martedì 25 ottobre 2011

Iraq: finalmente si torna a casa

From the New York Times on 22 October 2011: "After a decade of war, we're turning the page and moving forward," the president told supporters in an e-mail on Saturday. (Photo: Doug Mills/The New York Times)

Anthony M. Quattrone

L’annuncio fatto dal presidente americano, Barack Obama, venerdì 21 ottobre 2011, che gli Stati Uniti ritireranno tutte le truppe dall’Iraq entro il 31 dicembre 2011 ha colto di sorpresa analisti e osservatori. E’ vero che la data del ritiro era già stata concordata nell’agosto del 2008 fra il predecessore di Obama, il presidente George W. Bush, e il primo ministro Nuri al-Maliki, ma è anche vero che iracheni e americani stavano trattando da diversi mesi sulla possibilità di lasciare in Iraq un contingente di circa cinque mila soldati americani come consiglieri o con compiti di addestramento delle forze di sicurezza irachene. Lo scoglio maggiore, almeno ufficialmente, rimaneva il trattato sullo stato legale delle forze americane in Iraq, con la richiesta del Pentagono di garantire la loro immunità dinanzi alla legge irachena. Dovunque, attraverso trattati internazionali o accordi bilaterali, sono presenti le forze americane, il Pentagono è stato sempre molto fermo per quanto riguarda la giurisdizione sui propri militari da parte delle corti marziali Usa e non dei tribunali locali o internazionali, anche nel caso di accuse di violazione della legge locale o internazionale.

Il rimpatrio di circa 40 mila soldati americani avviene dopo quasi nove anni dall’invasione dell’Iraq avvenuta nel marzo 2003. Da allora, sono morti 4.481 soldati americani, 316 soldati di paesi alleati, oltre 55 mila insorti iracheni, e oltre centomila civili iracheni. L’America conta anche 32 mila feriti fra i suoi militari, di cui il 20 percento soffre di gravi danni celebrali o spinali.

La tempistica dell’annuncio di Obama sembrerebbe conciliare due esigenze del Presidente, una politica e l’altra tecnica. La prima, quella politica, era di sfruttare la notizia della morte di Gheddafi in Libia, dove gli americani hanno speso pochissimo, senza inviare nessun soldato e senza vittime fra i militari Usa, legandola alla promessa elettorale di ritirare tutte le truppe americane dall’Iraq. Il presidente ha potuto, così, inviare ai suoi oppositori, sia nel partito democratico sia in quello repubblicano, un doppio messaggio: è un presidente affidabile in politica estera e mantiene le promesse fatte. Aveva promesso di ridurre le truppe in Iraq per mandarle in Afghanistan per condurre la caccia ai terroristi di al-Qaeda, e l’ha fatto nel 2010. Aveva promesso di catturare o eliminare Osama bin Laden anche fosse stato necessario sconfinare in Pakistan, è l’ha fatto. Aveva promesso di usare alleanze internazionali per nuove missioni, e l’ha fatto nel caso della Libia, partecipando alle operazioni affidate a un comandante canadese, con grande partecipazione europea, con inglesi e francesi in primo piano. Aveva promesso di ritirare completamente le truppe Usa dall’Iraq, e lo sta facendo. Da quel che si vede e si ascolta durante i dibattiti che si stanno svolgendo in questi giorni fra i candidati repubblicani per le primarie presidenziali, le critiche a Obama per la politica estera sono tiepide o inesistenti.

La seconda esigenza del Presidente è di carattere tecnico. E’ necessario dare il tempo utile ai 40 mila militari americani per lasciare l’Iraq nel modo più efficiente possibile e in piena sicurezza. Il nuovo ministro della Difesa, Leon Panetta, dopo aver diretto come capo della CIA la brillante operazione che ha portato all’eliminazione di Osama bin Laden, ora dovrà dirigere l’uscita dall’Iraq in modo organizzato, risparmiando critiche al Presidente che sicuramente arriverebbero se dovessero esserci attacchi mortali contro i soldati Usa mentre vanno via o se si lasciassero agli iracheni troppi materiali, armi e attrezzature pagate con le tasse dei contribuenti americani.

In un articolo pubblicato sul New York Times del 22 ottobre 2011, Mark Landler fa notare, tuttavia, che la forza che Obama sta dimostrando come “presidente di guerra” e il grosso successo che ha ottenuto con le operazioni anti-terrorismo potrebbero non servire per la sua rielezione il prossimo novembre. Le uccisioni di Osama bin Laden il 2 maggio 2011, del suo probabile successore Anwar al-Awlaki il 30 settembre 2011, la morte di Gheddafi il 20 ottobre 2011, e il ritiro delle truppe americane dall’Iraq entro la fine dell’anno, sono importanti, ma in America è sempre stata la condizione dell’economia a determinare l’elezione o la rielezione di un presidente. Se la debole ripresa economica non si trasformasse in un aumento dell’occupazione prima del prossimo autunno, Obama potrebbe contare soltanto sul poco entusiasmo che gli americani stanno dimostrando nei confronti dei repubblicani sia al Congresso sia nelle primarie per la scelta dello sfidante per le presidenziali del 2012. Nessun candidato repubblicano, per il momento e per la gioia di Obama, riesce a creare emozioni forti fra gli americani.

Fonte:Politicamericana



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From the New York Times on 22 October 2011: "After a decade of war, we're turning the page and moving forward," the president told supporters in an e-mail on Saturday. (Photo: Doug Mills/The New York Times)

Anthony M. Quattrone

L’annuncio fatto dal presidente americano, Barack Obama, venerdì 21 ottobre 2011, che gli Stati Uniti ritireranno tutte le truppe dall’Iraq entro il 31 dicembre 2011 ha colto di sorpresa analisti e osservatori. E’ vero che la data del ritiro era già stata concordata nell’agosto del 2008 fra il predecessore di Obama, il presidente George W. Bush, e il primo ministro Nuri al-Maliki, ma è anche vero che iracheni e americani stavano trattando da diversi mesi sulla possibilità di lasciare in Iraq un contingente di circa cinque mila soldati americani come consiglieri o con compiti di addestramento delle forze di sicurezza irachene. Lo scoglio maggiore, almeno ufficialmente, rimaneva il trattato sullo stato legale delle forze americane in Iraq, con la richiesta del Pentagono di garantire la loro immunità dinanzi alla legge irachena. Dovunque, attraverso trattati internazionali o accordi bilaterali, sono presenti le forze americane, il Pentagono è stato sempre molto fermo per quanto riguarda la giurisdizione sui propri militari da parte delle corti marziali Usa e non dei tribunali locali o internazionali, anche nel caso di accuse di violazione della legge locale o internazionale.

Il rimpatrio di circa 40 mila soldati americani avviene dopo quasi nove anni dall’invasione dell’Iraq avvenuta nel marzo 2003. Da allora, sono morti 4.481 soldati americani, 316 soldati di paesi alleati, oltre 55 mila insorti iracheni, e oltre centomila civili iracheni. L’America conta anche 32 mila feriti fra i suoi militari, di cui il 20 percento soffre di gravi danni celebrali o spinali.

La tempistica dell’annuncio di Obama sembrerebbe conciliare due esigenze del Presidente, una politica e l’altra tecnica. La prima, quella politica, era di sfruttare la notizia della morte di Gheddafi in Libia, dove gli americani hanno speso pochissimo, senza inviare nessun soldato e senza vittime fra i militari Usa, legandola alla promessa elettorale di ritirare tutte le truppe americane dall’Iraq. Il presidente ha potuto, così, inviare ai suoi oppositori, sia nel partito democratico sia in quello repubblicano, un doppio messaggio: è un presidente affidabile in politica estera e mantiene le promesse fatte. Aveva promesso di ridurre le truppe in Iraq per mandarle in Afghanistan per condurre la caccia ai terroristi di al-Qaeda, e l’ha fatto nel 2010. Aveva promesso di catturare o eliminare Osama bin Laden anche fosse stato necessario sconfinare in Pakistan, è l’ha fatto. Aveva promesso di usare alleanze internazionali per nuove missioni, e l’ha fatto nel caso della Libia, partecipando alle operazioni affidate a un comandante canadese, con grande partecipazione europea, con inglesi e francesi in primo piano. Aveva promesso di ritirare completamente le truppe Usa dall’Iraq, e lo sta facendo. Da quel che si vede e si ascolta durante i dibattiti che si stanno svolgendo in questi giorni fra i candidati repubblicani per le primarie presidenziali, le critiche a Obama per la politica estera sono tiepide o inesistenti.

