mercoledì 18 aprile 2012

Approvato il vincolo di bilancio, Vladimiro Giacchè: “Da oggi Keynes è fuorilegge. Impossibile investire”



di Daniele Nalbone, da Today.it
Fonte: MicroMega


Martedì 17 aprile, il Senato ha inserito in Costituzione il pareggio di bilancio. Per capire gli effetti di questa riforma, abbiamo intervistato Vladimiro Giacchè, economista, autore del libro dal titolo "Titanic Europa - La crisi che non ci hanno raccontato" (ed. Aliberti, gennaio 2012).


Professor Giacchè, inziamo col provare a capire la base di questa riforma. Qual è la ratio del pareggio di bilancio in costituzione?

Il pareggio di bilancio, di fatto, sancisce l'illegalità del keynesismo. Secondo Jhon Maynard Keynes, nei periodi di recessione, con la 'domanda aggregata' insufficiente, era lo Stato, tramite il deficit spending, a far ripartire l'economia. Secondo questo principio, il deficit si sarebbe poi ripagato quando la crescita fosse ripresa. Ora, impedendo costituzionalmente il deficit di bilancio dello Stato - se non per casi eccezionali e comunque per periodi di tempo limitati - tutto ciò sarà impossibile. Da oggi il nostro paese abbraccia ufficialmente l'ideologia economica per la quale la priorità è evitare il deficit spending, ossia che lo Stato possa finanziare parte della domanda indebitandosi. Questa cosa può sembrare apparentemente ragionevole per paesi indebitati come il nostro, ma in realtà è assolutamente folle. Così facendo si stanno replicando gli errori drammatici degli anni '30: quando ci si trova alle prese con la recessione, oggi come ottanta anni fa, accade che i privati investono meno. Ed è qui che sarebbe fondamentale un deciso intervento pubblico, con investimenti che facciano in modo che la 'domanda aggregata', cioè l'insieme dell'economia, aumenti, per ripresa. Questi effetti benefici, poi, si riassorbirebbero negli anni a seguire con effetti positivi sui conti pubblici. Ad esempio, con un maggior introito di tasse, il governo avrebbe avuto un rientro maggiore. Da oggi, invece, questo non sarà più possibile.

Cosa significa questo per un paese come l'Italia?

Semplicemente che sarà impossibile mettere soldi nei settori che invece richiedono un forte investimento. Ad esempio nella cultura, nella ricerca o nelle infrastrutture 'utili'. 'Utili' come la Salerno-Reggio Calabria, per intenderci, e non come il Ponte sullo Stretto. Non è un caso se il nostro è un paese che per la ricerca spende meno della media europea. Non è un caso se il nostro è un paese con un sistema scolare e post-scolare che versa in condizioni drammatiche a causa dei tagli iniziati nel 2008. Non è un caso se tra gli Stati europei il nostro è ai primi posti, insieme ai paesi neo-comunitari dell'est Europa, per bassa qualifica dei nostri lavoratori. Oggi abbiamo reso illegale il 'deficit spending'. Questo significa che sarà impossibile investire ma soprattutto attivare una serie di diritti previsti dalla nostra Costituzione: il diritto alla scolarità che non deve essere 'per ceto', l'assistenza sanitaria gratuita per tutti, il diritto a una serie di servizi alla persona. Ora, interpretando la Costituzione facendo perno sull'articolo 81 come modificato, tutti questi diritti primari non saranno più esigibili. O almeno saranno subordinati all'articolo 81.

Lei quindi vede nel pareggio di bilancio un attacco ai diritti di base che dovrebbero essere costituzionalmente garantiti?

La questione è molto semplice. Il senso di questa riforma costituzionale è che se uno 'vuole' dei diritti, se li deve pagare. Non sarà più lo Stato a raccogliere risorse per i suoi cittadini. Peccato, però, che guardando alla crescita economica di lungo periodo, per uscire da una crisi come quella che stiamo attraversando, servirebbero tutta una serie di investimenti che il privato non si sobbarcherà mai.

Nell'inserimento in Costituzione del pareggio di bilancio, si lega la crescita al Prodotto interno lordo. Cosa significa questo?

Partiamo dal precedente governo. Per diverso tempo Tremonti all'epoca del suo dicastero all'Economia ha ingannato i mercati facendo leva su false previsioni di crescita, parlando di una crescita maggiore di quella che si sarebbe poi verificata. Ma il meccanismo di queste 'bugie' era chiaro: si aveva bisogno della crescita per far si che il deficit diminuisse. Comunque la si voglia vedere, i dati di fatto da cui partire per analizzare le conseguenze di questa riforma sono due. Il primo: con la crisi, sono diminuite le entrate fiscali e sono aumentate le spese per gli ammortizzatori sociali. Il secondo: si continua a incentrare qualsiasi analisi sul rapporto tra debito e Pil. Dove il debito è il numeratore e il Pil il denominatore. Ma io posso far calare il numeratore all'infinito (in questo caso, tagliando all'inverosimile la spesa pubblica), ma se è il numeratore a diminuire più velocemente (e il Pil è la ricchezza prodotta), ecco che il rapporto sarà sempre destinato a peggiorare. Sembra una cosa evidente, ma per qualcuno al governo evidentemente non lo è. Basterebbe ragionare partendo da questo aspetto per capire che una vera manovra per uscire dalla crisi dovrebbe essere calibrata per fare in modo che si impedisca al Pil di scendere. Cosa che, invece, puntualmente accade con ogni manovra di austerity. Dopo i 55 miliardi di tagli di Berlusconi, siamo ai 30 miliardi di tagli di Monti. Ma questi 85 miliardi di tagli hanno impattato fortemente sulla crescita. Si è lavorato sullo 'stabilizzatore keynesiano' ma al contrario. E' crollata la domanda privata, e di riflesso è crollata la domanda pubblica. Così, di colpo, abbiamo settori di imprese rivolte al mercato interno in grave difficoltà, mentre quelle imprese che lavorano sul mercato estero sono in ripresa. Ma così si è soltanto indebolita l'economia italiana.

Vede 'la Grecia' come un rischio per il nostro paese?

Qui la sfida è una crescita reale, possibile solo abbandonando le ricette adoperate negli ultimi tempi. Se si riduce drammaticamente la spesa pubblica in tempo di crisi, il futuro è la Grecia. C'è poco da girarci attorno. Con i tagli su tagli, l'economia greca di obbedienza all'Unione europea è crollata del 6,5% per tre anni consecutivi. E' praticamente implosa. E il Pil crollato. Il risultato, per fare esempi chiari da vita quotidiana, è che oggi in Grecia si comprano il 20% in meno di medicine. E parliamo di un bene essenziale. Con la Grecia si è andati dietro l'ideologia folle che nasce dall'incomprensione di quanto è successo. Il debito pubblico non è la causa della crisi, ma la sua conseguenza. Il debito pubblico nasce dal tentativo di tamponare la crisi, ad esempio salvando le banche. Un esempio: la Germania ha 'coperto' le banche con qualcosa come 200miliardi di euro negli ultimi dieci anni. Risultato: il debito pubblico tedesco è cresciuto di 750miliardi di euro in dieci anni. La cosa bizzarra, però, è che i tedeschi hanno adottato misure di compensazione del deficit spending per far fronte a questa situazione e nel 2009 hanno speso oltre 3 miliardi di euro per salvare le loro imprese. Ebbene, quella stessa Germania oggi impone il divieto di deficit spending ai paesi più deboli dell'Unione europea.

Quale sarebbe, secondo lei, una possibile via d'uscita dalla crisi?

