domenica 21 agosto 2011

La manovra bis


Una critica seria e severa all’ultima manovra finanziaria del Governo è venuta a nostro avviso da Antonio D’Amato , ex leader di Confindustria, che negli ultimi mesi è più volte intervenuto sui media con condivisibili considerazioni dure e profonde, sia sulle problematiche di Napoli che del paese. Critiche certo non dettate dall’intento demagogico di raccogliere facili consensi, ma di apportare la sua preziosa esperienza nell’esame della situazione. Queste hanno confermato come il Sud è stato nuovamente ulteriormente penalizzato nei tagli e nulla viene previsto per rilanciarne lo sviluppo. Anzi a parere di D’Amato la manovra viene incontro ad una secessione di fatto cui contribuirebbe l’ impossibilità delle regioni del Mezzogiorno di utilizzare i fondi europei per mancanza di risorse proprie con cui cofinanziare gli investimenti. A questo si accompagnerebbe un aumento della emarginazione sociale nei grandi centri ed una marginalizzazione di quelli periferici.

Dopo la firma del Presidente della Repubblica, per qualche giorno è sembrato che la Ue ed i mercati avessero voluto credere “acriticamente” alle enunciazioni raffazzonate fatte dall’Esecutivo per “governare” l’ulteriore stato di crisi. Misure criticate senza troppe convinzioni da parte dell’opposizione ed accettate per buone da altra parte della stessa.

Da ieri le borse hanno ripreso a precipitare, Milano ha registrato un tonfo dell’indice di oltre 6 punti e mezzo.

Devono essersi resi conto che cancellare indiscriminatamente i piccoli Comuni che hanno fatto la vera storia d’Italia, oppure enunciare provvedimenti illegittimi e illiberali come negare ai lavoratori i propri diritti acquisiti, il TFR o la tredicesima; siano misure assurde e veramente inapplicabili senza un reale rischio insurrezione. Si tratta a nostro avviso di misure “incredibili”.

Non mi pare che sulle testate nazionali si siano fatte le opportune riflessioni a riguardo dell’assurdità di negare ai lavoratori la tredicesima, che è parte integrante del salario annuale spettante, se i manager delle imprese o enti per cui lavorano mancano i loro obiettivi ?. Che senso ha?

Una soluzione rapida per fare soldi potrebbe essere: sospendere lo stipendio ai 900 inutili e perniciosi deputati e senatori della repubblica (la minuscola è d’obbligo) in carica; ridurre ad una sola la pensione versata agli eletti (deputati e senatori) degli ultimi 30 anni che ne percepiscano più di una, e poi questa ridurla ad un terzo dell’importo, ivi compresi i vitalizi. La motivazione c’è! Seppure i parlamentari in pensione non potrebbero essere accusati di essere responsabili della crisi internazionale, è a loro facilmente attribuibile la “responsabilità oggettiva” di aver concorso fattivamente a generare l’attuale esorbitante debito pubblico-

20 agosto 2011 Emiddio de Franciscis di Casanova



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Una critica seria e severa all’ultima manovra finanziaria del Governo è venuta a nostro avviso da Antonio D’Amato , ex leader di Confindustria, che negli ultimi mesi è più volte intervenuto sui media con condivisibili considerazioni dure e profonde, sia sulle problematiche di Napoli che del paese. Critiche certo non dettate dall’intento demagogico di raccogliere facili consensi, ma di apportare la sua preziosa esperienza nell’esame della situazione. Queste hanno confermato come il Sud è stato nuovamente ulteriormente penalizzato nei tagli e nulla viene previsto per rilanciarne lo sviluppo. Anzi a parere di D’Amato la manovra viene incontro ad una secessione di fatto cui contribuirebbe l’ impossibilità delle regioni del Mezzogiorno di utilizzare i fondi europei per mancanza di risorse proprie con cui cofinanziare gli investimenti. A questo si accompagnerebbe un aumento della emarginazione sociale nei grandi centri ed una marginalizzazione di quelli periferici.

Dopo la firma del Presidente della Repubblica, per qualche giorno è sembrato che la Ue ed i mercati avessero voluto credere “acriticamente” alle enunciazioni raffazzonate fatte dall’Esecutivo per “governare” l’ulteriore stato di crisi. Misure criticate senza troppe convinzioni da parte dell’opposizione ed accettate per buone da altra parte della stessa.

Da ieri le borse hanno ripreso a precipitare, Milano ha registrato un tonfo dell’indice di oltre 6 punti e mezzo.

Devono essersi resi conto che cancellare indiscriminatamente i piccoli Comuni che hanno fatto la vera storia d’Italia, oppure enunciare provvedimenti illegittimi e illiberali come negare ai lavoratori i propri diritti acquisiti, il TFR o la tredicesima; siano misure assurde e veramente inapplicabili senza un reale rischio insurrezione. Si tratta a nostro avviso di misure “incredibili”.

Non mi pare che sulle testate nazionali si siano fatte le opportune riflessioni a riguardo dell’assurdità di negare ai lavoratori la tredicesima, che è parte integrante del salario annuale spettante, se i manager delle imprese o enti per cui lavorano mancano i loro obiettivi ?. Che senso ha?

Una soluzione rapida per fare soldi potrebbe essere: sospendere lo stipendio ai 900 inutili e perniciosi deputati e senatori della repubblica (la minuscola è d’obbligo) in carica; ridurre ad una sola la pensione versata agli eletti (deputati e senatori) degli ultimi 30 anni che ne percepiscano più di una, e poi questa ridurla ad un terzo dell’importo, ivi compresi i vitalizi. La motivazione c’è! Seppure i parlamentari in pensione non potrebbero essere accusati di essere responsabili della crisi internazionale, è a loro facilmente attribuibile la “responsabilità oggettiva” di aver concorso fattivamente a generare l’attuale esorbitante debito pubblico-

20 agosto 2011 Emiddio de Franciscis di Casanova



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sabato 20 agosto 2011

LA LIBIA, UNA GUERRA NEL SILENZIO


La Libia continua a vivere nell'instabilità politica e sociale avvolta dalla coltre del silenzio internazionale.

Dimenticato dai media ed escluso dall'interesse diplomatico mondiale, il popolo libico continua a vivere il dramma di una guerra combattuta anche dalle forze militari del nostro Paese. Senza ipocrisia politica e con senso di responsabilità istituzionale, infatti, sarebbe opportuno che tutti noi ammettessimo la verità di quanto si sta consumando a danni del popolo libico: da mesi l'Italia bombarda la nazione che per anni è stata sottoposta alla tirannide di Gheddafi, aggiungendo sofferenza e mortificazione ad una comunità che ha già pagato un prezzo salatissimo in termini di diritti umani, libertà civili, sviluppo e crescita. Questa guerra, che vede protagonisti anche i nostri militari, è determinata non solo dagli interessi economico-finanziari nostrani, ma anche (e forse soprattutto) da quelli di altri paesi europei che da sempre guardano con occhi affamati il Nord Africa e sulle cui spalle pesa la macchia passata di forme ingiuste e barbariche di colonialismo.

Così le nostre forze armate sono chiamate a combattere un conflitto per conto terzi, in un contesto nazionale di profonda crisi economica, come dimostra la manovra impegnativa approvata dal governo. Non per retorica, ma la domanda che si pone è perchè tutto questo accada e accada nel silenzio politico generale.

Come mi è stato confermato in diversi contesti e da diverse fonti, come dimostrano i rapporti delle ong e delle associazioni per la pace, ogni caccia bombardiere italiano in missione non costa meno di 100 mila euro. Denaro pubblico che si aggiunge ad ulteriori spese, come quelle delle basi per le operazioni di bombardamento e simili.

Questa politica militare dispendiosa, che danneggia anche gli interessi delle imprese italiane che in Libia hanno investito, è una offesa agli italiani a cui vengono imposti il rigore, la crescita delle tasse o delle tariffe, la svendita dei beni comuni.

Una offesa agli italiani costretti a subire una manovra economica "lacrime e sangue" di risposta ad una contingenza economica difficile. Questa politica militare, dunque, grava sulle spalle del nostro paese e sulle spalle del popolo libico, vittima inaccettabile di una inaccettabile omertà internazionale, senza che almeno ci sia un quadro diplomatico chiaro, senza che sia noto l'obiettivo politico, senza che sia conosciuto il vero scenario del conflitto. Il ministro della Difesa La Russa dovrebbe chiarire e il parlamento assumersi l'onere di un dibattito serio sulle missioni internazionali costantemente rifinanziate senza una riflessione adeguata e una adeguata sincerità politica.

La Siria e il regime in decadenza di Assad sono, in queste ore, al centro del biasimo americano ed europeo, mentre si paventano sanzioni pesanti da parte dell'ONU in sede di Consiglio di sicurezza su sollecitazione del Consiglio dei diritti umani, alla luce dei 2mila morti in 5 mesi da parte delle forze di sicurezza. In Medioriente riprende (perchè mai cessata) la violenza israelo-palestinese.

Pochi mesifa, invece, il movimento civile di liberazione in Egitto e Tunisia. Il Nord Africa e il Medioriente ci impongono una riflessione seria sul nostro ruolo (compreso quello dell'Ue) anche sotto il profilo dell'impegno militare in scenari di conflitto poco chiari e ambigui, perchè ci impongono il sostegno alla democratizzazione senza ridurla al protagonismo delle armi. Per questo sono convinto della necessità di un confronto parlamentare e politico che parta dalla nostra politica estera e che veda l'Italia promotrice di un confronto anche in sede europea e internazionale.

