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giovedì 8 settembre 2011
Sequestro nave Savina Caylin: Presidio di protesta a Roma - Interviste con la Signora Verrecchia, il figlio Nicola e il Vice Sindaco di Gaeta.
http://www.youtube.com/watch?v=gXsjaNRbfhg&feature=feedu
Dopo una giornata fuori Montecitorio, dopo una bella manifestazione piena di rabbia e di dolore per la sorte dei nostri marittimi,ascoltiamo la voce della signora Mitrano, del Figlio Nicola e del vice sindaco Di Gaeta Di Ciaccio.
Antonio Verrecchia è' stato sequestrato con l'equipaggio della Savina Caylin l'8 di febbraio del 2011 e non è stato ancora rilasciato.
Sette mesi di prigionia e di tormenti e il governo Berlusconi non dà risposte, nè spiegazioni.
http://www.youtube.com/watch?v=XdTqwid67Og&feature=feedu
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http://www.youtube.com/watch?v=gXsjaNRbfhg&feature=feedu
Dopo una giornata fuori Montecitorio, dopo una bella manifestazione piena di rabbia e di dolore per la sorte dei nostri marittimi,ascoltiamo la voce della signora Mitrano, del Figlio Nicola e del vice sindaco Di Gaeta Di Ciaccio.
Antonio Verrecchia è' stato sequestrato con l'equipaggio della Savina Caylin l'8 di febbraio del 2011 e non è stato ancora rilasciato.
Sette mesi di prigionia e di tormenti e il governo Berlusconi non dà risposte, nè spiegazioni.
http://www.youtube.com/watch?v=XdTqwid67Og&feature=feedu
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mercoledì 7 settembre 2011
Don Gallo: “Altro che una giornata di sciopero, dovremmo bloccare il Paese per un mese intero”
Don Andrea Gallo continua ad attraversare l'Italia presentando libri, partecipando a dibattiti, intervenendo a manifestazioni e assemblee dei movimenti sempre acclamato e ascoltato. L'altro ieri era alla riunione della Tavola della pace della Val Brembana, ieri a Venezia, in un continuo tour de force che stenderebbe un maratoneta. Negli ultimi mesi si fatica a seguire il numero dei libri che pubblica, tranquillamente ha ammesso di scrivere anche per sostenere la Comunità di S. Benedetto al porto di Genova, dove trovano rifugio tossicodipendenti, prostitute, uomini e donne cacciate ai margini. Berlusconi, la manovra, lo squallore di fine impero e l'inadeguatezza della sinistra sono al centro dei suoi discorsi, accompagnati da un mai domo invito alla ribellione e alla resistenza.
«La manovra non fa altro che confermare la strenua difesa della ricchezza senza equità. Ma chi governa non è in grado di trovare un'intesa, ognuno bada a sé, mi risulta che ci siano circa 500 emendamenti proposti dalla maggioranza, roba da denuncia penale. Si vuole distruggere il Paese. E' il risultato di 20 anni di berlusconismo, menefreghismo, arroganza, fascismo in libera uscita, distruzione della costituzione. In fondo Berlusconi ha ragione quando dice "non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani", in quelle dei ricchi ovviamente. Come si fa a non ribellarsi di fronte ai 120 miliardi di evasione, a quelli derivanti dai crack finanziari che hanno arricchito i soliti, al lavoro nero che ingoia le zone più depresse, al fatturato delle mafie? È il Sole 24 ore a dire che il 10 per cento degli italiani controlla il 50 per cento delle risorse, è Piero Grasso, magistrato eccellente, a dire che le mafie si potrebbero battere semplicemente applicando la costituzione. Basterebbe recuperare il 10 per cento dei patrimoni sottratti per evitare ulteriori sacrifici da parte di chi lavora».
Certo che il centro sinistra non ha mostrato molta capacità di essere alternativo.
I dirigenti del partito di maggioranza relativa dell'opposizione se ne debbono andare a casa. Cosa ci si può aspettare da uno come Veltroni? D'Alema ha salvato il berlusconismo con la bicamerale e se devo dirla tutta anche Bertinotti dovrebbe ritirarsi a vita privata. Non si può continuare a ragionare di alternanza, ma di alternativa. Quando c'era il nazifascismo non lottavamo per un nazifascismo meno cattivo ma per un mondo diverso, per questo c'erano i partigiani. Non possiamo avere sbandamenti e la bussola ce l'abbiamo ancora, è nella costituzione, che va applicata. Un esempio? Sono andato alla Tavola della Pace per sostenere l'appello di Zanotelli per l'abbattimento delle spese militari: sosteniamolo tutti, e con più forza. Non è possibile gettare risorse per essere complici di scelte scellerate e imperialiste. Oppure vogliamo parlare dello sciopero del 6 settembre? Come si fa a non sostenerlo, come si può essere complici di chi vuole distruggere i diritti dei lavoratori in nome del profitto? Altro che una giornata di sciopero, dovremmo bloccare il Paese per un mese intero. E nel Pd ci sono pure esponenti che dicono alla Cgil di considerare inopportuno lo sciopero. Dobbiamo difendere i contratti nazionali, altro che l'arroganza della linea minchione-Marchionne. E poi basta con i dirigenti sindacali sul libro paga dei padroni. I poteri sono fortissimi ma noi abbiamo le idee e le istanze collettive, dobbiamo ribellarci. Io a 17 anni e mezzo ho visto nascere la democrazia e non intendo rinunciarci.
