martedì 16 agosto 2011

In Italia oltre 1,5 milioni di "scoraggiati" in buona parte sono donne del Sud

I dati Istat riferiti al primo trimestre del 2011. Il fenomeno, che interessa fortemente anche i giovani, si concentra di più nel Mezzogiorno. Sono oltre 680 mila gli under 35 che cercano un'occupazione da oltre un anno

ROMA - Oltre un milione e mezzo di italiani sono "scoraggiati" e non cercano più un lavoro perché ritengono di non trovarlo. A certificarlo è l'Istat, con riferimento ai dati del primo trimestre del 2011. Dalle cifre emerge come il fenomeno colpisca soprattutto le donne e il Mezzogiorno. Quasi la metà degli "scoraggiati", precisamente 698 mila (il 45% del totale) è, infatti, rappresentata da donne meridionali.

Oltre alle donne meridionali, i più colpiti dall'impossibilità di trovare un nuovo lavoro sono i giovani, 1 sia quelli in cerca di prima occupazione, sia quelli invece che l'hanno perso, soprattutto nel sud Italia. 2 E' quanto emerge da una indagine di Datagiovani 3. Il centro di ricerche mette il luce come quasi 2 giovani disoccupati su 10 lavoravano nel 2009. Si tratta di poco meno di 210mila giovani che hanno perso un posto di lavoro. Ad essi vanno però aggiunti i quasi 218mila ragazzi che sono passati dalla condizione di 'occupato' a quella di 'inattivo', o perché si sono rimessi a studiare o perché sono scoraggiati nella possibilità di trovare un altro posto di lavoro. Da rilevare poi che sono circa 686 mila gli under 35 che cercano lavoro da oltre un anno.


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I dati Istat riferiti al primo trimestre del 2011. Il fenomeno, che interessa fortemente anche i giovani, si concentra di più nel Mezzogiorno. Sono oltre 680 mila gli under 35 che cercano un'occupazione da oltre un anno

ROMA - Oltre un milione e mezzo di italiani sono "scoraggiati" e non cercano più un lavoro perché ritengono di non trovarlo. A certificarlo è l'Istat, con riferimento ai dati del primo trimestre del 2011. Dalle cifre emerge come il fenomeno colpisca soprattutto le donne e il Mezzogiorno. Quasi la metà degli "scoraggiati", precisamente 698 mila (il 45% del totale) è, infatti, rappresentata da donne meridionali.

Oltre alle donne meridionali, i più colpiti dall'impossibilità di trovare un nuovo lavoro sono i giovani, 1 sia quelli in cerca di prima occupazione, sia quelli invece che l'hanno perso, soprattutto nel sud Italia. 2 E' quanto emerge da una indagine di Datagiovani 3. Il centro di ricerche mette il luce come quasi 2 giovani disoccupati su 10 lavoravano nel 2009. Si tratta di poco meno di 210mila giovani che hanno perso un posto di lavoro. Ad essi vanno però aggiunti i quasi 218mila ragazzi che sono passati dalla condizione di 'occupato' a quella di 'inattivo', o perché si sono rimessi a studiare o perché sono scoraggiati nella possibilità di trovare un altro posto di lavoro. Da rilevare poi che sono circa 686 mila gli under 35 che cercano lavoro da oltre un anno.


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De Magistris: «Ecco le teste che taglierò. Basta errori, cambio tutto»

di Luigi Roano

NAPOLI - Da Obama, «arriverà, arriverà»; alle partecipate «a dicembre cambierò tutti i manager»; passando per il Forum delle culture e la Coppa America «grandi opportunità che sfrutteremo». Con al centro di ogni suo pensiero i rifiuti e la soddisfazione «di avere Napoli pulita in pieno agosto». Di più, il rilancio sulla differenziata: «Entro fine anno ci sarà il cento per cento del porta a porta». Il sindaco Luigi de Magistris è gasato, dopo la breve vacanza con la sua famiglia già oggi sarà in città per riprendere il discorso amministrativo appena iniziato.

Allora sindaco Ferragosto è tempo di bilanci, qual è il suo?
«Due mesi di lavoro intenso, 14-16 ore al giorno con la gradita sorpresa di avere scoperto che la giunta ha i miei stessi ritmi. C’è grande partecipazione, il Comune detta i tempi della politica sul territorio. Tutti hanno capito che vogliamo riempire il vuoto che abbiamo trovato all’atto dell’insediamento. Settembre però è determinante, decisivo per consolidare almeno due punti del programma».

Quali?
«L’uscita definitiva dall’emergenza con i rifiuti spediti all’estero. Oggi Napoli è pulita non c’è un sacchetto a terra, siamo vicini a quota zero e non era scontato che ciò accadesse. È un fatto enorme. Poi il piano per la mobilità, rafforzeremo le ztl, andremo anche sui Quartieri spagnoli per puntare poi al 2012 con la chiusura del Corso Umberto».

Procediamo con ordine, perché il discorso rifiuti anche a cassonetti vuoti tiene comunque banco. Basteranno le spedizioni all’estero per tenere Napoli pulita?
«Scontiamo ritardi paurosi sull’impiantisca, non è solo la questione differenziata, chi ci ha preceduto non ha dotato la città di nulla. Ma noi riusciremo a tenere Napoli pulita. C’è grande mobiltazione dei napoletani».

Sempre sicuro che entro fine anno avremo il 70 per cento della differenziata?
«Sì, se il governo sblocca i fondi e credo che lo farà, entro il 31 dicembre avremo tutta la città coperta dal porta a porta. Nel nostro cronoprogramma sui rifiuti siamo avanti».

L’inceneritore, il Comune continuerà a dire no malgrado la sentenza del Tar e la legge che lo prevede?
«Siamo già nella fase del superamento dell’inceneritore, non c’è nessuna legge che lo impone ma solo un bando di gara del presidente Stefano Caldoro. A Napoli est si dovrebbe bruciare la spazzatura di tutta la regione. Noi dimostreremo con i fatti che l’inceneritore non serve per pulire Napoli. In seconda battuta il Comune agirà in tutte le sedi - anche giuridiche - per difendere il suo no a quell’impianto costoso e dannoso».

Non ci sono i sacchetti ma Napoli ha bisogno di molto altro per riconquistare il volto di una città normale. Cosa intende fare?
«Intanto siamo intervenuti a Piazza Garibaldi, ne vado molto fiero. Ora quel luogo ha una maggiore dignità è la porta di una città che deve tornare a recitare il ruolo di capitale mondiale. Realizzeremo un’area mercatale attrezzata dove chi desidera mettersi in regola può accedere. Penso a via Bologna. Ne faremo altre per dare modo agli ambulanti di regolarizzarsi. La prossima tappa sarà via Roma. È intollerabile che per le vie della città e - persino sui marciapiedi - si possano fare traffici illegali. Napoli non deve essere più vista nell’immaginario collettivo come capitale della monnezza ma capitale di un’esperienza ambientale e sociale e umana di primo livello».

Settembre decisivo e il resto dell’anno?

«Cambieremo i manager di tutte le partecipate entro dicembre. Siamo già intervenuti per incorporazione, è il caso della mobilità con Napolipark e Anm. Ci sarà la fine della lottizzazione partitocratica e riguarderà tutte le nostre aziende».

Che fa indossa di nuovo la bandana per scassare?
«Questa amministrazione si vuole caratterizzare non per lo spoil system, non vogliamo essere Attila che cancella tutto. Però vogliamo cambiare molto e mettere volti nuovi. Dobbiamo cambiare Napoli ed è legittimo che nelle società strategiche ci mettiamo persone che hanno lo stesso nostro modo di sentire il mondo. Cambieremo anche i nomi ad Asìa e Bagnolifutura».

A proposito, l’area occidentale sarà teatro della Coppa America e del Forum delle culture, due grandissimi eventi. Come vanno le cose con la Bagnolifutura?
«Cambieremo molto la Bagnolifutura, anche la missione sociale. Penso a forme di azionariato popolare. Verso la Stu rimangono intatte le critiche su quello che è stato fatto e soprattutto su quello che non è stato fatto. Ora sono il sindaco ho monitorato ci sono opere ormai finite servono pochi soldi che deve sbloccare la Regione spero lo faccia presto».

Per esempio?
«Trovo assurdo che il parco dello sport rischi di essere vandalizzato, così come il centro benessere che io non avrei fatto, ma giacché c’é non lo sprechiamo».

Il Forum delle culture a che punto è?
«È uno di quegli eventi su cui mi sto concentrando. Non nascondo di avere ereditato una situazione insoddisfacente. La Regione ancora non ci ha detto quanti soldi mette ed è necessario per programmare. E la stessa Fondazione non ha avuto l’apertura di orizzonti che merita un simile evento. Entro il mese ci saranno novità importanti. Il sindaco si prenderà le responsabilità in prima persona».

La Coppa America di vela. Nella sua parte politica ci sono molti mal di pancia.
«È sbagliato. L’obiettivo per Bagnoli è la riqualificazione ambientale. Con la Coppa America, oggi gli organizzatori dovrebbero ufficializzare Napoli come sede, non ci sarà un solo impianto che al termine della manifestazione non sarà rimosso. Con i soldi che si muoveranno intorno all’evento creeremo posti di lavoro e tireremo fuori i fondi per eliminare la colmata. Con me sindaco ogni napoletano dovrà girare il mondo orgoglioso di sentirsi napoletano. Altro che capitale della monnezza. La mia elezione a sindaco a livello internazionale ha ridato credibilità alla città anche per questo arrivano grandi eventi».

I rapporti con Berlusconi come sono?

«Con il governo in generale il rapporto è molto buono, con tutti i ministri che ho incontrato c’è stata subito intesa. Poi in particolare con la presidenza del Consiglio, con il sottosegretario Gianni Letta e Palazzo Chigi abbiamo aperto una nuova stagione con un dialogo di alto profilo istituzionale»

C’è la sensazione che lei abbia in qualche modo tranquillizzato l’opposizione, forse se opposizione c’è, esiste solo nel centrosinistra. Mica male.
«Avverto questa sensazione di fiducia nei miei riguardi e ne vado fiero. Ho sempre detto che sarei stato il sindaco di tutti. Ora che lo sono a maggior ragione sento questa responsabilità».