Per questo sono convinto nel promuovere a marzo, a Napoli, un summit sul Mediterraneo come nuovo laboratorio democratico che riunisca movimenti, associazioni e partiti che hanno cercato e stanno cercando la strada della libertà e del diritto, sperando nel nostro sostegno che certo non vogliono avvenga in forma militare o di neocolonizzazione.


Fonte: Luigi de Magistris


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La Libia continua a vivere nell'instabilità politica e sociale avvolta dalla coltre del silenzio internazionale.

Dimenticato dai media ed escluso dall'interesse diplomatico mondiale, il popolo libico continua a vivere il dramma di una guerra combattuta anche dalle forze militari del nostro Paese. Senza ipocrisia politica e con senso di responsabilità istituzionale, infatti, sarebbe opportuno che tutti noi ammettessimo la verità di quanto si sta consumando a danni del popolo libico: da mesi l'Italia bombarda la nazione che per anni è stata sottoposta alla tirannide di Gheddafi, aggiungendo sofferenza e mortificazione ad una comunità che ha già pagato un prezzo salatissimo in termini di diritti umani, libertà civili, sviluppo e crescita. Questa guerra, che vede protagonisti anche i nostri militari, è determinata non solo dagli interessi economico-finanziari nostrani, ma anche (e forse soprattutto) da quelli di altri paesi europei che da sempre guardano con occhi affamati il Nord Africa e sulle cui spalle pesa la macchia passata di forme ingiuste e barbariche di colonialismo.

Così le nostre forze armate sono chiamate a combattere un conflitto per conto terzi, in un contesto nazionale di profonda crisi economica, come dimostra la manovra impegnativa approvata dal governo. Non per retorica, ma la domanda che si pone è perchè tutto questo accada e accada nel silenzio politico generale.

Come mi è stato confermato in diversi contesti e da diverse fonti, come dimostrano i rapporti delle ong e delle associazioni per la pace, ogni caccia bombardiere italiano in missione non costa meno di 100 mila euro. Denaro pubblico che si aggiunge ad ulteriori spese, come quelle delle basi per le operazioni di bombardamento e simili.

Questa politica militare dispendiosa, che danneggia anche gli interessi delle imprese italiane che in Libia hanno investito, è una offesa agli italiani a cui vengono imposti il rigore, la crescita delle tasse o delle tariffe, la svendita dei beni comuni.

Una offesa agli italiani costretti a subire una manovra economica "lacrime e sangue" di risposta ad una contingenza economica difficile. Questa politica militare, dunque, grava sulle spalle del nostro paese e sulle spalle del popolo libico, vittima inaccettabile di una inaccettabile omertà internazionale, senza che almeno ci sia un quadro diplomatico chiaro, senza che sia noto l'obiettivo politico, senza che sia conosciuto il vero scenario del conflitto. Il ministro della Difesa La Russa dovrebbe chiarire e il parlamento assumersi l'onere di un dibattito serio sulle missioni internazionali costantemente rifinanziate senza una riflessione adeguata e una adeguata sincerità politica.

La Siria e il regime in decadenza di Assad sono, in queste ore, al centro del biasimo americano ed europeo, mentre si paventano sanzioni pesanti da parte dell'ONU in sede di Consiglio di sicurezza su sollecitazione del Consiglio dei diritti umani, alla luce dei 2mila morti in 5 mesi da parte delle forze di sicurezza. In Medioriente riprende (perchè mai cessata) la violenza israelo-palestinese.

Pochi mesifa, invece, il movimento civile di liberazione in Egitto e Tunisia. Il Nord Africa e il Medioriente ci impongono una riflessione seria sul nostro ruolo (compreso quello dell'Ue) anche sotto il profilo dell'impegno militare in scenari di conflitto poco chiari e ambigui, perchè ci impongono il sostegno alla democratizzazione senza ridurla al protagonismo delle armi. Per questo sono convinto della necessità di un confronto parlamentare e politico che parta dalla nostra politica estera e che veda l'Italia promotrice di un confronto anche in sede europea e internazionale.

Per questo sono convinto nel promuovere a marzo, a Napoli, un summit sul Mediterraneo come nuovo laboratorio democratico che riunisca movimenti, associazioni e partiti che hanno cercato e stanno cercando la strada della libertà e del diritto, sperando nel nostro sostegno che certo non vogliono avvenga in forma militare o di neocolonizzazione.


Fonte: Luigi de Magistris


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Il decreto truffa di Tremonti per svendere il Paese

Fonte : www.terranews.it


Di Andrea Palladino


LA MANOVRA. Ritorna l’articolo 23 bis della legge Fitto-Ronchi, abrogato dal referendum di giugno. In gioco centinaia di municipalizzate.

C'è una firma inconfondibile nelle norme contenute nell’articolo 4 della manovra anticrisi del governo, tramutata in decreto legge il 13 agosto scorso. Una mano che è possibile riconoscere con facilità e che riporta direttamente all’articolo 23 bis della legge Fitto-Ronchi, derivata, a sua volta, dalla finanziaria del 2009, firmata Giulio Tremonti. Un articolo che – come è noto – è stato abrogato con il voto del referendum del 12 e 13 giugno, il cui risultato è divenuto legge il 21 luglio scorso. Interi commi della norma respinta con il voto storico di ventisette milioni di italiani sono stati riversati all’interno dell’articolo della manovra che – paradossalmente – ha l’obiettivo di recepire il voto referendario. Un vero copia e incolla, che rivela l’intenzione del governo: tradire il voto popolare che a giugno aveva chiesto di fermare le privatizzazioni. Particolarmente significativo è il comma 32 che regola il «regime transitorio degli affidamenti» dei servizi pubblici locali che non rispettano, alla data dell’entrata in vigore, il dictat delle privatizzazioni imposto dal governo.

La norma, su questo punto, riprende sostanzialmente alla lettera quanto stabiliva il comma 8 dell’articolo 23 bis della legge Fitto-Ronchi, abrogato dal primo quesito referendario. Il decreto del 13 agosto scorso prevede che tutte le concessioni di servizi pubblici locali affidati direttamente decadano il 31 marzo 2012, «senza necessità di apposita deliberazione». Per capirci il passaggio si riferisce a tutti quei servizi locali oggi gestiti dai comuni, che la manovra economica vorrebbe affidare ai privati. Per ora l’acqua sarebbe esclusa, ma il provvedimento include parti strategiche come la gestione dei rifiuti o il trasporto pubblico locale. Con una particolarità che fa nascere più di un sospetto: gli intrecci societari nei gruppi multiutility (vedi il caso Acea) sono talmente fitti da permettere, indirettamente, l’ingresso dei privati anche nella gestione delle risorse idriche.

Il valore delle gestioni che il governo vuole cedere ai privati è milionario, un vero tesoro da spartire. Nel solo caso della romana Ama – la società oggi interamente pubblica che gestisce i rifiuti nella capitale – il valore della produzione nel 2009 sfiorava i 700 milioni di euro; il decreto del governo imporrebbe la cessione del 60 delle quote – e quindi del valore – ai privati. Cifre ben più alte possono essere raggiunte nel caso delle grandi società multiutility quotate in borsa. Hera, ad esempio, vanta un fatturato di 1,6 miliardi di euro, mentre la romana Acea Holding sfiora i 3 miliardi. Cifre che sommate – mettendo insieme le centinaia di aziende pubbliche del paese – fanno gola ai grandi gruppi multinazionali dei servizi, come le francesi Veolia e Suez. La mappa delle privatizzazioni che potrebbero derivare dalle norme del governo comprende l’intera penisola, isole incluse.

E non si tratta solo dei grandi gruppi industriali – spesso fortemente legati alla politica – ma di una miriade di piccole e grandi società, controllate dai municipi, che da anni gestiscono i nostri servizi locali. E c’è di tutto: ci sono i comuni virtuosi in grado di superare ampiamente gli obiettivi di legge della differenziata; sono comprese le municipalizzate compromesse, magari grazie alle pressioni dei tanti gruppi privati che ora si apprestano a spartirsi la grande torta. E ci sono anche quelle piccole realtà locali, spesso strettamente legate alle comunità cittadine, che sarà difficile vendere senza colpo ferire. Si tratta del cuore del sistema delle autonomie locali, un bene prezioso per un paese così particolare come l’Italia. C’è da aspettarsi ora la mobilitazione del popolo dei referendum, quella parte della società civile che ha portato alla vittoria dei due quesiti sull’acqua e sui servizi pubblici. In fondo la macchina delle sberle è ancora accesa.

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Fonte : www.terranews.it


Di Andrea Palladino


LA MANOVRA. Ritorna l’articolo 23 bis della legge Fitto-Ronchi, abrogato dal referendum di giugno. In gioco centinaia di municipalizzate.

C'è una firma inconfondibile nelle norme contenute nell’articolo 4 della manovra anticrisi del governo, tramutata in decreto legge il 13 agosto scorso. Una mano che è possibile riconoscere con facilità e che riporta direttamente all’articolo 23 bis della legge Fitto-Ronchi, derivata, a sua volta, dalla finanziaria del 2009, firmata Giulio Tremonti. Un articolo che – come è noto – è stato abrogato con il voto del referendum del 12 e 13 giugno, il cui risultato è divenuto legge il 21 luglio scorso. Interi commi della norma respinta con il voto storico di ventisette milioni di italiani sono stati riversati all’interno dell’articolo della manovra che – paradossalmente – ha l’obiettivo di recepire il voto referendario. Un vero copia e incolla, che rivela l’intenzione del governo: tradire il voto popolare che a giugno aveva chiesto di fermare le privatizzazioni. Particolarmente significativo è il comma 32 che regola il «regime transitorio degli affidamenti» dei servizi pubblici locali che non rispettano, alla data dell’entrata in vigore, il dictat delle privatizzazioni imposto dal governo.

