venerdì 25 novembre 2011

Noi meridionali...figli di un Dio delle alluvioni minore

Foto: Alluvione e frane nel Messinese, le foto


Per l'ennesima volta noi meridionali siamo costretti ad assistere con stupore e con rabbia al penoso spettacolo di come i media nazionali (o nazional-padani?) trattano in modo completamente diverso, a parità di evento, la cronaca del Sud e la cronaca del Nord. L'ultimo esempio lampante è a proposito delle recenti alluvioni che hanno colpito duramente prima la Liguria e la Toscana e poi, solo negli ultimi giorni, la Calabria e la Sicilia.
Quando ci sono stati i morti a Genova tutti noi a pensare alla tragedia ed a dimostrare solidarietà ai genovesi...personalmente odio chi specula sulle notizie e chi fa del razzismo al contrario, non e' nel nostro DNA meridionale godere delle sciagure altrui e non ho mai visto striscioni dalle nostre parti del tipo "forza Adige" o "grazie Po per l'esondazione" oppure "Mar Ligure pensaci tu" come alcune intelligenti esibizioni in stadi da Roma in su.
Eppure devo leggere sconcertato l'articolo e guardare il video su "La Repubblica", non su "La Padania" e nemmeno scritto da un noto razzista padano come Calderoli o Borghezio, ma di Francesco Merlo su un giornale che si dichiara quotidiano nazionale!!!
Ebbene Merlo cerca di imitare le famose teorie lombrosiane con una ricostruzione davvero sconcertante sull'abusivismo al Sud (e in Liguria?) come causa principale delle tragedie di queste ultime ore ed ovviamente l'abusivismo viene rimarcato solo ora e non quando si parlava dei fiumi interrati in Liguria ed in Toscana...la rassegnazione del Sud...addirittura una solidarietà diversa....mancavano solo le foto degli abitanti siciliani fotografati come i briganti del 1860-1870 con evidenziata la fossetta occipitale e con lo sguardo truce del brigante!
Ebbene noi siamo stanchi di subire, non esistono morti di serie A e quelli di serie B...noi del Partito del Sud non rimarremo muti come gli schiavi negri dell'800 dopo le scudisciate dei padroni o dopo le prime incursioni del Ku Klux Klan...urleremo la nostra rabbia contro i signori della politica e dell'informazione nazionale, in più dovremmo organizzarci sempre meglio per avere una rappresentanza politica e per essere una chiara alternativa allo sfascio che avanza e alla penosa condizione dell'informazione pubblica, sempre più sotto il giogo delle lobbies economiche e politiche nordiste che hanno tutto l'interesse nel fornire la solita immagine del Sud "palla al piede" e "causa di tutti i mali".
Non basta più nemmeno il solo gridare contro le falsità e le ingiustizie, è ora di contrastarli con una rivoluzione meridionale pacifica e prorompente con esempi, e ce ne sono tanti, di quel Sud che lavora e che sa amministrare senza dover prendere nessuna lezione dal Nord. Per la difesa del territorio per esempio, il Nord non e' certo l'esempio da prendere e, se dobbiamo avere dei modelli, non dovremmo certo pensare a quelli padani come tanti episodi tragici dal Vajont all'alluvione di Firenze fino ai recenti fatti di Genova. Sarno e Barcellona Pozzo di Gotto devono di certo riflettere anche sugli errori dei loro amministratori nella difesa del territorio ma non hanno di certo da imparare dai settentrionali ed, almeno per la solidarietà, secondo me di fronte a certe tragedie non devono esistere differenze.

Per aiuti alla cittadina messinese, diffondo appello che gira in rete:
bonifico bancario su codice IBAN IT16Z0103082071000001328303 intestato al Comune di Barcellona Pozzo Di Gotto. Causale: contributo solidarieta' alluvionati.


Enzo Riccio
Segr. Org. Nazionale
PARTITO DEL SUD


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Foto: Alluvione e frane nel Messinese, le foto


Per l'ennesima volta noi meridionali siamo costretti ad assistere con stupore e con rabbia al penoso spettacolo di come i media nazionali (o nazional-padani?) trattano in modo completamente diverso, a parità di evento, la cronaca del Sud e la cronaca del Nord. L'ultimo esempio lampante è a proposito delle recenti alluvioni che hanno colpito duramente prima la Liguria e la Toscana e poi, solo negli ultimi giorni, la Calabria e la Sicilia.
Quando ci sono stati i morti a Genova tutti noi a pensare alla tragedia ed a dimostrare solidarietà ai genovesi...personalmente odio chi specula sulle notizie e chi fa del razzismo al contrario, non e' nel nostro DNA meridionale godere delle sciagure altrui e non ho mai visto striscioni dalle nostre parti del tipo "forza Adige" o "grazie Po per l'esondazione" oppure "Mar Ligure pensaci tu" come alcune intelligenti esibizioni in stadi da Roma in su.
Eppure devo leggere sconcertato l'articolo e guardare il video su "La Repubblica", non su "La Padania" e nemmeno scritto da un noto razzista padano come Calderoli o Borghezio, ma di Francesco Merlo su un giornale che si dichiara quotidiano nazionale!!!
Ebbene Merlo cerca di imitare le famose teorie lombrosiane con una ricostruzione davvero sconcertante sull'abusivismo al Sud (e in Liguria?) come causa principale delle tragedie di queste ultime ore ed ovviamente l'abusivismo viene rimarcato solo ora e non quando si parlava dei fiumi interrati in Liguria ed in Toscana...la rassegnazione del Sud...addirittura una solidarietà diversa....mancavano solo le foto degli abitanti siciliani fotografati come i briganti del 1860-1870 con evidenziata la fossetta occipitale e con lo sguardo truce del brigante!
Ebbene noi siamo stanchi di subire, non esistono morti di serie A e quelli di serie B...noi del Partito del Sud non rimarremo muti come gli schiavi negri dell'800 dopo le scudisciate dei padroni o dopo le prime incursioni del Ku Klux Klan...urleremo la nostra rabbia contro i signori della politica e dell'informazione nazionale, in più dovremmo organizzarci sempre meglio per avere una rappresentanza politica e per essere una chiara alternativa allo sfascio che avanza e alla penosa condizione dell'informazione pubblica, sempre più sotto il giogo delle lobbies economiche e politiche nordiste che hanno tutto l'interesse nel fornire la solita immagine del Sud "palla al piede" e "causa di tutti i mali".
Non basta più nemmeno il solo gridare contro le falsità e le ingiustizie, è ora di contrastarli con una rivoluzione meridionale pacifica e prorompente con esempi, e ce ne sono tanti, di quel Sud che lavora e che sa amministrare senza dover prendere nessuna lezione dal Nord. Per la difesa del territorio per esempio, il Nord non e' certo l'esempio da prendere e, se dobbiamo avere dei modelli, non dovremmo certo pensare a quelli padani come tanti episodi tragici dal Vajont all'alluvione di Firenze fino ai recenti fatti di Genova. Sarno e Barcellona Pozzo di Gotto devono di certo riflettere anche sugli errori dei loro amministratori nella difesa del territorio ma non hanno di certo da imparare dai settentrionali ed, almeno per la solidarietà, secondo me di fronte a certe tragedie non devono esistere differenze.

Per aiuti alla cittadina messinese, diffondo appello che gira in rete:
bonifico bancario su codice IBAN IT16Z0103082071000001328303 intestato al Comune di Barcellona Pozzo Di Gotto. Causale: contributo solidarieta' alluvionati.


Enzo Riccio
Segr. Org. Nazionale
PARTITO DEL SUD


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giovedì 24 novembre 2011

Il Sud perde la corsa. Rapporto Confartigianato

Il Sud perde la corsa. Rapporto Confartigianato

BOLOGNA, 23 NOVEMBRE - Trentasei anni fa bastavano 10 ore e 26 minuti. Adesso di ore ce ne vogliono almeno 11. Quasi quattro volte più del tempo che ci vuole per andare da Roma a Milano. Questo ci dice quanto il Sud sia andato indietro. Trentaquattro minuti è il numero che oggi impiega in più il treno per coprire la distanza fra Roma e Palermo rispetto al 1975. Quel numero è la sintesi di decenni di illusioni, sprechi, politiche clientelari, incapacità e collusioni di una classe politica disinteressata alla soluzione dell'atavico problema di un Paese a due velocità.

Nel 1998 il Prodotto interno lordo procapite dell'Italia meridionale era superiore dell'88,7% alla media delle 20 regioni europee più povere. Oggi quella differenza si è ridotta al 13,8%. Perché mentre il nostro Sud cresceva in dieci anni al ritmo del 29%, nei territori più derelitti del continente il Pil procapite aumentava del 114%. Sempre nel 2008, anno che ha segnato almeno in Europa l'inizio della grande crisi, la ricchezza individualmente prodotta nel Mezzogiorno risultava inferiore a quella di sette regioni spagnole, quattro greche, tre portoghesi, una rumena e una polacca. Al di sotto anche del Pil procapite della Repubblica Slovacca e di Malta.