La seconda esigenza del Presidente è di carattere tecnico. E’ necessario dare il tempo utile ai 40 mila militari americani per lasciare l’Iraq nel modo più efficiente possibile e in piena sicurezza. Il nuovo ministro della Difesa, Leon Panetta, dopo aver diretto come capo della CIA la brillante operazione che ha portato all’eliminazione di Osama bin Laden, ora dovrà dirigere l’uscita dall’Iraq in modo organizzato, risparmiando critiche al Presidente che sicuramente arriverebbero se dovessero esserci attacchi mortali contro i soldati Usa mentre vanno via o se si lasciassero agli iracheni troppi materiali, armi e attrezzature pagate con le tasse dei contribuenti americani.

In un articolo pubblicato sul New York Times del 22 ottobre 2011, Mark Landler fa notare, tuttavia, che la forza che Obama sta dimostrando come “presidente di guerra” e il grosso successo che ha ottenuto con le operazioni anti-terrorismo potrebbero non servire per la sua rielezione il prossimo novembre. Le uccisioni di Osama bin Laden il 2 maggio 2011, del suo probabile successore Anwar al-Awlaki il 30 settembre 2011, la morte di Gheddafi il 20 ottobre 2011, e il ritiro delle truppe americane dall’Iraq entro la fine dell’anno, sono importanti, ma in America è sempre stata la condizione dell’economia a determinare l’elezione o la rielezione di un presidente. Se la debole ripresa economica non si trasformasse in un aumento dell’occupazione prima del prossimo autunno, Obama potrebbe contare soltanto sul poco entusiasmo che gli americani stanno dimostrando nei confronti dei repubblicani sia al Congresso sia nelle primarie per la scelta dello sfidante per le presidenziali del 2012. Nessun candidato repubblicano, per il momento e per la gioia di Obama, riesce a creare emozioni forti fra gli americani.

Fonte:Politicamericana



Il Mezzogiorno cavallo di Troia

intervista pubblicata dal mensile “Dodici”. Scarica gratis il numero di ottobre

di Vanni Truppi

Adriano Giannola, presidente Svimez

Dall’agricoltura all’industria, dal turismo alla qualità della vita, il Mezzogiorno è in asfissia. E al divario storico tra Sud e Nord Italia – accentuato dalla recessione economica, dalla mancanza di grandi investimenti, dalla fuga di cervelli, dall’estinzione delle attività produttive – si aggiunge lo scollamento dell’intero Sistema Paese dal resto dell’Europa. È quanto emerge dal Rapporto Svimez 2011, presentato a Roma il 27 settembre e commentato per il “dodici” dal presidente dell’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, Adriano Giannola, già numero uno dell’Istituto Banco di Napoli Fondazione e docente di Economia politica alla Federico II di Napoli, per il quale «al Sud c’è bisogno di un’inversione di tendenza, ma se l’Italia non decolla la colpa è anche di un Nord incapace di affrontare la sfida globale».

Presidente, il Piano per il Sud è stato più volte annunciato dal Governo, insieme ad altre misure per il Mezzogiorno, ma ad oggi è stato fatto poco o nulla. È lecito parlare di bluff?

In realtà non è un piano, ma un elenco di cose; non risponde a una strategia, potremmo dire che è senz’anima. Il problema è che manca un’idea di fondo, mentre occorre trovare una strategia per un piano che sia davvero per il Sud, ma di valenza nazionale. Grandi infrastrutture come la Salerno Reggio-Calabria o la linea alta capacità Napoli-Bari vanno calate in un discorso sul cosa serve all’Italia e come il Sud possa servire all’Italia.

Che senso ha parlare di Piano Sud se non ci sono risorse aggiuntive o, peggio ancora, sono state limate?

Le risorse si sono ridotte da 120 a 80 miliardi, anche se il ministro Fitto ha fatto una battaglia almeno per sbloccare i fondi Cipe. In realtà, c’è bisogno di una serie di interventi che puntino alla crescita dell’Italia, magari replicando quello che è successo negli anni ‘50 con la Cassa per il Mezzogiorno, senza la quale non ci sarebbe stato il miracolo economico. Anche il Nord non funziona.

Secondo Svimez al Sud l’industria è a rischio estinzione, ma va anche detto che in molti casi il Mezzogiorno è stato sedotto e abbandonato, come in provincia di Napoli e Caserta…

È una storia che risale ad almeno quindici anni fa. C’è stata l’illusione che le imprese potessero far da sé, ma con il disastro della classe dirigente non sapevano a chi rivolgersi. Il tutto è stato alimentato anche dal degrado civile del Mezzogiorno, legato ad una cattiva interpretazione strategica del problema.

È un po’ come i grandi progetti annunciati e mai partiti, da Bagnoli all’area Est…

Napoli è una somma di problemi. La camorra gioca un ruolo più o meno forte, ma va anche sottolineato che troppo spesso ci sono grandi idee, progetti, che al momento della concretezza si bloccano. Prendiamo Bagnoli: c’è bisogno della famosa bonifica, sono stanziati soldi che non arrivano, le opere avviate degradano e nascono le cattedrali nel deserto. Ci vorrebbe uno sforzo erculeo per avere tempi certi per la bonifica. Perché fare a Bagnoli una tappa della America’s Cup, mentre al Molo Beverello c’è già tutto pronto? Da quello che capisco a Bagnoli bisogna fare delle opere che poi verranno abbattute perché manca la bonifica.

Al Sud le imprese hanno anche il problema della mancanza di una banca meridionale. È cambiato qualcosa negli ultimi tempi?

Sono solo un paio gli Istituti che hanno non solo la sede giuridica nel Meridione, le altre – ad esempio il Banco di Napoli – hanno la proprietà al Nord. Le banche utilizzano le risorse per avere il massimo dei profitti e i risultati sono diversi se una banca del Nord opera al Sud. È ovvio che in questa situazione chi ci perde è la clientela più debole, ossia quella meridionale. Se guardiamo i dati sembra che vada tutto bene, ma nei dati aggregati si nascondono tante realtà diverse.

Senza contare che il denaro al Sud costa di più…

Al Sud ci sono più rischi e per una banca il ricavo unitario deve essere pari a quello del Nord, quindi si aumentano i costi e pagano per lo più gli imprenditori del Mezzogiorno. Il problema è che l’imprenditore “buono” viene penalizzato e si accolla il maggior rischio della banca di operare al Sud. Questo determina una minore competitività dell’economia sana.

La Banca del Sud potrebbe essere una soluzione per lo sviluppo del Mezzogiorno?

È un istituto inutile. Se l’obiettivo iniziale era quello di creare una banca di secondo livello in grado di rifinanziare i piccoli istituti, la funzione poteva essere assolta dalla Cassa Depositi e Prestiti, che già aveva una dotazione di due miliardi di euro. Non si comprende quale possa essere il compito della Banca del Meridione, visto che le BCC e le Popolari si sono tirate indietro perché si sentono in concorrenza con Poste che hanno acquistato il Mediocredito. Il dubbio che mi viene è che la Banca del Sud sia stata creata perché le Poste potessero avere il rango di una vera e propria banca sotto le mentite spoglie di aiutare il Meridione. Insomma, il Sud è stato utilizzato come un cavallo di Troia.

Il Federalismo è una opportunità per il Sud o è un rischio? Fa più paura il federalismo o l’incapacità degli amministratori locali?