La norma, su questo punto, riprende sostanzialmente alla lettera quanto stabiliva il comma 8 dell’articolo 23 bis della legge Fitto-Ronchi, abrogato dal primo quesito referendario. Il decreto del 13 agosto scorso prevede che tutte le concessioni di servizi pubblici locali affidati direttamente decadano il 31 marzo 2012, «senza necessità di apposita deliberazione». Per capirci il passaggio si riferisce a tutti quei servizi locali oggi gestiti dai comuni, che la manovra economica vorrebbe affidare ai privati. Per ora l’acqua sarebbe esclusa, ma il provvedimento include parti strategiche come la gestione dei rifiuti o il trasporto pubblico locale. Con una particolarità che fa nascere più di un sospetto: gli intrecci societari nei gruppi multiutility (vedi il caso Acea) sono talmente fitti da permettere, indirettamente, l’ingresso dei privati anche nella gestione delle risorse idriche.

Il valore delle gestioni che il governo vuole cedere ai privati è milionario, un vero tesoro da spartire. Nel solo caso della romana Ama – la società oggi interamente pubblica che gestisce i rifiuti nella capitale – il valore della produzione nel 2009 sfiorava i 700 milioni di euro; il decreto del governo imporrebbe la cessione del 60 delle quote – e quindi del valore – ai privati. Cifre ben più alte possono essere raggiunte nel caso delle grandi società multiutility quotate in borsa. Hera, ad esempio, vanta un fatturato di 1,6 miliardi di euro, mentre la romana Acea Holding sfiora i 3 miliardi. Cifre che sommate – mettendo insieme le centinaia di aziende pubbliche del paese – fanno gola ai grandi gruppi multinazionali dei servizi, come le francesi Veolia e Suez. La mappa delle privatizzazioni che potrebbero derivare dalle norme del governo comprende l’intera penisola, isole incluse.

E non si tratta solo dei grandi gruppi industriali – spesso fortemente legati alla politica – ma di una miriade di piccole e grandi società, controllate dai municipi, che da anni gestiscono i nostri servizi locali. E c’è di tutto: ci sono i comuni virtuosi in grado di superare ampiamente gli obiettivi di legge della differenziata; sono comprese le municipalizzate compromesse, magari grazie alle pressioni dei tanti gruppi privati che ora si apprestano a spartirsi la grande torta. E ci sono anche quelle piccole realtà locali, spesso strettamente legate alle comunità cittadine, che sarà difficile vendere senza colpo ferire. Si tratta del cuore del sistema delle autonomie locali, un bene prezioso per un paese così particolare come l’Italia. C’è da aspettarsi ora la mobilitazione del popolo dei referendum, quella parte della società civile che ha portato alla vittoria dei due quesiti sull’acqua e sui servizi pubblici. In fondo la macchina delle sberle è ancora accesa.

venerdì 19 agosto 2011

Napoli, nasce la Casa del giornalista nel ‘basso’ confiscato al boss

Il locale al piano terra nei Quartieri Spagnoli era una proprietà di Ciro Mariano, capo clan della camorra. Il coordinamento dei cronisti precari della Campania lo ha ottenuto per aprire uno spazio per dibattiti, mostre e una mini redazione

Ciro Mariano è stato il capo clan dei ‘Picuozzi’ dei Quartieri Spagnoli di Napoli, mandante ed autore di alcune delle più efferate stragi di camorra, come quella del Circolo Canottieri nel 1989, in cui persero la vita quattro pregiudicati. Mariano non amava la stampa e non amava essere fotografato. E riuscì a ottenere dal presidente della Corte che lo processò il divieto di essere ripreso dai fotoreporter. Disse di non volere essere vittima di “un linciaggio mediatico”. Per una singolare legge del contrappasso, un bene confiscato al clan Mariano è stato assegnato a un gruppo di cronisti della carta stampata e della televisione, riuniti in un consorzio: è il primo caso in Italia, quello che verrà illustrato stasera alle 23 durante la trasmissione Linea Notte di Rai 3.

Il ‘Coordinamento dei Giornalisti Precari della Campania’, un gruppo di giovani colleghi che anima iniziative e crea dossier sullo sfruttamento della professione giornalistica, trasformerà così un terraneo (locale a piano terra) di circa 50 metri quadrati in vicolo Caritatoio ai Cariati in una ‘Casa dei Giornalisti’. Un luogo per ospitare dibattiti sulla libertà d’informazione, una biblioteca di libri di camorra, uno spazio per mostre fotografiche, una ‘mini-redazione’ con laptop e wifi da mettere a disposizione agli operatori della stampa straniera che periodicamente vengono qui per raccontare l’emergenza rifiuti e la rivoluzione arancione di Luigi de Magistris. E a disposizione dei cronisti free lance o con contratti di collaborazione, che lavorano per piccoli e grandi quotidiani ma non hanno il diritto di poter accedere ai loro uffici. “Lo riteniamo un atto doveroso – afferma Ciro Pellegrino, del coordinamento precari, cassintegrato di E-Polis – vogliamo testimoniare coi fatti la voglia di cambiare di una città straziata e violentata ma resistente, mai rassegnata. Ma abbiamo bisogno del sostegno dei napoletani. E per sostegno non si intende quello economico ma un ‘cordone’ civile affinché tutti gli eventi del coordinamento nel bene confiscato nei Quartieri abbiano tanti partecipanti. Solo accendendo un faro costante su quella zona sconfiggeremo chi non vorrebbe farci ritornare in quell’immobile”.

Non è stata una conquista facile. Racconta Pellegrino che una delle prime volte in cui una delegazione di cronisti si è recata nel terraneo dei Quartieri Spagnoli, accompagnati dal presidente dell’ordine dei giornalisti campano Ottavio Lucarelli, sono stati affrontati a muso duro dalle donne della famiglia Mariano: “Voi qui non farete mai niente, questo ‘vascio’ (terraneo o basso, ndr) è mio”. Zona difficile, quella del ‘vascio’. Conficcato nel dedalo di vicoli dei Quartieri, zona che Mariano scelse come propria ‘residenza’ perché lì i suoi guardia spalla potevano proteggerlo dagli agguati dei clan rivali. I precari hanno fatto buon viso a cattivo gioco e sono tornati solo qualche settimana dopo. Scortati, però, dal nucleo operativo della Polizia Municipale. Con loro c’era l’assessore alla Sicurezza Giuseppe Narducci, il pm anticamorra nominato in giunta dal sindaco Luigi de Magistris.

Narducci ha portato a compimento un progetto iniziato nel dicembre dello scorso anno da un assessore della precedente amministrazione, Marcello D’Aponte, che nella giunta di Rosa Russo Iervolino gestiva la delega al Patrimonio. L’aggiudicazione definitiva è avvenuta nel marzo 2011. In un primo momento, la destinazione d’uso dell’immobile prevedeva la realizzazione di un laboratorio per l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati. In precedenza il bene era stato affidato due volte a una famiglia di immigrati e a un’associazione di non vedenti. I beneficiari hanno però preferito rinunciare. Motivo: l’ambiente particolarmente ‘ostile’. E anche il tentativo del servizio Politiche di inclusione sociale del Comune di utilizzare il terraneo come archivio non è andato a buon fine. Fino a quando non si è fatto avanti un gruppo di giornalisti coraggiosi, tra i quali Amalia De Simone e Simona Petricciuolo, autrici di una video inchiesta sul disastro spazzatura in Campania e sulle collusioni tra politica e camorra nel business della monnezza, andata in onda qualche mese fa su Current tra mille difficoltà.


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Il locale al piano terra nei Quartieri Spagnoli era una proprietà di Ciro Mariano, capo clan della camorra. Il coordinamento dei cronisti precari della Campania lo ha ottenuto per aprire uno spazio per dibattiti, mostre e una mini redazione

Ciro Mariano è stato il capo clan dei ‘Picuozzi’ dei Quartieri Spagnoli di Napoli, mandante ed autore di alcune delle più efferate stragi di camorra, come quella del Circolo Canottieri nel 1989, in cui persero la vita quattro pregiudicati. Mariano non amava la stampa e non amava essere fotografato. E riuscì a ottenere dal presidente della Corte che lo processò il divieto di essere ripreso dai fotoreporter. Disse di non volere essere vittima di “un linciaggio mediatico”. Per una singolare legge del contrappasso, un bene confiscato al clan Mariano è stato assegnato a un gruppo di cronisti della carta stampata e della televisione, riuniti in un consorzio: è il primo caso in Italia, quello che verrà illustrato stasera alle 23 durante la trasmissione Linea Notte di Rai 3.