E con il Pd sempre porte aperte?
«A livello nazionale rapporti buoni, anzi sono migliorati molto. Insieme dobbiamo lavorare per sconfiggere Berlusconi e trovare un’alternativa politica al centrodestra. A livello locale non mi sfugge il dato che una parte del partito godrebbe di miei eventuali errori. Ma si tratta dei vecchi dirigenti. Il dialogo con Enzo Amendola e Andrea Orlando è apertissimo».

La domanda è obbligatoria. Tra due anni si voterà per il Parlamento e nel centrosinistra le idee sono poche e confuse. Ha fatto un pensierino a Palazzo Chigi?
«Nei prossimi 5 anni qualunque cosa accada e qualunque proposta avrò e qualsiasi consiglio mi daranno farò il sindaco di Napoli. In secondo luogo voglio lavorare per la costruzione di un nuovo modo di fare politica nazionale e lo voglio fare da Napoli e a Napoli. Un modello liberale e socialista che tuteli il mercato ma soprattutto le persone con una distribuzione equa della ricchezza».

Il suo modello, Barack Obama, verrà a Napoli davvero?
«L’obiettivo lo centreremo sulla data dipende da lui, Napoli è tornata al centro degli scenari internazionali. a prescindere. A ottobre avremo 15 sindaci da tutti continenti per discutere di lotta alle mafie; a marzo una conferenza internazionale sui laboratori politici del sud del mondo e dell’Europa a cominciare dagli indignados».

Fonte: Il Mattino


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di Luigi Roano

NAPOLI - Da Obama, «arriverà, arriverà»; alle partecipate «a dicembre cambierò tutti i manager»; passando per il Forum delle culture e la Coppa America «grandi opportunità che sfrutteremo». Con al centro di ogni suo pensiero i rifiuti e la soddisfazione «di avere Napoli pulita in pieno agosto». Di più, il rilancio sulla differenziata: «Entro fine anno ci sarà il cento per cento del porta a porta». Il sindaco Luigi de Magistris è gasato, dopo la breve vacanza con la sua famiglia già oggi sarà in città per riprendere il discorso amministrativo appena iniziato.

Allora sindaco Ferragosto è tempo di bilanci, qual è il suo?
«Due mesi di lavoro intenso, 14-16 ore al giorno con la gradita sorpresa di avere scoperto che la giunta ha i miei stessi ritmi. C’è grande partecipazione, il Comune detta i tempi della politica sul territorio. Tutti hanno capito che vogliamo riempire il vuoto che abbiamo trovato all’atto dell’insediamento. Settembre però è determinante, decisivo per consolidare almeno due punti del programma».

Quali?
«L’uscita definitiva dall’emergenza con i rifiuti spediti all’estero. Oggi Napoli è pulita non c’è un sacchetto a terra, siamo vicini a quota zero e non era scontato che ciò accadesse. È un fatto enorme. Poi il piano per la mobilità, rafforzeremo le ztl, andremo anche sui Quartieri spagnoli per puntare poi al 2012 con la chiusura del Corso Umberto».

Procediamo con ordine, perché il discorso rifiuti anche a cassonetti vuoti tiene comunque banco. Basteranno le spedizioni all’estero per tenere Napoli pulita?
«Scontiamo ritardi paurosi sull’impiantisca, non è solo la questione differenziata, chi ci ha preceduto non ha dotato la città di nulla. Ma noi riusciremo a tenere Napoli pulita. C’è grande mobiltazione dei napoletani».

Sempre sicuro che entro fine anno avremo il 70 per cento della differenziata?
«Sì, se il governo sblocca i fondi e credo che lo farà, entro il 31 dicembre avremo tutta la città coperta dal porta a porta. Nel nostro cronoprogramma sui rifiuti siamo avanti».

L’inceneritore, il Comune continuerà a dire no malgrado la sentenza del Tar e la legge che lo prevede?
«Siamo già nella fase del superamento dell’inceneritore, non c’è nessuna legge che lo impone ma solo un bando di gara del presidente Stefano Caldoro. A Napoli est si dovrebbe bruciare la spazzatura di tutta la regione. Noi dimostreremo con i fatti che l’inceneritore non serve per pulire Napoli. In seconda battuta il Comune agirà in tutte le sedi - anche giuridiche - per difendere il suo no a quell’impianto costoso e dannoso».

Non ci sono i sacchetti ma Napoli ha bisogno di molto altro per riconquistare il volto di una città normale. Cosa intende fare?
«Intanto siamo intervenuti a Piazza Garibaldi, ne vado molto fiero. Ora quel luogo ha una maggiore dignità è la porta di una città che deve tornare a recitare il ruolo di capitale mondiale. Realizzeremo un’area mercatale attrezzata dove chi desidera mettersi in regola può accedere. Penso a via Bologna. Ne faremo altre per dare modo agli ambulanti di regolarizzarsi. La prossima tappa sarà via Roma. È intollerabile che per le vie della città e - persino sui marciapiedi - si possano fare traffici illegali. Napoli non deve essere più vista nell’immaginario collettivo come capitale della monnezza ma capitale di un’esperienza ambientale e sociale e umana di primo livello».

Settembre decisivo e il resto dell’anno?

«Cambieremo i manager di tutte le partecipate entro dicembre. Siamo già intervenuti per incorporazione, è il caso della mobilità con Napolipark e Anm. Ci sarà la fine della lottizzazione partitocratica e riguarderà tutte le nostre aziende».

Che fa indossa di nuovo la bandana per scassare?
«Questa amministrazione si vuole caratterizzare non per lo spoil system, non vogliamo essere Attila che cancella tutto. Però vogliamo cambiare molto e mettere volti nuovi. Dobbiamo cambiare Napoli ed è legittimo che nelle società strategiche ci mettiamo persone che hanno lo stesso nostro modo di sentire il mondo. Cambieremo anche i nomi ad Asìa e Bagnolifutura».

A proposito, l’area occidentale sarà teatro della Coppa America e del Forum delle culture, due grandissimi eventi. Come vanno le cose con la Bagnolifutura?
«Cambieremo molto la Bagnolifutura, anche la missione sociale. Penso a forme di azionariato popolare. Verso la Stu rimangono intatte le critiche su quello che è stato fatto e soprattutto su quello che non è stato fatto. Ora sono il sindaco ho monitorato ci sono opere ormai finite servono pochi soldi che deve sbloccare la Regione spero lo faccia presto».

Per esempio?
«Trovo assurdo che il parco dello sport rischi di essere vandalizzato, così come il centro benessere che io non avrei fatto, ma giacché c’é non lo sprechiamo».

Il Forum delle culture a che punto è?
«È uno di quegli eventi su cui mi sto concentrando. Non nascondo di avere ereditato una situazione insoddisfacente. La Regione ancora non ci ha detto quanti soldi mette ed è necessario per programmare. E la stessa Fondazione non ha avuto l’apertura di orizzonti che merita un simile evento. Entro il mese ci saranno novità importanti. Il sindaco si prenderà le responsabilità in prima persona».

La Coppa America di vela. Nella sua parte politica ci sono molti mal di pancia.
«È sbagliato. L’obiettivo per Bagnoli è la riqualificazione ambientale. Con la Coppa America, oggi gli organizzatori dovrebbero ufficializzare Napoli come sede, non ci sarà un solo impianto che al termine della manifestazione non sarà rimosso. Con i soldi che si muoveranno intorno all’evento creeremo posti di lavoro e tireremo fuori i fondi per eliminare la colmata. Con me sindaco ogni napoletano dovrà girare il mondo orgoglioso di sentirsi napoletano. Altro che capitale della monnezza. La mia elezione a sindaco a livello internazionale ha ridato credibilità alla città anche per questo arrivano grandi eventi».

I rapporti con Berlusconi come sono?

«Con il governo in generale il rapporto è molto buono, con tutti i ministri che ho incontrato c’è stata subito intesa. Poi in particolare con la presidenza del Consiglio, con il sottosegretario Gianni Letta e Palazzo Chigi abbiamo aperto una nuova stagione con un dialogo di alto profilo istituzionale»

C’è la sensazione che lei abbia in qualche modo tranquillizzato l’opposizione, forse se opposizione c’è, esiste solo nel centrosinistra. Mica male.
«Avverto questa sensazione di fiducia nei miei riguardi e ne vado fiero. Ho sempre detto che sarei stato il sindaco di tutti. Ora che lo sono a maggior ragione sento questa responsabilità».

E con il Pd sempre porte aperte?
«A livello nazionale rapporti buoni, anzi sono migliorati molto. Insieme dobbiamo lavorare per sconfiggere Berlusconi e trovare un’alternativa politica al centrodestra. A livello locale non mi sfugge il dato che una parte del partito godrebbe di miei eventuali errori. Ma si tratta dei vecchi dirigenti. Il dialogo con Enzo Amendola e Andrea Orlando è apertissimo».

La domanda è obbligatoria. Tra due anni si voterà per il Parlamento e nel centrosinistra le idee sono poche e confuse. Ha fatto un pensierino a Palazzo Chigi?
«Nei prossimi 5 anni qualunque cosa accada e qualunque proposta avrò e qualsiasi consiglio mi daranno farò il sindaco di Napoli. In secondo luogo voglio lavorare per la costruzione di un nuovo modo di fare politica nazionale e lo voglio fare da Napoli e a Napoli. Un modello liberale e socialista che tuteli il mercato ma soprattutto le persone con una distribuzione equa della ricchezza».

Il suo modello, Barack Obama, verrà a Napoli davvero?
«L’obiettivo lo centreremo sulla data dipende da lui, Napoli è tornata al centro degli scenari internazionali. a prescindere. A ottobre avremo 15 sindaci da tutti continenti per discutere di lotta alle mafie; a marzo una conferenza internazionale sui laboratori politici del sud del mondo e dell’Europa a cominciare dagli indignados».