Durante la recessione, fra il 2008 e il 2011, il Sud ha perduto 329 mila posti di lavoro, più del doppio rispetto ai 158 mila del Centro Nord. Non può dunque meravigliare che la Campania sia fra le 271 Regioni europee quella con il minore tasso di occupazione: lavora appena il 39,9% delle persone di età compresa fra 15 e 64 anni. E subito dopo ci sono Calabria e Sicilia. In Calabria, lavora un giovane su nove e il tasso di occupazione giovanile non supera il 10,7. E non va particolarmente meglio in Basilicata e Campania, se consideriamo che in queste due Regioni soltanto un giovane su otto è occupato. La Campania è la Regione meridionale dove la situazione è forse più preoccupante. Qui il tasso di attività femminile, che in Italia è fra i più modesti dell’Unione europea, è del 31,1%. Decisamente al di sotto di Sicilia (34,7%), Calabria (35,1%), Puglia (35,3%) e Basilicata (41,8%).Queste cinque Regioni del Sud Italia sono in Europa quelle con meno donne occupate.

La Campania detiene poi un altro poco invidiabile primato: il numero dei maschi inattivi. Persone di età compresa fra 25 e 54 anni non più in età scolare ma non ancora in età per la pensione, che non lavorano. In Italia sono 872 mila: più di un terzo dei quali, 294 mila, nella sola Campania. In questa poco edificante graduatoria, l'isola francese di Réunion nell'Oceano indiano, la Puglia e la Guyana. Per un soffio, poi, la Martinica batte in una seconda deprimente classifica la nostra Calabria. Dove il tasso di occupazione giovanile non supera il 10,7%, contro il 10,6% della piccola colonia francese. In Calabria, insomma, lavora un giovane su nove. E non va particolarmente meglio in Basilicata e Campania, se consideriamo che in queste due Regioni soltanto un giovane su otto è occupato.

La quota di lavoro irregolare al Sud è al 18,9 contro il 9,7% della media nazionale. Secondo le stime il numero di lavoratori in nero supera quello dei dipendenti pubblici: un milione 241 mila contro un milione 163 mila. Il settore pubblico nel Mezzogiorno assorbe il 23,9% degli occupati, contro il 16,1% del resto d’Italia. I numeri dell’inattività nel Meridione, sono, infatti, molto spesso celati dal cancro del lavoro nero. Un padre che non riesce a sfamare la propria famiglia, accetta, pur sapendo di sbagliare, di lavorare in modo irregolare. A una inattività soltanto ufficialmente vertiginosa è associato un livello di assistenzialismo crescente, che certo non si può definire fisiologico. Le pensioni di invalidità, che nel 2003 erano 796.103, hanno raggiunto alla fine del 2010 un milione 199.593: ce ne sono 5,8 per ogni cento abitanti. Il loro numero, sottolinea il rapporto della Confartigianato, è addirittura superiore a quello «degli imprenditori e lavoratori in proprio, pari a un milione 192.000».

Ne sanno qualcosa le imprese, che devono sopportare costi burocratici enormi (il tempo medio per avviare un’attività qui è più lungo di un terzo) e ritardi nei pagamenti: le aziende sanitarie meridionali onorano i propri impegni mediamente in 425 giorni, a fronte di 193 giorni nel Centro Nord. In Calabria si arriva a 809 giorni. Nel Mezzogiorno l’indice della “qualità della vita dell’impresa” elaborato dalla Confartigianato sulla base di 42 parametri che vanno dal mercato del lavoro ai servizi pubblici locali mostra condizioni decisamente peggiori. La maglia nera spetta alla provincia di Crotone, ma nelle ultime dieci posizioni della lista troviamo altre dieci province del Sud: Catanzaro, Taranto, Benevento, Catania,Carbonia Iglesias, Cosenza, Napoli, Vibo Valentia e Caserta. Ma ne sanno qualcosa, dello stato dei servizi pubblici, anche i cittadini.

Come dimostra un lunghissimo elenco di indicatori contenuto nello studio della Confartigianato al Sud i pensionati costretti a lunghe code alla posta per ritirare ogni mese i loro soldi sono il 68,2%, contro il 39,1% nel Centro Nord. La raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani è al 19,1%, meno della metà del Centro Nord, dove tocca il 40,4%, e con tariffe più alte del 20%. Gli studenti quindicenni «con elevate competenze in lettura» sono il 17,5%, rispetto al 31,9% rilevato nelle altre Regioni. Il tasso di abbandono degli studi universitari raggiunge il 22,3%, 6,1 punti in più. Il cosiddetto «indice di attrattività» dell’università, del resto, è fortemente negativo: -21,1%. Al Sud i pensionati costretti a lunghe code alla posta per ritirare ogni mese i loro soldi sono il 68,2%, contro il 39,1% nel Centro Nord. I cittadini in coda alle Asl sono invece il 58%, a fronte del 42,3%. Gli studenti quindicenni «con elevate competenze in lettura» sono il 17,5%, rispetto al 31,9% rilevato nelle altre Regioni. Una causa di lavoro dura in media 1.031 giorni per il solo primo grado di giudizio, a fronte di 521 giorni nella parte rimanente del Paese. I contenziosi civili sono 1.279 ogni 100 mila abitanti, il triplo rispetto al Centro Nord: il record ce l'ha il giudice di pace della Campania, che deve far fronte a 80,9 ricorsi per ogni 1000 abitanti, tre volte in più del dato nazionale.

Per non parlare dello stato delle infrastrutture. La dotazione del Mezzogiorno è l’80% di quella media italiana, già decisamente carente. Se dal 2000 al 2010 la popolazione del Mezzogiorno è aumentata di 285 mila unità, le proiezioni demografiche dicono che entro il 2030 il Sud perderà 956 mila residenti, con una flessione del 4,6% che riporterà il numero degli abitanti al di sotto della fatidica soglia dei 20 milioni. L’impressione per chi viene dal moderno Nord è quella di intraprendere un viaggio nel passato, dove la fà da padrona la rassegnazione e un diffuso malcontento. Chi va via è speranzoso di trovare porti più favorevoli, chi rimane è oramai disilluso che qualcosa si possa davvero risanare.

Se dal 2000 al 2010 la popolazione del Mezzogiorno è aumentata di 285 mila unità, le proiezioni demografiche dicono che entro il 2030 il Sud perderà 956 mila residenti, con una flessione del 4,6% che riporterà il numero degli abitanti al di sotto della fatidica soglia dei 20 milioni.

Chiara Arnone

Fonte: Info Oggi

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Il Sud perde la corsa. Rapporto Confartigianato

BOLOGNA, 23 NOVEMBRE - Trentasei anni fa bastavano 10 ore e 26 minuti. Adesso di ore ce ne vogliono almeno 11. Quasi quattro volte più del tempo che ci vuole per andare da Roma a Milano. Questo ci dice quanto il Sud sia andato indietro. Trentaquattro minuti è il numero che oggi impiega in più il treno per coprire la distanza fra Roma e Palermo rispetto al 1975. Quel numero è la sintesi di decenni di illusioni, sprechi, politiche clientelari, incapacità e collusioni di una classe politica disinteressata alla soluzione dell'atavico problema di un Paese a due velocità.

Nel 1998 il Prodotto interno lordo procapite dell'Italia meridionale era superiore dell'88,7% alla media delle 20 regioni europee più povere. Oggi quella differenza si è ridotta al 13,8%. Perché mentre il nostro Sud cresceva in dieci anni al ritmo del 29%, nei territori più derelitti del continente il Pil procapite aumentava del 114%. Sempre nel 2008, anno che ha segnato almeno in Europa l'inizio della grande crisi, la ricchezza individualmente prodotta nel Mezzogiorno risultava inferiore a quella di sette regioni spagnole, quattro greche, tre portoghesi, una rumena e una polacca. Al di sotto anche del Pil procapite della Repubblica Slovacca e di Malta.

Durante la recessione, fra il 2008 e il 2011, il Sud ha perduto 329 mila posti di lavoro, più del doppio rispetto ai 158 mila del Centro Nord. Non può dunque meravigliare che la Campania sia fra le 271 Regioni europee quella con il minore tasso di occupazione: lavora appena il 39,9% delle persone di età compresa fra 15 e 64 anni. E subito dopo ci sono Calabria e Sicilia. In Calabria, lavora un giovane su nove e il tasso di occupazione giovanile non supera il 10,7. E non va particolarmente meglio in Basilicata e Campania, se consideriamo che in queste due Regioni soltanto un giovane su otto è occupato. La Campania è la Regione meridionale dove la situazione è forse più preoccupante. Qui il tasso di attività femminile, che in Italia è fra i più modesti dell’Unione europea, è del 31,1%. Decisamente al di sotto di Sicilia (34,7%), Calabria (35,1%), Puglia (35,3%) e Basilicata (41,8%).Queste cinque Regioni del Sud Italia sono in Europa quelle con meno donne occupate.

La Campania detiene poi un altro poco invidiabile primato: il numero dei maschi inattivi. Persone di età compresa fra 25 e 54 anni non più in età scolare ma non ancora in età per la pensione, che non lavorano. In Italia sono 872 mila: più di un terzo dei quali, 294 mila, nella sola Campania. In questa poco edificante graduatoria, l'isola francese di Réunion nell'Oceano indiano, la Puglia e la Guyana. Per un soffio, poi, la Martinica batte in una seconda deprimente classifica la nostra Calabria. Dove il tasso di occupazione giovanile non supera il 10,7%, contro il 10,6% della piccola colonia francese. In Calabria, insomma, lavora un giovane su nove. E non va particolarmente meglio in Basilicata e Campania, se consideriamo che in queste due Regioni soltanto un giovane su otto è occupato.

