giovedì 15 settembre 2011

L'AC World Series muove verso Napoli. Intervista al Sindaco di Napoli, Luigi de Magistris.

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Fincantieri si sente già la prossima Termini Imerese

Quattro mesi dopo il ritiro del piano industriale con i tagli al personale, l'azienda pubblica di Castellammare di Stabia è in una situazione di lenta agonia. E i licenziamenti facili previsti dalla manovra possono innescare la crisi nell'indotto

Castellammare di Stabia (Napoli) - A fine maggio li abbiamo lasciati in rivolta, disperati, a ‘scassare’ il Municipio di Castellammare di Stabia per sfogare la rabbia dell’annunciata chiusura dello stabilimento stabiese. E la foto del busto di Garibaldi scaraventato nel water ha fatto il giro del mondo. Poi la quiete dopo il dietrofront dell’amministratore delegato Giuseppe Bono. Ma ora dove sono e che fanno i 650 dipendenti della Fincantieri, le tute blu protagoniste di una clamorosa vertenza scomparsa in un attimo dalle agende della politica e dell’economia? Non andate a cercarli nello stabilimento, ci lavorano solo in poche decine.

Gli operai li trovi nei bar o a spasso coi figli. A trascorrere i lunedì al sole. Il sole pallido della cassa integrazione a zero ore, che c’era prima e che prosegue adesso, per una media di 950 euro al mese (ma c’è chi ne prende solo 750). E a meditare su un autunno che si preannuncia caldo. Perché la crisi dimenticata di Castellammare di Stabia è lontana dalla risoluzione. Il ‘Cantiere’, come tutti chiamano qui la Fincantieri, ha ripreso a lavorare a scartamento ridotto. Il 22 agosto sono entrate le lamiere per le due commesse di cui si parlava da anni, e finalmente concluse dal governo per placare la protesta: due pattugliatori per le Capitanerie di Porto. Due navi da 94 metri che fanno sorridere Massimo, 36enne lavoratore dell’indotto specializzato nei lavori di varo: “Qui eravamo abituati alle mini-cruises da 220 metri, ce le ordinavano i Grimaldi, quei traghetti con piscina, campi sportivi, cinema”. I due pattugliatori sono pur sempre un inizio. Ma il bicchiere è mezzo vuoto, e la paura si annida nei pensieri dei circa 1.850 lavoratori – ai 650 di Fincantieri va aggiunto il personale delle 74 aziende dell’indotto – preoccupati che le politiche del governoBerlusconi e le indecisioni degli enti locali, tutti a guida Pdl, stiano tracciando la strada che porta alla dismissione della Fincantieri stabiese. Sulla falsariga della riconversione della Fiat di Termini Imerese, le cui spoglie hanno attratto solo tre imprese con solidità finanziarie e industriali lontane da quelle del colosso torinese.

Antonio Vanacore, Rsu della Fim-Cisl, dettaglia così i timori: “L’articolo 8 della manovra, che di fatto dà all’imprenditore la libertà di licenziare, provocherà un’emorragia di aziende dell’indotto. Che senso avrebbe per loro continuare a cofinanziare una cassa integrazione priva di sbocchi? Meglio licenziare e far emigrare l’attività. Anche perché, nonostante le promesse del ministro del Welfare Maurizio Sacconi, non abbiamo certezze su quando e quanto il governo rifinanzierà la Cig per l’indotto”. Ci sono però i pattugliatori, che devono essere consegnati tra marzo e dicembre 2013. “In 30 mesi garantiscono per 500 operai Fincantieri 6 o 7 mesi di lavoro a tempo pieno, a rotazione. Per il resto del tempo, sempre cassa integrazione.

Quanto all’indotto, verranno impiegate al massimo cinque aziende su 74. Il picco di occupazione si raggiungerà a inizio anno, quando staremo in 400: 300 operai Fincantieri e un centinaio dell’indotto. Ai bei tempi c’era piena occupazione per quasi 2000 persone. E un pattugliatore come questo potevamo iniziarlo e finirlo in tre mesi”. Dunque senza nuove e più sostanziose commesse non c’è futuro. “Non c’è futuro senza il bacino di costruzione – replica Vanacore – senza il quale non siamo competitivi, non possiamo accedere al mercato nelle navi da crociera. Servono 300 milioni di euro per realizzarlo”. Dove stanno tutti questi soldi? Chi li deve tirare fuori? “La Regione Campania ha assunto degli impegni, il sindaco Luigi Bobbio sta mediando per un protocollo d’intesa che però viene continuamente rinviato”. Nel frattempo? “Servirebbe un piano industriale. Quello di Bono, ritirato dopo le sommosse, non è stato sostituito”. In Fincantieri si naviga a vista. “E periodicamente – conclude il sindacalista – il governo ipotizza la privatizzazione delle grandi imprese di Stato. Che potrebbe tramutarsi in uno spezzettamento dell’azienda triestina in singoli cantieri, e noi di Castellammare saremmo i più danneggiati”. Si materializzerebbe così l’incubo Termini Imerese: un grande spazio vuoto senza compratori, e tagli occupazionali col machete.

Intanto il vero incubo è quello di pagare le bollette e il salumiere. “Prendo 1000 euro di Cig, ne pago 430 di affitto, ho tre figli – dice Massimo, tifoso della Juvestabia che con le magliette con la scritta ‘Castellammare è Fincantieri’ ha conquistato la serie B – la Fincantieri ha garantito per i suoi dipendenti il rimborso dei prestiti, ma noi dell’indotto continuiamo a ricevere le telefonate del recupero crediti. Mi chiedo perché il governo non abbia mai pensato a qualche agevolazione per noi, tipo la sospensione del canone Rai o del bollo auto”. Un pensiero per loro lo ha avuto Bobbio. Ieri il sindaco si è sposato a Ravello e ha rinunciato ai regali, chiedendo ai 150 invitati di bonificare una cifra su un conto corrente destinato agli operai dell’indotto. Un gesto nobile. Ma che in concreto significherà qualche decina di euro a famiglia.

da il Fatto quotidiano del 13 settembre 2011

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Quattro mesi dopo il ritiro del piano industriale con i tagli al personale, l'azienda pubblica di Castellammare di Stabia è in una situazione di lenta agonia. E i licenziamenti facili previsti dalla manovra possono innescare la crisi nell'indotto

Castellammare di Stabia (Napoli) - A fine maggio li abbiamo lasciati in rivolta, disperati, a ‘scassare’ il Municipio di Castellammare di Stabia per sfogare la rabbia dell’annunciata chiusura dello stabilimento stabiese. E la foto del busto di Garibaldi scaraventato nel water ha fatto il giro del mondo. Poi la quiete dopo il dietrofront dell’amministratore delegato Giuseppe Bono. Ma ora dove sono e che fanno i 650 dipendenti della Fincantieri, le tute blu protagoniste di una clamorosa vertenza scomparsa in un attimo dalle agende della politica e dell’economia? Non andate a cercarli nello stabilimento, ci lavorano solo in poche decine.

Gli operai li trovi nei bar o a spasso coi figli. A trascorrere i lunedì al sole. Il sole pallido della cassa integrazione a zero ore, che c’era prima e che prosegue adesso, per una media di 950 euro al mese (ma c’è chi ne prende solo 750). E a meditare su un autunno che si preannuncia caldo. Perché la crisi dimenticata di Castellammare di Stabia è lontana dalla risoluzione. Il ‘Cantiere’, come tutti chiamano qui la Fincantieri, ha ripreso a lavorare a scartamento ridotto. Il 22 agosto sono entrate le lamiere per le due commesse di cui si parlava da anni, e finalmente concluse dal governo per placare la protesta: due pattugliatori per le Capitanerie di Porto. Due navi da 94 metri che fanno sorridere Massimo, 36enne lavoratore dell’indotto specializzato nei lavori di varo: “Qui eravamo abituati alle mini-cruises da 220 metri, ce le ordinavano i Grimaldi, quei traghetti con piscina, campi sportivi, cinema”. I due pattugliatori sono pur sempre un inizio. Ma il bicchiere è mezzo vuoto, e la paura si annida nei pensieri dei circa 1.850 lavoratori – ai 650 di Fincantieri va aggiunto il personale delle 74 aziende dell’indotto – preoccupati che le politiche del governoBerlusconi e le indecisioni degli enti locali, tutti a guida Pdl, stiano tracciando la strada che porta alla dismissione della Fincantieri stabiese. Sulla falsariga della riconversione della Fiat di Termini Imerese, le cui spoglie hanno attratto solo tre imprese con solidità finanziarie e industriali lontane da quelle del colosso torinese.

Antonio Vanacore, Rsu della Fim-Cisl, dettaglia così i timori: “L’articolo 8 della manovra, che di fatto dà all’imprenditore la libertà di licenziare, provocherà un’emorragia di aziende dell’indotto. Che senso avrebbe per loro continuare a cofinanziare una cassa integrazione priva di sbocchi? Meglio licenziare e far emigrare l’attività. Anche perché, nonostante le promesse del ministro del Welfare Maurizio Sacconi, non abbiamo certezze su quando e quanto il governo rifinanzierà la Cig per l’indotto”. Ci sono però i pattugliatori, che devono essere consegnati tra marzo e dicembre 2013. “In 30 mesi garantiscono per 500 operai Fincantieri 6 o 7 mesi di lavoro a tempo pieno, a rotazione. Per il resto del tempo, sempre cassa integrazione.

Quanto all’indotto, verranno impiegate al massimo cinque aziende su 74. Il picco di occupazione si raggiungerà a inizio anno, quando staremo in 400: 300 operai Fincantieri e un centinaio dell’indotto. Ai bei tempi c’era piena occupazione per quasi 2000 persone. E un pattugliatore come questo potevamo iniziarlo e finirlo in tre mesi”. Dunque senza nuove e più sostanziose commesse non c’è futuro. “Non c’è futuro senza il bacino di costruzione – replica Vanacore – senza il quale non siamo competitivi, non possiamo accedere al mercato nelle navi da crociera. Servono 300 milioni di euro per realizzarlo”. Dove stanno tutti questi soldi? Chi li deve tirare fuori? “La Regione Campania ha assunto degli impegni, il sindaco Luigi Bobbio sta mediando per un protocollo d’intesa che però viene continuamente rinviato”. Nel frattempo? “Servirebbe un piano industriale. Quello di Bono, ritirato dopo le sommosse, non è stato sostituito”. In Fincantieri si naviga a vista. “E periodicamente – conclude il sindacalista – il governo ipotizza la privatizzazione delle grandi imprese di Stato. Che potrebbe tramutarsi in uno spezzettamento dell’azienda triestina in singoli cantieri, e noi di Castellammare saremmo i più danneggiati”. Si materializzerebbe così l’incubo Termini Imerese: un grande spazio vuoto senza compratori, e tagli occupazionali col machete.