Fonte: Il Mattino


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A Gaeta " TERRONI" di R. D'Alessandro e Mimmo Cavallo

Mimmo Cavallo canta Te Deum Gaeta
1

http://www.youtube.com/watch?v=DG41a3l_RvM&feature=feedu
All'Arena Miramare Mimmo Cavallo ha dato sfoggio alla sua grande vitalità di artista. Ha dedicato a Gaeta, città martire del risorgimento una canzone, "Te Deum Gaeta" a ricordo di Francesco II che lasciava la città il 14 febbraio del 1861.

2

http://www.youtube.com/watch?v=RE_sKEUfBas&feature=feedu

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Mimmo Cavallo canta Te Deum Gaeta
1

http://www.youtube.com/watch?v=DG41a3l_RvM&feature=feedu
All'Arena Miramare Mimmo Cavallo ha dato sfoggio alla sua grande vitalità di artista. Ha dedicato a Gaeta, città martire del risorgimento una canzone, "Te Deum Gaeta" a ricordo di Francesco II che lasciava la città il 14 febbraio del 1861.

2

http://www.youtube.com/watch?v=RE_sKEUfBas&feature=feedu

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La decadenza dell'occidente


http://www.youtube.com/watch?v=6umOz1i1Vlk

Eugenio Benetazzo ospite di Vacanze in Puglia (Studio 100)
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http://www.youtube.com/watch?v=6umOz1i1Vlk

Eugenio Benetazzo ospite di Vacanze in Puglia (Studio 100)

lunedì 15 agosto 2011

La farfalla e i kalashnikov

decrescitamundidi Massimo Fini.

Quello che è suonato in queste settimane è stato il gong del quattordicesimo round. Il prossimo sarà l’ultimo e metterà fine al match. Una volta si diceva che il battito d’ali di una farfalla in Giappone poteva provocare una catastrofe nell’emisfero opposto. Era un’iperbole per esprimere il concetto che l’eco-sistema-Terra è integrato e ogni sua componente è interdipendente. Un battito d’ali di farfalla sposta dell’aria che muove un moscerino che cambia la sua traiettoria e quella di un passero che gli faceva la posta e così via. Rimaneva comunque un’iperbole perché la forza d’attrito a un certo punto spezzava queste concatenazioni. Nel mondo globale invece l’iperbole si è realizzata in economia, attraverso il denaro che, essendo virtuale, non conosce l’attrito.

Enormi masse di denaro si spostano ogni giorno, ogni ora, ogni minuto da una parte all’altra del mondo senza trovare ostacoli. In un mondo integrato e globale il battito d’ali di una farfalla americana, per restare alla nostra metafora, può avere conseguenze devastanti in ogni angolo del pianeta. Ne restano fuori solo quelle popolazioni, ormai delle mosche bianche, che, o per rifiuto consapevole o per altro, non sono entrate nel mercato internazionale (certamente gli indigeni delle Isole Andemane possono farsi un baffo di questi tsunami monetari).

Lo abbiamo visto con la crisi dei “subprime” americani del 2008 che è rimbalzata in Europa provocando il default dell’Irlanda e della Grecia e che poi, come un’onda di ritorno, ha colpito di nuovo gli Stati Uniti mentre in Europa le defaillances irlandese e greca hanno intaccato il Portogallo, la Spagna, hanno aggredito l’Italia e domani, probabilmente, tutto il vecchio continente.

Ma il contraccolpo colpisce anche i paesi cosiddetti emergenti dell’Asia. La cosa più inquietante, anzi disperante, è il senso di impotenza che dà questo sistema. Nessuno, individuo o Stato, è più arbitro del proprio destino. Tu puoi aver lavorato una vita, con fatica e con coscienza, e basta un battito d’ali in una qualsiasi parte del mondo per distruggere, d’un colpo, il tuo lavoro, la tua fatica, i tuoi risparmi (che sono “forza-lavoro”, energia tesaurizzata e messa da parte). Ma le leadership mondiali si ostinano a parare ogni nuova crisi immettendo nel sistema altro denaro inesistente (nel senso che non corrisponde a nulla, questo è il senso dell’innalzamento legale del debito pubblico americano, che è come se uno che ha tutti i parametri del sangue sballati decidesse di essere guarito perché li ha portati a un livello più alto) che va ad aumentare lo tsunami della massa monetaria che, al prossimo colpo, si abbatterà su di noi con una violenza ancor più devastante. Finché, fra non molto, arriverà il colpo del ko che nessun trucchetto contabile riuscirà a mascherare.

Possibile che sia così difficile da capire che non dobbiamo più crescere ma decrescere, che non dobbiamo modernizzare ma smodernizzare, che dobbiamo allentare la morsa dell’integrazione globale? Il mondo occidentale (inteso in senso lato perché ormai quasi tutti i paesi sono coinvolti nel modello di sviluppo a crescita esponenziale partito dall’Europa, in Inghilterra, a metà del XVIII secolo) si rifiuta di capire, perché considera irrinunciabili gli standard di benessere acquisiti. E allora si droga di denaro. Non comprende che se non pilota una decrescita graduale di questo benessere lo perderà tutto d’un colpo per quanti sacrifici, e massacri, possa pretendere dalle popolazioni. Quando la gente delle città, crollato il sistema del denaro, si accorgerà che non può mangiare l’asfalto e bere il petrolio, si riverserà alla ricerca di cibo nelle campagne dove si saranno rifugiati i più previdenti, provvedendosi dell’autosufficienza alimentare oltre che di un buon numero di kalashnikov per respingere queste masse di disperati.

Fonte: Il Fatto Quotidiano, 13 agosto 2011

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decrescitamundidi Massimo Fini.

Quello che è suonato in queste settimane è stato il gong del quattordicesimo round. Il prossimo sarà l’ultimo e metterà fine al match. Una volta si diceva che il battito d’ali di una farfalla in Giappone poteva provocare una catastrofe nell’emisfero opposto. Era un’iperbole per esprimere il concetto che l’eco-sistema-Terra è integrato e ogni sua componente è interdipendente. Un battito d’ali di farfalla sposta dell’aria che muove un moscerino che cambia la sua traiettoria e quella di un passero che gli faceva la posta e così via. Rimaneva comunque un’iperbole perché la forza d’attrito a un certo punto spezzava queste concatenazioni. Nel mondo globale invece l’iperbole si è realizzata in economia, attraverso il denaro che, essendo virtuale, non conosce l’attrito.

Enormi masse di denaro si spostano ogni giorno, ogni ora, ogni minuto da una parte all’altra del mondo senza trovare ostacoli. In un mondo integrato e globale il battito d’ali di una farfalla americana, per restare alla nostra metafora, può avere conseguenze devastanti in ogni angolo del pianeta. Ne restano fuori solo quelle popolazioni, ormai delle mosche bianche, che, o per rifiuto consapevole o per altro, non sono entrate nel mercato internazionale (certamente gli indigeni delle Isole Andemane possono farsi un baffo di questi tsunami monetari).

Lo abbiamo visto con la crisi dei “subprime” americani del 2008 che è rimbalzata in Europa provocando il default dell’Irlanda e della Grecia e che poi, come un’onda di ritorno, ha colpito di nuovo gli Stati Uniti mentre in Europa le defaillances irlandese e greca hanno intaccato il Portogallo, la Spagna, hanno aggredito l’Italia e domani, probabilmente, tutto il vecchio continente.

Ma il contraccolpo colpisce anche i paesi cosiddetti emergenti dell’Asia. La cosa più inquietante, anzi disperante, è il senso di impotenza che dà questo sistema. Nessuno, individuo o Stato, è più arbitro del proprio destino. Tu puoi aver lavorato una vita, con fatica e con coscienza, e basta un battito d’ali in una qualsiasi parte del mondo per distruggere, d’un colpo, il tuo lavoro, la tua fatica, i tuoi risparmi (che sono “forza-lavoro”, energia tesaurizzata e messa da parte). Ma le leadership mondiali si ostinano a parare ogni nuova crisi immettendo nel sistema altro denaro inesistente (nel senso che non corrisponde a nulla, questo è il senso dell’innalzamento legale del debito pubblico americano, che è come se uno che ha tutti i parametri del sangue sballati decidesse di essere guarito perché li ha portati a un livello più alto) che va ad aumentare lo tsunami della massa monetaria che, al prossimo colpo, si abbatterà su di noi con una violenza ancor più devastante. Finché, fra non molto, arriverà il colpo del ko che nessun trucchetto contabile riuscirà a mascherare.

Possibile che sia così difficile da capire che non dobbiamo più crescere ma decrescere, che non dobbiamo modernizzare ma smodernizzare, che dobbiamo allentare la morsa dell’integrazione globale? Il mondo occidentale (inteso in senso lato perché ormai quasi tutti i paesi sono coinvolti nel modello di sviluppo a crescita esponenziale partito dall’Europa, in Inghilterra, a metà del XVIII secolo) si rifiuta di capire, perché considera irrinunciabili gli standard di benessere acquisiti. E allora si droga di denaro. Non comprende che se non pilota una decrescita graduale di questo benessere lo perderà tutto d’un colpo per quanti sacrifici, e massacri, possa pretendere dalle popolazioni. Quando la gente delle città, crollato il sistema del denaro, si accorgerà che non può mangiare l’asfalto e bere il petrolio, si riverserà alla ricerca di cibo nelle campagne dove si saranno rifugiati i più previdenti, provvedendosi dell’autosufficienza alimentare oltre che di un buon numero di kalashnikov per respingere queste masse di disperati.

Fonte: Il Fatto Quotidiano, 13 agosto 2011

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BUON FERRAGOSTO A TUTTI !!