Ma c'è chi prova a reagire.
Sì, c'è grande volontà di muoversi, i referendum ne sono stati una dimostrazione. Giorni fa ero con quelli del "No Dal Molin" e c'erano 2500 persone a sentire me e Moni Ovadia. Si comincia a reagire nei movimenti, nell'associazionismo, c'è un lavoro silenzioso ma incredibile che sta facendo l'Anpi, accadono cose interessanti nell'Arci e anche in alcuni gruppi scout. I partiti sembrano screditati, non si vogliono mettere in discussione, non riescono a capire cosa gli accade intorno. Rifondazione è presente ma deve essere ancora più disponibile ad ascoltare tutti, le donne, il tessuto culturale che produce rinnovamento e resistenza. Bisogna ragionare senza pensare ai posti di potere anche se poi proporremo anche noi i nostri candidati, dobbiamo costruire uno spazio partecipato di intelligenza collettiva in cui le istanze sociali possano incontrarsi.
E le responsabilità sociali della chiesa?
La chiesa deve pagare le tasse come tutti e non vivere nell'opulenza. Ci sono tanti che fanno cose buone ma il sostegno deve arrivare volontariamente dai fedeli e non dallo Stato, altrimenti si è totalmente incoerenti con la via tracciata da Gesù. Ho in mente ancora un documento della Cei del 1981 in cui si asseriva che bisognava partire dai più deboli. Invece siamo dominati da "Comunione e lottizzazione", dai focolarini e da tante altre congreghe che distribuiscono favori e sono il vero oppio dei popoli. La chiesa deve essere altro, deve farsi carico di un'ansia di giustizia sociale.
Resiste ancora la ricerca del leader carismatico.
È una logica da società dello spettacolo, serve a distruggere le istanze collettive e a normalizzarle. Mi sembra di essere durante l'ultimo anno di occupazione nazifascista, sapevamo che la liberazione era vicina, la situazione era dura ma non dovevamo mollare e dovevamo restare insieme. Io credo perché vedo ancora tanto amore e tanta voglia di giustizia. Il mondo va contro un muro senza pilota ma possiamo invertire la rotta. È faticoso ma si può e bisogna farlo mettendosi tutti a disposizione. Il capitalismo si può sconfiggere.
(5 settembre 2011)
Don Andrea Gallo continua ad attraversare l'Italia presentando libri, partecipando a dibattiti, intervenendo a manifestazioni e assemblee dei movimenti sempre acclamato e ascoltato. L'altro ieri era alla riunione della Tavola della pace della Val Brembana, ieri a Venezia, in un continuo tour de force che stenderebbe un maratoneta. Negli ultimi mesi si fatica a seguire il numero dei libri che pubblica, tranquillamente ha ammesso di scrivere anche per sostenere la Comunità di S. Benedetto al porto di Genova, dove trovano rifugio tossicodipendenti, prostitute, uomini e donne cacciate ai margini. Berlusconi, la manovra, lo squallore di fine impero e l'inadeguatezza della sinistra sono al centro dei suoi discorsi, accompagnati da un mai domo invito alla ribellione e alla resistenza.
«La manovra non fa altro che confermare la strenua difesa della ricchezza senza equità. Ma chi governa non è in grado di trovare un'intesa, ognuno bada a sé, mi risulta che ci siano circa 500 emendamenti proposti dalla maggioranza, roba da denuncia penale. Si vuole distruggere il Paese. E' il risultato di 20 anni di berlusconismo, menefreghismo, arroganza, fascismo in libera uscita, distruzione della costituzione. In fondo Berlusconi ha ragione quando dice "non abbiamo messo le mani nelle tasche degli italiani", in quelle dei ricchi ovviamente. Come si fa a non ribellarsi di fronte ai 120 miliardi di evasione, a quelli derivanti dai crack finanziari che hanno arricchito i soliti, al lavoro nero che ingoia le zone più depresse, al fatturato delle mafie? È il Sole 24 ore a dire che il 10 per cento degli italiani controlla il 50 per cento delle risorse, è Piero Grasso, magistrato eccellente, a dire che le mafie si potrebbero battere semplicemente applicando la costituzione. Basterebbe recuperare il 10 per cento dei patrimoni sottratti per evitare ulteriori sacrifici da parte di chi lavora».
