venerdì 23 dicembre 2011

L'incredibile regalo alle banche


Di Massimo Riva
Fonte: L'Espresso


Duemila miliardi di prestiti. A un tasso dell'1 per cento. Una decisione senza precedenti per volume di denaro e per condizioni di favore. Servirebbe per rilanciare l'economia. Ma non è accompagnata da nessuna misura per imporre agli istituti regole che impediscano nuovi tentativi di speculazione come quelli che hanno causato la crisi


Sede BCE a FrancoforteSede BCE a FrancoforteLa crisi del mercato creditizio deve essere molto grave. Non si spiegherebbe altrimenti la qualità e la quantità dei provvedimenti messi in campo in tutta fretta dai governi nazionali oltre che dalle autorità europee. In Italia, col decreto d'emergenza, si è deciso di concedere la garanzia dello Stato sulle obbligazioni che gli istituti emetteranno nei prossimi mesi per rimpinguare le loro casse. Una scelta pesante perché lo Stato non potrà non registrare l'onere di simili fideiussioni sul grande libro del debito pubblico.

In Europa si è fatto ancora di più. La banca centrale di Francoforte, infatti, offre fino a 2 mila miliardi di prestiti agli istituti dell'eurozona al tasso ufficiale vigente dell'uno per cento per una durata che può arrivare a 36 mesi. Il tutto accettando in garanzia vuoi titoli dei debiti sovrani (anche quelli più a rischio) vuoi obbligazioni emesse dalle banche medesime vuoi crediti adeguatamente cartolarizzati. Una decisione senza precedenti per volume di denaro e per condizioni di favore. Perciò l'unica spiegazione è che Mario Draghi e i suoi colleghi considerino la situazione davvero molto critica.

La storia, del resto, insegna che le banche - quando siano in seria difficoltà - dispongono di un oggettivo ed enorme potere di ricatto sull'intera filiera delle istituzioni politiche ed economiche. Il fallimento di un istituto di credito non secondario, infatti, ha conseguenze sistemiche pesantissime. Lo si è visto nel corso della depressione degli Anni Trenta del Novecento. Lo si è appena rivisto con il "default" di Lehman Brothers. Correre ai ripari per scongiurare il ripetersi di simili tragedie è, dunque, un imperativo categorico sia per le banche centrali sia per le autorità politiche.

Ciò non toglie che soprattutto la decisione di Francoforte costituisca un regalo davvero straordinario per i banchieri. Il conto è presto fatto: si prendono soldi all'1 per cento per tre anni dalla Bce e si comprano titoli di Stato italiani al 6 con pari scadenza da offrire in garanzia del prestito. Morale: si guadagna il 5 per cento senza correre rischio alcuno. A queste condizioni tutti saprebbero fare il banchiere, anche lo zio di Bonanni.

Si dice, però, che regalando alle banche questi profitti sicuri non si vuole soltanto evitare fallimenti a catena ma anche rimettere in moto il circuito virtuoso dei prestiti per nuovi investimenti produttivi. Questo scrupolo a favore del mondo delle imprese suona pregevole in una fase nella quale il rilancio della crescita è diventato anch'esso un imperativo categorico. Ma chi e come è in grado di asseverare che i maggiori profitti assicurati alle banche si tradurranno in finanziamenti all'economia reale?

Il recente "tsunami" finanziario è stato in larga misura provocato dalla spregiudicatezza con la quale molti banchieri hanno impiegato le loro risorse in spericolati azzardi su titoli tossici di varia natura. Autorità politiche e monetarie avevano promesso riforme epocali del sistema creditizio di cui però non s'è saputo più nulla. Il rischio che la storia delle speculazioni avventurose si ripeta rimane perciò intatto. Va ricordato che anche negli Anni Trenta governi e banche centrali corsero al soccorso degli istituti in crisi, ma ridisegnando l'architettura del mercato con nuove e più stringenti regole. Perché oggi no? La parola a Mario Draghi.

Fonte: L'Espresso

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Di Massimo Riva
Fonte: L'Espresso


Duemila miliardi di prestiti. A un tasso dell'1 per cento. Una decisione senza precedenti per volume di denaro e per condizioni di favore. Servirebbe per rilanciare l'economia. Ma non è accompagnata da nessuna misura per imporre agli istituti regole che impediscano nuovi tentativi di speculazione come quelli che hanno causato la crisi


Sede BCE a FrancoforteSede BCE a FrancoforteLa crisi del mercato creditizio deve essere molto grave. Non si spiegherebbe altrimenti la qualità e la quantità dei provvedimenti messi in campo in tutta fretta dai governi nazionali oltre che dalle autorità europee. In Italia, col decreto d'emergenza, si è deciso di concedere la garanzia dello Stato sulle obbligazioni che gli istituti emetteranno nei prossimi mesi per rimpinguare le loro casse. Una scelta pesante perché lo Stato non potrà non registrare l'onere di simili fideiussioni sul grande libro del debito pubblico.

In Europa si è fatto ancora di più. La banca centrale di Francoforte, infatti, offre fino a 2 mila miliardi di prestiti agli istituti dell'eurozona al tasso ufficiale vigente dell'uno per cento per una durata che può arrivare a 36 mesi. Il tutto accettando in garanzia vuoi titoli dei debiti sovrani (anche quelli più a rischio) vuoi obbligazioni emesse dalle banche medesime vuoi crediti adeguatamente cartolarizzati. Una decisione senza precedenti per volume di denaro e per condizioni di favore. Perciò l'unica spiegazione è che Mario Draghi e i suoi colleghi considerino la situazione davvero molto critica.

La storia, del resto, insegna che le banche - quando siano in seria difficoltà - dispongono di un oggettivo ed enorme potere di ricatto sull'intera filiera delle istituzioni politiche ed economiche. Il fallimento di un istituto di credito non secondario, infatti, ha conseguenze sistemiche pesantissime. Lo si è visto nel corso della depressione degli Anni Trenta del Novecento. Lo si è appena rivisto con il "default" di Lehman Brothers. Correre ai ripari per scongiurare il ripetersi di simili tragedie è, dunque, un imperativo categorico sia per le banche centrali sia per le autorità politiche.

Ciò non toglie che soprattutto la decisione di Francoforte costituisca un regalo davvero straordinario per i banchieri. Il conto è presto fatto: si prendono soldi all'1 per cento per tre anni dalla Bce e si comprano titoli di Stato italiani al 6 con pari scadenza da offrire in garanzia del prestito. Morale: si guadagna il 5 per cento senza correre rischio alcuno. A queste condizioni tutti saprebbero fare il banchiere, anche lo zio di Bonanni.

Si dice, però, che regalando alle banche questi profitti sicuri non si vuole soltanto evitare fallimenti a catena ma anche rimettere in moto il circuito virtuoso dei prestiti per nuovi investimenti produttivi. Questo scrupolo a favore del mondo delle imprese suona pregevole in una fase nella quale il rilancio della crescita è diventato anch'esso un imperativo categorico. Ma chi e come è in grado di asseverare che i maggiori profitti assicurati alle banche si tradurranno in finanziamenti all'economia reale?

Il recente "tsunami" finanziario è stato in larga misura provocato dalla spregiudicatezza con la quale molti banchieri hanno impiegato le loro risorse in spericolati azzardi su titoli tossici di varia natura. Autorità politiche e monetarie avevano promesso riforme epocali del sistema creditizio di cui però non s'è saputo più nulla. Il rischio che la storia delle speculazioni avventurose si ripeta rimane perciò intatto. Va ricordato che anche negli Anni Trenta governi e banche centrali corsero al soccorso degli istituti in crisi, ma ridisegnando l'architettura del mercato con nuove e più stringenti regole. Perché oggi no? La parola a Mario Draghi.

Fonte: L'Espresso

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Il re è nudo

Ricevo e posto:


Di Lucio Garofalo


Azzardo alcune riflessioni preliminari di ordine filosofico ed esistenziale, quindi politico.

Il re è nudo, si potrebbe osare. La realtà, che supera puntualmente ogni immaginazione, ispira e suggerisce un’elaborazione critica di straordinaria attualità storica.

