venerdì 24 febbraio 2012

SANTA CATERINA VILLARMOSA - VENERDI’ 24 febbraio 2012 ore 18.00 : “I fasci siciliani” - Relatore Antonio Ciano


COMUNE DI SANTA CATERINA VILLARMOSA
(CALTANISSETTA)

“I fasci siciliani”
reminiscenza e attualità

Relatore: Prof. cap. Antonio Ciano
Moderatore: Antonino Fiaccato

Sala di Pietra
(Presso Antica sede del Palazzo Municipale in via Roma)

VENERDI’ 24 febbraio 2012
Ore 18.00

La cittadinanza è invitata a partecipare.

Santa Caterina villarmosa 21.02.2012

IL SINDACO
ANTONINO FIACCATO

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COMUNE DI SANTA CATERINA VILLARMOSA
(CALTANISSETTA)

“I fasci siciliani”
reminiscenza e attualità

Relatore: Prof. cap. Antonio Ciano
Moderatore: Antonino Fiaccato

Sala di Pietra
(Presso Antica sede del Palazzo Municipale in via Roma)

VENERDI’ 24 febbraio 2012
Ore 18.00

La cittadinanza è invitata a partecipare.

Santa Caterina villarmosa 21.02.2012

IL SINDACO
ANTONINO FIACCATO

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COMO - VENERDI' 30 MARZO 2012 : "TERRONI" CON ROBERTO D'ALESSANDRO

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giovedì 23 febbraio 2012

COMUNICATO CDN PARTITO DEL SUD

Il Consiglio Direttivo Nazionale del Partito del Sud, acquisito anche l'assenso del Presidente Onorario e fondatore del Partito Antonio Ciano, comunica che il Sig. Beppe De Santis, causa divergenze organizzative e di strategia politica ed in virtù dell'applicazione del Titolo II , art. 12, comma C dello Statuto, non fa più parte del nostro Partito. Di conseguenza decade da tutte le cariche in essere comprese le cariche di co/Presidente e di Membro del Consiglio Direttivo Nazionale. Si prendono inoltre decisamente le distanze dalle dichiarazioni del Sig. Beppe De Santis apparse di recente su organi di stampa riguardanti supposte primogeniture, fondazione del Partito e una visione di strategia e linea politica mai comunicata e tantomeno condivisa dal CDN.
Si comunica inoltre che resta in essere la gestione della Presidenza e Segreteria Nazionale degli altri 2 co/Presidenti Sigg.ri Andrea Balìa e Natale Cuccurese, e la competenza di Segretario Organizzativo Nazionale del Sig. Enzo Riccio, così come di ogni altro organo nazionale e locale del Partito sui territori.

Si informa altresì che, pur essendo commissariata pro tempore la Sezione Siciliana, restano operativi tutti gli altri dirigenti e quadri politici ed organizzativi del Partito in Sicilia che, confermando la fiducia e condividendo la linea e la strategia politica del Consiglio Direttivo Nazionale, compresa quest'ultima decisione, continuano il lavoro sui territori anche in vista delle prossime competizioni elettorali amministrative a Palermo e nella Regione.


Il Consiglio Direttivo Nazionale del Partito del Sud
Andrea Balia, Natale Cuccurese, Giovanni Cutolo, Enzo Riccio

Roma, 23/02/2012


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Il Consiglio Direttivo Nazionale del Partito del Sud, acquisito anche l'assenso del Presidente Onorario e fondatore del Partito Antonio Ciano, comunica che il Sig. Beppe De Santis, causa divergenze organizzative e di strategia politica ed in virtù dell'applicazione del Titolo II , art. 12, comma C dello Statuto, non fa più parte del nostro Partito. Di conseguenza decade da tutte le cariche in essere comprese le cariche di co/Presidente e di Membro del Consiglio Direttivo Nazionale. Si prendono inoltre decisamente le distanze dalle dichiarazioni del Sig. Beppe De Santis apparse di recente su organi di stampa riguardanti supposte primogeniture, fondazione del Partito e una visione di strategia e linea politica mai comunicata e tantomeno condivisa dal CDN.
Si comunica inoltre che resta in essere la gestione della Presidenza e Segreteria Nazionale degli altri 2 co/Presidenti Sigg.ri Andrea Balìa e Natale Cuccurese, e la competenza di Segretario Organizzativo Nazionale del Sig. Enzo Riccio, così come di ogni altro organo nazionale e locale del Partito sui territori.

Si informa altresì che, pur essendo commissariata pro tempore la Sezione Siciliana, restano operativi tutti gli altri dirigenti e quadri politici ed organizzativi del Partito in Sicilia che, confermando la fiducia e condividendo la linea e la strategia politica del Consiglio Direttivo Nazionale, compresa quest'ultima decisione, continuano il lavoro sui territori anche in vista delle prossime competizioni elettorali amministrative a Palermo e nella Regione.


Il Consiglio Direttivo Nazionale del Partito del Sud
Andrea Balia, Natale Cuccurese, Giovanni Cutolo, Enzo Riccio

Roma, 23/02/2012


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I mattoni per l'Expo? Meglio se padani. Esposito ed Emiliano fanno ricorso all'UE


Il bando per gli edifici di servizio: preferiti i materiali che provengano da non oltre 350 chilometri da Milano



di Francesco Benucci (Il Sole 24 Ore, 23 Febbraio 2012)

La si può considerare come una legittima voglia di tutela dell'ambiente, come d'altra parte impone il tema Expo 2015 di Milano ("Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita"). O come una sorta di protezionismo pro imprese padane in chiave ecologista.

Di fatto il concorso di idee internazionale perla realizzazione delle architetture di servizio del sito che ospiterà l'esposizione universale tra poco più di 1160 giorni rischia di diventare l'ennesimo pretesto di scontro Nord-Sud. Con probabili strascichi politico-legali.

La procedura di cui è responsabile unico il bolognese Carlo Chiesa (ingegnere voluto dall'ex sindaco Letizia Moratti) è stata lanciata a dicembre quando la potestà politica del grande evento era già sotto la regia dei due commissari Giuliano Pisapia e Roberto Formigoni. Il concorso punta a coinvolgere progettisti da tutto il mondo per l'ideazione del «sistema di edifici - recita il sito ufficiale - (13 edifici di grandi dimensioni e dodici di media dimensione, ndr) che raccolgono le funzioni di servizio: ristorazione, spazi commerciali, servizi ai visitatori, servizi ai partecipanti, sicurezza, logistica, magazzini, locali tecnici per una superficie di 66.978 mq un costo di circa 63 milioni». È in scadenza domani 24 febbraio.

Il 9 aprile è prevista la comunicazione della graduatoria provvisoria dei progettisti cui saranno assegnati 5 premi: il primo di 90mila euro, gli altri da 14mila.

Ma scorrendo il disciplinare di procedura, alla pagina 8 - punto 4.1 - si scopre che sarà assegnata una cospicua dote di punti (tra le più alte previste da tutti gli ambiti posti come elementi valutativi) al concorrente che proporrà soluzioni costruttive che adottino «materiale a basso impatto ambientale...e con provenienza geografica entro i 350 km dal sito dell'Expo di Milano 2015». Ergo, Padania piena o poco più. In pratica, i successivi bandi perla realizzazione degli edifici progettati da architetti e ingegneri di tutto il mondo potranno essere anche aggiudicati a ditte di Caltanissetta, Napoli o Stoccolma: ma queste dovranno acquistare materiali da ditte lombarde.