Il problema è: quali sono i veri motivi della riforma? In astratto può essere positivo nella misura in cui si rispettano le regole, ma bisogna tener presente la necessità della perequazione Nord-Sud. Al di là della necessità di una maggiore responsabilizzazione degli amministratori del Sud, la riforma è stata fatta per ridurre trasferimenti al Mezzogiorno. Tuttavia, dal ‘92 ad oggi il Sud ha subito un taglio e quindi prende di meno. Il problema finanziario riguarda più il Nord in crisi che la spesa al Mezzogiorno.

Quindi, la colpa non è tutta del Sud sanguisuga?

Il Nord con la sua struttura produttiva non regge da quando siamo entrati nell’euro e, in particolare, non è in grado di reggere la concorrenza mondiale. E questo accade da prima della crisi finanziaria. Dire che il problema è il Meridione è una grande mistificazione. Se si continua su questa strada, l’unica soluzione è la separazione, esito naturale delle dinamiche in atto.

Il rapporto Svimez 2011 parla del Mediterraneo come di un’opportunità per il Sud. Un’opportunità mancata?

Oggi il Mediterraneo è visto addirittura come un pericolo per quello che sta accadendo. Dovremmo davvero vederlo con un ponte che ci unisce non solo al Nord Africa, ma a potenze come la Cina e l’India per attrarre capitali.

Il turismo può essere il volano dell’economia meridionale. Tuttavia, non decolla. Perché?

Prendiamo Napoli: ci sono da un lato i soliti problemi come la sicurezza, i rifiuti, la camorra, e via dicendo, ma anche una diffusa incapacità di strutturare le offerte di servizi. È vero che abbiamo la cultura dell’accoglienza, ma manca la cultura di impresa turistica, senza considerare l’incuranza dell’aspetto urbano e il vandalismo.

Ma i cittadini possono diventare ancora protagonisti di questi territori?

Certo, anche se l’esempio degli amministratori, di ieri e di oggi, è molto rappresentativo della reale voglia di cambiamento… Diciamo che c’è ancora un potenziale enorme da valorizzare.

Short URL: http://www.ilsud.eu/?p=2773


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intervista pubblicata dal mensile “Dodici”. Scarica gratis il numero di ottobre

di Vanni Truppi

Adriano Giannola, presidente Svimez

Dall’agricoltura all’industria, dal turismo alla qualità della vita, il Mezzogiorno è in asfissia. E al divario storico tra Sud e Nord Italia – accentuato dalla recessione economica, dalla mancanza di grandi investimenti, dalla fuga di cervelli, dall’estinzione delle attività produttive – si aggiunge lo scollamento dell’intero Sistema Paese dal resto dell’Europa. È quanto emerge dal Rapporto Svimez 2011, presentato a Roma il 27 settembre e commentato per il “dodici” dal presidente dell’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, Adriano Giannola, già numero uno dell’Istituto Banco di Napoli Fondazione e docente di Economia politica alla Federico II di Napoli, per il quale «al Sud c’è bisogno di un’inversione di tendenza, ma se l’Italia non decolla la colpa è anche di un Nord incapace di affrontare la sfida globale».

Presidente, il Piano per il Sud è stato più volte annunciato dal Governo, insieme ad altre misure per il Mezzogiorno, ma ad oggi è stato fatto poco o nulla. È lecito parlare di bluff?

In realtà non è un piano, ma un elenco di cose; non risponde a una strategia, potremmo dire che è senz’anima. Il problema è che manca un’idea di fondo, mentre occorre trovare una strategia per un piano che sia davvero per il Sud, ma di valenza nazionale. Grandi infrastrutture come la Salerno Reggio-Calabria o la linea alta capacità Napoli-Bari vanno calate in un discorso sul cosa serve all’Italia e come il Sud possa servire all’Italia.

Che senso ha parlare di Piano Sud se non ci sono risorse aggiuntive o, peggio ancora, sono state limate?

Le risorse si sono ridotte da 120 a 80 miliardi, anche se il ministro Fitto ha fatto una battaglia almeno per sbloccare i fondi Cipe. In realtà, c’è bisogno di una serie di interventi che puntino alla crescita dell’Italia, magari replicando quello che è successo negli anni ‘50 con la Cassa per il Mezzogiorno, senza la quale non ci sarebbe stato il miracolo economico. Anche il Nord non funziona.

Secondo Svimez al Sud l’industria è a rischio estinzione, ma va anche detto che in molti casi il Mezzogiorno è stato sedotto e abbandonato, come in provincia di Napoli e Caserta…

È una storia che risale ad almeno quindici anni fa. C’è stata l’illusione che le imprese potessero far da sé, ma con il disastro della classe dirigente non sapevano a chi rivolgersi. Il tutto è stato alimentato anche dal degrado civile del Mezzogiorno, legato ad una cattiva interpretazione strategica del problema.

È un po’ come i grandi progetti annunciati e mai partiti, da Bagnoli all’area Est…

Napoli è una somma di problemi. La camorra gioca un ruolo più o meno forte, ma va anche sottolineato che troppo spesso ci sono grandi idee, progetti, che al momento della concretezza si bloccano. Prendiamo Bagnoli: c’è bisogno della famosa bonifica, sono stanziati soldi che non arrivano, le opere avviate degradano e nascono le cattedrali nel deserto. Ci vorrebbe uno sforzo erculeo per avere tempi certi per la bonifica. Perché fare a Bagnoli una tappa della America’s Cup, mentre al Molo Beverello c’è già tutto pronto? Da quello che capisco a Bagnoli bisogna fare delle opere che poi verranno abbattute perché manca la bonifica.

Al Sud le imprese hanno anche il problema della mancanza di una banca meridionale. È cambiato qualcosa negli ultimi tempi?

Sono solo un paio gli Istituti che hanno non solo la sede giuridica nel Meridione, le altre – ad esempio il Banco di Napoli – hanno la proprietà al Nord. Le banche utilizzano le risorse per avere il massimo dei profitti e i risultati sono diversi se una banca del Nord opera al Sud. È ovvio che in questa situazione chi ci perde è la clientela più debole, ossia quella meridionale. Se guardiamo i dati sembra che vada tutto bene, ma nei dati aggregati si nascondono tante realtà diverse.

Senza contare che il denaro al Sud costa di più…

Al Sud ci sono più rischi e per una banca il ricavo unitario deve essere pari a quello del Nord, quindi si aumentano i costi e pagano per lo più gli imprenditori del Mezzogiorno. Il problema è che l’imprenditore “buono” viene penalizzato e si accolla il maggior rischio della banca di operare al Sud. Questo determina una minore competitività dell’economia sana.

La Banca del Sud potrebbe essere una soluzione per lo sviluppo del Mezzogiorno?

È un istituto inutile. Se l’obiettivo iniziale era quello di creare una banca di secondo livello in grado di rifinanziare i piccoli istituti, la funzione poteva essere assolta dalla Cassa Depositi e Prestiti, che già aveva una dotazione di due miliardi di euro. Non si comprende quale possa essere il compito della Banca del Meridione, visto che le BCC e le Popolari si sono tirate indietro perché si sentono in concorrenza con Poste che hanno acquistato il Mediocredito. Il dubbio che mi viene è che la Banca del Sud sia stata creata perché le Poste potessero avere il rango di una vera e propria banca sotto le mentite spoglie di aiutare il Meridione. Insomma, il Sud è stato utilizzato come un cavallo di Troia.

Il Federalismo è una opportunità per il Sud o è un rischio? Fa più paura il federalismo o l’incapacità degli amministratori locali?

Il problema è: quali sono i veri motivi della riforma? In astratto può essere positivo nella misura in cui si rispettano le regole, ma bisogna tener presente la necessità della perequazione Nord-Sud. Al di là della necessità di una maggiore responsabilizzazione degli amministratori del Sud, la riforma è stata fatta per ridurre trasferimenti al Mezzogiorno. Tuttavia, dal ‘92 ad oggi il Sud ha subito un taglio e quindi prende di meno. Il problema finanziario riguarda più il Nord in crisi che la spesa al Mezzogiorno.