Certo che il centro sinistra non ha mostrato molta capacità di essere alternativo.
I dirigenti del partito di maggioranza relativa dell'opposizione se ne debbono andare a casa. Cosa ci si può aspettare da uno come Veltroni? D'Alema ha salvato il berlusconismo con la bicamerale e se devo dirla tutta anche Bertinotti dovrebbe ritirarsi a vita privata. Non si può continuare a ragionare di alternanza, ma di alternativa. Quando c'era il nazifascismo non lottavamo per un nazifascismo meno cattivo ma per un mondo diverso, per questo c'erano i partigiani. Non possiamo avere sbandamenti e la bussola ce l'abbiamo ancora, è nella costituzione, che va applicata. Un esempio? Sono andato alla Tavola della Pace per sostenere l'appello di Zanotelli per l'abbattimento delle spese militari: sosteniamolo tutti, e con più forza. Non è possibile gettare risorse per essere complici di scelte scellerate e imperialiste. Oppure vogliamo parlare dello sciopero del 6 settembre? Come si fa a non sostenerlo, come si può essere complici di chi vuole distruggere i diritti dei lavoratori in nome del profitto? Altro che una giornata di sciopero, dovremmo bloccare il Paese per un mese intero. E nel Pd ci sono pure esponenti che dicono alla Cgil di considerare inopportuno lo sciopero. Dobbiamo difendere i contratti nazionali, altro che l'arroganza della linea minchione-Marchionne. E poi basta con i dirigenti sindacali sul libro paga dei padroni. I poteri sono fortissimi ma noi abbiamo le idee e le istanze collettive, dobbiamo ribellarci. Io a 17 anni e mezzo ho visto nascere la democrazia e non intendo rinunciarci.
Ma c'è chi prova a reagire.
Sì, c'è grande volontà di muoversi, i referendum ne sono stati una dimostrazione. Giorni fa ero con quelli del "No Dal Molin" e c'erano 2500 persone a sentire me e Moni Ovadia. Si comincia a reagire nei movimenti, nell'associazionismo, c'è un lavoro silenzioso ma incredibile che sta facendo l'Anpi, accadono cose interessanti nell'Arci e anche in alcuni gruppi scout. I partiti sembrano screditati, non si vogliono mettere in discussione, non riescono a capire cosa gli accade intorno. Rifondazione è presente ma deve essere ancora più disponibile ad ascoltare tutti, le donne, il tessuto culturale che produce rinnovamento e resistenza. Bisogna ragionare senza pensare ai posti di potere anche se poi proporremo anche noi i nostri candidati, dobbiamo costruire uno spazio partecipato di intelligenza collettiva in cui le istanze sociali possano incontrarsi.
E le responsabilità sociali della chiesa?
La chiesa deve pagare le tasse come tutti e non vivere nell'opulenza. Ci sono tanti che fanno cose buone ma il sostegno deve arrivare volontariamente dai fedeli e non dallo Stato, altrimenti si è totalmente incoerenti con la via tracciata da Gesù. Ho in mente ancora un documento della Cei del 1981 in cui si asseriva che bisognava partire dai più deboli. Invece siamo dominati da "Comunione e lottizzazione", dai focolarini e da tante altre congreghe che distribuiscono favori e sono il vero oppio dei popoli. La chiesa deve essere altro, deve farsi carico di un'ansia di giustizia sociale.
Resiste ancora la ricerca del leader carismatico.
È una logica da società dello spettacolo, serve a distruggere le istanze collettive e a normalizzarle. Mi sembra di essere durante l'ultimo anno di occupazione nazifascista, sapevamo che la liberazione era vicina, la situazione era dura ma non dovevamo mollare e dovevamo restare insieme. Io credo perché vedo ancora tanto amore e tanta voglia di giustizia. Il mondo va contro un muro senza pilota ma possiamo invertire la rotta. È faticoso ma si può e bisogna farlo mettendosi tutti a disposizione. Il capitalismo si può sconfiggere.
(5 settembre 2011)
Radio Marte - Marco Esposito intervistato da Gianni Simioli e Giuseppe Varriale
http://www.youtube.com/watch?v=6BsmnXIN-vM&feature=player_embedded#!
RCA Napoli Virtuosa - Primo Intervento dell'Assessore Marco Esposito alla trasmissione di Radio Marte La Radiazza con Giuseppe Varriale e Gianni Simioli
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http://www.youtube.com/watch?v=6BsmnXIN-vM&feature=player_embedded#!
