sabato 22 ottobre 2011

L'industria se ne va dal Sud

www.rassegna.it

I due casi più gravi: i Cantieri navali di Castellammare di Stabia e la Firema di Caserta. Situazioni emblematiche di una realtà non solo campana, ma dell'intero Mezzogiorno. Con la complicità della politica


di Giovanni Rispoli

Fiat di Pomigliano e Fma di Pratola Serra, Irisbus, Cantieri navali di Castellammare e Firema di Caserta, Ansaldo Breda di Napoli e poi ancora Alenia, Eutelia e i distretti tessili e della concia. L’elenco delle situazioni di crisi in Campania sembra non finire mai. Torniamo ora a fare il punto su due dei casi più gravi: i Cantieri navali di Castellammare di Stabia e la Firema di Caserta: situazioni emblematiche di una realtà, non solo campana ma meridionale, in cui le decisioni delle aziende, unite all’ignavia dei poteri pubblici, fanno pensare che quanto sta accadendo nel Sud non sia solo il frutto della gravi difficoltà attuali ma l’esito di una precisa volontà di disimpegno.

CANTIERI SENZA NAVI. “Un quadro nerissimo: sui 670 addetti dei Cantieri al lavoro, oggi, ne abbiamo una settantina; tutti gli altri sono in cassa integrazione. Per i 1200 circa dell’indotto, poi, la cig è scaduta a settembre e stiamo aspettando la deroga”. Catello Di Maio, responsabile della Camera del lavoro di Castellammare di Stabia, dei Cantieri navali ha conoscenza diretta. “Ero un operaio, un operaio elettricista – precisa –, venni assunto nel fatidico ’68. Le crisi non sono una novità, nell’impresa: le ho vissute, hanno un carattere ciclico. Quella che sopportiamo oggi, però, è del tutto diversa”. E la ragione, prosegue, una ragione facilmente intuibile, non è solo nel balbettio dell’azienda, di Fincantieri, è anche nell’assenza degli interlocutori istituzionali. L’ultima grave situazione di crisi vissuta a Castellammare prima di quella odierna, all’inizio degli anni 90, crisi che riguardava l’intero territorio torresestabiese, fu affrontata con un contratto d’area che permise di ricollocare tutti i lavoratori delle diverse aziende, dalla Cmc all’Avis alla Deniver di Torre del Greco, che erano stati espulsi dal ciclo produttivo.

Ne trasse beneficio anche Fincantieri, cui il contratto d’area permise il nuovo capannone di cui Castellammare aveva bisogno. Con le istituzioni si lavorò bene, nonostante l’alternarsi degli schieramenti al governo regionale, prima il centrodestra di Rastrelli poi il centrosinistra di Bassolino. “Oggi non è più così: tanti incontri ma nessun fatto concreto, né da Roma né dalla Regione”. Alla crisi, nata dall’eccesso di capacità produttiva della cantieristica, l’azienda ha dato la risposta più scontata:tagli e ancora tagli, anziché raccogliere la sfida dei mercati, misurarsi con le imprese cinesi e sudcoreane. E così una realtà che ha fatto la storia dell’industria meridionale – i Cantieri navali nascono con i Borboni alla fine del 700 – rischia di sparire.

Che fare, come opporsi al disimpegno di Fincantieri? “Bisogna passare a nuovi modelli – risponde Di Maio –; ma varare le navi oggi richieste, dai traghetti alle mini cruises alle bulk carrier, significa disporre di un adeguato bacino di costruzione. Allestirle sullo scalo, come si è fatto finora, non sarebbe possibile, il bacino è decisivo”. Passi avanti, in questa direzione? “Una promessa e uno studio di fattibilità che la Regione ha affidato a Rina, il Registro navale. Fatti concreti, però, nessuno. Sarebbe necessario un lavoro comune aziendaistituzioni, avremmo bisogno di una politica industriale: condizioni adesso come adesso inesistenti”. “Tutto quello che abbiamo, oggi, sono le commesse per due pattugliatori della Guardia costiera.

Di questi due uno è certo e i lavori sono iniziati, per l’altro non si sa. I lavoratori prevedibilmente impegnati? Dovrebbero essere trecento per un massimo di sei-sette mesi: una toppa”. C’è anche uno studio di Cetena, società di ricerca sempre Fincantieri, in cui si parla della costruzione di due ‘zatteroni’, due chiatte, da utilizzare per produrre materia prima per l’edilizia attraverso la lavorazione dei rifiuti. “Un progetto, chissà se fattibile, che in fatto di lavoro non darebbe granché. Certo, in tempi di magra tutto va bene, ma per saturare i Cantieri ci vuole ben altro. Il futuro non può essere questo”.

“Temo che se non si arriverà a una soluzione diversa – aggiunge Di Maio – i Cantieri navali finiranno in uno spezzatino. Una prospettiva allarmante, non solo per Castellammare ma per l’intero tessuto industriale di Napoli e della regione”. Una brutta prospettiva, resa ancora più avvilente dalle condizioni in cui versano le altre attività dell’area. “Ha fatto bene la Fiom a indire per il 21 lo sciopero della cantieristica – dice ancora il nostro interlocutore – ma è l’intero territorio, oggi, a risentire i morsi della crisi”. Il progetto Stabia Porto, del centrosinistra, è stato bloccato dall’attuale amministrazione di centrodestra. I lavoratori impegnati erano in 42, oggi sono 17.

Alle Terme stabiane da cinque mesi i dipendenti non prendono lo stipendio. L’Avis, riparazione carrozze ferroviarie e carri merci, un centinaio di dipendenti, è chiusa. E a dicembre scade la cig. Merid bulloni, 115 lavoratori, non solo è in cig ma sembra si voglia spostarla in un’altra area, essendo vicina al porto turistico. Si parla di un progetto di riconversione, però non si vede. A questo si aggiunge un’amministrazione comunale sorda (il sindaco Bobbio è stato condannato anche per comportamento antisindacale) che ha aumentato Irpef, Tarsu, acqua, mentre spende in consulenze. È dura”.

IL CONVOGLIO BLOCCATO. Proprietari i Fiore, famiglia di imprenditori campani, Firema, azienda di progettazione e costruzione di materiale rotabile (treni, tram e metro, fra gli altri il Meneghino per la metropolitana milanese) entra in crisi nel dicembre 2009, passando poi nell’estate del 2010 alla gestione commissariale. Una fabbrica tecnologicamente avanzata, il treno che esce finito, chiavi in mano, due binari elettrificati per i collaudi (utilizzati anche da Ntv, il treno ad alta velocità di Montezemolo), e una progettualità arricchita dalla collaborazione con l’università, la Federico II di Napoli. Tutto questo improvvisamente azzerato a causa di un buco dai 420 ai 450 milioni creato dalla proprietà – distrazione di fondi –, cui seguono l’intervento della magistratura e la nomina del commissario Ernesto Stajano.