Il che, essendo in ballo una considerevole dote di fondi pubblici, può apparire come un aggiramento delle norme europee sulla concorrenza. Non è un caso che l'assessore allo Sviluppo del Comune di Napoli, Marco Esposito, e il sindaco di Bari, Michele Emiliano, hanno preparato un ricorso alla Commissione europea per la violazione delle leggi sulla concorrenza. Intanto, si stanno mobilitando numerose associazioni imprenditoriali del Mezzogiorno.


Fonte internet: Marco Esposito

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Il bando per gli edifici di servizio: preferiti i materiali che provengano da non oltre 350 chilometri da Milano



di Francesco Benucci (Il Sole 24 Ore, 23 Febbraio 2012)

La si può considerare come una legittima voglia di tutela dell'ambiente, come d'altra parte impone il tema Expo 2015 di Milano ("Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita"). O come una sorta di protezionismo pro imprese padane in chiave ecologista.

Di fatto il concorso di idee internazionale perla realizzazione delle architetture di servizio del sito che ospiterà l'esposizione universale tra poco più di 1160 giorni rischia di diventare l'ennesimo pretesto di scontro Nord-Sud. Con probabili strascichi politico-legali.

La procedura di cui è responsabile unico il bolognese Carlo Chiesa (ingegnere voluto dall'ex sindaco Letizia Moratti) è stata lanciata a dicembre quando la potestà politica del grande evento era già sotto la regia dei due commissari Giuliano Pisapia e Roberto Formigoni. Il concorso punta a coinvolgere progettisti da tutto il mondo per l'ideazione del «sistema di edifici - recita il sito ufficiale - (13 edifici di grandi dimensioni e dodici di media dimensione, ndr) che raccolgono le funzioni di servizio: ristorazione, spazi commerciali, servizi ai visitatori, servizi ai partecipanti, sicurezza, logistica, magazzini, locali tecnici per una superficie di 66.978 mq un costo di circa 63 milioni». È in scadenza domani 24 febbraio.

Il 9 aprile è prevista la comunicazione della graduatoria provvisoria dei progettisti cui saranno assegnati 5 premi: il primo di 90mila euro, gli altri da 14mila.

Ma scorrendo il disciplinare di procedura, alla pagina 8 - punto 4.1 - si scopre che sarà assegnata una cospicua dote di punti (tra le più alte previste da tutti gli ambiti posti come elementi valutativi) al concorrente che proporrà soluzioni costruttive che adottino «materiale a basso impatto ambientale...e con provenienza geografica entro i 350 km dal sito dell'Expo di Milano 2015». Ergo, Padania piena o poco più. In pratica, i successivi bandi perla realizzazione degli edifici progettati da architetti e ingegneri di tutto il mondo potranno essere anche aggiudicati a ditte di Caltanissetta, Napoli o Stoccolma: ma queste dovranno acquistare materiali da ditte lombarde.

Il che, essendo in ballo una considerevole dote di fondi pubblici, può apparire come un aggiramento delle norme europee sulla concorrenza. Non è un caso che l'assessore allo Sviluppo del Comune di Napoli, Marco Esposito, e il sindaco di Bari, Michele Emiliano, hanno preparato un ricorso alla Commissione europea per la violazione delle leggi sulla concorrenza. Intanto, si stanno mobilitando numerose associazioni imprenditoriali del Mezzogiorno.


Fonte internet: Marco Esposito

La Grecia ha salvato l'Europa, adesso l'Europa si impegni a salvare la Grecia (e se stessa) dalla recessione

Il Sole24 Ore ha scritto che si è scelto di salvare la Grecia. Eppure non è così. Il titolo di questo mio articolo non è invertito per errore rispetto a quello del Sole, ma perché esso rappresenta quello che è veramente avvenuto e quello che dovrà necessariamente avvenire se si vuole uscire dalla recessione in cui le scelte europee di politica economica hanno gettato la Grecia, l’Italia, la Spagna, l’area euro, l’Unione tutta.

1) La Grecia ha salvato l’Europa -Tutti i quotidiani, tutti i commentatori, tutte le agenzie parlano di ‘bailout’, di ‘default disordinato’ che la troika avrebbe evitato, di ‘salvataggio della Grecia dal fallimento’. Non fosse per la drammaticità della situazione, verrebbe da ridere. Come si è cercato di argomentare ormai da molto tempo, e in diversi sedi, per capire se veramente si possa parlare di ‘Grecia salvata dal fallimento’, occorre partire da questioni solo apparentemente terminologiche: prima tra tutte, ovviamente, la definizione di ‘fallimento’.

Questo concetto si applica perfettamente alla condizione in cui si trova un’impresa privata quando dichiari di non poter più fare fronte ai propri impegni di debitore. Si tratta di una situazione poco piacevole tanto per il debitore che per il creditore, ma è pur sempre una situazione prevista e, di conseguenza, normata: esiste il diritto fallimentare, ed esiste una procedura giuridica fallimentare. I privati possono fallire.

E i governi, possono fallire i governi? La risposta è NO. Se, invece di trastullarsi con lingue ostiche, evitando in particolare espressioni quali ‘default’ e ‘bailout’, i nostri commentatori usassero la nostra lingua, saprebbero che i governi non ‘falliscono’ (e tanto meno falliscono gli Stati!), bensì ‘ripudiano’ il debito. Sì, lo ripudiano: decidono di non rimborsare i creditori, punto e basta. Esattamente come facevano i sovrani di alcuni secoli or sono, i quali non rimborsavano i propri debiti sulla base della teoria che non si trattasse di debiti propri, bensì di debiti del sovrano precedente. Debiti sovrani, appunto. Per i quali non è neanche prevista una procedura fallimentare.

Questo concetto, che dovrebbe essere ben compreso a governanti e loro consiglieri, è stato spiegato assai bene dall’ex Primo Ministro greco Papandreu all’inizio del novembre scorso quando, messo di fronte a nuove, ulteriori richieste da parte della troika, annunciò pubblicamente che era ormai sua intenzione ricorrere ad un referendum per avere dal suo popolo l’indicazione se accettare o meno le nuove condizioni.
Molti ricorderanno le reazioni spaventate di gran parte della stampa e dell’opinione pubblica a questa prospettiva. Un importante giornalista economico di un grande quotidiano arrivò a parlare di ‘pruriti democratici’ del Primo Ministro greco!! Una reazione scomposta, quasi che ci si fosse finalmente resi conto che anche il governo greco conoscesse l’economia, e sapesse che il debito pubblico può essere ripudiato.

Certo, il ripudio è frutto di una decisione politica di enorme gravità. Basti solo pensare che il potere coercitivo dell’apparato statale può essere imposto sui detentori nazionali del proprio debito, ma ovviamente non può esserlo sui non residenti. I quali anzi, con tutta probabilità, tenderanno ad allearsi per ottenere una ‘restituzione del debito’ che sia la meno svantaggiosa possibile. Ma tutto ciò non cambia, ovviamente, il senso di quanto stiamo dicendo.

E’ impossibile dire se le leadership politiche europee non avessero capito che la crisi iniziata nel 2009 non era affatto ‘greca’, ma un attacco all’euro e alla costruzione europea o se, avendolo capito, decisero di parlare di ‘crisi greca’ nella speranza di poterla gestire come tale. Non lo sappiamo ora, e non lo sapremo mai. Fummo tra i primissimi a sostenere che la crisi era crisi dell’Europa, e non crisi greca. E il passar del tempo ci ha dato ragione. L’attacco all’euro è continuato, gli attacchi ai governi dei paesi membri si sono succeduti seguendo quasi perfettamente un modello ‘dal più piccolo al più grande’ – dove la dimensione del singolo paese veniva ovviamente ponderata dal rapporto debito/Pil, dalla potenza politica del paese, dall’aurea di rispettabilità del paese e del singolo governo.