Il ‘Coordinamento dei Giornalisti Precari della Campania’, un gruppo di giovani colleghi che anima iniziative e crea dossier sullo sfruttamento della professione giornalistica, trasformerà così un terraneo (locale a piano terra) di circa 50 metri quadrati in vicolo Caritatoio ai Cariati in una ‘Casa dei Giornalisti’. Un luogo per ospitare dibattiti sulla libertà d’informazione, una biblioteca di libri di camorra, uno spazio per mostre fotografiche, una ‘mini-redazione’ con laptop e wifi da mettere a disposizione agli operatori della stampa straniera che periodicamente vengono qui per raccontare l’emergenza rifiuti e la rivoluzione arancione di Luigi de Magistris. E a disposizione dei cronisti free lance o con contratti di collaborazione, che lavorano per piccoli e grandi quotidiani ma non hanno il diritto di poter accedere ai loro uffici. “Lo riteniamo un atto doveroso – afferma Ciro Pellegrino, del coordinamento precari, cassintegrato di E-Polis – vogliamo testimoniare coi fatti la voglia di cambiare di una città straziata e violentata ma resistente, mai rassegnata. Ma abbiamo bisogno del sostegno dei napoletani. E per sostegno non si intende quello economico ma un ‘cordone’ civile affinché tutti gli eventi del coordinamento nel bene confiscato nei Quartieri abbiano tanti partecipanti. Solo accendendo un faro costante su quella zona sconfiggeremo chi non vorrebbe farci ritornare in quell’immobile”.

Non è stata una conquista facile. Racconta Pellegrino che una delle prime volte in cui una delegazione di cronisti si è recata nel terraneo dei Quartieri Spagnoli, accompagnati dal presidente dell’ordine dei giornalisti campano Ottavio Lucarelli, sono stati affrontati a muso duro dalle donne della famiglia Mariano: “Voi qui non farete mai niente, questo ‘vascio’ (terraneo o basso, ndr) è mio”. Zona difficile, quella del ‘vascio’. Conficcato nel dedalo di vicoli dei Quartieri, zona che Mariano scelse come propria ‘residenza’ perché lì i suoi guardia spalla potevano proteggerlo dagli agguati dei clan rivali. I precari hanno fatto buon viso a cattivo gioco e sono tornati solo qualche settimana dopo. Scortati, però, dal nucleo operativo della Polizia Municipale. Con loro c’era l’assessore alla Sicurezza Giuseppe Narducci, il pm anticamorra nominato in giunta dal sindaco Luigi de Magistris.

Narducci ha portato a compimento un progetto iniziato nel dicembre dello scorso anno da un assessore della precedente amministrazione, Marcello D’Aponte, che nella giunta di Rosa Russo Iervolino gestiva la delega al Patrimonio. L’aggiudicazione definitiva è avvenuta nel marzo 2011. In un primo momento, la destinazione d’uso dell’immobile prevedeva la realizzazione di un laboratorio per l’inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati. In precedenza il bene era stato affidato due volte a una famiglia di immigrati e a un’associazione di non vedenti. I beneficiari hanno però preferito rinunciare. Motivo: l’ambiente particolarmente ‘ostile’. E anche il tentativo del servizio Politiche di inclusione sociale del Comune di utilizzare il terraneo come archivio non è andato a buon fine. Fino a quando non si è fatto avanti un gruppo di giornalisti coraggiosi, tra i quali Amalia De Simone e Simona Petricciuolo, autrici di una video inchiesta sul disastro spazzatura in Campania e sulle collusioni tra politica e camorra nel business della monnezza, andata in onda qualche mese fa su Current tra mille difficoltà.


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Presentazione in nord Italia del libro " I savoia e il massacro del Sud"

Tour di Antonio Ciano in tre regioni del Nord Italia ( Emilia, Lombardia e Veneto) per la presentazione della nuova edizione del libro " I savoia e il massacro del Sud"





























Primo appuntamento
FIDENZA (PR)
VENERDI' 9 SETTEMBRE 2011
LIBRERIA "LA VECCHIA TALPA" - VIA GRAMSCI 36
ORE 18,00

Secondo Incontro
MANTOVA
SABATO 10 SETTEMBRE 2011 ( in concomitanza con il festival della letteratura)
VIA TRENTO 10 - C/O FONDAZIONE MAZZALI
ORE 17,00





























Ed infine..
VICENZA
DOMENICA 11 SETTEMBRE 2011
INFORMAGIOVANI - CONTRA' BARCHE 55
ORE 11,00



" I Savoia e il Massacro del Sud", il bestseller di Antonio Ciano, è in ristampa, a giorni sarà distribuito in tutta Italia dalla MAGENES.

Quindici anni fa questo libro ha venduto più di centomila copie. E' stato il libro che ha dato luogo all'attuale revisionismo storico.
L'Italia è una Repubblica che è nata sulle ceneri di casa Savoia e ci fanno festeggiare la Monarchia il 17 marzo....questo ci fa capire come la diffusione del libro di Antonio Ciano sia condizione essenziale per il riscatto del Sud ed il risveglio delle nuove generazioni..


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Il Piemonte servo dei voleri della massoneria, indirizza da sempre la politica italiana.

Nel 1861 il Piemonte faceva capo alla gran Massoneria di Mister Albert Pike ed oggi alla Trilateral Commission.
Il 12 marzo 1849 sul "Globe", quotidiano inglese, portavoce dell'alto iniziato Palmerston, ministro della regina Vittoria, apparve un articolo che era praticamente un vero libro profetico e possiamo dire, senza enfasi, che era stato preparato segretamente nel Sacro Tempio della massoneria londinese:
"...E' da ritenere che gli accadimenti dell'anno scorso non siano stati che la prima scena di un dramma fecondo di risultati piu' vasti e piu' pacifici. L'edificio innalzato dal Congresso d Vienna era così arbitrario e artificioso che ciascun uomo di stato liberale vedeva chiaramente che non avrebbe sopportato il primo urto dell'Europa. L'intero sistema stabilito dal Congresso di Vienna stava dissolvendosi e Lord Palmerston ha agito saggiamente allorchè ha rifiutato il proprio concorso a opporre una diga all'onda dilagante. Il piano che egli ha concepito è quello di una nuova configurazione dell'Europa attraverso la costituzione di un forte regno tedesco che possa costituire un muro di separazione fra Francia e Russia, la creazione di un regno polacco-magiaro destinato a completare l'opera contro il gigante del nord, infine un reame d'Italia superiore guidato dalla casa Savoia. Si è spesso rimproverato a Palmerston di avere trascurato l'alleanza con l'Austria, ma qui gli accusatori devono ancora rendergli giustizia. L'alleanza dell'Inghilterra e dell'Austria non si è mai fondata su una comunanza di princìpi: essa esiste semplicemente in quanto l'Austria era la principale rappresentante e come l'incarnazione della nazione tedesca.
Dopo la pace di Westfalia fino a quella di Aix-Le Chapelle (1648, 1748) l'Austria s'è trovata ad essere il centro della nazione tedesca. Ma allorchè la spada di Federico fece dilatare i confini del suo reame prima limitati all'elettorato del Brandeburgo, allorchè i veri tedeschi riconobbero in questo guerriero il reale rappresentante della loro forza e della loro nazionalità, la Prussia divenne l'alleata naturale dell'Inghilterra sul continente. Ciò che l'Austria fin dall'inizio del secolo scorso, ciò che la Prussia divenne piu' tardi, la Germania può esserlo ugualmente che la capitale sia a Berlino o Francoforte..."
Il disegno era chiaro, doveva essere attuata la profezia di Comenius espressa in "Lux in Tenebris" secondo la quale sarebbe dovuta sorgere dalle tenebre come fonte di luce una Super -chiesa che integrasse ogni religione attraverso i Concistori nazionali, le Chiese Nazionali, onde giungere in nome di un umanesimo unitivo ed a carattere filantropico e tollerante, a proclamare l'uguaglianza e la pari dignità di tutte le religioni.
Questo progetto si scontrava con un ostacolo formidabile: la chiesa cattolica con la sua gerarchia, la casa Asburgo d'Austria, cattolicissima, la Santa Russia degli zar ed il Regno delle Due Sicilie, primo stato al mondo, quest'ultimo che aveva saputo integrare il dogma cattolico con il verbo del Vangelo tradotto in pratica da leggi che non disdegnavano le novità della rivoluzione francese o quelle comuniste del Campanella e di Marx.
La Santa Russia, l'Impero Asburgico e il Regno delle Due Sicilie dovevano lasciare il posto al nuovo ordine massonico, ma il popolino queste cose non le sapeva, nè le conosce oggi, in quanto la storia ufficiale viene scritta dai vincitori ed è sempre artefatta.
Questo nuovo ordine doveva portare sconvolgimenti politici e morali di inaudita violenza.
In Italia il compito di capovolgere detto ordine, come abbiamo visto nell'articolo del "Globe", fu assegnato al Piemonte e a casa Savoia, votata alla Gran Consorteria. Gli altri sovrani infatti erano tutti devotissimi alla Chiesa di Roma. Lo stato piu' retrivo d'Italia avrebbe dovuto dar luce allo stivale! Al suo servizio la massoneria londinese mise uomini, denaro e mezzi; soprattutto denaro e oro. I massoni sapevano che ad unità compiuta sarebbero stati "elargiti" per secoli.
Casa Savoia doveva eseguire spietatamente gli ordini di Londra dopo decenni di preparazione al liberismo.
Londra mandò Lord Gladstone a Napoli e Lord Mintho ed altri emissari nelle varie province italiane a preparare la "rivoluzione liberale" agli ordini di Giuseppe Mazzini, capo della Carboneria Italiana, il cui scopo finale, secondo il suo fondatore genovese Antonio Maghella, era "...quello di Voltaire e della rivoluzione francese: il completo annientamento del cattolicesimo ed infine del cristianesimo".
Questo signore nel 1809 era prefetto e ministro della polizia del Regno di Napoli ed ebbe modo di iniziare alla setta migliaia di persone e di infilarle in posti chiave.
La Carboneria era organizzata in "vendite". Il vertice era chiamato "alta vendita" ed era composto da 40 membri ed operava in stretto contatto coi "supremi consigli" di 33 gr. del "rito scozzese". Mazzini era un esponente di punta dell'ala oltranzista. Nel 1847, durante un convegno internazionale della massoneria a Strasburgo, venne approntato un piano di confederazione europea allargata ai popoli germanici, latini e slavi da conseguire attraverso una serie di rivoluzioni ben orchestrate.
Il Primo Ministro inglese Palmerston sparge per tutta l'Europa emissari per la sollevazione; Lord Mintho visita Torino, Roma e Napoli.
Nel 1848 le rivoluzioni scoppiano in ordinata sequenza:
il 22 febbraio a parigi, il 13 marzo a Vienna, il 17 marzo a Berlino e a venezia, il 18 marzo a Milano, il 30 marzo a Napoli, in Toscana, a Roma, a Praga ed in Croazia, lasciando esenti i soli paesi laicisti.