Ce n'è una sola: guardare meno al giorno per giorno e progettare per il lungo periodo. Purtroppo il nostro governo tecnico nasce per l'emergenza e non riesce a progettare nel lungo periodo, anche perchè per farlo servirebbe una larga investitura popolare. Ma se continuiamo a vivere nell'emergenza, e questo governo continua a fare politiche 'da stato di emergenza', è inevitabile infilarci in un tunnel senza uscita. Non è un caso che per alcuni istituti il Pil quest'anno diminuirà del 2,6%, con una diminuzione prevista per il prossimo anno del 2,9%. Stando così le cose, sarà inevitabile dover ricorrere a nuove manovre di austerity. Ed ecco qui la spirale, innestata proprio dal vincolo costituzionale del pareggio di bilancio. Facendo due rapidi calcoli, stando l'obbligo sancito dal 'Fiscal compact' di dover ridurre il debito pubblico del 5% annuo per quanto eccede il Pil del 60% - ergo, un ventesimo del Pil - ecco che per un certo numero di anni il nostro paese sarebbe chiamato a manovre annuali di 45miliardi di euro. Senza considerare quanto paghiamo di interessi sul debito: nel 2012 qualcosa come 72 miliardi di euro. Di fatto, l'Italia per i prossimi anni sarebbe costretta a manovre, per ridurre il suo debito pubblico, di circa 120miliardi di euro l'anno. Una follia. O meglio, la perfetta ricetta per il disastro economico. Un disastro motivato dall'assurda idea di fondo che si debba cancellare il debito pubblico. Ma la realtà è un altra: nessuno ti chiede di azzerare il debito. Quello che interessa i mercati, infatti, non è che il debito venga cancellato ma che si stabilizzi. L'obiettivo dovrebbe essere non far crescere tendenzialmente il debito.

(18 aprile 2012)

Fonte: MicroMega

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di Daniele Nalbone, da Today.it
Fonte: MicroMega


Martedì 17 aprile, il Senato ha inserito in Costituzione il pareggio di bilancio. Per capire gli effetti di questa riforma, abbiamo intervistato Vladimiro Giacchè, economista, autore del libro dal titolo "Titanic Europa - La crisi che non ci hanno raccontato" (ed. Aliberti, gennaio 2012).


Professor Giacchè, inziamo col provare a capire la base di questa riforma. Qual è la ratio del pareggio di bilancio in costituzione?

Il pareggio di bilancio, di fatto, sancisce l'illegalità del keynesismo. Secondo Jhon Maynard Keynes, nei periodi di recessione, con la 'domanda aggregata' insufficiente, era lo Stato, tramite il deficit spending, a far ripartire l'economia. Secondo questo principio, il deficit si sarebbe poi ripagato quando la crescita fosse ripresa. Ora, impedendo costituzionalmente il deficit di bilancio dello Stato - se non per casi eccezionali e comunque per periodi di tempo limitati - tutto ciò sarà impossibile. Da oggi il nostro paese abbraccia ufficialmente l'ideologia economica per la quale la priorità è evitare il deficit spending, ossia che lo Stato possa finanziare parte della domanda indebitandosi. Questa cosa può sembrare apparentemente ragionevole per paesi indebitati come il nostro, ma in realtà è assolutamente folle. Così facendo si stanno replicando gli errori drammatici degli anni '30: quando ci si trova alle prese con la recessione, oggi come ottanta anni fa, accade che i privati investono meno. Ed è qui che sarebbe fondamentale un deciso intervento pubblico, con investimenti che facciano in modo che la 'domanda aggregata', cioè l'insieme dell'economia, aumenti, per ripresa. Questi effetti benefici, poi, si riassorbirebbero negli anni a seguire con effetti positivi sui conti pubblici. Ad esempio, con un maggior introito di tasse, il governo avrebbe avuto un rientro maggiore. Da oggi, invece, questo non sarà più possibile.

Cosa significa questo per un paese come l'Italia?

Semplicemente che sarà impossibile mettere soldi nei settori che invece richiedono un forte investimento. Ad esempio nella cultura, nella ricerca o nelle infrastrutture 'utili'. 'Utili' come la Salerno-Reggio Calabria, per intenderci, e non come il Ponte sullo Stretto. Non è un caso se il nostro è un paese che per la ricerca spende meno della media europea. Non è un caso se il nostro è un paese con un sistema scolare e post-scolare che versa in condizioni drammatiche a causa dei tagli iniziati nel 2008. Non è un caso se tra gli Stati europei il nostro è ai primi posti, insieme ai paesi neo-comunitari dell'est Europa, per bassa qualifica dei nostri lavoratori. Oggi abbiamo reso illegale il 'deficit spending'. Questo significa che sarà impossibile investire ma soprattutto attivare una serie di diritti previsti dalla nostra Costituzione: il diritto alla scolarità che non deve essere 'per ceto', l'assistenza sanitaria gratuita per tutti, il diritto a una serie di servizi alla persona. Ora, interpretando la Costituzione facendo perno sull'articolo 81 come modificato, tutti questi diritti primari non saranno più esigibili. O almeno saranno subordinati all'articolo 81.

Lei quindi vede nel pareggio di bilancio un attacco ai diritti di base che dovrebbero essere costituzionalmente garantiti?

La questione è molto semplice. Il senso di questa riforma costituzionale è che se uno 'vuole' dei diritti, se li deve pagare. Non sarà più lo Stato a raccogliere risorse per i suoi cittadini. Peccato, però, che guardando alla crescita economica di lungo periodo, per uscire da una crisi come quella che stiamo attraversando, servirebbero tutta una serie di investimenti che il privato non si sobbarcherà mai.

Nell'inserimento in Costituzione del pareggio di bilancio, si lega la crescita al Prodotto interno lordo. Cosa significa questo?

Partiamo dal precedente governo. Per diverso tempo Tremonti all'epoca del suo dicastero all'Economia ha ingannato i mercati facendo leva su false previsioni di crescita, parlando di una crescita maggiore di quella che si sarebbe poi verificata. Ma il meccanismo di queste 'bugie' era chiaro: si aveva bisogno della crescita per far si che il deficit diminuisse. Comunque la si voglia vedere, i dati di fatto da cui partire per analizzare le conseguenze di questa riforma sono due. Il primo: con la crisi, sono diminuite le entrate fiscali e sono aumentate le spese per gli ammortizzatori sociali. Il secondo: si continua a incentrare qualsiasi analisi sul rapporto tra debito e Pil. Dove il debito è il numeratore e il Pil il denominatore. Ma io posso far calare il numeratore all'infinito (in questo caso, tagliando all'inverosimile la spesa pubblica), ma se è il numeratore a diminuire più velocemente (e il Pil è la ricchezza prodotta), ecco che il rapporto sarà sempre destinato a peggiorare. Sembra una cosa evidente, ma per qualcuno al governo evidentemente non lo è. Basterebbe ragionare partendo da questo aspetto per capire che una vera manovra per uscire dalla crisi dovrebbe essere calibrata per fare in modo che si impedisca al Pil di scendere. Cosa che, invece, puntualmente accade con ogni manovra di austerity. Dopo i 55 miliardi di tagli di Berlusconi, siamo ai 30 miliardi di tagli di Monti. Ma questi 85 miliardi di tagli hanno impattato fortemente sulla crescita. Si è lavorato sullo 'stabilizzatore keynesiano' ma al contrario. E' crollata la domanda privata, e di riflesso è crollata la domanda pubblica. Così, di colpo, abbiamo settori di imprese rivolte al mercato interno in grave difficoltà, mentre quelle imprese che lavorano sul mercato estero sono in ripresa. Ma così si è soltanto indebolita l'economia italiana.

Vede 'la Grecia' come un rischio per il nostro paese?

Qui la sfida è una crescita reale, possibile solo abbandonando le ricette adoperate negli ultimi tempi. Se si riduce drammaticamente la spesa pubblica in tempo di crisi, il futuro è la Grecia. C'è poco da girarci attorno. Con i tagli su tagli, l'economia greca di obbedienza all'Unione europea è crollata del 6,5% per tre anni consecutivi. E' praticamente implosa. E il Pil crollato. Il risultato, per fare esempi chiari da vita quotidiana, è che oggi in Grecia si comprano il 20% in meno di medicine. E parliamo di un bene essenziale. Con la Grecia si è andati dietro l'ideologia folle che nasce dall'incomprensione di quanto è successo. Il debito pubblico non è la causa della crisi, ma la sua conseguenza. Il debito pubblico nasce dal tentativo di tamponare la crisi, ad esempio salvando le banche. Un esempio: la Germania ha 'coperto' le banche con qualcosa come 200miliardi di euro negli ultimi dieci anni. Risultato: il debito pubblico tedesco è cresciuto di 750miliardi di euro in dieci anni. La cosa bizzarra, però, è che i tedeschi hanno adottato misure di compensazione del deficit spending per far fronte a questa situazione e nel 2009 hanno speso oltre 3 miliardi di euro per salvare le loro imprese. Ebbene, quella stessa Germania oggi impone il divieto di deficit spending ai paesi più deboli dell'Unione europea.