Intanto il vero incubo è quello di pagare le bollette e il salumiere. “Prendo 1000 euro di Cig, ne pago 430 di affitto, ho tre figli – dice Massimo, tifoso della Juvestabia che con le magliette con la scritta ‘Castellammare è Fincantieri’ ha conquistato la serie B – la Fincantieri ha garantito per i suoi dipendenti il rimborso dei prestiti, ma noi dell’indotto continuiamo a ricevere le telefonate del recupero crediti. Mi chiedo perché il governo non abbia mai pensato a qualche agevolazione per noi, tipo la sospensione del canone Rai o del bollo auto”. Un pensiero per loro lo ha avuto Bobbio. Ieri il sindaco si è sposato a Ravello e ha rinunciato ai regali, chiedendo ai 150 invitati di bonificare una cifra su un conto corrente destinato agli operai dell’indotto. Un gesto nobile. Ma che in concreto significherà qualche decina di euro a famiglia.

da il Fatto quotidiano del 13 settembre 2011

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mercoledì 14 settembre 2011

Coppa America, firmata l’intesa per due regate a Napoli

Firmato a Plymouth l’accordo tra gli organizzatori americani della Coppa America di vela rappresentati da Richard Worth al vertice dell’Acea e Comune e Provincia di Napoli con Regione Campania.
Due le regate previste in città, una nell’aprile 2012 e l’altra nel 2013. Anche Napoli, dunque, dopo Venezia, avrà due regate di preselezione per la Vuitton’s Cup, la gara da cui uscirà lo sfidante per la Coppa America.
In trasferta a Plymouth si sono recati il presidente della Regione Campania Stefano Caldoro, il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, il vicepresidente della Provincia di Napoli, Gennaro Ferrara, il presidente di Bagnolifutura, Riccardo Marone con il direttore generale della Stu Mario Hubler, e il presidente dell’Unione industriali di Napoli Paolo Graziano.
Il presidente di Bagnolifutura Riccardo Marone esprime soddisfazione per il raggiungimento dell’accordo, dopo una lunga trattativa durata mesi, e sottolinea che “si tratta di una grande opportunità per Napoli, e in particolare per Bagnoli, non solo perché consente di rilanciare l’immagine della città nel mondo ma anche perché, così come previsto dal protocollo d’intesa, sarà Bagnolifutura a curare la progettazione e la realizzazione di tutti gli interventi necessari allo svolgimento dell’evento. Tutto questo, secondo il presidente della società di trasformazione urbana, imprimerà una significativa accelerazione alle opere per lo sviluppo dell’area di Bagnoli, grazie anche allo sblocco dei finanziamenti da parte della Regione Campania. Su Bagnoli – conclude Marone – si è ormai creata una positiva sinergia tra le Istituzioni che per noi è di grande auspicio”.

Fonte: Il Denaro

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Firmato a Plymouth l’accordo tra gli organizzatori americani della Coppa America di vela rappresentati da Richard Worth al vertice dell’Acea e Comune e Provincia di Napoli con Regione Campania.
Due le regate previste in città, una nell’aprile 2012 e l’altra nel 2013. Anche Napoli, dunque, dopo Venezia, avrà due regate di preselezione per la Vuitton’s Cup, la gara da cui uscirà lo sfidante per la Coppa America.
In trasferta a Plymouth si sono recati il presidente della Regione Campania Stefano Caldoro, il sindaco di Napoli Luigi de Magistris, il vicepresidente della Provincia di Napoli, Gennaro Ferrara, il presidente di Bagnolifutura, Riccardo Marone con il direttore generale della Stu Mario Hubler, e il presidente dell’Unione industriali di Napoli Paolo Graziano.
Il presidente di Bagnolifutura Riccardo Marone esprime soddisfazione per il raggiungimento dell’accordo, dopo una lunga trattativa durata mesi, e sottolinea che “si tratta di una grande opportunità per Napoli, e in particolare per Bagnoli, non solo perché consente di rilanciare l’immagine della città nel mondo ma anche perché, così come previsto dal protocollo d’intesa, sarà Bagnolifutura a curare la progettazione e la realizzazione di tutti gli interventi necessari allo svolgimento dell’evento. Tutto questo, secondo il presidente della società di trasformazione urbana, imprimerà una significativa accelerazione alle opere per lo sviluppo dell’area di Bagnoli, grazie anche allo sblocco dei finanziamenti da parte della Regione Campania. Su Bagnoli – conclude Marone – si è ormai creata una positiva sinergia tra le Istituzioni che per noi è di grande auspicio”.

Fonte: Il Denaro

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SCUOLA. SINDACO: COMUNE SOSTIENE SIT IN DI “TUTTI A SCUOLA”

Partito del Sud Napoli: Riceviamo dall'ufficio comunicazione di de Magistris e postiamo :


“Il Comune di Napoli sostiene la mobilitazione promossa dall'associazione “Tutti a scuola” che domani, in piazza Montecitorio, organizzerà un sit-in di protesta contro la diminuzione del numero degli insegnanti di sostegno, il taglio alle ore di supporto e l'aumento delle classi sovraffollate. In Italia mancano 65mila docenti di sostegno, fattore che rende impossibile il rispetto della sentenza della Corte Costituzionale, la quale nel febbraio scorso ha stabilito chiaramente il diritto dello studente più debole di essere affiancato da un insegnante specializzato, anche a tempo pieno. La manovra finanziaria, che come una scure si abbatte sul welfare e quindi anche sulla mondo della scuola, penalizza in particolare i ragazzi diversamente abili, aggravando una situazione già critica visto l'azzeramento, previsto lo scorso anno, del fondo per i non autosufficienti e la riduzione di quello per le politiche sociali. Il diritto alla formazione e all'istruzione di tutti è la cartina di tornasole di una democrazia che voglia essere compiuta e moderna, oltre ad essere il fondamento del futuro di ogni paese. Nonostante la manovra economica e per quel che ci compete come Comune, stiamo lavorando col massimo impegno per garantire questo diritto: sei nuovi asili nido (due già in apertura, quattro pronti per le iscrizioni e attivi a fine ottobre); apertura già in ottobre (non più a febbraio) delle sezioni primavera; progressivi lavori di adeguamento alle norme di sicurezza degli edifici scolastici (in attesa dei fondi Miur assegnati e dei fondi Fas); pagamento delle cedole librarie per la quota a noi spettante; programmazione di iniziative educativo-culturali come La città ecologica (sensibilizzazione degli studenti alla differenziata), incontri del sindaco con gli studenti per discutere di Costituzione ed un ciclo di appuntamenti con le scuole, che vedrà protagonisti gli assessori e il sindaco, in occasione della Quattro giornate di Napoli a fine settembre. Perchè la scuola non sia, come ammoniva Antonio Gramsci, “un'incubatrice di piccoli mostri aridamente istruiti per un mestiere, senza idee generali, senza cultura generale, senza anima”. Perchè la scuola sia di tutti e soprattutto per tutti”.


Fonte : comunicazione.demagistris.it
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Partito del Sud Napoli: Riceviamo dall'ufficio comunicazione di de Magistris e postiamo :


“Il Comune di Napoli sostiene la mobilitazione promossa dall'associazione “Tutti a scuola” che domani, in piazza Montecitorio, organizzerà un sit-in di protesta contro la diminuzione del numero degli insegnanti di sostegno, il taglio alle ore di supporto e l'aumento delle classi sovraffollate. In Italia mancano 65mila docenti di sostegno, fattore che rende impossibile il rispetto della sentenza della Corte Costituzionale, la quale nel febbraio scorso ha stabilito chiaramente il diritto dello studente più debole di essere affiancato da un insegnante specializzato, anche a tempo pieno. La manovra finanziaria, che come una scure si abbatte sul welfare e quindi anche sulla mondo della scuola, penalizza in particolare i ragazzi diversamente abili, aggravando una situazione già critica visto l'azzeramento, previsto lo scorso anno, del fondo per i non autosufficienti e la riduzione di quello per le politiche sociali. Il diritto alla formazione e all'istruzione di tutti è la cartina di tornasole di una democrazia che voglia essere compiuta e moderna, oltre ad essere il fondamento del futuro di ogni paese. Nonostante la manovra economica e per quel che ci compete come Comune, stiamo lavorando col massimo impegno per garantire questo diritto: sei nuovi asili nido (due già in apertura, quattro pronti per le iscrizioni e attivi a fine ottobre); apertura già in ottobre (non più a febbraio) delle sezioni primavera; progressivi lavori di adeguamento alle norme di sicurezza degli edifici scolastici (in attesa dei fondi Miur assegnati e dei fondi Fas); pagamento delle cedole librarie per la quota a noi spettante; programmazione di iniziative educativo-culturali come La città ecologica (sensibilizzazione degli studenti alla differenziata), incontri del sindaco con gli studenti per discutere di Costituzione ed un ciclo di appuntamenti con le scuole, che vedrà protagonisti gli assessori e il sindaco, in occasione della Quattro giornate di Napoli a fine settembre. Perchè la scuola non sia, come ammoniva Antonio Gramsci, “un'incubatrice di piccoli mostri aridamente istruiti per un mestiere, senza idee generali, senza cultura generale, senza anima”. Perchè la scuola sia di tutti e soprattutto per tutti”.


Fonte : comunicazione.demagistris.it

martedì 13 settembre 2011

Sul quotidiano Vicenzapiù: Parte anche a Vicenza il Partito del Sud con "I Savoia e il Massacro del Sud" di Antonio Ciano


Filippo Romeo, Coordinatore regionale per il Veneto del Partito del Sud - Con un ciclo di conferenze che dopo le tappe di Fidenza (PR) e Mantova ha raggiunto domenica mattina Vicenza è stata presentata c/o l'Informagiovani del Comune la nuova edizione, dopo 15 anni, del bestseller di Antonio Ciano "I Savoia e il Massacro del Sud", curata e distribuita dalla Magenes. Si tratta di uno dei testi che, venduto in oltre centomila copie, ha dato il via alla fase di rilettura oggettiva del periodo storico che ha portato alla unificazione amministrativa d'Italia, svelandone la vera natura.

Il saggio, squarciando i veli della mistificazione romantica, mette a nudo la cruda realtà della cosiddetta epopea risorgimentale e la pochezza umana e morale dei suoi "miti", denunciando la cruda e spietata guerra di conquista e spoliazione condotta dal Piemonte contro il Popolo delle Due Sicilie. Quanto sopra non certo per rinfocolare odi sopiti o assurde ed antistoriche divisioni, ma solo per ristabilire una verità storica che non può fare che il bene dell'interna nazione aiutando a superare incomprensioni e steccati che dall'unità in avanti sono stati posti sul cammino di una unità realmente condivisa a pari condizioni.

Di fronte ad un folto pubblico Antonio Ciano , assessore al demanio del Comune di Gaeta, ricercatore, Presidente Onorario del Partito del Sud, da lui fondato nel 2001, ha presentato con indubbia capacità oratoria la sua opera con frequenti riferimenti alla realtà odierna, fino a disegnare le conseguenze che le controverse vicende risorgimentali hanno avuto e riflettono tutt'oggi sulle vicende politiche italiane.