Quindi, la colpa non è tutta del Sud sanguisuga?

Il Nord con la sua struttura produttiva non regge da quando siamo entrati nell’euro e, in particolare, non è in grado di reggere la concorrenza mondiale. E questo accade da prima della crisi finanziaria. Dire che il problema è il Meridione è una grande mistificazione. Se si continua su questa strada, l’unica soluzione è la separazione, esito naturale delle dinamiche in atto.

Il rapporto Svimez 2011 parla del Mediterraneo come di un’opportunità per il Sud. Un’opportunità mancata?

Oggi il Mediterraneo è visto addirittura come un pericolo per quello che sta accadendo. Dovremmo davvero vederlo con un ponte che ci unisce non solo al Nord Africa, ma a potenze come la Cina e l’India per attrarre capitali.

Il turismo può essere il volano dell’economia meridionale. Tuttavia, non decolla. Perché?

Prendiamo Napoli: ci sono da un lato i soliti problemi come la sicurezza, i rifiuti, la camorra, e via dicendo, ma anche una diffusa incapacità di strutturare le offerte di servizi. È vero che abbiamo la cultura dell’accoglienza, ma manca la cultura di impresa turistica, senza considerare l’incuranza dell’aspetto urbano e il vandalismo.

Ma i cittadini possono diventare ancora protagonisti di questi territori?

Certo, anche se l’esempio degli amministratori, di ieri e di oggi, è molto rappresentativo della reale voglia di cambiamento… Diciamo che c’è ancora un potenziale enorme da valorizzare.

Short URL: http://www.ilsud.eu/?p=2773


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lunedì 24 ottobre 2011

De Magistris: "L'indignazione deve diventare partecipazione"



Intervento di Luigi de Magistris a "Il nostro Tempo" @Bologna piazza Maggiore 22-23 ottobre


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Intervento di Luigi de Magistris a "Il nostro Tempo" @Bologna piazza Maggiore 22-23 ottobre


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Il federalismo come non lo avete mai sentito - L’assessore allo sviluppo del comune di Napoli Marco Esposito: "Separiamoci consensualmente".


sud

Il federalismo come
non lo avete mai sentito

L’assessore allo sviluppo del comune di Napoli Marco Esposito: "Separiamoci consensualmente".

Se ognuno pensa per sè, l’Italia, come una famiglia patriarcale, si dissolve. Il federalismo visto dal costituzionalista Massimo Villone è una distribuzione equa delle risorse, a prescindere da dove si producono. Invece la spinta federalista in Italia è nata proprio sul concetto opposto: le tasse devono restare nei territori dove si producono. Non a caso con il governo di centro destra è stato istituito addirittura un ministero delle Riforme per il federalismo, il ministro è Umberto Bossi, della Lega Nord, ma nella delega ricevuta per svolgere le funzioni c’è scritto che può essere sostituito da Calderoli. E viceversa, Bossi può sostituire Calderoli.

Ma chi è il ministro per il federalismo, Bossi o Calderoli?

Il vero ministro del federalismo è Calderoli, a Bossi è rimasto solo il titolo del ministero. Nella Commissione parlamentare bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale, sono stati auditi i seguenti ministri: Calderoli 3 volte, Fitto due volte, Tremonti 1 volta, Bossi mai. I componenti dicono che si è visto 2 volte, in occasioni importanti solo per stringere le mani dei presenti. Cosa fa allora Bossi? Si occupa della parte costituzionale delle riforme, dice Calderoli, per esempio della “sussidiarietà orizzontale”, che è la proposta di riformare l’articolo 41 della costituzione. Questo articolo, si legge nella relazione del disegno di legge, “emerge da un retroterra culturale scettico, allora, nei confronti del sistema di libero mercato” e quindi alla frase: “l’iniziativa economica privata è libera”, si propone di aggiungere, “E’ permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge”. Questa proposta è firmata però da 8 ministri, ed anche su questa Bossi non ha mai preso la parola. In parlamento e in commissione affari costituzionali il disegno di legge è stato illustrato dall’on. Bruno. Torniamo al federalismo, dal 2014 i comuni dovranno prendere le risorse dall’Imu, Imposta Municipale Unificata, che comprende l’Ici su tutto ciò che non è prima casa e l’Irpef sui redditi fondiari non locati. Poi hanno una compartecipazione all’Iva regionale. Con queste risorse i comuni dovranno coprire i costi standard calcolati dallo Stato. Una volta stabilito che le funzioni di un comune costano 100, se dalle entrate proprie arriva 80, i restanti 20 sono coperti dal fondo perequativo. Se il comune invece ha bisogno di più soldi dovrà aumentare le tasse. Il sindaco sarà obbligato a pubblicare il bilancio, così i cittadini saranno in grado di giudicare se è stato bravo o sprecone. Il federalismo fiscale viene sintetizzato con lo slogan Vedo Pago Voto, io cittadino Vedo come vengono spesi i soldi, Pago le tasse, e con il Voto premio il bravo amministratore, un automatismo tutto da verificare alla prova dei fatti. Vale per i sindaci ma non ancora per i ministri almeno fino a che non cambia la legge elettorale.

Vedo, pago, voto e Porcellum

Il ministro Tremonti nella prima relazione al parlamento sull’attuazione del federalismo fiscale, il 30 giugno del 2010, nell’illustrare le prospettive di razionalizzazione della spesa dei costi standard fa l’esempio della siringa che viene acquistata a 0,03 euro negli ospedali della Toscana e a 0,05 euro in quelli siciliani. Con il principio dei costi standard questi sprechi saranno impossibili. Con questo esempio tutti si sono convinti che i costi standard saranno applicati anche alla sanità. Infatti il quotidiano Libero il 23 agosto di quest’anno titolava in prima pagina: “ Consigli antistangata, anticipiamo i costi standard della sanità” evidenziando proprio l’esempio della siringa siciliana. Invece i costi standard nella sanità non sono previsti. Si prenderà come riferimento la spesa globale delle regioni considerate virtuose, con un buon rapporto tra costi e efficienza, e si ricaverà la spesa consentita alle altre regioni in base alla popolazione. La popolazione sarà pesata in base all’anzianità cioè un anziano di 65 anni costa come 4 persone di 35 anni. Da questo parametro è stato esclusa la povertà. Gli anziani si ammalano più dei giovani, ma un anziano povero è più a rischio.

Calderoli: prima ai residenti

L’assessore allo sviluppo del comune di Napoli Marco Esposito nel suo libro “ Federalismo avvelenato” capovolge il concetto della Lega sulla distribuzione delle risorse in base alla ricchezza del territorio. Il titolo quinto della costituzione assicura ai territori con minore capacità fiscale un fondo perequativo, e lo Stato deve provvedere con fondi speciali a promuovere lo sviluppo, la coesione e la solidarietà sociale per rimuovere gli squilibri economici e sociali. La sacrosanta protesta per gli sprechi del Sud che non si può trasformare in egoismo.

Bernardo Iovene


Fonte: Corriere della Sera


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sud

Il federalismo come
non lo avete mai sentito

L’assessore allo sviluppo del comune di Napoli Marco Esposito: "Separiamoci consensualmente".

Se ognuno pensa per sè, l’Italia, come una famiglia patriarcale, si dissolve. Il federalismo visto dal costituzionalista Massimo Villone è una distribuzione equa delle risorse, a prescindere da dove si producono. Invece la spinta federalista in Italia è nata proprio sul concetto opposto: le tasse devono restare nei territori dove si producono. Non a caso con il governo di centro destra è stato istituito addirittura un ministero delle Riforme per il federalismo, il ministro è Umberto Bossi, della Lega Nord, ma nella delega ricevuta per svolgere le funzioni c’è scritto che può essere sostituito da Calderoli. E viceversa, Bossi può sostituire Calderoli.