RCA Napoli Virtuosa - Primo Intervento dell'Assessore Marco Esposito alla trasmissione di Radio Marte La Radiazza con Giuseppe Varriale e Gianni Simioli
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L'assedio di Gaeta su HISTORY ( articolo di Claudio Razeto)
http://www.youtube.com/watch?v=zl6DQaKdUDE&feature=share
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http://www.youtube.com/watch?v=zl6DQaKdUDE&feature=share
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martedì 6 settembre 2011
SCIOPERO GENERALE
Il Partito del Sud accanto alla CGIL per contrastare un provvedimento iniquo che scarica il peso della crisi sul Sud del Paese, sulle fasce deboli e sul pubblico impiego, arrivando ad aggredire anche i diritti costituzionali dei lavoratori.
Una manovra che viola Costituzione, Statuto dei lavoratori e Contratto nazionale, prevedendo la possibilità di licenziare facilmente (art.8) in deroga all'art.18 dello Statuto e delegando ai contratti aziendali/territoriali scelte in materia di organizzazione e produzione del lavoro che sono invece regolate da Contratto e Statuto, in cui fondamentale è il ruolo del sindacato a difesa del lavoratore.
Un decreto legge che non agisce sul costo della politica, come pure era stato promesso dall'esecutivo, rimandando ad un provvedimento costituzionale futuro la soppressione delle province e la riduzione del numero dei parlamentari: chissà se avverrà, chissà quando.
Sul fronte della crescita e dello sviluppo, poi, non ci sono misure sufficienti: la manovra è depressiva, non aiuta la ripresa del mercato e del sistema industriale, essendo completamente assente ogni forma di sostegno a settori strategici come la ricerca e la formazione, in particolare in quei settori su cui investe il resto dell'Europa (dall'università alle energie rinnovabili).
Ci sono tante buone ragioni, di giustizia sociale e di politica economica, per chiedere all'esecutivo di rivedere la manovra.
Lo chiedono, del resto, i sindacati e i lavoratori, oltre che le amministratori locali.
Lo chiede un paese intero, che teme per il suo futuro ma che allo stesso tempo, per fortuna, non si rassegna.
PDSUD -VENETO
Il Partito del Sud accanto alla CGIL per contrastare un provvedimento iniquo che scarica il peso della crisi sul Sud del Paese, sulle fasce deboli e sul pubblico impiego, arrivando ad aggredire anche i diritti costituzionali dei lavoratori.
Una manovra che viola Costituzione, Statuto dei lavoratori e Contratto nazionale, prevedendo la possibilità di licenziare facilmente (art.8) in deroga all'art.18 dello Statuto e delegando ai contratti aziendali/territoriali scelte in materia di organizzazione e produzione del lavoro che sono invece regolate da Contratto e Statuto, in cui fondamentale è il ruolo del sindacato a difesa del lavoratore.
Un decreto legge che non agisce sul costo della politica, come pure era stato promesso dall'esecutivo, rimandando ad un provvedimento costituzionale futuro la soppressione delle province e la riduzione del numero dei parlamentari: chissà se avverrà, chissà quando.
Sul fronte della crescita e dello sviluppo, poi, non ci sono misure sufficienti: la manovra è depressiva, non aiuta la ripresa del mercato e del sistema industriale, essendo completamente assente ogni forma di sostegno a settori strategici come la ricerca e la formazione, in particolare in quei settori su cui investe il resto dell'Europa (dall'università alle energie rinnovabili).
Ci sono tante buone ragioni, di giustizia sociale e di politica economica, per chiedere all'esecutivo di rivedere la manovra.
Lo chiedono, del resto, i sindacati e i lavoratori, oltre che le amministratori locali.
Lo chiede un paese intero, che teme per il suo futuro ma che allo stesso tempo, per fortuna, non si rassegna.
PDSUD -VENETO
Validità della parola e democrazia
di Ida Magli
ItalianiLiberi | 03.09.2011
La democrazia rappresentativa si regge su un solo principio: la validità della parola dei cittadini. I politici diventano nostri “rappresentanti”, esercitano il potere in nostro nome in quanto noi ve li abbiamo delegati tramite la nostra parola. In un sistema di potere democratico il patto fra governanti e cittadini si fonda esclusivamente sulla fiducia reciproca della “parola”, ma la reciprocità di questo patto non è simultanea: la parola dei governanti, la sua fiducia-validità dipende dalla fiducia-validità della parola dei cittadini.