Per decenni il sistema di potere creato dalla borghesia capitalista ha predicato nel mondo, a partire dal secondo dopoguerra, quella che si potrebbe qualificare come la religione più diffusa e vincente di ogni tempo e luogo, la fede cieca e incondizionata nel dio mercato e nel totem della finanza, il culto idiota e mondano del denaro e del successo, il feticismo della merce e del profitto, la morale utilitaristica dell’avere e dell’apparire ad ogni costo in luogo dell’essere, sacrificando e calpestando tutto e tutti.

Il corollario finale è stato l’avvento di una sottocultura di massa improntata al consumismo più esasperato, acritico ed alienante, all’edonismo ebete, individualista e conformista, quella che nell’età contemporanea è l’ideologia più ottusa e onnipotente, una mentalità autoritaria e pervasiva, più feroce e persuasiva rispetto a qualsiasi tipo di assolutismo e totalitarismo che si sia mai conosciuto nella storia millenaria dell’umanità.

Negli ultimi cinquant’anni, alle popolazioni del mondo occidentale è stato imposto uno stile di vita ultraconsumista: ci hanno bombardato il cervello per convincerci che bisognava lavorare e produrre al massimo per guadagnare e consumare il più possibile con il risultato che gli individui sono in gran parte stressati, assai insoddisfatti e infelici.

Pertanto, si potrebbe dedurre che la scelta più saggia sia quella di moderarsi in modo da lavorare il meno possibile e, di conseguenza, avvelenarsi il meno possibile, sentirsi meno stressati e puntare ad arricchirsi, non tanto sul versante strettamente materiale, quanto a livello umano, ossia affettivo e spirituale. In altri termini si può scegliere di condurre uno stile di vita più sobrio sul piano dei consumi in modo da permettersi un’esistenza più emancipata dal bisogno, ovvero più libera dallo stress e dalle tossine della vita moderna.

Certo, se un individuo non si accontenta di un cellulare, ma ne vuole due di ultima generazione, se invece di un’auto per ogni famiglia si avverte il“bisogno” di un’auto a persona, se si desidera la villa in campagna e l’appartamento al mare, insomma si inseguono ossessivamente le mode consumistiche, si moltiplicano i falsi bisogni indotti dal mercato, è inevitabile che non basta uno stipendio, è inevitabile essere assoggettati ad un“benessere” fittizio, essere succubi del bisogno e del lavoro, infelici e stressati.

Sia chiaro che tale ragionamento non inneggia alla filosofia, oggi in voga, della cosiddetta “decrescita”, né corrisponde ad una visione “pauperistica” o“francescana” del mondo, ma si limita a suggerire un’ipotesi che è tanto necessaria quanto realistica e praticabile, un’attitudine pragmatica che potrebbe rivelarsi utile per affrontare le gravi difficoltà legate all’attuale fase di austerità e di recessione dell’economia capitalista.

Bisogna rendersi conto che la decrescita è già presente oggettivamente nella realtà dei fatti, sia in Italia che altrove, nel senso che il tasso di crescita economica del nostro Paese è in costante diminuzione da quasi mezzo secolo, a partire esattamente dal “boom economico” degli anni ‘60. Occorre prendere onestamente atto che la decrescita o, meglio ancora, il sottosviluppo e la miseria, sono le conseguenze di un sistema di distribuzione iniqua, irrazionale e distorta delle ricchezze sociali, sono il risultato delle contraddizioni strutturali insite nel funzionamento del modo di produzione capitalistico.

Tornando al tema precedente, è ovvio che il discorso non vale in termini assoluti bensì relativi, per cui sono esclusi, ad esempio, coloro che versano in condizioni di estrema (o relativa) povertà o chi vive in realtà metropolitane in cui il costo della vita è altissimo e si è costretti a spendere oltre la metà dello stipendio per pagare l’affitto mensile. In questi casi temo che la filosofia “stoica” o la morale “francescana” servano a ben poco.

E’ chiaro che la condizione proletaria non va idealizzata, bisogna battersi per l’abolizione del proletariato in quanto classe, e la sobrietà intesa come stile di vita, saggezza o moderazione, non va vissuta “stoicamente” ma come necessità contingente.

Stiamo attraversando una fase in cui dobbiamo misurarci con le condizioni storicamente determinate, senza cedere alle mode consumistiche, né ad uno stile di vita francescano.

E’ altresì evidente che lo sfruttamento e la violenza di classe non possono durare a lungo senza essere accettati dagli sfruttati. A questo compito era deputata in passato la religione. Ma oggi questo strumento di convincimento è vecchio e superato, inadatto allo scopo nell’epoca dell’economia di mercato. Una nuova forma di condizionamento e debilitazione morale è intervenuta: dall’idolatria trascendente all’idolatria delle merci.

Le osservazioni esposte finora servono ad introdurre un ragionamento sul concetto di “proletariato” e sul significato (non solo simbolico) che assume oggi un vocabolo che per molti ha un sapore anacronistico e veterocomunista, di stampo addirittura ottocentesco.

E’ noto che i proletari sono coloro che possiedono esclusivamente la prole, ossia i figli. Il termine indicava in origine una classe di lavoratori il cui ruolo, nel modo di produzione capitalistico, è di prestare la forza lavoro in cambio di un salario, ma nel corso del tempo il significato si è modificato, adeguandosi alle nuove circostanze storico-sociali.

Se in passato il termine designava specificamente una classe di operai che hanno come sola ricchezza la prole, in seguito il senso letterale si è aggiornato ed è stato sostituito da un’accezione più ampia che comprende la totalità dei salariati, inclusi i lavoratori intellettuali ridotti in uno stato di precarietà e che percepiscono un salario miserabile.

E’ altresì indubbio che negli ultimi cinquant’anni il proletariato che vive nei Paesi sviluppati del mondo occidentale, si è imborghesito, in particolare sotto il profilo mentale e culturale. Nel contempo conviene ragionare sul fatto che l’attuale crisi recessiva sta producendo effetti di proletarizzazione dei ceti intermedi, un tempo agiati e benestanti, ed immiserisce in modo doloroso le classi operaie degli Stati occidentali.

Non serve rammentare che un numero crescente di famiglie italiane (ma il discorso vale a maggior ragione per Greci, Irlandesi, Portoghesi e via discorrendo) non riesce ad arrivare alla fine del mese, se non proprio alla terza settimana, quando tutto va bene.

Aggiungo una chiosa finale per chiarire che l’esperienza storica pregressa dovrebbe insegnarci che un rovesciamento radicale dell’ordine economico e sociale senza una corrispondente rivoluzione intellettuale in un senso antiautoritario, senza un processo di affrancamento culturale delle singole persone, non ha molto senso e rischia di rivelarsi fallimentare in quanto non produce un’effettiva emancipazione degli individui, come è accaduto nel caso delle rivoluzioni politiche e sociali compiute finora dal genere umano.

In sostanza, la trasformazione dell’esistenza si compie attraverso processi rivoluzionari paralleli che investono l’assetto della sociètà nel suo insieme e la formazione etica, civile, psicologica e spirituale delle persone, che altrimenti rischiano di sottostare ad una nuova forma di oppressione che non è solo politica e materiale, ma altresì culturale.


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Di Lucio Garofalo


Azzardo alcune riflessioni preliminari di ordine filosofico ed esistenziale, quindi politico.

Il re è nudo, si potrebbe osare. La realtà, che supera puntualmente ogni immaginazione, ispira e suggerisce un’elaborazione critica di straordinaria attualità storica.

Per decenni il sistema di potere creato dalla borghesia capitalista ha predicato nel mondo, a partire dal secondo dopoguerra, quella che si potrebbe qualificare come la religione più diffusa e vincente di ogni tempo e luogo, la fede cieca e incondizionata nel dio mercato e nel totem della finanza, il culto idiota e mondano del denaro e del successo, il feticismo della merce e del profitto, la morale utilitaristica dell’avere e dell’apparire ad ogni costo in luogo dell’essere, sacrificando e calpestando tutto e tutti.

Il corollario finale è stato l’avvento di una sottocultura di massa improntata al consumismo più esasperato, acritico ed alienante, all’edonismo ebete, individualista e conformista, quella che nell’età contemporanea è l’ideologia più ottusa e onnipotente, una mentalità autoritaria e pervasiva, più feroce e persuasiva rispetto a qualsiasi tipo di assolutismo e totalitarismo che si sia mai conosciuto nella storia millenaria dell’umanità.