Mentre tutto questo accadeva, la crisi ha avuto effetti devastanti sull’immagine dei leader politici, e dei loro consiglieri economici, di gestire questa situazione. Abbiamo ancora una volta avuto bisogno del FMI, di viaggi a Washington, DC, di riunioni G20, della disponibilità di alti esponenti del governo cinese ad intervenire a favore… della Grecia e del Portogallo, nelle dichiarazioni di 12-18 mesi fa, e dell’Europa in quelle degli ultimi sei mesi. Ma la Grecia ha salvato l’Europa: il governo greco non ha ripudiato il proprio debito, è ‘venuto incontro’ alle banche e ai governi offrendo la propria disponibilità a negoziare, ed ha accettato sacrifici enormi per il proprio popolo pur di ottenere un risultato prezioso per tutta l’area euro e per l’Unione.

2) Ora l’Europa deve salvare la Grecia (e se stessa) da una recessione drammatica - Il costo che l’economia e il popolo greco hanno dovuto e dovranno sopportare per aver ridato dignità alla leadership politica ed economica europee è immenso. Nel 2011 il prodotto interno lordo greco si è ridotto del 7% rispetto al 2010 – continuando l’andamento iniziato nel 2009. Sappiamo che imprese esportatrici estere stanno chiudendo le loro sedi in Grecia per mancanza di domanda. Salari e pensioni hanno subito, e continueranno a subire, tagli dell’ordine del 30%. I tassi di disoccupazione sono ai livelli della Grande Depressione del 1929. L’emigrazione sta prendendo piede a livelli preoccupanti. Un istituto importante del sistema scolastico greco, la distribuzione gratuita di libri ai bambini delle elementari il primo giorno di scuola, è stato abolito. E si potrebbe continuare a lungo.

L’Europa ha un debito forte con la Grecia e il suo popolo. Occorre ora avviare un processo di investimenti europei, finanziati con l’emissione di obbligazioni europee, che avviino un processo di ripresa economica quanto meno in Grecia e Portogallo. Ma, ovviamente, Irlanda, Belgio e Italia sono soltanto apparentemente, e per ora, in condizioni migliori, come mostrano le previsioni sulla dinamica del reddito pubblicate il 24 gennaio scorso dal FMI. E’ ora di cominciare ad abbandonare la pessima teoria secondo cui l’austerità fa crescere le economie. E’ vero il contrario, lo vediamo tutti: le fa entrare in recessione. E’ ora di pensare alla crescita.

di Fabio Sdogati, Ordinario di Economia Internazionale
Fonte: Tiscli economia
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Il Sole24 Ore ha scritto che si è scelto di salvare la Grecia. Eppure non è così. Il titolo di questo mio articolo non è invertito per errore rispetto a quello del Sole, ma perché esso rappresenta quello che è veramente avvenuto e quello che dovrà necessariamente avvenire se si vuole uscire dalla recessione in cui le scelte europee di politica economica hanno gettato la Grecia, l’Italia, la Spagna, l’area euro, l’Unione tutta.

1) La Grecia ha salvato l’Europa -Tutti i quotidiani, tutti i commentatori, tutte le agenzie parlano di ‘bailout’, di ‘default disordinato’ che la troika avrebbe evitato, di ‘salvataggio della Grecia dal fallimento’. Non fosse per la drammaticità della situazione, verrebbe da ridere. Come si è cercato di argomentare ormai da molto tempo, e in diversi sedi, per capire se veramente si possa parlare di ‘Grecia salvata dal fallimento’, occorre partire da questioni solo apparentemente terminologiche: prima tra tutte, ovviamente, la definizione di ‘fallimento’.

Questo concetto si applica perfettamente alla condizione in cui si trova un’impresa privata quando dichiari di non poter più fare fronte ai propri impegni di debitore. Si tratta di una situazione poco piacevole tanto per il debitore che per il creditore, ma è pur sempre una situazione prevista e, di conseguenza, normata: esiste il diritto fallimentare, ed esiste una procedura giuridica fallimentare. I privati possono fallire.

E i governi, possono fallire i governi? La risposta è NO. Se, invece di trastullarsi con lingue ostiche, evitando in particolare espressioni quali ‘default’ e ‘bailout’, i nostri commentatori usassero la nostra lingua, saprebbero che i governi non ‘falliscono’ (e tanto meno falliscono gli Stati!), bensì ‘ripudiano’ il debito. Sì, lo ripudiano: decidono di non rimborsare i creditori, punto e basta. Esattamente come facevano i sovrani di alcuni secoli or sono, i quali non rimborsavano i propri debiti sulla base della teoria che non si trattasse di debiti propri, bensì di debiti del sovrano precedente. Debiti sovrani, appunto. Per i quali non è neanche prevista una procedura fallimentare.

Questo concetto, che dovrebbe essere ben compreso a governanti e loro consiglieri, è stato spiegato assai bene dall’ex Primo Ministro greco Papandreu all’inizio del novembre scorso quando, messo di fronte a nuove, ulteriori richieste da parte della troika, annunciò pubblicamente che era ormai sua intenzione ricorrere ad un referendum per avere dal suo popolo l’indicazione se accettare o meno le nuove condizioni.
Molti ricorderanno le reazioni spaventate di gran parte della stampa e dell’opinione pubblica a questa prospettiva. Un importante giornalista economico di un grande quotidiano arrivò a parlare di ‘pruriti democratici’ del Primo Ministro greco!! Una reazione scomposta, quasi che ci si fosse finalmente resi conto che anche il governo greco conoscesse l’economia, e sapesse che il debito pubblico può essere ripudiato.

Certo, il ripudio è frutto di una decisione politica di enorme gravità. Basti solo pensare che il potere coercitivo dell’apparato statale può essere imposto sui detentori nazionali del proprio debito, ma ovviamente non può esserlo sui non residenti. I quali anzi, con tutta probabilità, tenderanno ad allearsi per ottenere una ‘restituzione del debito’ che sia la meno svantaggiosa possibile. Ma tutto ciò non cambia, ovviamente, il senso di quanto stiamo dicendo.

E’ impossibile dire se le leadership politiche europee non avessero capito che la crisi iniziata nel 2009 non era affatto ‘greca’, ma un attacco all’euro e alla costruzione europea o se, avendolo capito, decisero di parlare di ‘crisi greca’ nella speranza di poterla gestire come tale. Non lo sappiamo ora, e non lo sapremo mai. Fummo tra i primissimi a sostenere che la crisi era crisi dell’Europa, e non crisi greca. E il passar del tempo ci ha dato ragione. L’attacco all’euro è continuato, gli attacchi ai governi dei paesi membri si sono succeduti seguendo quasi perfettamente un modello ‘dal più piccolo al più grande’ – dove la dimensione del singolo paese veniva ovviamente ponderata dal rapporto debito/Pil, dalla potenza politica del paese, dall’aurea di rispettabilità del paese e del singolo governo.