Quale sarebbe, secondo lei, una possibile via d'uscita dalla crisi?

Ce n'è una sola: guardare meno al giorno per giorno e progettare per il lungo periodo. Purtroppo il nostro governo tecnico nasce per l'emergenza e non riesce a progettare nel lungo periodo, anche perchè per farlo servirebbe una larga investitura popolare. Ma se continuiamo a vivere nell'emergenza, e questo governo continua a fare politiche 'da stato di emergenza', è inevitabile infilarci in un tunnel senza uscita. Non è un caso che per alcuni istituti il Pil quest'anno diminuirà del 2,6%, con una diminuzione prevista per il prossimo anno del 2,9%. Stando così le cose, sarà inevitabile dover ricorrere a nuove manovre di austerity. Ed ecco qui la spirale, innestata proprio dal vincolo costituzionale del pareggio di bilancio. Facendo due rapidi calcoli, stando l'obbligo sancito dal 'Fiscal compact' di dover ridurre il debito pubblico del 5% annuo per quanto eccede il Pil del 60% - ergo, un ventesimo del Pil - ecco che per un certo numero di anni il nostro paese sarebbe chiamato a manovre annuali di 45miliardi di euro. Senza considerare quanto paghiamo di interessi sul debito: nel 2012 qualcosa come 72 miliardi di euro. Di fatto, l'Italia per i prossimi anni sarebbe costretta a manovre, per ridurre il suo debito pubblico, di circa 120miliardi di euro l'anno. Una follia. O meglio, la perfetta ricetta per il disastro economico. Un disastro motivato dall'assurda idea di fondo che si debba cancellare il debito pubblico. Ma la realtà è un altra: nessuno ti chiede di azzerare il debito. Quello che interessa i mercati, infatti, non è che il debito venga cancellato ma che si stabilizzi. L'obiettivo dovrebbe essere non far crescere tendenzialmente il debito.

(18 aprile 2012)

Fonte: MicroMega

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martedì 17 aprile 2012

Napoli 24 Aprile 2012: Presentazione del nuovo libro di Gigi Di Fiore, "Controstoria della Liberazione”

Siamo a segnalare la presentazione del nuovo libro di Gigi Di Fiore, "Controstoria della Liberazione”, che si terrà martedì 24 aprile 2012, alle ore 18,00, presso la libreria La Feltrinelli in Piazza dei Martiri, Napoli.

Gigi Di Fiore, membro della Commissione Cultura del Partito del Sud, è un giornalista de "Il Mattino" ed è l'autore di diversi saggi cari a tutto il movimento meridionalista, fra cui

--“Controstoria dell'unità d'Italia - Fatti e misfatti del Risorgimento”, BUR saggi Rizzoli 2010

--“I vinti del Risorgimento” (terza ristampa), Utet 2011

--“Gli ultimi giorni di Gaeta - L'assedio che condannò l'Italia all'unità”, BUR saggi Rizzoli 2012

Il nuovo libro dell’amico Gigi descrive quello che è successo nel nostro Sud durante la liberazione del territorio dalle truppe nazi-fasciste durante l’ultimo conflitto mondiale. Dalla quarta di copertina si legge:

“Siamo stati liberati, sì. Ma anche calpestati, uccisi, violentati. Dopo aver affrontato il mito del Risorgimento nel bestseller “Controstoria dell’Unità d’Italia”, Gigi Di Fiore riapre le ferite inflitte al nostro Paese dall’esercito di Liberazione. Scopre così il volto meno glorioso, dimenticato dai resoconti oleografici più o meno ufficiali, degli Alleati salvatori: collusioni con la mafia e la delinquenza, la corruzione, i regolamenti di conti, i colonnelli cinici che fecero i loro affari senza andare troppo per il sottile. Vicende scomode e a lungo taciute, che ci obbligano a ripensare squilibri e fallimenti dell’Italia di oggi: i diversi modi in cui nord e sud furono liberati dal nazifascismo alimentarono nuovi divari 83 anni dopo il Risorgimento tra le due aree del Paese.”

Il co-Segretario Nazionale del Partito del Sud, Andrea Balìa, e il Segretario Provinciale di Napoli del PdSud, Alessandro Citarella, v’invitano a partecipare numerosi martedì prossimo a questa importante presentazione.






24 aprile 2012, ore 18, La Feltrinelli,

Piazza dei Martiri, Napoli


Scheda

Titolo: Controstoria della Liberazione

Le stragi e i crimini dimenticati degli Alleati nell’Italia del sud.

Autore: Gigi Di Fiore

Editore: Rizzoli

Pagine: 356

Anno di pubblicazione: 2012

Prezzo copertina: 19,00 €



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Siamo a segnalare la presentazione del nuovo libro di Gigi Di Fiore, "Controstoria della Liberazione”, che si terrà martedì 24 aprile 2012, alle ore 18,00, presso la libreria La Feltrinelli in Piazza dei Martiri, Napoli.

Gigi Di Fiore, membro della Commissione Cultura del Partito del Sud, è un giornalista de "Il Mattino" ed è l'autore di diversi saggi cari a tutto il movimento meridionalista, fra cui

--“Controstoria dell'unità d'Italia - Fatti e misfatti del Risorgimento”, BUR saggi Rizzoli 2010

--“I vinti del Risorgimento” (terza ristampa), Utet 2011

--“Gli ultimi giorni di Gaeta - L'assedio che condannò l'Italia all'unità”, BUR saggi Rizzoli 2012

Il nuovo libro dell’amico Gigi descrive quello che è successo nel nostro Sud durante la liberazione del territorio dalle truppe nazi-fasciste durante l’ultimo conflitto mondiale. Dalla quarta di copertina si legge:

“Siamo stati liberati, sì. Ma anche calpestati, uccisi, violentati. Dopo aver affrontato il mito del Risorgimento nel bestseller “Controstoria dell’Unità d’Italia”, Gigi Di Fiore riapre le ferite inflitte al nostro Paese dall’esercito di Liberazione. Scopre così il volto meno glorioso, dimenticato dai resoconti oleografici più o meno ufficiali, degli Alleati salvatori: collusioni con la mafia e la delinquenza, la corruzione, i regolamenti di conti, i colonnelli cinici che fecero i loro affari senza andare troppo per il sottile. Vicende scomode e a lungo taciute, che ci obbligano a ripensare squilibri e fallimenti dell’Italia di oggi: i diversi modi in cui nord e sud furono liberati dal nazifascismo alimentarono nuovi divari 83 anni dopo il Risorgimento tra le due aree del Paese.”

Il co-Segretario Nazionale del Partito del Sud, Andrea Balìa, e il Segretario Provinciale di Napoli del PdSud, Alessandro Citarella, v’invitano a partecipare numerosi martedì prossimo a questa importante presentazione.






24 aprile 2012, ore 18, La Feltrinelli,

Piazza dei Martiri, Napoli


Scheda

Titolo: Controstoria della Liberazione

Le stragi e i crimini dimenticati degli Alleati nell’Italia del sud.

Autore: Gigi Di Fiore

Editore: Rizzoli

Pagine: 356

Anno di pubblicazione: 2012

Prezzo copertina: 19,00 €



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Antonio Ciano e il Partito del Sud con il sindaco Raimondi.



http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=WKa3WExnCiU

Il Partito del Sud vota per il Sindaco Raimondi, orgoglio di Gaeta e del Sud.


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http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=WKa3WExnCiU

Il Partito del Sud vota per il Sindaco Raimondi, orgoglio di Gaeta e del Sud.