L'occasione è stata poi propizia per presentare alla cittadinanza presente il Partito del Sud, che a Vicenza è rappresentato dalla sezione guidata dal Coordinatore Provinciale Filippo Romeo. E' stata particolarmente sottolineata la assoluta lontananza del Partito del Sud dalla vecchia nomenklatura politica meridionale, così come la vicinanza con l'attuale Sindaco di Napoli Luigi de Magistris che è stato sostenuto in alleanza dal Partito del Sud e da altre forze progressiste alle ultime amministrative siano al vittorioso ballottaggio.

Inoltre, è stata presentata la squadra che proietterà il Partito Del Sud nella competizione elettorale, delle prossime elezioni Provinciali di Vicenza.

Al termine della presentazione è seguito un costruttivo dibattito.



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Filippo Romeo, Coordinatore regionale per il Veneto del Partito del Sud - Con un ciclo di conferenze che dopo le tappe di Fidenza (PR) e Mantova ha raggiunto domenica mattina Vicenza è stata presentata c/o l'Informagiovani del Comune la nuova edizione, dopo 15 anni, del bestseller di Antonio Ciano "I Savoia e il Massacro del Sud", curata e distribuita dalla Magenes. Si tratta di uno dei testi che, venduto in oltre centomila copie, ha dato il via alla fase di rilettura oggettiva del periodo storico che ha portato alla unificazione amministrativa d'Italia, svelandone la vera natura.

Il saggio, squarciando i veli della mistificazione romantica, mette a nudo la cruda realtà della cosiddetta epopea risorgimentale e la pochezza umana e morale dei suoi "miti", denunciando la cruda e spietata guerra di conquista e spoliazione condotta dal Piemonte contro il Popolo delle Due Sicilie. Quanto sopra non certo per rinfocolare odi sopiti o assurde ed antistoriche divisioni, ma solo per ristabilire una verità storica che non può fare che il bene dell'interna nazione aiutando a superare incomprensioni e steccati che dall'unità in avanti sono stati posti sul cammino di una unità realmente condivisa a pari condizioni.

Di fronte ad un folto pubblico Antonio Ciano , assessore al demanio del Comune di Gaeta, ricercatore, Presidente Onorario del Partito del Sud, da lui fondato nel 2001, ha presentato con indubbia capacità oratoria la sua opera con frequenti riferimenti alla realtà odierna, fino a disegnare le conseguenze che le controverse vicende risorgimentali hanno avuto e riflettono tutt'oggi sulle vicende politiche italiane.

L'occasione è stata poi propizia per presentare alla cittadinanza presente il Partito del Sud, che a Vicenza è rappresentato dalla sezione guidata dal Coordinatore Provinciale Filippo Romeo. E' stata particolarmente sottolineata la assoluta lontananza del Partito del Sud dalla vecchia nomenklatura politica meridionale, così come la vicinanza con l'attuale Sindaco di Napoli Luigi de Magistris che è stato sostenuto in alleanza dal Partito del Sud e da altre forze progressiste alle ultime amministrative siano al vittorioso ballottaggio.

Inoltre, è stata presentata la squadra che proietterà il Partito Del Sud nella competizione elettorale, delle prossime elezioni Provinciali di Vicenza.

Al termine della presentazione è seguito un costruttivo dibattito.



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lunedì 12 settembre 2011

I moderati oltranzisti che piegarono il Sud

Gli eredi di Cavour spietati contro il brigantaggio

Salvatore Lupo - «L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile» - Donzelli - pp. 192, € 16,50
Salvatore Lupo - «L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile» - Donzelli - pp. 192, € 16,50
Di Paolo Mieli

Non è vero che il Regno delle Due Sicilie nella prima metà dell'Ottocento fosse una sorta di terra cara solo al demonio.Anzi, il regime borbonico «rinnovatosi nel 1816 sapeva di dover evitare la contrapposizione tra le sue due nazioni, quella borghese e quella popolare», e perciò «stette ben attento, anche su pressione dei suoi sponsor europei, a che la restaurazione non si risolvesse in un altro 1799, in un'apocalisse di stragi, tumulti, saccheggi plebei». Non è vero che quello stesso regime fosse nient'altro che super reazionario. Anzi, mise fuori gioco «gli ultras del legittimismo, e a maggior ragione molti degli elementi di estrazione popolare mobilitatisi in suo favore nel decennio precedente quali guerriglieri o briganti, e che si mostravano ora restii a rientrare nell'ordine sociale». Il regno borbonico «si assicurò l'adesione di un personale militare o in generale burocratico proveniente dal passato regime murattiano, e di cui fu garantito l'amalgama con il personale che gli era rimasto fedele negli anni precedenti». E in una logica «definibile in senso lato, di omogeneizzazione nazionale esso mantenne in vigore le riforme del decennio francese (1806-1815)». La monarchia sabauda nell'età della restaurazione fu, quella sì, «codina e reazionaria». Non è vero che i liberali meridionali dell'epoca si sentirono affratellati dalla comune fede politica risorgimentale. Anzi, «si scontrarono, si danneggiarono gli uni con gli altri» eccezion fatta per i momenti in cui dovettero subire la repressione della restaurazione assolutista dopo il 1821 e il 1849. In Sicilia, il termine «napoletano» era «aborrito» non meno di quanto lo fosse a Milano quello di «croato». A Palermo si mantenne sempre viva «la rancorosa memoria del tradimento borbonico del 1816, la protesta per il gesto tirannico che aveva abrogato le libertà dell'isola, antiche e nuove».

Sono parole di Salvatore Lupo che si leggono nel libro L'unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile, che sta per essere pubblicato da Donzelli editore. Lupo parte proprio di qui, da ciò che rese possibile il successo dell'impresa garibaldina. Cioè dalla dissidenza siciliana nei confronti del Regno borbonico, dissidenza che si configurava anche come un conflitto tra Napoli e Palermo, rispettivamente la più grande (322 mila abitanti) e una delle prime (114 mila abitanti) città italiane: si pensi che il secondo centro abitato della parte continentale, Foggia, contava appena 20 mila cittadini, mentre in Sicilia ce n'erano altri due, Messina e Catania, che di cittadini ne avevano 40 mila. A Palermo, poi, le insurrezioni si ebbero in nome del ripristino della Costituzione filo-aristocratica del 1812. Nel Mezzogiorno continentale i rivoluzionari, invece, si mobilitarono per la Costituzione di tipo spagnolo, cioè democratica, vale a dire quella concessa da Ferdinando I dopo la sollevazione del 1820. Per di più le altre città siciliane erano schierate con Napoli. «Fu guerra dei siciliani contro i napoletani», scrive Lupo, «e guerra civile dei siciliani tra loro: alla fine giunse la reazione assolutistica per tutti». Nel 1848 Palermo fu la prima città d'Europa a imboccare la via della rivoluzione: avrebbe aderito anche a una Confederazione italiana, purché - s'intende - in modo «del tutto autonomo da Napoli». Ferdinando II concesse la Costituzione, poi fece marcia indietro e Messina fu la città che si distinse per una resistenza davvero eroica. Ma, anche nella stagione reazionaria che ne seguì, il re si affidò non già a superconservatori, bensì a personaggi che si distinguevano per essere stati murattiani e costituzionalisti: Carlo Filangieri, figlio del filosofo illuminista, Pietro Calà Ulloa e Giustino Fortunato, prozio dell'omonimo meridionalista, che tornerà nella seconda parte di questo racconto.

Il libro di Lupo non si propone di presentare al lettore rivelazioni o denunce. È piuttosto una rielaborazione molto acuta di elementi alquanto trascurati dalla storiografia tradizionale.

Nessuna concessione al revisionismo meridionalista, una trattazione asciutta (ma ricca di attenzione ai dettagli) dei casi di quegli anni più celebri e dibattuti: la rivolta e la repressione a Bronte; don Liborio Romano che passa da Francesco II a Garibaldi reclutando camorristi - «nuje non simm cravunari (carbonari) nuje non simmo realisti ma facimmo i camorristi fammo n'c... a chilli e a chisti», era la loro canzone -; i plebisciti del 21 ottobre 1860, che diedero all'Italia un'adesione unanime ma solo apparente, dal momento che - come notò già allora Massimo D'Azeglio -, a dispetto di quel voto «straunitario», covavano nelle plebi insubordinazione e propositi insurrezionali. Riconosce, Lupo, che nella prima metà dell'Ottocento, negli anni della restaurazione, «il governo borbonico si impegnò nel sostegno ai comuni del Mezzogiorno continentale, e soprattutto introdusse ex novo la riforma in Sicilia: facendone il punto più alto di una linea antibaronale che portò Napoli (per quanto possa sembrare oggi paradossale) nel ruolo del Nord civilizzatore-normalizzatore nei confronti di quel Sud barbaro-riottoso che era la Sicilia».

 Luigi Carlo Farini
Luigi Carlo Farini
Viene poi analizzata la questione dei moderatiche, dopo la morte di Cavour, si trasformano in intransigenti (mentre i democratici restano perplessi al cospetto dei metodi più spietati). È un moderato, Luigi Carlo Farini, futuro ministro degli Interni, che, appena giunto al Sud, relaziona a Cavour essere «i beduini, a confronto di questi caffoni... fior di virtù civile». È un moderato Marco Minghetti, che scrive a Farini: «Credo che un po' di metodo soldatesco sia medicina salutare a codesto popolo». Riconducibile al potere dei moderati è il generale Enrico Della Rocca, che ingiunge ai suoi subordinati: «Non si perda tempo a fare prigionieri, affinché si sappia da quei briganti che arruolandosi per venire negli Abruzzi si condannano a quasi certa morte». Espressione di un governo moderato va considerato anche il generale Enrico Cialdini, spedito (luglio 1861) a reprimere le rivolte dei meridionali nei panni di luogotenente e di comandante del sesto corpo d'armata. Ciò che fece ricorrendo a metodi spietati.

La loro «non moderazione» a fronte delle plebi meridionali nasceva dall'idea che, negli anni precedenti all'impresa dei Mille, si erano fatti del Mezzogiorno, a contatto con gli esiliati provenienti dal Sud. La mancanza di moralità nel Mezzogiorno era stata presentata dai patrioti in esilio a Torino come diretta conseguenza del malgoverno borbonico. «Non si capiva però», osserva Lupo, «se per loro la tirannia (i Borbone) avesse corrotto la società, o se non fosse stata la società corrotta a mantenere così a lungo in vita la tirannide; la colpevolizzazione della "mala signoria" si situava bene nella retorica patriottica; se però le cose stavano all'inverso, c'era il rischio che qualcuno pensasse il Mezzogiorno incapace di una piena partnership nella nazione risorta, bisognoso di una permanente protezione dell'Italia virtuosa». E a questo punto Lupo ricorda che già nel 1855 Francesco De Sanctis aveva indicato il rischio che la frustrazione-deprecazione degli esuli provocasse effetti perversi. Rendendosi conto di tale problema, nell'aprile del 1861 il moderato siciliano Emerico Amari evocava la rivoluzione per chiarire che il Mezzogiorno non era paese di conquista, né quello meridionale era un popolo bambino da educare: «Non bisogna pensare questi due popoli (napoletani e siciliani, ndr ) come non altro che una cancrena», affermava Amari, «abbiamo fatto una rivoluzione, e questo basta per dimostrare la nostra moralità».