Negli ultimi cinquant’anni, alle popolazioni del mondo occidentale è stato imposto uno stile di vita ultraconsumista: ci hanno bombardato il cervello per convincerci che bisognava lavorare e produrre al massimo per guadagnare e consumare il più possibile con il risultato che gli individui sono in gran parte stressati, assai insoddisfatti e infelici.

Pertanto, si potrebbe dedurre che la scelta più saggia sia quella di moderarsi in modo da lavorare il meno possibile e, di conseguenza, avvelenarsi il meno possibile, sentirsi meno stressati e puntare ad arricchirsi, non tanto sul versante strettamente materiale, quanto a livello umano, ossia affettivo e spirituale. In altri termini si può scegliere di condurre uno stile di vita più sobrio sul piano dei consumi in modo da permettersi un’esistenza più emancipata dal bisogno, ovvero più libera dallo stress e dalle tossine della vita moderna.

Certo, se un individuo non si accontenta di un cellulare, ma ne vuole due di ultima generazione, se invece di un’auto per ogni famiglia si avverte il“bisogno” di un’auto a persona, se si desidera la villa in campagna e l’appartamento al mare, insomma si inseguono ossessivamente le mode consumistiche, si moltiplicano i falsi bisogni indotti dal mercato, è inevitabile che non basta uno stipendio, è inevitabile essere assoggettati ad un“benessere” fittizio, essere succubi del bisogno e del lavoro, infelici e stressati.

Sia chiaro che tale ragionamento non inneggia alla filosofia, oggi in voga, della cosiddetta “decrescita”, né corrisponde ad una visione “pauperistica” o“francescana” del mondo, ma si limita a suggerire un’ipotesi che è tanto necessaria quanto realistica e praticabile, un’attitudine pragmatica che potrebbe rivelarsi utile per affrontare le gravi difficoltà legate all’attuale fase di austerità e di recessione dell’economia capitalista.

Bisogna rendersi conto che la decrescita è già presente oggettivamente nella realtà dei fatti, sia in Italia che altrove, nel senso che il tasso di crescita economica del nostro Paese è in costante diminuzione da quasi mezzo secolo, a partire esattamente dal “boom economico” degli anni ‘60. Occorre prendere onestamente atto che la decrescita o, meglio ancora, il sottosviluppo e la miseria, sono le conseguenze di un sistema di distribuzione iniqua, irrazionale e distorta delle ricchezze sociali, sono il risultato delle contraddizioni strutturali insite nel funzionamento del modo di produzione capitalistico.

Tornando al tema precedente, è ovvio che il discorso non vale in termini assoluti bensì relativi, per cui sono esclusi, ad esempio, coloro che versano in condizioni di estrema (o relativa) povertà o chi vive in realtà metropolitane in cui il costo della vita è altissimo e si è costretti a spendere oltre la metà dello stipendio per pagare l’affitto mensile. In questi casi temo che la filosofia “stoica” o la morale “francescana” servano a ben poco.

E’ chiaro che la condizione proletaria non va idealizzata, bisogna battersi per l’abolizione del proletariato in quanto classe, e la sobrietà intesa come stile di vita, saggezza o moderazione, non va vissuta “stoicamente” ma come necessità contingente.

Stiamo attraversando una fase in cui dobbiamo misurarci con le condizioni storicamente determinate, senza cedere alle mode consumistiche, né ad uno stile di vita francescano.

E’ altresì evidente che lo sfruttamento e la violenza di classe non possono durare a lungo senza essere accettati dagli sfruttati. A questo compito era deputata in passato la religione. Ma oggi questo strumento di convincimento è vecchio e superato, inadatto allo scopo nell’epoca dell’economia di mercato. Una nuova forma di condizionamento e debilitazione morale è intervenuta: dall’idolatria trascendente all’idolatria delle merci.

Le osservazioni esposte finora servono ad introdurre un ragionamento sul concetto di “proletariato” e sul significato (non solo simbolico) che assume oggi un vocabolo che per molti ha un sapore anacronistico e veterocomunista, di stampo addirittura ottocentesco.

E’ noto che i proletari sono coloro che possiedono esclusivamente la prole, ossia i figli. Il termine indicava in origine una classe di lavoratori il cui ruolo, nel modo di produzione capitalistico, è di prestare la forza lavoro in cambio di un salario, ma nel corso del tempo il significato si è modificato, adeguandosi alle nuove circostanze storico-sociali.

Se in passato il termine designava specificamente una classe di operai che hanno come sola ricchezza la prole, in seguito il senso letterale si è aggiornato ed è stato sostituito da un’accezione più ampia che comprende la totalità dei salariati, inclusi i lavoratori intellettuali ridotti in uno stato di precarietà e che percepiscono un salario miserabile.

E’ altresì indubbio che negli ultimi cinquant’anni il proletariato che vive nei Paesi sviluppati del mondo occidentale, si è imborghesito, in particolare sotto il profilo mentale e culturale. Nel contempo conviene ragionare sul fatto che l’attuale crisi recessiva sta producendo effetti di proletarizzazione dei ceti intermedi, un tempo agiati e benestanti, ed immiserisce in modo doloroso le classi operaie degli Stati occidentali.

Non serve rammentare che un numero crescente di famiglie italiane (ma il discorso vale a maggior ragione per Greci, Irlandesi, Portoghesi e via discorrendo) non riesce ad arrivare alla fine del mese, se non proprio alla terza settimana, quando tutto va bene.

Aggiungo una chiosa finale per chiarire che l’esperienza storica pregressa dovrebbe insegnarci che un rovesciamento radicale dell’ordine economico e sociale senza una corrispondente rivoluzione intellettuale in un senso antiautoritario, senza un processo di affrancamento culturale delle singole persone, non ha molto senso e rischia di rivelarsi fallimentare in quanto non produce un’effettiva emancipazione degli individui, come è accaduto nel caso delle rivoluzioni politiche e sociali compiute finora dal genere umano.

In sostanza, la trasformazione dell’esistenza si compie attraverso processi rivoluzionari paralleli che investono l’assetto della sociètà nel suo insieme e la formazione etica, civile, psicologica e spirituale delle persone, che altrimenti rischiano di sottostare ad una nuova forma di oppressione che non è solo politica e materiale, ma altresì culturale.


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LA VOCE DEL PARTITO DEL SUD SU "TERRA"- ARTICOLO DI BRUNO PAPPALARDO : TUTTA COLPA DEL MERIDIONE?"

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Fonte: Terra del 23 Dicembre 2011 pag. 6

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Fonte: Terra del 23 Dicembre 2011 pag. 6

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giovedì 22 dicembre 2011

Rapporto ISTAT sulle nuove tecnologie e divario Nord-Sud....riflessioni meridionaliste

Secondo l'ultimo rapporto ISTAT "Cittadini e nuove tecnologie", cresce molto lentamente la diffusione e penetrazione ICT nelle famiglie italiane.
Il Rapporto ISTAT evidenzia che, anche se leggermente in crescita rispetto all'anno precedente, per la diffusione di PC, Internet e banda larga in Italia siamo ancora in ritardo rispetto alla media europea con:
Solo il 58,8% di famiglie con il PC, quelle con l'accesso a Internet il 54,5% ed infine quella con una connessione a banda larga il 45,8%
Siamo al 22° posto in Europa con la Lituania, non solo dietro ai paesi europei tradizionalmente forti tecnologicamente come i paesi scandinavi, Regno Unito, Germania, Francia...ma anche dietro Slovenia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Estonia, Ungheria...precediamo solo Portogallo, Cipro, Grecia, Romania e Bulgaria...un quadro davvero sconfortante per un paese che continua a pensare di essere una delle prime economie al mondo e che parla (spesso a vanvera...) di tessuto industriale solido.
Oltre alle fosche previsioni economiche per il 2012, dai dati dell'alfabetizzazione informatica delle famiglie c'e' da dubitare che avremo un futuro radioso e che siamo un paese ancora tra quelli avanzati.





Per quanto riguarda il divario Nord-Sud:


Le famiglie del Centro-nord che dispongono di un accesso a Internet sono oltre il 56%, mentre circa il 49% dispone di una connessione a banda larga, a fronte di valori pari, rispettivamente, al 48,6% e al 37,5% nel Sud.