La quota di lavoro irregolare al Sud è al 18,9 contro il 9,7% della media nazionale. Secondo le stime il numero di lavoratori in nero supera quello dei dipendenti pubblici: un milione 241 mila contro un milione 163 mila. Il settore pubblico nel Mezzogiorno assorbe il 23,9% degli occupati, contro il 16,1% del resto d’Italia. I numeri dell’inattività nel Meridione, sono, infatti, molto spesso celati dal cancro del lavoro nero. Un padre che non riesce a sfamare la propria famiglia, accetta, pur sapendo di sbagliare, di lavorare in modo irregolare. A una inattività soltanto ufficialmente vertiginosa è associato un livello di assistenzialismo crescente, che certo non si può definire fisiologico. Le pensioni di invalidità, che nel 2003 erano 796.103, hanno raggiunto alla fine del 2010 un milione 199.593: ce ne sono 5,8 per ogni cento abitanti. Il loro numero, sottolinea il rapporto della Confartigianato, è addirittura superiore a quello «degli imprenditori e lavoratori in proprio, pari a un milione 192.000».

Ne sanno qualcosa le imprese, che devono sopportare costi burocratici enormi (il tempo medio per avviare un’attività qui è più lungo di un terzo) e ritardi nei pagamenti: le aziende sanitarie meridionali onorano i propri impegni mediamente in 425 giorni, a fronte di 193 giorni nel Centro Nord. In Calabria si arriva a 809 giorni. Nel Mezzogiorno l’indice della “qualità della vita dell’impresa” elaborato dalla Confartigianato sulla base di 42 parametri che vanno dal mercato del lavoro ai servizi pubblici locali mostra condizioni decisamente peggiori. La maglia nera spetta alla provincia di Crotone, ma nelle ultime dieci posizioni della lista troviamo altre dieci province del Sud: Catanzaro, Taranto, Benevento, Catania,Carbonia Iglesias, Cosenza, Napoli, Vibo Valentia e Caserta. Ma ne sanno qualcosa, dello stato dei servizi pubblici, anche i cittadini.

Come dimostra un lunghissimo elenco di indicatori contenuto nello studio della Confartigianato al Sud i pensionati costretti a lunghe code alla posta per ritirare ogni mese i loro soldi sono il 68,2%, contro il 39,1% nel Centro Nord. La raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani è al 19,1%, meno della metà del Centro Nord, dove tocca il 40,4%, e con tariffe più alte del 20%. Gli studenti quindicenni «con elevate competenze in lettura» sono il 17,5%, rispetto al 31,9% rilevato nelle altre Regioni. Il tasso di abbandono degli studi universitari raggiunge il 22,3%, 6,1 punti in più. Il cosiddetto «indice di attrattività» dell’università, del resto, è fortemente negativo: -21,1%. Al Sud i pensionati costretti a lunghe code alla posta per ritirare ogni mese i loro soldi sono il 68,2%, contro il 39,1% nel Centro Nord. I cittadini in coda alle Asl sono invece il 58%, a fronte del 42,3%. Gli studenti quindicenni «con elevate competenze in lettura» sono il 17,5%, rispetto al 31,9% rilevato nelle altre Regioni. Una causa di lavoro dura in media 1.031 giorni per il solo primo grado di giudizio, a fronte di 521 giorni nella parte rimanente del Paese. I contenziosi civili sono 1.279 ogni 100 mila abitanti, il triplo rispetto al Centro Nord: il record ce l'ha il giudice di pace della Campania, che deve far fronte a 80,9 ricorsi per ogni 1000 abitanti, tre volte in più del dato nazionale.

Per non parlare dello stato delle infrastrutture. La dotazione del Mezzogiorno è l’80% di quella media italiana, già decisamente carente. Se dal 2000 al 2010 la popolazione del Mezzogiorno è aumentata di 285 mila unità, le proiezioni demografiche dicono che entro il 2030 il Sud perderà 956 mila residenti, con una flessione del 4,6% che riporterà il numero degli abitanti al di sotto della fatidica soglia dei 20 milioni. L’impressione per chi viene dal moderno Nord è quella di intraprendere un viaggio nel passato, dove la fà da padrona la rassegnazione e un diffuso malcontento. Chi va via è speranzoso di trovare porti più favorevoli, chi rimane è oramai disilluso che qualcosa si possa davvero risanare.

Se dal 2000 al 2010 la popolazione del Mezzogiorno è aumentata di 285 mila unità, le proiezioni demografiche dicono che entro il 2030 il Sud perderà 956 mila residenti, con una flessione del 4,6% che riporterà il numero degli abitanti al di sotto della fatidica soglia dei 20 milioni.

Chiara Arnone

Fonte: Info Oggi

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La pioggia provoca altri morti polemiche sul Sud "oscurato"


Tre vittime a Saponara, nel messinese, tra cui un bambino. Un treno deragliato a Catanzaro, tragedia sfiorata. DOSSIER Franitalia.






Di Elisa Chillura



È il dramma dei tre corpi rinvenuti ad aver accentuato il panico tra la gente, già smarrita e inerme di fronte alla catastrofe: nonostante siano 30 le ordinanze di sgombero nel comune di Saponara - cittadina del messinese su cui più delle altre gravano gli effetti dell’alluvione - già a sera buona parte dei 4000 abitanti della zona ha ritenuto opportuno allontanarsi il più possibile dal messinese mentre i 106 soldati della Brigata Aosta di Messina, la Croce Rossa e semplici volontari cercano di ripristinare l’agibilità di strade, abitazioni e scuole. Alcune zone sono tuttora isolate in seguito al tracollo di linee telefoniche e ripetitori, guasto che ha reso irraggiungibili per molte ore anche i numeri di emergenza diffusi dalla protezione civile e che avrebbero dovuto coordinare l’aiuto per cibo e posti letto per gli sfollati. Sono in tutto 400 gli abitati le cui proprietà sono inaccessibili e destinati pertanto in strutture presso il comune di Villafranca Tirrena.
«Saponara è un paese che sorge in verticale a partire dal mare e finisce in collina – racconta Giuseppe, residente del comune – l’acqua ed il fango calati dall’alto hanno sotterrato le case dei quartieri più bassi» ma si tratta di «una tragedia da attribuirsi esclusivamente alla catastrofe naturale - precisa il Vicesindaco di Saponara Giuseppe Merlino – non si era mai vista una pioggia così intensa». Dopo gli oltre 260 millimetri di acqua caduti in meno di dodici ore, si continua a spalare nella notte anche a Barcellona Pozzo di Gotto il cui centro storico è completamente sotterrato da strati di fango. Tra gli abitanti, memori dei disastri che hanno colpito Giampilieri, serpeggia la paura di essere dimenticati. Timori di cui hanno parlato il ministro dell'interno Maria Cancellieri e il ministro dell'ambiente Corrado Clini che al termine del vertice tenuto in serata presso la Procura di Messina precisano che il premier Mario Monti si è già impegnato a far sì che vengano sbloccati i 160 milioni per la messa in sicurezza del territorio ma è prima necessario che la Regione Sicilia dichiari ufficialmente lo stato di emergenza; da quel momento i fondi verranno immediatamente stanziati. «Dobbiamo allargare le nostre strategie di previsioni e concentrarci sulla prevenzioni di zone a rischio come la provincia di Messina – ha dichiarato il ministro dell'Ambiente - occorrono misure concrete, fattibili e finanziabili per adottare una prevenzione alle vulnerabilità»
"Servono misure urgenti di prevenzione". Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha tuonato dopo l'ennesima tragedia che si è abbattuta sotto forma di pioggia in Italia. Questa volta ad essere colpito è il sud, Calabria e Sicilia. Nel messinese sono tre i morti (all'inizio si pensava quattro, ma una ragazza è stata ritrovata viva). Tra i quali un bambino di dieci anni, Luca, che viveva con la famiglia a Scrcelli, frazione di Saponara. Una storia tragica, assurda, insensata: la furia del fango ha travolto la famiglia in fuga, che non sapeva dove andare, cosa fare. La decisione di abbandonare la casa è arrivata perché uno zio della madre di Luca, vista la pioggia cadere "con un'intensità mai vista", era andato a chiamare la nipote, invitandola a scappare. Lei, incinta, il suo compagno, il bambino, hanno provato a farlo. Ma sono stati travolti da un mare di fango, e per il bambino non c'è stato nulla da fare. I genitori sono ricoverati in stato di schock.

Le altre due vittime sono padre e figlio, anche loro di Scarcelli. In questo caso la famgilia aveva deciso di rimanere in casa, ma l'abitazione è stata travolta da un'altra casa abbattuta dallo stesso costone di fango che ha ucciso Luca. Giuseppe, e suo padre Luigi, sono morti così. Il ragazzo si sarebbe laureato tra pochi giorni in Medicina.