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Vicenza e l'Italia, le scuse a Pontelandolfo

LA STORIA. Una brutta pagina dell'Unità con la strage di 440 cittadini avvenuta 150 anni fa nel Beneventano. Un vicentino tra i bersaglieri che guidarono l'eccidio
Oggi cerimonia di riconciliazione con Amato e il sindaco Variati A guidare le truppe Pier Eleonoro Negri, che passò per "eroe"
Zoom Foto
Pier Eleonoro Negri 1818-1887

Per la prima volta dall'Unità, l'Italia chiede scusa a Pontelandolfo, paese del Beneventano, per la strage di 440 cittadini avvenuta 150 anni fa. E Vicenza sarà presente, oggi alle 18, col sindaco berico, Achille Variati, assieme al presidente del Comitato dei Garanti per i 150 anni dell'Unità d'Italia, Giuliano Amato, che porterà un messaggio del Capo dello Stato. Fu una delle pagine più oscure e ingloriose dell'unificazione dell'Italia, un episodio drammatico di guerra civile, che cominciò con l'uccisione di 41 soldati l'11 agosto del 1861, e si concluse qualche giorno dopo, il 14, con una violenta e brutale rappresaglia dell'esercito con eccidi di massa tra la popolazione. Al comando dei bersaglieri, che furono vittime dei banditi meridionali e poi, per ordine del generale Cialdini (che combatté a Monte Berico) carnefici che misero a ferro e fuoco il paese, c'era il colonnello Pier Eleonoro Negri, un vicentino al quale nel capoluogo sono dedicate una via nel quartiere del Ferrovieri e una scuola elementare a Campedello.
Ieri il sindaco Variati ha telefonato al collega beneventano, Giacomo Testa, per confermare la sua presenza. Variati, secondo il programma, terrà anche un discorso, assieme ad Amato e agli storici che ricorderanno l'episodio. «Conto che la mia presenza possa dare un messaggio di unità e riconciliazione» sottolinea. Va ricordato anche che Luciano Disconzi, insegnante vicentino sposato con una beneventana, s'è dato molto da fare in questi anni per fare riemergere dall'oblio questa pagina di storia, quell'eccidio di massa di cui si macchiarono le truppe sabaude in quel piccolo centro arroccato intorno a un'antica torre una ventina di chilometri a nord di Benevento.
Tra coloro che, fra i primi, ricordarono quanto avvenne fu un gruppo rock, gli "Stormy Six" che quasi quarant'anni fa raccontarono in un long playing, intitolato appunto "Unità" l'altra faccia, quella meno conosciuta, del Risorgimento. Tra cui, appunto, in una canzone struggente, anche l'eccidio del paese campano. Fu una pagina ancora più brutta perchè ignorata, dimenticata, cancellata dalla storia ufficiale. Con quattrocento morti per vendicare 40 soldati uccisi, dieci per uno come alle Fosse Ardeatine, case bruciate, donne stuprate, una folla di vittime inermi che sembrava nessuno volesse più ricordare. Dopo anni di appelli, di attese, di proteste della cittadinanza, una lapide voluta dall'Italia ricorderà finalmente quei morti a partire da una donna, Concetta Biondi, violata e uccisa a 15 anni. E a quei morti una rappresentanza dei bersaglieri, il Corpo che mise in pratica l'eccidio, renderà per la prima volta gli onori militari. Per troppi anni dimenticato, Pontelandolfo diventa ufficialmente uno dei "Luoghi della memoria" della storia unitaria.
Le cronache riportano all'11 agosto 1861. Quel giorno 41 dei 44 soldati al comando del tenente livornese Cesare Bracci furono uccisi dai briganti della banda Giordano, ingrossata da cittadini di Casalduni, Pontelandolfo e Cerreto. Da giorni in quell'area tra il Matese ed il Beneventano erano in corso azioni di bande di ex soldati borbonici appoggiati da notabili locali ed esponenti del clero. Dopo l'uccisione dei 41 soldati partì l'ordine di rappresaglia. Di Pontelandolfo, ordinò il luogotenente del re, il generale Enrico Cialdini, «non deve rimanere più pietra su pietra».
La repressione, affidata ad una colonna di bersaglieri, fu terribile: «Al mattino del giorno 14 - scrisse poi nel suo diario uno di quei soldati, il filatore di seta valtellinese Carlo Margolfo - riceviamo l'ordine superiore di entrare nel comune di Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno i figli, le donne, gli infermi ed incendiarlo (...). Entrammo nel paese: subito abbiamo cominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava, indi il soldato saccheggiava, ed infine abbiamo dato l'incendio al paese, abitato da circa 4500 abitanti».
Nel 1973 (era sindaco Pinuccio Perugini) fu organizzato in paese un convegno di studi per denunciare per la prima volta la strage. Da allora, quasi quarant'anni fa, il Comune di Pontelandolfo chiedeva al governo "un atto ufficiale di riconoscimento", che ricordasse l'eccidio e analizzasse il fenomeno del brigantaggio post unitario perchè Pontelandolfo "non sia più nominata terra di briganti bensì città martire e simbolo della sofferta eppure amata Unità d'Italia".
Oggi alle 18 dopo gli onori militari da parte di una rappresentanza di bersaglieri, verrà deposta una corona. Seguirà la scopertura della lapide intitolate alle vittime.

Antonio Di Lorenzo


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LA STORIA. Una brutta pagina dell'Unità con la strage di 440 cittadini avvenuta 150 anni fa nel Beneventano. Un vicentino tra i bersaglieri che guidarono l'eccidio
Oggi cerimonia di riconciliazione con Amato e il sindaco Variati A guidare le truppe Pier Eleonoro Negri, che passò per "eroe"
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Pier Eleonoro Negri 1818-1887

Per la prima volta dall'Unità, l'Italia chiede scusa a Pontelandolfo, paese del Beneventano, per la strage di 440 cittadini avvenuta 150 anni fa. E Vicenza sarà presente, oggi alle 18, col sindaco berico, Achille Variati, assieme al presidente del Comitato dei Garanti per i 150 anni dell'Unità d'Italia, Giuliano Amato, che porterà un messaggio del Capo dello Stato. Fu una delle pagine più oscure e ingloriose dell'unificazione dell'Italia, un episodio drammatico di guerra civile, che cominciò con l'uccisione di 41 soldati l'11 agosto del 1861, e si concluse qualche giorno dopo, il 14, con una violenta e brutale rappresaglia dell'esercito con eccidi di massa tra la popolazione. Al comando dei bersaglieri, che furono vittime dei banditi meridionali e poi, per ordine del generale Cialdini (che combatté a Monte Berico) carnefici che misero a ferro e fuoco il paese, c'era il colonnello Pier Eleonoro Negri, un vicentino al quale nel capoluogo sono dedicate una via nel quartiere del Ferrovieri e una scuola elementare a Campedello.
Ieri il sindaco Variati ha telefonato al collega beneventano, Giacomo Testa, per confermare la sua presenza. Variati, secondo il programma, terrà anche un discorso, assieme ad Amato e agli storici che ricorderanno l'episodio. «Conto che la mia presenza possa dare un messaggio di unità e riconciliazione» sottolinea. Va ricordato anche che Luciano Disconzi, insegnante vicentino sposato con una beneventana, s'è dato molto da fare in questi anni per fare riemergere dall'oblio questa pagina di storia, quell'eccidio di massa di cui si macchiarono le truppe sabaude in quel piccolo centro arroccato intorno a un'antica torre una ventina di chilometri a nord di Benevento.
Tra coloro che, fra i primi, ricordarono quanto avvenne fu un gruppo rock, gli "Stormy Six" che quasi quarant'anni fa raccontarono in un long playing, intitolato appunto "Unità" l'altra faccia, quella meno conosciuta, del Risorgimento. Tra cui, appunto, in una canzone struggente, anche l'eccidio del paese campano. Fu una pagina ancora più brutta perchè ignorata, dimenticata, cancellata dalla storia ufficiale. Con quattrocento morti per vendicare 40 soldati uccisi, dieci per uno come alle Fosse Ardeatine, case bruciate, donne stuprate, una folla di vittime inermi che sembrava nessuno volesse più ricordare. Dopo anni di appelli, di attese, di proteste della cittadinanza, una lapide voluta dall'Italia ricorderà finalmente quei morti a partire da una donna, Concetta Biondi, violata e uccisa a 15 anni. E a quei morti una rappresentanza dei bersaglieri, il Corpo che mise in pratica l'eccidio, renderà per la prima volta gli onori militari. Per troppi anni dimenticato, Pontelandolfo diventa ufficialmente uno dei "Luoghi della memoria" della storia unitaria.
Le cronache riportano all'11 agosto 1861. Quel giorno 41 dei 44 soldati al comando del tenente livornese Cesare Bracci furono uccisi dai briganti della banda Giordano, ingrossata da cittadini di Casalduni, Pontelandolfo e Cerreto. Da giorni in quell'area tra il Matese ed il Beneventano erano in corso azioni di bande di ex soldati borbonici appoggiati da notabili locali ed esponenti del clero. Dopo l'uccisione dei 41 soldati partì l'ordine di rappresaglia. Di Pontelandolfo, ordinò il luogotenente del re, il generale Enrico Cialdini, «non deve rimanere più pietra su pietra».
La repressione, affidata ad una colonna di bersaglieri, fu terribile: «Al mattino del giorno 14 - scrisse poi nel suo diario uno di quei soldati, il filatore di seta valtellinese Carlo Margolfo - riceviamo l'ordine superiore di entrare nel comune di Pontelandolfo, fucilare gli abitanti, meno i figli, le donne, gli infermi ed incendiarlo (...). Entrammo nel paese: subito abbiamo cominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava, indi il soldato saccheggiava, ed infine abbiamo dato l'incendio al paese, abitato da circa 4500 abitanti».
Nel 1973 (era sindaco Pinuccio Perugini) fu organizzato in paese un convegno di studi per denunciare per la prima volta la strage. Da allora, quasi quarant'anni fa, il Comune di Pontelandolfo chiedeva al governo "un atto ufficiale di riconoscimento", che ricordasse l'eccidio e analizzasse il fenomeno del brigantaggio post unitario perchè Pontelandolfo "non sia più nominata terra di briganti bensì città martire e simbolo della sofferta eppure amata Unità d'Italia".
Oggi alle 18 dopo gli onori militari da parte di una rappresentanza di bersaglieri, verrà deposta una corona. Seguirà la scopertura della lapide intitolate alle vittime.

