Supporta il Partito del Sud
La campagna di adesione al Partito del Sud è ripresa, con il nuovo tesseramento, da gennaio.
Scopri Perchè sostenerci
Il Partito del sud per tutti i sud
I sud del mondo hanno tutti in comune il medesimo destino, sono stati conquistati, sfruttati depredati e abbandonati a loro stessi. Il partito del sud è convinto che la solidarietà e l'accoglienza siano un dovere perchè ogni essere umano ha diritto a vivere una vita dignitosa
Illuminiamo il futuro dei nostri figli
Solo 6 euro per ogni 100 di spesa restano alle imprese del sud, diamo ai nostri figli la possibilità di restare nella loro terra. Sei tu a fare la scelta. COMPRA PRODOTTI DEL SUD. Prima di acquistare un prodotto guarda etichetta, scegli aziende con sede e stabilimenti nel sud Italia
domenica 18 dicembre 2011
DESTRA E SINISTRA SONO SOLO INDICAZIONI STRADALI (Partito del Sud)
http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=qZJVwLk4eP8#!
Per il Partito del Sud e per il suo fondatore Antonio Ciano, destra e sinistra sono solo indicazioni stradali. Dobbiamo cacciare dal sud questi partiti, hanno colonizzato la nostra economia e fanno gli interessi economici del nord. E' giunta l'ora di prendere coscienza e mandarli a governare le loro regioni di riferimento.
.
http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&v=qZJVwLk4eP8#!
Per il Partito del Sud e per il suo fondatore Antonio Ciano, destra e sinistra sono solo indicazioni stradali. Dobbiamo cacciare dal sud questi partiti, hanno colonizzato la nostra economia e fanno gli interessi economici del nord. E' giunta l'ora di prendere coscienza e mandarli a governare le loro regioni di riferimento.
.
sabato 17 dicembre 2011
Il saluto dell'ambasciatore Usa a Napoli
http://video.repubblica.it/edizione/napoli/il-saluto-dell-ambasciatore-usa-a-napoli/83856/82246
L'ambasciatore Usa in Italia, David Thorne rivolge un saluto a Napoli in occasione dell'anniversario dell'apertura del consolato statunitense a Napoli. Quella napoletana è la rappresentanza diplomatica più antica d'Italia, fu fondata infatti il 16 dicembre del 1796
.
.
http://video.repubblica.it/edizione/napoli/il-saluto-dell-ambasciatore-usa-a-napoli/83856/82246
L'ambasciatore Usa in Italia, David Thorne rivolge un saluto a Napoli in occasione dell'anniversario dell'apertura del consolato statunitense a Napoli. Quella napoletana è la rappresentanza diplomatica più antica d'Italia, fu fondata infatti il 16 dicembre del 1796
.
.
Evento CEMON stamani 17/11/2011 all'Hotel Excelsior a Napoli

d'una realtà estremamente positiva imprenditoriale del Sud, l'Assessore allo Sviluppo Marco Esposito del Comune di Napoli ha portato il suo saluto.
d'una realtà estremamente positiva imprenditoriale del Sud, l'Assessore allo Sviluppo Marco Esposito del Comune di Napoli ha portato il suo saluto.Italia, il governo Monti cancella i diritti
Fonte: Peacereporter
Nei contratti, di solito, son quelle scritte in piccolo, in fondo al testo. E sono delle fregature. Nel caso della manovra del governo Monti, invece, era in bella mostra, ma sembra che non se ne sia accorto nessuno.
L'articolo 6 del Decreto Legge 6 dicembre 2011 n. 201 "Disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici" varato dall'esecutivo recita: ''Ferma la tutela derivante dall'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni e le malattie professionali, sono abrogati gli istituti dell'accertamento della dipendenza dell'infermità da causa di servizio, del rimborso delle spese di degenza per causa di servizio, dell'equo indennizzo e della pensione privilegiata. La disposizione di cui al primo periodo del presente comma non si applica nei confronti del personale appartenente al comparto sicurezza, difesa e soccorso pubblico. La disposizione di cui al primo periodo del presente comma non si applica, inoltre, ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore del presente decreto, nonché ai procedimenti per i quali, alla predetta data, non sia ancora scaduto il termine di presentazione della domanda, nonché ai procedimenti instaurabili d'ufficio per eventi occorsi prima della predetta data''.
Di botto vengono cancellate cause di servizio ed equo indennizzo. Che tradotto in soldoni, lascia senza tutela e senza speranza di vedersi riconosciuto in giudizio un equo risarcimento le persone che si sono ammalate al lavoro.
I casi sono tanti, migliaia, in particolare per due categorie: coloro che vengono fatti oggetto di mobbing sul posto di lavoro e coloro che si ammalano per essere stati a contatto con l'amianto.
Cgil, Cisl e Uil, per lunedì 19 dicembre, hanno indetto uno sciopero del settore pubblicocontro la manovra Monti, ma non appare nessun riferimento all'articolo 6 nei comunicati della mobilitazione. Anche su tutti i principali quotidiani nazionali non c'è traccia della norma. Ma la gravità della decisione, che salva solo i dipendenti pubblici del '' comparto sicurezza, difesa e soccorso pubblico'', pare passare inosservata.
Gli istituti tagliati sono tipici del rapporto di pubblico impiego. La causa di servizio è costituita dalla sussistenza di un rapporto di causalità tra la prestazione lavorativa effettuata ed una determinata infermità. Al fine di determinarne l'esistenza viene effettuato un giudizio medico-legale teso ad accertare il nesso tra la minorazione ed il servizio. Scompare anche la pensione privilegiata introdotta nel 1973, attribuita al lavoratore pubblico se in conseguenza dell'infermità o della lesione derivante da fatti di servizio ha comportato l'inabilità assoluta o permanente. Infine svanisce l'equo indennizzo, che è uno speciale emolumento avente natura indennitaria e per tali ragioni cumulabile sia con il risarcimento del danno che con il trattamento di pensione privilegiata, attribuito al dipendente pubblico nel caso in cui questi abbia subito una patologia riconosciuta dipendente da causa di servizio.
''Questa norma colpirà tutti quelli che si ammalano lavorando. Compresi i malati di amianto'', ha commentato l'avvocato Ezio Bonanni, presidente dell'Osservatorio Nazionale Amianto. ''La nostra associazione adirà tutte le sedi competenti, non escludendo una pregiudiziale di illegittimità costituzionale, oltre alle iniziative di mobilitazione già in corso in Italia, e all'appello a tutte le autorìtà istituzionali e forze politiche affinché non si prestino ad avallare dette modificazioni, contrarie allo stesso principio di uguaglianza, oltre che di equità e giustizia, rispetto a chi è stato già pesantemente pregiudicato in seguito a una patologia per causa di servizio''.