Vite spezzate, paesi travolti dal fango. In una sequela che sembra inarrestabile. E stavolta anche la polemica dell'oscuramento a cui la tragedia di Sicilia e Calabria sarebbe stata sottoposta. Sin da ieri sera in rete, da Twitter a Facebook, serpeggia il malcontento per l'"acqua che non si vede" (su Twitter uno specifico canale #lacquachenonsivede). E oltre all'oscuramento mediatico, il sindaco di Messina si ribella anche contro lo stereotipo con cui alcuni sembrano voler liquidare la questione: «Basta usare la storia dell'abusivismo come clava contro il Sud. Siamo stanchi di chi pontifica e non si accorge del dissesto geologico del territorio. Vogliamo verità, giustizia e solidarietà. I morti sono morti, al Nord come al Sud», ha detto Giuseppe Buzzanza (Pdl). Una risposta in diretta alle parole di Rita Borsellino, parlamentare europea: "Le immagini di Saponara ci riportano al dramma di Giampilieri. Immagini che ci eravamo riproposti di non vedere più. Invece, siamo qui a piangere ancora delle vittime, alle quali va tutto il mio cordoglio. Ma nel piangere, non riesco a trattenere la rabbia per l'ennesima tragedia causata dal dissesto idrogeologico del territorio. Un dissesto che ha delle responsabilità ben precise, a partire dall'abusivismo fino ad arrivare alla pressochè totale assenza di interventi strutturali per mettere in sicurezza le aree a rischi", ha detto, ricordando che la Sicilia non utilizza tutti i soldi messi a disposizione dall'Ue per la messa in sicurezza del paese. 160 milioni di euro stanziati dall'Europa proprio per queste misure, denuncia l'assemblea siciliana, sono "congelati" dal ministero.

Il maltempo ieri ha colpito con violenza anche la provincia di catanzaro, dove per poco non è accaduta una tragedia: un ponte è crollato dopo che un treno lo aveva appena superato, con 21 persone a bordo. Nessun morto, solo contusi, ma tanta paura. E l'emergenza non è finita: sono moltissimi i comuni in cui le persone sono, ancora adesso, a corto di energia elettrica. L'enel ha calcolato 2 mila famiglie.

Intanto, proprio in queste ore, sta di nuovo piovendo e sulla zona di Saponara l'allerta meteo è di nuovo scattata.

Fonte: Il Manifesto

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Tre vittime a Saponara, nel messinese, tra cui un bambino. Un treno deragliato a Catanzaro, tragedia sfiorata. DOSSIER Franitalia.






Di Elisa Chillura



È il dramma dei tre corpi rinvenuti ad aver accentuato il panico tra la gente, già smarrita e inerme di fronte alla catastrofe: nonostante siano 30 le ordinanze di sgombero nel comune di Saponara - cittadina del messinese su cui più delle altre gravano gli effetti dell’alluvione - già a sera buona parte dei 4000 abitanti della zona ha ritenuto opportuno allontanarsi il più possibile dal messinese mentre i 106 soldati della Brigata Aosta di Messina, la Croce Rossa e semplici volontari cercano di ripristinare l’agibilità di strade, abitazioni e scuole. Alcune zone sono tuttora isolate in seguito al tracollo di linee telefoniche e ripetitori, guasto che ha reso irraggiungibili per molte ore anche i numeri di emergenza diffusi dalla protezione civile e che avrebbero dovuto coordinare l’aiuto per cibo e posti letto per gli sfollati. Sono in tutto 400 gli abitati le cui proprietà sono inaccessibili e destinati pertanto in strutture presso il comune di Villafranca Tirrena.
«Saponara è un paese che sorge in verticale a partire dal mare e finisce in collina – racconta Giuseppe, residente del comune – l’acqua ed il fango calati dall’alto hanno sotterrato le case dei quartieri più bassi» ma si tratta di «una tragedia da attribuirsi esclusivamente alla catastrofe naturale - precisa il Vicesindaco di Saponara Giuseppe Merlino – non si era mai vista una pioggia così intensa». Dopo gli oltre 260 millimetri di acqua caduti in meno di dodici ore, si continua a spalare nella notte anche a Barcellona Pozzo di Gotto il cui centro storico è completamente sotterrato da strati di fango. Tra gli abitanti, memori dei disastri che hanno colpito Giampilieri, serpeggia la paura di essere dimenticati. Timori di cui hanno parlato il ministro dell'interno Maria Cancellieri e il ministro dell'ambiente Corrado Clini che al termine del vertice tenuto in serata presso la Procura di Messina precisano che il premier Mario Monti si è già impegnato a far sì che vengano sbloccati i 160 milioni per la messa in sicurezza del territorio ma è prima necessario che la Regione Sicilia dichiari ufficialmente lo stato di emergenza; da quel momento i fondi verranno immediatamente stanziati. «Dobbiamo allargare le nostre strategie di previsioni e concentrarci sulla prevenzioni di zone a rischio come la provincia di Messina – ha dichiarato il ministro dell'Ambiente - occorrono misure concrete, fattibili e finanziabili per adottare una prevenzione alle vulnerabilità»
"Servono misure urgenti di prevenzione". Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha tuonato dopo l'ennesima tragedia che si è abbattuta sotto forma di pioggia in Italia. Questa volta ad essere colpito è il sud, Calabria e Sicilia. Nel messinese sono tre i morti (all'inizio si pensava quattro, ma una ragazza è stata ritrovata viva). Tra i quali un bambino di dieci anni, Luca, che viveva con la famiglia a Scrcelli, frazione di Saponara. Una storia tragica, assurda, insensata: la furia del fango ha travolto la famiglia in fuga, che non sapeva dove andare, cosa fare. La decisione di abbandonare la casa è arrivata perché uno zio della madre di Luca, vista la pioggia cadere "con un'intensità mai vista", era andato a chiamare la nipote, invitandola a scappare. Lei, incinta, il suo compagno, il bambino, hanno provato a farlo. Ma sono stati travolti da un mare di fango, e per il bambino non c'è stato nulla da fare. I genitori sono ricoverati in stato di schock.

Le altre due vittime sono padre e figlio, anche loro di Scarcelli. In questo caso la famgilia aveva deciso di rimanere in casa, ma l'abitazione è stata travolta da un'altra casa abbattuta dallo stesso costone di fango che ha ucciso Luca. Giuseppe, e suo padre Luigi, sono morti così. Il ragazzo si sarebbe laureato tra pochi giorni in Medicina.

Vite spezzate, paesi travolti dal fango. In una sequela che sembra inarrestabile. E stavolta anche la polemica dell'oscuramento a cui la tragedia di Sicilia e Calabria sarebbe stata sottoposta. Sin da ieri sera in rete, da Twitter a Facebook, serpeggia il malcontento per l'"acqua che non si vede" (su Twitter uno specifico canale #lacquachenonsivede). E oltre all'oscuramento mediatico, il sindaco di Messina si ribella anche contro lo stereotipo con cui alcuni sembrano voler liquidare la questione: «Basta usare la storia dell'abusivismo come clava contro il Sud. Siamo stanchi di chi pontifica e non si accorge del dissesto geologico del territorio. Vogliamo verità, giustizia e solidarietà. I morti sono morti, al Nord come al Sud», ha detto Giuseppe Buzzanza (Pdl). Una risposta in diretta alle parole di Rita Borsellino, parlamentare europea: "Le immagini di Saponara ci riportano al dramma di Giampilieri. Immagini che ci eravamo riproposti di non vedere più. Invece, siamo qui a piangere ancora delle vittime, alle quali va tutto il mio cordoglio. Ma nel piangere, non riesco a trattenere la rabbia per l'ennesima tragedia causata dal dissesto idrogeologico del territorio. Un dissesto che ha delle responsabilità ben precise, a partire dall'abusivismo fino ad arrivare alla pressochè totale assenza di interventi strutturali per mettere in sicurezza le aree a rischi", ha detto, ricordando che la Sicilia non utilizza tutti i soldi messi a disposizione dall'Ue per la messa in sicurezza del paese. 160 milioni di euro stanziati dall'Europa proprio per queste misure, denuncia l'assemblea siciliana, sono "congelati" dal ministero.

Il maltempo ieri ha colpito con violenza anche la provincia di catanzaro, dove per poco non è accaduta una tragedia: un ponte è crollato dopo che un treno lo aveva appena superato, con 21 persone a bordo. Nessun morto, solo contusi, ma tanta paura. E l'emergenza non è finita: sono moltissimi i comuni in cui le persone sono, ancora adesso, a corto di energia elettrica. L'enel ha calcolato 2 mila famiglie.

Intanto, proprio in queste ore, sta di nuovo piovendo e sulla zona di Saponara l'allerta meteo è di nuovo scattata.

Fonte: Il Manifesto

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Raimondi «Uomo dell'anno» Il sindaco premiato in America


da sin: Pino Aprile, Antonio Ciano ed il Sindaco di Gaeta Raimondi


Il Partito del Sud porge sinceri complimenti al Sindaco di Gaeta Antonio Raimondi per l'importante premio che gli sarà consegnato sabato prossimo a Cambrigde ( Boston)

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GAETA Il sindaco Antonio Raimondi è stato insignito del premio «Man of the Year» (Uomo dell'anno) dalla Society of Saints Cosmas and Damian che riunisce le comunità gaetane di Cambridge e Somerville nel Massachusetts (Usa).