Di qui l'intricata questione delle ribellioni che si ebbero al Sud a ridosso dell'unità.Non è il caso, dice (tra le righe) lo storico, di parteggiare per i rivoltosi o per i piemontesi. L'intento di Lupo è quello di denunciare un'insufficienza storiografica. «Io credo», scrive, «che anche nelle province napoletane abbiano funzionato reticoli interclassisti, sia sul versante rivoluzionario che su quello controrivoluzionario; e penso che ulteriori ricerche potranno evidenziare il loro ruolo nelle reazioni e nella guerriglia brigantesca». Va spiegato perché in Calabria non si ebbe quasi quel brigantaggio politico che invece si registrò in Lucania. Come mai Napoli rimase a lungo una roccaforte garibaldina. Cosa spinse l'Irpinia, la Puglia e l'Abruzzo a «scendere in campo prevalentemente a favore dell'antica causa». «Non è facile spiegare questa dialettica regionale», sostiene, «potranno farlo solo indagini approfondite dei casi locali». Il che è come dire: è una storia in gran parte ancora da scrivere.

Così come è ancora, se non da scrivere, quantomeno da approfondire la questione dei rapporti tra plebi, malavita e politica in quegli anni nel Mezzogiorno. E non solo dalla parte degli sconfitti.

C'è il caso delle «facce sgherre» guidate da «gentiluomini», cioè di un fenomeno che, più o meno da vicino, fa pensare alla mafia. Questione che si pone molti anni prima del 1860. Francesco Bentivegna è un proprietario di Corleone che guida una di quelle «squadre» e nel 1848 «cala» su Palermo. Nel pieno della rivoluzione è chiamato a governare Corleone. Poi, al tempo della reazione, suo fratello Filippo viene catturato e muore in carcere. Lui resta a capo della sua banda. Nel 1853 viene arrestato e, dopo tre anni, liberato. Nuovamente alla guida dei suoi, assale Mezzojuso. Qualcuno lo tradisce e stavolta viene fucilato lì per lì. Stessa sorte subisce Salvatore Spinuzza, leader della rivolta di Cefalù. Tra gli eredi di Bentivegna c'è Luigi La Porta che si unisce a Garibaldi. Ma c'è anche Santo Meli, il quale, nei mesi precedenti lo sbarco di Marsala, si mette a capo di una guerriglia che tiene testa ai borbonici. La polizia di Francesco II lo bolla come un criminale comune e i garibaldini, prese per buone le accuse dei «nemici», lo arrestano. Meli si difende: «Io brigante? Eccellenza! Ho combattuto contro i borbonici, ho incendiato le case dei realisti, ho ammazzato birri e spie, dai primi di aprile servo la rivoluzione: ecco le mie carte». Ma, nonostante non ci siano prove che sia un combattente diverso dagli altri, gli uomini di Garibaldi lo passano per le armi. E però un dubbio rimane. Come risarcimento postumo, a suo fratello e a suo zio - che erano sempre stati al suo fianco - sarà riconosciuta una pensione per meriti patriottici.

I seguaci di Bentivegna, le «facce sgherre», venivano definiti anche «faziosi del ceto umile di Corleone». Protomafiosi? Non si può dire. L'individuazione di una protomafia è fatta comunemente risalire alla relazione del 1838 con cui Pietro Calà Ulloa, magistrato a Trapani, denunciò l'esistenza di «unioni o fratellanze, specie di sette che dicono partiti», capitanate da «possidenti» o «arcipreti» che si configuravano come «piccoli governi nel governo» gestendo i rapporti tra «il popolo» e «i rei». Nel libro L'invenzione dell'Italia unita. 1855-1864 (Sansoni), Roberto Martucci ha scritto che i popolani di Sicilia levatisi in armi a sostegno di Garibaldi sarebbero stati «strumenti dei proprietari locali», capaci solo di «sgozzare feriti, sbandati e dispersi»; tramite loro la mafia, proprio nei giorni di Garibaldi, avrebbe cominciato «ad assumere quel controllo totale del territorio siciliano che, in modi e forme diverse, avrebbe mantenuto nell'Italia unita nel XX secolo». Propende cioè, Martucci, per la tesi che a parteggiare per Garibaldi fu anche una sorta di protomafia. Una tesi che appare a Lupo «oltremodo semplicistica», anche se, sulla scia dei lavori di Paolo Pezzino, Lucy Riall, Leonardo Sciascia, Antonino Recupero e di quello di Giovanna Fiume, Le bande armate in Sicilia (1819-1849) Violenza e organizzazione del potere (Annali della facoltà di lettere di Palermo, 1984), non si sottrae al confronto con l'innegabile «sovrapposizione tra rivolta politica, sociale e criminale» che si produce in quei decenni di storia dell'isola. E non si sottrae in particolare all'analisi dell'uso politico di questi fenomeni. A cominciare dal 1820 «quando Palermo aveva mobilitato guerriglie comandate da principi, formate da popolani, rafforzate da contingenti paesani» e aveva «con queste forze attaccato la parte della Sicilia rimasta filo-governativa, sino a mettere a sacco la città di Caltanissetta». Per riportare pace e ordine era stata necessaria la riconquista di Palermo da parte di un'armata napoletana. Poi era stato il '48 con Palermo in prima linea. Ma quando, nel settembre di quello stesso anno, Messina aveva subito l'attacco borbonico, misteriosamente da Catania e da Palermo era venuto un aiuto assai scarso. Cosa che alimentò la polemica dei democratici contro i moderati (Palermo), accusati di essersi arresi quasi senza combattere ai «napoletani».

Alcuni esponenti delle forze dell’ordine dopo la cattura di Giuseppe Salomone (al centro), un brigante siciliano dei primi del Novecento
Alcuni esponenti delle forze dell’ordine dopo la cattura di Giuseppe Salomone (al centro), un brigante siciliano dei primi del Novecento

Altra questione complessa affrontata da Lupo è quella del ruolo dei cattolici. Si sa: ve ne furono che parteggiarono per Garibaldi, altri che aderirono all'unificazione, altri ancora - molti - che restarono fedeli ai Borbone. Lo storico si sofferma sugli uomini di Chiesa (e siamo ad anni successivi alla rottura del 1848 tra Pio IX e il Risorgimento) che partecipano alla rivoluzione. Nel 1860 un volontario grossetano dei mille di Garibaldi, Giuseppe Bandi, racconta che «preti e frati erano intenti a predicare, facendosi mallevadori che chiunque morisse combattendo per la Sicilia meriterebbe subito un posto in paradiso, tra gli angeli, tra i martiri, tra le vergini e i confessori». E aggiunge: «Notai che gli insorti siciliani avevano appiccicate sul calcio dei fucili le immagini di Santa Rosalia, e lo stesso avevano fatto sulle culatte dei cannoni».

Poi, dal 1861, fu la guerra civile. L'umile Carmine Donatelli detto Crocco, uno dei più importanti capi del brigantaggio, è di Rionero in Vulture (il paese della famiglia Fortunato). Anche il «galantuomo» Pasquale Romano diventa un capo dei banditi. «I patrioti italiani di entrambi i partiti, moderati e democratici, affibbiarono la qualifica di briganti a Crocco a Romano e agli altri che come loro insorsero tra la primavera e l'estate del 1861; lo avevano già fatto, d'altronde, per i protagonisti delle reazioni dei mesi precedenti», scrive Lupo. Crocco era in effetti un poco di buono. Romano no, non aveva niente del bandito. I motivi per cui furono definiti «briganti» possono valere, secondo l'autore, per molti dei patrioti siciliani che si schierarono dalla parte della rivoluzione. «Il discorso fatto sulla politicizzazione popolare vale per il Mezzogiorno continentale come per la Sicilia: gli aspetti criminali e quelli strumentali non escludono quelli ideologici, nel nostro caso i sentimenti di fedeltà alla monarchia e alla patria napoletana». Sentimenti che ispirarono, almeno in alcuni casi, le rivolte in Irpinia e nel Matese. Rivolte che ebbero come conseguenza rappresaglie davvero terribili a Montefalcione, Casalduni e Pontelandolfo. Le denunciò alla Camera dei deputati il milanese Giuseppe Ferrari in un celeberrimo discorso del dicembre 1861: stupri, violenze d'ogni tipo in un paese in fiamme (Pontelandolfo) «come se l'orizzonte dell'esterminazione non dovesse avere limite alcuno». Episodi che Lupo imputa ai «moderati», i quali «a Pontelandolfo e altrove si mostrarono così estranei a un'idea di patria in grado di materializzarsi nelle figure di fanciulli, donne e vecchi, gente comune». E la complessità non si esaurisce in questo. Ce n'è anche per i democratici. Il partito democratico di Rionero in Vulture, che già alla fine degli anni Quaranta aveva accusato la famiglia Fortunato di essersi impadronita di terre che secondo le leggi andavano distribuite tra il popolo, denuncia come manutengoli (complici, protettori) di Crocco i membri di quella stessa famiglia, la più ricca del paese, schierata sul fronte borbonico, a cui apparteneva quel primo Giustino Fortunato che abbiamo trovato alla guida del governo nel 1849. Crocco e il suo luogotenente Giuseppe Caruso erano stati dipendenti dei Fortunato. Le autorità, racconta Lupo, si convincono che il capobanda sia sempre stato un uomo di quei notabili, sia stato da loro fatto fuggire dal carcere, ricoverato nelle loro aziende, sostenuto prima e durante la grande scorreria. Scorreria, quella di Crocco, che - tra l'altro - aveva avuto inizio a Lagopesole, terra dei Fortunato. Così come di loro proprietà era la tenuta di Gaudiano, dove il «brigante» aveva avuto il fondamentale incontro con l'ufficiale legittimista spagnolo José Borjes, giunto nell'Italia meridionale per riconquistarla a Francesco II.