Antonio Di Lorenzo


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domenica 14 agosto 2011

ABBIAMO MANTENUTO LA PROMESSA: A FERRAGOSTO CITTA' SENZA RIFIUTI


Napoli è una città finalmente pulita dai rifiuti. Questa sera verranno rimossi quelli combusti, portando così via gli ultimi cumuli residui.

Abbiamo mantenuto la promessa, quella di una città liberata dalla spazzatura per ferragosto.


Si tratta di un risultato straordinario, frutto di un impegno faticoso. Per questo l'amministrazione vuole ringraziare tutti i lavoratori: quelli della Asia e delle altre ditte incaricate della rimozione della spazzatura in giacenza per le strade.


Così come vogliamo ringraziare la Sapna per la sua leale collaborazione: è stata proprio tale collaborazione, infatti, che ha consentito, in una condizione di precarietà impiantistica, il risultato attuale. Adesso, però, chiediamo un contributo e uno sforzo ai cittadini perché ci aiutino a mantenere Napoli pulita.


Come? Rispettando gli orari di conferimento e denunciando quanti, in modo incivile e illegale, abbandonano i rifiuti per la strada, compresi quelli ingombranti, non rispettando orari e spazi di raccolta. Da parte nostra, perseguiremo questi comportamenti indegni disponendo un incremento dei controlli e delle sanzioni.


Da settembre, poi, il Comune ha intenzione di lanciare una vera e propria campagna di pulizia urbana, in particolare delle strade di accesso alla città di Napoli, oltre ad altre operazioni di bonifica del territorio


Fonte: Luigi de Magistris


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Napoli è una città finalmente pulita dai rifiuti. Questa sera verranno rimossi quelli combusti, portando così via gli ultimi cumuli residui.

Abbiamo mantenuto la promessa, quella di una città liberata dalla spazzatura per ferragosto.


Si tratta di un risultato straordinario, frutto di un impegno faticoso. Per questo l'amministrazione vuole ringraziare tutti i lavoratori: quelli della Asia e delle altre ditte incaricate della rimozione della spazzatura in giacenza per le strade.


Così come vogliamo ringraziare la Sapna per la sua leale collaborazione: è stata proprio tale collaborazione, infatti, che ha consentito, in una condizione di precarietà impiantistica, il risultato attuale. Adesso, però, chiediamo un contributo e uno sforzo ai cittadini perché ci aiutino a mantenere Napoli pulita.


Come? Rispettando gli orari di conferimento e denunciando quanti, in modo incivile e illegale, abbandonano i rifiuti per la strada, compresi quelli ingombranti, non rispettando orari e spazi di raccolta. Da parte nostra, perseguiremo questi comportamenti indegni disponendo un incremento dei controlli e delle sanzioni.


Da settembre, poi, il Comune ha intenzione di lanciare una vera e propria campagna di pulizia urbana, in particolare delle strade di accesso alla città di Napoli, oltre ad altre operazioni di bonifica del territorio


Fonte: Luigi de Magistris


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Oltre l'euro

Di Claudio Gnesutta

"È altamente plausibile che, rimanendo al di fuori dell’area monetaria europea, il deterioramento sociale sarebbe stato ancora più rapido e incontrollato per il realizzarsi di uno scenario di inflazione-svalutazione esacerbata dalla pressione finanziaria internazionale"

“… il carattere mondiale dell’attuale rivoluzione liberale (…) costituisce infatti un’ulteriore prova che è in atto un processo fondamentale che detta un comune modello evolutivo per tutte le società umane, qualcosa come una storia universale che si muove in direzione della democrazia liberale (corsivo mio)”, così Fukuyama, plaudendo ai risultati sociali e politici del friedmanismo aggressivo, prospettava la fine della storia e le magnifiche condizioni dell’“ultimo uomo”.

Non sembri troppo avventata questa citazione per un tentativo di riflessione sulla domanda cruciale posta da Rossana Rossanda se “non c’è stato qualche errore nella costituzione della Ue? E come si ripara?” che ha dato l’avvio a questa discussione suSbilanciamoci.info e sul manifesto. L’esigenza di avere “una visione chiara” e condivisa dello stato dell’Europa si combina nelle sue parole con il sospetto che le tensioni che oggi interessano l’area sono il frutto di una “filosofia uguale per tutti”. E proprio perché condivido questo sospetto che mi sembra una necessità ineludibile – in un momento in cui di tutto si parla tranne che delle condizioni “oggettive” che preparano il nostro futuro – guardare un po’ oltre il 2013 per capire dove va l’Europa (e l’Italia con lei). Anche se prima è, forse, opportuno chiederci dove “sta” oggi l’Europa (e ovviamente l’Italia al suo interno).

Fa bene Mario Pianta nel suo intervento ad affrontare la discussione con uno sguardo lungo ricercando le radici dell’oggi in quanto è successo un ventennio fa (1992). Condivido l’opportunità di riandare al nostro passato per ricordare i vincoli, interni ed esterni, di cui ci viene fatto ancora carico allo scopo di verificare i condizionamenti attuali “oggettivi” prima di individuare le prospettive possibili e quelle auspicabili.

È scontato ricordare che l’ultimo trentennio ha visto il sorgere, diffondersi e affermarsi di una gestione neo-conservatrice (neo-liberista) della politica che ha soppiantato, nel mondo anglosassone e quindi nel centro della politica mondiale, il precedente indirizzo keynesiano e con esso definitivamente quell’età dell’oro che era durata poco più di vent’anni. Troppo noto è l’orientamento (il Washington consensus) che ha mirato a trasformare – anche con la democrazia (liberale) gestita da militari e dittatori – le economie del Sudamerica e del Sud-est asiatico in società di mercato. Pressione culturale che ha più che lambito l’Europa occidentale e che ha messo in discussione quell’impalcatura istituzionale dei primi decenni del dopoguerra – basata sul rapporto tra big business, big labour, big state e big bank (nazionali) – giudicata del tutto obsoleta nel fornire sicurezza ad ampi strati della popolazione nei confronti del futuro. Il prodotto sociale che, nel primo dopoguerra, defluiva dalle imprese produttrici alla società tramite lo stato e il sindacato, risulta rovesciato nella realtà ora affermatasi poiché sono le imprese a richiedere alla società di essere garantite dall’incertezza nei confronti del futuro con il trasferimento del relativo rischio al proprio esterno (contratti di lavoro individuali, regole pubbliche di sostegno all’intrapresa privata, privatizzazione della assicurazioni sociali ecc.) per porlo a carico dei singoli, naturalmente in maniera più gravosa per i settori, ceti, individui più deboli. Non a caso ne risulta allentato il parallelismo tra crescita economica e sviluppo sociale, che era stato garanzia di estensione delle libertà e della democrazia. Per quanto non faccia più capolino nelle dichiarazioni ufficiali dopo l’ultima crisi, il Washington consensus è ancora parte costitutiva della visione della classe dirigente “globale”.

Ho detto che il neo-liberismo ha più che lambito un’Europa che negli anni ’80 si è trovata stretta tra l’aggressività industriale giapponese e quella finanziaria statunitense. L’accettazione di una prospettiva di liberalizzazione “globale” degli scambi ha richiesto, per competere internazionalmente, di rafforzare le istituzioni economiche europee accelerando la costruzione del mercato interno per una più accentuata integrazione economica (la società e la politica risultando non prioritarie nella cultura politica del periodo). Per quanto riguarda i rapporti all’interno dell’Europa, la costruzione di un’area di libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali si fondava sulla fiducia che la maggiore concorrenza fra i vari sistemi nazionali su un mercato europeo meno frammentato sarebbe stato il fattore preminente di un rilancio produttivo e, in seguito, di un rinnovato benessere per l’intera società europea. Naturalmente, la ristrutturazione del mercato europeo richiedeva la ristrutturazione degli organi della politica economica, questione che si è espressa nel passaggio della politica monetaria nelle mani di un’Autorità sovranazionale e nell’assoggettamento dell’azione pubblica nazionale ai vincoli del Patto per la stabilità e crescita. In particolare, la moneta unica garantiva, per le economie che l’accettavano, più convenienti condizioni finanziarie nel breve periodo in quanto eliminava il rischio di cambio e, con l’abbattimento delle attese inflazionistiche, permetteva la riduzione dei tassi d’interesse. Tuttavia essa costituiva, con riferimento al più lungo periodo, una pressione per l’omologazione di economie profondamente asimmetriche dal punto di vista economico e istituzionale: non potendo più competere attraverso modificazioni delle relazioni nominali, esse avrebbero dovuto migliorare la loro competitività reale ai livelli delle economie più dinamiche.

Un tale condizionamento è apparso evidente nell’Italia del 1992 quando gli squilibri accumulati nel decennio precedente hanno reso la situazione insostenibile con l’appartenenza allo Sme. Per quanto le pesanti finanziarie e la drastica svalutazione della lira abbiano allentato il duplice condizionamento di un crescente debito pubblico e di una decrescente competitività internazionale, la situazione politica ed economica di fondo non risulta risanata quando il governo Prodi alla fine degli anni ’90 prende la decisione di partecipare fin dall’inizio all’Unione economica e monetaria. Attraverso l’euro si vuole disciplinare (come del resto era stato fatto agli inizi degli anni ’80 con il “divorzio” della Banca d’Italia dal Tesoro) la società e la politica italiana per realizzare la necessaria trasformazione delle modalità di governo dell’economia: la rinuncia alla sovranità monetaria avrebbe imposto alle imprese innovazioni reali non potendo più contare su svalutazioni competitive della lira; al settore pubblico una determinante pressione esterna per contenere il deficit e ridimensionare il debito pubblico; ai sindacati la necessità di tener conto nelle loro richieste salariale dei più stringenti vincoli nominali posti dal contesto monetario internazionale.