Brano tratto da " I Savoia e il Massacro del Sud"

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Tour di Antonio Ciano in tre regioni del Nord Italia ( Emilia, Lombardia e Veneto) per la presentazione della nuova edizione del libro " I savoia e il massacro del Sud"





























Primo appuntamento
FIDENZA (PR)
VENERDI' 9 SETTEMBRE 2011
LIBRERIA "LA VECCHIA TALPA" - VIA GRAMSCI 36
ORE 18,00

Secondo Incontro
MANTOVA
SABATO 10 SETTEMBRE 2011 ( in concomitanza con il festival della letteratura)
VIA TRENTO 10 - C/O FONDAZIONE MAZZALI
ORE 17,00





























Ed infine..
VICENZA
DOMENICA 11 SETTEMBRE 2011
INFORMAGIOVANI - CONTRA' BARCHE 55
ORE 11,00



" I Savoia e il Massacro del Sud", il bestseller di Antonio Ciano, è in ristampa, a giorni sarà distribuito in tutta Italia dalla MAGENES.

Quindici anni fa questo libro ha venduto più di centomila copie. E' stato il libro che ha dato luogo all'attuale revisionismo storico.
L'Italia è una Repubblica che è nata sulle ceneri di casa Savoia e ci fanno festeggiare la Monarchia il 17 marzo....questo ci fa capire come la diffusione del libro di Antonio Ciano sia condizione essenziale per il riscatto del Sud ed il risveglio delle nuove generazioni..


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Il Piemonte servo dei voleri della massoneria, indirizza da sempre la politica italiana.

Nel 1861 il Piemonte faceva capo alla gran Massoneria di Mister Albert Pike ed oggi alla Trilateral Commission.
Il 12 marzo 1849 sul "Globe", quotidiano inglese, portavoce dell'alto iniziato Palmerston, ministro della regina Vittoria, apparve un articolo che era praticamente un vero libro profetico e possiamo dire, senza enfasi, che era stato preparato segretamente nel Sacro Tempio della massoneria londinese:
"...E' da ritenere che gli accadimenti dell'anno scorso non siano stati che la prima scena di un dramma fecondo di risultati piu' vasti e piu' pacifici. L'edificio innalzato dal Congresso d Vienna era così arbitrario e artificioso che ciascun uomo di stato liberale vedeva chiaramente che non avrebbe sopportato il primo urto dell'Europa. L'intero sistema stabilito dal Congresso di Vienna stava dissolvendosi e Lord Palmerston ha agito saggiamente allorchè ha rifiutato il proprio concorso a opporre una diga all'onda dilagante. Il piano che egli ha concepito è quello di una nuova configurazione dell'Europa attraverso la costituzione di un forte regno tedesco che possa costituire un muro di separazione fra Francia e Russia, la creazione di un regno polacco-magiaro destinato a completare l'opera contro il gigante del nord, infine un reame d'Italia superiore guidato dalla casa Savoia. Si è spesso rimproverato a Palmerston di avere trascurato l'alleanza con l'Austria, ma qui gli accusatori devono ancora rendergli giustizia. L'alleanza dell'Inghilterra e dell'Austria non si è mai fondata su una comunanza di princìpi: essa esiste semplicemente in quanto l'Austria era la principale rappresentante e come l'incarnazione della nazione tedesca.
Dopo la pace di Westfalia fino a quella di Aix-Le Chapelle (1648, 1748) l'Austria s'è trovata ad essere il centro della nazione tedesca. Ma allorchè la spada di Federico fece dilatare i confini del suo reame prima limitati all'elettorato del Brandeburgo, allorchè i veri tedeschi riconobbero in questo guerriero il reale rappresentante della loro forza e della loro nazionalità, la Prussia divenne l'alleata naturale dell'Inghilterra sul continente. Ciò che l'Austria fin dall'inizio del secolo scorso, ciò che la Prussia divenne piu' tardi, la Germania può esserlo ugualmente che la capitale sia a Berlino o Francoforte..."
Il disegno era chiaro, doveva essere attuata la profezia di Comenius espressa in "Lux in Tenebris" secondo la quale sarebbe dovuta sorgere dalle tenebre come fonte di luce una Super -chiesa che integrasse ogni religione attraverso i Concistori nazionali, le Chiese Nazionali, onde giungere in nome di un umanesimo unitivo ed a carattere filantropico e tollerante, a proclamare l'uguaglianza e la pari dignità di tutte le religioni.
Questo progetto si scontrava con un ostacolo formidabile: la chiesa cattolica con la sua gerarchia, la casa Asburgo d'Austria, cattolicissima, la Santa Russia degli zar ed il Regno delle Due Sicilie, primo stato al mondo, quest'ultimo che aveva saputo integrare il dogma cattolico con il verbo del Vangelo tradotto in pratica da leggi che non disdegnavano le novità della rivoluzione francese o quelle comuniste del Campanella e di Marx.
La Santa Russia, l'Impero Asburgico e il Regno delle Due Sicilie dovevano lasciare il posto al nuovo ordine massonico, ma il popolino queste cose non le sapeva, nè le conosce oggi, in quanto la storia ufficiale viene scritta dai vincitori ed è sempre artefatta.
Questo nuovo ordine doveva portare sconvolgimenti politici e morali di inaudita violenza.
In Italia il compito di capovolgere detto ordine, come abbiamo visto nell'articolo del "Globe", fu assegnato al Piemonte e a casa Savoia, votata alla Gran Consorteria. Gli altri sovrani infatti erano tutti devotissimi alla Chiesa di Roma. Lo stato piu' retrivo d'Italia avrebbe dovuto dar luce allo stivale! Al suo servizio la massoneria londinese mise uomini, denaro e mezzi; soprattutto denaro e oro. I massoni sapevano che ad unità compiuta sarebbero stati "elargiti" per secoli.
Casa Savoia doveva eseguire spietatamente gli ordini di Londra dopo decenni di preparazione al liberismo.
Londra mandò Lord Gladstone a Napoli e Lord Mintho ed altri emissari nelle varie province italiane a preparare la "rivoluzione liberale" agli ordini di Giuseppe Mazzini, capo della Carboneria Italiana, il cui scopo finale, secondo il suo fondatore genovese Antonio Maghella, era "...quello di Voltaire e della rivoluzione francese: il completo annientamento del cattolicesimo ed infine del cristianesimo".
Questo signore nel 1809 era prefetto e ministro della polizia del Regno di Napoli ed ebbe modo di iniziare alla setta migliaia di persone e di infilarle in posti chiave.
La Carboneria era organizzata in "vendite". Il vertice era chiamato "alta vendita" ed era composto da 40 membri ed operava in stretto contatto coi "supremi consigli" di 33 gr. del "rito scozzese". Mazzini era un esponente di punta dell'ala oltranzista. Nel 1847, durante un convegno internazionale della massoneria a Strasburgo, venne approntato un piano di confederazione europea allargata ai popoli germanici, latini e slavi da conseguire attraverso una serie di rivoluzioni ben orchestrate.
Il Primo Ministro inglese Palmerston sparge per tutta l'Europa emissari per la sollevazione; Lord Mintho visita Torino, Roma e Napoli.
Nel 1848 le rivoluzioni scoppiano in ordinata sequenza:
il 22 febbraio a parigi, il 13 marzo a Vienna, il 17 marzo a Berlino e a venezia, il 18 marzo a Milano, il 30 marzo a Napoli, in Toscana, a Roma, a Praga ed in Croazia, lasciando esenti i soli paesi laicisti.

Brano tratto da " I Savoia e il Massacro del Sud"

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giovedì 18 agosto 2011

“Ancora due o tre anni di crisi”. L’analisi di Kenneth Rogoff

Un’intervista al Sole 24 Ore riporta in auge le ipotesi di Kenneth Rogoff, economista di Harvard e storico critico delle politiche d’intervento di Fed e Bce. Per uscire dall’impasse, sostiene da tempo, servono ancora due o tre anni. Oltre a quattro-sei punti percentuali di inflazione programmata

«Ci restano ancora due, forse tre anni di crisi». Kenneth Rogoff, docente di Harvard e coautore, insieme a Carmen Reinhart, di un saggio divenuto ormai di culto (This Time Is Different. Eight Centuries of Financial Folly, Princeton, 2009) non usa mezzi termini per emettere una sentenza che a Washington come a Bruxelles trova ormai un consenso crescente. L’occasione, questa volta, è un’intervista al Sole 24 Ore pubblicata nel day after del vertice franco-tedesco che ha dettato, almeno in termini di principio, le nuove linee guida del piano di salvataggio europeo. Un colloquio, quello sostenuto con il quotidiano della Confindustria, utile per ribadire ciò che i numeri hanno reso ormai chiaro: le strategie di uscita dalla crisi non hanno funzionato.

