro di stasera, ma per altri impegni già presi non è potuto essere presente.

Il tema centrale del nostro incontro è stato quello della ridefinizione del concetto di piano e la necessità di ridisegnare un piano urbanistico tenendo presente due "parole d'ordine" che oggi sono di uso comune:

Partecipazione e bene comune.

Temi che sono al centro dei sui studi da anni e che sono sintetizzati nel suo ultimo libro: Come le città si raccontano. Verso una urbanistica gentile.

Un libro dove affronta il tema della condivisione, cioè la convinzione che "nessuno può decidere per noi, senza di noi".

Il tema che ha costituito il filo rosso che ha unito gli argomenti affrontati nella nostra conversazione, e che ho chiesto se poteva mandarmi un suo contributo per usarlo qui come spunto di riflessione ed eventuale base per un dibattito sulle nuove modalità di progettazione del futuro di una città come San giorgio a Cremano.

Puntuale il Professore Cerami ha scritto,

inviandomi il giorno dopo che ci siamo visti, una breve nota che vi leggerà Stefania Ferrandino, candidata nella lista Ricomincio Da Vella, che ha letto e condiviso questa nota, e una delle osservazione di Cerami , ovvero:

-"il progetto di futuro, del nostro futuro, è il bene comune per eccellenza"-

è diventata il suo motto personale anche per questa campagna elettorale.

Ho scelto di farla leggere a Stefania, perché nella sua esperienza di donna e di mamma a San Giorgio a Cremano è stata in questi anni molto impegnata nel sociale, con la sua associazione di volontariato donneebambini.

Insieme ad altre nove donne-mamme, lavorava progettando, silenziosamente, ad un frammento di futuro possibile della nostra città.

Le attività proposte dalla associazione che ha presieduto, mai spettacolari, semplici, dirette ai bambini e ai loro genitori, quindi a tutta la città, avevano come unico obbiettivo quello della riapprorpiazione dell'ambiente urbano, facendolo vivere attraverso attività ludico-educative. Tutte attività a costi bassissimi e tante volte a costo zero per l'amministrazione comunale.

Una realtà che poteva e doveva essere intesa come esperienza pilota, qui a san Giorgio, e stimolo importante affinchè il cittadino incominciasse a sentirsi partecipe della città finalmente con intenti propositivi, se solo ci fosse stata una cultura nella politica attenta ad ascoltare veramente le nuove esigenze che i cittadini in vari modi esprimono.

Stefania Ferrandino vi legge la comunicazione del professore Gianni Cerami.

M.S.

Comunicazione del Prof. Arch. Gianni Cerami

Agli amici Aldo Vella, Mario Scippa e Luigi Guido

vi invio questa breve nota sull’urbanistica “dei cittadini” (e non “in nome dei cittadini”); spero possa costituire la base per una utile discussione.

Si tratta di una sintesi di un lavoro che sto sviluppando da tempo e che vorrei, anche partendo dalle radici della disciplina, trovare nuove procedure decisionali che consentano realmente il contributo della comunità dei cittadini alla costruzione (e non alla fideistica approvazione) del proprio futuro.

Cari saluti a tutti da Gianni Cerami

Gianni Cerami <> Clean Edizioni

PARTECIPAZIONE E BENE COMUNE

di Gianni Cerami

Al mutamento del quadro politico-amministrativo in diverse città italiane, e Napoli in particolare, corrisponde un cambiamento di attenzioni, di comportamenti e di “parole d’ordine “ che non possono non costituire oggetto di una attenta riflessione per il modo con cui vengono declinate o potrebbero più efficacemente essere declinate.

I due temi che oggi vengono dibattuti con grande impegno sono, certamente, quelli legati al significato di “bene comune”, di quella risorsa materiale o immateriale il cui uso non può e non deve in alcun modo essere sottratto ai cittadini; e poi, a quello della “partecipazione” che deve essere fondata sul riconoscimento delle ricche capacità organizzative e progettuali da parte di nuovi interlocutori che chiedono di essere riconosciuti nella loro legittimità.

E’ evidente quanto i due temi siano profondamente interrelati.

E ciò è tanto più evidente se estendiamo il valore di “bene comune” al progetto di futuro che una comunità di cittadini intende darsi: il progetto di futuro, del nostro futuro, costituisce certamente il “bene comune” per eccellenza.