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La Legge Pica, inizio del dramma del nostro Meridione

- di Emanuele G. per Girodivite-

In questi giorni assistiamo ai rituali festeggiamenti sull’Unità d’Italia. Da uomo del Meridione non vedo cosa ci sia da festeggiare. Invece di utilizzare tale ricorrenza per una lettura critica degli eventi succedutisi dal 1860 in poi, si preferisce, per l’ennesima volta, dare il via a una prosopopea piuttosto stucchevole.

Eppure, i drammatici problemi che attanagliano il nostro Meridione hanno come punto di origine lo sciagurato processo unitario avviato a seguito della Spedizione dei Mille. Mentre chi aveva sognato l’unità in una sola nazione dell’Italia e chi vi aveva partecipato, sacrificando la loro vita, avevano in mente un processo condiviso dove si dovevano rispettare le caratteristiche dei territori italici. Lo Stato Sabaudo sviluppò, al contrario, un’azione da definire di mera annessione piuttosto che di unità.

Sintomo del succitato orientamento fu la promulgazione nel 1863 della c.d. “Legge Pica”. Legge contro il Meridione d’Italia voluta da un meridionale: il deputato abruzzese Giuseppe Pica! Una legge che sacrificò la tradizionale civiltà giuridica del nostro paese sull’altare della brutale repressione di qualsiasi forma di dissenso nei confronti dello Stato Sabaudo. I fatti accaduti dopo la sua promulgazione rappresentano uno dei più feroci atti di repressione della dignità della persona umana in Europa.

Con il senno di poi, la “Legge Pica” assume sinistri e tragici aspetti se rapportati alla successiva storia europea. Quali?

La “Legge Pica” è senza dubbio la prima legge speciale sull’ordine pubblico promulgata in Europa. Il lato inquietante è che sia stato un Parlamento a farlo. Di norma, fino ad allora, l’ordine pubblico era materia di competenza dell’arbitrio di un re o di un dittatore populista. Si assiste, quindi, a uno spartiacque drammatico. Chi rappresenta la volontà del popolo decide di promulgare una norma contro di esso.

Non solo il succitato dettaglio rende la “Legge Pica” un’infamia. Per la prima volta uno Stato in base a una norma giuridica persegue coscientemente l’abuso perpetrato e continuativo dei più elementari diritti dell’uomo. Infatti tale legge autorizzava le autorità di Polizia a porre in essere qualsiasi mezzo atto a reprimere ogni anelito alla giusta libertà di un essere umano. Si può ben dire che la “Legge Pica” determini il primo genocidio di massa programmato a tavolino in Europa.

Per “migliorare” l’efficienza del dispositivo di legge si puntava su due aspetti: la deportazione di massa e l’istituzione di campi di concentramento. Chi veniva catturato, e non veniva passato alle armi all’instante, era imbarcato su navi per Genova. Da lì i deportati venivano smistati presso campi di concentramento operanti sull’arco alpino. Questi campi di concentramento erano per lo più fortezze costruite molti secoli prima a difesa del Piemonte. Le condizioni di vita nei campi di concentramento erano semplicemente inaudite. I prigionieri, anche donne e bambini, venivano lasciati morire e i corpi sepolti in immense fosse comuni o disciolti persino nella calce viva!

In sintesi, la “Legge Pica” anticipa, di molto, i drammatici eventi del novecento. Eventi contraddistinti o dall’ascesa di un dittatore (ad esempio Hitler) oppure da pianificazioni tendenti al genocidio di massa su base etnica (ad esempio Balcani).

Per comprendere a pieno i nefasti effetti della “Legge Pica” bisogna leggere gli atti della “Commissione d’Inchiesta Saredo”. Commissione istituita nel 1900 dal Presidente del Consiglio Giuseppe Saracco e che aveva come ambito giurisdizionale l’analisi dell’influenza della Camorra sulla Città di Napoli e l’intera Campania. Visto l’ambito dell’inchiesta fu cosa naturale occuparsi anche delle cause delle drammatiche condizioni in cui versava la metà del paese. Fra le quali la “Legge Pica”.

Cosa dire? Vorrei esprimere tutta la mia vergogna per appartenere a uno Stato che ha preferito reprimere nel sangue il nostro Meridione piuttosto che valorizzarlo. Perché il Presidente della Repubblica non chiede scusa a nome di tutta la Nazione per le inenarrabili sofferenze patite dall’intero popolo del Meridione d’Italia nel corso di una riunione straordinaria dei due rami del Parlamento? Sarebbe un atto che farebbe sentire noi meridionali “CITTADINI” dello Stato Italiano a pieno diritto e non “CAFONI” come ci ha ingiustamente definiti tanta letteratura fintamente meridionalista.

Da qui si può partire per costruire un paese realmente UNITO capace di contrapporsi ai progetti secessionisti della Lega.

http://www.girodivite.it/La-Legge-Pica-inizio-del-dramma.html



Tratto da: La Legge Pica, inizio del dramma del nostro Meridione | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/03/15/la-legge-pica-inizio-del-dramma-del-nostro-meridione/#ixzz1sHxWDa8y
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!


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- di Emanuele G. per Girodivite-

In questi giorni assistiamo ai rituali festeggiamenti sull’Unità d’Italia. Da uomo del Meridione non vedo cosa ci sia da festeggiare. Invece di utilizzare tale ricorrenza per una lettura critica degli eventi succedutisi dal 1860 in poi, si preferisce, per l’ennesima volta, dare il via a una prosopopea piuttosto stucchevole.

Eppure, i drammatici problemi che attanagliano il nostro Meridione hanno come punto di origine lo sciagurato processo unitario avviato a seguito della Spedizione dei Mille. Mentre chi aveva sognato l’unità in una sola nazione dell’Italia e chi vi aveva partecipato, sacrificando la loro vita, avevano in mente un processo condiviso dove si dovevano rispettare le caratteristiche dei territori italici. Lo Stato Sabaudo sviluppò, al contrario, un’azione da definire di mera annessione piuttosto che di unità.

Sintomo del succitato orientamento fu la promulgazione nel 1863 della c.d. “Legge Pica”. Legge contro il Meridione d’Italia voluta da un meridionale: il deputato abruzzese Giuseppe Pica! Una legge che sacrificò la tradizionale civiltà giuridica del nostro paese sull’altare della brutale repressione di qualsiasi forma di dissenso nei confronti dello Stato Sabaudo. I fatti accaduti dopo la sua promulgazione rappresentano uno dei più feroci atti di repressione della dignità della persona umana in Europa.

Con il senno di poi, la “Legge Pica” assume sinistri e tragici aspetti se rapportati alla successiva storia europea. Quali?

La “Legge Pica” è senza dubbio la prima legge speciale sull’ordine pubblico promulgata in Europa. Il lato inquietante è che sia stato un Parlamento a farlo. Di norma, fino ad allora, l’ordine pubblico era materia di competenza dell’arbitrio di un re o di un dittatore populista. Si assiste, quindi, a uno spartiacque drammatico. Chi rappresenta la volontà del popolo decide di promulgare una norma contro di esso.

Non solo il succitato dettaglio rende la “Legge Pica” un’infamia. Per la prima volta uno Stato in base a una norma giuridica persegue coscientemente l’abuso perpetrato e continuativo dei più elementari diritti dell’uomo. Infatti tale legge autorizzava le autorità di Polizia a porre in essere qualsiasi mezzo atto a reprimere ogni anelito alla giusta libertà di un essere umano. Si può ben dire che la “Legge Pica” determini il primo genocidio di massa programmato a tavolino in Europa.

Per “migliorare” l’efficienza del dispositivo di legge si puntava su due aspetti: la deportazione di massa e l’istituzione di campi di concentramento. Chi veniva catturato, e non veniva passato alle armi all’instante, era imbarcato su navi per Genova. Da lì i deportati venivano smistati presso campi di concentramento operanti sull’arco alpino. Questi campi di concentramento erano per lo più fortezze costruite molti secoli prima a difesa del Piemonte. Le condizioni di vita nei campi di concentramento erano semplicemente inaudite. I prigionieri, anche donne e bambini, venivano lasciati morire e i corpi sepolti in immense fosse comuni o disciolti persino nella calce viva!