Da lungo tempo i nostri politici hanno posto la scure alla base dell’albero della democrazia, forzando, travalicando, esautorando la “parola” iniziale che dà origine al loro potere: basterebbe a comprovarlo il modo con il quale è stata realizzata l’unificazione europea, quasi del tutto fuori dalla delega dei cittadini. Ieri, con la disinvolta decisione di “mettere in rete” le dichiarazioni dei redditi di tutti, è stato dato il colpo di grazia: il “patto” non esiste più perché i governanti hanno dichiarato che la parola dei cittadini non è valida, che la firma che essi appongono ai propri atti non ne garantisce la veridicità. Sarà la “piazza” a farlo. Si tratta, insomma, di una decisione talmente fuori da qualsiasi ordinamento civile da far supporre (o almeno voglio sperarlo) che i governanti non si siano resi conto delle sue implicazioni, delle sue conseguenze. Un sistema politico, qualunque esso sia, anche non fondato sulla democrazia rappresentativa, se si libera delle proprie funzioni di regolamento e di controllo della legalità e della giustizia, consegnandole alla “piazza” (internet è appunto questo: la “piazza”), perde esso stesso ogni qualifica di civiltà, segnala l’approssimarsi di quello stato che un tempo chiamavamo “barbarie”, ma che in realtà si è più volte riprodotto nella nostra storia anche recente, nei momenti di massima angoscia collettiva e di massimo degrado delle istituzioni: quelli del “dopoguerra”.
Purtroppo le cose stanno proprio così: stiamo vivendo un momento di massima angoscia collettiva e di massimo degrado delle istituzioni, anche se sono pochi coloro che sembrano essersene accorti e che, soprattutto, lo denuncino. La stretta del “debito” ha coperto, o meglio è stata usata per giustificare e per coprire sia l’angoscia inespressa dei popoli che lo stravolgimento delle istituzioni. Con quest’ultimo gesto, però, anche la copertura è venuta meno. Il pungolo spietato dei banchieri non si nasconde più dietro ai politici, ma anzi si esibisce nella sua qualità di unico potere effettivo, al di là, al di sopra, di qualsiasi patto democratico. Non la parola dei cittadini, ma il denaro è il valore posto alla base del loro sistema di potere. Cosa naturalissima, ovviamente: sono loro ad amarlo sopra ogni altra cosa, loro a produrlo, loro a regolarne la gestione, ed è evidente che si sono convinti di non aver più bisogno di “coperture”: ai politici è stato lasciato esclusivamente il compito di assicurare l’esecuzione della loro volontà.
La “prigione per i debitori”, vecchio strumento medioevale, percepito già nei cosiddetti secoli bui come troppo incivile per poterlo sopportare, è ritornato. Il limite fissato in base alla ricchezza non ne cambia né il principio né il significato. Allora furono i predicatori popolari, proprio in Italia, rimasti unici “rappresentanti” del popolo e suoi difensori nel generale degrado del potere, a denunciarne la barbarie e a creare i Monti di Pietà pur di non consentirne la presenza. Oggi possiamo soltanto constatare che il pericolo della barbarie è sempre dietro l’angolo e che, se non ci sarà un soprassalto di dignità e di consapevolezza da parte di tutti, dobbiamo prepararci a vivere un nuovo secolo buio.
Ida Magli
Roma, 3 settembre 2011
Fonte: Italiani liberi
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di Ida Magli
ItalianiLiberi | 03.09.2011
La democrazia rappresentativa si regge su un solo principio: la validità della parola dei cittadini. I politici diventano nostri “rappresentanti”, esercitano il potere in nostro nome in quanto noi ve li abbiamo delegati tramite la nostra parola. In un sistema di potere democratico il patto fra governanti e cittadini si fonda esclusivamente sulla fiducia reciproca della “parola”, ma la reciprocità di questo patto non è simultanea: la parola dei governanti, la sua fiducia-validità dipende dalla fiducia-validità della parola dei cittadini.
Da lungo tempo i nostri politici hanno posto la scure alla base dell’albero della democrazia, forzando, travalicando, esautorando la “parola” iniziale che dà origine al loro potere: basterebbe a comprovarlo il modo con il quale è stata realizzata l’unificazione europea, quasi del tutto fuori dalla delega dei cittadini. Ieri, con la disinvolta decisione di “mettere in rete” le dichiarazioni dei redditi di tutti, è stato dato il colpo di grazia: il “patto” non esiste più perché i governanti hanno dichiarato che la parola dei cittadini non è valida, che la firma che essi appongono ai propri atti non ne garantisce la veridicità. Sarà la “piazza” a farlo. Si tratta, insomma, di una decisione talmente fuori da qualsiasi ordinamento civile da far supporre (o almeno voglio sperarlo) che i governanti non si siano resi conto delle sue implicazioni, delle sue conseguenze. Un sistema politico, qualunque esso sia, anche non fondato sulla democrazia rappresentativa, se si libera delle proprie funzioni di regolamento e di controllo della legalità e della giustizia, consegnandole alla “piazza” (internet è appunto questo: la “piazza”), perde esso stesso ogni qualifica di civiltà, segnala l’approssimarsi di quello stato che un tempo chiamavamo “barbarie”, ma che in realtà si è più volte riprodotto nella nostra storia anche recente, nei momenti di massima angoscia collettiva e di massimo degrado delle istituzioni: quelli del “dopoguerra”.