Ma la condizione che non si può in alcun modo eludere è che tale progetto di futuro può realmente costituirsi come “ bene comune” non solo perché riguarda la vita di tutti ma perché è stato costruito con il contributo di tutti.

E ciò costituisce un arricchimento al tema della “partecipazione”: affinchè la partecipazione sia reale (e non il solito rituale di maniera) occorre che sia supportata da un reale potere deliberativo.

Bisogna dare consapevolezza a tutti coloto che intendono essere coinvolti nella costruzione del loro futuro che tale loro partecipazione è parte di un concreto processo decisionale le cui scelte verranno formalizzate in atti istituzionali.

Un progetto di futuro è bene comune non solo perché riguarda la vita di tutti ma, e soprattutto, se è stato costruito con il contributo di tutti.

Questo metodo di lavoro per il quale è la comunità dei cittadini che attraverso una libera discussione decide del proprio futuro, consente il formarsi di scelte e di darsi regole per organizzarsi in quanto comunità, in quanto polis.

Si tratta di scelte e di regole che non discendono da entità superiori (laiche o mistiche che siano) ma dalla consapevolezza che il vero valore della discussione (che abbiamo definito come “partecipazione deliberativa”) sta nel costruire e dare legittimità a nuove domande e poi nell’elaborare adeguate risposte.

Una società che intende risolvere il tema del confronto attraverso il conflitto del dialogo, e non attraverso il conflitto dello scontro, deve saper accettare la sfida del voler e saper “decidere insieme”; il che comporta dover riconoscere la legittimità del principio per il quale “nessuno può decidere per noi senza di noi”.

Crediamo che qualsiasi progetto di futuro deve garantire la centralità del ruolo cooperativo dei soggetti che sono coinvolti dal piano di cui sono i reali committenti e, al tempo stesso, i suoi co-autori.

Se è vero che un progetto di futuro è “bene comune” perchè riguarda tutte le comunità dei cittadini che sono state coinvolte attivamente alla sua costruzione, è altrettanto vero tale suo costituire un bene comune è strettamente collegato alla sua capacità di creare comunità; esso è il risultato di un lavoro comune , plurale, espressivo delle “culture” di gruppi portatori di esigenze e aspettative diverse: ed è per questa capacità di valorizzare, legittimare comunità diverse lo fa diventare l’elemento fondativo di comunità.

Sinteticamente, le diverse comunità in cui i cittadini tendono a organizzarsi in funzione delle loro aspettative, convenienze, convinzioni, saperi, nel riconoscersi nel progetto di futuro alla cui elaborazione hanno partecipato attivamente riconoscono in tale progetto il suo costituirsi in quanto bene comune e riconoscono se stesse come unica comunità di cittadini.

Ciò richiede un nuovo modo di “pensare” il piano, un nuovo modo di costruire le scelte, attraverso il coinvolgere i cittadini e le comunità in cui essi si organizzano.

Si tratta di dare corpo alla domanda di partecipazione che, con sempre maggior forza, viene espressa a tutti i livelli, istituzionali e non, attivando quelle forme di concreta partecipazione che in altre occasioni (ad esempio, a Napoli sul tema della minaccia di un progetto di privatizzazione delle risorse idriche) sono già state sperimentate in molte realtà urbane.

Può costituire utile una verifica dei risultati che in altre realtà urbane , (Bologna, in particolare, e Milano) sono stati raggiunti attivando Laboratori di Urbanistica su parti significative della città e su cui le relative scelte del vigente strumento urbanistico avevano determinato conflitti e inerzie.

La soluzione dei Laboratori, attentamente organizzati con l’aiuto di istituzioni esterne (a Bologna, ad esempio, è stato coinvolto l’Istituto Nazionale di Urbanistica) ha consentito lo svolgersi di un dibattito (e non le solite guerre di religione) che ha determinato la costruzione di scelte condivise da parte di tutti i soggetti interessati: scelte che sono state fatte proprie dalla Pubblica Amministrazione.

Giovanni Cerami, aprile 2012

Conclusione parziale

La città è fatta molto più dai suoi abitanti che dagli edifici e dagli spazi urbani.

di Mario Scippa

Pretendere oggi che il Piano si configuri come un progetto le cui norme tendono a garantire un carattere di immutabilità significa soltanto voler persistere in un rituale ormai anacronistico e privo di efficacia.