In sintesi, la “Legge Pica” anticipa, di molto, i drammatici eventi del novecento. Eventi contraddistinti o dall’ascesa di un dittatore (ad esempio Hitler) oppure da pianificazioni tendenti al genocidio di massa su base etnica (ad esempio Balcani).

Per comprendere a pieno i nefasti effetti della “Legge Pica” bisogna leggere gli atti della “Commissione d’Inchiesta Saredo”. Commissione istituita nel 1900 dal Presidente del Consiglio Giuseppe Saracco e che aveva come ambito giurisdizionale l’analisi dell’influenza della Camorra sulla Città di Napoli e l’intera Campania. Visto l’ambito dell’inchiesta fu cosa naturale occuparsi anche delle cause delle drammatiche condizioni in cui versava la metà del paese. Fra le quali la “Legge Pica”.

Cosa dire? Vorrei esprimere tutta la mia vergogna per appartenere a uno Stato che ha preferito reprimere nel sangue il nostro Meridione piuttosto che valorizzarlo. Perché il Presidente della Repubblica non chiede scusa a nome di tutta la Nazione per le inenarrabili sofferenze patite dall’intero popolo del Meridione d’Italia nel corso di una riunione straordinaria dei due rami del Parlamento? Sarebbe un atto che farebbe sentire noi meridionali “CITTADINI” dello Stato Italiano a pieno diritto e non “CAFONI” come ci ha ingiustamente definiti tanta letteratura fintamente meridionalista.

Da qui si può partire per costruire un paese realmente UNITO capace di contrapporsi ai progetti secessionisti della Lega.

http://www.girodivite.it/La-Legge-Pica-inizio-del-dramma.html



Tratto da: La Legge Pica, inizio del dramma del nostro Meridione | Informare per Resistere http://www.informarexresistere.fr/2012/03/15/la-legge-pica-inizio-del-dramma-del-nostro-meridione/#ixzz1sHxWDa8y
- Nel tempo dell'inganno universale, dire la verità è un atto rivoluzionario!


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Elezioni Comunali di San Giorgio a Cremano: RICOMINCIO DA VELLA -San Giorgio verso le elezioni, intervista al candidato sindaco Aldo Vella

Il passato che ritorna ad essere presente e probabilmente destinato ad un nuovo e immediato futuro. Aldo Vella, 71 anni, già sindaco sangiorgese dal 1993 al 1997, scrittore e giornalista, si ripresenta alle amministrative del 6-7 maggio con la lista civica, “Ricomincio da Vella”.

Perché ha deciso di ricandidarsi?

«Noi rifiutiamo la politica quale legittimazione di forme affaristiche di potere per gestire processi decisionali che non corrispondono ai bisogni, ai sogni, ai desideri e alle aspirazioni dei cittadini. Siamo stanchi di assistere a tutto questo, di questa parvenza di democrazia subita, non ci riconosciamo in una politica che non è ascolto e dialogo con la comunità, che non crea benessere morale e materiale, che contrabbanda per cultura eventi costosi, non educativi, effimeri e non prodotti dalle energie positive del territorio. Le ultime due amministrazioni (Riccardi, 1997 – 2007; Giorgiano, 2007 -2012 n.d.r.) hanno campato sulla eredità da me lasciata, snaturando e strumentalizzando importanti innovazioni che fecero di San Giorgio a Cremano una città modello nel panorama dei comuni italiani».

I detrattori considerano “inopportuna” la ricandidatura, alla sua veneranda età.

«Siamo un corpo, adesso elettorale, ma dopo le elezioni sarà un corpo politico e culturale. Con noi ci sono esponenti della società civile non impegnati mai in politica, la cui età media rasenta i trentatré anni (mi escludo per non alzare la media!). C’è da chiedersi allora perché dei giovani vengono da un settantunenne? Qualcuno di questi mi ha risposto: “perché ho bisogno di un riferimento e di una guida.” Non è vero quindi che i giovani vogliono fare per conto loro, vogliono essere autonomi a tutti i costi e si vogliono scrollare di dosso le vecchie generazioni. Noi abbiamo invece la colpa di non aver fatto apprendistato per questi giovani, di non aver dato un esempio, anche morale. Abbiamo fatto crescere una generazione di ventenni e di trentenni che si sono impegnati in politica e hanno preso gli stessi vizi dei padri, che siamo noi! Per cui io non riconosco i giovani esponenti degli attuali partiti, non li riconosco come gli elementi giovanili che servono alla politica e al suo rinnovamento. Preferiamo chi è maggiormente disposto ad accettare chi ha memoria come noi e vuole trasmettere questa esperienza, niente di più. Pensate forse che io possa avere una vita politica decennale? Non lo penso affatto, pensavo infatti di aver chiuso. Ma un intellettuale che è abituato a vedere a trecentosessanta gradi, vede anche i mali della politica, un disfacimento generazionale, che non c’è futuro, non c’è ricambio e quello che c’è è la copia esatta dei padri. Così come anche qualche impegno femminile è recuperato sul maschilismo. Tradotto in termini falsamente femminili».

Quali sono i punti principali del suo nuovo impegno politico?

«La cultura è l’asse portante della politica stessa. Tutto è in funzione della cultura e da essa provengono la trasparenza, la vivibilità, lo sviluppo, l’efficienza della macchina comunale. La cultura non consiste in una serie scollegata di eventi spettacolari, pure forme di anestetico sociale per non pensare: per noi è la quotidianità, il vivere civilmente, il soddisfare in ogni momento il naturale bisogno intellettuale dell’individuo. È lo strumento per la valorizzazione delle espressioni locali a tutti i livelli, dal singolo cittadino alle associazioni spontanee, alle emergenze creative della città. A San Giorgio, prima e dopo Massimo Troisi, ci sono stati centinaia di operatori culturali che non hanno ritrovato rispondenza nelle loro proposte. Qui si consuma cultura di altri e non si incentiva la produzione culturale del luogo. Incentriamo quindi il nostro progetto culturale, la nostra campagna elettorale su questo tema perché da questo discende tutto il resto. Se vogliamo prendere ad esempio la trasparenza, proprio in questo campo, se non si è convinti di ciò che si dice, non si può convincere gli altri. Oppure se prendiamo ad esempio i servizi, non li si possono offrire al cittadino se non si guarda a questo come un essere umano, nello stesso spazio vitale in cui vive chi governa. La trasparenza è il rigore morale e quindi del buon governo. La vivibilità attiene alla sfera dei bisogni materiali, quella che include i servizi offerti, in cui si ritrovano le scelte per l’ambiente e quelle per l’economia della città. La macchina comunale, infine, va snellita attraverso un adeguato cambio generazionale, pari opportunità e incentivi di produttività senza dimenticare l’unione tra le città vesuviane in termini di viabilità e trasporti».

11 aprile 2012 |

Claudio Di Paola


Fonte: http://www.ilgazzettinovesuviano.com/2012/04/11/san-giorgio-verso-le-elezioni-intervista-al-candidato-sindaco-aldo-vella/

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Il passato che ritorna ad essere presente e probabilmente destinato ad un nuovo e immediato futuro. Aldo Vella, 71 anni, già sindaco sangiorgese dal 1993 al 1997, scrittore e giornalista, si ripresenta alle amministrative del 6-7 maggio con la lista civica, “Ricomincio da Vella”.

Perché ha deciso di ricandidarsi?

«Noi rifiutiamo la politica quale legittimazione di forme affaristiche di potere per gestire processi decisionali che non corrispondono ai bisogni, ai sogni, ai desideri e alle aspirazioni dei cittadini. Siamo stanchi di assistere a tutto questo, di questa parvenza di democrazia subita, non ci riconosciamo in una politica che non è ascolto e dialogo con la comunità, che non crea benessere morale e materiale, che contrabbanda per cultura eventi costosi, non educativi, effimeri e non prodotti dalle energie positive del territorio. Le ultime due amministrazioni (Riccardi, 1997 – 2007; Giorgiano, 2007 -2012 n.d.r.) hanno campato sulla eredità da me lasciata, snaturando e strumentalizzando importanti innovazioni che fecero di San Giorgio a Cremano una città modello nel panorama dei comuni italiani».