Ma chi è il ministro per il federalismo, Bossi o Calderoli?

Il vero ministro del federalismo è Calderoli, a Bossi è rimasto solo il titolo del ministero. Nella Commissione parlamentare bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale, sono stati auditi i seguenti ministri: Calderoli 3 volte, Fitto due volte, Tremonti 1 volta, Bossi mai. I componenti dicono che si è visto 2 volte, in occasioni importanti solo per stringere le mani dei presenti. Cosa fa allora Bossi? Si occupa della parte costituzionale delle riforme, dice Calderoli, per esempio della “sussidiarietà orizzontale”, che è la proposta di riformare l’articolo 41 della costituzione. Questo articolo, si legge nella relazione del disegno di legge, “emerge da un retroterra culturale scettico, allora, nei confronti del sistema di libero mercato” e quindi alla frase: “l’iniziativa economica privata è libera”, si propone di aggiungere, “E’ permesso tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge”. Questa proposta è firmata però da 8 ministri, ed anche su questa Bossi non ha mai preso la parola. In parlamento e in commissione affari costituzionali il disegno di legge è stato illustrato dall’on. Bruno. Torniamo al federalismo, dal 2014 i comuni dovranno prendere le risorse dall’Imu, Imposta Municipale Unificata, che comprende l’Ici su tutto ciò che non è prima casa e l’Irpef sui redditi fondiari non locati. Poi hanno una compartecipazione all’Iva regionale. Con queste risorse i comuni dovranno coprire i costi standard calcolati dallo Stato. Una volta stabilito che le funzioni di un comune costano 100, se dalle entrate proprie arriva 80, i restanti 20 sono coperti dal fondo perequativo. Se il comune invece ha bisogno di più soldi dovrà aumentare le tasse. Il sindaco sarà obbligato a pubblicare il bilancio, così i cittadini saranno in grado di giudicare se è stato bravo o sprecone. Il federalismo fiscale viene sintetizzato con lo slogan Vedo Pago Voto, io cittadino Vedo come vengono spesi i soldi, Pago le tasse, e con il Voto premio il bravo amministratore, un automatismo tutto da verificare alla prova dei fatti. Vale per i sindaci ma non ancora per i ministri almeno fino a che non cambia la legge elettorale.

Vedo, pago, voto e Porcellum

Il ministro Tremonti nella prima relazione al parlamento sull’attuazione del federalismo fiscale, il 30 giugno del 2010, nell’illustrare le prospettive di razionalizzazione della spesa dei costi standard fa l’esempio della siringa che viene acquistata a 0,03 euro negli ospedali della Toscana e a 0,05 euro in quelli siciliani. Con il principio dei costi standard questi sprechi saranno impossibili. Con questo esempio tutti si sono convinti che i costi standard saranno applicati anche alla sanità. Infatti il quotidiano Libero il 23 agosto di quest’anno titolava in prima pagina: “ Consigli antistangata, anticipiamo i costi standard della sanità” evidenziando proprio l’esempio della siringa siciliana. Invece i costi standard nella sanità non sono previsti. Si prenderà come riferimento la spesa globale delle regioni considerate virtuose, con un buon rapporto tra costi e efficienza, e si ricaverà la spesa consentita alle altre regioni in base alla popolazione. La popolazione sarà pesata in base all’anzianità cioè un anziano di 65 anni costa come 4 persone di 35 anni. Da questo parametro è stato esclusa la povertà. Gli anziani si ammalano più dei giovani, ma un anziano povero è più a rischio.

Calderoli: prima ai residenti

L’assessore allo sviluppo del comune di Napoli Marco Esposito nel suo libro “ Federalismo avvelenato” capovolge il concetto della Lega sulla distribuzione delle risorse in base alla ricchezza del territorio. Il titolo quinto della costituzione assicura ai territori con minore capacità fiscale un fondo perequativo, e lo Stato deve provvedere con fondi speciali a promuovere lo sviluppo, la coesione e la solidarietà sociale per rimuovere gli squilibri economici e sociali. La sacrosanta protesta per gli sprechi del Sud che non si può trasformare in egoismo.

Bernardo Iovene


Fonte: Corriere della Sera


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Comunicato Segreteria Organizzativa nazionale PdSUD 24 Ottobre 2011: Elenco Commissioni

Partito del Sud - Inno

Come stabilito al recente Congresso nazionale di Napoli dell'8 ottobre, sono state stabilite delle Commissioni tematiche per sviluppare i temi programmatici ed organizzativi del nostro movimento.

Si invitano gli iscritti ed i simpatizzanti a partecipare a tali commissioni secondo le proprie predisposizioni, attitudini e conoscenze professionali.

Ecco l'elenco delle commissioni con gli indirizzi e-mail dei vari presidenti di commissione ai quali potete inviare le vostre richieste di partecipazione o i vostri contributi:




commissione_difesa@partitodelsud.eu






Ricordiamo che le commissioni, tramite il loro Presidente, presenteranno le loro relazioni al Consiglio Direttivo Nazionale e quindi tali contributi arricchiranno i programmi del nostro movimento, ci aspettiamo delle prime bozze delle relazioni da consultare entro fine anno.

Oltre alle commissioni tematiche, sono istituite una "Commissione Dialogo" per sviluppare confronti costruttivi e propositivi con altri movimenti ed una Commissione culturale esterna, composta anche da persone non appartenenti al Partito del Sud ma a noi affini per tematiche "Comitato dei Saggi" con la presenza di alcuni personaggi di spicco del mondo meridionalista (hanno dato già la loro disponibilità Marco Esposito, Pino Aprile, Lino Patruno, Gigi Di Fiore, Roberto D'Alessandro, Mimmo Cavallo...).

Di queste due commissioni forniremo ulteriori dettagli a breve.


Segr. Org. Nazionale
Enzo Riccio

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Partito del Sud - Inno

Come stabilito al recente Congresso nazionale di Napoli dell'8 ottobre, sono state stabilite delle Commissioni tematiche per sviluppare i temi programmatici ed organizzativi del nostro movimento.

Si invitano gli iscritti ed i simpatizzanti a partecipare a tali commissioni secondo le proprie predisposizioni, attitudini e conoscenze professionali.

Ecco l'elenco delle commissioni con gli indirizzi e-mail dei vari presidenti di commissione ai quali potete inviare le vostre richieste di partecipazione o i vostri contributi:




commissione_difesa@partitodelsud.eu






Ricordiamo che le commissioni, tramite il loro Presidente, presenteranno le loro relazioni al Consiglio Direttivo Nazionale e quindi tali contributi arricchiranno i programmi del nostro movimento, ci aspettiamo delle prime bozze delle relazioni da consultare entro fine anno.

Oltre alle commissioni tematiche, sono istituite una "Commissione Dialogo" per sviluppare confronti costruttivi e propositivi con altri movimenti ed una Commissione culturale esterna, composta anche da persone non appartenenti al Partito del Sud ma a noi affini per tematiche "Comitato dei Saggi" con la presenza di alcuni personaggi di spicco del mondo meridionalista (hanno dato già la loro disponibilità Marco Esposito, Pino Aprile, Lino Patruno, Gigi Di Fiore, Roberto D'Alessandro, Mimmo Cavallo...).

Di queste due commissioni forniremo ulteriori dettagli a breve.


Segr. Org. Nazionale
Enzo Riccio

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RIFLESSIONI COMMENTI E PROPOSTE SUL CONGRESSO DI NAPOLI - (Diario di un Militante)

FOTO DAL III CONGRESSO NAZIONALE DEL PARTITO DEL SUD















1) Emiddio de Franciscis e Luigi de Magistris----------2) Luigi de Magistris e Francesco Menna















3) Marco Esposito e Pino Aprile----------------4) l'intervento dell'oncologo prof. Marfella



Ricevo e posto:


Di Vincenzo Cesario

Dopo oltre un anno di militanza virtuale fatta prevalentemente di post sulle bacheche di face book, giungeva finalmente il momento di toccare con mano la realtà: arriva l’avviso del III congresso nazionale del Partito del Sud a Napoli.