“C’è stata la diffusa convinzione, a Wall Street e anche alla Fed, che le misure aggressive con cui si è affrontata la crisi nell’autunno-inverno 2008-2009 potessero fare la differenza” spiega Rogoff nell’intervista con un riferimento diretto a quella che da tempo è ormai la sua tesi di fondo: quella che l’Occidente sta sperimentando non è una semplice recessione, tempi tecnici uno-due anni, bensì una vera e propria contrazione simile storicamente alla Grande Depressione degli anni ’30. Inevitabile, dunque, che i tempi di ripresa si allunghino.

Le ipotesi di Rogoff, come detto, stanno guadagnando consenso. E dati alla mano non è difficile capire il perché. “Quattro anni di crisi finanziaria stanno dimostrando che il principale deficit non si riscontra nel credito bensì nella credibilità – ha scritto l’economista in un editoriale pubblicato la scorsa settimana sulle colonne del Financial Times – i mercati possono adeguarsi a un calo della crescita globale ma non possono fare i conti con quella spirale fatta di perdita di fiducia nella leadership e di crescente sensazione di disconnessione dalla realtà da parte della classe politica”. Come a dire che, speculazione a parte, da Wall Street all’Europa, gli investitori sembrano aver ampiamente sfiduciato le strategie intraprese dalla Fed e dalla Bce che, come noto, hanno considerato la ripresa come un esito scontato.

Se c’è un elemento che accumuna oggi i decisori politici e finanziari sulle due sponde dell’Atlantico, non vi è dubbio allora che si tratti della comune percezione del fallimento delle politiche di intervento. Gli Usa si sono illusi di risolvere la questione puntellando il sistema finanziario, l’Europa ha pensato, erroneamente, che un tamponamento della crisi delle periferie (Grecia, Irlanda e Portogallo) potesse essere sufficiente a evitare il peggio. Ma a distanza di tempo è ormai chiaro che la crescita non si è attivata né in America, dove l’indebitamento privato continua a rappresentare un macigno sulla capacità di spesa, né in Europa dove l’austerity ha prodotto recessione nelle nazioni più indebitate creando i presupposti per una contrazione dell’export degli altri Paesi e frenando quindi il percorso delle locomotive continentali (Germania e Francia). Il tutto, ovviamente, senza contare l’iniqua e deleteria tendenza delle politiche fiscali a scaricare sulla classe media il maggior peso dei piani di austerity imponendo ai redditi più bassi percentuali di aliquota decisamente più alte (“Il totale delle mie tasse ammonta a 6 milioni 938 mila 744 dollari. Detto così sembra un mucchio di soldi ma si tratta appena del 17,4% del mio imponibile. Mentre l’imposizione caricata sui 20 collaboratori del mio ufficio equivale in media al 36%” ha tuonato sul New York Times il miliardario Warren Buffett, il terzo uomo più ricco del mondo).

Insomma, in un sistema condizionato dal problema del debito, l’unica soluzione passa per la riduzione di quest’ultimo ma senza che ciò avvenga a discapito della crescita. Per questo, oggi, sembra riprendere quota l’ipotesi che Rogoff sostiene da tempo: superare il tabù dell’inflazioneaccettandone un livello terapeutico compreso tra quota 4 e 6%. Tradotto, significa semplicemente abbassare i tassi (soprattutto in Europa) e stampare più soldi, così da incrementare la liquidità circolante abbassando di conseguenza il valore delle valute e, con esse, dei debiti che in tali monete sono espressi. Senza contare i vantaggi che una moneta deprezzata garantirebbe alle esportazioni di Usa ed Europa. Una strategia, s’intende, che non farebbe certo piacere ai cinesi, primi creditori degli Usa e principali beneficiari dell’export occidentale. Ma questo, va da sé, è un particolare decisamente trascurabile. Per lo meno in tempi di crisi.


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Un’intervista al Sole 24 Ore riporta in auge le ipotesi di Kenneth Rogoff, economista di Harvard e storico critico delle politiche d’intervento di Fed e Bce. Per uscire dall’impasse, sostiene da tempo, servono ancora due o tre anni. Oltre a quattro-sei punti percentuali di inflazione programmata

«Ci restano ancora due, forse tre anni di crisi». Kenneth Rogoff, docente di Harvard e coautore, insieme a Carmen Reinhart, di un saggio divenuto ormai di culto (This Time Is Different. Eight Centuries of Financial Folly, Princeton, 2009) non usa mezzi termini per emettere una sentenza che a Washington come a Bruxelles trova ormai un consenso crescente. L’occasione, questa volta, è un’intervista al Sole 24 Ore pubblicata nel day after del vertice franco-tedesco che ha dettato, almeno in termini di principio, le nuove linee guida del piano di salvataggio europeo. Un colloquio, quello sostenuto con il quotidiano della Confindustria, utile per ribadire ciò che i numeri hanno reso ormai chiaro: le strategie di uscita dalla crisi non hanno funzionato.

“C’è stata la diffusa convinzione, a Wall Street e anche alla Fed, che le misure aggressive con cui si è affrontata la crisi nell’autunno-inverno 2008-2009 potessero fare la differenza” spiega Rogoff nell’intervista con un riferimento diretto a quella che da tempo è ormai la sua tesi di fondo: quella che l’Occidente sta sperimentando non è una semplice recessione, tempi tecnici uno-due anni, bensì una vera e propria contrazione simile storicamente alla Grande Depressione degli anni ’30. Inevitabile, dunque, che i tempi di ripresa si allunghino.

Le ipotesi di Rogoff, come detto, stanno guadagnando consenso. E dati alla mano non è difficile capire il perché. “Quattro anni di crisi finanziaria stanno dimostrando che il principale deficit non si riscontra nel credito bensì nella credibilità – ha scritto l’economista in un editoriale pubblicato la scorsa settimana sulle colonne del Financial Times – i mercati possono adeguarsi a un calo della crescita globale ma non possono fare i conti con quella spirale fatta di perdita di fiducia nella leadership e di crescente sensazione di disconnessione dalla realtà da parte della classe politica”. Come a dire che, speculazione a parte, da Wall Street all’Europa, gli investitori sembrano aver ampiamente sfiduciato le strategie intraprese dalla Fed e dalla Bce che, come noto, hanno considerato la ripresa come un esito scontato.

Se c’è un elemento che accumuna oggi i decisori politici e finanziari sulle due sponde dell’Atlantico, non vi è dubbio allora che si tratti della comune percezione del fallimento delle politiche di intervento. Gli Usa si sono illusi di risolvere la questione puntellando il sistema finanziario, l’Europa ha pensato, erroneamente, che un tamponamento della crisi delle periferie (Grecia, Irlanda e Portogallo) potesse essere sufficiente a evitare il peggio. Ma a distanza di tempo è ormai chiaro che la crescita non si è attivata né in America, dove l’indebitamento privato continua a rappresentare un macigno sulla capacità di spesa, né in Europa dove l’austerity ha prodotto recessione nelle nazioni più indebitate creando i presupposti per una contrazione dell’export degli altri Paesi e frenando quindi il percorso delle locomotive continentali (Germania e Francia). Il tutto, ovviamente, senza contare l’iniqua e deleteria tendenza delle politiche fiscali a scaricare sulla classe media il maggior peso dei piani di austerity imponendo ai redditi più bassi percentuali di aliquota decisamente più alte (“Il totale delle mie tasse ammonta a 6 milioni 938 mila 744 dollari. Detto così sembra un mucchio di soldi ma si tratta appena del 17,4% del mio imponibile. Mentre l’imposizione caricata sui 20 collaboratori del mio ufficio equivale in media al 36%” ha tuonato sul New York Times il miliardario Warren Buffett, il terzo uomo più ricco del mondo).

Insomma, in un sistema condizionato dal problema del debito, l’unica soluzione passa per la riduzione di quest’ultimo ma senza che ciò avvenga a discapito della crescita. Per questo, oggi, sembra riprendere quota l’ipotesi che Rogoff sostiene da tempo: superare il tabù dell’inflazioneaccettandone un livello terapeutico compreso tra quota 4 e 6%. Tradotto, significa semplicemente abbassare i tassi (soprattutto in Europa) e stampare più soldi, così da incrementare la liquidità circolante abbassando di conseguenza il valore delle valute e, con esse, dei debiti che in tali monete sono espressi. Senza contare i vantaggi che una moneta deprezzata garantirebbe alle esportazioni di Usa ed Europa. Una strategia, s’intende, che non farebbe certo piacere ai cinesi, primi creditori degli Usa e principali beneficiari dell’export occidentale. Ma questo, va da sé, è un particolare decisamente trascurabile. Per lo meno in tempi di crisi.


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A Pontelandolfo commemorato l'eccidio del 14 Agosto 1861

Fonte: NTR 24

Interviste a On. Giuliano Amato, Cosimo Testa e Aniello Cimitile





Fonte:http://www.ntr24.tv/it/video/5861

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Fonte: NTR 24

Interviste a On. Giuliano Amato, Cosimo Testa e Aniello Cimitile





Fonte:http://www.ntr24.tv/it/video/5861

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mercoledì 17 agosto 2011

Sul quotidiano "La Discussione" oggi un edicola intervista con Andrea Balìa: A Sud c'è chi vuole la nascita di uno Stato Federale

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Fonte : La Discussione del 17 agosto 2011 pag 11

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Fonte : La Discussione del 17 agosto 2011 pag 11

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Morire per il debito?