Purtroppo le cose stanno proprio così: stiamo vivendo un momento di massima angoscia collettiva e di massimo degrado delle istituzioni, anche se sono pochi coloro che sembrano essersene accorti e che, soprattutto, lo denuncino. La stretta del “debito” ha coperto, o meglio è stata usata per giustificare e per coprire sia l’angoscia inespressa dei popoli che lo stravolgimento delle istituzioni. Con quest’ultimo gesto, però, anche la copertura è venuta meno. Il pungolo spietato dei banchieri non si nasconde più dietro ai politici, ma anzi si esibisce nella sua qualità di unico potere effettivo, al di là, al di sopra, di qualsiasi patto democratico. Non la parola dei cittadini, ma il denaro è il valore posto alla base del loro sistema di potere. Cosa naturalissima, ovviamente: sono loro ad amarlo sopra ogni altra cosa, loro a produrlo, loro a regolarne la gestione, ed è evidente che si sono convinti di non aver più bisogno di “coperture”: ai politici è stato lasciato esclusivamente il compito di assicurare l’esecuzione della loro volontà.
La “prigione per i debitori”, vecchio strumento medioevale, percepito già nei cosiddetti secoli bui come troppo incivile per poterlo sopportare, è ritornato. Il limite fissato in base alla ricchezza non ne cambia né il principio né il significato. Allora furono i predicatori popolari, proprio in Italia, rimasti unici “rappresentanti” del popolo e suoi difensori nel generale degrado del potere, a denunciarne la barbarie e a creare i Monti di Pietà pur di non consentirne la presenza. Oggi possiamo soltanto constatare che il pericolo della barbarie è sempre dietro l’angolo e che, se non ci sarà un soprassalto di dignità e di consapevolezza da parte di tutti, dobbiamo prepararci a vivere un nuovo secolo buio.
Ida Magli
Roma, 3 settembre 2011
Fonte: Italiani liberi
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lunedì 5 settembre 2011
«Napoli? È molto più sicura di Bruxelles»
NAPOLI - Scippi e rapine a Napoli sono solo una leggenda metropolitana. È questa, in sintesi, la tesi di Luigi De Magistris, ospite di un convegno della festa nazionale dell'Api sul ciclo dei rifiuti urbani. «È vero - ha detto il sindaco partenopeo - che esiste una camorra. Ma a parte questo, io nella mia città mi sento molto più sicuro che a Bruxelles dove scippi e rapine sono davvero all'ordine del giorno. Quando ero europarlamentare e giravo per la capitale belga avevo molta paura».
In ogni caso De Magistris ha assicurato che a Napoli «si sta facendo il possibile contro la criminalità ». «Sotto questo profilo non intendo - ha sottolineato - prendere lezioni dalla Lega Nord anche perchè la vera criminalità è proprio lì da loro visto che la camorra va ad investire in Borsa, nello sport, nelle imprese, nell'Expo».
L'esponente dell'Idv ha infine definito «assurda e ideologica» la posizione del Carroccio che ha rifiutato il trattamento dei rifiuti urbani provenienti da Napoli: «Sono molti gli industriali del nord che ci hanno chiesto di portare a loro i nostri rifiuti urbani perchè hanno prodotto troppi termovalorizzatori che ora sono fermi».
Fonte:Il Mattino
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NAPOLI - Scippi e rapine a Napoli sono solo una leggenda metropolitana. È questa, in sintesi, la tesi di Luigi De Magistris, ospite di un convegno della festa nazionale dell'Api sul ciclo dei rifiuti urbani. «È vero - ha detto il sindaco partenopeo - che esiste una camorra. Ma a parte questo, io nella mia città mi sento molto più sicuro che a Bruxelles dove scippi e rapine sono davvero all'ordine del giorno. Quando ero europarlamentare e giravo per la capitale belga avevo molta paura».
In ogni caso De Magistris ha assicurato che a Napoli «si sta facendo il possibile contro la criminalità ». «Sotto questo profilo non intendo - ha sottolineato - prendere lezioni dalla Lega Nord anche perchè la vera criminalità è proprio lì da loro visto che la camorra va ad investire in Borsa, nello sport, nelle imprese, nell'Expo».