Da anni mi occupo di meridionalismo, al cospetto di amici e familiari che esprimono, rispetto a questa mia passione, sospetto e qualche preoccupazione (non esclusa, credo, quella di aver perso la ragione).

Mi sono avvicinato a conoscere vari movimenti di quella galassia che Lino Patruno definisce “Fuoco del Sud”, e da tempo speravo che nascesse una formazione, in cui potermi identificare, cioè che riuscisse a portare avanti le istanze del Sud e a contrapporsi all’arroganza e al potere della Lega Nord ed affini, compresi i tanti meridionali che, direttamente o indirettamente, sono loro alleati (chiamati “affettuosamente” ASCARI).

Quando scopro il Partito del Sud mi sembra di realizzare un sogno, in quanto la stragrande maggioranza delle sue caratteristiche costitutive (inno compreso) corrispondono alle mie idee. Tutto questo non mi sembra una conseguenza di fenomeni parapsicologici ma, semplicemente, ritengo che altri esseri umani dotati di pensiero, possano condividere con me gli stessi ideali.

In confronto ad altri movimenti inoltre (Neoborbonici, Filoborbonici, Duosiciliani etc., di cui nutro comunque rispetto), il Partito del Sud vuole giocarsi, fino in fondo la partita con la realtà; questo è il motivo principale per cui vi ho aderito.

Arriva finalmente la mattina dell’ 8 di ottobre, sveglia alle 5 e partenza per Napoli: in aereo una piacevole sorpresa, incontro il compatriota Filippo Romeo con il quale, una volta a terra, ci dirigiamo assieme verso la sede del congresso.

Durante il tragitto da Capodichino, guardandomi intorno, trovo una città complessivamente pulita, inoltre vedo Napoli sotto un’altra ottica, rispetto a visite del passato : mi sembra più bella, oltre ad avvertire, per la prima volta, un senso di appartenenza al luogo . Questa nuova e piacevole percezione è conseguente al fatto che, grazie alla passione per il meridionalismo, ho approfondito di molto le mie conoscenze storiche sulla città, e ciò mi consente di apprezzarla per il meglio (la cultura offre sempre una marcia in più).

Giunti a destinazione, e dopo un caffè e sfogliatella di rito, entriamo nell’hotel sede del congresso che, a dispetto della descrizione negativa fornitaci del tassista, mi appare un luogo di sobria raffinatezza.

Incontro e riconosco man mano i tanti amici conosciuti sul web: Andrea Balia, Pino Lipari, Enzo Riccio, Bruno Pappalardo, Rosanna Gadaleta, Tony Quattrone e altri e, nonostante sia la prima volta che li vedo, mi sembra di conoscerli da tanto tempo. Rivedo piacevolmente inoltre amici già conosciuti personalmente: Natale Cuccurese, Antonio Ciano, Beppe De Santis, Guglielmo Di Grezia, Cristian Vicentino e altri. Scorgo a distanza lo Stilista Identitario Salvatore Argenio, con una delle sue inconfondibili cravatte (che spero di acquistare in occasione delle prossime festività).

Il congresso inizia con un certo ritardo, la sala è piena e i membri del direttivo iniziano a parlare:

- Natale Cuccurese puntualizza una norma statutaria in cui viene espresso, a chiare lettere, che il Partito del Sud (e naturalmente i suoi iscritti) si pone, sul piano politico, in una posizione trasversale (né destra e né sinistra), ma in totale contrapposizione alla Lega Nord e a tutti i partiti e movimenti ad essa alleati (well done Natale)

Andrea Balia e Enzo Riccio comunicano che una serie di intellettuali meridionalisti tra i quali Pino Aprile, Gigi Di Fiore e Lino Patruno faranno parte di una sorta di commissione di saggi che fungerà da corollario ideologico del partito (anche questa è un’ottima notizia)

- Antonio Ciano memoria storica e fondatore del partito, ne riassume le matrici epistemologiche e socio-culturali, annuncia inoltre che presto volerà per il Canada, per diffondere il meridionalismo oltre oceano (grande Antonio).

- Beppe De Santis espone una lezione sull’economia globale, domostrando una competenza di alto livello (chapeau !), dice inoltre che per formare un partito ci vogliono tre cose : un progetto politico, un classe dirigente da formate e, da ultimo, del tempo. Gli apprezzabili contenuti passano però in second’ordine rispetto al tono declamatorio usato, che lascia trapelare una certa tensione e qualche conflitto interno. Nella mia esperienza quando si parla ad alta voce, lo si fa perché si avverte il timore di non essere ascoltati. A un passaggio successivo ho chiesto chiarimenti in merito, utilizzando come metafora la famiglia, in cui in quel momento mi identificavo, ma pur ricevendo qualche apprezzamento sul mio intervento non ho ottenuto una risposta chiarificatoria.

- Giunge il momento di Pino Aprile, ascoltato dalla sala in sacro silenzio : anticipa i contenuti del suo ultimo libro (Giù al Sud) che dedica a tutti i meridionali dividendoli in tre categorie: quelli che restano, quelli che ritornano e quelli che pur stando lontani pensano alla loro terra (questa è musica per le nostre orecchie). Inoltre Pino chiarisce la sua posizione rispetto al nostro movimento, cioè si pone come osservatore partecipe del nostro divenire. Questo forse delude chi ne vorrebbe un ruolo più attivo, io credo invece che sia una posizione apprezzabile, simile in qualche modo a quella dello psicoanalista nella dimensione transferale con il paziente; Pino Aprile resta per noi, comunque, la stella polare.

Si arriva a votare il bilancio e alla nomina del segretario : emerge una certa confusione e viene a mancare un approfondito dibattito interno al partito, modalità che dovrà essere corretta, a mio parere, in occasione dei prossimi impegni. Credo inoltre che su eventuali divergenze interne debbano essere resi edotti tutti gli iscritti, altrimenti sarebbe come curare una ferita soltanto coprendola con un cerotto (ma siamo un partito giovane e non si può che crescere !). Alla fine votiamo per un triunvirato di segretari (gli scongiuri sono d’obbligo, perché la storia ci ha insegnato che non porta bene ).

Dopo la pausa pranzo a base di un’ottima pizza (per chi non vive a Napoli, non è una cosa scontata), i lavori del pomeriggio sono risultati di particolare rilevanza, a partire dalle commissioni interne (ottima idea) e dalla presenza di importanti ospiti. Ricordo Borrelli dei Verdi, dimostratosi molto brillante e preparato e con il quale il partito sta attuando una alleanza per le prossime elezioni; a seguito Marco Esposito che nelle sue esposizioni politiche fa emergere una posizione meridionalista più che ortodossa ( ma cosa aspetta a passare con noi?); anche la Sig.ra Rullo merita rispetto e ammirazione per la determinazione con cui porta avanti la sua battaglia per i prodotti del Sud.

Il clou è stato De Magistris che dimostra, ancora una volta, carisma e determinazione, avevo espresso in mattinata perplessità circa un articolo, a sua firma, con toni risorgimentali, piuttosto caricaturali. Mi è stato detto che quell’articolo non era farina del suo sacco, e comunque ho riflettuto sul fatto che De Magistris rischiando la vita nel fare il sindaco a Napoli, cioè la più grande e importante città del Sud, pur non dichiarandosi meridionalista lo è, nei fatti, molto di più di tanti “pseudo meridionalisti” che, criticandolo e gettando fango sul nostro partito, restano ancorati a una dimensione folkloristica ( non si aiuta il Sud soltanto gridando “viva o rre”).

La mia esperienza si concludeva alla sera con un cena frugale a base di spigola, assieme agli amici sopra citati, a cui si sono aggiunti la Sig.ra Balia, i compatrioti Spadafora e Bensai, oltre che una coppia di giovani militanti, brillanti ingegneri biologici.

Cosa dire ?