Mentre tutto questo accadeva, la crisi ha avuto effetti devastanti sull’immagine dei leader politici, e dei loro consiglieri economici, di gestire questa situazione. Abbiamo ancora una volta avuto bisogno del FMI, di viaggi a Washington, DC, di riunioni G20, della disponibilità di alti esponenti del governo cinese ad intervenire a favore… della Grecia e del Portogallo, nelle dichiarazioni di 12-18 mesi fa, e dell’Europa in quelle degli ultimi sei mesi. Ma la Grecia ha salvato l’Europa: il governo greco non ha ripudiato il proprio debito, è ‘venuto incontro’ alle banche e ai governi offrendo la propria disponibilità a negoziare, ed ha accettato sacrifici enormi per il proprio popolo pur di ottenere un risultato prezioso per tutta l’area euro e per l’Unione.

2) Ora l’Europa deve salvare la Grecia (e se stessa) da una recessione drammatica - Il costo che l’economia e il popolo greco hanno dovuto e dovranno sopportare per aver ridato dignità alla leadership politica ed economica europee è immenso. Nel 2011 il prodotto interno lordo greco si è ridotto del 7% rispetto al 2010 – continuando l’andamento iniziato nel 2009. Sappiamo che imprese esportatrici estere stanno chiudendo le loro sedi in Grecia per mancanza di domanda. Salari e pensioni hanno subito, e continueranno a subire, tagli dell’ordine del 30%. I tassi di disoccupazione sono ai livelli della Grande Depressione del 1929. L’emigrazione sta prendendo piede a livelli preoccupanti. Un istituto importante del sistema scolastico greco, la distribuzione gratuita di libri ai bambini delle elementari il primo giorno di scuola, è stato abolito. E si potrebbe continuare a lungo.

L’Europa ha un debito forte con la Grecia e il suo popolo. Occorre ora avviare un processo di investimenti europei, finanziati con l’emissione di obbligazioni europee, che avviino un processo di ripresa economica quanto meno in Grecia e Portogallo. Ma, ovviamente, Irlanda, Belgio e Italia sono soltanto apparentemente, e per ora, in condizioni migliori, come mostrano le previsioni sulla dinamica del reddito pubblicate il 24 gennaio scorso dal FMI. E’ ora di cominciare ad abbandonare la pessima teoria secondo cui l’austerità fa crescere le economie. E’ vero il contrario, lo vediamo tutti: le fa entrare in recessione. E’ ora di pensare alla crescita.

di Fabio Sdogati, Ordinario di Economia Internazionale
Fonte: Tiscli economia

Lezione di civiltà, in Inghilterra osannano la città di Napoli




La vittoria del Napoli sul Chelsea ha ispirato i sudditi di Sua Maestà. E sui giornali di ieri e nelle corrispondenze televisive era tutto un fiorire di omaggi alla cultura napoletana e campana

Prendi un napoletano e un londinese. Roba da barzelletta, coppia che più scoppiata non si può. Ma è bastata una partita di calcio per rendere l’uno un po’ più simile all’altro e viceversa. La vittoria del Napoli sul Chelsea ha ispirato i sudditi di Sua Maestà.
E sui giornali di ieri e nelle corrispondenze televisive era tutto un fiorire di omaggi alla cultura napoletana e campana. Il Vesuvio (un’arrampicata da niente in confronto alla scalata di Champions League che ora il Chelsea si ritrova di fronte, sostiene il Sun) è il più citato. Seguono le rovine di Pompei (quelle in cui si trova ora Andrè Villas-Boas che sta per perdere il posto, paragona il Guardian), la pizza e persino O’ surdato ‘nnammurato, citazione colta del Daily Mail che avvicina le sfortune del soldato che scrive la sua ultima lettera a quelle dell’allenatore del Chelsea, probabilmente in panchina per le ultime ore. Nel calderone finisce anche il detto vedi Napoli e poi muori. Che diventa: «Gioca contro il Napoli e poi muori» per il Mirror, mentre per l’Independent assume tutto un altro significato dopo aver assistito alle prodezze di Lavezzi e Cavani, che hanno assassinato senza pietà la difesa dei Blues.

Lode dunque ai giornalisti inglesi, che si sono informati e sono andati finalmente oltre ai soliti stereotipi di Napoli città violenta e pericolosa, alimentati non poco dal Manchester City, che istruiva i suoi fan sulla trasferta con gli stessi patemi d’animo che si riservano a chi parte per il fronte in Afghanistan. I Blues hanno invece lasciato il compito a due tifosi che hanno vissuto per un po’ a Napoli e che hanno segnalato sul sito della squadra i posti più belli da visitare e i migliori ristoranti.

Ma lode va anche ai tifosi napoletani per una volta definiti «esuberanti e calorosi» piuttosto che violenti e pericolosi. Tanto ospitali da aver offerto un boccale ai supporter avversari, tanto devoti da essere arrivati al San Paolo due ore prima l’inizio del match nonostante il diluvio e così sfavillanti da aver provocato uno shock culturale agli inglesi (secondo il Times) abituati ai più miti incoraggiamenti degli spalti di Premier League. «Una città che di solito divide questa volta ha lasciato una chiara impressione», scrive sempre il Times.
È bastata una partita a sdoganare Napoli in Europa e a legittimare una città che di solito è conosciuta solo come culla della camorra? Forse era così facile che nessuno ci aveva mai pensato. Eppure si sa, il calcio è un buon ambasciatore perché parla alle masse in un linguaggio universale. Certo qualche critica non manca tra i pignoli britannici. Il San Paolo «è una mostruosità del dopo guerra, rinnovato prima di Italia ’90, ma che non ha più visto una mano di vernice da allora, ed è tanto brutto quanto intimidatorio» fa sapere ancora il Times. Forse possiamo anche capirli, in fondo sono abituati alla maestosità di Wembley. Ma sarebbe bello dare loro un’altra lezione di civiltà. L’occasione arriverà prestissimo, tra tre settimane. Napoli e i napoletani ne sono all’altezza, basta solo volerlo.

ga.b.


Fonte: Il Mattino

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La vittoria del Napoli sul Chelsea ha ispirato i sudditi di Sua Maestà. E sui giornali di ieri e nelle corrispondenze televisive era tutto un fiorire di omaggi alla cultura napoletana e campana

Prendi un napoletano e un londinese. Roba da barzelletta, coppia che più scoppiata non si può. Ma è bastata una partita di calcio per rendere l’uno un po’ più simile all’altro e viceversa. La vittoria del Napoli sul Chelsea ha ispirato i sudditi di Sua Maestà.
E sui giornali di ieri e nelle corrispondenze televisive era tutto un fiorire di omaggi alla cultura napoletana e campana. Il Vesuvio (un’arrampicata da niente in confronto alla scalata di Champions League che ora il Chelsea si ritrova di fronte, sostiene il Sun) è il più citato. Seguono le rovine di Pompei (quelle in cui si trova ora Andrè Villas-Boas che sta per perdere il posto, paragona il Guardian), la pizza e persino O’ surdato ‘nnammurato, citazione colta del Daily Mail che avvicina le sfortune del soldato che scrive la sua ultima lettera a quelle dell’allenatore del Chelsea, probabilmente in panchina per le ultime ore. Nel calderone finisce anche il detto vedi Napoli e poi muori. Che diventa: «Gioca contro il Napoli e poi muori» per il Mirror, mentre per l’Independent assume tutto un altro significato dopo aver assistito alle prodezze di Lavezzi e Cavani, che hanno assassinato senza pietà la difesa dei Blues.