Mesi durissimi, con la cig ordinaria partita nel dicembre 2009 che si pensa debba durare poco e invece si prolunga per mesi, e nel luglio 2010 la decisione dell’assessore regionale ai Trasporti Vetrella di bloccare i pagamenti della Regione. Poi, dopo una lotta durissima, che vede anche cinque operai salire per nove giorni sul tetto dell’azienda, la buona novella: la comunicazione dell’accordo, siamo a metà aprile del 2011, con cui Vetrella e Stajano annunciano di aver sbloccato le due commesse – Metrocampania Nord Est e Sepsa – necessarie alla sopravvivenza dell’impresa. “Una buona notizia – ci dice Massimiliano Guglielmi, giovane segretario della Fiom casertana –, l’avevamo accolta con fiducia, poi è venuta di nuovo la delusione”. “Dei circa 12 milioni che la Regione doveva sbloccare – prosegue – ne sono arrivati infatti soltanto due ad aprile-maggio. Le commesse regionali ci sono, certo, ma in produzione oggi abbiamo treni per soli 3 milioni di euro. Sono risorse del tutto insufficienti, andare avanti mi sembra assai complicato”.

E la cassa integrazione?, chiediamo. “Duecento persone, oggi, su un organico di 400-450 unità. Circa un mese fa abbiamo proclamato lo stato di agitazione e chiesto un incontro al presidente della Regione Caldoro per lo sblocco di altri 9-10 milioni, il 21 è previsto un appuntamento con l’assessore al Lavoro Nappi. Ci aspettiamo che almeno la Regione faccia la sua parte”.

Almeno la Regione, dice Guglielmi.Perché chi questa parte – una parte positiva – non la vuole interpretare è Finmeccanica. “Orsi, amministratore delegato di Finmeccanica e uomo della Lega, dice di no alla soluzione che, guardando agli assetti futuri dell’azienda, noi auspichiamo: l’acquisizione di Firema da parte di Ansaldo Breda”. “Firema è dentro un comparto, il ferroviario, oggetto di grandi tensioni – interviene Massimo Masat, coordinatore nazionale Fiom Finmeccanica –. Noi, pensando a un polo ferroviario nazionale, a un soggetto capace di fare massa critica, abbiamo spinto perché l’azienda casertana venisse acquisita appunto da Ansaldo Breda. Sapevamo che la trattativa era in fase avanzata, tanto che il commissario Stajano prevedeva di chiudere la sua gestione a giugno.

Invece è accaduto che Finmeccanica, oltre a rallentare l’operazione, ha dichiarato addirittura di volercedere Ansaldo Breda (e insieme anche Ansaldo Sts). Il rischio è di perdere l’intera industria ferroviaria”. “Sarebbe un tragedia per tutti, non solo per l’area casertana – conclude Guglielmi –. Temiamo che Firema, in questo quadro, venga inghiottita dentro un qualche progetto speculativo. Non sarebbe una novità, visto come vanno le cose nell’industria italiana. I lavoratori sono molto preoccupati. Con l’assemblea aperta organizzata il 21, presenti Fiom, Fim e Uil nazionali, questa preoccupazione vogliamo manifestarla ancora una volta”.

http://www.rassegna.it/articoli/2011/10/21/79364/lindustria-se-ne-va-dal-sud


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I due casi più gravi: i Cantieri navali di Castellammare di Stabia e la Firema di Caserta. Situazioni emblematiche di una realtà non solo campana, ma dell'intero Mezzogiorno. Con la complicità della politica


di Giovanni Rispoli

Fiat di Pomigliano e Fma di Pratola Serra, Irisbus, Cantieri navali di Castellammare e Firema di Caserta, Ansaldo Breda di Napoli e poi ancora Alenia, Eutelia e i distretti tessili e della concia. L’elenco delle situazioni di crisi in Campania sembra non finire mai. Torniamo ora a fare il punto su due dei casi più gravi: i Cantieri navali di Castellammare di Stabia e la Firema di Caserta: situazioni emblematiche di una realtà, non solo campana ma meridionale, in cui le decisioni delle aziende, unite all’ignavia dei poteri pubblici, fanno pensare che quanto sta accadendo nel Sud non sia solo il frutto della gravi difficoltà attuali ma l’esito di una precisa volontà di disimpegno.

CANTIERI SENZA NAVI. “Un quadro nerissimo: sui 670 addetti dei Cantieri al lavoro, oggi, ne abbiamo una settantina; tutti gli altri sono in cassa integrazione. Per i 1200 circa dell’indotto, poi, la cig è scaduta a settembre e stiamo aspettando la deroga”. Catello Di Maio, responsabile della Camera del lavoro di Castellammare di Stabia, dei Cantieri navali ha conoscenza diretta. “Ero un operaio, un operaio elettricista – precisa –, venni assunto nel fatidico ’68. Le crisi non sono una novità, nell’impresa: le ho vissute, hanno un carattere ciclico. Quella che sopportiamo oggi, però, è del tutto diversa”. E la ragione, prosegue, una ragione facilmente intuibile, non è solo nel balbettio dell’azienda, di Fincantieri, è anche nell’assenza degli interlocutori istituzionali. L’ultima grave situazione di crisi vissuta a Castellammare prima di quella odierna, all’inizio degli anni 90, crisi che riguardava l’intero territorio torresestabiese, fu affrontata con un contratto d’area che permise di ricollocare tutti i lavoratori delle diverse aziende, dalla Cmc all’Avis alla Deniver di Torre del Greco, che erano stati espulsi dal ciclo produttivo.

Ne trasse beneficio anche Fincantieri, cui il contratto d’area permise il nuovo capannone di cui Castellammare aveva bisogno. Con le istituzioni si lavorò bene, nonostante l’alternarsi degli schieramenti al governo regionale, prima il centrodestra di Rastrelli poi il centrosinistra di Bassolino. “Oggi non è più così: tanti incontri ma nessun fatto concreto, né da Roma né dalla Regione”. Alla crisi, nata dall’eccesso di capacità produttiva della cantieristica, l’azienda ha dato la risposta più scontata:tagli e ancora tagli, anziché raccogliere la sfida dei mercati, misurarsi con le imprese cinesi e sudcoreane. E così una realtà che ha fatto la storia dell’industria meridionale – i Cantieri navali nascono con i Borboni alla fine del 700 – rischia di sparire.