Si è trattato di una scelta che, come si è detto, ha garantito per un decennio condizioni finanziarie e valutarie più favorevoli, che peraltro non sono state sfruttate per avviare la auspicata trasformazione strutturale degli attori di politica economica. La partecipazione all’Unione monetaria europea non accompagnata da una crescita della competitività dell’intero sistema è una condizione sufficiente a indurre il declino del paese e, nel contempo, la condotta monetaria decisamente antinflazionistica per tenere sotto controllo il conflitto distributivo ha inciso, come reclamato dalle imprese, sul sistema dei diritti dei lavoratori e delle garanzie di welfare dei cittadini, ritenuti i principali freni del rilancio produttivo.

La grande scommessa dell’euro si può sintetizzare nella convinzione che il vincolo della moneta unica avrebbe costretto la classe dirigente, economica e politica, ad avviare una stagione di riforme istituzionali per dare una risposta positiva agli squilibri da lungo tempo accumulati, favorendo una politica economica di ridefinizione dell’apparato produttivo e una politica sociale di contenimento degli effetti che le strutture economiche in gestazione avrebbero avuto sui diritti di cittadinanza. La storia dimostrerà l’irrealismo di una tale prospettiva, caratterizzandosi la politica economica nei successivi governi Berlusconi per l’attesa di uno spontaneo miracolo economico che sarebbe seguito alle riforme del mercato del lavoro e per una politica sociale consapevolmente indifferente al ristagno dell’occupazione, al suo deterioramento qualitativo, alle crescenti disuguaglianze all’interno del corpo sociale.

Due diverse contrapposte visioni del rapporto tra politica economica e mercato che esprime la contrapposizione altrettanto netta presente nel corpo politico-elettorale, hanno fatto prevalere, nell’ultimo decennio, governi orientati alla mera accettazione degli equilibri sanciti dal mercato (nemmeno concorrenziale). Il lungo prevalere di una classe dirigente, politica e non, nel cui orizzonte manca ogni prospettiva né per assistere l’apparato produttivo nel fronteggiare le più stingenti condizioni di competitività internazionale, né per rimodellare lo stato sociale in coerenza con le regole imposte dall’appartenenza alla nuova Europa, induce a ritenere che, per la comprensione dello stato attuale, sia del tutto irrilevante la questione del ruolo che ha avuto a questo proposito la nostra partecipazione all’euro. È altamente plausibile che, rimanendo al di fuori dell’area monetaria europea, il deterioramento sociale sarebbe stato ancora più rapido e incontrollato per il realizzarsi di uno scenario di inflazione-svalutazione esacerbata dalla pressione finanziaria internazionale.

La pressione finanziaria internazionale che si fa viva ora sfrutta appunto l’inconcludenza (del nostro paese, ma anche di altri paesi, quali per il momento quelli del Sud Europa) nel ricostruire un solido assetto economico-sociale. La fragilità economica (scarsa crescita), politica (aumentato peso dell’indebitamento pubblico) e sociale (crescenti disuguaglianze) è l’elemento che eccita la speculazione internazionale. La finanza internazionale, e quella delle agenzie di rating che ne orientano le attese, nella ricerca di ricostituire i propri bilanci depauperatasi nella crisi, scommettono che alcuni paesi con un alto rapporto debito/pil non saranno in grado nei prossimi anni di soddisfare gli impegni finanziari assunti. Anticipare le difficoltà di gestione del debito pubblico implica la caduta dei corsi dei titoli pubblici e il conseguente aumento del tasso di interesse per incorporare l’aumentato premio per il rischio. Si noti che con queste operazioni il sistema finanziario non attiva alcuna concessione di credito, necessaria a sostenere una domanda poco dinamica, ma opera per una redistribuzione della ricchezza esistente tra chi mantiene in portafoglio i titoli soggetti a speculazione e chi ha anticipato la svalutazione dei loro prezzi. Se poi qualche banca, come quelle tedesche e francesi nel caso greco, mantiene i titoli svalutati in portafoglio, saranno le loro azioni a essere soggette a speculazione.

Tra gli effetti di questo normale comportamento finanziario va richiamata l’attenzione su uno in particolare. È noto che, aumentando il premio per il rischio sui titoli dei paesi che si presume avranno difficoltà a rispettare in futuro gli impegni assunti, si impone forzatamente il risanamento dei loro conti in tempi più brevi di quelli fisiologicamente auspicabili. Il disciplinamento da parte del mercato (finanziario) accentua in questo modo le difficoltà di finanziamento corrente del debitore pubblico e aumenta l’onere sul debito contratto per un periodo di tempo più lungo, anche per effetto dell’autorealizzarsi delle aspettative iniziali. Per il risanamento dei bilanci pubblici si deve ricorrere al contributo di soggetti non-possessori finanziari (come è evidente dalla nostra ultima finanziaria) con una riduzione dello spazio dell’intervento pubblico, divenendo essenziali tagli incisivi della spesa in quanto sono esclusi aumenti della pressione fiscale (sui redditi più elevati). È un contesto in cui la valutazione di insostenibilità dei conti pubblici si estende a diverse realtà statuali tanto da apparire frequente, nella comunicazione di massa, la possibilità di un “fallimento dello stato”. Lungi dall’essere un termine puramente evocativo delle difficoltà finanziarie dell’ente pubblico, esso si presenta – come dimostra il dibattito corrente negli Stati uniti – come una concreta possibilità normativa di rilevo costituzionale: gli stati possono (essere lasciati) fallire e pertanto essi debbano essere assoggettati a procedure di diritto (quasi) commerciale, in modo da permetter loro di concordare la rinegoziazione di tutti i “contratti” in essere con le diverse loro controparti (dipendenti pubblici, cittadini, pensionati). L’ente pubblico perderebbe la natura di garante collettivo del futuro per risultare omologo ai privati con i quali sarebbe in concorrenza per i suoi servizi. Una trasformazione radicale dell’attuale struttura istituzionale che costituirebbe un passo decisivo verso quella democrazia (liberale) che, nel presagio di Fukuyama, dovrebbe alla fine riguardare tutte le società in quanto regolate esclusivamente da rapporti che emergono dagli scambi sul mercato.

Se questo è il contesto in cui si trova ora l’Europa, e con lei l’Italia, è molto difficile dire dove essa possa andare. L’obiettivo prioritario sarebbe di riacquistare una effettiva autonomia nella gestione del proprio futuro e ciò significa potersi sottrarre alla soggezione della finanza internazionale. Non so se l’Esfs è stato pensato come un primo passo in questa difficile (perché altamente conflittuale) direzione, ma è certamente la ridefinizione dell’assetto finanziario internazionale l’aspetto rilevante affinché l’Europa possa avviare la costruzione di un assetto di politica economica che permetta di difendere il proprio modello economico e sociale, garantendo nel lungo periodo condizioni di convivenza tra le diverse aree interne per quanto caratterizzate da asimmetrie e da fragilità.

Ma è a questo proposito che si manifesta una difficoltà dirimente, l’esistenza nel corpo sociale europeo di una contrapposizione – tra i differenti stati e all’interno di ciascuno di essi – di visioni radicalmente alternative sul modello di società che si intende realizzare. È tutt’altro che maggioritaria una prospettiva diversa dalla “società di mercato” proposta-imposta finora nei fatti. È qui che si coglie la forza culturale neoliberista, di quel friedmanismo aggressivo che ha prodotto i Chicago boys in missione nel mondo, che, anche per aver contagiato ampi settori di (centro)sinistra, ha reso e rende i diversi “socialismi” occidentali – da Obama all’economia sociale di mercato e a prospettive più radicali – incapaci di rappresentare a livello di cultura di massa una contrapposta proposta convincente di società intorno alla quale realizzare un’ampia aggregazione sociale.


Fonte: Il Manifesto


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Di Claudio Gnesutta

"È altamente plausibile che, rimanendo al di fuori dell’area monetaria europea, il deterioramento sociale sarebbe stato ancora più rapido e incontrollato per il realizzarsi di uno scenario di inflazione-svalutazione esacerbata dalla pressione finanziaria internazionale"

“… il carattere mondiale dell’attuale rivoluzione liberale (…) costituisce infatti un’ulteriore prova che è in atto un processo fondamentale che detta un comune modello evolutivo per tutte le società umane, qualcosa come una storia universale che si muove in direzione della democrazia liberale (corsivo mio)”, così Fukuyama, plaudendo ai risultati sociali e politici del friedmanismo aggressivo, prospettava la fine della storia e le magnifiche condizioni dell’“ultimo uomo”.

Non sembri troppo avventata questa citazione per un tentativo di riflessione sulla domanda cruciale posta da Rossana Rossanda se “non c’è stato qualche errore nella costituzione della Ue? E come si ripara?” che ha dato l’avvio a questa discussione suSbilanciamoci.info e sul manifesto. L’esigenza di avere “una visione chiara” e condivisa dello stato dell’Europa si combina nelle sue parole con il sospetto che le tensioni che oggi interessano l’area sono il frutto di una “filosofia uguale per tutti”. E proprio perché condivido questo sospetto che mi sembra una necessità ineludibile – in un momento in cui di tutto si parla tranne che delle condizioni “oggettive” che preparano il nostro futuro – guardare un po’ oltre il 2013 per capire dove va l’Europa (e l’Italia con lei). Anche se prima è, forse, opportuno chiederci dove “sta” oggi l’Europa (e ovviamente l’Italia al suo interno).

Fa bene Mario Pianta nel suo intervento ad affrontare la discussione con uno sguardo lungo ricercando le radici dell’oggi in quanto è successo un ventennio fa (1992). Condivido l’opportunità di riandare al nostro passato per ricordare i vincoli, interni ed esterni, di cui ci viene fatto ancora carico allo scopo di verificare i condizionamenti attuali “oggettivi” prima di individuare le prospettive possibili e quelle auspicabili.