Christian Elia
Fonte: Peacereporter
Nei contratti, di solito, son quelle scritte in piccolo, in fondo al testo. E sono delle fregature. Nel caso della manovra del governo Monti, invece, era in bella mostra, ma sembra che non se ne sia accorto nessuno.
L'articolo 6 del Decreto Legge 6 dicembre 2011 n. 201 "Disposizioni urgenti per la crescita, l'equità e il consolidamento dei conti pubblici" varato dall'esecutivo recita: ''Ferma la tutela derivante dall'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni e le malattie professionali, sono abrogati gli istituti dell'accertamento della dipendenza dell'infermità da causa di servizio, del rimborso delle spese di degenza per causa di servizio, dell'equo indennizzo e della pensione privilegiata. La disposizione di cui al primo periodo del presente comma non si applica nei confronti del personale appartenente al comparto sicurezza, difesa e soccorso pubblico. La disposizione di cui al primo periodo del presente comma non si applica, inoltre, ai procedimenti in corso alla data di entrata in vigore del presente decreto, nonché ai procedimenti per i quali, alla predetta data, non sia ancora scaduto il termine di presentazione della domanda, nonché ai procedimenti instaurabili d'ufficio per eventi occorsi prima della predetta data''.
Di botto vengono cancellate cause di servizio ed equo indennizzo. Che tradotto in soldoni, lascia senza tutela e senza speranza di vedersi riconosciuto in giudizio un equo risarcimento le persone che si sono ammalate al lavoro.
I casi sono tanti, migliaia, in particolare per due categorie: coloro che vengono fatti oggetto di mobbing sul posto di lavoro e coloro che si ammalano per essere stati a contatto con l'amianto.
Cgil, Cisl e Uil, per lunedì 19 dicembre, hanno indetto uno sciopero del settore pubblicocontro la manovra Monti, ma non appare nessun riferimento all'articolo 6 nei comunicati della mobilitazione. Anche su tutti i principali quotidiani nazionali non c'è traccia della norma. Ma la gravità della decisione, che salva solo i dipendenti pubblici del '' comparto sicurezza, difesa e soccorso pubblico'', pare passare inosservata.
Gli istituti tagliati sono tipici del rapporto di pubblico impiego. La causa di servizio è costituita dalla sussistenza di un rapporto di causalità tra la prestazione lavorativa effettuata ed una determinata infermità. Al fine di determinarne l'esistenza viene effettuato un giudizio medico-legale teso ad accertare il nesso tra la minorazione ed il servizio. Scompare anche la pensione privilegiata introdotta nel 1973, attribuita al lavoratore pubblico se in conseguenza dell'infermità o della lesione derivante da fatti di servizio ha comportato l'inabilità assoluta o permanente. Infine svanisce l'equo indennizzo, che è uno speciale emolumento avente natura indennitaria e per tali ragioni cumulabile sia con il risarcimento del danno che con il trattamento di pensione privilegiata, attribuito al dipendente pubblico nel caso in cui questi abbia subito una patologia riconosciuta dipendente da causa di servizio.
''Questa norma colpirà tutti quelli che si ammalano lavorando. Compresi i malati di amianto'', ha commentato l'avvocato Ezio Bonanni, presidente dell'Osservatorio Nazionale Amianto. ''La nostra associazione adirà tutte le sedi competenti, non escludendo una pregiudiziale di illegittimità costituzionale, oltre alle iniziative di mobilitazione già in corso in Italia, e all'appello a tutte le autorìtà istituzionali e forze politiche affinché non si prestino ad avallare dette modificazioni, contrarie allo stesso principio di uguaglianza, oltre che di equità e giustizia, rispetto a chi è stato già pesantemente pregiudicato in seguito a una patologia per causa di servizio''.
Christian Elia
Così vicini (prima), così lontani (dopo)
“Il divario Nord-Sud in Italia 1861-2011” (Rubbettino) di Vittorio Daniele e Paolo Malanima: un attento e prezioso studio statistico
Un luogo comune – peraltro insegnato per più di un secolo in tutte le scuole italiane – vuole che all’epoca dell’Unità esistesse una significativa disparità economica tra Nord e Sud.
Vittorio Daniele e Paolo Malanima, col loro Il divario Nord-Sud in Italia 1861-2011 (Rubbettino, pp. 260, € 15,00), compiono un’attenta analisi statistica dei dati a disposizione e i risultati che ne derivano risulterebbero sorprendenti, se ormai non esistesse già da tempo un’ampia letteratura “revisionista” della “vulgata” tradizionale su Risorgimento, Unità d’Italia e processo postunitario.
Non a caso, da tempo LucidaMente si occupa della questione. Segnaliamo, tra gli altri: Giuseppe Licandro, Ripensando il Risorgimento, in LucidaMente, anno I, n. 12, dicembre 2006; Mariella Arcudi, Perché i meridionali divennero “Terroni”, in LM MAGAZINE n. 15, 15 marzo 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 63, marzo 2011; Antonio Nicoletta, Quando il Sud era più ricco del Nord, in LM MAGAZINE n. 15, 15 marzo 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 63, marzo 2011; Giuseppe Licandro, La strage rimossa del 14 agosto 1861, in LM MAGAZINE n. 15, 15 marzo 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 63, marzo 2011; Rino Tripodi, L’Unità? Uno specchio dell’Italia di ieri e di oggi, in LM MAGAZINE n. 15, 15 marzo 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 63, marzo 2011; Francesco Fravolini, Brigantaggio ed emigrazione secondo Eugenio Bennato,in LM EXTRA n. 26, 15 novembre 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 71, novembre 2011.
Un divario molto contenuto – Il volume di Daniele e Malanima mostra come, nel 1861, il divario Nord-Sud in termini di reddito pro capite fosse assai contenuto: non superiore al 10 per cento. Questo gap restò più o meno stabile fino al 1891, quando ormai in Italia si era avviato il processo d’industrializzazione. Ciò non significa che alla data dell’Unità non esistessero differenze regionali nei redditi. Non era, però, ancora possibile tracciare – come avviene oggi – una netta distinzione tra le due aree del Paese.
Un’Italia a macchia di leopardo – Al Nord come al Sud esistevano regioni più avanzate di altre. Tra quelle più ricche, Lombardia, Liguria e Piemonte al Nord; Puglia e Campania al Sud. In queste zone il reddito per abitante era maggiore di quello medio nazionale. I livelli più bassi si avevano in Veneto (inclusi gli attuali Friuli e Trentino), Basilicata e Calabria.