Insomma il divario c'è, ma è molto meno netto rispetto alle differenze di reddito tra le due parti del paese o ad altri gap nelle infrastrutture, quest'ultimi vere e proprie discriminazioni del Sud di cui siamo tutti a conoscenza, se non in termini statistici per esperienza diretta sulla Salerno-Reggio Calabria o come ad esempio sulla rete autostradale considerando i km per 10.000 abitanti o sulla rete ferroviaria considerando i metri di ferrovia per abitante e soprattutto i metri di ferrovia a trazione elettrica per abitante col Sud indietro di una quindicina di punti in percentuale.


Insomma non e' il Sud ad essere arretrato, come nella comune litania dei media, ma è tutto il paese nel suo complesso ad essere tecnologicamente arretrato ed il Sud, considerando il minor reddito pro capite, è meno arretrato di quello che ci si potrebbe aspettare.


La mia opinione è che quella tecnologica è la dimensione sulla quale il Sud dovrebbe investire di più, perfino di più di quella delle infrastrutture tradizionali come strade, ferrovie ed aeroporti dove pur qualcosa si deve fare per riequilibrare il divario e per rendere "normale" una situazione che è scandalosamente anormale....magari abbandonando i progetti faraonici come il ponte sullo stretto, spendendo una parte di quei soldi per incentivare la banda larga e la diffusione di PC collegati ad Internet nelle regioni meridionali, o con incentivi fiscali alle aziende come Google per investimenti al Sud dove non mancano i cervelli e dove potrebbero nascere le prossime aziende della new economy che, al contrario dell'industria tradizionale, non hanno bisogno di collegamenti ferroviari o autostradali comodi e veloci ma di autostrade informatiche, cervelli ed investitori.
Forse è più facile pensare a far nascere o a sviluppare piccole Silicon Valley a Catania, Napoli, Bari...piuttosto che pensare alla sola difesa della fabbrica tradizionale o il miraggio di poter vivere di solo turismo, meglio puntare su Google e Facebook per il futuro piuttosto che su FIAT o ILVA, con tutto il rispetto per i lavoratori dell'industria tradizionale e con chi crede, o meglio per me si illude, che possiamo ancora avere un futuro da paese manifattturiero che io vedo onestamente molto limitato a nicchie artigianali di qualità.


Enzo Riccio
Segr.Org. Nazionale
Partito del Sud

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Secondo l'ultimo rapporto ISTAT "Cittadini e nuove tecnologie", cresce molto lentamente la diffusione e penetrazione ICT nelle famiglie italiane.
Il Rapporto ISTAT evidenzia che, anche se leggermente in crescita rispetto all'anno precedente, per la diffusione di PC, Internet e banda larga in Italia siamo ancora in ritardo rispetto alla media europea con:
Solo il 58,8% di famiglie con il PC, quelle con l'accesso a Internet il 54,5% ed infine quella con una connessione a banda larga il 45,8%
Siamo al 22° posto in Europa con la Lituania, non solo dietro ai paesi europei tradizionalmente forti tecnologicamente come i paesi scandinavi, Regno Unito, Germania, Francia...ma anche dietro Slovenia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Estonia, Ungheria...precediamo solo Portogallo, Cipro, Grecia, Romania e Bulgaria...un quadro davvero sconfortante per un paese che continua a pensare di essere una delle prime economie al mondo e che parla (spesso a vanvera...) di tessuto industriale solido.
Oltre alle fosche previsioni economiche per il 2012, dai dati dell'alfabetizzazione informatica delle famiglie c'e' da dubitare che avremo un futuro radioso e che siamo un paese ancora tra quelli avanzati.





Per quanto riguarda il divario Nord-Sud:


Le famiglie del Centro-nord che dispongono di un accesso a Internet sono oltre il 56%, mentre circa il 49% dispone di una connessione a banda larga, a fronte di valori pari, rispettivamente, al 48,6% e al 37,5% nel Sud.


Insomma il divario c'è, ma è molto meno netto rispetto alle differenze di reddito tra le due parti del paese o ad altri gap nelle infrastrutture, quest'ultimi vere e proprie discriminazioni del Sud di cui siamo tutti a conoscenza, se non in termini statistici per esperienza diretta sulla Salerno-Reggio Calabria o come ad esempio sulla rete autostradale considerando i km per 10.000 abitanti o sulla rete ferroviaria considerando i metri di ferrovia per abitante e soprattutto i metri di ferrovia a trazione elettrica per abitante col Sud indietro di una quindicina di punti in percentuale.


Insomma non e' il Sud ad essere arretrato, come nella comune litania dei media, ma è tutto il paese nel suo complesso ad essere tecnologicamente arretrato ed il Sud, considerando il minor reddito pro capite, è meno arretrato di quello che ci si potrebbe aspettare.


La mia opinione è che quella tecnologica è la dimensione sulla quale il Sud dovrebbe investire di più, perfino di più di quella delle infrastrutture tradizionali come strade, ferrovie ed aeroporti dove pur qualcosa si deve fare per riequilibrare il divario e per rendere "normale" una situazione che è scandalosamente anormale....magari abbandonando i progetti faraonici come il ponte sullo stretto, spendendo una parte di quei soldi per incentivare la banda larga e la diffusione di PC collegati ad Internet nelle regioni meridionali, o con incentivi fiscali alle aziende come Google per investimenti al Sud dove non mancano i cervelli e dove potrebbero nascere le prossime aziende della new economy che, al contrario dell'industria tradizionale, non hanno bisogno di collegamenti ferroviari o autostradali comodi e veloci ma di autostrade informatiche, cervelli ed investitori.
Forse è più facile pensare a far nascere o a sviluppare piccole Silicon Valley a Catania, Napoli, Bari...piuttosto che pensare alla sola difesa della fabbrica tradizionale o il miraggio di poter vivere di solo turismo, meglio puntare su Google e Facebook per il futuro piuttosto che su FIAT o ILVA, con tutto il rispetto per i lavoratori dell'industria tradizionale e con chi crede, o meglio per me si illude, che possiamo ancora avere un futuro da paese manifattturiero che io vedo onestamente molto limitato a nicchie artigianali di qualità.


Enzo Riccio
Segr.Org. Nazionale
Partito del Sud

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Nicola Cosentino, la vita e il potere del Casalese cuore pulsante del berlusconismo in Campania



Un libro racconta la storia di Nicola Cosentino, il politico di Casal di Principe che in una decina di anni è riuscito a consolidare un impero economico in Campania e trasformare il volto istituzionale dell'intera Regione, disseminando uomini del Popolo della Libertà in tutti i gangli vitali dello Stato. Oggi, per l'ex-sottosegretario all'Economia è stato nuovamente richiesto l'arresto nell'ambito delle indagini sul clan dei Casalesi. Ma come è cominciata l'epopea di Nick o 'mericano?

Fonte: Fanpage

Il Casalese, Nicola CosentinoNicola Cosentino è l’uomo nelle cui mani è stato saldo il destino della Campania e dell’Italia negli ultimi vent’anni. Deputato, coordinatore regionale del Pdl, sottosegretario all’Economia e potentissimo uomo d’affari. Gli uomini di Cosentino sono in tutti i nodi centrali della politica campana, ma la sua parabola sembra destinata a calare dopo che i giudici del Tribunale di Napoli hanno richiesto per seconda volta il suo arresto nell’ambito delle indagini sui rapporti tra la Camorra dei Casalesi e la politica nazionale: traffico di rifiuti, dossieraggio e associazione a delinquere, queste le ombre che si stagliano sulla figura di questo potente parlamentare che nasce a Casal di Principe nel 1959. Un libro scritto da nove giornalisti campani racconta la sua vita: Il Casalese, ascesa e tramonto di un leader politico di Terra di Lavoro.

L’ascesa politica di Nicola Cosentino

Cosentino comincia subito dopo l’università a far politica, dimostrandosi molto scaltro fin dall’inizio: basti pensare che nel 1990 riusce a farsi eleggere nel Consiglio provinciale di Caserta al posto di Salvatore Lauro, esponente di spicco del Psdi. Nel 1995, nel post-bufera scatenato da Tangentopoli, passa a Forza Itala – il nuovo partito fondato dall’imprenditore milanese Silvio Berlusconi – e riesce a farsi eleggere nel Consiglio regionale della Campania con 13 mila preferenze, per poi diventare l’anno dopo deputato della Repubblica e coordinatore provinciale del partito.