Lode dunque ai giornalisti inglesi, che si sono informati e sono andati finalmente oltre ai soliti stereotipi di Napoli città violenta e pericolosa, alimentati non poco dal Manchester City, che istruiva i suoi fan sulla trasferta con gli stessi patemi d’animo che si riservano a chi parte per il fronte in Afghanistan. I Blues hanno invece lasciato il compito a due tifosi che hanno vissuto per un po’ a Napoli e che hanno segnalato sul sito della squadra i posti più belli da visitare e i migliori ristoranti.

Ma lode va anche ai tifosi napoletani per una volta definiti «esuberanti e calorosi» piuttosto che violenti e pericolosi. Tanto ospitali da aver offerto un boccale ai supporter avversari, tanto devoti da essere arrivati al San Paolo due ore prima l’inizio del match nonostante il diluvio e così sfavillanti da aver provocato uno shock culturale agli inglesi (secondo il Times) abituati ai più miti incoraggiamenti degli spalti di Premier League. «Una città che di solito divide questa volta ha lasciato una chiara impressione», scrive sempre il Times.
È bastata una partita a sdoganare Napoli in Europa e a legittimare una città che di solito è conosciuta solo come culla della camorra? Forse era così facile che nessuno ci aveva mai pensato. Eppure si sa, il calcio è un buon ambasciatore perché parla alle masse in un linguaggio universale. Certo qualche critica non manca tra i pignoli britannici. Il San Paolo «è una mostruosità del dopo guerra, rinnovato prima di Italia ’90, ma che non ha più visto una mano di vernice da allora, ed è tanto brutto quanto intimidatorio» fa sapere ancora il Times. Forse possiamo anche capirli, in fondo sono abituati alla maestosità di Wembley. Ma sarebbe bello dare loro un’altra lezione di civiltà. L’occasione arriverà prestissimo, tra tre settimane. Napoli e i napoletani ne sono all’altezza, basta solo volerlo.

ga.b.


Fonte: Il Mattino

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Quando l'ecologia diventa foglia di fico


Che la pratica delle produzioni a chilometro zero possa essere uno dei rimedi al crescente inquinamento di cui sono afflitte le nostre metropoli è cosa assodata. Così come è ormai acquisito che coniugare innovazione, design, architettura di qualità e ridotto impatto energetico è la ricetta qualificante di qualsivoglia intervento in edilizia e urbanistica.

Stabilire in un disciplinare di concorso internazionale di idee - quello nello specifico lanciato dall'Expo 2015 di Milano per le architetture di servizio dell'esposizione universale - che è titolo premiante in maniera prevalente la vicinanza entro 350 chilometri dalla sede dell'evento dei fornitori dei materiali necessari a realizzare le opere progettate appare però chiaramente come un'altra cosa: una sorta di protezionismo in salsa padana che va contro ogni regola sulla concorrenza. L'auspicio, nell'epoca del mercato globale e a un paio di mesi dal termine delle celebrazioni ....continua su

Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/jiuMh

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Che la pratica delle produzioni a chilometro zero possa essere uno dei rimedi al crescente inquinamento di cui sono afflitte le nostre metropoli è cosa assodata. Così come è ormai acquisito che coniugare innovazione, design, architettura di qualità e ridotto impatto energetico è la ricetta qualificante di qualsivoglia intervento in edilizia e urbanistica.

Stabilire in un disciplinare di concorso internazionale di idee - quello nello specifico lanciato dall'Expo 2015 di Milano per le architetture di servizio dell'esposizione universale - che è titolo premiante in maniera prevalente la vicinanza entro 350 chilometri dalla sede dell'evento dei fornitori dei materiali necessari a realizzare le opere progettate appare però chiaramente come un'altra cosa: una sorta di protezionismo in salsa padana che va contro ogni regola sulla concorrenza. L'auspicio, nell'epoca del mercato globale e a un paio di mesi dal termine delle celebrazioni ....continua su

Il Sole 24 Ore - leggi su http://24o.it/jiuMh

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Bilancio, rispettato il Patto di Stabilità per il quinto anno. Raimondi: non aumentate le tasse e mantenuti i servizi.

“Tra gli obiettivi che ci siamo prefissati c’era quello del risanamento delle casse comunali. Dopo cinque anni posso dire che siamo un’Amministrazione virtuosa che ha saputo affrontare le tante difficoltà con coraggio e saggezza”.

Il Sindaco di Gaeta, Antonio Raimondi, interviene sul bilancio comunale il cui consuntivo sarà approvato dalla Giunta comunale in questi giorni.

“Il rispetto del patto di stabilità per il quinto anno consecutivo è la dimostrazione concreta che l’ente non è sull’orlo del fallimento, come afferma da anni l’opposizione sapendi di mentire, anzi siamo riusciti a non aumentare le tasse, a mantenere inalterato il livello dei servizi e a risanare il bilnacio comunale che abbiamo trovato in maniera disastrata. Bisogna continuare su questa strada che è in netta controtendenza con lo scenario nazionale fatto di tagli al settore del sociale e della cultura – dichiara il Sindaco Raimondi - Quando sento parlare il consigliere Ranucci ed altri esponenti del PdL non so se abbiano studiato economia alla Bocconi o ad Harvard. Però, certamente molti hanno dimostrato di essere bravi a commerciare e a fare economia per le loro tasche con una nota struttura di formazione professionale che ha illuso tante persone con corsi di formazione senza alcuno sbocco lavorativo”.

“In questi giorni, verrà approvato in Giunta il consuntivo 2010 che dà dei risultati molto lusinghieri tra i quali l’aver terminato l’anno senza anticipazioni di cassa. Porteremo presto all’attenzione del Consiglio Comunale anche questo documento finanziario che verrà approvato dalla maggioranza che mi sostiene e che in questi anni ha avuto la maturità politica di fare scelte importanti come riconoscere i debiti fuori bilancio delle Amministrazioni precedenti che stiamo faticosamente restituendo – aggiunge il Sindaco - Per quanto riguarda il consuntivo 2011, lo approveremo in Giunta e sarà discusso nella prossima consiliatura come accadde a noi nel 2007 quando approvammo il consuntivo 2006”.

“Infine, non approveremo il previsionale perché voglio lasciare alla prossima amministrazione la possibilità di gestire le proprie scelte non quelle fatte da altri – conclude Raimondi - Anche questo tema, quello della finanza pubblica, spero sia al più presto oggetto di uno dei confronti con il candidato sindaco Mitrano perché la finanza pubblia è un tema che coinvolge da vicino i cittadini di Gaeta. Aspetto di sapere come vuole impostare l’Imu e come vuole far quadrare i conti del Comune mantenedo inalterati i servizi, visto come si è comportato il PdL sulla questione dell’Ici sulle aree edificabili. Resto in attesa di una sua risposta sul quando fare questi dibattiti pubblici per far giudicare la nostra visione dlla città agli elettori”.

Fonte: Movimento Progressista Gaeta
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“Tra gli obiettivi che ci siamo prefissati c’era quello del risanamento delle casse comunali. Dopo cinque anni posso dire che siamo un’Amministrazione virtuosa che ha saputo affrontare le tante difficoltà con coraggio e saggezza”.

Il Sindaco di Gaeta, Antonio Raimondi, interviene sul bilancio comunale il cui consuntivo sarà approvato dalla Giunta comunale in questi giorni.