Durata di vita simile, istruzione no – Nei primi anni postunitari più evidenti erano, invece, alcuni divari di carattere sociale. Se si considerano alcuni di questi indicatori, come la mortalità infantile o la durata di vita, non si osserva un netto svantaggio per il Sud. Per esempio, la regione in cui la mortalità infantile era più elevata era l’Emilia-Romagna, (231 bambini nati ogni mille morivano prima di compiere cinque anni). In Calabria, la mortalità infantile era del 207 per mille. Nel 1874, in Italia l’aspettativa di vita era di soli 33 anni. Nel Lazio, il valore più basso: appena 29 anni. In Sicilia e Liguria saliva a 36 anni. Tra Nord e Sud non c’erano grandi differenze. Difformità profonde esistevano invece nei livelli d’istruzione. Al Sud 84 persone su 100 erano analfabete, al Nord solo 67. Piemonte e Lombardia le regioni con minori tassi di analfabetismo.
Dopo l’industrializzazione del Nord – La diseguaglianza nei redditi tra Nord-Sud diventa evidente nei primi anni del Novecento. Da allora, e fino ai primi anni Cinquanta, il divario aumenta. Nel 1951, il reddito pro capite del Sud è circa la metà di quello del Nord. Una riduzione delle disparità si ha nel periodo 1953-73, in coincidenza con la fase di più intensa crescita economica nazionale. Le migrazioni Sud-Nord, il cambiamento strutturale nella struttura occupazionale e le politiche d’industrializzazione attuate attraverso la Cassa per il Mezzogiorno contribuirono alla riduzione del divario.
L’allargamento della forbice negli ultimi anni – Quando, nella metà degli anni Settanta, la crescita economica italiana rallenta e l’Italia diviene una nazione postindustriale, il distacco si riapre. Da allora, il divario nei redditi tra Nord e Sud rimane grosso modo stabile. Oggi il pil pro capite del Sud è circa il 58 per cento di quello del Nord: un livello analogo a quello dei primi anni Sessanta. Se si osserva l’andamento dei divari nei 150 anni dall’Unità a oggi, si osserva come essi descrivano una specie di S rovesciata: aumento in una prima fase (1891-1951); riduzione in una seconda fase (1951-73); un nuovo aumento in una terza fase, dal 1973 in poi. Nel 1861, quando l’Italia raggiunse l’Unità politica, il reddito medio degli italiani era di circa 2.000 euro ai valori attuali, cioè 5,5 euro al giorno. Nel 2010, aveva raggiunto 25.668 euro, cioè 70 euro al giorno. In 150 anni il reddito medio è cresciuto 13 volte. Pur partendo da livelli analoghi, Nord e Sud hanno raggiunto livelli di sviluppo diversi. Nel Nord il prodotto pro capite è aumentato di 15 volte, al Sud di 9 volte.
Nessuno può fare a meno dell’altro – Un aspetto importante del processo di sviluppo dualistico dell’Italia riguarda l’interdipendenza economica tra Nord e Sud. Dagli anni Sessanta in poi, la crescita dei redditi e dei consumi del Mezzogiorno è stata parzialmente sostenuta dai trasferimenti di reddito provenienti dalle regioni più avanzate del Paese. Le politiche d’industrializzazione prima, e i meccanismi redistributivi dello Stato sociale poi, hanno, in parte, finanziato i redditi disponibili e i consumi meridionali. Nel Sud si è determinato uno squilibrio tra capacità di produzione e capacità di consumo interne. I consumi sono stati maggiori del reddito prodotto in loco. Tuttavia, non è stato solo il Sud a trarre un vantaggio dai trasferimenti. A causa di una base produttiva poco sviluppata, insufficiente a sostenere i consumi, la domanda di beni e servizi del Sud è stata, in larga misura, soddisfatta da produzioni del Nord. Nello schema dell’interdipendenza economica, il Sud ha sì ricevuto flussi di reddito, ma ha fornito forza lavoro ed è diventato un grande mercato di sbocco per le produzioni delle industrie del Nord. In ultima analisi, i trasferimenti verso il Sud hanno sostenuto indirettamente lo sviluppo economico della parte più avanzata del paese.
Vittorio Daniele insegna Economia politica all’Università Magna Graecia di Catanzaro. La sua attività di ricerca riguarda, principalmente, il ruolo dei fattori socioistituzionali nello sviluppo economico. È autore di diversi articoli su riviste internazionali e nazionali. Con Rubbettino ha pubblicato, tra l’altro, il volume La crescita delle Nazioni. Fatti e Teorie (2008).
Paolo Malanima è professore di Storia economica e direttore dell’Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo (Issm) del Cnr. Si occupa dei temi della crescita economica e del consumo di energia nelle economie premoderne. È autore di articoli e libri su temi di storia economica in età antica, medievale e moderna. Il suo volume più recente è Pre-Modern European Economy (Brill, Leiden-Boston).
Viviana Viviani
(LM MAGAZINE n. 21, 15 dicembre 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 72, dicembre 2011)
.
“Il divario Nord-Sud in Italia 1861-2011” (Rubbettino) di Vittorio Daniele e Paolo Malanima: un attento e prezioso studio statistico
Un luogo comune – peraltro insegnato per più di un secolo in tutte le scuole italiane – vuole che all’epoca dell’Unità esistesse una significativa disparità economica tra Nord e Sud.
Vittorio Daniele e Paolo Malanima, col loro Il divario Nord-Sud in Italia 1861-2011 (Rubbettino, pp. 260, € 15,00), compiono un’attenta analisi statistica dei dati a disposizione e i risultati che ne derivano risulterebbero sorprendenti, se ormai non esistesse già da tempo un’ampia letteratura “revisionista” della “vulgata” tradizionale su Risorgimento, Unità d’Italia e processo postunitario.
Non a caso, da tempo LucidaMente si occupa della questione. Segnaliamo, tra gli altri: Giuseppe Licandro, Ripensando il Risorgimento, in LucidaMente, anno I, n. 12, dicembre 2006; Mariella Arcudi, Perché i meridionali divennero “Terroni”, in LM MAGAZINE n. 15, 15 marzo 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 63, marzo 2011; Antonio Nicoletta, Quando il Sud era più ricco del Nord, in LM MAGAZINE n. 15, 15 marzo 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 63, marzo 2011; Giuseppe Licandro, La strage rimossa del 14 agosto 1861, in LM MAGAZINE n. 15, 15 marzo 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 63, marzo 2011; Rino Tripodi, L’Unità? Uno specchio dell’Italia di ieri e di oggi, in LM MAGAZINE n. 15, 15 marzo 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 63, marzo 2011; Francesco Fravolini, Brigantaggio ed emigrazione secondo Eugenio Bennato,in LM EXTRA n. 26, 15 novembre 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 71, novembre 2011.
Un divario molto contenuto – Il volume di Daniele e Malanima mostra come, nel 1861, il divario Nord-Sud in termini di reddito pro capite fosse assai contenuto: non superiore al 10 per cento. Questo gap restò più o meno stabile fino al 1891, quando ormai in Italia si era avviato il processo d’industrializzazione. Ciò non significa che alla data dell’Unità non esistessero differenze regionali nei redditi. Non era, però, ancora possibile tracciare – come avviene oggi – una netta distinzione tra le due aree del Paese.