Nel 2005, il centro-destra in Campania è sconvolto da una serie di sconfitte elettorali che fanno perdere a Forza Italia la maggior parte dei Comuni, fino a culminare nella riconferma di Antonio Bassolino come governatore della Regione. In questa condizione di grande difficoltà, Nicola Cosentino prende in mano le redini e diventa coordinatore regionale di Forza Italia, sopperendo così alla mancanza di un leader forte capace di traghettare il centro-destra verso la vittoria. Assieme a Luigi Cesaro, dà il via a una stagione di epurazioni che faranno tabula rasa della vecchia leadership. Già alle elezioni del 2006, nonostante il partito di Silvio Berlusconi perda per poche migliaia di voti contro l’Unione di Romano Prodi, in Campania si riconferma primo con il 27% delle preferenze.

Le sorti delle elezioni nazionali del 2006 passano per la Provincia di Caserta, da cui nella notte degli scrutini viene misteriosamente sospeso l’invio dei dati elettorali al Viminale. Per tre ore, l’esito delle consultazioni rimane incerto, appeso ai ritardatari dati dati della Campania. Sarà necessario l’intervento di una nutrita delegazione dei DS per attivare il prefetto Stasi e far ripartire lo scrutinio.

Con il culmine dell’emergenza rifiuti in Campania e la polverizzazione del centro-sinistra negli anni del Governo Prodi, la coalizione del centro-destra riesce a recuperare le poltrone di importanti comuni in tutte le Province alle elezioni del 2008, che sanciranno la ri-elezione di Silvio Berlusconi a livello nazionale.

La rete di potere nazionale di Cosentino

Il potere di Nicola Cosentino è così grande da permettergli di garantire a Marco Milanese, braccio destro dell’ex-ministro Giulio Tremonti per cui il Parlamento ha rifiutato una richiesta di custodia cautelare, un posto blindato per la ri-elezione nelle liste del Pdl. Proprio grazie a tali relazioni, Nicola Cosentino viene nominato sottosegretario all’Economia con delega importantissima al Cipe Alle elezioni provinciali, Nicola Cosentino riesce a far eleggere un suo fedelissimo: Luigi Cesaro, che in una sentenza del Tribunale di Napoli del 1985 è accusato di aver frequentato e finanziato il gruppo criminale legato a Raffaele Cutolo, il “professore vesuviano”, ovvero la Nuova Camorra Organizzata.

Il nome di Nicola Cosentino balza alle cronache nazionali proprio nel 2008, quando il settimanale L’espresso gli dedica una copertina intera con il titolo “La camorra nel governo”. L’inchiesta di Marco Lillo ricostruisce gli atti di accusa dei giudici napoletani che indagano sul clan dei Casalesi nei confronti dell’allora sottosegretario all’Economia. Si comincia così a far chiarezza sulla rete di potere del parlamentare casalese: uomini di fiducia piazzati in tutti i gangli istituzionali della Campania, nelle prefetture e nel mondo dell’imprenditoria.


Le papi-girls alla corte di Nicola Cosentino

Quando nel 2009 il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, viene beccato alla festa di compleanno di una diciottenne napoletana, Noemi Letizia, si solleva il velo su uno scandalo sessuale di proporzioni inimmaginabili ma che fin da subito portò l’allora seconda moglie del premier, Veronica Lario, a dichiarare in un’intervista su Repubblica che le nomine per le elezioni europee erano “ciarpame senza pudore” parlando esplicitamente anche di “vestali offerte al drago”. Comincia così lo scandalo delle “papi girls”, sfociato nel “ruby-gate” e nei festini delle ragazze dell’Olgettina. Già dopo le elezioni provinciali napoletane, Nicola Cosentino ebbe un ruolo centrale nella vicenda: Francesca Pascale, ex-valletta del programma campano “Tele-Cafone” e promotrice del comitato “Silvio ci manchi”, viene eletta come consigliere della Provincia guidata da Luigi Cesaro. Suscita maggiore attenzione la nomina diretta, dopo il flop elettorale, della meteorina Giovanna Del Giudice, come assessore alle Pari Opportunità sempre alla Provincia di Napoli. Sono vicinissime al parlamentare di Casal di Principe anche le gemelle De Vivo, protagoniste delle serate del Bunga Bunga di Arcore che hanno portato l’ex-presidente Berlusconi al Tribunale di Milano con l’accusa di prostituzione minorile.

Il potere economico della famiglia Cosentino

Nick o ‘mericano è figlio di immigrati di ritorno e la sua famiglia è una dinasty imprenditoriale con interessi in tutta la Campania. L’Aversana Petroli è l’azienda capofila della holding familiare, diventata ben presto la fornitrice in regime di monopolio di carburante per il CapCe, Consorzio Agrario provinciale di Caserta. Unica azienda che, nella faida interna al clan dei Casalesi, non subisce mai una sola estorsione, né un attentato. Alcuni parenti di Nicola Cosentino sono imparentati con le famiglie della camorra casertana, dai Russo agli Schiavone. Scrive Massimiliano Amato nel libro “Il Casalese” che anche la centrale elettrica di Sparanise è una “creatura” della famiglia Cosentino, un progetto in cui si sommano gli interessi del centro-destra campano a quelli del centrosinistra, che con la Giunta Regionale guidata dall’allora governatore Antonio Bassolino influirà molto nelle scelte sulla sua costruzione. Vicenda che vede Cosentino protagonista, prima come avversario del progetto – che cerca di ostacolare con interrogazioni parlamentari con oggetto l’inquinamento dei suoli su cui deve essere costruito l’impianto – e poi come attivo fautore; i terreni non vengono mai bonificati, eppure la centrale viene progettata.

L’ombra della Camorra sul Governo

La richiesta di autorizzazione di arresto per Nicola Cosentino è un faldone di 370 pagine presentato dai pm di Napoli, Narducci e Milita, alla Giunta delle autorizzazioni della Camera nel febbraio 2009. Il pentito boss di Camorra, Dario De Simone, ha rivelato ai pm che in occasione di diverse tornate elettorale in Campania, il Clan dei Casalesi avrebbe dato ordine di votare per Cosentino e per Forza Italia, perché una loro affermazione avrebbe indebolito l’azione dei “giudici di sinistra” come Greco e Cafiero. La Procura Antimafia di Napoli, in seguito alle dichiarazioni dell’imprenditore Gaetano Vassallo, finito in carcere per smaltimento illecito di rifiuti tossici, comincia a far chiarezza sulla tragedia ambientale che ha reso in trent’anni infertile i terreni della Campania. Vassallo espressamente dichiara che Nicola Cosentino sarebbe il referente politico del clan dei Casalesi. Nel marzo 2010, il segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero – candidato presidente alla Ragione Campania – presenta un dossier sul voto di scambio in cui si parla molto di Nicola Cosentino e dell’utilizzo trasversale dell’Impregeco – il consorzio di bacino per la gestione rifiuti che riuniva il Ce4, Na1 e Na3 – come mezzo per raccogliere consenso elettorale. Le indagini sul consorzio Eco4 e sugli imprenditori Orsi, che porteranno all’omicidio di Michele Orsi davanti al Roxy Bar di Casal di Principe, coinvolgono in pieno anche il sottosegretario all’Economia.

Il declino del Casalese tra faide interne e dossier diffamatori

Il parlamentare di Casal di Principe, però, non si ferma e lancia la sua opa sulle elezioni regionali del 2010 forte del risultato elettorale di due anni prima, in cui aveva portato il Pdl in Campania dall’11% dei voti al 27%. Sulla sua nomina come candidato da opporre a Vincenzo De Luca del Partito Democratico, però, si fa levata di scudi interna al partito di Silvio Berlusconi. Comincia così una buia stagione di dossier clandestini che sfoceranno nelle inchieste sulle nuove logge di potere definite “P3 e P4”. A sbarrargli la strada verso Santa Lucia è l’asse creatosi tra il ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna, il deputato Italo Bocchino (ex-candidato del centrodestra alla Regione Campania) e l’ex-socialista Stefano Caldoro. Su tutti e tre i protagonisti comincerà un’attività di dossieraggio attualmente oggetto di inchieste: Stefano Caldoro viene accusao di essere omosessuale attraverso un sito-web anonimo, mentre foto di un presunto flirt tra il ministro Carfagna e Bocchino mettono in crisi la vita matrimoniale di quest’ultimo, mentre si comincia a insinuare di sue frequentazioni con una famosa transessuale meridionale. Roberto Saviano conierà un termine per indicare questi scandali incrociati: “macchina del fango”. Alla fine, Stefano Caldoro viene scelto come candidato del centro-destra e vince le elezioni dopo una dura campagna elettorale che segna l’inizio del declino del potere di Cosentino.