L'esponente dell'Idv ha infine definito «assurda e ideologica» la posizione del Carroccio che ha rifiutato il trattamento dei rifiuti urbani provenienti da Napoli: «Sono molti gli industriali del nord che ci hanno chiesto di portare a loro i nostri rifiuti urbani perchè hanno prodotto troppi termovalorizzatori che ora sono fermi».
Fonte:Il Mattino
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sabato 3 settembre 2011
Antipolitica? No, è ribellione
di Michele Ainis, da http://espresso.repubblica.it/
In principio c'è un artificio semantico, una truffa verbale. "Antipolitica", l'epiteto con cui la politica ufficiale designa questa nuova cosa. Marchio di successo, tant'è che digitandolo su Google si contano 780 mila risultati. Ma che cos'è l'antipolitica? Un sentimento becero, un vomito plebeo?
No, un inganno. L'ennesimo inganno tessuto dal sistema dei partiti. Perché mescola in un solo calderone il popolo di Grillo e il think tank di Montezemolo, le signore della borghesia milanese che hanno votato Pisapia e gli studenti in piazza contro la Gelmini, i dipendenti pubblici bastonati da Brunetta e gli imprenditori taglieggiati dall'assessore di passaggio. E perché con questa parola i politici definiscono l'identità altrui a partire dalla propria. Come facciamo ormai un po' tutti, definendo extracomunitario il filippino o l'egiziano. Ma un siciliano non è un extrapiemontese, un indignato contro gli abusi della Casta non odia la politica, ne è piuttosto un amante deluso.
Ecco, gli Indignados. Ci sarà pure una ragione se il pamphlet di Stéphane Hessel ha venduto in Francia milioni di copie, se ha dato la stura a una protesta che divampa a Madrid come a Londra e a Berlino.
E a Roma? Innanzitutto riepiloghiamo i fatti. Marzo 2010: alle regionali il non voto, sommato alle schede bianche e nulle, tocca il 40%. Tanto che il Pdl, pur vincendo le elezioni, ottiene la fiducia esplicita di appena un italiano su 7. Maggio 2011: alle amministrative sfondano gli outsider, e con loro una nuova generazione di politici. Giovani e sfrontati come il cagliaritano Zedda, che replica l'esperienza del fiorentino Renzi.
Ma l'emblema è Napoli. Dove al ballottaggio un cittadino su 2 marina le urne, mentre il 65% dei votanti sceglie un uomo fuori dai partiti, perfino il proprio: De Magistris. Giugno 2011: dopo 14 anni, dopo 24 consultazioni senza quorum, 4 referendum raggiungono il 55% dei suffragi. Nonostante il silenzio delle tv, nonostante il rifiuto d'accorparli alle amministrative, che ci costringe al terzo voto in quattro settimane, uno slalom. Infine il tam tam contro gli sprechi e i privilegi di cui godono, ormai da troppo tempo, Lorsignori.
A tendere l'orecchio, quest'orchestra ci impartisce una triplice lezione. Primo: il ritiro della delega. Gli italiani non ne possono più della loro classe dirigente, di questi mandarini appollaiati su un ramo dorato da vent'anni. La seconda Repubblica ha fallito: ne è nato un girotondo di sigle, di liste, di partiti, ma le facce no, quelle sono sempre uguali. Facce che nel primo decennio del 2000 ci hanno recato in dono la crescita più bassa d'Europa.
Per forza che ormai nessuno se ne fida: possono cantare in coro la Bohème, possono anche uscirsene con un'idea mirabolante, ma sono logori, senza credibilità. Secondo: un'istanza di democrazia diretta. In parte a causa del moto di sfiducia verso chi ci rappresenta nel Palazzo, in parte per una nuova voglia di decidere, d'impadronirci del futuro. Per darvi sfogo dovremmo rafforzare il referendum, abbattendo il quorum, affiancandogli quello propositivo, aggiungendo strumenti di controllo sugli eletti come il recall, la revoca anticipata del mandato. Terzo: il ritorno dell'opinione pubblica. O meglio della sua funzione critica, che è poi il sale delle democrazie moderne, come ha mostrato Habermas. Da qui parole d'ordine quali il dimezzamento dei parlamentari, delle province, di tutti gli enti, portenti e accidenti che ci teniamo sul groppone. Da qui la goffa rincorsa dei partiti, che a parole si dichiarano d'accordo, salvo rinviare ogni soluzione alle calende greche.