È scontato ricordare che l’ultimo trentennio ha visto il sorgere, diffondersi e affermarsi di una gestione neo-conservatrice (neo-liberista) della politica che ha soppiantato, nel mondo anglosassone e quindi nel centro della politica mondiale, il precedente indirizzo keynesiano e con esso definitivamente quell’età dell’oro che era durata poco più di vent’anni. Troppo noto è l’orientamento (il Washington consensus) che ha mirato a trasformare – anche con la democrazia (liberale) gestita da militari e dittatori – le economie del Sudamerica e del Sud-est asiatico in società di mercato. Pressione culturale che ha più che lambito l’Europa occidentale e che ha messo in discussione quell’impalcatura istituzionale dei primi decenni del dopoguerra – basata sul rapporto tra big business, big labour, big state e big bank (nazionali) – giudicata del tutto obsoleta nel fornire sicurezza ad ampi strati della popolazione nei confronti del futuro. Il prodotto sociale che, nel primo dopoguerra, defluiva dalle imprese produttrici alla società tramite lo stato e il sindacato, risulta rovesciato nella realtà ora affermatasi poiché sono le imprese a richiedere alla società di essere garantite dall’incertezza nei confronti del futuro con il trasferimento del relativo rischio al proprio esterno (contratti di lavoro individuali, regole pubbliche di sostegno all’intrapresa privata, privatizzazione della assicurazioni sociali ecc.) per porlo a carico dei singoli, naturalmente in maniera più gravosa per i settori, ceti, individui più deboli. Non a caso ne risulta allentato il parallelismo tra crescita economica e sviluppo sociale, che era stato garanzia di estensione delle libertà e della democrazia. Per quanto non faccia più capolino nelle dichiarazioni ufficiali dopo l’ultima crisi, il Washington consensus è ancora parte costitutiva della visione della classe dirigente “globale”.

Ho detto che il neo-liberismo ha più che lambito un’Europa che negli anni ’80 si è trovata stretta tra l’aggressività industriale giapponese e quella finanziaria statunitense. L’accettazione di una prospettiva di liberalizzazione “globale” degli scambi ha richiesto, per competere internazionalmente, di rafforzare le istituzioni economiche europee accelerando la costruzione del mercato interno per una più accentuata integrazione economica (la società e la politica risultando non prioritarie nella cultura politica del periodo). Per quanto riguarda i rapporti all’interno dell’Europa, la costruzione di un’area di libera circolazione di merci, persone, servizi e capitali si fondava sulla fiducia che la maggiore concorrenza fra i vari sistemi nazionali su un mercato europeo meno frammentato sarebbe stato il fattore preminente di un rilancio produttivo e, in seguito, di un rinnovato benessere per l’intera società europea. Naturalmente, la ristrutturazione del mercato europeo richiedeva la ristrutturazione degli organi della politica economica, questione che si è espressa nel passaggio della politica monetaria nelle mani di un’Autorità sovranazionale e nell’assoggettamento dell’azione pubblica nazionale ai vincoli del Patto per la stabilità e crescita. In particolare, la moneta unica garantiva, per le economie che l’accettavano, più convenienti condizioni finanziarie nel breve periodo in quanto eliminava il rischio di cambio e, con l’abbattimento delle attese inflazionistiche, permetteva la riduzione dei tassi d’interesse. Tuttavia essa costituiva, con riferimento al più lungo periodo, una pressione per l’omologazione di economie profondamente asimmetriche dal punto di vista economico e istituzionale: non potendo più competere attraverso modificazioni delle relazioni nominali, esse avrebbero dovuto migliorare la loro competitività reale ai livelli delle economie più dinamiche.

Un tale condizionamento è apparso evidente nell’Italia del 1992 quando gli squilibri accumulati nel decennio precedente hanno reso la situazione insostenibile con l’appartenenza allo Sme. Per quanto le pesanti finanziarie e la drastica svalutazione della lira abbiano allentato il duplice condizionamento di un crescente debito pubblico e di una decrescente competitività internazionale, la situazione politica ed economica di fondo non risulta risanata quando il governo Prodi alla fine degli anni ’90 prende la decisione di partecipare fin dall’inizio all’Unione economica e monetaria. Attraverso l’euro si vuole disciplinare (come del resto era stato fatto agli inizi degli anni ’80 con il “divorzio” della Banca d’Italia dal Tesoro) la società e la politica italiana per realizzare la necessaria trasformazione delle modalità di governo dell’economia: la rinuncia alla sovranità monetaria avrebbe imposto alle imprese innovazioni reali non potendo più contare su svalutazioni competitive della lira; al settore pubblico una determinante pressione esterna per contenere il deficit e ridimensionare il debito pubblico; ai sindacati la necessità di tener conto nelle loro richieste salariale dei più stringenti vincoli nominali posti dal contesto monetario internazionale.

Si è trattato di una scelta che, come si è detto, ha garantito per un decennio condizioni finanziarie e valutarie più favorevoli, che peraltro non sono state sfruttate per avviare la auspicata trasformazione strutturale degli attori di politica economica. La partecipazione all’Unione monetaria europea non accompagnata da una crescita della competitività dell’intero sistema è una condizione sufficiente a indurre il declino del paese e, nel contempo, la condotta monetaria decisamente antinflazionistica per tenere sotto controllo il conflitto distributivo ha inciso, come reclamato dalle imprese, sul sistema dei diritti dei lavoratori e delle garanzie di welfare dei cittadini, ritenuti i principali freni del rilancio produttivo.

La grande scommessa dell’euro si può sintetizzare nella convinzione che il vincolo della moneta unica avrebbe costretto la classe dirigente, economica e politica, ad avviare una stagione di riforme istituzionali per dare una risposta positiva agli squilibri da lungo tempo accumulati, favorendo una politica economica di ridefinizione dell’apparato produttivo e una politica sociale di contenimento degli effetti che le strutture economiche in gestazione avrebbero avuto sui diritti di cittadinanza. La storia dimostrerà l’irrealismo di una tale prospettiva, caratterizzandosi la politica economica nei successivi governi Berlusconi per l’attesa di uno spontaneo miracolo economico che sarebbe seguito alle riforme del mercato del lavoro e per una politica sociale consapevolmente indifferente al ristagno dell’occupazione, al suo deterioramento qualitativo, alle crescenti disuguaglianze all’interno del corpo sociale.

Due diverse contrapposte visioni del rapporto tra politica economica e mercato che esprime la contrapposizione altrettanto netta presente nel corpo politico-elettorale, hanno fatto prevalere, nell’ultimo decennio, governi orientati alla mera accettazione degli equilibri sanciti dal mercato (nemmeno concorrenziale). Il lungo prevalere di una classe dirigente, politica e non, nel cui orizzonte manca ogni prospettiva né per assistere l’apparato produttivo nel fronteggiare le più stingenti condizioni di competitività internazionale, né per rimodellare lo stato sociale in coerenza con le regole imposte dall’appartenenza alla nuova Europa, induce a ritenere che, per la comprensione dello stato attuale, sia del tutto irrilevante la questione del ruolo che ha avuto a questo proposito la nostra partecipazione all’euro. È altamente plausibile che, rimanendo al di fuori dell’area monetaria europea, il deterioramento sociale sarebbe stato ancora più rapido e incontrollato per il realizzarsi di uno scenario di inflazione-svalutazione esacerbata dalla pressione finanziaria internazionale.

La pressione finanziaria internazionale che si fa viva ora sfrutta appunto l’inconcludenza (del nostro paese, ma anche di altri paesi, quali per il momento quelli del Sud Europa) nel ricostruire un solido assetto economico-sociale. La fragilità economica (scarsa crescita), politica (aumentato peso dell’indebitamento pubblico) e sociale (crescenti disuguaglianze) è l’elemento che eccita la speculazione internazionale. La finanza internazionale, e quella delle agenzie di rating che ne orientano le attese, nella ricerca di ricostituire i propri bilanci depauperatasi nella crisi, scommettono che alcuni paesi con un alto rapporto debito/pil non saranno in grado nei prossimi anni di soddisfare gli impegni finanziari assunti. Anticipare le difficoltà di gestione del debito pubblico implica la caduta dei corsi dei titoli pubblici e il conseguente aumento del tasso di interesse per incorporare l’aumentato premio per il rischio. Si noti che con queste operazioni il sistema finanziario non attiva alcuna concessione di credito, necessaria a sostenere una domanda poco dinamica, ma opera per una redistribuzione della ricchezza esistente tra chi mantiene in portafoglio i titoli soggetti a speculazione e chi ha anticipato la svalutazione dei loro prezzi. Se poi qualche banca, come quelle tedesche e francesi nel caso greco, mantiene i titoli svalutati in portafoglio, saranno le loro azioni a essere soggette a speculazione.

Tra gli effetti di questo normale comportamento finanziario va richiamata l’attenzione su uno in particolare. È noto che, aumentando il premio per il rischio sui titoli dei paesi che si presume avranno difficoltà a rispettare in futuro gli impegni assunti, si impone forzatamente il risanamento dei loro conti in tempi più brevi di quelli fisiologicamente auspicabili. Il disciplinamento da parte del mercato (finanziario) accentua in questo modo le difficoltà di finanziamento corrente del debitore pubblico e aumenta l’onere sul debito contratto per un periodo di tempo più lungo, anche per effetto dell’autorealizzarsi delle aspettative iniziali. Per il risanamento dei bilanci pubblici si deve ricorrere al contributo di soggetti non-possessori finanziari (come è evidente dalla nostra ultima finanziaria) con una riduzione dello spazio dell’intervento pubblico, divenendo essenziali tagli incisivi della spesa in quanto sono esclusi aumenti della pressione fiscale (sui redditi più elevati). È un contesto in cui la valutazione di insostenibilità dei conti pubblici si estende a diverse realtà statuali tanto da apparire frequente, nella comunicazione di massa, la possibilità di un “fallimento dello stato”. Lungi dall’essere un termine puramente evocativo delle difficoltà finanziarie dell’ente pubblico, esso si presenta – come dimostra il dibattito corrente negli Stati uniti – come una concreta possibilità normativa di rilevo costituzionale: gli stati possono (essere lasciati) fallire e pertanto essi debbano essere assoggettati a procedure di diritto (quasi) commerciale, in modo da permetter loro di concordare la rinegoziazione di tutti i “contratti” in essere con le diverse loro controparti (dipendenti pubblici, cittadini, pensionati). L’ente pubblico perderebbe la natura di garante collettivo del futuro per risultare omologo ai privati con i quali sarebbe in concorrenza per i suoi servizi. Una trasformazione radicale dell’attuale struttura istituzionale che costituirebbe un passo decisivo verso quella democrazia (liberale) che, nel presagio di Fukuyama, dovrebbe alla fine riguardare tutte le società in quanto regolate esclusivamente da rapporti che emergono dagli scambi sul mercato.