Le elezioni comunali di Napoli

L’ultimo atto che attesta la sconfitta sul piano politico della figura di Nicola Cosentino si consuma durante le elezioni comunali di Napoli del 2011. Il candidato del centro-destra, Gianni Lettieri, benché portato proprio dall’ex-sottosegretario (che dà le dimissioni dall’incarico per le pressioni interne al partito dopo le elezioni regionali) al cospetto di Silvio Berlusconi, deve difendersi per tutta la campagna elettorale dall’ombra della camorra sollevata dai suoi avversari, il prefetto Mario Morcone candidato del Pd e l’ex-pm Luigi de Magistris, candidato con la lista Napoli è tua.

Una sentenza della Corte di Cassazione bolla Nicola Cosentino come elemento “socialmente pericoloso” e questo marchio sarà usato, soprattutto al secondo turno nel ballottaggio tra Gianni Lettieri e Luigi de Magistris, dall’ex-pm come arma invincibile per zittire l’avversario a ogni confronto pubblico. Lettieri deve difendersi più dalle accuse mosse a Nicola Cosentino che sui piani e progetti per Napoli. La città piomba improvvisamente in un clima da anni Settanta, le strade si riempiono per l’ennesima volta di rifiuti, militanti di sinistra e esponenti di CasaPound – che annoverano un candidato proprio nelle liste di Lettieri alla Quarta Municipalità – si scontrano in diversi agguati a suon di coltello. Lo scontro è titanico, ma alla fine il centrodestra esce mortificato dal ballottaggio e De Magistris diventa nuovo sindaco di Napoli.

Il partito degli onesti

I fatti si susseguono incalzanti, il nuovo segretario del Pdl Angelino Alfano lancia un’epurazione interna con il suo “partito degli onesti”. Intanto, arriva una nuova richiesta di arresto per Nicola Cosentino, stavolta Silvio Berlusconi non è più presidente del Consiglio, la Lega nord è all’opposizione e il gota del clan dei Casalesi è stato decimato dopo l’arresto di Michele Zagaria all’indomani della maxi-retata che ha portato nuovamente sotto accusa il coordinatore regionale del Popolo della Libertà. Pochi giorni fa, dalle colonne del Mattino si è letto di affermazioni inquietanti di un pentito di camorra: i Casalesi avevano in progetto di uccidere il pm Milita, firmatario della prima richiesta di arresto per Nicola Cosentino, mentre gregari del sanguinario sicario Giuseppe Setola giravano per il quartiere Vomero armati di Kalashnikov con l’ordine di sparare a vista qualsiasi pm della Dda di Napoli. Il destino dell’uomo di Casal di Principe si deciderà dopo le feste di Natale, quando la Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dovrà concedere o negare il voto in aula sulla sua seconda richiesta di arresto. Questa volta, l’esito è incerto e la Campania torna a contorcersi nell’inquietudine di vedere le strade nuovamente lastricate di sangue.



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Un libro racconta la storia di Nicola Cosentino, il politico di Casal di Principe che in una decina di anni è riuscito a consolidare un impero economico in Campania e trasformare il volto istituzionale dell'intera Regione, disseminando uomini del Popolo della Libertà in tutti i gangli vitali dello Stato. Oggi, per l'ex-sottosegretario all'Economia è stato nuovamente richiesto l'arresto nell'ambito delle indagini sul clan dei Casalesi. Ma come è cominciata l'epopea di Nick o 'mericano?

Fonte: Fanpage

Il Casalese, Nicola CosentinoNicola Cosentino è l’uomo nelle cui mani è stato saldo il destino della Campania e dell’Italia negli ultimi vent’anni. Deputato, coordinatore regionale del Pdl, sottosegretario all’Economia e potentissimo uomo d’affari. Gli uomini di Cosentino sono in tutti i nodi centrali della politica campana, ma la sua parabola sembra destinata a calare dopo che i giudici del Tribunale di Napoli hanno richiesto per seconda volta il suo arresto nell’ambito delle indagini sui rapporti tra la Camorra dei Casalesi e la politica nazionale: traffico di rifiuti, dossieraggio e associazione a delinquere, queste le ombre che si stagliano sulla figura di questo potente parlamentare che nasce a Casal di Principe nel 1959. Un libro scritto da nove giornalisti campani racconta la sua vita: Il Casalese, ascesa e tramonto di un leader politico di Terra di Lavoro.

L’ascesa politica di Nicola Cosentino

Cosentino comincia subito dopo l’università a far politica, dimostrandosi molto scaltro fin dall’inizio: basti pensare che nel 1990 riusce a farsi eleggere nel Consiglio provinciale di Caserta al posto di Salvatore Lauro, esponente di spicco del Psdi. Nel 1995, nel post-bufera scatenato da Tangentopoli, passa a Forza Itala – il nuovo partito fondato dall’imprenditore milanese Silvio Berlusconi – e riesce a farsi eleggere nel Consiglio regionale della Campania con 13 mila preferenze, per poi diventare l’anno dopo deputato della Repubblica e coordinatore provinciale del partito.

Nel 2005, il centro-destra in Campania è sconvolto da una serie di sconfitte elettorali che fanno perdere a Forza Italia la maggior parte dei Comuni, fino a culminare nella riconferma di Antonio Bassolino come governatore della Regione. In questa condizione di grande difficoltà, Nicola Cosentino prende in mano le redini e diventa coordinatore regionale di Forza Italia, sopperendo così alla mancanza di un leader forte capace di traghettare il centro-destra verso la vittoria. Assieme a Luigi Cesaro, dà il via a una stagione di epurazioni che faranno tabula rasa della vecchia leadership. Già alle elezioni del 2006, nonostante il partito di Silvio Berlusconi perda per poche migliaia di voti contro l’Unione di Romano Prodi, in Campania si riconferma primo con il 27% delle preferenze.

Le sorti delle elezioni nazionali del 2006 passano per la Provincia di Caserta, da cui nella notte degli scrutini viene misteriosamente sospeso l’invio dei dati elettorali al Viminale. Per tre ore, l’esito delle consultazioni rimane incerto, appeso ai ritardatari dati dati della Campania. Sarà necessario l’intervento di una nutrita delegazione dei DS per attivare il prefetto Stasi e far ripartire lo scrutinio.

Con il culmine dell’emergenza rifiuti in Campania e la polverizzazione del centro-sinistra negli anni del Governo Prodi, la coalizione del centro-destra riesce a recuperare le poltrone di importanti comuni in tutte le Province alle elezioni del 2008, che sanciranno la ri-elezione di Silvio Berlusconi a livello nazionale.

La rete di potere nazionale di Cosentino

Il potere di Nicola Cosentino è così grande da permettergli di garantire a Marco Milanese, braccio destro dell’ex-ministro Giulio Tremonti per cui il Parlamento ha rifiutato una richiesta di custodia cautelare, un posto blindato per la ri-elezione nelle liste del Pdl. Proprio grazie a tali relazioni, Nicola Cosentino viene nominato sottosegretario all’Economia con delega importantissima al Cipe Alle elezioni provinciali, Nicola Cosentino riesce a far eleggere un suo fedelissimo: Luigi Cesaro, che in una sentenza del Tribunale di Napoli del 1985 è accusato di aver frequentato e finanziato il gruppo criminale legato a Raffaele Cutolo, il “professore vesuviano”, ovvero la Nuova Camorra Organizzata.

Il nome di Nicola Cosentino balza alle cronache nazionali proprio nel 2008, quando il settimanale L’espresso gli dedica una copertina intera con il titolo “La camorra nel governo”. L’inchiesta di Marco Lillo ricostruisce gli atti di accusa dei giudici napoletani che indagano sul clan dei Casalesi nei confronti dell’allora sottosegretario all’Economia. Si comincia così a far chiarezza sulla rete di potere del parlamentare casalese: uomini di fiducia piazzati in tutti i gangli istituzionali della Campania, nelle prefetture e nel mondo dell’imprenditoria.