Un’Italia a macchia di leopardo – Al Nord come al Sud esistevano regioni più avanzate di altre. Tra quelle più ricche, Lombardia, Liguria e Piemonte al Nord; Puglia e Campania al Sud. In queste zone il reddito per abitante era maggiore di quello medio nazionale. I livelli più bassi si avevano in Veneto (inclusi gli attuali Friuli e Trentino), Basilicata e Calabria.
Durata di vita simile, istruzione no – Nei primi anni postunitari più evidenti erano, invece, alcuni divari di carattere sociale. Se si considerano alcuni di questi indicatori, come la mortalità infantile o la durata di vita, non si osserva un netto svantaggio per il Sud. Per esempio, la regione in cui la mortalità infantile era più elevata era l’Emilia-Romagna, (231 bambini nati ogni mille morivano prima di compiere cinque anni). In Calabria, la mortalità infantile era del 207 per mille. Nel 1874, in Italia l’aspettativa di vita era di soli 33 anni. Nel Lazio, il valore più basso: appena 29 anni. In Sicilia e Liguria saliva a 36 anni. Tra Nord e Sud non c’erano grandi differenze. Difformità profonde esistevano invece nei livelli d’istruzione. Al Sud 84 persone su 100 erano analfabete, al Nord solo 67. Piemonte e Lombardia le regioni con minori tassi di analfabetismo.
Dopo l’industrializzazione del Nord – La diseguaglianza nei redditi tra Nord-Sud diventa evidente nei primi anni del Novecento. Da allora, e fino ai primi anni Cinquanta, il divario aumenta. Nel 1951, il reddito pro capite del Sud è circa la metà di quello del Nord. Una riduzione delle disparità si ha nel periodo 1953-73, in coincidenza con la fase di più intensa crescita economica nazionale. Le migrazioni Sud-Nord, il cambiamento strutturale nella struttura occupazionale e le politiche d’industrializzazione attuate attraverso la Cassa per il Mezzogiorno contribuirono alla riduzione del divario.
L’allargamento della forbice negli ultimi anni – Quando, nella metà degli anni Settanta, la crescita economica italiana rallenta e l’Italia diviene una nazione postindustriale, il distacco si riapre. Da allora, il divario nei redditi tra Nord e Sud rimane grosso modo stabile. Oggi il pil pro capite del Sud è circa il 58 per cento di quello del Nord: un livello analogo a quello dei primi anni Sessanta. Se si osserva l’andamento dei divari nei 150 anni dall’Unità a oggi, si osserva come essi descrivano una specie di S rovesciata: aumento in una prima fase (1891-1951); riduzione in una seconda fase (1951-73); un nuovo aumento in una terza fase, dal 1973 in poi. Nel 1861, quando l’Italia raggiunse l’Unità politica, il reddito medio degli italiani era di circa 2.000 euro ai valori attuali, cioè 5,5 euro al giorno. Nel 2010, aveva raggiunto 25.668 euro, cioè 70 euro al giorno. In 150 anni il reddito medio è cresciuto 13 volte. Pur partendo da livelli analoghi, Nord e Sud hanno raggiunto livelli di sviluppo diversi. Nel Nord il prodotto pro capite è aumentato di 15 volte, al Sud di 9 volte.
Nessuno può fare a meno dell’altro – Un aspetto importante del processo di sviluppo dualistico dell’Italia riguarda l’interdipendenza economica tra Nord e Sud. Dagli anni Sessanta in poi, la crescita dei redditi e dei consumi del Mezzogiorno è stata parzialmente sostenuta dai trasferimenti di reddito provenienti dalle regioni più avanzate del Paese. Le politiche d’industrializzazione prima, e i meccanismi redistributivi dello Stato sociale poi, hanno, in parte, finanziato i redditi disponibili e i consumi meridionali. Nel Sud si è determinato uno squilibrio tra capacità di produzione e capacità di consumo interne. I consumi sono stati maggiori del reddito prodotto in loco. Tuttavia, non è stato solo il Sud a trarre un vantaggio dai trasferimenti. A causa di una base produttiva poco sviluppata, insufficiente a sostenere i consumi, la domanda di beni e servizi del Sud è stata, in larga misura, soddisfatta da produzioni del Nord. Nello schema dell’interdipendenza economica, il Sud ha sì ricevuto flussi di reddito, ma ha fornito forza lavoro ed è diventato un grande mercato di sbocco per le produzioni delle industrie del Nord. In ultima analisi, i trasferimenti verso il Sud hanno sostenuto indirettamente lo sviluppo economico della parte più avanzata del paese.
Vittorio Daniele insegna Economia politica all’Università Magna Graecia di Catanzaro. La sua attività di ricerca riguarda, principalmente, il ruolo dei fattori socioistituzionali nello sviluppo economico. È autore di diversi articoli su riviste internazionali e nazionali. Con Rubbettino ha pubblicato, tra l’altro, il volume La crescita delle Nazioni. Fatti e Teorie (2008).
Paolo Malanima è professore di Storia economica e direttore dell’Istituto di Studi sulle Società del Mediterraneo (Issm) del Cnr. Si occupa dei temi della crescita economica e del consumo di energia nelle economie premoderne. È autore di articoli e libri su temi di storia economica in età antica, medievale e moderna. Il suo volume più recente è Pre-Modern European Economy (Brill, Leiden-Boston).
Viviana Viviani
(LM MAGAZINE n. 21, 15 dicembre 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 72, dicembre 2011)
.
venerdì 16 dicembre 2011
"Terroni, sapete solo rubare i nostri soldi!"
''Non possiamo più sopportare che il Sud spenda soldi che provengono dai lavoratori del Nord: una manovra che si copre con il taglio delle pensioni di anzianità dei padani non può spendere soldi in assistenzialismo peloso al Sud'' (Roberto Simonetti, Lega Nord 12/12/2011)
"Ma quali sacrifici per tutti: continua invece la rapina delle casse del Nord..."