Successivamente il nome dei Fortunato, in omaggio all'altro Giustino, padre del meridionalismo liberale, sarebbe entrato nel Pantheon dell'Italia risorgimentale. La conversione liberale e nazionale della super-borbonica famiglia Fortunato, scrive Lupo, «indica forse la norma di una riconciliazione (nazionale, e credo anche locale) basata più che altro sull'oblio del passato». Anche se Giustino Fortunato non dimentica. In una lettera del 1928 a Raffaele Ciasca, Fortunato ricorda che anni terribili furono quelli tra il 1860 e il 1862, allorché trecento abitanti di Rionero accusarono i suoi familiari di essere borbonici e di aver sostenuto i briganti «tanto che va attribuito a miracolo se non vennero fucilati!». Suo padre e due suoi zii furono arrestati e, quando tornarono in libertà, uno degli zii considerò saggio fuggire in Francia. Poi, quindici anni dopo, a lui, Giustino, sarebbe toccato di essere eletto deputato e, racconta, «avutane notizia, mio Padre scoppiò a piangere». Il grande meridionalista, osserva Lupo, «guarda all'età di ferro della guerra civile come al momento fondativo della propria esperienza di vita: con gli oltraggi subiti da un governo di occupazione militare, con la comunità paesana che si rivolta contro la sua famiglia, le imputa il manutengolismo dopo averla a lungo accusata di essere usurpatrice del demanio; l'oltraggio viene solo parzialmente sanato dal voto (immaginiamo unanime) del 1880, che le restituisce la funzione di classe dirigente». Laddove i Fortunato avevano svolto da prima dell'unità «un ruolo positivo di leadership nella società locale mantenendosi lontani da quel modello assenteista e fazioso che molti considerano la quintessenza del problema meridionale». Scrive Giustino Fortunato, a mo' di giustificazione, a Francesco Saverio Nitti (che appartiene a una famiglia di patrioti lucani in cui si conta qualche caduto nella lotta contro il brigantaggio e che sarà autore nel 1900 di Nord e Sud , il «primo grande testo sullo squilibrio economico-territoriale italiano»): «Mio padre fu borbonico perché non credeva, non immaginava nemmeno l'unità». Spiegherà lo stesso Giustino Fortunato nel 1875 a Pasquale Villari: «Il brigantaggio fu reazione sociale della plebe». E, cinquant'anni dopo, specificherà a Carlo Rosselli che quel fenomeno non era stato «un tentativo di reazione borbonica o di autonomismo», bensì un moto positivo ancorché «sostanzialmente di indole primitiva e selvaggia, frutto del secolare abbrutimento di miseria e di ignoranza delle nostre plebi rurali».

Il fatto è, sintetizza Lupo, che l'unificazione italiana (come quasi tutti i grandi eventi storici) «non era ineluttabile, era un sogno e un progetto di certi movimenti politici che si concretizzò attraverso brusche accelerazioni, guerre, imprevedibili vittorie e repentini collassi, azioni e reazioni anche incoerenti». Per quel che riguarda l'Italia meridionale va messa in discussione la stessa parola «Risorgimento». «Parola che», scrive lo storico, «occulta le contraddizioni dei patrioti, l'alternarsi di solidarietà e faziosità, amore per la libertà e autoritarismi, che derivava dal carattere passionale ed estremo delle loro convinzioni, nonché dalla violenza dello scontro in cui essi stessi e i loro avversari erano impegnati». Il termine «Risorgimento» ha «un che di edificante, vuole che noi assumiamo i protagonisti di quei remoti eventi a maestri di morale; noi, invece, a così grande distanza di tempo, siamo quasi spinti per reazione a far loro la morale, secondo i mediocri standard della correttezza politica oggi in voga». Ciò che non ci aiuta a capire e a raccontare il nostro passato. Né a trarne lezioni. Per poi concludere: «È lo stesso rischio, d'altronde, che corriamo confrontandoci con l'altro mito fondativo della storia nazionale, la Resistenza». Ma qui il discorso si farebbe ancora più complicato.


07 settembre 2011 19:48© RIPRODUZIONE RISERVATA

In Lucania

• ll famoso meridionalista liberale Giustino Fortunato (nella foto a sinistra) aveva un prozio, suo omonimo, che era stato primo ministro del re Ferdinando II di Borbone (nella foto al centro)

• Dopo l’Unità d’Italia, i famigliari di Giustino Fortunato vennero denunciati a Rionero del Vulture, con l’accusa di essere manutengoli (complici) della banda del feroce brigante Carmine Donatelli, detto Crocco, (nella foto a sinistra) che in passato era stato un loro dipendente




Bibliografia

Riflessioni sul crollo degli Stati preunitari

Esce in libreria il saggio di Salvatore Lupo L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile, edito da Donzelli. Le vicende relative alla formazione del Regno d’Italia sono analizzate da Paolo Macry nel saggio Quando crolla lo Stato. Studi sull’Italia preunitaria (Liguori) e in quello di Roberto Martucci L’invenzione dell’Italia unita (Sansoni). Da segnalare anche L’inventore del trasformismo, una biografia di Liborio Romano scritta da Nico Perrone (Rubbettino).

Fonte: Corriere della Sera


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Gli eredi di Cavour spietati contro il brigantaggio

Salvatore Lupo - «L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile» - Donzelli - pp. 192, € 16,50
Salvatore Lupo - «L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile» - Donzelli - pp. 192, € 16,50
Di Paolo Mieli

Non è vero che il Regno delle Due Sicilie nella prima metà dell'Ottocento fosse una sorta di terra cara solo al demonio.Anzi, il regime borbonico «rinnovatosi nel 1816 sapeva di dover evitare la contrapposizione tra le sue due nazioni, quella borghese e quella popolare», e perciò «stette ben attento, anche su pressione dei suoi sponsor europei, a che la restaurazione non si risolvesse in un altro 1799, in un'apocalisse di stragi, tumulti, saccheggi plebei». Non è vero che quello stesso regime fosse nient'altro che super reazionario. Anzi, mise fuori gioco «gli ultras del legittimismo, e a maggior ragione molti degli elementi di estrazione popolare mobilitatisi in suo favore nel decennio precedente quali guerriglieri o briganti, e che si mostravano ora restii a rientrare nell'ordine sociale». Il regno borbonico «si assicurò l'adesione di un personale militare o in generale burocratico proveniente dal passato regime murattiano, e di cui fu garantito l'amalgama con il personale che gli era rimasto fedele negli anni precedenti». E in una logica «definibile in senso lato, di omogeneizzazione nazionale esso mantenne in vigore le riforme del decennio francese (1806-1815)». La monarchia sabauda nell'età della restaurazione fu, quella sì, «codina e reazionaria». Non è vero che i liberali meridionali dell'epoca si sentirono affratellati dalla comune fede politica risorgimentale. Anzi, «si scontrarono, si danneggiarono gli uni con gli altri» eccezion fatta per i momenti in cui dovettero subire la repressione della restaurazione assolutista dopo il 1821 e il 1849. In Sicilia, il termine «napoletano» era «aborrito» non meno di quanto lo fosse a Milano quello di «croato». A Palermo si mantenne sempre viva «la rancorosa memoria del tradimento borbonico del 1816, la protesta per il gesto tirannico che aveva abrogato le libertà dell'isola, antiche e nuove».

Sono parole di Salvatore Lupo che si leggono nel libro L'unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile, che sta per essere pubblicato da Donzelli editore. Lupo parte proprio di qui, da ciò che rese possibile il successo dell'impresa garibaldina. Cioè dalla dissidenza siciliana nei confronti del Regno borbonico, dissidenza che si configurava anche come un conflitto tra Napoli e Palermo, rispettivamente la più grande (322 mila abitanti) e una delle prime (114 mila abitanti) città italiane: si pensi che il secondo centro abitato della parte continentale, Foggia, contava appena 20 mila cittadini, mentre in Sicilia ce n'erano altri due, Messina e Catania, che di cittadini ne avevano 40 mila. A Palermo, poi, le insurrezioni si ebbero in nome del ripristino della Costituzione filo-aristocratica del 1812. Nel Mezzogiorno continentale i rivoluzionari, invece, si mobilitarono per la Costituzione di tipo spagnolo, cioè democratica, vale a dire quella concessa da Ferdinando I dopo la sollevazione del 1820. Per di più le altre città siciliane erano schierate con Napoli. «Fu guerra dei siciliani contro i napoletani», scrive Lupo, «e guerra civile dei siciliani tra loro: alla fine giunse la reazione assolutistica per tutti». Nel 1848 Palermo fu la prima città d'Europa a imboccare la via della rivoluzione: avrebbe aderito anche a una Confederazione italiana, purché - s'intende - in modo «del tutto autonomo da Napoli». Ferdinando II concesse la Costituzione, poi fece marcia indietro e Messina fu la città che si distinse per una resistenza davvero eroica. Ma, anche nella stagione reazionaria che ne seguì, il re si affidò non già a superconservatori, bensì a personaggi che si distinguevano per essere stati murattiani e costituzionalisti: Carlo Filangieri, figlio del filosofo illuminista, Pietro Calà Ulloa e Giustino Fortunato, prozio dell'omonimo meridionalista, che tornerà nella seconda parte di questo racconto.

Il libro di Lupo non si propone di presentare al lettore rivelazioni o denunce. È piuttosto una rielaborazione molto acuta di elementi alquanto trascurati dalla storiografia tradizionale.

Nessuna concessione al revisionismo meridionalista, una trattazione asciutta (ma ricca di attenzione ai dettagli) dei casi di quegli anni più celebri e dibattuti: la rivolta e la repressione a Bronte; don Liborio Romano che passa da Francesco II a Garibaldi reclutando camorristi - «nuje non simm cravunari (carbonari) nuje non simmo realisti ma facimmo i camorristi fammo n'c... a chilli e a chisti», era la loro canzone -; i plebisciti del 21 ottobre 1860, che diedero all'Italia un'adesione unanime ma solo apparente, dal momento che - come notò già allora Massimo D'Azeglio -, a dispetto di quel voto «straunitario», covavano nelle plebi insubordinazione e propositi insurrezionali. Riconosce, Lupo, che nella prima metà dell'Ottocento, negli anni della restaurazione, «il governo borbonico si impegnò nel sostegno ai comuni del Mezzogiorno continentale, e soprattutto introdusse ex novo la riforma in Sicilia: facendone il punto più alto di una linea antibaronale che portò Napoli (per quanto possa sembrare oggi paradossale) nel ruolo del Nord civilizzatore-normalizzatore nei confronti di quel Sud barbaro-riottoso che era la Sicilia».

 Luigi Carlo Farini
Luigi Carlo Farini
Viene poi analizzata la questione dei moderatiche, dopo la morte di Cavour, si trasformano in intransigenti (mentre i democratici restano perplessi al cospetto dei metodi più spietati). È un moderato, Luigi Carlo Farini, futuro ministro degli Interni, che, appena giunto al Sud, relaziona a Cavour essere «i beduini, a confronto di questi caffoni... fior di virtù civile». È un moderato Marco Minghetti, che scrive a Farini: «Credo che un po' di metodo soldatesco sia medicina salutare a codesto popolo». Riconducibile al potere dei moderati è il generale Enrico Della Rocca, che ingiunge ai suoi subordinati: «Non si perda tempo a fare prigionieri, affinché si sappia da quei briganti che arruolandosi per venire negli Abruzzi si condannano a quasi certa morte». Espressione di un governo moderato va considerato anche il generale Enrico Cialdini, spedito (luglio 1861) a reprimere le rivolte dei meridionali nei panni di luogotenente e di comandante del sesto corpo d'armata. Ciò che fece ricorrendo a metodi spietati.