Se questo è il contesto in cui si trova ora l’Europa, e con lei l’Italia, è molto difficile dire dove essa possa andare. L’obiettivo prioritario sarebbe di riacquistare una effettiva autonomia nella gestione del proprio futuro e ciò significa potersi sottrarre alla soggezione della finanza internazionale. Non so se l’Esfs è stato pensato come un primo passo in questa difficile (perché altamente conflittuale) direzione, ma è certamente la ridefinizione dell’assetto finanziario internazionale l’aspetto rilevante affinché l’Europa possa avviare la costruzione di un assetto di politica economica che permetta di difendere il proprio modello economico e sociale, garantendo nel lungo periodo condizioni di convivenza tra le diverse aree interne per quanto caratterizzate da asimmetrie e da fragilità.

Ma è a questo proposito che si manifesta una difficoltà dirimente, l’esistenza nel corpo sociale europeo di una contrapposizione – tra i differenti stati e all’interno di ciascuno di essi – di visioni radicalmente alternative sul modello di società che si intende realizzare. È tutt’altro che maggioritaria una prospettiva diversa dalla “società di mercato” proposta-imposta finora nei fatti. È qui che si coglie la forza culturale neoliberista, di quel friedmanismo aggressivo che ha prodotto i Chicago boys in missione nel mondo, che, anche per aver contagiato ampi settori di (centro)sinistra, ha reso e rende i diversi “socialismi” occidentali – da Obama all’economia sociale di mercato e a prospettive più radicali – incapaci di rappresentare a livello di cultura di massa una contrapposta proposta convincente di società intorno alla quale realizzare un’ampia aggregazione sociale.


Fonte: Il Manifesto


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Partite Iva infuriate: occupata Equitalia - Cagliari, un centinaio di manifestanti in via Vesalio: «Stop alle cartelle, siamo alla fame»


CAGLIARI. La furia del popolo delle partite Iva si abbatte sulla Cittadella finanziaria di via Vesalio. Un blitz in piena regola di oltre un centinaio di manifestanti che ieri mattina ha occupato gli uffici dell'Agenzia delle Entrate. Artigiani e commercianti provenienti da tutta la Sardegna uniti ancora una volta contro la dispensatrice di cartelle esattoriali da oltre cinque zeri, Equitalia, la società per azioni gestita dall'Agenzia delle entrate e dall'Inps. Cifre esorbitanti che ricadono come una scure sulle tasche e sui beni di un'intera categoria che non ce la fa più e che chiede il dialogo. Subito. «Siamo super vessati e stanchi di essere trattati come animali dall'Agenzia delle entrate - spiega uno dei soci fondatori del movimento, Andrea Impera - stavolta siamo noi che consegneremo un avviso bonario all'Agenzia». Un documento di cinque pagine sulle quali sono trascritte anomalie e irregolarità commesse da Equitalia. E dove vengono presentate una serie di richieste da sottoporre ai vertici. «Vogliamo sapere dove sono finiti i 10 miliardi di euro di vertenza entrate e perché dobbiamo continuare a pagare se lo Stato non ce li restituisce - sottolinea Impera -, chiediamo inoltre che per quanti sono stati male e non hanno potuto pagare venga rispettato l'articolo 6 secondo cui non è punibile chi ha commesso il fatto per causa di forza maggiore». Si appella alla legge il Popolo delle partite Iva che non molla la presa su quello che ormai è diventato un caso nazionale. È l'unica possibilità per i 'non evasori' di risalire a galla e levarsi il cappio dal collo quando ormai la crisi più nera rischia di smantellare la piccola imprenditoria sarda e non solo. Nel documento il Movimento artigiani e commercianti liberi invita l'Agenzia a rivedere le somme calcolate, a bloccare le cartelle e a revocare tutti i fermi amministrativi. Perché la pazienza è finita. E pure quel senso di civiltà che ha guidato artigiani e commercianti nelle proteste di piazza degli ultimi anni. Tra la folla, lungo i corridoi dell'Agenzia, si vocifera di persone malate di tumore disposte a farsi saltare in aria perché non ce la fanno più. «C'è gente che sta morendo di fame, alcuni minacciano di suicidarsi. Dal 30 giugno l'80 per cento di noi non ha potuto pagare la prima rata del debito e a fine anno sarà una catastrofe. Ora vogliamo un confronto». Un incontro che avviene solo in tarda mattinata quando una delegazione del Movimento, guidata da Impera, incontra il direttore provinciale dell'Agenzia Franco Frau. Che dice: «I vostri sono singoli casi che vanno discussi ma sono in tanti a dichiarare una cifra e poi magari vanno ai Caraibi». L'incontro si è concluso con un nulla di fatto. E questo ha contribuito a fare crescere la rabbia di tanti che decidono di raccontare la propria storia. Come Anna Maria Baldino, proprietaria di un ristorante pizzeria a Pula che, per Equitalia, deve pagare 145mila euro in due anni. «Non ho mai avuto una multa in tutta la mia vita e ora mi hanno ipotecato tutto», spiega la donna. Una storia tra le tante, centinaia di situazioni disperate. Dopo oltre due ore di proteste, il Movimento decide di spostarsi in Prefettura. Si spera per i prossimi giorni in un incontro col Prefetto. «Attenzione perché chi non ha più il pane da dare ai propri figli potrebbe decidere di violare le regole - dichiara Impera -. Chiediamo che il Prefetto prenda in mano la situazione perché noi non siamo e tantomeno vogliamo diventare delinquenti. Ma non sottovalutate questi segnali, queste proteste, il popolo sardo è stanco, stremato. E vuole che qualcuno gli levi finalmente il cappio dal collo».


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CAGLIARI. La furia del popolo delle partite Iva si abbatte sulla Cittadella finanziaria di via Vesalio. Un blitz in piena regola di oltre un centinaio di manifestanti che ieri mattina ha occupato gli uffici dell'Agenzia delle Entrate. Artigiani e commercianti provenienti da tutta la Sardegna uniti ancora una volta contro la dispensatrice di cartelle esattoriali da oltre cinque zeri, Equitalia, la società per azioni gestita dall'Agenzia delle entrate e dall'Inps. Cifre esorbitanti che ricadono come una scure sulle tasche e sui beni di un'intera categoria che non ce la fa più e che chiede il dialogo. Subito. «Siamo super vessati e stanchi di essere trattati come animali dall'Agenzia delle entrate - spiega uno dei soci fondatori del movimento, Andrea Impera - stavolta siamo noi che consegneremo un avviso bonario all'Agenzia». Un documento di cinque pagine sulle quali sono trascritte anomalie e irregolarità commesse da Equitalia. E dove vengono presentate una serie di richieste da sottoporre ai vertici. «Vogliamo sapere dove sono finiti i 10 miliardi di euro di vertenza entrate e perché dobbiamo continuare a pagare se lo Stato non ce li restituisce - sottolinea Impera -, chiediamo inoltre che per quanti sono stati male e non hanno potuto pagare venga rispettato l'articolo 6 secondo cui non è punibile chi ha commesso il fatto per causa di forza maggiore». Si appella alla legge il Popolo delle partite Iva che non molla la presa su quello che ormai è diventato un caso nazionale. È l'unica possibilità per i 'non evasori' di risalire a galla e levarsi il cappio dal collo quando ormai la crisi più nera rischia di smantellare la piccola imprenditoria sarda e non solo. Nel documento il Movimento artigiani e commercianti liberi invita l'Agenzia a rivedere le somme calcolate, a bloccare le cartelle e a revocare tutti i fermi amministrativi. Perché la pazienza è finita. E pure quel senso di civiltà che ha guidato artigiani e commercianti nelle proteste di piazza degli ultimi anni. Tra la folla, lungo i corridoi dell'Agenzia, si vocifera di persone malate di tumore disposte a farsi saltare in aria perché non ce la fanno più. «C'è gente che sta morendo di fame, alcuni minacciano di suicidarsi. Dal 30 giugno l'80 per cento di noi non ha potuto pagare la prima rata del debito e a fine anno sarà una catastrofe. Ora vogliamo un confronto». Un incontro che avviene solo in tarda mattinata quando una delegazione del Movimento, guidata da Impera, incontra il direttore provinciale dell'Agenzia Franco Frau. Che dice: «I vostri sono singoli casi che vanno discussi ma sono in tanti a dichiarare una cifra e poi magari vanno ai Caraibi». L'incontro si è concluso con un nulla di fatto. E questo ha contribuito a fare crescere la rabbia di tanti che decidono di raccontare la propria storia. Come Anna Maria Baldino, proprietaria di un ristorante pizzeria a Pula che, per Equitalia, deve pagare 145mila euro in due anni. «Non ho mai avuto una multa in tutta la mia vita e ora mi hanno ipotecato tutto», spiega la donna. Una storia tra le tante, centinaia di situazioni disperate. Dopo oltre due ore di proteste, il Movimento decide di spostarsi in Prefettura. Si spera per i prossimi giorni in un incontro col Prefetto. «Attenzione perché chi non ha più il pane da dare ai propri figli potrebbe decidere di violare le regole - dichiara Impera -. Chiediamo che il Prefetto prenda in mano la situazione perché noi non siamo e tantomeno vogliamo diventare delinquenti. Ma non sottovalutate questi segnali, queste proteste, il popolo sardo è stanco, stremato. E vuole che qualcuno gli levi finalmente il cappio dal collo».


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