Questa presunzione è anche espressione di un vecchio modo di concepire la città, la polis, la politica, che interpreta e rappresenta la comunità come un insieme di numeri e di indici dando risposte dogmatiche spesso e volentieri senza tener conto delle molteplici differenze che la caratterizzano.

Ciò non lo dico spinto da pregiudizi ma, piuttosto, per vari ordini di considerazioni.

Innanzitutto, per il conflitto che si genera tra le risposte, formulate in un sistema bloccato di regole, e la velocità di trasformazione delle domande e delle aspirazioni da parte della società che pongono continuamente in discussione i contenuti di queste risposte, senza dare alcuna possibilità ai cittadini di poter intervenire neanche minimamente per poterlo adeguare a nuove sopravvenute esigenze.

Nella formulazione di strumenti così importanti e fondamentali per il futuro della città le amministrazioni pubbliche dovrebbero tener conto che oggi siamo in una fase storica di transizione molto importante.

La città vera è fatta molto più dai suoi abitanti che dagli edifici e dagli spazi urbani.

L'espressione di una città è il modo di comunicare, tra di loro e con l'esterno, dei suoi cittadini.

Negli ultimi 15 anni stiamo vivendo una fase storica caratterizzata da importanti mutamenti del linguaggio e dei modi di comunicare dei cittadini.

Internet, più specificamente il network, sta completammente rivoluzionando trasversalmente le relazioni comunicative tra gli individui, quindi tra i cittadini, quindi tra le parti della città, anche qui a San Giorgio, come altrove nel mondo.

Le città, anche la nostra, tendono sempre di più a somigliare al concetto di rete, ovvero alla sovrapposizione, alla interazione, alla mutabilità delle parti che la compongono, piuttosto che al concetto immutabile di zone delimitate, definite sulla base di indicatori numerici, con il quale si disegna oggi una città e il suo futuro in un piano così come è concepito.

La rete, secondo me, potrebbe essere una delle chiavi di volta per la ridefinizione di un piano per la città.

Alcune forme di aggregazione spontanee già hanno trovato il loro canale per eprimere innanzitutto una forma di protesta, sui network tanti sono i gruppi che spontaneamente si aggregano per denunciare, controllare, criticare, l'operato delle pubbliche amministrazioni, alcuni dei quali sono poi diventati a loro volta movimenti politici.

Io credo che la collettività che oggi si esprime nella rete, molto attivamente, con un sentimento di partecipazione prima negato, farà il passo di qualità:

da strumento di protesta a momento di proposta.

E le proposte saranno sempre di più concentrate, con la partecipazione attiva e autoorganizzata dei cittadini, su piccoli pezzi di territorio, non più con una visione globale e totalizzante, costruita su numeri ed indici astratti ed incomperensibili, che favoriscono interessi di parte, ma con una visione di una singola parte in far convergere interessi comuni e trasversali di più cittadini.

Un passaggio che, neanche timidamente, sta già avvenendo.

Penso per esempio a movimenti nati nei network in realtà vicine alla nostra, come a Napoli che come forma di protesta hanno usato la proposta,:

Cleanap o Riprendiamoci Napoletani, che hanno trasversalmente aggregato parte della cittadinanza intorno ad un frammento di territorio, adottandolo, quindi riappropriandosene, e partecipando collettivamente alla manutenzione, ripulendoli e rendendoli vivi con una serie di attività;

come pure l'associazione Terra di Confine tra san Giorgio e Ponticelli, fatta da ragazzi con ragazzi per ragazzi, aggregatosi spontaneamente e che stanno ridando vitalità ad un territorio di margine;

e la stessa associazione presieduta da Stefania Ferrandino, donneebambini, che ha regalato a Sangiorgio a Cremano, piccoli ma importanti e significativi momenti di riappropriazione del territorio.

associazione donneebambini di Stefania Ferrandino

Le politiche amministrative, a mio avviso, devono tener presente questa esigenza di partecipazione diretta a creare vitalità nelle città, e devono necessariamente iniziare a considerare come vero committente e co-autore di un piano, la comunità, i cittadini.

Tutto Ciò significa per una amministrazione sforzarsi di trovare le modalità per il dialogo vero.