La loro «non moderazione» a fronte delle plebi meridionali nasceva dall'idea che, negli anni precedenti all'impresa dei Mille, si erano fatti del Mezzogiorno, a contatto con gli esiliati provenienti dal Sud. La mancanza di moralità nel Mezzogiorno era stata presentata dai patrioti in esilio a Torino come diretta conseguenza del malgoverno borbonico. «Non si capiva però», osserva Lupo, «se per loro la tirannia (i Borbone) avesse corrotto la società, o se non fosse stata la società corrotta a mantenere così a lungo in vita la tirannide; la colpevolizzazione della "mala signoria" si situava bene nella retorica patriottica; se però le cose stavano all'inverso, c'era il rischio che qualcuno pensasse il Mezzogiorno incapace di una piena partnership nella nazione risorta, bisognoso di una permanente protezione dell'Italia virtuosa». E a questo punto Lupo ricorda che già nel 1855 Francesco De Sanctis aveva indicato il rischio che la frustrazione-deprecazione degli esuli provocasse effetti perversi. Rendendosi conto di tale problema, nell'aprile del 1861 il moderato siciliano Emerico Amari evocava la rivoluzione per chiarire che il Mezzogiorno non era paese di conquista, né quello meridionale era un popolo bambino da educare: «Non bisogna pensare questi due popoli (napoletani e siciliani, ndr ) come non altro che una cancrena», affermava Amari, «abbiamo fatto una rivoluzione, e questo basta per dimostrare la nostra moralità».

Di qui l'intricata questione delle ribellioni che si ebbero al Sud a ridosso dell'unità.Non è il caso, dice (tra le righe) lo storico, di parteggiare per i rivoltosi o per i piemontesi. L'intento di Lupo è quello di denunciare un'insufficienza storiografica. «Io credo», scrive, «che anche nelle province napoletane abbiano funzionato reticoli interclassisti, sia sul versante rivoluzionario che su quello controrivoluzionario; e penso che ulteriori ricerche potranno evidenziare il loro ruolo nelle reazioni e nella guerriglia brigantesca». Va spiegato perché in Calabria non si ebbe quasi quel brigantaggio politico che invece si registrò in Lucania. Come mai Napoli rimase a lungo una roccaforte garibaldina. Cosa spinse l'Irpinia, la Puglia e l'Abruzzo a «scendere in campo prevalentemente a favore dell'antica causa». «Non è facile spiegare questa dialettica regionale», sostiene, «potranno farlo solo indagini approfondite dei casi locali». Il che è come dire: è una storia in gran parte ancora da scrivere.

Così come è ancora, se non da scrivere, quantomeno da approfondire la questione dei rapporti tra plebi, malavita e politica in quegli anni nel Mezzogiorno. E non solo dalla parte degli sconfitti.

C'è il caso delle «facce sgherre» guidate da «gentiluomini», cioè di un fenomeno che, più o meno da vicino, fa pensare alla mafia. Questione che si pone molti anni prima del 1860. Francesco Bentivegna è un proprietario di Corleone che guida una di quelle «squadre» e nel 1848 «cala» su Palermo. Nel pieno della rivoluzione è chiamato a governare Corleone. Poi, al tempo della reazione, suo fratello Filippo viene catturato e muore in carcere. Lui resta a capo della sua banda. Nel 1853 viene arrestato e, dopo tre anni, liberato. Nuovamente alla guida dei suoi, assale Mezzojuso. Qualcuno lo tradisce e stavolta viene fucilato lì per lì. Stessa sorte subisce Salvatore Spinuzza, leader della rivolta di Cefalù. Tra gli eredi di Bentivegna c'è Luigi La Porta che si unisce a Garibaldi. Ma c'è anche Santo Meli, il quale, nei mesi precedenti lo sbarco di Marsala, si mette a capo di una guerriglia che tiene testa ai borbonici. La polizia di Francesco II lo bolla come un criminale comune e i garibaldini, prese per buone le accuse dei «nemici», lo arrestano. Meli si difende: «Io brigante? Eccellenza! Ho combattuto contro i borbonici, ho incendiato le case dei realisti, ho ammazzato birri e spie, dai primi di aprile servo la rivoluzione: ecco le mie carte». Ma, nonostante non ci siano prove che sia un combattente diverso dagli altri, gli uomini di Garibaldi lo passano per le armi. E però un dubbio rimane. Come risarcimento postumo, a suo fratello e a suo zio - che erano sempre stati al suo fianco - sarà riconosciuta una pensione per meriti patriottici.

I seguaci di Bentivegna, le «facce sgherre», venivano definiti anche «faziosi del ceto umile di Corleone». Protomafiosi? Non si può dire. L'individuazione di una protomafia è fatta comunemente risalire alla relazione del 1838 con cui Pietro Calà Ulloa, magistrato a Trapani, denunciò l'esistenza di «unioni o fratellanze, specie di sette che dicono partiti», capitanate da «possidenti» o «arcipreti» che si configuravano come «piccoli governi nel governo» gestendo i rapporti tra «il popolo» e «i rei». Nel libro L'invenzione dell'Italia unita. 1855-1864 (Sansoni), Roberto Martucci ha scritto che i popolani di Sicilia levatisi in armi a sostegno di Garibaldi sarebbero stati «strumenti dei proprietari locali», capaci solo di «sgozzare feriti, sbandati e dispersi»; tramite loro la mafia, proprio nei giorni di Garibaldi, avrebbe cominciato «ad assumere quel controllo totale del territorio siciliano che, in modi e forme diverse, avrebbe mantenuto nell'Italia unita nel XX secolo». Propende cioè, Martucci, per la tesi che a parteggiare per Garibaldi fu anche una sorta di protomafia. Una tesi che appare a Lupo «oltremodo semplicistica», anche se, sulla scia dei lavori di Paolo Pezzino, Lucy Riall, Leonardo Sciascia, Antonino Recupero e di quello di Giovanna Fiume, Le bande armate in Sicilia (1819-1849) Violenza e organizzazione del potere (Annali della facoltà di lettere di Palermo, 1984), non si sottrae al confronto con l'innegabile «sovrapposizione tra rivolta politica, sociale e criminale» che si produce in quei decenni di storia dell'isola. E non si sottrae in particolare all'analisi dell'uso politico di questi fenomeni. A cominciare dal 1820 «quando Palermo aveva mobilitato guerriglie comandate da principi, formate da popolani, rafforzate da contingenti paesani» e aveva «con queste forze attaccato la parte della Sicilia rimasta filo-governativa, sino a mettere a sacco la città di Caltanissetta». Per riportare pace e ordine era stata necessaria la riconquista di Palermo da parte di un'armata napoletana. Poi era stato il '48 con Palermo in prima linea. Ma quando, nel settembre di quello stesso anno, Messina aveva subito l'attacco borbonico, misteriosamente da Catania e da Palermo era venuto un aiuto assai scarso. Cosa che alimentò la polemica dei democratici contro i moderati (Palermo), accusati di essersi arresi quasi senza combattere ai «napoletani».

Alcuni esponenti delle forze dell’ordine dopo la cattura di Giuseppe Salomone (al centro), un brigante siciliano dei primi del Novecento
Alcuni esponenti delle forze dell’ordine dopo la cattura di Giuseppe Salomone (al centro), un brigante siciliano dei primi del Novecento

Altra questione complessa affrontata da Lupo è quella del ruolo dei cattolici. Si sa: ve ne furono che parteggiarono per Garibaldi, altri che aderirono all'unificazione, altri ancora - molti - che restarono fedeli ai Borbone. Lo storico si sofferma sugli uomini di Chiesa (e siamo ad anni successivi alla rottura del 1848 tra Pio IX e il Risorgimento) che partecipano alla rivoluzione. Nel 1860 un volontario grossetano dei mille di Garibaldi, Giuseppe Bandi, racconta che «preti e frati erano intenti a predicare, facendosi mallevadori che chiunque morisse combattendo per la Sicilia meriterebbe subito un posto in paradiso, tra gli angeli, tra i martiri, tra le vergini e i confessori». E aggiunge: «Notai che gli insorti siciliani avevano appiccicate sul calcio dei fucili le immagini di Santa Rosalia, e lo stesso avevano fatto sulle culatte dei cannoni».

Poi, dal 1861, fu la guerra civile. L'umile Carmine Donatelli detto Crocco, uno dei più importanti capi del brigantaggio, è di Rionero in Vulture (il paese della famiglia Fortunato). Anche il «galantuomo» Pasquale Romano diventa un capo dei banditi. «I patrioti italiani di entrambi i partiti, moderati e democratici, affibbiarono la qualifica di briganti a Crocco a Romano e agli altri che come loro insorsero tra la primavera e l'estate del 1861; lo avevano già fatto, d'altronde, per i protagonisti delle reazioni dei mesi precedenti», scrive Lupo. Crocco era in effetti un poco di buono. Romano no, non aveva niente del bandito. I motivi per cui furono definiti «briganti» possono valere, secondo l'autore, per molti dei patrioti siciliani che si schierarono dalla parte della rivoluzione. «Il discorso fatto sulla politicizzazione popolare vale per il Mezzogiorno continentale come per la Sicilia: gli aspetti criminali e quelli strumentali non escludono quelli ideologici, nel nostro caso i sentimenti di fedeltà alla monarchia e alla patria napoletana». Sentimenti che ispirarono, almeno in alcuni casi, le rivolte in Irpinia e nel Matese. Rivolte che ebbero come conseguenza rappresaglie davvero terribili a Montefalcione, Casalduni e Pontelandolfo. Le denunciò alla Camera dei deputati il milanese Giuseppe Ferrari in un celeberrimo discorso del dicembre 1861: stupri, violenze d'ogni tipo in un paese in fiamme (Pontelandolfo) «come se l'orizzonte dell'esterminazione non dovesse avere limite alcuno». Episodi che Lupo imputa ai «moderati», i quali «a Pontelandolfo e altrove si mostrarono così estranei a un'idea di patria in grado di materializzarsi nelle figure di fanciulli, donne e vecchi, gente comune». E la complessità non si esaurisce in questo. Ce n'è anche per i democratici. Il partito democratico di Rionero in Vulture, che già alla fine degli anni Quaranta aveva accusato la famiglia Fortunato di essersi impadronita di terre che secondo le leggi andavano distribuite tra il popolo, denuncia come manutengoli (complici, protettori) di Crocco i membri di quella stessa famiglia, la più ricca del paese, schierata sul fronte borbonico, a cui apparteneva quel primo Giustino Fortunato che abbiamo trovato alla guida del governo nel 1849. Crocco e il suo luogotenente Giuseppe Caruso erano stati dipendenti dei Fortunato. Le autorità, racconta Lupo, si convincono che il capobanda sia sempre stato un uomo di quei notabili, sia stato da loro fatto fuggire dal carcere, ricoverato nelle loro aziende, sostenuto prima e durante la grande scorreria. Scorreria, quella di Crocco, che - tra l'altro - aveva avuto inizio a Lagopesole, terra dei Fortunato. Così come di loro proprietà era la tenuta di Gaudiano, dove il «brigante» aveva avuto il fondamentale incontro con l'ufficiale legittimista spagnolo José Borjes, giunto nell'Italia meridionale per riconquistarla a Francesco II.