Che fare, come opporsi al disimpegno di Fincantieri? “Bisogna passare a nuovi modelli – risponde Di Maio –; ma varare le navi oggi richieste, dai traghetti alle mini cruises alle bulk carrier, significa disporre di un adeguato bacino di costruzione. Allestirle sullo scalo, come si è fatto finora, non sarebbe possibile, il bacino è decisivo”. Passi avanti, in questa direzione? “Una promessa e uno studio di fattibilità che la Regione ha affidato a Rina, il Registro navale. Fatti concreti, però, nessuno. Sarebbe necessario un lavoro comune aziendaistituzioni, avremmo bisogno di una politica industriale: condizioni adesso come adesso inesistenti”. “Tutto quello che abbiamo, oggi, sono le commesse per due pattugliatori della Guardia costiera.

Di questi due uno è certo e i lavori sono iniziati, per l’altro non si sa. I lavoratori prevedibilmente impegnati? Dovrebbero essere trecento per un massimo di sei-sette mesi: una toppa”. C’è anche uno studio di Cetena, società di ricerca sempre Fincantieri, in cui si parla della costruzione di due ‘zatteroni’, due chiatte, da utilizzare per produrre materia prima per l’edilizia attraverso la lavorazione dei rifiuti. “Un progetto, chissà se fattibile, che in fatto di lavoro non darebbe granché. Certo, in tempi di magra tutto va bene, ma per saturare i Cantieri ci vuole ben altro. Il futuro non può essere questo”.

“Temo che se non si arriverà a una soluzione diversa – aggiunge Di Maio – i Cantieri navali finiranno in uno spezzatino. Una prospettiva allarmante, non solo per Castellammare ma per l’intero tessuto industriale di Napoli e della regione”. Una brutta prospettiva, resa ancora più avvilente dalle condizioni in cui versano le altre attività dell’area. “Ha fatto bene la Fiom a indire per il 21 lo sciopero della cantieristica – dice ancora il nostro interlocutore – ma è l’intero territorio, oggi, a risentire i morsi della crisi”. Il progetto Stabia Porto, del centrosinistra, è stato bloccato dall’attuale amministrazione di centrodestra. I lavoratori impegnati erano in 42, oggi sono 17.

Alle Terme stabiane da cinque mesi i dipendenti non prendono lo stipendio. L’Avis, riparazione carrozze ferroviarie e carri merci, un centinaio di dipendenti, è chiusa. E a dicembre scade la cig. Merid bulloni, 115 lavoratori, non solo è in cig ma sembra si voglia spostarla in un’altra area, essendo vicina al porto turistico. Si parla di un progetto di riconversione, però non si vede. A questo si aggiunge un’amministrazione comunale sorda (il sindaco Bobbio è stato condannato anche per comportamento antisindacale) che ha aumentato Irpef, Tarsu, acqua, mentre spende in consulenze. È dura”.

IL CONVOGLIO BLOCCATO. Proprietari i Fiore, famiglia di imprenditori campani, Firema, azienda di progettazione e costruzione di materiale rotabile (treni, tram e metro, fra gli altri il Meneghino per la metropolitana milanese) entra in crisi nel dicembre 2009, passando poi nell’estate del 2010 alla gestione commissariale. Una fabbrica tecnologicamente avanzata, il treno che esce finito, chiavi in mano, due binari elettrificati per i collaudi (utilizzati anche da Ntv, il treno ad alta velocità di Montezemolo), e una progettualità arricchita dalla collaborazione con l’università, la Federico II di Napoli. Tutto questo improvvisamente azzerato a causa di un buco dai 420 ai 450 milioni creato dalla proprietà – distrazione di fondi –, cui seguono l’intervento della magistratura e la nomina del commissario Ernesto Stajano.

Mesi durissimi, con la cig ordinaria partita nel dicembre 2009 che si pensa debba durare poco e invece si prolunga per mesi, e nel luglio 2010 la decisione dell’assessore regionale ai Trasporti Vetrella di bloccare i pagamenti della Regione. Poi, dopo una lotta durissima, che vede anche cinque operai salire per nove giorni sul tetto dell’azienda, la buona novella: la comunicazione dell’accordo, siamo a metà aprile del 2011, con cui Vetrella e Stajano annunciano di aver sbloccato le due commesse – Metrocampania Nord Est e Sepsa – necessarie alla sopravvivenza dell’impresa. “Una buona notizia – ci dice Massimiliano Guglielmi, giovane segretario della Fiom casertana –, l’avevamo accolta con fiducia, poi è venuta di nuovo la delusione”. “Dei circa 12 milioni che la Regione doveva sbloccare – prosegue – ne sono arrivati infatti soltanto due ad aprile-maggio. Le commesse regionali ci sono, certo, ma in produzione oggi abbiamo treni per soli 3 milioni di euro. Sono risorse del tutto insufficienti, andare avanti mi sembra assai complicato”.

E la cassa integrazione?, chiediamo. “Duecento persone, oggi, su un organico di 400-450 unità. Circa un mese fa abbiamo proclamato lo stato di agitazione e chiesto un incontro al presidente della Regione Caldoro per lo sblocco di altri 9-10 milioni, il 21 è previsto un appuntamento con l’assessore al Lavoro Nappi. Ci aspettiamo che almeno la Regione faccia la sua parte”.

Almeno la Regione, dice Guglielmi.Perché chi questa parte – una parte positiva – non la vuole interpretare è Finmeccanica. “Orsi, amministratore delegato di Finmeccanica e uomo della Lega, dice di no alla soluzione che, guardando agli assetti futuri dell’azienda, noi auspichiamo: l’acquisizione di Firema da parte di Ansaldo Breda”. “Firema è dentro un comparto, il ferroviario, oggetto di grandi tensioni – interviene Massimo Masat, coordinatore nazionale Fiom Finmeccanica –. Noi, pensando a un polo ferroviario nazionale, a un soggetto capace di fare massa critica, abbiamo spinto perché l’azienda casertana venisse acquisita appunto da Ansaldo Breda. Sapevamo che la trattativa era in fase avanzata, tanto che il commissario Stajano prevedeva di chiudere la sua gestione a giugno.

Invece è accaduto che Finmeccanica, oltre a rallentare l’operazione, ha dichiarato addirittura di volercedere Ansaldo Breda (e insieme anche Ansaldo Sts). Il rischio è di perdere l’intera industria ferroviaria”. “Sarebbe un tragedia per tutti, non solo per l’area casertana – conclude Guglielmi –. Temiamo che Firema, in questo quadro, venga inghiottita dentro un qualche progetto speculativo. Non sarebbe una novità, visto come vanno le cose nell’industria italiana. I lavoratori sono molto preoccupati. Con l’assemblea aperta organizzata il 21, presenti Fiom, Fim e Uil nazionali, questa preoccupazione vogliamo manifestarla ancora una volta”.