“Il rispetto del patto di stabilità per il quinto anno consecutivo è la dimostrazione concreta che l’ente non è sull’orlo del fallimento, come afferma da anni l’opposizione sapendi di mentire, anzi siamo riusciti a non aumentare le tasse, a mantenere inalterato il livello dei servizi e a risanare il bilnacio comunale che abbiamo trovato in maniera disastrata. Bisogna continuare su questa strada che è in netta controtendenza con lo scenario nazionale fatto di tagli al settore del sociale e della cultura – dichiara il Sindaco Raimondi - Quando sento parlare il consigliere Ranucci ed altri esponenti del PdL non so se abbiano studiato economia alla Bocconi o ad Harvard. Però, certamente molti hanno dimostrato di essere bravi a commerciare e a fare economia per le loro tasche con una nota struttura di formazione professionale che ha illuso tante persone con corsi di formazione senza alcuno sbocco lavorativo”.

“In questi giorni, verrà approvato in Giunta il consuntivo 2010 che dà dei risultati molto lusinghieri tra i quali l’aver terminato l’anno senza anticipazioni di cassa. Porteremo presto all’attenzione del Consiglio Comunale anche questo documento finanziario che verrà approvato dalla maggioranza che mi sostiene e che in questi anni ha avuto la maturità politica di fare scelte importanti come riconoscere i debiti fuori bilancio delle Amministrazioni precedenti che stiamo faticosamente restituendo – aggiunge il Sindaco - Per quanto riguarda il consuntivo 2011, lo approveremo in Giunta e sarà discusso nella prossima consiliatura come accadde a noi nel 2007 quando approvammo il consuntivo 2006”.

“Infine, non approveremo il previsionale perché voglio lasciare alla prossima amministrazione la possibilità di gestire le proprie scelte non quelle fatte da altri – conclude Raimondi - Anche questo tema, quello della finanza pubblica, spero sia al più presto oggetto di uno dei confronti con il candidato sindaco Mitrano perché la finanza pubblia è un tema che coinvolge da vicino i cittadini di Gaeta. Aspetto di sapere come vuole impostare l’Imu e come vuole far quadrare i conti del Comune mantenedo inalterati i servizi, visto come si è comportato il PdL sulla questione dell’Ici sulle aree edificabili. Resto in attesa di una sua risposta sul quando fare questi dibattiti pubblici per far giudicare la nostra visione dlla città agli elettori”.

Fonte: Movimento Progressista Gaeta

mercoledì 22 febbraio 2012

Il Sud tra il boom delle rinnovabili e la scarsa programmazione

Il Meridione italiano negli ultimi anni ha visto un boom delle rinnovabili, specialmente di eolico e fotovoltaico. Si prevede che la crescita continui, ma l'energia pulita nel Mezzogiorno dovrà fare i conti con diversi problemi come una rete inadeguata, l'assenza di una coerente programmazione nazionale e locale e la solita incertezza normativa.


Sono le Regioni più attraenti per le nuove rinnnovabili come eolico e fotovoltaico. Lo mostrano chiaramente i numeri e la previsione è che la crescita continui. Ma al Sud l'energia pulita deve fare i conti con diversi problemi come la rete inadeguata, l'assenza di programmazione coerente a livello regionale e centrale e l'incertezza normativa e dei processi autorizzativi. E' il quadro che emerge dall'ultimo rapporto sulle rinnovabili nel Meridione pubblicato dalla fondazione Cercare Ancora (vedi allegato).

A fine 2010 gli impianti di produzione di energia elettrica da rinnovabili presenti nelle regioni del Mezzogiorno erano 39.090, con una potenza pari a 10.584 MW e una produzione di 19.830 GWh su un totale nazionale per le rinnovabili di 76.964 GWh. Circa un quarto dell'energia pulita italiana viene dal Sud, ma, se non si considerasse l'idroelettrico (che fornisce gran parte dell'elettricità verde italiana, oltre 51 mila GWh, ed è localizzato quasi eslusivamente al Nord) la percentuale sarebbe ben più alta.

Guardando all'eolico, ad esempio, risulta che sul totale della produzione nazionale circa il 25% viene dalla Puglia, il 22% dalla Sicilia, il 17% dalla Calabria, quasi l'11% dalla Sardegna e un altro 12% tra Campania e Basilicata: in totale il Mezzogiorno pesa dunque per circa l'88% della produzione eolica nazionale. Per quanto concerne ilfotovoltaico le stesse 6 Regioni pesano per oltre il 32% della produzione nazionale con la sola Puglia che ne fornisce oltre il 14%, mentre su biomassa e bioliquidi Puglia e Calabria da sole superano il 50% della produzione nazionale.

E se il grande idroelettrico ha margini di crescita molto limitati, eolico, fotovoltaico e le altre tecnologie promettono di non fermarsi: la previsione è che entro il 2020 la produzione di energia da fonti rinnovabili nel Meridione si moltiplichi per quattro volte rispetto ai 10 TWh del 2008: se già a fine 2010 era arrivata a generare 19,8 TWh si ipotizza, infatti, che entro fine decennio arrivi a 38,4 TWh.

Ovviamente per favorire questo sviluppo occorre superare diversi ostacoli, sottolinea il rapporto. Uno è “l’assenza di una pianificazione energetica nazionale e la presenza di una disarticolata pianificazione energetica regionale”. Quest’ultima viene definita in tempi troppo lunghi e spesso senza approfondire; manca ad esempio un monitoraggio dei risultati raggiunti rispetto ai piani regionali (PIEAR): molte Regioni, in assenza di una indicazione nazionale che dovrebbe arrivare con l’approvazione del burden sharing, hanno indicato nei PIEAR degli obiettivi in molti casi già raggiunti o superati.

La stessa cosa, d'altra parte, accade a livello nazionale: vedasi il fotovoltaico che con 12,7 GW di impianti entrati in esercizio a febbraio 2012, ha abbondantemente superato il target di 8 GW indicato nel piano nazionale (PAN). In generale, si legge tra le conclusioni del rapporto, c'è “una tendenza a sottovalutare il potenziale esistente, un freno a una corretta programmazione nel settore e che dunque va definitivamente superato.”

Manca poi un sistema articolato di normative chiare e certe, possibilmente adottate attraverso un processo di concertazione tra lo Stato e le Regioni, tale da ridurre i numerosi conflitti di competenza costituzionale. Si vedano le regole per le autorizzazioni che le Regioni hanno dovuto modificare ripetutamente in seguito a cambiamenti nella normativa nazionale e alla giurisprudenza intervenute in materia, talvolta a conclusione di contenziosi che hanno creato un vero e proprio stallo dell’attività amministrativa.

A tal proposito si fa un invito: le Regioni diano attuazione alle disposizioni previste dal D.lgs 28/11 che permette loro di individuare la soglia di applicazione della PAS fino a 1 MW, mentre a livello centrale si dia compimento ai numerosi provvedimenti attuativi indicati dallo stesso decreto e si approvi urgentemente il burden sharing, in modo che le Regioni vi possano adeguare le loro strategie energetiche.

C'è poi la questione reti elettriche: lo sviluppo delle rinnovabili deve essere contestuale alla realizzazione di opere sulla rete. Si sottolinea l'mportanza che le Regioni applichino il principio dell’autorizzazione unica, tale da comprendere sia l’impianto che le necessarie opere di collegamento alla rete elettrica. Infatti, in passato, il rilascio di autorizzazioni slegate dalle connessioni alla rete ha originato congestioni sulla rete con conseguenti limitazioni alla generazione da fonti rinnovabili.