Successivamente il nome dei Fortunato, in omaggio all'altro Giustino, padre del meridionalismo liberale, sarebbe entrato nel Pantheon dell'Italia risorgimentale. La conversione liberale e nazionale della super-borbonica famiglia Fortunato, scrive Lupo, «indica forse la norma di una riconciliazione (nazionale, e credo anche locale) basata più che altro sull'oblio del passato». Anche se Giustino Fortunato non dimentica. In una lettera del 1928 a Raffaele Ciasca, Fortunato ricorda che anni terribili furono quelli tra il 1860 e il 1862, allorché trecento abitanti di Rionero accusarono i suoi familiari di essere borbonici e di aver sostenuto i briganti «tanto che va attribuito a miracolo se non vennero fucilati!». Suo padre e due suoi zii furono arrestati e, quando tornarono in libertà, uno degli zii considerò saggio fuggire in Francia. Poi, quindici anni dopo, a lui, Giustino, sarebbe toccato di essere eletto deputato e, racconta, «avutane notizia, mio Padre scoppiò a piangere». Il grande meridionalista, osserva Lupo, «guarda all'età di ferro della guerra civile come al momento fondativo della propria esperienza di vita: con gli oltraggi subiti da un governo di occupazione militare, con la comunità paesana che si rivolta contro la sua famiglia, le imputa il manutengolismo dopo averla a lungo accusata di essere usurpatrice del demanio; l'oltraggio viene solo parzialmente sanato dal voto (immaginiamo unanime) del 1880, che le restituisce la funzione di classe dirigente». Laddove i Fortunato avevano svolto da prima dell'unità «un ruolo positivo di leadership nella società locale mantenendosi lontani da quel modello assenteista e fazioso che molti considerano la quintessenza del problema meridionale». Scrive Giustino Fortunato, a mo' di giustificazione, a Francesco Saverio Nitti (che appartiene a una famiglia di patrioti lucani in cui si conta qualche caduto nella lotta contro il brigantaggio e che sarà autore nel 1900 di Nord e Sud , il «primo grande testo sullo squilibrio economico-territoriale italiano»): «Mio padre fu borbonico perché non credeva, non immaginava nemmeno l'unità». Spiegherà lo stesso Giustino Fortunato nel 1875 a Pasquale Villari: «Il brigantaggio fu reazione sociale della plebe». E, cinquant'anni dopo, specificherà a Carlo Rosselli che quel fenomeno non era stato «un tentativo di reazione borbonica o di autonomismo», bensì un moto positivo ancorché «sostanzialmente di indole primitiva e selvaggia, frutto del secolare abbrutimento di miseria e di ignoranza delle nostre plebi rurali».

Il fatto è, sintetizza Lupo, che l'unificazione italiana (come quasi tutti i grandi eventi storici) «non era ineluttabile, era un sogno e un progetto di certi movimenti politici che si concretizzò attraverso brusche accelerazioni, guerre, imprevedibili vittorie e repentini collassi, azioni e reazioni anche incoerenti». Per quel che riguarda l'Italia meridionale va messa in discussione la stessa parola «Risorgimento». «Parola che», scrive lo storico, «occulta le contraddizioni dei patrioti, l'alternarsi di solidarietà e faziosità, amore per la libertà e autoritarismi, che derivava dal carattere passionale ed estremo delle loro convinzioni, nonché dalla violenza dello scontro in cui essi stessi e i loro avversari erano impegnati». Il termine «Risorgimento» ha «un che di edificante, vuole che noi assumiamo i protagonisti di quei remoti eventi a maestri di morale; noi, invece, a così grande distanza di tempo, siamo quasi spinti per reazione a far loro la morale, secondo i mediocri standard della correttezza politica oggi in voga». Ciò che non ci aiuta a capire e a raccontare il nostro passato. Né a trarne lezioni. Per poi concludere: «È lo stesso rischio, d'altronde, che corriamo confrontandoci con l'altro mito fondativo della storia nazionale, la Resistenza». Ma qui il discorso si farebbe ancora più complicato.


07 settembre 2011 19:48© RIPRODUZIONE RISERVATA

In Lucania

• ll famoso meridionalista liberale Giustino Fortunato (nella foto a sinistra) aveva un prozio, suo omonimo, che era stato primo ministro del re Ferdinando II di Borbone (nella foto al centro)

• Dopo l’Unità d’Italia, i famigliari di Giustino Fortunato vennero denunciati a Rionero del Vulture, con l’accusa di essere manutengoli (complici) della banda del feroce brigante Carmine Donatelli, detto Crocco, (nella foto a sinistra) che in passato era stato un loro dipendente




Bibliografia

Riflessioni sul crollo degli Stati preunitari

Esce in libreria il saggio di Salvatore Lupo L’unificazione italiana. Mezzogiorno, rivoluzione, guerra civile, edito da Donzelli. Le vicende relative alla formazione del Regno d’Italia sono analizzate da Paolo Macry nel saggio Quando crolla lo Stato. Studi sull’Italia preunitaria (Liguori) e in quello di Roberto Martucci L’invenzione dell’Italia unita (Sansoni). Da segnalare anche L’inventore del trasformismo, una biografia di Liborio Romano scritta da Nico Perrone (Rubbettino).

Fonte: Corriere della Sera


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domenica 11 settembre 2011

"Come te movi te fulmino...e altre libere riflessioni.."

Come te movi te fulmino!, ovvero..il sesso degli angeli, ovvero…la sindrome berlusconiana, ovvero…il maccartismo nel meridionalismo! “

di Andrea Balìa


Titolo lungo, apparentemente complicato e slegato, ma frutto di riflessioni concatenate, legate anche al Partito del Sud che rappresento, al momento, nella funzione di Vice Presidente Nazionale.
Andiamo per ordine : Come te movi te fulmino! E’, in effetti, un’espressione romanesca entrata però a far parte del linguaggio comune ed un po’ usata ovunque. Sta per significare : come ti muovi, fai o dici, ti sto addosso, t’impallino, ti critico, non te ne faccio passare una, ecc…

E’ infatti l’atteggiamento che si usa, molto sui social network come Facebook, ma non solo, anche nel nostro mondo del meridionalismo. Se dici d’essere meridionalista, c’è chi ti precisa che sbagli perché usando questo termine accetti la tua condizione d’essere in un luogo decretato come Meridione, e non fai bene manco – per le stesse ragioni – ad usare la parola Sud! Lo stesso dicasi per Duosiciliano, perché dovresti parlare di Napolitano e Siciliano. Insomma stai sbagliando e devi disquisire d’indipendenza, fosse anche solo da una tastiera, e poco importa se la cosa resta lì e non hai né intenzione di conquistarla con le armi e/o né con le carte bollate e le vie legali. Questo è secondario, bastano gli slogan e i proclami.

Dichiari d’essere laico o cattolico? Non va bene che per te la solidarietà, la tolleranza, l’altruismo, il rispetto, l’uguaglianza sociale, siano valori che condividi bastandoti che li si persegua da credente o meno, avendo per l’appunto rispetto indipendentemente dalla fede…No! Devi essere integralista cattolico, legittimista, altrimenti l’amore per le tue terre può tranquillamente annoverarsi fra cose di poco conto e la tua posizione va guardata con sospetto prossimo alla definitiva scomunica.

Dici che non sei né di Destra e né di Sinistra? Può andar bene ai più ma – e qui veniamo al “sesso degli angeli” (cosa di cui già scrissi in tempi non sospetti), devi essere molto attento a rimanere in una posizione vicina allo zen, possibilmente situata in prossimità della linea equatoriale di demarcazione, in assenza di vento, sentendoti efebico, vicino all’ascesi, e non contaminabile.

Guai a parlare bene di un Francesco II°, che pur timido e troppo remissivo ebbe il merito di difendere con la giovane moglie la cittadina di Gaeta, ultima roccaforte d’un tempo e uno Stato autonomo, e di dichiarare vergognosa una Legge Pica che decretò la libertà di fucilazione di briganti e contadini perché rischi (è il caso del Partito del Sud) che un Marco Demarco (Direttore del Corriere del Mezzogiorno, alias Corriere della Sera in versione meridionale) ti attacchi con un articolo dove condanna il de Magistris per accogliere fra le sue braccia giacobini e borbonici (che saremmo noi) nel solito trito giochino di buttare tutto il meridionalismo in borbonismo nostalgico, tacciandoti di voglie di restaurazione monarchica ed ergerti a difensori di spregiabili banditi.

D’altro canto se partecipi in alcune città allo sciopero generale con le tue bandiere, non stai protestando contro il governo filonordista e più antimeridionale dalla nascita della repubblica e contro la sua manovra dove è il Sud ad uscirne più massacrato, ma stai diventando troppo sinistrorso ed il tuo “sesso degli angeli” s’è infettato e faresti bene a cambiar nome e simbolo.

Va altresì diffondendosi la “sindrome berlusconiana”, per cui basta criticare il manovratore o appoggiare e collaborare con il novello sindaco di Partenope, ed allora, nonostante egli bacchetti a destra e manca (vedi critiche pubbliche a Bersani per la storia Penati, difesa della identità napoletana di San Gennaro, ecc..) e prosegua con logiche non legate alla vecchia spartizione partitica, sei ormai appiattito su “scie giacobine”. Così come insegna l’unto del Signore bisogna essere attenti : i comunisti sono dietro l’angolo, e tu lo sei o lo stai diventando con camuffate vesti pro Sud.

Tale sindrome italica rasenta un neo “maccartismo”, virus galoppante nel meridionalismo, che ha i suoi germi nell’americano senatore Mc Carthy che instaurò negli States una sorta di “santa inquisizione” contro comunisti (o sinistrorsi) veri e spesso presunti.



Oggi, tristemente, si diffonde nel nostro mondo un simile sospetto, essendosi tra l’altro andata ad incrementarsi l’attenzione de il processo di revisione che, come era presumibile, è più forte – pur se arrivato in ritardo – nel mondo della sinistra, che in quello dell’area di destra che, in parte, l’aveva fagocitato (più che avviato) per prima.