Una strada possibile potrebbe essere la formazione di Laboratori urbani diffusi sul territorio, come suggeriva Cerami, supportati dalle istituzioni competenti e che siano un riferimento nella redazione di un progetto di futuro della città, nel progetto di Un piano, concependolo come uno strumento non bloccato, ma aperto alla discussione con i cittadini attraverso le proposte formulate nei laboratori.

In buona sostanza, e concludo, bisogna avere il coraggio e la capacità politica di attivare nuovi strumenti capaci di generare partecipazione vera e non demagogica, che abbiano una funzione anche deliberativa.

Nuovi strumenti che devono avere come obbiettivo quello di favorire il consapevole e attivo rapporto tra le parti sociali affinché si possano attirare e attivare risorse, interne ed esterne, per realizzare una salvaguardia innanzitutto delle tradizioni culturali locali, che sono l'identità del luogo, e poi di tutte quelle forme creative, a tutti i livelli, la cui permanenza genera il valore vero di una città: la vitalità.

M.S.



Fonte: Ricomincio da Vella


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La città capace di futuro

Evento organizzato il 16 Aprile 2002 da Luigi Guido della lista Ricomincio da Vella

Sono intervenuti:

Luigi Guido

Antonio Marfella

Mario Scippa

Angelo Lo Passo

e il candidato sindaco Aldo Vella

Lettura e commento della nota del Prof. Arch. Gianni Cerami (docente di Urbanistica alla Federico II di Napoli) a cura di Mario Scippa

Introduzione

Buonasera a tutti.

Ringrazio Luigi Guido per avermi dato l'opportunità stasera di poter intervenire in questo dibattito sulla città,

Ringrazio sopratutto l'eclettismo di Aldo Vella per avere riunito intorno a sé, nel tempo, personaggi attenti e sensibili alla città senza un fine speculativo ma con l'obiettivo alto di proporre stimoli sempre più ricchi e diversificati tra loro per il miglioramento della qualità della vita della comunità.

La comunità.

Un termine con il quale da tanti anni, nel progetto del futuro di una città, si defisce genericamente una molteplicità di esigenze, bisogni, aspirazioni, desideri e sogni, spesso anche contraddittorie tra loro, con indici e numeri.

Una iterpretazione e quindi una traduzione che tende ad omogeneizzare la diversità, proponendo scelte in modo dogmatico, con la presunzione di dare una risposta numerica alle svariate e molteplici esigenze che caratterizzano ogni aggregazione.

Lo strumento principe, con il quale le amministrazioni comunali dettano la serie di regole e prevedono un futuro ad un territorio, è il piano regolatore.

Da un po' di anni è in corso, tra gli addetti ai lavori, un grande dibattito sulla crisi del piano.

Della quale i politi sembrano non accorgersene, realizzando e proponendo demagogicamente progetti di futuro delle città PER i cittadini e non CON i cittadini.

Su queste tematiche, qualche giorno fa ho avuto una lunga conversazione con il Professore Gianni Cerami, docente di urbanistica alla facoltà di architettura della Federico II di Napoli, che ho avuto la fortuna di conoscere da ragazzo, prima da studente e poi, tra il 90 e il 95, da collaboratore ed assistente.

Con Cerami mi sono visto per invitarlo a questo incontro di stasera, ma per altri impegni già presi non è potuto essere presente.

Il tema centrale del nostro incontro è stato quello della ridefinizione del concetto di piano e la necessità di ridisegnare un piano urbanistico tenendo presente due "parole d'ordine" che oggi sono di uso comune:

Partecipazione e bene comune.

Temi che sono al centro dei sui studi da anni e che sono sintetizzati nel suo ultimo libro: Come le città si raccontano. Verso una urbanistica gentile.

Un libro dove affronta il tema della condivisione, cioè la convinzione che "nessuno può decidere per noi, senza di noi".

Il tema che ha costituito il filo rosso che ha unito gli argomenti affrontati nella nostra conversazione, e che ho chiesto se poteva mandarmi un suo contributo per usarlo qui come spunto di riflessione ed eventuale base per un dibattito sulle nuove modalità di progettazione del futuro di una città come San giorgio a Cremano.