Morire per il debito?

Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, il socialista francese Marcel Deat si chiedeva se valesse la pena “morire per Danzica”. Parafrasando le sue parole, oggi gl’Italiani dovrebbero domandarsi se valga la pena “morire per il debito”. Perché la sorte che si profila per il nostro paese è tutt’altro che rosea. A meno di prendere scelte coraggiose che possono cambiare il corso della nostra storia…

Il recente attacco speculativo allo Stato ed alle banche italiane ha portato, per riprendere la formulazione ripetuta da molti commentatori, ad un commissariamentodel nostro paese da parte di potentati esteri. La Banca Centrale Europea (BCE),d’accordo con USA, Francia e Germania, ha cominciato ad acquistare titoli di debito pubblico italiano sul mercato, ma chiedendo in cambio pesanti contropartite.

La “politica di risanamento” che la BCE pretende dall’Italia nasconde dei palesi secondi fini, e non potrebbe essere altrimenti vista la regia – neppure tanto occulta – di potenze estere nella vicenda. L’ormai famosa lettera di Jean-Claude Trichet e Mario Draghi a Berlusconi è rivelatrice in tal senso. Il duo rappresentante della BCE avrebbe infatti indicato come misura prioritaria la privatizzazione del patrimonio pubblico italiano.

Ora, non esiste un singolo esempio storico in cui le privatizzazioni abbiano portato ad una significativa riduzione del debito d’uno Stato. Il caso italiano dei primi anni ’90 è significativo. Allora lo Stato procedette, tra le altre cose, alla dismissione di una mega-corporazione industriale-finanziaria, l’IRI: la settima maggiore società al mondo per fatturato, che a lungo era stata la più grande azienda al di fuori degli USA. Ebbene,l’erario incassò in totale 198.000 miliardi di lire, pari ad appena l’8% del debito pubblico (2.500.000 miliardi di lire). Se sollievo vi fu, fu di breve durata, perché oggi il debito pubblico italiano è di oltre 1.900 miliardi di euro, ossia quasi 3.700.000 miliardi di vecchie lire.

Mario Draghi dovrebbe conoscere bene questo caso, dal momento che all’epoca delle privatizzazioni degli anni ’90 era direttore generale del Tesoro e partecipò alla tristemente nota riunione sul panfilo “Britannia” di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra. Dovrebbe ricordarsi anche di come le privatizzazioni (che già erano cominciate negli anni ’80) abbiano portato, alfine, al declino industriale dell’Italia. Infatti, cosa rimane oggi di quell’Italia in cui la Olivetti produceva calcolatori elettronici (oggi noti come computer, proprio perché noi uscimmo anzitempo dal settore lasciandolo in mano agli anglosassoni) o in cui la Montedison era all’avanguardia nella sperimentazione degli organismi geneticamente modificati? Queste amare considerazioni potrebbero spingerci a farne d’ancora più aspre circa la scelta del governo Berlusconi di barattare con Sarkozy la Libia e la Parmalat pur d’avere il via libera francese alla nomina di Draghi a prossimo presidente della BCE: in tempi non sospetti notevamo che l’ex dirigente di Goldman Sachs appare più vicino alla finanza anglosassone che al sistema economico italiano.

Ma se le privatizzazioni sono inefficaci, perché Trichet e Draghi, ma anche le cosiddette “parti sociali” italiane (Confindustria e sindacati), pongono l’enfasi su di esse? Probabilmente perché rimangono oggi alcuni bocconi ghiotti, aziende solide ed in attivo come ENI, Finmeccanica e Poste Italiane. Aziende che sono però strategiche per lo Stato italiano, perché operative, rispettivamente, in settori come l’approvvigionamento energetico, la produzione d’armamenti, la banca e le comunicazioni.

Al di là della preoccupante prospettiva di perdere il controllo d’industrie strategiche, lasciando in futuro settori vitali dell’economia e della potenza italiana in mano altrui, la “politica di risanamento” impone altri pesanti oneri e sacrifici alla società: la finanziaria recentemente annunciata dal Governo ne è un chiaro esempio.

La logica, ancora una volta, è quella di spostare la ricchezza dai produttori agli speculatori, ossia dai cittadini lavoratori ed imprenditori alle banche ed ai giocatori di borsa, dal profitto e dai salari alla rendita. È la stessa logica insita nel quantitative easing perseguito negli USA, ma risponde ad una tendenza di più lungo periodo, quella della finanziarizzazione dell’economia occidentale, in cui per l’appunto la rendita e la speculazione hanno preso il sopravvento sull’economia reale e produttiva. Il professore Steve Keen, economista australiano, ha parlato del «più grande trasferimento di ricchezza della storia». L’economista statunitense Dean Baker ha scritto di una«massiccia redistribuzione del reddito agli azionisti ed agli alti dirigenti delle banche». Gli economisti Hossein Askari e Noureddine Krichene hanno affermato che «il potere d’acquisto è sottratto a lavoratori, pensionati e correntisti e donato a debitori e speculatori».

Non si tratta solo d’un problema di equità o iniquità, ma anche di efficienza e pragmatica. Gli stessi padri del liberismo, gli economisti politici classici dell’Inghilterra sette-ottocentesca, sottolineavano il ruolo negativo giocato dalla rendita nella crescita economica. Politiche che favoriscono la rendita sul profitto e sul salario, la speculazione sulle attività produttive, sono del resto cominciate ben prima della crisi del 2008, in parallelo con la finanziarizzazione (e deindustrializzazione) dell’economia occidentale.

Misure di “risanamento” che, per salvare speculatori e rentier, colpiscono i produttori, finiscono col dilapidare il capitale umano della nazione. Pensiamo ai tagli al sociale: un cittadino meno istruito e meno sano apporta minore beneficio alla nazione. Inoltre, il pericoloso sommarsi di riduzione dei servizi ed aumento della pressione fiscale genera malcontento, ed i recenti esempi dei paesi arabi, dell’Inghilterra e della Francia dovrebbero far suonare un campanello d’allarme. L’inasprirsi del conflitto sociale e l’esplodere di tumulti raramente è una buona notizia per un paese, quasi mai lo è per la sua economia.

Inoltre, la diminuzione della spesa pubblica può incidere negativamente, oltre che sui servizi, anche sugl’investimenti produttivi, come la costruzione di nuove infrastrutture. Non si vuol qui negare l’opportunità di ridurre la spesa pubblica, ma si contesta che, lungi dal puntare agli sprechi, si opti per tagli salomonici, e che le ristrettezze di bilancio siano dettate e commisurate agl’interessi da pagare ai rentier.

Il rischio è che, se tra qualche decennio l’Italia avrà interamente pagato il suo debito, l’avrà però fatto a costo dell’immobilismo e della stagnazione, ritrovandosi così retrocessa nel “secondo mondo”, o addirittura più indietro.

Alternative possibili ci sono, benché se ne parli di rado. Salvatore Cannavò è uno dei pochi giornalisti ad averne proposta una: ricorrere alla tesi del “debito illegittimo” dell’economista francese François Chesnais per disconoscere o rinegoziare una parte del debito, come fatto dall’Ecuador nel 2007. Nel 2005 l’Argentina fece di più, ristrutturando per intero il proprio debito: ossia rinegoziando gl’importi e gl’interessi coi creditori, di fronte all’oggettiva impossibilità di ripagarlo per intero. Si tratta di provvedimenti più moderati del puro e semplice “default sovrano” (ossia la bancarotta e la cancellazione tout court del debito), ma non meno efficaci.

Ristrutturare il debito non ha avuto che effetti benefici sui paesi che l’hanno fatto. L’Ecuador nel 2008 fece segnare una crescita record del PIL per il paese, pari al 6,5%, ed anche dopo il duro colpo della crisi mondiale oggi cresce d’oltre il 3% l’anno. Dal 2006 ad oggi il PIL pro capite del paese è cresciuto d’oltre il 70%, e la popolazione sotto la soglia di povertà è diminuita di quasi il 15%. In Argentina la crescita del PIL post-ristrutturazione si è assestata attorno al 9% e, dopo il rallentamento in coincidenza con la crisi mondiale, è tornata al 7,5%. Il reddito pro capite dal 2004 ad oggi è cresciuto di quasi un quinto. Dal 2004 al 2010 la popolazione sotto la soglia di povertà è passata dal 44,3% al 13,9%.

A titolo di raffronto, dal 2004 in Italia il reddito pro capite è aumentato solo del 10%, il PIL è cresciuto, quando è cresciuto, di poco più dell’1% all’anno. Nella Grecia catturata dalla spirale debitoria un quinto della popolazione vive sotto la soglia di povertà, il reddito pro capite è in calo dal 2007, il PIL è sceso del 2% nel 2009 e del 4,5% nel 2010.

Alla luce di questi dati, non resta che da domandarsi: chi vuole imitare l’Italia? La Grecia e le sue ferali prestazioni economiche, oppure l’Argentina che, sgravatasi dal peso del debito pubblico, sta crescendo a ritmi “cinesi”?

* Daniele Scalea è segretario scientifico dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) e redattore della rivista “Eurasia”. È autore de La sfida totale (Roma 2010) e co-autore (con Pietro Longo) di Capire le rivolte arabe. Alle origini del fenomeno rivoluzionario (Dublin-Roma 2011).