I detrattori considerano “inopportuna” la ricandidatura, alla sua veneranda età.

«Siamo un corpo, adesso elettorale, ma dopo le elezioni sarà un corpo politico e culturale. Con noi ci sono esponenti della società civile non impegnati mai in politica, la cui età media rasenta i trentatré anni (mi escludo per non alzare la media!). C’è da chiedersi allora perché dei giovani vengono da un settantunenne? Qualcuno di questi mi ha risposto: “perché ho bisogno di un riferimento e di una guida.” Non è vero quindi che i giovani vogliono fare per conto loro, vogliono essere autonomi a tutti i costi e si vogliono scrollare di dosso le vecchie generazioni. Noi abbiamo invece la colpa di non aver fatto apprendistato per questi giovani, di non aver dato un esempio, anche morale. Abbiamo fatto crescere una generazione di ventenni e di trentenni che si sono impegnati in politica e hanno preso gli stessi vizi dei padri, che siamo noi! Per cui io non riconosco i giovani esponenti degli attuali partiti, non li riconosco come gli elementi giovanili che servono alla politica e al suo rinnovamento. Preferiamo chi è maggiormente disposto ad accettare chi ha memoria come noi e vuole trasmettere questa esperienza, niente di più. Pensate forse che io possa avere una vita politica decennale? Non lo penso affatto, pensavo infatti di aver chiuso. Ma un intellettuale che è abituato a vedere a trecentosessanta gradi, vede anche i mali della politica, un disfacimento generazionale, che non c’è futuro, non c’è ricambio e quello che c’è è la copia esatta dei padri. Così come anche qualche impegno femminile è recuperato sul maschilismo. Tradotto in termini falsamente femminili».

Quali sono i punti principali del suo nuovo impegno politico?

«La cultura è l’asse portante della politica stessa. Tutto è in funzione della cultura e da essa provengono la trasparenza, la vivibilità, lo sviluppo, l’efficienza della macchina comunale. La cultura non consiste in una serie scollegata di eventi spettacolari, pure forme di anestetico sociale per non pensare: per noi è la quotidianità, il vivere civilmente, il soddisfare in ogni momento il naturale bisogno intellettuale dell’individuo. È lo strumento per la valorizzazione delle espressioni locali a tutti i livelli, dal singolo cittadino alle associazioni spontanee, alle emergenze creative della città. A San Giorgio, prima e dopo Massimo Troisi, ci sono stati centinaia di operatori culturali che non hanno ritrovato rispondenza nelle loro proposte. Qui si consuma cultura di altri e non si incentiva la produzione culturale del luogo. Incentriamo quindi il nostro progetto culturale, la nostra campagna elettorale su questo tema perché da questo discende tutto il resto. Se vogliamo prendere ad esempio la trasparenza, proprio in questo campo, se non si è convinti di ciò che si dice, non si può convincere gli altri. Oppure se prendiamo ad esempio i servizi, non li si possono offrire al cittadino se non si guarda a questo come un essere umano, nello stesso spazio vitale in cui vive chi governa. La trasparenza è il rigore morale e quindi del buon governo. La vivibilità attiene alla sfera dei bisogni materiali, quella che include i servizi offerti, in cui si ritrovano le scelte per l’ambiente e quelle per l’economia della città. La macchina comunale, infine, va snellita attraverso un adeguato cambio generazionale, pari opportunità e incentivi di produttività senza dimenticare l’unione tra le città vesuviane in termini di viabilità e trasporti».

11 aprile 2012 |

Claudio Di Paola


Fonte: http://www.ilgazzettinovesuviano.com/2012/04/11/san-giorgio-verso-le-elezioni-intervista-al-candidato-sindaco-aldo-vella/

America's Cup di Venezia: paga il Sud, ecco perché

Di Ivan Esposito

Gira una balla in questi giorni. La tappa dell'America'Cup di Venezia verrà realizzata senza 1 euro di finanziamenti pubblici. Mentre quella napoletana appena conclusa è costata 10, 20 o 30 milioni di euro, quantificati a seconda del grado di antipatia verso de Magistris. Ora uno si chiede: ma con decine di imprenditori che si suicidano per la crisi, soprattutto in Veneto, quanti sono disposti a regalare soldi al circo internazionale dei catamarani? E se l'evento ha tanta visibilità, vuoi vedere che abbiamo fatto bene a farla pure a Napoli? Ma andiamo per ordine e proviamo a capire qualcosa in più su questa storia. Si scopre che il privato che ci mette i soldi è il Consorzio Venezia Nuova, costituito appunto da grandi imprese private del settore costruzioni. I nomi sono a questo link ufficiale: http://www.consorziovenezianuova.com/imprese.htm

Un elenco lungo ed autorevole: mai visti tanti benefattori tutti insieme. Cosa li ha uniti, oltre la volontà di regalare l'America's Cup a Venezia? Li ha uniti, e li unisce, il progetto MOSE, un'opera faraonica per proteggere Venezia dal mare che il Consorzio è delegato ad eseguire. Cosa buona e giusta forse, ma di certo né efficiente, né gratuita per le casse pubbliche.

All'indirizzo (http://www.salve.it/it/soluzioni/acque/f_iter.htm) si legge tutto l'iter e qualche cifra, che riporto qui sotto: "Il 3 agosto 2007, il CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) finanzia 243 milioni di euro per i lavori del Mose. " "Il 31 gennaio 2008, il CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) finanzia 400 milioni di euro per i lavori del Mose. " "Il 18 dicembre 2008, il CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) ha approvato lo stanziamento di 800 milioni di euro". "Il 18 novembre 2010, il CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) ha approvato lo stanziamento di 230 milioni di euro." "Il 21 luglio 2011 si è riunito a Roma il Comitato di coordinamento, indirizzo e controllo (“Comitatone”) per la salvaguardia di Venezia e della laguna. In merito al sistema per la difesa di Venezia dalle acque alte (Mose) in corso alle bocche di porto lagunari, il Comitatone ha stabilito che il finanziamento dell’opera di difesa, già ultimata al 65%, prosegua nel triennio 2011-2013 a completare il fabbisogno restante di 1.500 milioni di Euro, per consentire l’ultimazione nei tempi previsti dall’attuale cronoprogramma (2014)." "Il 6 dicembre 2011, il CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) ha assegnato 600 milioni di euro (9^ tranche) per la prosecuzione della realizzazione del Sistema Mose."

Tanti soldi eh? Molti dei quali presi dai FAS destinati al Sud negli ultimi anni dominati dalla Lega. Ricapitoliamo. Venezia prende una barca di soldi per realizzare un'opera faraonica qual è il Mose.
A finanziarla l'Europa e l'Italia, a scapito degli investimenti nelle aree sottoutilizzate e del Mezzogiorno. Questi soldi vanno ad un Consorzio di grandi imprese edili private.

Il Consorzio "sponsorizza" con soldi "privati" l'America's Cup di Venezia.

Se questo è un esempio di virtuosismo amministrativo e politico, io sono cinese.



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Di Ivan Esposito

Gira una balla in questi giorni. La tappa dell'America'Cup di Venezia verrà realizzata senza 1 euro di finanziamenti pubblici. Mentre quella napoletana appena conclusa è costata 10, 20 o 30 milioni di euro, quantificati a seconda del grado di antipatia verso de Magistris. Ora uno si chiede: ma con decine di imprenditori che si suicidano per la crisi, soprattutto in Veneto, quanti sono disposti a regalare soldi al circo internazionale dei catamarani? E se l'evento ha tanta visibilità, vuoi vedere che abbiamo fatto bene a farla pure a Napoli? Ma andiamo per ordine e proviamo a capire qualcosa in più su questa storia. Si scopre che il privato che ci mette i soldi è il Consorzio Venezia Nuova, costituito appunto da grandi imprese private del settore costruzioni. I nomi sono a questo link ufficiale: http://www.consorziovenezianuova.com/imprese.htm

Un elenco lungo ed autorevole: mai visti tanti benefattori tutti insieme. Cosa li ha uniti, oltre la volontà di regalare l'America's Cup a Venezia? Li ha uniti, e li unisce, il progetto MOSE, un'opera faraonica per proteggere Venezia dal mare che il Consorzio è delegato ad eseguire. Cosa buona e giusta forse, ma di certo né efficiente, né gratuita per le casse pubbliche.