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venerdì 21 ottobre 2011

Napoli, Ansaldo, De Magistris: battaglia politica da vincere. Temono sviluppo sud

“Sono qui non solo perchè sindaco di Napoli, ma soprattutto perchè credo in questa battaglia”. Lo ha affermato, intervenendo all'assemblea dei lavoratoridell'Ansaldo Breda di Napoli, il sindaco Luigi de Magistris, che in merito alla condizione dell'azienda ha sostenuto: “Le scelte di Finmeccanica rispetto ad Alenia, ad Ansaldo ed altro non sono scelte industriali, ma politiche. Si sta scegliendo di spostare tutto verso il Nord, essendo la Lega azionista di maggioranza di Finmeccanica ed essendo la stessa Confindustria nazionale governata dagli interessi settentrionali. Con l'appoggio pieno del Governo, che la Lega controlla. Con un ruolo rivestito in questo senso anche dal ministro Tremonti che influenza la Regione Campania. Questo accordo – Governo, Lega, Tremonti- ha fatto di Orsi l'esecutore testamentario delle realtà industriali di Napoli e della Campania”. Il sindaco ha anche lanciato l'allarme: “Non vorrei che i lavoratori debbano poi pagare anche fiumi di denaro pubblico che da Finmeccanica sono andati a finire, magari, nel giro di tangenti, come le inchieste giudiziarie starebbero accertando”. De Magistris ha inoltre precisato: “Dobbiamo difendere il lavoro perchè in questa area è non solo necessario per vivere, ma anche perchè fa da argine alla criminalità organizzata. Difendere in questa terra l'occupazione vuol dire difendere la legalità”. Per il sindaco, “Ci sono tavoli dove farei a meno di sedere, perchè non mi trovo a mio agio politico e umano, ma sto cercando di sedermi sempre e di far sedere tutti gli altri attori istituzionali”. Del resto, ha detto de Magistris, “il sindaco di Napoli sui temi del lavoro e dell'ambiente è disposto a mettersi in prima linea in quella che sarà una lotta democratica e senza precedenti nel Meridione. Del resto, come detto dal presidente della Repubblica Napolitano, senza Sud e senza Napoli, che ne è la capitale, non c'è unita e sviluppo dell'Italia”. Riguardo all'incontro avuto con Fiat pochi giorni fa, de Magistris ha specificato: “Va bene inauguare il nuovo modello della Fiat Panda a Napoli, ma prima voglio i numeri sui posti di lavoro che vengono garantiti a Napoli, indotto compromeso. Nella iniziativa del 26 ottobre – ha concluso- si devono riunire il maggior numero di operai, dipendenti, dirigenti, funzionari. Perchè questa è una lotta politica che se si perde, travolge tutti. Hanno paura che il Sud alzi la testa, perchè fa comodo agli interessi che ho citato prima che il Sud resti in queste condizioni, perchè al Sud ci sono possibilità di sviluppo maggiori che al Nord. Hanno dunque paura perchè se si vince questa battaglia politica, viene travolto quel sistema politico-economico-affaristico”.


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“Sono qui non solo perchè sindaco di Napoli, ma soprattutto perchè credo in questa battaglia”. Lo ha affermato, intervenendo all'assemblea dei lavoratoridell'Ansaldo Breda di Napoli, il sindaco Luigi de Magistris, che in merito alla condizione dell'azienda ha sostenuto: “Le scelte di Finmeccanica rispetto ad Alenia, ad Ansaldo ed altro non sono scelte industriali, ma politiche. Si sta scegliendo di spostare tutto verso il Nord, essendo la Lega azionista di maggioranza di Finmeccanica ed essendo la stessa Confindustria nazionale governata dagli interessi settentrionali. Con l'appoggio pieno del Governo, che la Lega controlla. Con un ruolo rivestito in questo senso anche dal ministro Tremonti che influenza la Regione Campania. Questo accordo – Governo, Lega, Tremonti- ha fatto di Orsi l'esecutore testamentario delle realtà industriali di Napoli e della Campania”. Il sindaco ha anche lanciato l'allarme: “Non vorrei che i lavoratori debbano poi pagare anche fiumi di denaro pubblico che da Finmeccanica sono andati a finire, magari, nel giro di tangenti, come le inchieste giudiziarie starebbero accertando”. De Magistris ha inoltre precisato: “Dobbiamo difendere il lavoro perchè in questa area è non solo necessario per vivere, ma anche perchè fa da argine alla criminalità organizzata. Difendere in questa terra l'occupazione vuol dire difendere la legalità”. Per il sindaco, “Ci sono tavoli dove farei a meno di sedere, perchè non mi trovo a mio agio politico e umano, ma sto cercando di sedermi sempre e di far sedere tutti gli altri attori istituzionali”. Del resto, ha detto de Magistris, “il sindaco di Napoli sui temi del lavoro e dell'ambiente è disposto a mettersi in prima linea in quella che sarà una lotta democratica e senza precedenti nel Meridione. Del resto, come detto dal presidente della Repubblica Napolitano, senza Sud e senza Napoli, che ne è la capitale, non c'è unita e sviluppo dell'Italia”. Riguardo all'incontro avuto con Fiat pochi giorni fa, de Magistris ha specificato: “Va bene inauguare il nuovo modello della Fiat Panda a Napoli, ma prima voglio i numeri sui posti di lavoro che vengono garantiti a Napoli, indotto compromeso. Nella iniziativa del 26 ottobre – ha concluso- si devono riunire il maggior numero di operai, dipendenti, dirigenti, funzionari. Perchè questa è una lotta politica che se si perde, travolge tutti. Hanno paura che il Sud alzi la testa, perchè fa comodo agli interessi che ho citato prima che il Sud resti in queste condizioni, perchè al Sud ci sono possibilità di sviluppo maggiori che al Nord. Hanno dunque paura perchè se si vince questa battaglia politica, viene travolto quel sistema politico-economico-affaristico”.


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Antonio Ciano legge "Risorgimento da riscrivere" di Angela Pellicciari


http://www.youtube.com/watch?v=RmQUBZfteq8

Antonio Ciano sta conducendo su TMO Gaeta, la prima telestreet italiana, un'opera di informazione sul Risorgimento piemontese che molti scrittori salariati fanno passare per italiano. E' la volta del libro di Angela Pellicciari "Risorgimento da riscrivere" che ogni cattolico dovrebbe leggere.
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http://www.youtube.com/watch?v=RmQUBZfteq8

Antonio Ciano sta conducendo su TMO Gaeta, la prima telestreet italiana, un'opera di informazione sul Risorgimento piemontese che molti scrittori salariati fanno passare per italiano. E' la volta del libro di Angela Pellicciari "Risorgimento da riscrivere" che ogni cattolico dovrebbe leggere.

...e adesso Antonio Ciano diventa un fumetto per raccontare la storia negata...


La rivista "Mamma" presenterà nei prossimi giorni a Lucca Comix un numero speciale dedicato al tema della controstoria.