C’è ancora molta strada da fare ma il partito è cresciuto, non si può dimenticare che siamo dei volontari e non abbiamo un soldo. Mantenere una posizione politica equidistante ( destra e sinistra sono soltanto indicazioni stradali) sarà opportuno per il futuro e l’alleanza con De Magistris non rappresenta una contraddizione di ciò; quanto espresso da Natale Cuccurese ad inizio congresso chiarisce inequivocabilmente questa posizione (non và dimenticato che De Magistris non perde occasione per attaccare pubblicamente Lega Nord e suoi alleati per tutte le nefandezze verso il Sud).

Propongo tre argomenti che, a mio parere, dovrebbero essere affrontati con una certa solerzia:

1) Il radicamento sul territorio: cioè la ricerca di strategie per farci crescere di numero, anche attraverso una specifica commissione che cerchi il dialogo con tutte le rappresentanze della società civile meridionale, interessate allo sviluppo del Sud: CONFINDUSTRIA ( D’Amato da tempo esprime posizioni meridionaliste), CONFCOMMERCIO e CONFARTIGIANATO ( per l’affermazione del made in Sud). Il radicamento inoltre andrebbe cercato nell’ambito delle classi future, tra gli studenti, nelle Università, perfino nel mondo dello sport, ad esempio nelle tifoserie del calcio dove l’identità territoriale viene avvertita in modo rilevante ( quando vanno ad assistere le partite al Nord, vengono denigrati come “Terroni” nella migliore delle ipotesi).

2) La Formazione di una classe dirigente: creare cioè una scuola di politica, attraverso l’attivazione di un corso di perfezionamento in discipline socio-politiche, rivolto a giovani meridionali. Chiunque volesse fare carriera politica con il Partito del Sud, dovrebbe frequentare obbligatoriamente il suddetto corso, al fine di evitare la presenza di incompetenti e raccomandati e farebbe in modo da distinguerci dal resto dei partiti o movimenti politici che impiegano ben altre forme di selezione. I saggi e intellettuali vicini al nostro partito (Aprile, Di Fiore, Patruno, Esposito etc.) , potrebbe rappresentare la classe docente del corso.

3) La criminalità organizzata: Un partito come il nostro non può ignorare un problema così importante per il Sud, e non può neanche limitarsi a dire che è contro la mafia e la camorra. Ma deve affrontarlo in maniera speciale e approfondita, non limitarsi cioè a considerarlo un mero problema di pubblica sicurezza ( Zitara, Meligrana, Teti e altri grandi intellettuali calabresi scrissero un bel libro sull’argomento negli anni ’70 “Le Ragioni della Mafia”). La criminalità organizzata al Sud ha radici sociali, storiche e politiche che non possono essere ignorate, altrimenti si corre il rischio di affrontare il problema similmente a come avvenne ai tempi del brigantaggio. E’ pur vero che tra mafia (o camorra o ndrangheta) e brigantaggio vi sono delle palesi diversità, ma sono nate e cresciute entrambe in contesti sociali ed economici precari. I fenomeni criminali recenti, come affermava Zitara, sono la risposta al mancato sviluppo economico del Sud; inoltre si sono distinti per il fatto che sono riusciti ad allearsi e ad entrare nel potere ( i briganti erano molto più ingenui dei mafiosi). Nel momento in cui il Sud si sviluppasse economicamente, almeno una parte di giovani destinati alla manovalanza criminale troverebbe un lavoro onesto. Si deve inoltre pensare a un modello “Ecologico-sociale” da applicare, attraverso interventi educativi, alle giovani generazioni per effettuare un lavoro di prevenzione primaria sulla criminalità. Non possiamo lasciare il monopolio della lotta alla criminalità nel Sud al Maroni di turno, che dimostrano una pressocché totale mancanza di conoscenze del fenomeno.

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FOTO DAL III CONGRESSO NAZIONALE DEL PARTITO DEL SUD















1) Emiddio de Franciscis e Luigi de Magistris----------2) Luigi de Magistris e Francesco Menna















3) Marco Esposito e Pino Aprile----------------4) l'intervento dell'oncologo prof. Marfella



Ricevo e posto:


Di Vincenzo Cesario

Dopo oltre un anno di militanza virtuale fatta prevalentemente di post sulle bacheche di face book, giungeva finalmente il momento di toccare con mano la realtà: arriva l’avviso del III congresso nazionale del Partito del Sud a Napoli.

Da anni mi occupo di meridionalismo, al cospetto di amici e familiari che esprimono, rispetto a questa mia passione, sospetto e qualche preoccupazione (non esclusa, credo, quella di aver perso la ragione).

Mi sono avvicinato a conoscere vari movimenti di quella galassia che Lino Patruno definisce “Fuoco del Sud”, e da tempo speravo che nascesse una formazione, in cui potermi identificare, cioè che riuscisse a portare avanti le istanze del Sud e a contrapporsi all’arroganza e al potere della Lega Nord ed affini, compresi i tanti meridionali che, direttamente o indirettamente, sono loro alleati (chiamati “affettuosamente” ASCARI).

Quando scopro il Partito del Sud mi sembra di realizzare un sogno, in quanto la stragrande maggioranza delle sue caratteristiche costitutive (inno compreso) corrispondono alle mie idee. Tutto questo non mi sembra una conseguenza di fenomeni parapsicologici ma, semplicemente, ritengo che altri esseri umani dotati di pensiero, possano condividere con me gli stessi ideali.

In confronto ad altri movimenti inoltre (Neoborbonici, Filoborbonici, Duosiciliani etc., di cui nutro comunque rispetto), il Partito del Sud vuole giocarsi, fino in fondo la partita con la realtà; questo è il motivo principale per cui vi ho aderito.

Arriva finalmente la mattina dell’ 8 di ottobre, sveglia alle 5 e partenza per Napoli: in aereo una piacevole sorpresa, incontro il compatriota Filippo Romeo con il quale, una volta a terra, ci dirigiamo assieme verso la sede del congresso.

Durante il tragitto da Capodichino, guardandomi intorno, trovo una città complessivamente pulita, inoltre vedo Napoli sotto un’altra ottica, rispetto a visite del passato : mi sembra più bella, oltre ad avvertire, per la prima volta, un senso di appartenenza al luogo . Questa nuova e piacevole percezione è conseguente al fatto che, grazie alla passione per il meridionalismo, ho approfondito di molto le mie conoscenze storiche sulla città, e ciò mi consente di apprezzarla per il meglio (la cultura offre sempre una marcia in più).

Giunti a destinazione, e dopo un caffè e sfogliatella di rito, entriamo nell’hotel sede del congresso che, a dispetto della descrizione negativa fornitaci del tassista, mi appare un luogo di sobria raffinatezza.

Incontro e riconosco man mano i tanti amici conosciuti sul web: Andrea Balia, Pino Lipari, Enzo Riccio, Bruno Pappalardo, Rosanna Gadaleta, Tony Quattrone e altri e, nonostante sia la prima volta che li vedo, mi sembra di conoscerli da tanto tempo. Rivedo piacevolmente inoltre amici già conosciuti personalmente: Natale Cuccurese, Antonio Ciano, Beppe De Santis, Guglielmo Di Grezia, Cristian Vicentino e altri. Scorgo a distanza lo Stilista Identitario Salvatore Argenio, con una delle sue inconfondibili cravatte (che spero di acquistare in occasione delle prossime festività).

Il congresso inizia con un certo ritardo, la sala è piena e i membri del direttivo iniziano a parlare:

- Natale Cuccurese puntualizza una norma statutaria in cui viene espresso, a chiare lettere, che il Partito del Sud (e naturalmente i suoi iscritti) si pone, sul piano politico, in una posizione trasversale (né destra e né sinistra), ma in totale contrapposizione alla Lega Nord e a tutti i partiti e movimenti ad essa alleati (well done Natale)

Andrea Balia e Enzo Riccio comunicano che una serie di intellettuali meridionalisti tra i quali Pino Aprile, Gigi Di Fiore e Lino Patruno faranno parte di una sorta di commissione di saggi che fungerà da corollario ideologico del partito (anche questa è un’ottima notizia)

- Antonio Ciano memoria storica e fondatore del partito, ne riassume le matrici epistemologiche e socio-culturali, annuncia inoltre che presto volerà per il Canada, per diffondere il meridionalismo oltre oceano (grande Antonio).