All'indirizzo (http://www.salve.it/it/soluzioni/acque/f_iter.htm) si legge tutto l'iter e qualche cifra, che riporto qui sotto: "Il 3 agosto 2007, il CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) finanzia 243 milioni di euro per i lavori del Mose. " "Il 31 gennaio 2008, il CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) finanzia 400 milioni di euro per i lavori del Mose. " "Il 18 dicembre 2008, il CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) ha approvato lo stanziamento di 800 milioni di euro". "Il 18 novembre 2010, il CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) ha approvato lo stanziamento di 230 milioni di euro." "Il 21 luglio 2011 si è riunito a Roma il Comitato di coordinamento, indirizzo e controllo (“Comitatone”) per la salvaguardia di Venezia e della laguna. In merito al sistema per la difesa di Venezia dalle acque alte (Mose) in corso alle bocche di porto lagunari, il Comitatone ha stabilito che il finanziamento dell’opera di difesa, già ultimata al 65%, prosegua nel triennio 2011-2013 a completare il fabbisogno restante di 1.500 milioni di Euro, per consentire l’ultimazione nei tempi previsti dall’attuale cronoprogramma (2014)." "Il 6 dicembre 2011, il CIPE (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) ha assegnato 600 milioni di euro (9^ tranche) per la prosecuzione della realizzazione del Sistema Mose."

Tanti soldi eh? Molti dei quali presi dai FAS destinati al Sud negli ultimi anni dominati dalla Lega. Ricapitoliamo. Venezia prende una barca di soldi per realizzare un'opera faraonica qual è il Mose.
A finanziarla l'Europa e l'Italia, a scapito degli investimenti nelle aree sottoutilizzate e del Mezzogiorno. Questi soldi vanno ad un Consorzio di grandi imprese edili private.

Il Consorzio "sponsorizza" con soldi "privati" l'America's Cup di Venezia.

Se questo è un esempio di virtuosismo amministrativo e politico, io sono cinese.



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lunedì 16 aprile 2012

Moglia (MN): Martedì 17 aprile 2012 - Presentazione Lista Civica Vivi Moglia e Bondanello


Martedì sera alle ore 21 presso il Museo delle Bonifiche a Moglia, presentazione della lista civica Vivi Moglia e Bondanello.

I candidati esporranno le proprie idee su come e cosa fare per gestire il Comune nel prossimo quinquennio.

Verrà inoltre presentato il programma elettorale che potete già leggere qui.

Tutti i cittadini sono invitati all'incontro per capire quali sono i principi che ci hanno ispirato per la costruzione di un nuovo Comune e un nuovo modo di gestire l'Amministrazione pubblica.

Non ci saranno "effetti speciali", Deputati o personalità politiche di rilievo a fare da sostegno, ma ci saremo noi con le nostre idee e le nostre convinzioni.

LAVORO, AMBIENTE, ETICA, LEGALITA' E PARTECIPAZIONE ATTIVA.

Vi aspettiamo numerosi.

Lista Civica Vivi Moglia e Bondanello

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Martedì sera alle ore 21 presso il Museo delle Bonifiche a Moglia, presentazione della lista civica Vivi Moglia e Bondanello.

I candidati esporranno le proprie idee su come e cosa fare per gestire il Comune nel prossimo quinquennio.

Verrà inoltre presentato il programma elettorale che potete già leggere qui.

Tutti i cittadini sono invitati all'incontro per capire quali sono i principi che ci hanno ispirato per la costruzione di un nuovo Comune e un nuovo modo di gestire l'Amministrazione pubblica.

Non ci saranno "effetti speciali", Deputati o personalità politiche di rilievo a fare da sostegno, ma ci saremo noi con le nostre idee e le nostre convinzioni.

LAVORO, AMBIENTE, ETICA, LEGALITA' E PARTECIPAZIONE ATTIVA.

Vi aspettiamo numerosi.

Lista Civica Vivi Moglia e Bondanello

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Risposta all'articolo su "l'Unità"



Recentemente su un articolo su "l'Unità" di Giuseppe Provenzano: "i falsi miti nordisti", mentre può essere condivisibile l'analisi sulle falsità delle rivendicazioni leghiste e sulla falsità di fondo di una "questione settentrionale", è apparsa una sconcertante definizione degli umori meridionalisti, ispirati pure da "Terroni" di Pino Aprile, come "deriva subculturale".
Ecco la mia sintetica (lo spazio a disposizione per i commenti era limitato a pochi caratteri) risposta.


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Egregio Signor Provenzano,
secondo me un certo Gramsci si starà rivoltando nella tomba...fu infatti proprio Gramsci, uno dei fondatori del giornale dove lei scrive, a dire:
"Lo stato italiano (leggasi regno sabaudo) è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti."
Non capisco quindi come fa a definire la crescente rivolta neo-merdionalista al Sud, che cresce questo e' vero anche grazie allo straordinario successo del bellissimo libro di Pino Aprile "Terroni", come "deriva subculturale".
Noi meridionali abbiamo diritto alle nostre rivendicazioni storiche ed economiche perché, a meno che non si voglia credere alle teorie razziste di Lombroso e di Niceforo che definivano un'inferioirità razzista dei meridionali, è un'anelito di giustizia e libertà, che dovrebbe essere una battaglia della sinistra.


Enzo Riccio
Segr. Org. nazionale
Partito del Sud


www.partitodelsud.eu
http://partitodelsud.blogspot.com

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Recentemente su un articolo su "l'Unità" di Giuseppe Provenzano: "i falsi miti nordisti", mentre può essere condivisibile l'analisi sulle falsità delle rivendicazioni leghiste e sulla falsità di fondo di una "questione settentrionale", è apparsa una sconcertante definizione degli umori meridionalisti, ispirati pure da "Terroni" di Pino Aprile, come "deriva subculturale".
Ecco la mia sintetica (lo spazio a disposizione per i commenti era limitato a pochi caratteri) risposta.


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Egregio Signor Provenzano,
secondo me un certo Gramsci si starà rivoltando nella tomba...fu infatti proprio Gramsci, uno dei fondatori del giornale dove lei scrive, a dire:
"Lo stato italiano (leggasi regno sabaudo) è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l'Italia meridionale e le isole, squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono d'infamare col marchio di briganti."
Non capisco quindi come fa a definire la crescente rivolta neo-merdionalista al Sud, che cresce questo e' vero anche grazie allo straordinario successo del bellissimo libro di Pino Aprile "Terroni", come "deriva subculturale".
Noi meridionali abbiamo diritto alle nostre rivendicazioni storiche ed economiche perché, a meno che non si voglia credere alle teorie razziste di Lombroso e di Niceforo che definivano un'inferioirità razzista dei meridionali, è un'anelito di giustizia e libertà, che dovrebbe essere una battaglia della sinistra.