Fra i fumetti presentati, tutti improntati sul tema del revisionismo e approfondimento storico, ucronia e satira, spicca uno splendido fumetto di Giuseppe Lo Bocchiaro basato sul viaggio di Carlo Gubitosa a Gaeta per incontrare Antonio Ciano.
Dall'incontro è nata una bellissima storia a fumetti dove Antonio Ciano racconta la storia del risorgimento da un diverso punto di vista rispetto alla solita retorica risorgimentale.

Siamo stati autorizzati dalla gentile redazione di "Mamma" a diffondere le prime due pagine della storia a fumetti "Mannaggia a Garibaldi".

Reputiamo importante e condivisibile l'iniziativa della rivista "Mamma" a cui va tutto il nostro plauso per aver avuto l'idea di portare, con indubbia maestria artistica, le tematiche revisioniste all'attenzione di un vasto pubblico soprattutto di area giovanile.

Ricordiamo a tutti che la rivista "Mamma" è acquistabile in abbonamento.




Per ingrandire fare click sull'immagine

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La rivista "Mamma" presenterà nei prossimi giorni a Lucca Comix un numero speciale dedicato al tema della controstoria.

Fra i fumetti presentati, tutti improntati sul tema del revisionismo e approfondimento storico, ucronia e satira, spicca uno splendido fumetto di Giuseppe Lo Bocchiaro basato sul viaggio di Carlo Gubitosa a Gaeta per incontrare Antonio Ciano.
Dall'incontro è nata una bellissima storia a fumetti dove Antonio Ciano racconta la storia del risorgimento da un diverso punto di vista rispetto alla solita retorica risorgimentale.

Siamo stati autorizzati dalla gentile redazione di "Mamma" a diffondere le prime due pagine della storia a fumetti "Mannaggia a Garibaldi".

Reputiamo importante e condivisibile l'iniziativa della rivista "Mamma" a cui va tutto il nostro plauso per aver avuto l'idea di portare, con indubbia maestria artistica, le tematiche revisioniste all'attenzione di un vasto pubblico soprattutto di area giovanile.

Ricordiamo a tutti che la rivista "Mamma" è acquistabile in abbonamento.




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giovedì 20 ottobre 2011

3° Congresso Nazionale del Partito del Sud: L'intervento di Andrea Balìa

1

http://www.youtube.com/watch?v=GivOm6wT--M&feature=relmfu
2

http://www.youtube.com/watch?v=Wn-F5M0ZHLY&feature=relmfu



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http://www.youtube.com/watch?v=GivOm6wT--M&feature=relmfu
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http://www.youtube.com/watch?v=Wn-F5M0ZHLY&feature=relmfu



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3° Congresso Nazionale del Partito del Sud: L'intervento di Antonio Ciano

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http://www.youtube.com/watch?v=NT1fXUXFBfs&feature=relmfu
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http://www.youtube.com/watch?v=Q8Znq-ZW9ME&feature=relmfu


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http://www.youtube.com/watch?v=NT1fXUXFBfs&feature=relmfu
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http://www.youtube.com/watch?v=Q8Znq-ZW9ME&feature=relmfu


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De Magistris: serve un partito che dia voce agli indignati

di Corrado Zunino

Sindaco De Magistris, è riuscito a partecipare al corteo di sabato?
«Ci sono stato tre ore. Ero insieme alla Fiom, poi ho iniziato a muovermi. Volevo capire. A metà pomeriggio ho intuito che c’erano incidenti, vedevo fumogeni lontani. Dovevo rientrare a Napoli, solo al ritorno ho compreso la gravità della situazione».
Lei cosa ha visto?
«Una grande manifestazione e un grande orgoglio politico. Persone allegre, ragionamenti di economia e di società. “Siamo qui per dignità e non per odio”. C’erano tutti quelli che hanno contestato in piazza per un anno: gli studenti, il Popolo viola, le donne, gli operai, i precari. Ecco, il movimento. Negli ultimi minuti ho visto venti incappucciati e ho sentito la bordata di fischi: “Fuori,fuori”».
Si rischia un nuovo terrorismo?
«Se nel paese non c’è uno sbocco politico, se passa l’idea dell’antipolitica più deleteria, quei cinquecento violenti possono aumentare».
Ha detto che la polizia non aveva un quadro di quello che poteva accadere.
«Con i tagli del governo è difficile investigare. Ho perplessità sulla gestione preventiva dell’evento, il sentore degli incidenti era crescente in molti ambienti, i black bloc erano individuabili alla partenza e nel corteo. Alla fine i violenti hanno cancellato il contenuto politico fortemente alternativo di quella piazza e realizzato la saldatura di fatto tra la loro violenza e le fasce più retrive del paese. Tra violenti e governo Berlusconi ci sono convergenze parallele».
Dica meglio.
«Settori economici, pezzi di maggioranza, magistrati infedeli, servizi, faccendieri e forze che della trama hanno fatto la storia del paese, le P2, le P3, le P4, hanno in orrore l’energia che sta arrivando dai movimenti. Temo episodi torbidi che mutino gli equilibri politici del paese».
Gli indignati dicono molte cose: acqua pubblica, Tobin Tax. Ma anche diritto all’insolvenza. Che cosa può diventare programma politico?
«È venuto il momento di un manifesto, una rivoluzione culturale. Dal devastante modello berlusconiano dell’avere e dell’apparire, universalmente fallito, bisogna passare al modello dell’essere, dei diritti delle persone: diventa quel che sei e non quello che gli altri vogliono che tu sia. Partiamo dai beni comuni: la natura, il paesaggio, la cultura, il sapere, internet non sono delle multinazionali né dello Stato».
Crede nella democrazia diretta.
«L’abbiamo sperimentata nella nostra campagna elettorale: la piazza è stata determinante. Oggi a Napoli abbiamo creato le assisi del popolo. A Roma ci sono laboratori di democrazia come il Teatro Valle e il Cinema Palazzo. Questo movimento, se disposto a perdere un po’ di autonomia per proporsi come alternativa, potrebbe entrare nelle amministrazioni, i municipi, le Regioni. E, perché no?, un giorno in un nuovo Parlamento».
De Magistris, si candida a fondare il partito del movimento?
«Non cerco opzioni personali, dico che insieme ad altri vorrei esserci, contribuire a unire il movimento, diventare un riferimento. E non parlerei di un partito, oggi l’energia politica è quasi tutti fuori dai partiti».
La infastidisce la definizione di sindaco antagonista?
«Per nulla. Sono antagonista a questo modello ingiusto, uno che va in direzione ostinata e contraria. Ma sono un uomo delle istituzioni».
E un politico che sta per uscire dall’Idv.
«L’Italia dei valori è un partito importante, ha forte vivacità e istanze di cambiamento, ma nei prossimi mesi bisognerà andare molto oltre».