Puntuale il Professore Cerami ha scritto,

inviandomi il giorno dopo che ci siamo visti, una breve nota che vi leggerà Stefania Ferrandino, candidata nella lista Ricomincio Da Vella, che ha letto e condiviso questa nota, e una delle osservazione di Cerami , ovvero:

-"il progetto di futuro, del nostro futuro, è il bene comune per eccellenza"-

è diventata il suo motto personale anche per questa campagna elettorale.

Ho scelto di farla leggere a Stefania, perché nella sua esperienza di donna e di mamma a San Giorgio a Cremano è stata in questi anni molto impegnata nel sociale, con la sua associazione di volontariato donneebambini.

Insieme ad altre nove donne-mamme, lavorava progettando, silenziosamente, ad un frammento di futuro possibile della nostra città.

Le attività proposte dalla associazione che ha presieduto, mai spettacolari, semplici, dirette ai bambini e ai loro genitori, quindi a tutta la città, avevano come unico obbiettivo quello della riapprorpiazione dell'ambiente urbano, facendolo vivere attraverso attività ludico-educative. Tutte attività a costi bassissimi e tante volte a costo zero per l'amministrazione comunale.

Una realtà che poteva e doveva essere intesa come esperienza pilota, qui a san Giorgio, e stimolo importante affinchè il cittadino incominciasse a sentirsi partecipe della città finalmente con intenti propositivi, se solo ci fosse stata una cultura nella politica attenta ad ascoltare veramente le nuove esigenze che i cittadini in vari modi esprimono.

Stefania Ferrandino vi legge la comunicazione del professore Gianni Cerami.

M.S.

Comunicazione del Prof. Arch. Gianni Cerami

Agli amici Aldo Vella, Mario Scippa e Luigi Guido

vi invio questa breve nota sull’urbanistica “dei cittadini” (e non “in nome dei cittadini”); spero possa costituire la base per una utile discussione.

Si tratta di una sintesi di un lavoro che sto sviluppando da tempo e che vorrei, anche partendo dalle radici della disciplina, trovare nuove procedure decisionali che consentano realmente il contributo della comunità dei cittadini alla costruzione (e non alla fideistica approvazione) del proprio futuro.

Cari saluti a tutti da Gianni Cerami

Gianni Cerami <> Clean Edizioni

PARTECIPAZIONE E BENE COMUNE

di Gianni Cerami

Al mutamento del quadro politico-amministrativo in diverse città italiane, e Napoli in particolare, corrisponde un cambiamento di attenzioni, di comportamenti e di “parole d’ordine “ che non possono non costituire oggetto di una attenta riflessione per il modo con cui vengono declinate o potrebbero più efficacemente essere declinate.

I due temi che oggi vengono dibattuti con grande impegno sono, certamente, quelli legati al significato di “bene comune”, di quella risorsa materiale o immateriale il cui uso non può e non deve in alcun modo essere sottratto ai cittadini; e poi, a quello della “partecipazione” che deve essere fondata sul riconoscimento delle ricche capacità organizzative e progettuali da parte di nuovi interlocutori che chiedono di essere riconosciuti nella loro legittimità.

E’ evidente quanto i due temi siano profondamente interrelati.

E ciò è tanto più evidente se estendiamo il valore di “bene comune” al progetto di futuro che una comunità di cittadini intende darsi: il progetto di futuro, del nostro futuro, costituisce certamente il “bene comune” per eccellenza.

Ma la condizione che non si può in alcun modo eludere è che tale progetto di futuro può realmente costituirsi come “ bene comune” non solo perché riguarda la vita di tutti ma perché è stato costruito con il contributo di tutti.

E ciò costituisce un arricchimento al tema della “partecipazione”: affinchè la partecipazione sia reale (e non il solito rituale di maniera) occorre che sia supportata da un reale potere deliberativo.

Bisogna dare consapevolezza a tutti coloto che intendono essere coinvolti nella costruzione del loro futuro che tale loro partecipazione è parte di un concreto processo decisionale le cui scelte verranno formalizzate in atti istituzionali.

Un progetto di futuro è bene comune non solo perché riguarda la vita di tutti ma, e soprattutto, se è stato costruito con il contributo di tutti.

Questo metodo di lavoro per il quale è la comunità dei cittadini che attraverso una libera discussione decide del proprio futuro, consente il formarsi di scelte e di darsi regole per organizzarsi in quanto comunità, in quanto polis.