Enzo Riccio
Segr. Org. nazionale
Partito del Sud


www.partitodelsud.eu
http://partitodelsud.blogspot.com

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GAETA: Inaugurazione della Polveriera Carolina, Trabacco e Ferdinando

Inaugurazione alla presenza del Sindaco Raimondi della Polveriera Carolina, del Museo Ferdinando e del Museo Trabacco. Luoghi meravigliosi, precedentemente ridotti in ruderi, e che ora potranno essere meta di turismo culturale e scolastico e che potranno produrre anche nuova occupazione.

ingresso polveriera CAROLINA - con Antonio Raimondi e Salvatore Di Ciaccio
polveriera CAROLINA

MUSEO FERDINANDO
MUSEO FERDINANDO
Museo Trabacco (museo del mare) in via di ultimazione


Museo Trabacco (museo del mare) in via di ultimazione
Museo Trabacco (museo del mare) in via di ultimazione


polveriera Trabacco e Ferdinando
polveriera Carolina

ingresso polveriera CAROLINA

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Inaugurazione alla presenza del Sindaco Raimondi della Polveriera Carolina, del Museo Ferdinando e del Museo Trabacco. Luoghi meravigliosi, precedentemente ridotti in ruderi, e che ora potranno essere meta di turismo culturale e scolastico e che potranno produrre anche nuova occupazione.

ingresso polveriera CAROLINA - con Antonio Raimondi e Salvatore Di Ciaccio
polveriera CAROLINA

MUSEO FERDINANDO
MUSEO FERDINANDO
Museo Trabacco (museo del mare) in via di ultimazione


Museo Trabacco (museo del mare) in via di ultimazione
Museo Trabacco (museo del mare) in via di ultimazione


polveriera Trabacco e Ferdinando
polveriera Carolina

ingresso polveriera CAROLINA

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domenica 15 aprile 2012

…ma quando finiranno le sconfitte?



Di Bruno Pappalardo

Quando finiranno le sconfitte della giustizia che fa giustizia, dei morti innocenti che vengono onorati, dei probi che non si rialzeranno, dei deboli, fragili e poveri anziani e lavorator massacrati dalla spudoratezza dei ricchi protetti, dei disabili veri non protetti, della del diritto di vivere e di riavere l’onore smarrito tra le bandiere di giornali che aiutano l’oblio di un popolo.

Non bastano le sentenze della Cassazione che salva gli impuniti appellandosi a difetti di forma.

Non basta alcun tribunale che aiuti le vittime delle morti bianche ( 87% di lavoratori stranieri e meridionali che lavorano a “nero” e senza alcuna sistema di sicurezza perché costa all’impresa; Tremonti) le vittime delle stragi insabbiate.

Non bastano le urla di dolore dei quei padri di figlioli sotto le macerie di uno studentato. Non basta l’indifferenza per la vera grande evasione che innesca la corruzione.

Non basta ancora l’abuso di ogni genere e dei condoni che avviliscono i giusti e l’etica sociale.

Quando finiranno le sconfitte per i morti della Strage di Brescia? Perché mortificarli con l’ultimo atto di violenza e crudeltà ammantata di perbenismo giuridico e faldoni di articoli di legge che li costringe a “pagare le spese processuali”

Certo i media sono con loro come lo furono per le vittime del G8 a Genova! ( attenzione dovrà deliberare ancora la Cassazione)

Certo i partiti parleranno di pretendere dal Parlamento ulteriori indagini sul processo appena svoltosi

Certo il presidente Napolitano chiederà che nessuno dei parenti delle vittime di Brescia paghino un euro per le spese del processo.

Certo si dirà che quello accaduto 38 anni fa Brescia a qualcosa che assomigli a qualche scritto di Pasolini (Pier Paolo Pasolini ritorna sempre, da morto, perché la sua morte fu chiesta) che disse, non essendoci prove e responsabilità individuali certe e quelle di uno Stato che non faceva chiarezza sulla lotta segreta negli anni ’70 tra i Servizi e certi paesi stranieri che lavoravano per la destabilizzazione della democrazia disse: “ Io lo so”;

Certo che lo diranno!

Certo è questo il metodo!

Certo che funziona così; i media, i politici, le alte cariche delle istituzioni, le associazioni dei lavoratori criticheranno ciò che è accaduto di malevole e vestono di strabocchevoli belle parole d’alto valore etico e simbolico l’evento e offrendo ai cittadini la percezione e l’idea che tutti sono vicino a noi, ai probi elettori ma è solo una splendida straordinaria tecnica costruttiva. La subliminale infusione nelle nostre menti che è dunque tutto sotto controllo e che tutti la pensano come noi e che, dunque, baderanno loro, i nostri rappresentanti a controllare e difenderci. E’ così che viene generato il “Buco Nero” della Dimenticanza.

Così accadde per il meridione dai primi anni del Novecento dopo 60 anni di silenzio.

Le parole non potranno mai sollevare di un micro-grammo il dolore dell’offesa di ieri per i pochi padri viventi che non vedranno sanato mai più l’ingiustizia per i figli e di tutti gli altri che abbandoneranno per sempre il processo. L’offesa profonda al propria universo ideale di giustizia è il maggior delitto che viene somministrato all’umanità dei deboli e dei giusti.

Da Bruno Pappalardo, SUDVOX, 15.04.2012 , Partito del Sud, Napoli

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Di Bruno Pappalardo

Quando finiranno le sconfitte della giustizia che fa giustizia, dei morti innocenti che vengono onorati, dei probi che non si rialzeranno, dei deboli, fragili e poveri anziani e lavorator massacrati dalla spudoratezza dei ricchi protetti, dei disabili veri non protetti, della del diritto di vivere e di riavere l’onore smarrito tra le bandiere di giornali che aiutano l’oblio di un popolo.

Non bastano le sentenze della Cassazione che salva gli impuniti appellandosi a difetti di forma.

Non basta alcun tribunale che aiuti le vittime delle morti bianche ( 87% di lavoratori stranieri e meridionali che lavorano a “nero” e senza alcuna sistema di sicurezza perché costa all’impresa; Tremonti) le vittime delle stragi insabbiate.

Non bastano le urla di dolore dei quei padri di figlioli sotto le macerie di uno studentato. Non basta l’indifferenza per la vera grande evasione che innesca la corruzione.

Non basta ancora l’abuso di ogni genere e dei condoni che avviliscono i giusti e l’etica sociale.

Quando finiranno le sconfitte per i morti della Strage di Brescia? Perché mortificarli con l’ultimo atto di violenza e crudeltà ammantata di perbenismo giuridico e faldoni di articoli di legge che li costringe a “pagare le spese processuali”

Certo i media sono con loro come lo furono per le vittime del G8 a Genova! ( attenzione dovrà deliberare ancora la Cassazione)

Certo i partiti parleranno di pretendere dal Parlamento ulteriori indagini sul processo appena svoltosi

Certo il presidente Napolitano chiederà che nessuno dei parenti delle vittime di Brescia paghino un euro per le spese del processo.

Certo si dirà che quello accaduto 38 anni fa Brescia a qualcosa che assomigli a qualche scritto di Pasolini (Pier Paolo Pasolini ritorna sempre, da morto, perché la sua morte fu chiesta) che disse, non essendoci prove e responsabilità individuali certe e quelle di uno Stato che non faceva chiarezza sulla lotta segreta negli anni ’70 tra i Servizi e certi paesi stranieri che lavoravano per la destabilizzazione della democrazia disse: “ Io lo so”;

Certo che lo diranno!

Certo è questo il metodo!

Certo che funziona così; i media, i politici, le alte cariche delle istituzioni, le associazioni dei lavoratori criticheranno ciò che è accaduto di malevole e vestono di strabocchevoli belle parole d’alto valore etico e simbolico l’evento e offrendo ai cittadini la percezione e l’idea che tutti sono vicino a noi, ai probi elettori ma è solo una splendida straordinaria tecnica costruttiva. La subliminale infusione nelle nostre menti che è dunque tutto sotto controllo e che tutti la pensano come noi e che, dunque, baderanno loro, i nostri rappresentanti a controllare e difenderci. E’ così che viene generato il “Buco Nero” della Dimenticanza.

Così accadde per il meridione dai primi anni del Novecento dopo 60 anni di silenzio.

Le parole non potranno mai sollevare di un micro-grammo il dolore dell’offesa di ieri per i pochi padri viventi che non vedranno sanato mai più l’ingiustizia per i figli e di tutti gli altri che abbandoneranno per sempre il processo. L’offesa profonda al propria universo ideale di giustizia è il maggior delitto che viene somministrato all’umanità dei deboli e dei giusti.

Da Bruno Pappalardo, SUDVOX, 15.04.2012 , Partito del Sud, Napoli

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