Tant’è, ce ne faremo una ragione, visto che risulta più difficile comprendere che basta essere semplicemente per l’identità e la verità storica, anche se ciò passerà per posizioni, momenti e situazioni che – secondo vecchi schemi mentali – è più semplice ricondurre a vecchie ideologie.

Andrea Balìa


Fonte: Partito del Sud - Napoli


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Come te movi te fulmino!, ovvero..il sesso degli angeli, ovvero…la sindrome berlusconiana, ovvero…il maccartismo nel meridionalismo! “

di Andrea Balìa


Titolo lungo, apparentemente complicato e slegato, ma frutto di riflessioni concatenate, legate anche al Partito del Sud che rappresento, al momento, nella funzione di Vice Presidente Nazionale.
Andiamo per ordine : Come te movi te fulmino! E’, in effetti, un’espressione romanesca entrata però a far parte del linguaggio comune ed un po’ usata ovunque. Sta per significare : come ti muovi, fai o dici, ti sto addosso, t’impallino, ti critico, non te ne faccio passare una, ecc…

E’ infatti l’atteggiamento che si usa, molto sui social network come Facebook, ma non solo, anche nel nostro mondo del meridionalismo. Se dici d’essere meridionalista, c’è chi ti precisa che sbagli perché usando questo termine accetti la tua condizione d’essere in un luogo decretato come Meridione, e non fai bene manco – per le stesse ragioni – ad usare la parola Sud! Lo stesso dicasi per Duosiciliano, perché dovresti parlare di Napolitano e Siciliano. Insomma stai sbagliando e devi disquisire d’indipendenza, fosse anche solo da una tastiera, e poco importa se la cosa resta lì e non hai né intenzione di conquistarla con le armi e/o né con le carte bollate e le vie legali. Questo è secondario, bastano gli slogan e i proclami.

Dichiari d’essere laico o cattolico? Non va bene che per te la solidarietà, la tolleranza, l’altruismo, il rispetto, l’uguaglianza sociale, siano valori che condividi bastandoti che li si persegua da credente o meno, avendo per l’appunto rispetto indipendentemente dalla fede…No! Devi essere integralista cattolico, legittimista, altrimenti l’amore per le tue terre può tranquillamente annoverarsi fra cose di poco conto e la tua posizione va guardata con sospetto prossimo alla definitiva scomunica.

Dici che non sei né di Destra e né di Sinistra? Può andar bene ai più ma – e qui veniamo al “sesso degli angeli” (cosa di cui già scrissi in tempi non sospetti), devi essere molto attento a rimanere in una posizione vicina allo zen, possibilmente situata in prossimità della linea equatoriale di demarcazione, in assenza di vento, sentendoti efebico, vicino all’ascesi, e non contaminabile.

Guai a parlare bene di un Francesco II°, che pur timido e troppo remissivo ebbe il merito di difendere con la giovane moglie la cittadina di Gaeta, ultima roccaforte d’un tempo e uno Stato autonomo, e di dichiarare vergognosa una Legge Pica che decretò la libertà di fucilazione di briganti e contadini perché rischi (è il caso del Partito del Sud) che un Marco Demarco (Direttore del Corriere del Mezzogiorno, alias Corriere della Sera in versione meridionale) ti attacchi con un articolo dove condanna il de Magistris per accogliere fra le sue braccia giacobini e borbonici (che saremmo noi) nel solito trito giochino di buttare tutto il meridionalismo in borbonismo nostalgico, tacciandoti di voglie di restaurazione monarchica ed ergerti a difensori di spregiabili banditi.

D’altro canto se partecipi in alcune città allo sciopero generale con le tue bandiere, non stai protestando contro il governo filonordista e più antimeridionale dalla nascita della repubblica e contro la sua manovra dove è il Sud ad uscirne più massacrato, ma stai diventando troppo sinistrorso ed il tuo “sesso degli angeli” s’è infettato e faresti bene a cambiar nome e simbolo.

Va altresì diffondendosi la “sindrome berlusconiana”, per cui basta criticare il manovratore o appoggiare e collaborare con il novello sindaco di Partenope, ed allora, nonostante egli bacchetti a destra e manca (vedi critiche pubbliche a Bersani per la storia Penati, difesa della identità napoletana di San Gennaro, ecc..) e prosegua con logiche non legate alla vecchia spartizione partitica, sei ormai appiattito su “scie giacobine”. Così come insegna l’unto del Signore bisogna essere attenti : i comunisti sono dietro l’angolo, e tu lo sei o lo stai diventando con camuffate vesti pro Sud.

Tale sindrome italica rasenta un neo “maccartismo”, virus galoppante nel meridionalismo, che ha i suoi germi nell’americano senatore Mc Carthy che instaurò negli States una sorta di “santa inquisizione” contro comunisti (o sinistrorsi) veri e spesso presunti.



Oggi, tristemente, si diffonde nel nostro mondo un simile sospetto, essendosi tra l’altro andata ad incrementarsi l’attenzione de il processo di revisione che, come era presumibile, è più forte – pur se arrivato in ritardo – nel mondo della sinistra, che in quello dell’area di destra che, in parte, l’aveva fagocitato (più che avviato) per prima.

Tant’è, ce ne faremo una ragione, visto che risulta più difficile comprendere che basta essere semplicemente per l’identità e la verità storica, anche se ciò passerà per posizioni, momenti e situazioni che – secondo vecchi schemi mentali – è più semplice ricondurre a vecchie ideologie.

Andrea Balìa


Fonte: Partito del Sud - Napoli


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venerdì 9 settembre 2011

Presentazione in nord Italia del libro " I savoia e il massacro del Sud"


C O M U N I C A T O S T A M P A

Con un ciclo di conferenze che si svolgeranno nel mese di settembre a Fidenza (PR), Mantova e Vicenza sarà presentata, dopo 15 anni, la nuova edizione del bestseller di Antonio Ciano “I Savoia e il Massacro del Sud”, curata e distribuita dalla MAGENES.

Si tratta di uno dei testi che, venduto in oltre centomila copie, ha dato il via alla fase di rilettura oggettiva del periodo storico che ha portato alla unificazione amministrativa d’Italia, svelandone la vera natura.

Il saggio, squarciando i veli della mistificazione romantica, mette a nudo la cruda realtà della cosiddetta epopea risorgimentale e la pochezza umana e morale dei suoi “miti”, denunciando la cruda e spietata guerra di conquista e spoliazione condotta dal Piemonte contro il Popolo delle Due Sicilie.

Agli incontri, introdotti da Natale Cuccurese, Coordinatore Nord del Partito del Sud, interverranno, di volta in volta, i Coordinatori Provinciali del PdSud di Parma, Mantova, Vicenza e Verona.

A tutti gli appuntamenti -organizzati a cura del Coordinamento Nord del Partito del Sud- sarà presente l’autore Antonio Ciano, fondatore e Presidente Onorario del Partito del Sud, Assessore al Demanio del Comune di Gaeta.


PROGRAMMA DEGLI INCONTRI:

Venerdi 9 settembre 2011, ore 18.00

Fidenza (PR) Libreria La Vecchia Talpa, via Gramsci 39

Introduce Natale Cuccurese Coord. Nord PdSud,

interviene Domenico Maione Coord. Prov. Parma del PdSud

Sarà presente l’autore Antonio Ciano, storico, fondatore e Presidente Onorario del Partito del Sud, Assessore al Demanio del Comune di Gaeta.


Sabato 10 settembre 2011, ore 17.00

Mantova, via Trento c/o Fondazione Mazzoli

Introduce Natale Cuccurese Coord Nord PdSud,

interviene Francesco Massimino Coord. Prov. Mantova del PdSud

Sarà presente l’autore Antonio Ciano, storico, fondatore e Presidente Onorario del Partito del Sud, Assessore al Demanio del Comune di Gaeta.


Domenica 11 settembre 2011, ore 11.00

Informagiovani del Comune di Vicenza, Contrà Barche 55

Introduce Natale Cuccurese Coord Nord PdSud,

intervengono Filippo Romeo, Coord. Prov. di Vicenza e Vincenzo Cesario, Coord Prov di Verona del PdSud.

Sarà presente l’autore Antonio Ciano, storico, fondatore e Presidente Onorario del Partito del Sud, Assessore al Demanio del Comune di Gaeta.


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C O M U N I C A T O S T A M P A

Con un ciclo di conferenze che si svolgeranno nel mese di settembre a Fidenza (PR), Mantova e Vicenza sarà presentata, dopo 15 anni, la nuova edizione del bestseller di Antonio Ciano “I Savoia e il Massacro del Sud”, curata e distribuita dalla MAGENES.

Si tratta di uno dei testi che, venduto in oltre centomila copie, ha dato il via alla fase di rilettura oggettiva del periodo storico che ha portato alla unificazione amministrativa d’Italia, svelandone la vera natura.

Il saggio, squarciando i veli della mistificazione romantica, mette a nudo la cruda realtà della cosiddetta epopea risorgimentale e la pochezza umana e morale dei suoi “miti”, denunciando la cruda e spietata guerra di conquista e spoliazione condotta dal Piemonte contro il Popolo delle Due Sicilie.

Agli incontri, introdotti da Natale Cuccurese, Coordinatore Nord del Partito del Sud, interverranno, di volta in volta, i Coordinatori Provinciali del PdSud di Parma, Mantova, Vicenza e Verona.

A tutti gli appuntamenti -organizzati a cura del Coordinamento Nord del Partito del Sud- sarà presente l’autore Antonio Ciano, fondatore e Presidente Onorario del Partito del Sud, Assessore al Demanio del Comune di Gaeta.


PROGRAMMA DEGLI INCONTRI:

Venerdi 9 settembre 2011, ore 18.00

Fidenza (PR) Libreria La Vecchia Talpa, via Gramsci 39

Introduce Natale Cuccurese Coord. Nord PdSud,

interviene Domenico Maione Coord. Prov. Parma del PdSud

Sarà presente l’autore Antonio Ciano, storico, fondatore e Presidente Onorario del Partito del Sud, Assessore al Demanio del Comune di Gaeta.


Sabato 10 settembre 2011, ore 17.00

Mantova, via Trento c/o Fondazione Mazzoli

Introduce Natale Cuccurese Coord Nord PdSud,

interviene Francesco Massimino Coord. Prov. Mantova del PdSud

Sarà presente l’autore Antonio Ciano, storico, fondatore e Presidente Onorario del Partito del Sud, Assessore al Demanio del Comune di Gaeta.


Domenica 11 settembre 2011, ore 11.00

Informagiovani del Comune di Vicenza, Contrà Barche 55

Introduce Natale Cuccurese Coord Nord PdSud,

intervengono Filippo Romeo, Coord. Prov. di Vicenza e Vincenzo Cesario, Coord Prov di Verona del PdSud.

Sarà presente l’autore Antonio Ciano, storico, fondatore e Presidente Onorario del Partito del Sud, Assessore al Demanio del Comune di Gaeta.


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