Insomma la Bella addormentata si è svegliata, liberando un'energia repressa troppo a lungo. Vi s'esprime una domanda d'eguaglianza, ma anche di ricambio, di legalità, di semplificazione dei labirinti pubblici nei quali ingrassano i professionisti del consenso. Sarà per questo, per esorcizzare il mostro, che i politici l'hanno chiamato "antipolitica". Sbagliano: è un'energia tutta politica, quella che ribolle nella società italiana. Sbagliano due volte: ormai la vera antipolitica è la loro.
di Michele Ainis, da http://espresso.repubblica.it/
In principio c'è un artificio semantico, una truffa verbale. "Antipolitica", l'epiteto con cui la politica ufficiale designa questa nuova cosa. Marchio di successo, tant'è che digitandolo su Google si contano 780 mila risultati. Ma che cos'è l'antipolitica? Un sentimento becero, un vomito plebeo?
No, un inganno. L'ennesimo inganno tessuto dal sistema dei partiti. Perché mescola in un solo calderone il popolo di Grillo e il think tank di Montezemolo, le signore della borghesia milanese che hanno votato Pisapia e gli studenti in piazza contro la Gelmini, i dipendenti pubblici bastonati da Brunetta e gli imprenditori taglieggiati dall'assessore di passaggio. E perché con questa parola i politici definiscono l'identità altrui a partire dalla propria. Come facciamo ormai un po' tutti, definendo extracomunitario il filippino o l'egiziano. Ma un siciliano non è un extrapiemontese, un indignato contro gli abusi della Casta non odia la politica, ne è piuttosto un amante deluso.
Ecco, gli Indignados. Ci sarà pure una ragione se il pamphlet di Stéphane Hessel ha venduto in Francia milioni di copie, se ha dato la stura a una protesta che divampa a Madrid come a Londra e a Berlino.
E a Roma? Innanzitutto riepiloghiamo i fatti. Marzo 2010: alle regionali il non voto, sommato alle schede bianche e nulle, tocca il 40%. Tanto che il Pdl, pur vincendo le elezioni, ottiene la fiducia esplicita di appena un italiano su 7. Maggio 2011: alle amministrative sfondano gli outsider, e con loro una nuova generazione di politici. Giovani e sfrontati come il cagliaritano Zedda, che replica l'esperienza del fiorentino Renzi.
Ma l'emblema è Napoli. Dove al ballottaggio un cittadino su 2 marina le urne, mentre il 65% dei votanti sceglie un uomo fuori dai partiti, perfino il proprio: De Magistris. Giugno 2011: dopo 14 anni, dopo 24 consultazioni senza quorum, 4 referendum raggiungono il 55% dei suffragi. Nonostante il silenzio delle tv, nonostante il rifiuto d'accorparli alle amministrative, che ci costringe al terzo voto in quattro settimane, uno slalom. Infine il tam tam contro gli sprechi e i privilegi di cui godono, ormai da troppo tempo, Lorsignori.
A tendere l'orecchio, quest'orchestra ci impartisce una triplice lezione. Primo: il ritiro della delega. Gli italiani non ne possono più della loro classe dirigente, di questi mandarini appollaiati su un ramo dorato da vent'anni. La seconda Repubblica ha fallito: ne è nato un girotondo di sigle, di liste, di partiti, ma le facce no, quelle sono sempre uguali. Facce che nel primo decennio del 2000 ci hanno recato in dono la crescita più bassa d'Europa.
Per forza che ormai nessuno se ne fida: possono cantare in coro la Bohème, possono anche uscirsene con un'idea mirabolante, ma sono logori, senza credibilità. Secondo: un'istanza di democrazia diretta. In parte a causa del moto di sfiducia verso chi ci rappresenta nel Palazzo, in parte per una nuova voglia di decidere, d'impadronirci del futuro. Per darvi sfogo dovremmo rafforzare il referendum, abbattendo il quorum, affiancandogli quello propositivo, aggiungendo strumenti di controllo sugli eletti come il recall, la revoca anticipata del mandato. Terzo: il ritorno dell'opinione pubblica. O meglio della sua funzione critica, che è poi il sale delle democrazie moderne, come ha mostrato Habermas. Da qui parole d'ordine quali il dimezzamento dei parlamentari, delle province, di tutti gli enti, portenti e accidenti che ci teniamo sul groppone. Da qui la goffa rincorsa dei partiti, che a parole si dichiarano d'accordo, salvo rinviare ogni soluzione alle calende greche.
Insomma la Bella addormentata si è svegliata, liberando un'energia repressa troppo a lungo. Vi s'esprime una domanda d'eguaglianza, ma anche di ricambio, di legalità, di semplificazione dei labirinti pubblici nei quali ingrassano i professionisti del consenso. Sarà per questo, per esorcizzare il mostro, che i politici l'hanno chiamato "antipolitica". Sbagliano: è un'energia tutta politica, quella che ribolle nella società italiana. Sbagliano due volte: ormai la vera antipolitica è la loro.