Si tratta di scelte e di regole che non discendono da entità superiori (laiche o mistiche che siano) ma dalla consapevolezza che il vero valore della discussione (che abbiamo definito come “partecipazione deliberativa”) sta nel costruire e dare legittimità a nuove domande e poi nell’elaborare adeguate risposte.

Una società che intende risolvere il tema del confronto attraverso il conflitto del dialogo, e non attraverso il conflitto dello scontro, deve saper accettare la sfida del voler e saper “decidere insieme”; il che comporta dover riconoscere la legittimità del principio per il quale “nessuno può decidere per noi senza di noi”.

Crediamo che qualsiasi progetto di futuro deve garantire la centralità del ruolo cooperativo dei soggetti che sono coinvolti dal piano di cui sono i reali committenti e, al tempo stesso, i suoi co-autori.

Se è vero che un progetto di futuro è “bene comune” perchè riguarda tutte le comunità dei cittadini che sono state coinvolte attivamente alla sua costruzione, è altrettanto vero tale suo costituire un bene comune è strettamente collegato alla sua capacità di creare comunità; esso è il risultato di un lavoro comune , plurale, espressivo delle “culture” di gruppi portatori di esigenze e aspettative diverse: ed è per questa capacità di valorizzare, legittimare comunità diverse lo fa diventare l’elemento fondativo di comunità.

Sinteticamente, le diverse comunità in cui i cittadini tendono a organizzarsi in funzione delle loro aspettative, convenienze, convinzioni, saperi, nel riconoscersi nel progetto di futuro alla cui elaborazione hanno partecipato attivamente riconoscono in tale progetto il suo costituirsi in quanto bene comune e riconoscono se stesse come unica comunità di cittadini.

Ciò richiede un nuovo modo di “pensare” il piano, un nuovo modo di costruire le scelte, attraverso il coinvolgere i cittadini e le comunità in cui essi si organizzano.

Si tratta di dare corpo alla domanda di partecipazione che, con sempre maggior forza, viene espressa a tutti i livelli, istituzionali e non, attivando quelle forme di concreta partecipazione che in altre occasioni (ad esempio, a Napoli sul tema della minaccia di un progetto di privatizzazione delle risorse idriche) sono già state sperimentate in molte realtà urbane.

Può costituire utile una verifica dei risultati che in altre realtà urbane , (Bologna, in particolare, e Milano) sono stati raggiunti attivando Laboratori di Urbanistica su parti significative della città e su cui le relative scelte del vigente strumento urbanistico avevano determinato conflitti e inerzie.

La soluzione dei Laboratori, attentamente organizzati con l’aiuto di istituzioni esterne (a Bologna, ad esempio, è stato coinvolto l’Istituto Nazionale di Urbanistica) ha consentito lo svolgersi di un dibattito (e non le solite guerre di religione) che ha determinato la costruzione di scelte condivise da parte di tutti i soggetti interessati: scelte che sono state fatte proprie dalla Pubblica Amministrazione.

Giovanni Cerami, aprile 2012

Conclusione parziale

La città è fatta molto più dai suoi abitanti che dagli edifici e dagli spazi urbani.

di Mario Scippa

Pretendere oggi che il Piano si configuri come un progetto le cui norme tendono a garantire un carattere di immutabilità significa soltanto voler persistere in un rituale ormai anacronistico e privo di efficacia.

Questa presunzione è anche espressione di un vecchio modo di concepire la città, la polis, la politica, che interpreta e rappresenta la comunità come un insieme di numeri e di indici dando risposte dogmatiche spesso e volentieri senza tener conto delle molteplici differenze che la caratterizzano.

Ciò non lo dico spinto da pregiudizi ma, piuttosto, per vari ordini di considerazioni.

Innanzitutto, per il conflitto che si genera tra le risposte, formulate in un sistema bloccato di regole, e la velocità di trasformazione delle domande e delle aspirazioni da parte della società che pongono continuamente in discussione i contenuti di queste risposte, senza dare alcuna possibilità ai cittadini di poter intervenire neanche minimamente per poterlo adeguare a nuove sopravvenute esigenze.

Nella formulazione di strumenti così importanti e fondamentali per il futuro della città le amministrazioni pubbliche dovrebbero tener conto che oggi siamo in una fase storica di transizione molto importante.