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di Corrado Zunino

Sindaco De Magistris, è riuscito a partecipare al corteo di sabato?
«Ci sono stato tre ore. Ero insieme alla Fiom, poi ho iniziato a muovermi. Volevo capire. A metà pomeriggio ho intuito che c’erano incidenti, vedevo fumogeni lontani. Dovevo rientrare a Napoli, solo al ritorno ho compreso la gravità della situazione».
Lei cosa ha visto?
«Una grande manifestazione e un grande orgoglio politico. Persone allegre, ragionamenti di economia e di società. “Siamo qui per dignità e non per odio”. C’erano tutti quelli che hanno contestato in piazza per un anno: gli studenti, il Popolo viola, le donne, gli operai, i precari. Ecco, il movimento. Negli ultimi minuti ho visto venti incappucciati e ho sentito la bordata di fischi: “Fuori,fuori”».
Si rischia un nuovo terrorismo?
«Se nel paese non c’è uno sbocco politico, se passa l’idea dell’antipolitica più deleteria, quei cinquecento violenti possono aumentare».
Ha detto che la polizia non aveva un quadro di quello che poteva accadere.
«Con i tagli del governo è difficile investigare. Ho perplessità sulla gestione preventiva dell’evento, il sentore degli incidenti era crescente in molti ambienti, i black bloc erano individuabili alla partenza e nel corteo. Alla fine i violenti hanno cancellato il contenuto politico fortemente alternativo di quella piazza e realizzato la saldatura di fatto tra la loro violenza e le fasce più retrive del paese. Tra violenti e governo Berlusconi ci sono convergenze parallele».
Dica meglio.
«Settori economici, pezzi di maggioranza, magistrati infedeli, servizi, faccendieri e forze che della trama hanno fatto la storia del paese, le P2, le P3, le P4, hanno in orrore l’energia che sta arrivando dai movimenti. Temo episodi torbidi che mutino gli equilibri politici del paese».
Gli indignati dicono molte cose: acqua pubblica, Tobin Tax. Ma anche diritto all’insolvenza. Che cosa può diventare programma politico?
«È venuto il momento di un manifesto, una rivoluzione culturale. Dal devastante modello berlusconiano dell’avere e dell’apparire, universalmente fallito, bisogna passare al modello dell’essere, dei diritti delle persone: diventa quel che sei e non quello che gli altri vogliono che tu sia. Partiamo dai beni comuni: la natura, il paesaggio, la cultura, il sapere, internet non sono delle multinazionali né dello Stato».
Crede nella democrazia diretta.
«L’abbiamo sperimentata nella nostra campagna elettorale: la piazza è stata determinante. Oggi a Napoli abbiamo creato le assisi del popolo. A Roma ci sono laboratori di democrazia come il Teatro Valle e il Cinema Palazzo. Questo movimento, se disposto a perdere un po’ di autonomia per proporsi come alternativa, potrebbe entrare nelle amministrazioni, i municipi, le Regioni. E, perché no?, un giorno in un nuovo Parlamento».
De Magistris, si candida a fondare il partito del movimento?
«Non cerco opzioni personali, dico che insieme ad altri vorrei esserci, contribuire a unire il movimento, diventare un riferimento. E non parlerei di un partito, oggi l’energia politica è quasi tutti fuori dai partiti».
La infastidisce la definizione di sindaco antagonista?
«Per nulla. Sono antagonista a questo modello ingiusto, uno che va in direzione ostinata e contraria. Ma sono un uomo delle istituzioni».
E un politico che sta per uscire dall’Idv.
«L’Italia dei valori è un partito importante, ha forte vivacità e istanze di cambiamento, ma nei prossimi mesi bisognerà andare molto oltre».


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3° Congresso Nazionale del Partito del Sud: L'intervento di Pino Aprile

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mercoledì 19 ottobre 2011

La democrazia non ha prezzi


di Stefano Rodotà, la Repubblica 19/10/2011

La qualità della politica e dei politici si misura nelle situazioni difficili. Grave è sicuramente quel che è avvenuto sabato a Roma, e proprio per questo sarebbe stato indispensabile, da parte di tutti, reagire senza emotività, senza cedere alla tentazione di sfruttare la situazione per catturare qualche facile consenso.

E senza proporre misure che poi, in concreto, possono rivelarsi pericolose e pure scarsamente efficaci. Qualche memoria in questo senso dovremmo averla, a cominciare da quella legge Reale così incautamente evocata. E dovremmo aver capito, proprio perché abbiamo attraversato il dramma del terrorismo, che la forza della democrazia sta nella capacità di utilizzare fermamente la legalità ordinaria, senza precipitarsi ad invocare leggi eccezionali appena ci si trova di fronte a qualche difficoltà. La fuga nella legislazione eccezionale è stata troppe volte la via per apprestare alibi, per coprire inefficienze. Ed è stata pagata assai cara, perché le istituzioni hanno presentato una inutile faccia feroce, mentre tardavano nel mettere a punto le adeguate misure organizzative. Scrivere una norma è facile. Ben più arduo, ma indispensabile, è proprio predisporre strutture in grado di fronteggiare tempi mutati e difficili.

Il ministro dell'Interno, Maroni è apparso dimentico di tutto questo, preso da una voglia di fare che lo ha spinto a formulare proposte che, una volta di più, dimostrano quanto sia debole nell'attuale ceto di Governo la cultura della Costituzione. Rivelatrice è quella che vuole introdurre l'obbligo per gli organizzatori dei cortei di fornire una garanzia economica per risarcire gli eventuali danni arrecati da chi scende in piazza. Lasciamo da parte le enormi difficoltà tecniche e pratiche di una garanzia del genere (ma chi diavolo sono i consiglieri dei nostri governanti?). Consideriamo l'incidenza che essa avrebbe su uno dei diritti politici fondamentali, quello di manifestare in pubblico. Certo, questo deve avvenire “pacificamente e senza armi”, come vuole l'articolo 17 della Costituzione.

Ma è arbitrario aggiungere a queste parole la formula “e avendo adeguata capacità patrimoniale”. Un diritto fondamentale della persona diverrebbe così appannaggio di chi può pagarselo. Stiamo per tornare ai tempi della cittadinanza censitaria? Mai incostituzionalità è apparsa tanto clamorosa.

Vi è poi un bricolage di altre proposte specifiche, saltando dall'arresto in flagranza differita, a nuovi reati associativi, all'estensione ai manifestanti delle misure previste per i violenti nelle manifestazioni sportive (Daspo). Misure che dimostrano casualità e improvvisazione, proprio quando sarebbero stati necessari freddezza e rigore. Mi limito qui a ricordare la fatica con la quale la Corte costituzionale ha salvato il Daspo, e la possibilità di ritrovare nel fin troppo ricco armamentario penalistico indicazioni per qualificare i comportamenti violenti in modo tale da renderli concretamente perseguibili, senza tuttavia entrare nel territorio minato del “tipo d'autore”, per cui si rischia di trasformare il fatto di manifestare in comportamento criminoso.