"Con il rifinanziamento dei lavoratori socialmente utili di Napoli e Palermo arriva un nuovo tassello a comporre il mosaico sbilenco della manovra economica targata Mario Monti. Che le misure pesassero più al Nord che nel resto del Paese non era un mistero, ma man mano che si procede nell’esame e nelle correzioni del testo che verrà votato in Parlamento appare sempre più chiaro che i campanelli d’allarme fatti risuonare dalla Lega Nord erano tutt’altro che campati in aria". (La Padania, 13/12/2011, qui l'articolo completo)
In particolare, ha sottolineato Esposito, (Assessore al Lavoro del Comune di Napoli, ndr) si fa riferimento all'articolo 13, comma 17, "laddove dice che il maggiore gettito Imu, stimato in 2 miliardi, viene sottratto al Fondo di perequazione" e all'articolo 17, comma 7, "laddove si dice che il fondo di perequazione avrà un ulteriore taglio di 1,45 miliardi". "I Comuni del mezzogiorno sono arrabbiatissimi - ha proseguito - perché si è detto che questa manovra è iniqua, ma abbiamo delle cose veramente aberranti. Basta dire che l'effetto della manovra dell'Imu porterà 100 milioni in più nelle casse del Comune di Milano, e per questo possiamo essere contenti per loro, ma 120 milioni in meno al Comune di Napoli. Questo perché ai Comuni si lascia una piccola quota della maggiore Imu, 2 miliardi che vengono sottratti al Fondo di perequazione che ovviamente incide soprattutto nel mezzogiorno. E poi c'è un ulteriore taglio, sempre al fondo di perequazione, di 1,4 miliardi. Per cui - ha concluso - in totale il sud perde 3,4 mld: noi faremo anche una battaglia di principio perché il Fondo di perequazione è sancito dalla Costituzione ed è indisponibile a qualunque manovra economica".(ANSA 09/12/2011)
Un tesoro da oltre 50 miliardi di euro disponibile solo negli ultimi due anni. Che poteva servire per terminare eterne incompiute come l'autostrada Salerno-Reggio Calabria e che invece è andatoa finanziare i trasporti del lago di Garda e i disavanzi delle Ferrovie dello Stato. Una montagna di denaro che avrebbe dovuto rilanciare l'economia del Sud e che è stata utilizzata per risanare gli sperperi e i buchi di bilancio dei comuni di Roma e Catania e per la copertura finanziaria dell'abolizione dell'Ici.
Un fiume di denaro destinato a colmare i ritardi delle zone sottoutilizzate del Paese e che è stato impiegato invece dal governo per pagare le multe delle quote latte degli allevatori settentrionali cari ai leghisti e la privatizzazione della compagnia di navigazione Tirrenia. Sono alcuni brandelli di una storia incredibile, il grande scippo consumato ai danni delle regioni meridionali. La storia delle scorribande sul Fas, il Fondo per le aree sottoutilizzate, manomesso e spremuto negli ultimi anni dal governo Berlusconi per finanziare misure economiche e opere pubbliche che niente hanno a che fare con i suoi obiettivi istituzionali. Un andazzo che, nonostante qualche isolata protesta, è andato sinora avanti indisturbato. Fino alla soglia della provocazione. Come per gli sconti di benzina e gasolio concessi agli automobilisti di Valle d'Aosta, Piemonte, Lombardia e Trentino Alto Adige, denunciati dal deputato Pd Ludovico Vico. (Primo di Nicola, 'Scippo al Sud', "L'espresso" 10/05/2010. L'inchiesta completa qui)
Il saccheggio del Sud continua in modo spudorato. Il professor Gianfranco Viesti ha condotto uno studio su che fine abbiano fatto oltre 45 miliardi di euro “85/15”, ovvero i fondi Fas da investire all’85 per cento per lo sviluppo del Sud, e al 15 per cento nel resto d’Italia. Bene, la Banda Bassotti al governo ha usato parte rilevante di questi soldi per la spesa corrente, cioè per scopi in contrasto con le norme da cui hanno preso vita quei fondi; e solo 11 miliardi (su 39 e dispari che spettavano di diritto) sono andati a progetti per lo sviluppo del Mezzogiorno. Il resto, ovunque, a piacere del ministro Tremonti. Basti un solo esempio: i 4,5 miliardi di euro spesi sinora per il terremoto de L’Aquila, sono stati attinti tutti da questi fondi. Come dire: il disastro è stato fatto pagare per l’85 per cento al solo Sud e per il ridicolo 15 per cento a Centro e Nord messi insieme. Si toglie ai poveri, per dare ai sinistrati. Con il condimento di insulti di Borghezio ai terremotati e ai meridionali. (Pino Aprile, intervista a "Settimo Potere", 07/11/2011, leggi l'intervista completa qui)
“Dobbiamo comprendere che siamo vittime di un racconto coloniale: viviamo dentro strutture narrative che non costruiamo noi, che abbiamo ricevuto e subito” (Silvio Perrella, scrittore e presidente della Fondazione Premio Napoli)
a cura di Gennaro Sannino
Fonte: Settimopotere.com
.
''Non possiamo più sopportare che il Sud spenda soldi che provengono dai lavoratori del Nord: una manovra che si copre con il taglio delle pensioni di anzianità dei padani non può spendere soldi in assistenzialismo peloso al Sud'' (Roberto Simonetti, Lega Nord 12/12/2011)
"Ma quali sacrifici per tutti: continua invece la rapina delle casse del Nord..."
"Con il rifinanziamento dei lavoratori socialmente utili di Napoli e Palermo arriva un nuovo tassello a comporre il mosaico sbilenco della manovra economica targata Mario Monti. Che le misure pesassero più al Nord che nel resto del Paese non era un mistero, ma man mano che si procede nell’esame e nelle correzioni del testo che verrà votato in Parlamento appare sempre più chiaro che i campanelli d’allarme fatti risuonare dalla Lega Nord erano tutt’altro che campati in aria". (La Padania, 13/12/2011, qui l'articolo completo)
In particolare, ha sottolineato Esposito, (Assessore al Lavoro del Comune di Napoli, ndr) si fa riferimento all'articolo 13, comma 17, "laddove dice che il maggiore gettito Imu, stimato in 2 miliardi, viene sottratto al Fondo di perequazione" e all'articolo 17, comma 7, "laddove si dice che il fondo di perequazione avrà un ulteriore taglio di 1,45 miliardi". "I Comuni del mezzogiorno sono arrabbiatissimi - ha proseguito - perché si è detto che questa manovra è iniqua, ma abbiamo delle cose veramente aberranti. Basta dire che l'effetto della manovra dell'Imu porterà 100 milioni in più nelle casse del Comune di Milano, e per questo possiamo essere contenti per loro, ma 120 milioni in meno al Comune di Napoli. Questo perché ai Comuni si lascia una piccola quota della maggiore Imu, 2 miliardi che vengono sottratti al Fondo di perequazione che ovviamente incide soprattutto nel mezzogiorno. E poi c'è un ulteriore taglio, sempre al fondo di perequazione, di 1,4 miliardi. Per cui - ha concluso - in totale il sud perde 3,4 mld: noi faremo anche una battaglia di principio perché il Fondo di perequazione è sancito dalla Costituzione ed è indisponibile a qualunque manovra economica".(ANSA 09/12/2011)
Un tesoro da oltre 50 miliardi di euro disponibile solo negli ultimi due anni. Che poteva servire per terminare eterne incompiute come l'autostrada Salerno-Reggio Calabria e che invece è andatoa finanziare i trasporti del lago di Garda e i disavanzi delle Ferrovie dello Stato. Una montagna di denaro che avrebbe dovuto rilanciare l'economia del Sud e che è stata utilizzata per risanare gli sperperi e i buchi di bilancio dei comuni di Roma e Catania e per la copertura finanziaria dell'abolizione dell'Ici.