Il riconoscimento gli sarà consegnato nel corso della «Gaeta Night», la serata evento organizzata, a tal fine, dalla famiglia Di Domenico, una delle più importanti della Society of Saints Cosmas and Damian. Per la prima volta dal 1987, anno in cui è stato istituito questo premio, il Sindaco della città di Gaeta entra a far parte dei premiati. «Sono veramente onorato di ricevere questo premio - ha dichiarato Raimondi - È un'occasione per far sentire ancora più vicini i nostri concittadini emigrati il secolo scorso con la loro terra d'origine dalla quale hanno portato con sé le tradizioni culinarie e, soprattutto, religiose». Anna Galise

Fonte: Il Tempo

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Il Commento di Antonio Ciano:

Buon Viaggio Sindaco.
Saluta i nostri connazionali.Nove ore di volo non sono pochi.C'è chi arriva dal Canada dove ho trovato i veri italiani, e chi parte per Cambridge ( Mass). Significa che qualcosa di buono abbiamo prodotto.
Come dicevo al Convegno domenica scorsa, siamo punto di riferimento in Italia e in molte parti del Mondo.
La nostra giunta e la nostra amministrazione stanno segnando l'inizio di una nuova era politica per l'Italia.
A Napoli De Magistris, anche con l'appoggio del Partito del Sud, sta amministrando la città. Destra, centro e sinistra sono all'opposizione. De Magistris si è presentato con una lista Civica vera, non con una lista civetta, come sono soliti fare i partiti per raccattare qualche voto.
Buon viaggio Sindaco.

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da sin: Pino Aprile, Antonio Ciano ed il Sindaco di Gaeta Raimondi


Il Partito del Sud porge sinceri complimenti al Sindaco di Gaeta Antonio Raimondi per l'importante premio che gli sarà consegnato sabato prossimo a Cambrigde ( Boston)

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GAETA Il sindaco Antonio Raimondi è stato insignito del premio «Man of the Year» (Uomo dell'anno) dalla Society of Saints Cosmas and Damian che riunisce le comunità gaetane di Cambridge e Somerville nel Massachusetts (Usa).


Il riconoscimento gli sarà consegnato nel corso della «Gaeta Night», la serata evento organizzata, a tal fine, dalla famiglia Di Domenico, una delle più importanti della Society of Saints Cosmas and Damian. Per la prima volta dal 1987, anno in cui è stato istituito questo premio, il Sindaco della città di Gaeta entra a far parte dei premiati. «Sono veramente onorato di ricevere questo premio - ha dichiarato Raimondi - È un'occasione per far sentire ancora più vicini i nostri concittadini emigrati il secolo scorso con la loro terra d'origine dalla quale hanno portato con sé le tradizioni culinarie e, soprattutto, religiose». Anna Galise

Fonte: Il Tempo

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Il Commento di Antonio Ciano:

Buon Viaggio Sindaco.
Saluta i nostri connazionali.Nove ore di volo non sono pochi.C'è chi arriva dal Canada dove ho trovato i veri italiani, e chi parte per Cambridge ( Mass). Significa che qualcosa di buono abbiamo prodotto.
Come dicevo al Convegno domenica scorsa, siamo punto di riferimento in Italia e in molte parti del Mondo.
La nostra giunta e la nostra amministrazione stanno segnando l'inizio di una nuova era politica per l'Italia.
A Napoli De Magistris, anche con l'appoggio del Partito del Sud, sta amministrando la città. Destra, centro e sinistra sono all'opposizione. De Magistris si è presentato con una lista Civica vera, non con una lista civetta, come sono soliti fare i partiti per raccattare qualche voto.
Buon viaggio Sindaco.

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mercoledì 23 novembre 2011

Comunicato Stampa Partito del Sud 23 Novembre 2011: Costituzione della Commissione Culturale


Il Partito del Sud, in ottemperanza a quanto deciso nell'ambito del 3° e ultimo Congresso Nazionale tenutosi a Napoli l'8 e 9 ottobre 2011, è lieto di annunciare la costituzione di una Commissione Culturale, esterna al partito, avente funzione consultiva.

Tale commissione sarà composta da alcuni intellettuali tesserati al Partito quali lo scrittore, ricercatore, assessore al Comune di Gaeta, presidente onorario e fondatore del PdSUD
Antonio Ciano, dal giornalista, scrittore e Presidente della Fondazione ADI-Collezione Compasso d'Oro prof. Giovanni Cutolo e dal regista e attore Roberto D'Alessandro.

La commissione si avvarrà inoltre della collaborazione di intellettuali esterni al Partito, in particolare, della giornalista e scrittrice Elena Bianchini Braglia, del giornalista e scrittore Gigi Di Fiore, del giornalista, scrittore e assessore allo sviluppo del Comune di Napoli Marco Esposito, del giornalista e scrittore Lino Patruno e infine del docente universitario e esperto nella gestione delle risorse umane Anthony M. Quattrone.

L'adesione alla commissione di altri intellettuali sarà annunciata a breve.

La commissione, presieduta dal Prof. Cutolo e coordinata dal Dott. Quattrone, avrà il compito di elaborare temi e iniziative culturali che il Partito del Sud sosterrà e diffonderà nell'interesse di tutti i meridionali d'Italia.





Segr. Org. Nazionale

PARTITO DEL SUD
Enzo Riccio


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Il Partito del Sud, in ottemperanza a quanto deciso nell'ambito del 3° e ultimo Congresso Nazionale tenutosi a Napoli l'8 e 9 ottobre 2011, è lieto di annunciare la costituzione di una Commissione Culturale, esterna al partito, avente funzione consultiva.

Tale commissione sarà composta da alcuni intellettuali tesserati al Partito quali lo scrittore, ricercatore, assessore al Comune di Gaeta, presidente onorario e fondatore del PdSUD
Antonio Ciano, dal giornalista, scrittore e Presidente della Fondazione ADI-Collezione Compasso d'Oro prof. Giovanni Cutolo e dal regista e attore Roberto D'Alessandro.

La commissione si avvarrà inoltre della collaborazione di intellettuali esterni al Partito, in particolare, della giornalista e scrittrice Elena Bianchini Braglia, del giornalista e scrittore Gigi Di Fiore, del giornalista, scrittore e assessore allo sviluppo del Comune di Napoli Marco Esposito, del giornalista e scrittore Lino Patruno e infine del docente universitario e esperto nella gestione delle risorse umane Anthony M. Quattrone.

L'adesione alla commissione di altri intellettuali sarà annunciata a breve.

La commissione, presieduta dal Prof. Cutolo e coordinata dal Dott. Quattrone, avrà il compito di elaborare temi e iniziative culturali che il Partito del Sud sosterrà e diffonderà nell'interesse di tutti i meridionali d'Italia.





Segr. Org. Nazionale

PARTITO DEL SUD
Enzo Riccio


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La fine dell'Italia (secondo Foreign Policy)

di David Gilmour
Risorgimento-01.jpg

Perché dovremmo stupirci se l’Italia cade a pezzi? Con decine di dialetti e un’unificazione fatta in fretta e furia, si potrebbe persino dubitare che sia davvero una nazione. L’Italia sta cadendo a pezzi, politicamente ed economicamente. Di fronte a una gravissima crisi del debito e alle defezioni dalla sua maggioranza parlamentare, il primo ministro Silvio Berlusconi , la figura politica che più ha dominato il panorama politico romano dai tempi di Mussolini, la scorsa settimana ha rassegnato le dimissioni. Ma i problemi del paese vanno oltre la scadente prova politica del Cavaliere, oltre i suoi celebri peccatucci: le loro radici affondano nella fragilità del sentimento di unità nazionale, un mito nel quale pochi italiani, oggi, mostrano di credere.

La frettolosa, forzata unificazione del XIX Secolo, cui nel XX Secolo seguirono il fascismo e la sconfitta nella Seconda guerra mondiale, lasciò il paese privo del sentimento di nazionalità. Ciò non sarebbe stato di grande importanza se lo stato post-fascista avesse avuto maggior successo, non solo nella gestione dell’economia ma anche nel proporsi come un’entità in cui i cittadini potessero identificarsi, e avere fiducia. Ma negli ultimi sessant’anni, la Repubblica italiana ha fallito nel fornire un governo funzionante, nel combattere la corruzione, nel proteggere l’ambiente, persino dal proteggere i suoi cittadini dalla violenza di Mafia, Camorra e altre organizzazioni criminali. Adesso, nonostante i suoi intrinseci punti di forza, la Repubblica si è mostrata incapace di gestire l’economia.

Ci sono voluti quattro secoli perché i sette regni dell’Inghilterra anglo-sassone diventassero, alla fine, uno solo, nel Decimo secolo. Ma quasi tutta l’Italia è stata riunita in meno di due anni, tra l’estate del 1859 e la primavera del 1861. Il Papa venne spogliato di quasi tutti i suoi domini, la dinastia dei Borboni venne esiliata da Napoli, i duchi dell’Italia centrale persero i loro troni e il re del Piemonte divenne re d’Italia. In quel momento tale rapidità venne vista come un miracolo, il risultato di un magnifico insorgere patriottico da parte di un popolo che anelava ad unirsi e cacciare l’oppressore straniero e i suoi servi. Va detto però che il movimento patriottico che ottenne l’unificazione dell’Italia era numericamente piccolo, formato per lo più da giovani della classe media settentrionale; e non aveva alcuna possibilità di successo senza un intervento dall’esterno.