La democrazia, dovremmo saperlo, è un regime difficile, dove la stessa salvezza della Repubblica non può mai essere pagata con il sacrificio di diritti fondamentali. Ma proprio qui sta la sua forza profonda, perché può opporre la sua fiducia nella libertà anche a chi la nega. E così può sfuggire alla trappola nella quale i violenti vorrebbero chiuderla: obbligarla a negare se stessa, per divenire in tal modo più agevolmente attaccabile. Questo è il garantismo dei tempi difficili, votato alla difesa dei principi e non strumentalizzato per la difesa di interessi personali.

(19 ottobre 2011)

Fonte: MicroMega

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di Stefano Rodotà, la Repubblica 19/10/2011

La qualità della politica e dei politici si misura nelle situazioni difficili. Grave è sicuramente quel che è avvenuto sabato a Roma, e proprio per questo sarebbe stato indispensabile, da parte di tutti, reagire senza emotività, senza cedere alla tentazione di sfruttare la situazione per catturare qualche facile consenso.

E senza proporre misure che poi, in concreto, possono rivelarsi pericolose e pure scarsamente efficaci. Qualche memoria in questo senso dovremmo averla, a cominciare da quella legge Reale così incautamente evocata. E dovremmo aver capito, proprio perché abbiamo attraversato il dramma del terrorismo, che la forza della democrazia sta nella capacità di utilizzare fermamente la legalità ordinaria, senza precipitarsi ad invocare leggi eccezionali appena ci si trova di fronte a qualche difficoltà. La fuga nella legislazione eccezionale è stata troppe volte la via per apprestare alibi, per coprire inefficienze. Ed è stata pagata assai cara, perché le istituzioni hanno presentato una inutile faccia feroce, mentre tardavano nel mettere a punto le adeguate misure organizzative. Scrivere una norma è facile. Ben più arduo, ma indispensabile, è proprio predisporre strutture in grado di fronteggiare tempi mutati e difficili.

Il ministro dell'Interno, Maroni è apparso dimentico di tutto questo, preso da una voglia di fare che lo ha spinto a formulare proposte che, una volta di più, dimostrano quanto sia debole nell'attuale ceto di Governo la cultura della Costituzione. Rivelatrice è quella che vuole introdurre l'obbligo per gli organizzatori dei cortei di fornire una garanzia economica per risarcire gli eventuali danni arrecati da chi scende in piazza. Lasciamo da parte le enormi difficoltà tecniche e pratiche di una garanzia del genere (ma chi diavolo sono i consiglieri dei nostri governanti?). Consideriamo l'incidenza che essa avrebbe su uno dei diritti politici fondamentali, quello di manifestare in pubblico. Certo, questo deve avvenire “pacificamente e senza armi”, come vuole l'articolo 17 della Costituzione.

Ma è arbitrario aggiungere a queste parole la formula “e avendo adeguata capacità patrimoniale”. Un diritto fondamentale della persona diverrebbe così appannaggio di chi può pagarselo. Stiamo per tornare ai tempi della cittadinanza censitaria? Mai incostituzionalità è apparsa tanto clamorosa.

Vi è poi un bricolage di altre proposte specifiche, saltando dall'arresto in flagranza differita, a nuovi reati associativi, all'estensione ai manifestanti delle misure previste per i violenti nelle manifestazioni sportive (Daspo). Misure che dimostrano casualità e improvvisazione, proprio quando sarebbero stati necessari freddezza e rigore. Mi limito qui a ricordare la fatica con la quale la Corte costituzionale ha salvato il Daspo, e la possibilità di ritrovare nel fin troppo ricco armamentario penalistico indicazioni per qualificare i comportamenti violenti in modo tale da renderli concretamente perseguibili, senza tuttavia entrare nel territorio minato del “tipo d'autore”, per cui si rischia di trasformare il fatto di manifestare in comportamento criminoso.

La democrazia, dovremmo saperlo, è un regime difficile, dove la stessa salvezza della Repubblica non può mai essere pagata con il sacrificio di diritti fondamentali. Ma proprio qui sta la sua forza profonda, perché può opporre la sua fiducia nella libertà anche a chi la nega. E così può sfuggire alla trappola nella quale i violenti vorrebbero chiuderla: obbligarla a negare se stessa, per divenire in tal modo più agevolmente attaccabile. Questo è il garantismo dei tempi difficili, votato alla difesa dei principi e non strumentalizzato per la difesa di interessi personali.

(19 ottobre 2011)

Fonte: MicroMega

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Sud: la Lega bocciata in economia