Un fiume di denaro destinato a colmare i ritardi delle zone sottoutilizzate del Paese e che è stato impiegato invece dal governo per pagare le multe delle quote latte degli allevatori settentrionali cari ai leghisti e la privatizzazione della compagnia di navigazione Tirrenia. Sono alcuni brandelli di una storia incredibile, il grande scippo consumato ai danni delle regioni meridionali. La storia delle scorribande sul Fas, il Fondo per le aree sottoutilizzate, manomesso e spremuto negli ultimi anni dal governo Berlusconi per finanziare misure economiche e opere pubbliche che niente hanno a che fare con i suoi obiettivi istituzionali. Un andazzo che, nonostante qualche isolata protesta, è andato sinora avanti indisturbato. Fino alla soglia della provocazione. Come per gli sconti di benzina e gasolio concessi agli automobilisti di Valle d'Aosta, Piemonte, Lombardia e Trentino Alto Adige, denunciati dal deputato Pd Ludovico Vico. (Primo di Nicola, 'Scippo al Sud', "L'espresso" 10/05/2010. L'inchiesta completa qui)
Il saccheggio del Sud continua in modo spudorato. Il professor Gianfranco Viesti ha condotto uno studio su che fine abbiano fatto oltre 45 miliardi di euro “85/15”, ovvero i fondi Fas da investire all’85 per cento per lo sviluppo del Sud, e al 15 per cento nel resto d’Italia. Bene, la Banda Bassotti al governo ha usato parte rilevante di questi soldi per la spesa corrente, cioè per scopi in contrasto con le norme da cui hanno preso vita quei fondi; e solo 11 miliardi (su 39 e dispari che spettavano di diritto) sono andati a progetti per lo sviluppo del Mezzogiorno. Il resto, ovunque, a piacere del ministro Tremonti. Basti un solo esempio: i 4,5 miliardi di euro spesi sinora per il terremoto de L’Aquila, sono stati attinti tutti da questi fondi. Come dire: il disastro è stato fatto pagare per l’85 per cento al solo Sud e per il ridicolo 15 per cento a Centro e Nord messi insieme. Si toglie ai poveri, per dare ai sinistrati. Con il condimento di insulti di Borghezio ai terremotati e ai meridionali. (Pino Aprile, intervista a "Settimo Potere", 07/11/2011, leggi l'intervista completa qui)
“Dobbiamo comprendere che siamo vittime di un racconto coloniale: viviamo dentro strutture narrative che non costruiamo noi, che abbiamo ricevuto e subito” (Silvio Perrella, scrittore e presidente della Fondazione Premio Napoli)
a cura di Gennaro Sannino
Fonte: Settimopotere.com
.
Sicilia, l’isola che (per Trenitalia) non c’è
Soppressi i principali collegamenti ferroviari diretti tra il Nord e il Sud del Paese
Con dicembre alle porte, ogni siciliano residente al Nord inizia a programmare le proprie festività natalizie. Alcuni non si sposteranno, altri scenderanno nel proprio paese di origine, altri saranno raggiunti dai famigliari. Ma questo 2011 riserverà una grossa novità per chi decide di spostarsi in Sicilia. Dopo 57 anni, l’autostrada Salerno-Reggio Calabria finalmente è stata completata e alle porte di Torre Cavallo gli automobilisti sono attesi da un bellissimo ponte sullo stretto appena inaugurato… Sveglia! È una fiaba. La situazione non è questa, anzi è nettamente peggiorata rispetto al passato. Nei piani di Trenitalia la Sicilia è l’isola che non c’è.
Tra qualche giorno Trenitalia sospenderà i treni notturni che collegano città come Milano, Torino e Venezia con il Meridione e la Sicilia, questo – riferiscono – a fronte dell’eccessivo costo del servizio e della scarsa vendita di biglietti. Il segretario regionale Fit Cisl Ferrovie della Sicilia, Mimmo Perrone, ha fatto sapere che i giorni 15 e 16 dicembre avvierà una protesta riguardo il ridimensionamento del personale (82 in Sicilia e 665 in tutta Italia).
Il disagio di un viaggio Nord-Sud (o viceversa) è atavico. La mia prima esperienza risale a giugno del 1995, quando per lavoro decisi di spostarmi in treno da Mazara del Vallo a Bologna, un viaggio lungo ed estenuante durato 24 ore. Allora decisi di provare un altro mezzo. Racimolati i primi soldini, mi comprai una macchina e da Bologna m’incamminai con mio fratello verso la Sicilia. Percorrendo l’autostrada, fino a Salerno tutto bene, poi l’incubo della Salerno-Reggio Calabria. Alla fine, stremati, arriviamo a Villa San Giovanni e mi appresto a imbarcarmi su una compagnia di traghetti chiamata “Caronte” (nomen omen). A quel punto cerco due monetine per pagare il traghettatore e spero che tutto vada a buon fine… Da Messina a Mazara ci sono altri 350 km, con autostrade interrotte e piene d’insidie. Ma quando metto piede nell’isola mi sento a casa: tutte le arrabbiature svaniscono all’improvviso e vengono rimandate al viaggio di ritorno.
Le compagnie aeree low cost, rappresenteranno sempre più l’alternativa per chi intende raggiungere l’isola. Nonostante l’Italia abbia la fortuna di essere circondata dal mare, mai nessuno ha voluto investire sul trasporto navale. Quelle compagnie che ci sono, come la Tirrenia, Grimaldi e altre, risultano sconvenienti per i ritardi, i cattivi servizi che forniscono, oltre che per il prezzo elevatissimo dei biglietti. Ma chi spiega a Trenitalia che alcuni vorrebbero andare giù in macchina? Il treno con auto al seguito rappresentava la soluzione ideale per chi si spostava in Sicilia con la propria auto. Nasceva a Milano, Venezia, Bologna e Torino ed era diretto a Villa San Giovanni o Catania, un servizio che fino a poco tempo fa funzionava. Adesso, invece, niente di tutto questo. I nuovi tagli serviranno a potenziare l’alta velocità. E non è vero che non c’è richiesta di biglietti su queste tratte… Ai siciliani piace molto viaggiare…
In questo stesso numero di LucidaMente si rievoca una tragedia di treni del Sud, con l’articolo del direttore Rino Tripodi Cinquant’anni fa il più tragico disastro ferroviario italiano.
Fabrizio Bensai
(LM MAGAZINE n. 21, 15 dicembre 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 72, dicembre 2011)
.