Fu l’esercito francese a cacciare gli austriaci dalla Lombardia, nel 1859; fu una vittoria della Prussia a far sì che l’Italia, nel 1866, potesse annettersi Venezia. Nel resto del paese, le guerre di Risorgimento non furono tanto una lotta per l’unità e la liberazione, quanto una successione di guerre civili. Giuseppe Garibaldi, che si era fatto un nome come soldato combattendo in Sudamerica, si batté eroicamente con le sue camicie rosse in Sicilia e a Napoli nel 1860, ma la sua campagna fu, in ultima analisi, la conquista del Sud da parte del Nord, seguita dall’imposizione delle leggi del Nord in luogo di quelle dello stato meridionale che allora esisteva, il Regno delle due Sicilie. Napoli non si sentì affatto “liberata”, soltanto ottanta napoletani si offrirono volontari per le camicie rosse garibaldine? e la sua gente non tardò ad amareggiarsi del fatto che la città aveva scambiato quello che da seicento anni era il suo rango “capitale del regno” con quello di località di provincia. Ancor oggi il suo status è minore, nel quadro di un Pil del Mezzogiorno pari a meno della metà del settentrione.

L’Italia unita ha saltato la fase, normale e faticosa, di “costruzione della nazione”, diventando subito uno stato centralista ben poco disposto a fare concessioni ai diversi localismi. Si faccia il paragone con la Germania: dopo l’unificazione del 1871, il nuovo Reich era governato da una confederazione che includeva quattro regni e cinque granducati. La penisola italiana, al contrario, venne conquistata in nome del re piemontese Vittorio Emanuele II e rimase una versione ingrandita di quel regno, esibendo lo stesso monarca, la stessa capitale (Torino), persino la stessa Costituzione. L’applicazione delle leggi piemontesi su tutta la penisola fece sentire i suoi abitanti più come popolazioni conquistate che come popolo liberato. Il sud venne attraversato da una serie di violente rivolte, tutte sanguinosamente represse.

Le diversità che attraversano l’Italia hanno una storia antica, che non può essere messa da pare in pochi anni. Nel Quinto secolo dopo Cristo, gli antichi greci parlavano la stessa lingua e si consideravano greci; a quei tempi, la popolazione dell’Italia parlava 40 lingue diverse e non aveva alcun senso di identità comune. Tali diversità divennero ancor più pronunciate alla caduta dell’Impero romano, con gli italiani che si ritrovarono a vivere per secoli in comuni medievali, città-stato e ducati rinascimentali. Questi sentimenti di campanile sono vivi ancor oggi: se, per esempio, chiedete a un abitante di Pisa: “di dove sei”?, lui dirà “sono di Pisa” o eventualmente “sono toscano” ancor prima di dire “sono italiano” o magari “europeo”. Come scherzosamente ammettono molti italiani, il loro sentimento di appartenenza alla nazione emerge soltanto durante la Coppa del mondo di calcio, e solo se gli “azzurri” giocano bene.

La lingua è un altro indicatore delle divisioni italiane. Il celebre linguista Tullio De Mauro ha stimato che all’epoca dell’unificazione, solo il 2,5% della popolazione parlasse l’italiano, vale a dire, l’idioma sviluppatosi a partire dal fiorentino vernacolare con cui scrivevano Dante e Boccaccio. Anche se si trattasse di un’esagerazione e quella percentuale fosse pari a dieci, ancora così si avrebbe che il 90 per cento degli abitanti dell’Italia parlavano lingue o dialetti regionali incomprensibili alle altre genti della penisola. Persino il re Vittorio Emanuele parlava in dialetto piemontese quando non parlava quella che era la sua lingua ufficiale, il francese.

Nell’euforia tra il 1859 e il 1861, pochi politici italiani si soffermarono a considerare le complicazioni derivanti dall’unire genti così diverse. Uno che lo fece fu lo statista piemontese Massimo d’Azeglio, che subito dopo l’unificazione avrebbe detto: “Ora che è fatta l’Italia, dobbiamo fare gli italiani”. Purtroppo, la via che più di ogni altra venne seguita per “fare gli italiani” fu quella di sforzarsi di fare dell’Italia una grande potenza, una potenza in grado di competere militarmente con Francia, Germania, Austria-Ungheria. Un tentativo condannato al fallimento, perché la nuova nazione era assai più povera delle sue rivali.

Per un periodo di novant’anni, culminato con la caduta di Mussolini, la classe dirigente italiana decise di costruire il senso di nazionalità che ancora mancava trasformando gli italiani in conquistatori e colonialisti. Vennero spese grandi somme di denaro per finanziare spedizioni in Africa, spesso risoltesi in disastri; come ad Adua, nel 1896, dove un’armata italiana venne distrutta dalle forze etiopiche che uccisero in un giorno solo più italiani di quanti ne morirono in tutte le guerre risorgimentali. Sebbene il paese non avesse nemici in Europa e nessun bisogno di combattere in nessuna delle due guerre mondiali, l’Italia entrò in entrambi i conflitti, in tutti e due i casi nove mesi dopo lo scoppio delle ostilità con il governo che credeva di aver individuato il vincitore al quale chiedere, in premio, annessioni territoriali. L’errore di calcolo fatto ad Mussolini e la sua successiva caduta distrussero a un tempo, in Italia, il militarismo e l’idea di nazionalità.

Nei cinquant’anni successivi alla Seconda guerra mondiale il paese fu dominato dalla Democrazia cristiana e dal Partito comunista. Questi partiti, che ricevevano direttive, rispettivamente, dal Vaticano e dal Cremlino, non avevano alcun interesse nell’instillare un nuovo spirito di nazionalità, che prendesse il posto di quello naufragato nei disastri precedenti. L’Italia del dopoguerra è stata, per molti versi, una storia di successo. Con uno dei ratei di crescita maggiori del mondo, si segnalò tra i paesi innovatori in campi pacifici e produttivi come cinema, moda, design industriale. Ma anche quei trionfi furono settoriali, e nessun governo è stato mai in grado di colmare il gap esistente tra nord e sud.

I fallimenti politici ed economici del governo non sono l’unica causa della malattia che oggi minaccia la stessa sopravvivenza dell’Italia. Alcuni difetti strutturali del paese sono intrinseci alle circostanze della sua nascita. La Lega Nord, il terzo maggior partito politico italiano, secondo cui il 150° anniversario dell’unità d’Italia avrebbe dovuto essere materia più di lutto che di celebrazioni, non è soltanto una strana aberrazione. Il suo atteggiamento verso il sud, per quanto razzista e xenofobo, dimostra che l’Italia, in realtà, non si sente un paese unito.

Il grande politico liberale Giustino Fortunato era solito citare suo padre, secondo cui “l’unificazione dell’Italia è stata un crimine contro la storia e la geografia”. Credeva che la forza e la civiltà della penisola risiedesse in una dimensione regionale, e che un governo centrale non avrebbe mai funzionato. Ogni giorno che passa, le sue idee appaiono sempre più esatte. Se per l’Italia c’è ancora un futuro come nazione unitaria dopo questa crisi, dovrà riconoscere la realtà di una nascita travagliata e costruire un nuovo modello politico che tenga conto del suo intrinseco, millenario regionalismo, magari non un mosaico di repubbliche comunali, ducati arroccati sulle montagne e principati; ma almeno uno stato federale, che rifletta le caratteristiche principali del suo passato.

Tratto da Foreign Policy

Traduzione di Enrico De Simone


Fonte:L'Occidentale


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di David Gilmour
Risorgimento-01.jpg

Perché dovremmo stupirci se l’Italia cade a pezzi? Con decine di dialetti e un’unificazione fatta in fretta e furia, si potrebbe persino dubitare che sia davvero una nazione. L’Italia sta cadendo a pezzi, politicamente ed economicamente. Di fronte a una gravissima crisi del debito e alle defezioni dalla sua maggioranza parlamentare, il primo ministro Silvio Berlusconi , la figura politica che più ha dominato il panorama politico romano dai tempi di Mussolini, la scorsa settimana ha rassegnato le dimissioni. Ma i problemi del paese vanno oltre la scadente prova politica del Cavaliere, oltre i suoi celebri peccatucci: le loro radici affondano nella fragilità del sentimento di unità nazionale, un mito nel quale pochi italiani, oggi, mostrano di credere.

La frettolosa, forzata unificazione del XIX Secolo, cui nel XX Secolo seguirono il fascismo e la sconfitta nella Seconda guerra mondiale, lasciò il paese privo del sentimento di nazionalità. Ciò non sarebbe stato di grande importanza se lo stato post-fascista avesse avuto maggior successo, non solo nella gestione dell’economia ma anche nel proporsi come un’entità in cui i cittadini potessero identificarsi, e avere fiducia. Ma negli ultimi sessant’anni, la Repubblica italiana ha fallito nel fornire un governo funzionante, nel combattere la corruzione, nel proteggere l’ambiente, persino dal proteggere i suoi cittadini dalla violenza di Mafia, Camorra e altre organizzazioni criminali. Adesso, nonostante i suoi intrinseci punti di forza, la Repubblica si è mostrata incapace di gestire l’economia.