Le papi-girls alla corte di Nicola Cosentino

Quando nel 2009 il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, viene beccato alla festa di compleanno di una diciottenne napoletana, Noemi Letizia, si solleva il velo su uno scandalo sessuale di proporzioni inimmaginabili ma che fin da subito portò l’allora seconda moglie del premier, Veronica Lario, a dichiarare in un’intervista su Repubblica che le nomine per le elezioni europee erano “ciarpame senza pudore” parlando esplicitamente anche di “vestali offerte al drago”. Comincia così lo scandalo delle “papi girls”, sfociato nel “ruby-gate” e nei festini delle ragazze dell’Olgettina. Già dopo le elezioni provinciali napoletane, Nicola Cosentino ebbe un ruolo centrale nella vicenda: Francesca Pascale, ex-valletta del programma campano “Tele-Cafone” e promotrice del comitato “Silvio ci manchi”, viene eletta come consigliere della Provincia guidata da Luigi Cesaro. Suscita maggiore attenzione la nomina diretta, dopo il flop elettorale, della meteorina Giovanna Del Giudice, come assessore alle Pari Opportunità sempre alla Provincia di Napoli. Sono vicinissime al parlamentare di Casal di Principe anche le gemelle De Vivo, protagoniste delle serate del Bunga Bunga di Arcore che hanno portato l’ex-presidente Berlusconi al Tribunale di Milano con l’accusa di prostituzione minorile.

Il potere economico della famiglia Cosentino

Nick o ‘mericano è figlio di immigrati di ritorno e la sua famiglia è una dinasty imprenditoriale con interessi in tutta la Campania. L’Aversana Petroli è l’azienda capofila della holding familiare, diventata ben presto la fornitrice in regime di monopolio di carburante per il CapCe, Consorzio Agrario provinciale di Caserta. Unica azienda che, nella faida interna al clan dei Casalesi, non subisce mai una sola estorsione, né un attentato. Alcuni parenti di Nicola Cosentino sono imparentati con le famiglie della camorra casertana, dai Russo agli Schiavone. Scrive Massimiliano Amato nel libro “Il Casalese” che anche la centrale elettrica di Sparanise è una “creatura” della famiglia Cosentino, un progetto in cui si sommano gli interessi del centro-destra campano a quelli del centrosinistra, che con la Giunta Regionale guidata dall’allora governatore Antonio Bassolino influirà molto nelle scelte sulla sua costruzione. Vicenda che vede Cosentino protagonista, prima come avversario del progetto – che cerca di ostacolare con interrogazioni parlamentari con oggetto l’inquinamento dei suoli su cui deve essere costruito l’impianto – e poi come attivo fautore; i terreni non vengono mai bonificati, eppure la centrale viene progettata.

L’ombra della Camorra sul Governo

La richiesta di autorizzazione di arresto per Nicola Cosentino è un faldone di 370 pagine presentato dai pm di Napoli, Narducci e Milita, alla Giunta delle autorizzazioni della Camera nel febbraio 2009. Il pentito boss di Camorra, Dario De Simone, ha rivelato ai pm che in occasione di diverse tornate elettorale in Campania, il Clan dei Casalesi avrebbe dato ordine di votare per Cosentino e per Forza Italia, perché una loro affermazione avrebbe indebolito l’azione dei “giudici di sinistra” come Greco e Cafiero. La Procura Antimafia di Napoli, in seguito alle dichiarazioni dell’imprenditore Gaetano Vassallo, finito in carcere per smaltimento illecito di rifiuti tossici, comincia a far chiarezza sulla tragedia ambientale che ha reso in trent’anni infertile i terreni della Campania. Vassallo espressamente dichiara che Nicola Cosentino sarebbe il referente politico del clan dei Casalesi. Nel marzo 2010, il segretario di Rifondazione Comunista, Paolo Ferrero – candidato presidente alla Ragione Campania – presenta un dossier sul voto di scambio in cui si parla molto di Nicola Cosentino e dell’utilizzo trasversale dell’Impregeco – il consorzio di bacino per la gestione rifiuti che riuniva il Ce4, Na1 e Na3 – come mezzo per raccogliere consenso elettorale. Le indagini sul consorzio Eco4 e sugli imprenditori Orsi, che porteranno all’omicidio di Michele Orsi davanti al Roxy Bar di Casal di Principe, coinvolgono in pieno anche il sottosegretario all’Economia.

Il declino del Casalese tra faide interne e dossier diffamatori

Il parlamentare di Casal di Principe, però, non si ferma e lancia la sua opa sulle elezioni regionali del 2010 forte del risultato elettorale di due anni prima, in cui aveva portato il Pdl in Campania dall’11% dei voti al 27%. Sulla sua nomina come candidato da opporre a Vincenzo De Luca del Partito Democratico, però, si fa levata di scudi interna al partito di Silvio Berlusconi. Comincia così una buia stagione di dossier clandestini che sfoceranno nelle inchieste sulle nuove logge di potere definite “P3 e P4”. A sbarrargli la strada verso Santa Lucia è l’asse creatosi tra il ministro per le Pari Opportunità, Mara Carfagna, il deputato Italo Bocchino (ex-candidato del centrodestra alla Regione Campania) e l’ex-socialista Stefano Caldoro. Su tutti e tre i protagonisti comincerà un’attività di dossieraggio attualmente oggetto di inchieste: Stefano Caldoro viene accusao di essere omosessuale attraverso un sito-web anonimo, mentre foto di un presunto flirt tra il ministro Carfagna e Bocchino mettono in crisi la vita matrimoniale di quest’ultimo, mentre si comincia a insinuare di sue frequentazioni con una famosa transessuale meridionale. Roberto Saviano conierà un termine per indicare questi scandali incrociati: “macchina del fango”. Alla fine, Stefano Caldoro viene scelto come candidato del centro-destra e vince le elezioni dopo una dura campagna elettorale che segna l’inizio del declino del potere di Cosentino.

Le elezioni comunali di Napoli

L’ultimo atto che attesta la sconfitta sul piano politico della figura di Nicola Cosentino si consuma durante le elezioni comunali di Napoli del 2011. Il candidato del centro-destra, Gianni Lettieri, benché portato proprio dall’ex-sottosegretario (che dà le dimissioni dall’incarico per le pressioni interne al partito dopo le elezioni regionali) al cospetto di Silvio Berlusconi, deve difendersi per tutta la campagna elettorale dall’ombra della camorra sollevata dai suoi avversari, il prefetto Mario Morcone candidato del Pd e l’ex-pm Luigi de Magistris, candidato con la lista Napoli è tua.

Una sentenza della Corte di Cassazione bolla Nicola Cosentino come elemento “socialmente pericoloso” e questo marchio sarà usato, soprattutto al secondo turno nel ballottaggio tra Gianni Lettieri e Luigi de Magistris, dall’ex-pm come arma invincibile per zittire l’avversario a ogni confronto pubblico. Lettieri deve difendersi più dalle accuse mosse a Nicola Cosentino che sui piani e progetti per Napoli. La città piomba improvvisamente in un clima da anni Settanta, le strade si riempiono per l’ennesima volta di rifiuti, militanti di sinistra e esponenti di CasaPound – che annoverano un candidato proprio nelle liste di Lettieri alla Quarta Municipalità – si scontrano in diversi agguati a suon di coltello. Lo scontro è titanico, ma alla fine il centrodestra esce mortificato dal ballottaggio e De Magistris diventa nuovo sindaco di Napoli.

Il partito degli onesti

I fatti si susseguono incalzanti, il nuovo segretario del Pdl Angelino Alfano lancia un’epurazione interna con il suo “partito degli onesti”. Intanto, arriva una nuova richiesta di arresto per Nicola Cosentino, stavolta Silvio Berlusconi non è più presidente del Consiglio, la Lega nord è all’opposizione e il gota del clan dei Casalesi è stato decimato dopo l’arresto di Michele Zagaria all’indomani della maxi-retata che ha portato nuovamente sotto accusa il coordinatore regionale del Popolo della Libertà. Pochi giorni fa, dalle colonne del Mattino si è letto di affermazioni inquietanti di un pentito di camorra: i Casalesi avevano in progetto di uccidere il pm Milita, firmatario della prima richiesta di arresto per Nicola Cosentino, mentre gregari del sanguinario sicario Giuseppe Setola giravano per il quartiere Vomero armati di Kalashnikov con l’ordine di sparare a vista qualsiasi pm della Dda di Napoli. Il destino dell’uomo di Casal di Principe si deciderà dopo le feste di Natale, quando la Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dovrà concedere o negare il voto in aula sulla sua seconda richiesta di arresto. Questa volta, l’esito è incerto e la Campania torna a contorcersi nell’inquietudine di vedere le strade nuovamente lastricate di sangue.