Soppressi i principali collegamenti ferroviari diretti tra il Nord e il Sud del Paese
Con dicembre alle porte, ogni siciliano residente al Nord inizia a programmare le proprie festività natalizie. Alcuni non si sposteranno, altri scenderanno nel proprio paese di origine, altri saranno raggiunti dai famigliari. Ma questo 2011 riserverà una grossa novità per chi decide di spostarsi in Sicilia. Dopo 57 anni, l’autostrada Salerno-Reggio Calabria finalmente è stata completata e alle porte di Torre Cavallo gli automobilisti sono attesi da un bellissimo ponte sullo stretto appena inaugurato… Sveglia! È una fiaba. La situazione non è questa, anzi è nettamente peggiorata rispetto al passato. Nei piani di Trenitalia la Sicilia è l’isola che non c’è.
Tra qualche giorno Trenitalia sospenderà i treni notturni che collegano città come Milano, Torino e Venezia con il Meridione e la Sicilia, questo – riferiscono – a fronte dell’eccessivo costo del servizio e della scarsa vendita di biglietti. Il segretario regionale Fit Cisl Ferrovie della Sicilia, Mimmo Perrone, ha fatto sapere che i giorni 15 e 16 dicembre avvierà una protesta riguardo il ridimensionamento del personale (82 in Sicilia e 665 in tutta Italia).
Il disagio di un viaggio Nord-Sud (o viceversa) è atavico. La mia prima esperienza risale a giugno del 1995, quando per lavoro decisi di spostarmi in treno da Mazara del Vallo a Bologna, un viaggio lungo ed estenuante durato 24 ore. Allora decisi di provare un altro mezzo. Racimolati i primi soldini, mi comprai una macchina e da Bologna m’incamminai con mio fratello verso la Sicilia. Percorrendo l’autostrada, fino a Salerno tutto bene, poi l’incubo della Salerno-Reggio Calabria. Alla fine, stremati, arriviamo a Villa San Giovanni e mi appresto a imbarcarmi su una compagnia di traghetti chiamata “Caronte” (nomen omen). A quel punto cerco due monetine per pagare il traghettatore e spero che tutto vada a buon fine… Da Messina a Mazara ci sono altri 350 km, con autostrade interrotte e piene d’insidie. Ma quando metto piede nell’isola mi sento a casa: tutte le arrabbiature svaniscono all’improvviso e vengono rimandate al viaggio di ritorno.
Le compagnie aeree low cost, rappresenteranno sempre più l’alternativa per chi intende raggiungere l’isola. Nonostante l’Italia abbia la fortuna di essere circondata dal mare, mai nessuno ha voluto investire sul trasporto navale. Quelle compagnie che ci sono, come la Tirrenia, Grimaldi e altre, risultano sconvenienti per i ritardi, i cattivi servizi che forniscono, oltre che per il prezzo elevatissimo dei biglietti. Ma chi spiega a Trenitalia che alcuni vorrebbero andare giù in macchina? Il treno con auto al seguito rappresentava la soluzione ideale per chi si spostava in Sicilia con la propria auto. Nasceva a Milano, Venezia, Bologna e Torino ed era diretto a Villa San Giovanni o Catania, un servizio che fino a poco tempo fa funzionava. Adesso, invece, niente di tutto questo. I nuovi tagli serviranno a potenziare l’alta velocità. E non è vero che non c’è richiesta di biglietti su queste tratte… Ai siciliani piace molto viaggiare…
In questo stesso numero di LucidaMente si rievoca una tragedia di treni del Sud, con l’articolo del direttore Rino Tripodi Cinquant’anni fa il più tragico disastro ferroviario italiano.
Fabrizio Bensai
(LM MAGAZINE n. 21, 15 dicembre 2011, supplemento a LucidaMente, anno VI, n. 72, dicembre 2011)
.
giovedì 15 dicembre 2011
La rivolta degli universitari del Sud senza più treni notturni per tornare a casa
Sono 2500 gli studenti calabresi e siciliani che studiano in città. A Natale per raggiungere le loro famiglie dovranno prendere treni diurni e più cari
Il primo regalo di Natale per gli universitari calabresi e siciliani che studiano a Firenze (circa duemila e cinquecento) è di Trenitalia. Ed è una bruttissima sorpresa: cancellati gli ultimi tre collegamenti diretti dalla Sicilia alle città del nord, Firenze compresa. Niente più treni notturni, dunque. Ed addio alla comodità di addormentarsi a Firenze e risvegliarsi a Lamezia Terme, guadagnando un intero giorno di lavoro (o di vacanza) e risparmiando sul costo del biglietto. Perché ora toccherà spendere quasi il doppio, viaggiare in Freccia Rossa e Freccia Argento di giorno, e fare cambio a Roma (o a Napoli).
ADDIO NOTTE IN TRENO E GIORNATA A LAVORO- «Ci hanno tagliato fuori dal mondo, che per Trenitalia si è fermato a Napoli – riflette Anna, calabrese da poco laureatasi in Scienze Politiche – Con la Freccia della Laguna, che hanno cancellato, partivo da Campo di Marte alle 22 e 40 ed arrivavo a Lamezia Terme intorno alle 8: questo mi permetteva di tornare a casa anche per qualche week end, mentre ora diventa tutto più difficile, sia per i costi che per i tempi. E fare otto ore di treno di giorno può davvero distruggerti». Ad Anna tocca infatti viaggiare necessariamente di giorno, spendere dai 113 ai 128 euro (solo andata) rispetto agli 80 euro della cuccetta e magari trascorrere una domenica in treno per almeno 7 ore, oppure perdere l’intera giornata del lunedì a lavoro. Senza tenere conto del cambio treno necessario alla stazione di Roma o Napoli: «Se ci penso, ho già l’ansia: sperare che il treno non tardi per non perdere l’altro, la valigia che pesa,il continuo sali-scendi: io rivoglio il mio treno», confessa. Nel 2005 erano 56 i treni circolanti da Nord a Sud e viceversa. Oggi sono 26. Da lunedì 12 dicembre – con l’entrata in vigore del nuovo orario – saranno dieci: «Tra le motivazioni ho letto che viaggiavano sempre vuoti, ma non è vero: in tanti anni li ho sempre visti pieni. Pieni di maestre meridionali che insegnano in Toscana, anziani che si muovono per andare a trovare i figli: ora come faranno?» si chiede Anna.
RADDOPPIATE LE TARIFFE DEI TRENI DIURNI- Eugenio – studente di Giurisprudenza – da alcuni anni aveva già rinunciato al treno di notte: «Per il rapporto qualità-prezzo preferivo viaggiare di giorno, provando anche ad approfittare di sconti ed offerte. Oggi, però, è diventato quasi insostenibile: da quando quattro anni fa spendevo circa 60 euro per arrivare a Paola, oggi servono almeno 112 euro, anche perché le offerte sono introvabili. Poi con il ritardo con cui viaggiano i treni è molto rischioso il trasbordo: se ne perdi uno tocca aspettare anche due ore, prima che ne arrivi un altro». Al vaglio, dunque, eventuali soluzioni: «Ormai noi studenti meridionali ci confrontiamo sulle modalità con cui scendere a casa ed in molti preferiscono i voli low cost da Pisa per Lamezia con la Ryanair». Anche in questo caso, però, tra trasferimenti e check in (e la valigia dello studente che si sposta per le vacanze è sempre piena, soprattutto al ritorno) scivola via un’intera giornata.