Ci sono voluti quattro secoli perché i sette regni dell’Inghilterra anglo-sassone diventassero, alla fine, uno solo, nel Decimo secolo. Ma quasi tutta l’Italia è stata riunita in meno di due anni, tra l’estate del 1859 e la primavera del 1861. Il Papa venne spogliato di quasi tutti i suoi domini, la dinastia dei Borboni venne esiliata da Napoli, i duchi dell’Italia centrale persero i loro troni e il re del Piemonte divenne re d’Italia. In quel momento tale rapidità venne vista come un miracolo, il risultato di un magnifico insorgere patriottico da parte di un popolo che anelava ad unirsi e cacciare l’oppressore straniero e i suoi servi. Va detto però che il movimento patriottico che ottenne l’unificazione dell’Italia era numericamente piccolo, formato per lo più da giovani della classe media settentrionale; e non aveva alcuna possibilità di successo senza un intervento dall’esterno.

Fu l’esercito francese a cacciare gli austriaci dalla Lombardia, nel 1859; fu una vittoria della Prussia a far sì che l’Italia, nel 1866, potesse annettersi Venezia. Nel resto del paese, le guerre di Risorgimento non furono tanto una lotta per l’unità e la liberazione, quanto una successione di guerre civili. Giuseppe Garibaldi, che si era fatto un nome come soldato combattendo in Sudamerica, si batté eroicamente con le sue camicie rosse in Sicilia e a Napoli nel 1860, ma la sua campagna fu, in ultima analisi, la conquista del Sud da parte del Nord, seguita dall’imposizione delle leggi del Nord in luogo di quelle dello stato meridionale che allora esisteva, il Regno delle due Sicilie. Napoli non si sentì affatto “liberata”, soltanto ottanta napoletani si offrirono volontari per le camicie rosse garibaldine? e la sua gente non tardò ad amareggiarsi del fatto che la città aveva scambiato quello che da seicento anni era il suo rango “capitale del regno” con quello di località di provincia. Ancor oggi il suo status è minore, nel quadro di un Pil del Mezzogiorno pari a meno della metà del settentrione.

L’Italia unita ha saltato la fase, normale e faticosa, di “costruzione della nazione”, diventando subito uno stato centralista ben poco disposto a fare concessioni ai diversi localismi. Si faccia il paragone con la Germania: dopo l’unificazione del 1871, il nuovo Reich era governato da una confederazione che includeva quattro regni e cinque granducati. La penisola italiana, al contrario, venne conquistata in nome del re piemontese Vittorio Emanuele II e rimase una versione ingrandita di quel regno, esibendo lo stesso monarca, la stessa capitale (Torino), persino la stessa Costituzione. L’applicazione delle leggi piemontesi su tutta la penisola fece sentire i suoi abitanti più come popolazioni conquistate che come popolo liberato. Il sud venne attraversato da una serie di violente rivolte, tutte sanguinosamente represse.

Le diversità che attraversano l’Italia hanno una storia antica, che non può essere messa da pare in pochi anni. Nel Quinto secolo dopo Cristo, gli antichi greci parlavano la stessa lingua e si consideravano greci; a quei tempi, la popolazione dell’Italia parlava 40 lingue diverse e non aveva alcun senso di identità comune. Tali diversità divennero ancor più pronunciate alla caduta dell’Impero romano, con gli italiani che si ritrovarono a vivere per secoli in comuni medievali, città-stato e ducati rinascimentali. Questi sentimenti di campanile sono vivi ancor oggi: se, per esempio, chiedete a un abitante di Pisa: “di dove sei”?, lui dirà “sono di Pisa” o eventualmente “sono toscano” ancor prima di dire “sono italiano” o magari “europeo”. Come scherzosamente ammettono molti italiani, il loro sentimento di appartenenza alla nazione emerge soltanto durante la Coppa del mondo di calcio, e solo se gli “azzurri” giocano bene.

La lingua è un altro indicatore delle divisioni italiane. Il celebre linguista Tullio De Mauro ha stimato che all’epoca dell’unificazione, solo il 2,5% della popolazione parlasse l’italiano, vale a dire, l’idioma sviluppatosi a partire dal fiorentino vernacolare con cui scrivevano Dante e Boccaccio. Anche se si trattasse di un’esagerazione e quella percentuale fosse pari a dieci, ancora così si avrebbe che il 90 per cento degli abitanti dell’Italia parlavano lingue o dialetti regionali incomprensibili alle altre genti della penisola. Persino il re Vittorio Emanuele parlava in dialetto piemontese quando non parlava quella che era la sua lingua ufficiale, il francese.

Nell’euforia tra il 1859 e il 1861, pochi politici italiani si soffermarono a considerare le complicazioni derivanti dall’unire genti così diverse. Uno che lo fece fu lo statista piemontese Massimo d’Azeglio, che subito dopo l’unificazione avrebbe detto: “Ora che è fatta l’Italia, dobbiamo fare gli italiani”. Purtroppo, la via che più di ogni altra venne seguita per “fare gli italiani” fu quella di sforzarsi di fare dell’Italia una grande potenza, una potenza in grado di competere militarmente con Francia, Germania, Austria-Ungheria. Un tentativo condannato al fallimento, perché la nuova nazione era assai più povera delle sue rivali.

Per un periodo di novant’anni, culminato con la caduta di Mussolini, la classe dirigente italiana decise di costruire il senso di nazionalità che ancora mancava trasformando gli italiani in conquistatori e colonialisti. Vennero spese grandi somme di denaro per finanziare spedizioni in Africa, spesso risoltesi in disastri; come ad Adua, nel 1896, dove un’armata italiana venne distrutta dalle forze etiopiche che uccisero in un giorno solo più italiani di quanti ne morirono in tutte le guerre risorgimentali. Sebbene il paese non avesse nemici in Europa e nessun bisogno di combattere in nessuna delle due guerre mondiali, l’Italia entrò in entrambi i conflitti, in tutti e due i casi nove mesi dopo lo scoppio delle ostilità con il governo che credeva di aver individuato il vincitore al quale chiedere, in premio, annessioni territoriali. L’errore di calcolo fatto ad Mussolini e la sua successiva caduta distrussero a un tempo, in Italia, il militarismo e l’idea di nazionalità.

Nei cinquant’anni successivi alla Seconda guerra mondiale il paese fu dominato dalla Democrazia cristiana e dal Partito comunista. Questi partiti, che ricevevano direttive, rispettivamente, dal Vaticano e dal Cremlino, non avevano alcun interesse nell’instillare un nuovo spirito di nazionalità, che prendesse il posto di quello naufragato nei disastri precedenti. L’Italia del dopoguerra è stata, per molti versi, una storia di successo. Con uno dei ratei di crescita maggiori del mondo, si segnalò tra i paesi innovatori in campi pacifici e produttivi come cinema, moda, design industriale. Ma anche quei trionfi furono settoriali, e nessun governo è stato mai in grado di colmare il gap esistente tra nord e sud.

I fallimenti politici ed economici del governo non sono l’unica causa della malattia che oggi minaccia la stessa sopravvivenza dell’Italia. Alcuni difetti strutturali del paese sono intrinseci alle circostanze della sua nascita. La Lega Nord, il terzo maggior partito politico italiano, secondo cui il 150° anniversario dell’unità d’Italia avrebbe dovuto essere materia più di lutto che di celebrazioni, non è soltanto una strana aberrazione. Il suo atteggiamento verso il sud, per quanto razzista e xenofobo, dimostra che l’Italia, in realtà, non si sente un paese unito.

Il grande politico liberale Giustino Fortunato era solito citare suo padre, secondo cui “l’unificazione dell’Italia è stata un crimine contro la storia e la geografia”. Credeva che la forza e la civiltà della penisola risiedesse in una dimensione regionale, e che un governo centrale non avrebbe mai funzionato. Ogni giorno che passa, le sue idee appaiono sempre più esatte. Se per l’Italia c’è ancora un futuro come nazione unitaria dopo questa crisi, dovrà riconoscere la realtà di una nascita travagliata e costruire un nuovo modello politico che tenga conto del suo intrinseco, millenario regionalismo, magari non un mosaico di repubbliche comunali, ducati arroccati sulle montagne e principati; ma almeno uno stato federale, che rifletta le caratteristiche principali del suo passato.

Tratto da Foreign Policy

Traduzione di Enrico De Simone


Fonte:L'Occidentale


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LA PIOGGIA AL SUD NON FA RUMORE

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Fonte: Gruppo Facebook Briganti

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Pubblicati in inglese sul "Corriere Canadese" di Toronto i ringraziamenti di Antonio Ciano alla giornalista Caterina Rotunno e al Canada


Caterina,
il mio soggiorno in Canada è stato meraviglioso. Ho incontrato l'Italia che lavora, che fa sacrifici, che si afferma.
Gente come Nick Mancuso, Tony Nardi, Rocco Galati danno onore all'Italia.
La mia famiglia anche ha dovuto seguire la stessa sorte, e migliaia di miei paesani hanno dovuto lasciare la mia bellissima città per terre lontane. Tutto è successo dopo il 1861. Prima di quella data mai nessun meridionale era andato fuori dalla sua città, se non per lavoro.Miei compaesani erano Enrico Tonti e Giovanni Caboto. Caterina, e' stato un piacere conoscerti.Io e Pino andiamo in giro per l'Italia a portare le nostre conoscenze storiche tra gli studenti in convegni sempre più affollati.
Qualcosa sta cambiando nelle coscienze dei giovani. Passeggiare per le strade intitolatre ai nostri aguzzini, ai nazisti nostrani, non è cosa bella, almeno per molti di noi. Qualche aministratore si sta muovendo per cancellarle, ma bisogna cancellare leggi fasciste e savoiarde.
Questo sarà possibile solo con la discesa in campo del Partito del Sud.
Ci vorrà tempo, ma ce la faremo.