Fonte: Eurasia


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Morire per il debito?

Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, il socialista francese Marcel Deat si chiedeva se valesse la pena “morire per Danzica”. Parafrasando le sue parole, oggi gl’Italiani dovrebbero domandarsi se valga la pena “morire per il debito”. Perché la sorte che si profila per il nostro paese è tutt’altro che rosea. A meno di prendere scelte coraggiose che possono cambiare il corso della nostra storia…

Il recente attacco speculativo allo Stato ed alle banche italiane ha portato, per riprendere la formulazione ripetuta da molti commentatori, ad un commissariamentodel nostro paese da parte di potentati esteri. La Banca Centrale Europea (BCE),d’accordo con USA, Francia e Germania, ha cominciato ad acquistare titoli di debito pubblico italiano sul mercato, ma chiedendo in cambio pesanti contropartite.

La “politica di risanamento” che la BCE pretende dall’Italia nasconde dei palesi secondi fini, e non potrebbe essere altrimenti vista la regia – neppure tanto occulta – di potenze estere nella vicenda. L’ormai famosa lettera di Jean-Claude Trichet e Mario Draghi a Berlusconi è rivelatrice in tal senso. Il duo rappresentante della BCE avrebbe infatti indicato come misura prioritaria la privatizzazione del patrimonio pubblico italiano.

Ora, non esiste un singolo esempio storico in cui le privatizzazioni abbiano portato ad una significativa riduzione del debito d’uno Stato. Il caso italiano dei primi anni ’90 è significativo. Allora lo Stato procedette, tra le altre cose, alla dismissione di una mega-corporazione industriale-finanziaria, l’IRI: la settima maggiore società al mondo per fatturato, che a lungo era stata la più grande azienda al di fuori degli USA. Ebbene,l’erario incassò in totale 198.000 miliardi di lire, pari ad appena l’8% del debito pubblico (2.500.000 miliardi di lire). Se sollievo vi fu, fu di breve durata, perché oggi il debito pubblico italiano è di oltre 1.900 miliardi di euro, ossia quasi 3.700.000 miliardi di vecchie lire.

Mario Draghi dovrebbe conoscere bene questo caso, dal momento che all’epoca delle privatizzazioni degli anni ’90 era direttore generale del Tesoro e partecipò alla tristemente nota riunione sul panfilo “Britannia” di Sua Maestà la Regina d’Inghilterra. Dovrebbe ricordarsi anche di come le privatizzazioni (che già erano cominciate negli anni ’80) abbiano portato, alfine, al declino industriale dell’Italia. Infatti, cosa rimane oggi di quell’Italia in cui la Olivetti produceva calcolatori elettronici (oggi noti come computer, proprio perché noi uscimmo anzitempo dal settore lasciandolo in mano agli anglosassoni) o in cui la Montedison era all’avanguardia nella sperimentazione degli organismi geneticamente modificati? Queste amare considerazioni potrebbero spingerci a farne d’ancora più aspre circa la scelta del governo Berlusconi di barattare con Sarkozy la Libia e la Parmalat pur d’avere il via libera francese alla nomina di Draghi a prossimo presidente della BCE: in tempi non sospetti notevamo che l’ex dirigente di Goldman Sachs appare più vicino alla finanza anglosassone che al sistema economico italiano.

Ma se le privatizzazioni sono inefficaci, perché Trichet e Draghi, ma anche le cosiddette “parti sociali” italiane (Confindustria e sindacati), pongono l’enfasi su di esse? Probabilmente perché rimangono oggi alcuni bocconi ghiotti, aziende solide ed in attivo come ENI, Finmeccanica e Poste Italiane. Aziende che sono però strategiche per lo Stato italiano, perché operative, rispettivamente, in settori come l’approvvigionamento energetico, la produzione d’armamenti, la banca e le comunicazioni.

Al di là della preoccupante prospettiva di perdere il controllo d’industrie strategiche, lasciando in futuro settori vitali dell’economia e della potenza italiana in mano altrui, la “politica di risanamento” impone altri pesanti oneri e sacrifici alla società: la finanziaria recentemente annunciata dal Governo ne è un chiaro esempio.

La logica, ancora una volta, è quella di spostare la ricchezza dai produttori agli speculatori, ossia dai cittadini lavoratori ed imprenditori alle banche ed ai giocatori di borsa, dal profitto e dai salari alla rendita. È la stessa logica insita nel quantitative easing perseguito negli USA, ma risponde ad una tendenza di più lungo periodo, quella della finanziarizzazione dell’economia occidentale, in cui per l’appunto la rendita e la speculazione hanno preso il sopravvento sull’economia reale e produttiva. Il professore Steve Keen, economista australiano, ha parlato del «più grande trasferimento di ricchezza della storia». L’economista statunitense Dean Baker ha scritto di una«massiccia redistribuzione del reddito agli azionisti ed agli alti dirigenti delle banche». Gli economisti Hossein Askari e Noureddine Krichene hanno affermato che «il potere d’acquisto è sottratto a lavoratori, pensionati e correntisti e donato a debitori e speculatori».

Non si tratta solo d’un problema di equità o iniquità, ma anche di efficienza e pragmatica. Gli stessi padri del liberismo, gli economisti politici classici dell’Inghilterra sette-ottocentesca, sottolineavano il ruolo negativo giocato dalla rendita nella crescita economica. Politiche che favoriscono la rendita sul profitto e sul salario, la speculazione sulle attività produttive, sono del resto cominciate ben prima della crisi del 2008, in parallelo con la finanziarizzazione (e deindustrializzazione) dell’economia occidentale.

Misure di “risanamento” che, per salvare speculatori e rentier, colpiscono i produttori, finiscono col dilapidare il capitale umano della nazione. Pensiamo ai tagli al sociale: un cittadino meno istruito e meno sano apporta minore beneficio alla nazione. Inoltre, il pericoloso sommarsi di riduzione dei servizi ed aumento della pressione fiscale genera malcontento, ed i recenti esempi dei paesi arabi, dell’Inghilterra e della Francia dovrebbero far suonare un campanello d’allarme. L’inasprirsi del conflitto sociale e l’esplodere di tumulti raramente è una buona notizia per un paese, quasi mai lo è per la sua economia.

Inoltre, la diminuzione della spesa pubblica può incidere negativamente, oltre che sui servizi, anche sugl’investimenti produttivi, come la costruzione di nuove infrastrutture. Non si vuol qui negare l’opportunità di ridurre la spesa pubblica, ma si contesta che, lungi dal puntare agli sprechi, si opti per tagli salomonici, e che le ristrettezze di bilancio siano dettate e commisurate agl’interessi da pagare ai rentier.

Il rischio è che, se tra qualche decennio l’Italia avrà interamente pagato il suo debito, l’avrà però fatto a costo dell’immobilismo e della stagnazione, ritrovandosi così retrocessa nel “secondo mondo”, o addirittura più indietro.

Alternative possibili ci sono, benché se ne parli di rado. Salvatore Cannavò è uno dei pochi giornalisti ad averne proposta una: ricorrere alla tesi del “debito illegittimo” dell’economista francese François Chesnais per disconoscere o rinegoziare una parte del debito, come fatto dall’Ecuador nel 2007. Nel 2005 l’Argentina fece di più, ristrutturando per intero il proprio debito: ossia rinegoziando gl’importi e gl’interessi coi creditori, di fronte all’oggettiva impossibilità di ripagarlo per intero. Si tratta di provvedimenti più moderati del puro e semplice “default sovrano” (ossia la bancarotta e la cancellazione tout court del debito), ma non meno efficaci.

Ristrutturare il debito non ha avuto che effetti benefici sui paesi che l’hanno fatto. L’Ecuador nel 2008 fece segnare una crescita record del PIL per il paese, pari al 6,5%, ed anche dopo il duro colpo della crisi mondiale oggi cresce d’oltre il 3% l’anno. Dal 2006 ad oggi il PIL pro capite del paese è cresciuto d’oltre il 70%, e la popolazione sotto la soglia di povertà è diminuita di quasi il 15%. In Argentina la crescita del PIL post-ristrutturazione si è assestata attorno al 9% e, dopo il rallentamento in coincidenza con la crisi mondiale, è tornata al 7,5%. Il reddito pro capite dal 2004 ad oggi è cresciuto di quasi un quinto. Dal 2004 al 2010 la popolazione sotto la soglia di povertà è passata dal 44,3% al 13,9%.

A titolo di raffronto, dal 2004 in Italia il reddito pro capite è aumentato solo del 10%, il PIL è cresciuto, quando è cresciuto, di poco più dell’1% all’anno. Nella Grecia catturata dalla spirale debitoria un quinto della popolazione vive sotto la soglia di povertà, il reddito pro capite è in calo dal 2007, il PIL è sceso del 2% nel 2009 e del 4,5% nel 2010.

Alla luce di questi dati, non resta che da domandarsi: chi vuole imitare l’Italia? La Grecia e le sue ferali prestazioni economiche, oppure l’Argentina che, sgravatasi dal peso del debito pubblico, sta crescendo a ritmi “cinesi”?

* Daniele Scalea è segretario scientifico dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie (IsAG) e redattore della rivista “Eurasia”. È autore de La sfida totale (Roma 2010) e co-autore (con Pietro Longo) di Capire le rivolte arabe. Alle origini del fenomeno rivoluzionario (Dublin-Roma 2011).


Fonte: Eurasia


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