Si suggerisce poi la necessità di realizzare sistemi di accumulo. Terna ha previsto nel Piano di Sviluppo della rete del 2011 l’installazione di 130 MW di batterie. Un investimento che darà benefici ambientali, di sicurezza, ed economici per i consumatori.A fronte di investimenti di 29 milioni di euro per l’installazione delle batterie, i risparmi previsti per il sistema ammontano a più del doppio, ossia a 60 milioni di euro; benefici economici che derivano soprattutto dalla riduzione della mancata produzione e dalla costituzione di una riserva di energia a costi contenuti.

credit foto: fUlv10

Allegati
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Il Meridione italiano negli ultimi anni ha visto un boom delle rinnovabili, specialmente di eolico e fotovoltaico. Si prevede che la crescita continui, ma l'energia pulita nel Mezzogiorno dovrà fare i conti con diversi problemi come una rete inadeguata, l'assenza di una coerente programmazione nazionale e locale e la solita incertezza normativa.


Sono le Regioni più attraenti per le nuove rinnnovabili come eolico e fotovoltaico. Lo mostrano chiaramente i numeri e la previsione è che la crescita continui. Ma al Sud l'energia pulita deve fare i conti con diversi problemi come la rete inadeguata, l'assenza di programmazione coerente a livello regionale e centrale e l'incertezza normativa e dei processi autorizzativi. E' il quadro che emerge dall'ultimo rapporto sulle rinnovabili nel Meridione pubblicato dalla fondazione Cercare Ancora (vedi allegato).

A fine 2010 gli impianti di produzione di energia elettrica da rinnovabili presenti nelle regioni del Mezzogiorno erano 39.090, con una potenza pari a 10.584 MW e una produzione di 19.830 GWh su un totale nazionale per le rinnovabili di 76.964 GWh. Circa un quarto dell'energia pulita italiana viene dal Sud, ma, se non si considerasse l'idroelettrico (che fornisce gran parte dell'elettricità verde italiana, oltre 51 mila GWh, ed è localizzato quasi eslusivamente al Nord) la percentuale sarebbe ben più alta.

Guardando all'eolico, ad esempio, risulta che sul totale della produzione nazionale circa il 25% viene dalla Puglia, il 22% dalla Sicilia, il 17% dalla Calabria, quasi l'11% dalla Sardegna e un altro 12% tra Campania e Basilicata: in totale il Mezzogiorno pesa dunque per circa l'88% della produzione eolica nazionale. Per quanto concerne ilfotovoltaico le stesse 6 Regioni pesano per oltre il 32% della produzione nazionale con la sola Puglia che ne fornisce oltre il 14%, mentre su biomassa e bioliquidi Puglia e Calabria da sole superano il 50% della produzione nazionale.

E se il grande idroelettrico ha margini di crescita molto limitati, eolico, fotovoltaico e le altre tecnologie promettono di non fermarsi: la previsione è che entro il 2020 la produzione di energia da fonti rinnovabili nel Meridione si moltiplichi per quattro volte rispetto ai 10 TWh del 2008: se già a fine 2010 era arrivata a generare 19,8 TWh si ipotizza, infatti, che entro fine decennio arrivi a 38,4 TWh.

Ovviamente per favorire questo sviluppo occorre superare diversi ostacoli, sottolinea il rapporto. Uno è “l’assenza di una pianificazione energetica nazionale e la presenza di una disarticolata pianificazione energetica regionale”. Quest’ultima viene definita in tempi troppo lunghi e spesso senza approfondire; manca ad esempio un monitoraggio dei risultati raggiunti rispetto ai piani regionali (PIEAR): molte Regioni, in assenza di una indicazione nazionale che dovrebbe arrivare con l’approvazione del burden sharing, hanno indicato nei PIEAR degli obiettivi in molti casi già raggiunti o superati.

La stessa cosa, d'altra parte, accade a livello nazionale: vedasi il fotovoltaico che con 12,7 GW di impianti entrati in esercizio a febbraio 2012, ha abbondantemente superato il target di 8 GW indicato nel piano nazionale (PAN). In generale, si legge tra le conclusioni del rapporto, c'è “una tendenza a sottovalutare il potenziale esistente, un freno a una corretta programmazione nel settore e che dunque va definitivamente superato.”

Manca poi un sistema articolato di normative chiare e certe, possibilmente adottate attraverso un processo di concertazione tra lo Stato e le Regioni, tale da ridurre i numerosi conflitti di competenza costituzionale. Si vedano le regole per le autorizzazioni che le Regioni hanno dovuto modificare ripetutamente in seguito a cambiamenti nella normativa nazionale e alla giurisprudenza intervenute in materia, talvolta a conclusione di contenziosi che hanno creato un vero e proprio stallo dell’attività amministrativa.

A tal proposito si fa un invito: le Regioni diano attuazione alle disposizioni previste dal D.lgs 28/11 che permette loro di individuare la soglia di applicazione della PAS fino a 1 MW, mentre a livello centrale si dia compimento ai numerosi provvedimenti attuativi indicati dallo stesso decreto e si approvi urgentemente il burden sharing, in modo che le Regioni vi possano adeguare le loro strategie energetiche.

C'è poi la questione reti elettriche: lo sviluppo delle rinnovabili deve essere contestuale alla realizzazione di opere sulla rete. Si sottolinea l'mportanza che le Regioni applichino il principio dell’autorizzazione unica, tale da comprendere sia l’impianto che le necessarie opere di collegamento alla rete elettrica. Infatti, in passato, il rilascio di autorizzazioni slegate dalle connessioni alla rete ha originato congestioni sulla rete con conseguenti limitazioni alla generazione da fonti rinnovabili.

Si suggerisce poi la necessità di realizzare sistemi di accumulo. Terna ha previsto nel Piano di Sviluppo della rete del 2011 l’installazione di 130 MW di batterie. Un investimento che darà benefici ambientali, di sicurezza, ed economici per i consumatori.A fronte di investimenti di 29 milioni di euro per l’installazione delle batterie, i risparmi previsti per il sistema ammontano a più del doppio, ossia a 60 milioni di euro; benefici economici che derivano soprattutto dalla riduzione della mancata produzione e dalla costituzione di una riserva di energia a costi contenuti.