Gaeta è stata l'ultima città a cadere sotto la gragnuola di bombe savoiarde ed è la prima città amministrata da una giunta meridionalista in Italia.

Abbiamo mandato all'opposizione destra e sinistra, che rappresentano solo gli interessi economici Tosco-padani. Il Sud è stato spogliato della sua economia, dei suoi figli migliori fatti emigrare da casa Savoia e, purtroppo, anche da questa repubblica. Stiamo lavorando acchè nasca nel Sud una coscienza di classe, e ciò è possibile.
Napoli ha seguito la nostra visione politica, e anche lì,la gente ha capito le scelte di De Magistris che il mio partito ha appoggiato da subito. A Napoli, come a Gaeta, Destra e Sinistra sono state mandate all'opposizione.
Ho smistato il tuo articolo su Facebook. Lo leggeranno in molti. Siamo seguiti da migliaia di persone, da giornalisti, da uomini politici e...anche dai servizi segreti...vedono in noi chissà cosa...invece vogliamo solo dare più forza all'Italia, privata dell'economia meridionale. Noi vogliamo l'altra metà del cielo.

Con una economia forte e spalmata a tutta la penisola, l'Italia avrebbe pochi concorrenti e i nostri giovani non sarebbero più costretti ad emigrare.

Un caro saluto da Gaeta
Antonio Ciano



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Caterina,
il mio soggiorno in Canada è stato meraviglioso. Ho incontrato l'Italia che lavora, che fa sacrifici, che si afferma.
Gente come Nick Mancuso, Tony Nardi, Rocco Galati danno onore all'Italia.
La mia famiglia anche ha dovuto seguire la stessa sorte, e migliaia di miei paesani hanno dovuto lasciare la mia bellissima città per terre lontane. Tutto è successo dopo il 1861. Prima di quella data mai nessun meridionale era andato fuori dalla sua città, se non per lavoro.Miei compaesani erano Enrico Tonti e Giovanni Caboto. Caterina, e' stato un piacere conoscerti.Io e Pino andiamo in giro per l'Italia a portare le nostre conoscenze storiche tra gli studenti in convegni sempre più affollati.
Qualcosa sta cambiando nelle coscienze dei giovani. Passeggiare per le strade intitolatre ai nostri aguzzini, ai nazisti nostrani, non è cosa bella, almeno per molti di noi. Qualche aministratore si sta muovendo per cancellarle, ma bisogna cancellare leggi fasciste e savoiarde.
Questo sarà possibile solo con la discesa in campo del Partito del Sud.
Ci vorrà tempo, ma ce la faremo.

Gaeta è stata l'ultima città a cadere sotto la gragnuola di bombe savoiarde ed è la prima città amministrata da una giunta meridionalista in Italia.

Abbiamo mandato all'opposizione destra e sinistra, che rappresentano solo gli interessi economici Tosco-padani. Il Sud è stato spogliato della sua economia, dei suoi figli migliori fatti emigrare da casa Savoia e, purtroppo, anche da questa repubblica. Stiamo lavorando acchè nasca nel Sud una coscienza di classe, e ciò è possibile.
Napoli ha seguito la nostra visione politica, e anche lì,la gente ha capito le scelte di De Magistris che il mio partito ha appoggiato da subito. A Napoli, come a Gaeta, Destra e Sinistra sono state mandate all'opposizione.
Ho smistato il tuo articolo su Facebook. Lo leggeranno in molti. Siamo seguiti da migliaia di persone, da giornalisti, da uomini politici e...anche dai servizi segreti...vedono in noi chissà cosa...invece vogliamo solo dare più forza all'Italia, privata dell'economia meridionale. Noi vogliamo l'altra metà del cielo.

Con una economia forte e spalmata a tutta la penisola, l'Italia avrebbe pochi concorrenti e i nostri giovani non sarebbero più costretti ad emigrare.

Un caro saluto da Gaeta
Antonio Ciano



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martedì 22 novembre 2011

Il Sud in ritardo di 200 anni - Uno studio di Confcommercio

Lavoratori disoccupati

Lavoratori disoccupati



All'interno della questione italiana, come la definisce un dossier del Centro Studi
Confcommercio sulle dinamiche economiche dell'Italia, Sud e Mediterraneo, c'e' la questione meridionale. "Senza risolvere la questione meridionale - ha spiegato Mariano Bella, direttore Centro Studi Confcommercio presentando a Venezia lo studio - le probabilita' che l'Italia intera ritrovi la strada della crescita sono veramente ridotte".

Per sottolineare la dimensione dei divari Nord-Sud quanto per evidenziare l'esiguita' della crescita, applicando i tassi di sviluppo del Pil pro capite osservati negli ultimi anni nel Nord Ovest e nel Sud, a parita' di popolazione, il Mezzogiorno raggiungerebbe il Nord Ovest tra poco piu' di 200 anni.
L'analisi boccia il fallimento delle politiche di aiuto nel corso degli ultimi sessant'anni: dal 1951 al 2008, ricorda lo studio, le erogazioni sono state pari a poco meno di 280 miliardi di euro, ma questo ha portato all'incremento del divario del Sud rispetto al Nord-Centro di oltre quattro punti percentuali tra il 1951 e il 2000.

E, se si considera che il valore aggiunto della manifattura pesa per il 3,7% in Sicilia, per il 3% in Campania, per il 2% in Sardegna e per lo 0,6% in Calabria, si deve ammettere che la rivitalizzazione del Mezzogiorno difficilmente passera' per una politica di insediamenti industriali, gia' fallita, in sostanza, nel nostro passato.

"Non possiamo prescindere - ha detto il direttore dell'Ufficio Studi Confcommercio - dall'avere un ruolo nell'area del Mediterraneo del Sud. Ruolo fatto di industria, ma anche, e soprattutto, di servizi legati al turismo, in un'ottica di cooperazione: una frazione di questo sviluppo andra' certamente anche a beneficio del Mezzogiorno d'Italia e dell'Italia tutta".


Fonte: Rainews24

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Lavoratori disoccupati

Lavoratori disoccupati



All'interno della questione italiana, come la definisce un dossier del Centro Studi
Confcommercio sulle dinamiche economiche dell'Italia, Sud e Mediterraneo, c'e' la questione meridionale. "Senza risolvere la questione meridionale - ha spiegato Mariano Bella, direttore Centro Studi Confcommercio presentando a Venezia lo studio - le probabilita' che l'Italia intera ritrovi la strada della crescita sono veramente ridotte".

Per sottolineare la dimensione dei divari Nord-Sud quanto per evidenziare l'esiguita' della crescita, applicando i tassi di sviluppo del Pil pro capite osservati negli ultimi anni nel Nord Ovest e nel Sud, a parita' di popolazione, il Mezzogiorno raggiungerebbe il Nord Ovest tra poco piu' di 200 anni.
L'analisi boccia il fallimento delle politiche di aiuto nel corso degli ultimi sessant'anni: dal 1951 al 2008, ricorda lo studio, le erogazioni sono state pari a poco meno di 280 miliardi di euro, ma questo ha portato all'incremento del divario del Sud rispetto al Nord-Centro di oltre quattro punti percentuali tra il 1951 e il 2000.

E, se si considera che il valore aggiunto della manifattura pesa per il 3,7% in Sicilia, per il 3% in Campania, per il 2% in Sardegna e per lo 0,6% in Calabria, si deve ammettere che la rivitalizzazione del Mezzogiorno difficilmente passera' per una politica di insediamenti industriali, gia' fallita, in sostanza, nel nostro passato.

"Non possiamo prescindere - ha detto il direttore dell'Ufficio Studi Confcommercio - dall'avere un ruolo nell'area del Mediterraneo del Sud. Ruolo fatto di industria, ma anche, e soprattutto, di servizi legati al turismo, in un'ottica di cooperazione: una frazione di questo sviluppo andra' certamente anche a beneficio del Mezzogiorno d'Italia e dell'Italia tutta".


Fonte: Rainews24

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Vendola e il Sud...su Rai 3 da Fazio

Interessanti considerazioni sul Sud e sulla questione meridionale del Governatore pugliese Nichi Vendola alla trasmissione "Che tempo che fa" su Rai 3.


http://www.youtube.com/watch?v=jiCfw9vBPlc&feature=channel_video_title

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Interessanti considerazioni sul Sud e sulla questione meridionale del Governatore pugliese Nichi Vendola alla trasmissione "Che tempo che fa" su Rai 3.


http://www.youtube.com/watch?v=jiCfw9vBPlc&feature=channel_video_title

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