IN PULLMAN UNA TRAVERSATA DI 14 ORE- Non resta, così, che la soluzione del pullman: il costo di circa 50 euro (per il momento) è ancora accessibile. Ma quattordici ore di strada – per giunta sulla Salerno-Reggio Calabria – rischiano di diventare un’impresa titanica: «La scelta del pullman per me è sempre stata l’ultima ratio, quando non trovavo la cuccetta sul treno o quando ero a corto di soldi» dice Rosaria, studentessa di Lettere e Filosofia originaria di Catanzaro, l’ultima fermata sul tragitto del pullman di linea. E gli altri? «Una continua ricerca di colleghi siciliani, magari automuniti: divisione delle spese, programma viaggio dettagliato per venire incontro alle esigenze di tutti, controllo delle previsioni del tempo. Insomma, uno stress», sottolinea Salvo, palermitano al secondo anno di Ingegneria. «E magari a scendere per le vacanze sei anche molto motivato, passa. Ma quando ti tocca risalire cominciano a sorgerti anche dubbi sulla bontà della scelta di studiare fuori». E chissà se questa Italia divisa in due – da oggi anche sul piano ferroviario – non possa provocare qualche brutta sorpresa per l’Ateneo fiorentino, che – secondo i dati del Ministero – vanta cinquemila iscritti provenienti solo da Calabria (1403), Sicilia (1154), Puglia (1051) e Campania (1031).
Gaetano Cervone
Fonte: Corriere Fiorentino
.
Sono 2500 gli studenti calabresi e siciliani che studiano in città. A Natale per raggiungere le loro famiglie dovranno prendere treni diurni e più cari
Il primo regalo di Natale per gli universitari calabresi e siciliani che studiano a Firenze (circa duemila e cinquecento) è di Trenitalia. Ed è una bruttissima sorpresa: cancellati gli ultimi tre collegamenti diretti dalla Sicilia alle città del nord, Firenze compresa. Niente più treni notturni, dunque. Ed addio alla comodità di addormentarsi a Firenze e risvegliarsi a Lamezia Terme, guadagnando un intero giorno di lavoro (o di vacanza) e risparmiando sul costo del biglietto. Perché ora toccherà spendere quasi il doppio, viaggiare in Freccia Rossa e Freccia Argento di giorno, e fare cambio a Roma (o a Napoli).
ADDIO NOTTE IN TRENO E GIORNATA A LAVORO- «Ci hanno tagliato fuori dal mondo, che per Trenitalia si è fermato a Napoli – riflette Anna, calabrese da poco laureatasi in Scienze Politiche – Con la Freccia della Laguna, che hanno cancellato, partivo da Campo di Marte alle 22 e 40 ed arrivavo a Lamezia Terme intorno alle 8: questo mi permetteva di tornare a casa anche per qualche week end, mentre ora diventa tutto più difficile, sia per i costi che per i tempi. E fare otto ore di treno di giorno può davvero distruggerti». Ad Anna tocca infatti viaggiare necessariamente di giorno, spendere dai 113 ai 128 euro (solo andata) rispetto agli 80 euro della cuccetta e magari trascorrere una domenica in treno per almeno 7 ore, oppure perdere l’intera giornata del lunedì a lavoro. Senza tenere conto del cambio treno necessario alla stazione di Roma o Napoli: «Se ci penso, ho già l’ansia: sperare che il treno non tardi per non perdere l’altro, la valigia che pesa,il continuo sali-scendi: io rivoglio il mio treno», confessa. Nel 2005 erano 56 i treni circolanti da Nord a Sud e viceversa. Oggi sono 26. Da lunedì 12 dicembre – con l’entrata in vigore del nuovo orario – saranno dieci: «Tra le motivazioni ho letto che viaggiavano sempre vuoti, ma non è vero: in tanti anni li ho sempre visti pieni. Pieni di maestre meridionali che insegnano in Toscana, anziani che si muovono per andare a trovare i figli: ora come faranno?» si chiede Anna.
RADDOPPIATE LE TARIFFE DEI TRENI DIURNI- Eugenio – studente di Giurisprudenza – da alcuni anni aveva già rinunciato al treno di notte: «Per il rapporto qualità-prezzo preferivo viaggiare di giorno, provando anche ad approfittare di sconti ed offerte. Oggi, però, è diventato quasi insostenibile: da quando quattro anni fa spendevo circa 60 euro per arrivare a Paola, oggi servono almeno 112 euro, anche perché le offerte sono introvabili. Poi con il ritardo con cui viaggiano i treni è molto rischioso il trasbordo: se ne perdi uno tocca aspettare anche due ore, prima che ne arrivi un altro». Al vaglio, dunque, eventuali soluzioni: «Ormai noi studenti meridionali ci confrontiamo sulle modalità con cui scendere a casa ed in molti preferiscono i voli low cost da Pisa per Lamezia con la Ryanair». Anche in questo caso, però, tra trasferimenti e check in (e la valigia dello studente che si sposta per le vacanze è sempre piena, soprattutto al ritorno) scivola via un’intera giornata.
IN PULLMAN UNA TRAVERSATA DI 14 ORE- Non resta, così, che la soluzione del pullman: il costo di circa 50 euro (per il momento) è ancora accessibile. Ma quattordici ore di strada – per giunta sulla Salerno-Reggio Calabria – rischiano di diventare un’impresa titanica: «La scelta del pullman per me è sempre stata l’ultima ratio, quando non trovavo la cuccetta sul treno o quando ero a corto di soldi» dice Rosaria, studentessa di Lettere e Filosofia originaria di Catanzaro, l’ultima fermata sul tragitto del pullman di linea. E gli altri? «Una continua ricerca di colleghi siciliani, magari automuniti: divisione delle spese, programma viaggio dettagliato per venire incontro alle esigenze di tutti, controllo delle previsioni del tempo. Insomma, uno stress», sottolinea Salvo, palermitano al secondo anno di Ingegneria. «E magari a scendere per le vacanze sei anche molto motivato, passa. Ma quando ti tocca risalire cominciano a sorgerti anche dubbi sulla bontà della scelta di studiare fuori». E chissà se questa Italia divisa in due – da oggi anche sul piano ferroviario – non possa provocare qualche brutta sorpresa per l’Ateneo fiorentino, che – secondo i dati del Ministero – vanta cinquemila iscritti provenienti solo da Calabria (1403), Sicilia (1154), Puglia (1051) e Campania (1031).
Gaetano Cervone
Fonte: Corriere Fiorentino
.