credit foto: fUlv10

Allegati

“Terroni” invadono il Teatro dell'Angelo




Di Chiara Campanella

Roma – Il 7 febbraio 2012 si è tenuta, al Teatro dell'Angelo di Roma, la prima di un interessante spettacolo,diretto ed interpretato dall' affermato attore e regista Roberto D'Alessandro, dal titolo “Terroni”, il cui obiettivo è chiaramente quello di diffondere, quanto più possibile, il contenuto dell'omonimo libro di Pino Aprile che tratta la storia dell'unità d' Italia vista da una prospettiva totalmente differente da quella a cui siamo stati finora abituati.
Da sempre, infatti, i libri di storia raccontano la bella favola della gloriosa impresa che ha reso possibile unificare un Paese allora diviso in un regno del Nord, sotto i Savoia, e in un regno del Sud, sotto i Borbone, ma tacciono il non irrilevante dettaglio che l'Italia unita sia stata fatta anche e soprattutto con il sangue degli italiani stessi, e non certo solamente in nome dei grandi ideali di politici e pensatori che aspiravano ad un’unica, grande patria.
Nel 1861 vi furono, infatti, determinanti motivi economici che spinsero un Nord gravemente indebitato ad intraprendere una vera e propria guerra d'annessione che gli avrebbe consentito di risanare le sue casse, ma che avrebbe portato ad un Sud dall'economia allora promettente (a dispetto di quanto si creda), oltre che sfruttamento e distruzione, violenze, saccheggi e stragi piuttosto che libertà, giustizia e progresso.
L'intento comune di D'Alessandro ed Aprile è, quindi, proprio quello di demistificare tutte le false e superficiali credenze che si sono erroneamente radicate nella coscienza popolare in merito a tale questione, fornendo agli italiani un' esauriente documentazione che attesti una realtà ben diversa da quella che ci hanno propinato a scuola su un Sud Italia eroicamente liberato dai Savoia: la realtà di un paese invaso, occupato, depredato, i cui abitanti sono stati brutalmente uccisi o costretti, per sopravvivere, all'emigrazione.
Certamente, l'esigenza di render noto ciò che, fino ad oggi, è stato taciuto dalla storiografia ufficiale scaturisce dalla consapevolezza che una nazione che non riesce a fare i conti con la propria storia non potrà mai diventare una patria, e che un popolo senza memoria storica non ha futuro, ecco perché si rende necessaria una presa di coscienza su quanto di vero è accaduto 150 anni fa in Italia per sperare in un risveglio culturale ed in una riscossa politica, economica e sociale del nostro paese.
In questa prospettiva prende il via l'ironico e graffiante monologo di D'Alessandro, che racconta, senza censure, tutti quegli accadimenti che hanno caratterizzato un periodo cruciale della nostra storia: dagli eccidi compiuti durante la così detta “lotta al brigantaggio”, agli squilibri tra Nord e Sud su cui fu basata tutta l’economia del nascente Regno D’Italia, alle modalità che portarono, di fatto, l’unità d’Italia ad essere un atto di conquista scorretto e sleale da parte del Piemonte a danno del Regno delle due Sicilie.
Ed è proprio sulla creazione di un marcato dislivello tra Nord e Sud, sorto solo a seguito dell'Unità e persistito nonostante l'Unità, che viene posto continuamente l'accento, facendo insistentemente riferimento alle attuali condizioni di un mezzogiorno totalmente privo di infrastrutture, e ricordando come sia stato detto e fatto di tutto dai fratelli del Nord perché gli abitanti dell'Italia del Sud diventassero Meridionali.
Uno spettacolo, dunque, estremamente “istruttivo” e coinvolgente, incentrato su tematiche particolarmente attuali per noi che abbiamo da poco festeggiato il centocinquantesimo anniversario dell'unità d'Italia, piacevolmente accompagnato dalle stupende canzoni di Eugenio Bennato e Domenico Modugno (tra queste, particolarmente applaudite “Amara terra mia” e “Malarazza”), abilmente eseguite dai Pandemonium, storico gruppo che si è fatto conoscere nei primi anni settanta e nelle cui fila ha militato Amedeo Minghi.
A chiudere in bellezza il riuscito ed apprezzatissimo spettacolo di teatro-canzone, una magnifica esibizione live di Eugenio Bennato, che ha interpretato, oltre ad alcuni intramontabili successi del passato come “Grande Sud” , peraltro presentato alla cinquantottesima edizione del Festival di Sanremo, anche alcuni brani tratti dal suo nuovo album, regalando ai presenti in sala le consuete, indescrivibili emozioni.

Fonte:Ytalimedia

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Di Chiara Campanella

Roma – Il 7 febbraio 2012 si è tenuta, al Teatro dell'Angelo di Roma, la prima di un interessante spettacolo,diretto ed interpretato dall' affermato attore e regista Roberto D'Alessandro, dal titolo “Terroni”, il cui obiettivo è chiaramente quello di diffondere, quanto più possibile, il contenuto dell'omonimo libro di Pino Aprile che tratta la storia dell'unità d' Italia vista da una prospettiva totalmente differente da quella a cui siamo stati finora abituati.
Da sempre, infatti, i libri di storia raccontano la bella favola della gloriosa impresa che ha reso possibile unificare un Paese allora diviso in un regno del Nord, sotto i Savoia, e in un regno del Sud, sotto i Borbone, ma tacciono il non irrilevante dettaglio che l'Italia unita sia stata fatta anche e soprattutto con il sangue degli italiani stessi, e non certo solamente in nome dei grandi ideali di politici e pensatori che aspiravano ad un’unica, grande patria.
Nel 1861 vi furono, infatti, determinanti motivi economici che spinsero un Nord gravemente indebitato ad intraprendere una vera e propria guerra d'annessione che gli avrebbe consentito di risanare le sue casse, ma che avrebbe portato ad un Sud dall'economia allora promettente (a dispetto di quanto si creda), oltre che sfruttamento e distruzione, violenze, saccheggi e stragi piuttosto che libertà, giustizia e progresso.
L'intento comune di D'Alessandro ed Aprile è, quindi, proprio quello di demistificare tutte le false e superficiali credenze che si sono erroneamente radicate nella coscienza popolare in merito a tale questione, fornendo agli italiani un' esauriente documentazione che attesti una realtà ben diversa da quella che ci hanno propinato a scuola su un Sud Italia eroicamente liberato dai Savoia: la realtà di un paese invaso, occupato, depredato, i cui abitanti sono stati brutalmente uccisi o costretti, per sopravvivere, all'emigrazione.
Certamente, l'esigenza di render noto ciò che, fino ad oggi, è stato taciuto dalla storiografia ufficiale scaturisce dalla consapevolezza che una nazione che non riesce a fare i conti con la propria storia non potrà mai diventare una patria, e che un popolo senza memoria storica non ha futuro, ecco perché si rende necessaria una presa di coscienza su quanto di vero è accaduto 150 anni fa in Italia per sperare in un risveglio culturale ed in una riscossa politica, economica e sociale del nostro paese.
In questa prospettiva prende il via l'ironico e graffiante monologo di D'Alessandro, che racconta, senza censure, tutti quegli accadimenti che hanno caratterizzato un periodo cruciale della nostra storia: dagli eccidi compiuti durante la così detta “lotta al brigantaggio”, agli squilibri tra Nord e Sud su cui fu basata tutta l’economia del nascente Regno D’Italia, alle modalità che portarono, di fatto, l’unità d’Italia ad essere un atto di conquista scorretto e sleale da parte del Piemonte a danno del Regno delle due Sicilie.
Ed è proprio sulla creazione di un marcato dislivello tra Nord e Sud, sorto solo a seguito dell'Unità e persistito nonostante l'Unità, che viene posto continuamente l'accento, facendo insistentemente riferimento alle attuali condizioni di un mezzogiorno totalmente privo di infrastrutture, e ricordando come sia stato detto e fatto di tutto dai fratelli del Nord perché gli abitanti dell'Italia del Sud diventassero Meridionali.
Uno spettacolo, dunque, estremamente “istruttivo” e coinvolgente, incentrato su tematiche particolarmente attuali per noi che abbiamo da poco festeggiato il centocinquantesimo anniversario dell'unità d'Italia, piacevolmente accompagnato dalle stupende canzoni di Eugenio Bennato e Domenico Modugno (tra queste, particolarmente applaudite “Amara terra mia” e “Malarazza”), abilmente eseguite dai Pandemonium, storico gruppo che si è fatto conoscere nei primi anni settanta e nelle cui fila ha militato Amedeo Minghi.
A chiudere in bellezza il riuscito ed apprezzatissimo spettacolo di teatro-canzone, una magnifica esibizione live di Eugenio Bennato, che ha interpretato, oltre ad alcuni intramontabili successi del passato come “Grande Sud” , peraltro presentato alla cinquantottesima edizione del Festival di Sanremo, anche alcuni brani tratti dal suo nuovo album, regalando ai presenti in sala le consuete, indescrivibili emozioni.

Fonte:Ytalimedia

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