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I sindaci senatori del Sud salvi grazie al voto della Lega

I sindaci di Molfetta e Afragola potranno mantenere l’incarico

Cariche compatibili: i lumbard insieme al Pdl. Pd e Idv lasciano
l'aula: hanno gettato la maschera

GRAZIA LONGO
ROMA

Altro che guerra ai privilegi della casta, ancor più se da «Roma ladrona» in giù. La Lega nord non solo si ricompatta con il Pdl, ma salva pure la poltrona a due sindaci meridionali. Quella dei senatori Marco Azzolini e Vincenzo Nespoli, rispettivamente primi cittadini del centro-destra a Molfetta e Afragola.

Lega e Pdl, avversari in Aula sulla manovra finanziaria, si sono nuovamente alleati nella Giunta per le elezioni del Senato pur di difendere il cumulo degli incarichi e hanno votato contro l’incompatibilità tra la carica di senatore e quella di sindaco di Comuni con più di 20 mila abitanti, stabilita invece dalla Corte costituzionale ad ottobre.

E al di là del dietrofront che suona anche come uno schiaffo istituzionale nei confronti della Consulta -, il Carroccio brilla per atteggiamento quanto meno contraddittorio. Il 14 dicembre la Giunta per le elezioni della Camera aveva infatti deciso l’incompatibilità tra la fascia tricolore ed il seggio a Montecitorio. Tant’è che ieri, mentre al Senato il Carroccio sosteneva la tesi della compatibilità, alla Camera approvava le dimissioni del deputato leghista Luciano Dussin, che ha preferito mantenere solo l’incarico di sindaco di Castelfranco Veneto. Anche in questo caso, peraltro, la lotta ai vantaggi della classe politica è solo propaganda poiché, se non si fosse dimesso subito, Dussin avrebbe dovuto attendere sette anni per il vitalizio. Al Senato, intanto, il voto compatto dei fedelissimi di Berlusconi e Bossi ha scatenato la reazione indignata dell’opposizione. Pd e Idv hanno abbandonato l’aula, compreso il presidente della Giunta, Marco Follini che ha indetto il voto ma è poi uscito. «La vecchia maggioranza Pdl-Lega ha preso una decisione da ancien régime - stigmatizza Follini -. Mi sorprende, inoltre, vedere la Lega attestata come un sol uomo a difesa della trincea dei sindaci di Afragola e Molfetta».

Felice Casson, vicepresidente del gruppo Pd al Senato e componente della Giunta rincara la dose: «Siamo di fronte a una decisione vergognosa che ci fa tornare ai tempi di Berlusconi. Esigenze di trasparenza, correttezza e funzionalità delle cariche pubbliche imponevano alla Giunta di ribadire quanto sancito dalla Corte costituzionale. Così non è stato». E sulla Lega aggiunge: «Alla Camera sostiene una tesi e al Senato un’altra, nei territori attacca la politica e in Senato difende le poltrone dei sindaci di Molfetta e Afragola»

Anche Francesco Sanna critica «la pervicacia dei colleghi di Lega e Pdl: ora abbiamo un diverso orientamento di Camera e Senato. Sarà possibile essere sindaco-senatore, ma non sindaco-deputato. Una cosa assurda». Sul significato politico della posizione della Lega interviene Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato: «Ha svelato in tre mosse il suo inaccettabile doppio gioco, del tutto demagogico, di Lega di lotta e di governo. Alla Camera, con analoga iniziativa, il Carroccio si è espresso, insieme alla vecchia maggioranza, per il rinvio del giudizio su Cosentino. Un modo come un altro per massimizzare il profitto: tenersi stretti i vecchi alleati di governo, ma tornare Lega di lotta e opposizione sul territorio. Un comportamento irresponsabile che gli elettori sapranno giudicare con saggezza».

La sentenza della Consulta superata ieri dalla Giunta del Senato varrà solo dalla prossima legislatura o per quei casi che si verificheranno da oggi in poi, ovvero nel caso in cui un senatore dovesse essere eletto sindaco alle prossime amministrative.


Fonte: La Stampa


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I sindaci di Molfetta e Afragola potranno mantenere l’incarico

Cariche compatibili: i lumbard insieme al Pdl. Pd e Idv lasciano
l'aula: hanno gettato la maschera

GRAZIA LONGO
ROMA

Altro che guerra ai privilegi della casta, ancor più se da «Roma ladrona» in giù. La Lega nord non solo si ricompatta con il Pdl, ma salva pure la poltrona a due sindaci meridionali. Quella dei senatori Marco Azzolini e Vincenzo Nespoli, rispettivamente primi cittadini del centro-destra a Molfetta e Afragola.

Lega e Pdl, avversari in Aula sulla manovra finanziaria, si sono nuovamente alleati nella Giunta per le elezioni del Senato pur di difendere il cumulo degli incarichi e hanno votato contro l’incompatibilità tra la carica di senatore e quella di sindaco di Comuni con più di 20 mila abitanti, stabilita invece dalla Corte costituzionale ad ottobre.

E al di là del dietrofront che suona anche come uno schiaffo istituzionale nei confronti della Consulta -, il Carroccio brilla per atteggiamento quanto meno contraddittorio. Il 14 dicembre la Giunta per le elezioni della Camera aveva infatti deciso l’incompatibilità tra la fascia tricolore ed il seggio a Montecitorio. Tant’è che ieri, mentre al Senato il Carroccio sosteneva la tesi della compatibilità, alla Camera approvava le dimissioni del deputato leghista Luciano Dussin, che ha preferito mantenere solo l’incarico di sindaco di Castelfranco Veneto. Anche in questo caso, peraltro, la lotta ai vantaggi della classe politica è solo propaganda poiché, se non si fosse dimesso subito, Dussin avrebbe dovuto attendere sette anni per il vitalizio. Al Senato, intanto, il voto compatto dei fedelissimi di Berlusconi e Bossi ha scatenato la reazione indignata dell’opposizione. Pd e Idv hanno abbandonato l’aula, compreso il presidente della Giunta, Marco Follini che ha indetto il voto ma è poi uscito. «La vecchia maggioranza Pdl-Lega ha preso una decisione da ancien régime - stigmatizza Follini -. Mi sorprende, inoltre, vedere la Lega attestata come un sol uomo a difesa della trincea dei sindaci di Afragola e Molfetta».

Felice Casson, vicepresidente del gruppo Pd al Senato e componente della Giunta rincara la dose: «Siamo di fronte a una decisione vergognosa che ci fa tornare ai tempi di Berlusconi. Esigenze di trasparenza, correttezza e funzionalità delle cariche pubbliche imponevano alla Giunta di ribadire quanto sancito dalla Corte costituzionale. Così non è stato». E sulla Lega aggiunge: «Alla Camera sostiene una tesi e al Senato un’altra, nei territori attacca la politica e in Senato difende le poltrone dei sindaci di Molfetta e Afragola»

Anche Francesco Sanna critica «la pervicacia dei colleghi di Lega e Pdl: ora abbiamo un diverso orientamento di Camera e Senato. Sarà possibile essere sindaco-senatore, ma non sindaco-deputato. Una cosa assurda». Sul significato politico della posizione della Lega interviene Anna Finocchiaro, presidente del gruppo del Pd al Senato: «Ha svelato in tre mosse il suo inaccettabile doppio gioco, del tutto demagogico, di Lega di lotta e di governo. Alla Camera, con analoga iniziativa, il Carroccio si è espresso, insieme alla vecchia maggioranza, per il rinvio del giudizio su Cosentino. Un modo come un altro per massimizzare il profitto: tenersi stretti i vecchi alleati di governo, ma tornare Lega di lotta e opposizione sul territorio. Un comportamento irresponsabile che gli elettori sapranno giudicare con saggezza».

La sentenza della Consulta superata ieri dalla Giunta del Senato varrà solo dalla prossima legislatura o per quei casi che si verificheranno da oggi in poi, ovvero nel caso in cui un senatore dovesse essere eletto sindaco alle prossime amministrative.


Fonte: La Stampa


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