Di GIOVANNI VALENTINI

Con il suo perentorio e autorevole intervento contro la minaccia della secessione, in un colpo solo il Capo dello Stato ha infranto il mito eponimo della propaganda leghista e ha rilanciato la centralità della "questione meridionale". Quando proclama "urbi et orbi" nella sua Napoli che "la Padania non esiste", Giorgio Napolitano diffonde un messaggio forte e chiaro a sostegno dell’unità nazionale. E cogliendo il momento di maggior debolezza politica di Umberto Bossi e del suo "partito territoriale", il presidente della Repubblica fa appello alla responsabilità della maggior parte degli italiani che sono contrari alla separazione dell’Italia.
Era stata recentemente la Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, a lanciare l’allarme per avvertire che nei prossimi vent’anni le regioni meridionali saranno investite da uno "tsunami demografico". E il Rapporto 2011 dell’istituto fornisce una messe di dati preziosi, tanto inediti quanto preoccupanti. Da qui al 2050, si prevede che il Sud perderà circa 2,5 milioni di giovani, costretti a emigrare al Nord per cercare lavoro e sopravvivere. E mentre, a sorpresa, il Nord sorpassa il Sud per il numero medio di figli per donna, il Sud a sua volta è destinato a sorpassare il Nord quanto al numero degli ultraottantenni.
A dispetto del cliché tradizionale, nonostante il livello maggiore di occupazione e anzi proprio per questo, ormai le donne settentrionali – più garantite e assistite dal sistema del welfare – prolificano più di quelle meridionali, anche per l’effetto statistico dell’immigrazione straniera. Il Mezzogiorno, da area giovane e ricca di menti e di braccia, nel prossimo quarantennio si trasformerà così in un ospizio virtuale: un’area spopolata, anziana ed economicamente sempre più dipendente dal resto del Paese, a sua volta progressivamente invecchiato.
Se la Padania non esiste, dunque, il Sud sta morendo. E quando si dice Sud, si dice un terzo del Paese. Otto regioni (Campania, Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna), con una popolazione di oltre 20 milioni di persone su un totale di 60, quasi il doppio della Grecia o del Portogallo; più di 6.500 imprese con un fatturato superiore al milione di euro (2007), pari all’11,5% del totale, per un fatturato di quasi 90 miliardi di euro su un complesso di 800 (11,2%). Un grande serbatoio di energie, umane e intellettuali; un deposito straordinario di natura, arte e cultura; ma anche un grosso mercato di consumatori.
L’Italia può fare a meno del Sud per crescere? Può dividersi o spaccarsi in due? Può amputarsi della propria metà?
È questa illusione rivendicativa e propagandistica il vero errore politico della Lega. Ed è anche la più grave debolezza del governo in carica e della sua maggioranza. L’illusione di poter tagliare il Sud come un ramo secco, un arto in cancrena, un organo malato. Sta proprio nell’incapacità di risolvere la "questione meridionale" – intesa come questione nazionale –in modo da innescare la ripresa e alimentare lo sviluppo del Paese, il fallimento strategico del centrodestra. Qui emerge tutta la sua arretratezza culturale; tutta la sua impotenza di fronte alla crisi che attanaglia il mondo, l’Europa e quindi l’Italia. La risposta evidentemente non può essere quella di buttare in mare la zavorra, bensì di governare la nave nella tempesta, per portarla indenne in acque sicure.
Nell’interesse dell’intero Paese, occorrerebbe allora una forte spinta propulsiva a favore del Sud nel decreto Sviluppo in gestazione tra palazzo Chigi e il ministero dell’Economia. Un investimento sociale, prima che economico, in quella parte dell’Italia che può e deve ancora crescere per ridurre le distanze con il CentroNord. A cominciare, naturalmente, dalla lotta agli sprechi e alle ruberie; alle false pensioni e ai falsi invalidi; e quindi alla sfida quotidiana della criminalità organizzata, sostenuta dalla subcultura dell’omertà.
I meridionali non sono certamente immuni da queste e da altre colpe. E perciò spetta innanzitutto a loro, ai giovani e alle donne, alle élites intellettuali, a quel tanto di opinione pubblica che pure alligna nelle università, nei circoli e nelle associazioni, promuovere una riscossa civile contro il degrado e l’abbandono a cui sono stati condannati dal governo a trazione leghista. Oggi più che mai il rinnovamento e la modernizzazione del Paese passano necessariamente attraverso una rinascita del Mezzogiorno, per rilanciare tutta l’economia nazionale.


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Di GIOVANNI VALENTINI

Con il suo perentorio e autorevole intervento contro la minaccia della secessione, in un colpo solo il Capo dello Stato ha infranto il mito eponimo della propaganda leghista e ha rilanciato la centralità della "questione meridionale". Quando proclama "urbi et orbi" nella sua Napoli che "la Padania non esiste", Giorgio Napolitano diffonde un messaggio forte e chiaro a sostegno dell’unità nazionale. E cogliendo il momento di maggior debolezza politica di Umberto Bossi e del suo "partito territoriale", il presidente della Repubblica fa appello alla responsabilità della maggior parte degli italiani che sono contrari alla separazione dell’Italia.
Era stata recentemente la Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, a lanciare l’allarme per avvertire che nei prossimi vent’anni le regioni meridionali saranno investite da uno "tsunami demografico". E il Rapporto 2011 dell’istituto fornisce una messe di dati preziosi, tanto inediti quanto preoccupanti. Da qui al 2050, si prevede che il Sud perderà circa 2,5 milioni di giovani, costretti a emigrare al Nord per cercare lavoro e sopravvivere. E mentre, a sorpresa, il Nord sorpassa il Sud per il numero medio di figli per donna, il Sud a sua volta è destinato a sorpassare il Nord quanto al numero degli ultraottantenni.
A dispetto del cliché tradizionale, nonostante il livello maggiore di occupazione e anzi proprio per questo, ormai le donne settentrionali – più garantite e assistite dal sistema del welfare – prolificano più di quelle meridionali, anche per l’effetto statistico dell’immigrazione straniera. Il Mezzogiorno, da area giovane e ricca di menti e di braccia, nel prossimo quarantennio si trasformerà così in un ospizio virtuale: un’area spopolata, anziana ed economicamente sempre più dipendente dal resto del Paese, a sua volta progressivamente invecchiato.
Se la Padania non esiste, dunque, il Sud sta morendo. E quando si dice Sud, si dice un terzo del Paese. Otto regioni (Campania, Abruzzo, Molise, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna), con una popolazione di oltre 20 milioni di persone su un totale di 60, quasi il doppio della Grecia o del Portogallo; più di 6.500 imprese con un fatturato superiore al milione di euro (2007), pari all’11,5% del totale, per un fatturato di quasi 90 miliardi di euro su un complesso di 800 (11,2%). Un grande serbatoio di energie, umane e intellettuali; un deposito straordinario di natura, arte e cultura; ma anche un grosso mercato di consumatori.
L’Italia può fare a meno del Sud per crescere? Può dividersi o spaccarsi in due? Può amputarsi della propria metà?
È questa illusione rivendicativa e propagandistica il vero errore politico della Lega. Ed è anche la più grave debolezza del governo in carica e della sua maggioranza. L’illusione di poter tagliare il Sud come un ramo secco, un arto in cancrena, un organo malato. Sta proprio nell’incapacità di risolvere la "questione meridionale" – intesa come questione nazionale –in modo da innescare la ripresa e alimentare lo sviluppo del Paese, il fallimento strategico del centrodestra. Qui emerge tutta la sua arretratezza culturale; tutta la sua impotenza di fronte alla crisi che attanaglia il mondo, l’Europa e quindi l’Italia. La risposta evidentemente non può essere quella di buttare in mare la zavorra, bensì di governare la nave nella tempesta, per portarla indenne in acque sicure.
Nell’interesse dell’intero Paese, occorrerebbe allora una forte spinta propulsiva a favore del Sud nel decreto Sviluppo in gestazione tra palazzo Chigi e il ministero dell’Economia. Un investimento sociale, prima che economico, in quella parte dell’Italia che può e deve ancora crescere per ridurre le distanze con il CentroNord. A cominciare, naturalmente, dalla lotta agli sprechi e alle ruberie; alle false pensioni e ai falsi invalidi; e quindi alla sfida quotidiana della criminalità organizzata, sostenuta dalla subcultura dell’omertà.
I meridionali non sono certamente immuni da queste e da altre colpe. E perciò spetta innanzitutto a loro, ai giovani e alle donne, alle élites intellettuali, a quel tanto di opinione pubblica che pure alligna nelle università, nei circoli e nelle associazioni, promuovere una riscossa civile contro il degrado e l’abbandono a cui sono stati condannati dal governo a trazione leghista. Oggi più che mai il rinnovamento e la modernizzazione del Paese passano necessariamente attraverso una rinascita del Mezzogiorno, per rilanciare tutta l’economia nazionale.


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