La città vera è fatta molto più dai suoi abitanti che dagli edifici e dagli spazi urbani.

L'espressione di una città è il modo di comunicare, tra di loro e con l'esterno, dei suoi cittadini.

Negli ultimi 15 anni stiamo vivendo una fase storica caratterizzata da importanti mutamenti del linguaggio e dei modi di comunicare dei cittadini.

Internet, più specificamente il network, sta completammente rivoluzionando trasversalmente le relazioni comunicative tra gli individui, quindi tra i cittadini, quindi tra le parti della città, anche qui a San Giorgio, come altrove nel mondo.

Le città, anche la nostra, tendono sempre di più a somigliare al concetto di rete, ovvero alla sovrapposizione, alla interazione, alla mutabilità delle parti che la compongono, piuttosto che al concetto immutabile di zone delimitate, definite sulla base di indicatori numerici, con il quale si disegna oggi una città e il suo futuro in un piano così come è concepito.

La rete, secondo me, potrebbe essere una delle chiavi di volta per la ridefinizione di un piano per la città.

Alcune forme di aggregazione spontanee già hanno trovato il loro canale per eprimere innanzitutto una forma di protesta, sui network tanti sono i gruppi che spontaneamente si aggregano per denunciare, controllare, criticare, l'operato delle pubbliche amministrazioni, alcuni dei quali sono poi diventati a loro volta movimenti politici.

Io credo che la collettività che oggi si esprime nella rete, molto attivamente, con un sentimento di partecipazione prima negato, farà il passo di qualità:

da strumento di protesta a momento di proposta.

E le proposte saranno sempre di più concentrate, con la partecipazione attiva e autoorganizzata dei cittadini, su piccoli pezzi di territorio, non più con una visione globale e totalizzante, costruita su numeri ed indici astratti ed incomperensibili, che favoriscono interessi di parte, ma con una visione di una singola parte in far convergere interessi comuni e trasversali di più cittadini.

Un passaggio che, neanche timidamente, sta già avvenendo.

Penso per esempio a movimenti nati nei network in realtà vicine alla nostra, come a Napoli che come forma di protesta hanno usato la proposta,:

Cleanap o Riprendiamoci Napoletani, che hanno trasversalmente aggregato parte della cittadinanza intorno ad un frammento di territorio, adottandolo, quindi riappropriandosene, e partecipando collettivamente alla manutenzione, ripulendoli e rendendoli vivi con una serie di attività;

come pure l'associazione Terra di Confine tra san Giorgio e Ponticelli, fatta da ragazzi con ragazzi per ragazzi, aggregatosi spontaneamente e che stanno ridando vitalità ad un territorio di margine;

e la stessa associazione presieduta da Stefania Ferrandino, donneebambini, che ha regalato a Sangiorgio a Cremano, piccoli ma importanti e significativi momenti di riappropriazione del territorio.

associazione donneebambini di Stefania Ferrandino

Le politiche amministrative, a mio avviso, devono tener presente questa esigenza di partecipazione diretta a creare vitalità nelle città, e devono necessariamente iniziare a considerare come vero committente e co-autore di un piano, la comunità, i cittadini.

Tutto Ciò significa per una amministrazione sforzarsi di trovare le modalità per il dialogo vero.

Una strada possibile potrebbe essere la formazione di Laboratori urbani diffusi sul territorio, come suggeriva Cerami, supportati dalle istituzioni competenti e che siano un riferimento nella redazione di un progetto di futuro della città, nel progetto di Un piano, concependolo come uno strumento non bloccato, ma aperto alla discussione con i cittadini attraverso le proposte formulate nei laboratori.

In buona sostanza, e concludo, bisogna avere il coraggio e la capacità politica di attivare nuovi strumenti capaci di generare partecipazione vera e non demagogica, che abbiano una funzione anche deliberativa.

Nuovi strumenti che devono avere come obbiettivo quello di favorire il consapevole e attivo rapporto tra le parti sociali affinché si possano attirare e attivare risorse, interne ed esterne, per realizzare una salvaguardia innanzitutto delle tradizioni culturali locali, che sono l'identità del luogo, e poi di tutte quelle forme creative, a tutti i livelli, la cui permanenza genera il valore vero di una città: la vitalità.

M.S.



Fonte: Ricomincio da Vella


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