- Beppe De Santis espone una lezione sull’economia globale, domostrando una competenza di alto livello (chapeau !), dice inoltre che per formare un partito ci vogliono tre cose : un progetto politico, un classe dirigente da formate e, da ultimo, del tempo. Gli apprezzabili contenuti passano però in second’ordine rispetto al tono declamatorio usato, che lascia trapelare una certa tensione e qualche conflitto interno. Nella mia esperienza quando si parla ad alta voce, lo si fa perché si avverte il timore di non essere ascoltati. A un passaggio successivo ho chiesto chiarimenti in merito, utilizzando come metafora la famiglia, in cui in quel momento mi identificavo, ma pur ricevendo qualche apprezzamento sul mio intervento non ho ottenuto una risposta chiarificatoria.

- Giunge il momento di Pino Aprile, ascoltato dalla sala in sacro silenzio : anticipa i contenuti del suo ultimo libro (Giù al Sud) che dedica a tutti i meridionali dividendoli in tre categorie: quelli che restano, quelli che ritornano e quelli che pur stando lontani pensano alla loro terra (questa è musica per le nostre orecchie). Inoltre Pino chiarisce la sua posizione rispetto al nostro movimento, cioè si pone come osservatore partecipe del nostro divenire. Questo forse delude chi ne vorrebbe un ruolo più attivo, io credo invece che sia una posizione apprezzabile, simile in qualche modo a quella dello psicoanalista nella dimensione transferale con il paziente; Pino Aprile resta per noi, comunque, la stella polare.

Si arriva a votare il bilancio e alla nomina del segretario : emerge una certa confusione e viene a mancare un approfondito dibattito interno al partito, modalità che dovrà essere corretta, a mio parere, in occasione dei prossimi impegni. Credo inoltre che su eventuali divergenze interne debbano essere resi edotti tutti gli iscritti, altrimenti sarebbe come curare una ferita soltanto coprendola con un cerotto (ma siamo un partito giovane e non si può che crescere !). Alla fine votiamo per un triunvirato di segretari (gli scongiuri sono d’obbligo, perché la storia ci ha insegnato che non porta bene ).

Dopo la pausa pranzo a base di un’ottima pizza (per chi non vive a Napoli, non è una cosa scontata), i lavori del pomeriggio sono risultati di particolare rilevanza, a partire dalle commissioni interne (ottima idea) e dalla presenza di importanti ospiti. Ricordo Borrelli dei Verdi, dimostratosi molto brillante e preparato e con il quale il partito sta attuando una alleanza per le prossime elezioni; a seguito Marco Esposito che nelle sue esposizioni politiche fa emergere una posizione meridionalista più che ortodossa ( ma cosa aspetta a passare con noi?); anche la Sig.ra Rullo merita rispetto e ammirazione per la determinazione con cui porta avanti la sua battaglia per i prodotti del Sud.

Il clou è stato De Magistris che dimostra, ancora una volta, carisma e determinazione, avevo espresso in mattinata perplessità circa un articolo, a sua firma, con toni risorgimentali, piuttosto caricaturali. Mi è stato detto che quell’articolo non era farina del suo sacco, e comunque ho riflettuto sul fatto che De Magistris rischiando la vita nel fare il sindaco a Napoli, cioè la più grande e importante città del Sud, pur non dichiarandosi meridionalista lo è, nei fatti, molto di più di tanti “pseudo meridionalisti” che, criticandolo e gettando fango sul nostro partito, restano ancorati a una dimensione folkloristica ( non si aiuta il Sud soltanto gridando “viva o rre”).

La mia esperienza si concludeva alla sera con un cena frugale a base di spigola, assieme agli amici sopra citati, a cui si sono aggiunti la Sig.ra Balia, i compatrioti Spadafora e Bensai, oltre che una coppia di giovani militanti, brillanti ingegneri biologici.

Cosa dire ?

C’è ancora molta strada da fare ma il partito è cresciuto, non si può dimenticare che siamo dei volontari e non abbiamo un soldo. Mantenere una posizione politica equidistante ( destra e sinistra sono soltanto indicazioni stradali) sarà opportuno per il futuro e l’alleanza con De Magistris non rappresenta una contraddizione di ciò; quanto espresso da Natale Cuccurese ad inizio congresso chiarisce inequivocabilmente questa posizione (non và dimenticato che De Magistris non perde occasione per attaccare pubblicamente Lega Nord e suoi alleati per tutte le nefandezze verso il Sud).

Propongo tre argomenti che, a mio parere, dovrebbero essere affrontati con una certa solerzia:

1) Il radicamento sul territorio: cioè la ricerca di strategie per farci crescere di numero, anche attraverso una specifica commissione che cerchi il dialogo con tutte le rappresentanze della società civile meridionale, interessate allo sviluppo del Sud: CONFINDUSTRIA ( D’Amato da tempo esprime posizioni meridionaliste), CONFCOMMERCIO e CONFARTIGIANATO ( per l’affermazione del made in Sud). Il radicamento inoltre andrebbe cercato nell’ambito delle classi future, tra gli studenti, nelle Università, perfino nel mondo dello sport, ad esempio nelle tifoserie del calcio dove l’identità territoriale viene avvertita in modo rilevante ( quando vanno ad assistere le partite al Nord, vengono denigrati come “Terroni” nella migliore delle ipotesi).

2) La Formazione di una classe dirigente: creare cioè una scuola di politica, attraverso l’attivazione di un corso di perfezionamento in discipline socio-politiche, rivolto a giovani meridionali. Chiunque volesse fare carriera politica con il Partito del Sud, dovrebbe frequentare obbligatoriamente il suddetto corso, al fine di evitare la presenza di incompetenti e raccomandati e farebbe in modo da distinguerci dal resto dei partiti o movimenti politici che impiegano ben altre forme di selezione. I saggi e intellettuali vicini al nostro partito (Aprile, Di Fiore, Patruno, Esposito etc.) , potrebbe rappresentare la classe docente del corso.

3) La criminalità organizzata: Un partito come il nostro non può ignorare un problema così importante per il Sud, e non può neanche limitarsi a dire che è contro la mafia e la camorra. Ma deve affrontarlo in maniera speciale e approfondita, non limitarsi cioè a considerarlo un mero problema di pubblica sicurezza ( Zitara, Meligrana, Teti e altri grandi intellettuali calabresi scrissero un bel libro sull’argomento negli anni ’70 “Le Ragioni della Mafia”). La criminalità organizzata al Sud ha radici sociali, storiche e politiche che non possono essere ignorate, altrimenti si corre il rischio di affrontare il problema similmente a come avvenne ai tempi del brigantaggio. E’ pur vero che tra mafia (o camorra o ndrangheta) e brigantaggio vi sono delle palesi diversità, ma sono nate e cresciute entrambe in contesti sociali ed economici precari. I fenomeni criminali recenti, come affermava Zitara, sono la risposta al mancato sviluppo economico del Sud; inoltre si sono distinti per il fatto che sono riusciti ad allearsi e ad entrare nel potere ( i briganti erano molto più ingenui dei mafiosi). Nel momento in cui il Sud si sviluppasse economicamente, almeno una parte di giovani destinati alla manovalanza criminale troverebbe un lavoro onesto. Si deve inoltre pensare a un modello “Ecologico-sociale” da applicare, attraverso interventi educativi, alle giovani generazioni per effettuare un lavoro di prevenzione primaria sulla criminalità. Non possiamo lasciare il monopolio della lotta alla criminalità nel Sud al Maroni di turno, che dimostrano una pressocché totale mancanza di conoscenze del fenomeno.

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