martedì 26 luglio 2011

'Noi, onorevoli e nullafacenti'

Di Emiliano Fittipaldi

Un parlamentare accompagna L'Espresso nei privilegi di Montecitorio. Ecco la prima puntata del suo racconto: dove ci spiega che si lavora pochissimo, si comprano auto scontate e per viaggiare si sceglie sempre Alitalia, che è la più cara, tanto paga lo Stato e così si accumulano punti per portare la famiglia in vacanza

(21 luglio 2011)
Carlo Monai è l'unico, dopo sette tentativi andati a vuoto, che ha accettato di raccontare a "l'Espresso" com'è cambiata la sua vita da quando è entrato nella casta. E' un avvocato di Cividale del Friuli, ex consigliere regionale e oggi deputato dell'Idv al primo mandato parlamentare. Uno dei peones, a tutti gli effetti.

Uno coraggioso, direbbe qualcuno, visto che ha deciso di metterci la faccia e guidarci come novello Virgilio nella bolgia di indennità, vitalizi, doppi incarichi, regali, sconti e privilegi in cui sguazzano politici di ogni risma. Un paradiso per pochi, un inferno per le tasche dei contribuenti italiani, stressati da quattro anni di crisi economica e da una Finanziaria lacrime e sangue che chiederà ulteriori sacrifici. «Per tutti, ma non per noi», chiarisce Monai. «I costi della politica sono stati ridotti di pochissimo, e alcuni sprechi sono immorali. Non possiamo chiedere rinunce agli elettori se per primi non tagliamo franchigie e sperperi».

L'incontro è al bar La Caffettiera, martedì mattina, davanti a Montecitorio. Difficile ottenere un appuntamento di lunedì. «Noi siamo a Roma da martedì al giovedì sera», spiega. «Ma in questa legislatura pare che stiamo facendo peggio che mai: spesso lavoriamo due giorni a settimana, e il mercoledì già torniamo a casa. Nel 2010 e nel 2011 l'aula non è mai stata convocata di venerdì. Le sembra possibile?».

Anche in commissione l'assenteismo è da record. «Su una quarantina di membri, se ce ne sono una decina presenti è grasso che cola. Io credo che lo stipendio che prendiamo sia giusto, ma a condizione che l'impegno sia reale. Se il mio studio fosse aperto quanto la Camera, avrei davvero pochi clienti».

La busta paga di Monai è identica a quella dei suoi colleghi: l'indennità netta è di 5.486,58 euro, a cui bisogna aggiungere una diaria di 3.503,11 euro. Per ogni giorno di assenza la voce viene decurtata di 206 euro, ma solo per le sedute in cui si svolgono le votazioni. E se quel giorno hai proprio altro da fare, poco male: basta essere presenti anche a una votazione su tre, e il gettone di presenza è assicurato ugualmente. Lo stipendio è arricchito con il rimborso spese forfettario per garantire il rapporto tra l'eletto e il suo collegio (3.690 euro al mese), e gli emolumenti che coprono le uscite per trasporti, spese di viaggio e telefoni (altri 1.500 all'incirca). In tutto, oltre 14 mila euro al mese netti. Ai quali molti suoi colleghi con galloni possono aggiungere altre indennità di carica.

Monai inizia il suo viaggio. «Non bisogna essere demagogici. Parliamo solo di fatti. Partiamo dagli assistenti parlamentari: molti non li hanno. Visto che le spese non vanno documentate, preferiscono intascarsi altri 3.690 euro destinati ai portaborse e fare tutto da soli. Altri colleghi per risparmiare si mettono insieme e ne pagano uno che fa il triplo lavoro».

Ecco così svelata la sproporzione tra il numero dei deputati (630) e i contratti in corso per i segretari (230). «Non c'è più tanto nero come qualche anno fa. Anche un altro mito va sfatato: la Camera non ci regala cellulari, come molti credono, ma ogni deputato può avere altri 3.098 euro l'anno per pagare le telefonate. La Telecom ci offre poi dei contratti, chiamati "Tim Top Business Class", destinati a deputati e senatori. Per i computer? Abbiamo un plafond di altri 1.500 euro». Anche quand'era in consiglio regionale del Friuli le telefonate non erano un problema: «La Regione copriva tutto. Se non ti fai scrupoli puoi spendere quanto vuoi. Lo sa che lì c'è pure un indennizzo forfettario per l'utilizzo della propria macchina? Per chi vive fuori Trieste, 1.800 euro in più al mese. Tutti prendevano il treno regionale, e si intascavano la differenza». Portandosi a casa solo grazie a questa voce lo stipendio di un operaio specializzato.

Già. I trasporti gratis sono un must dei politici. Monai elenca i vantaggi di cui può usufruire. «Il precario che su Internet ha svelato gli sconti che ci fa la Peugeot s'è dimenticato che anche altre case offrono benefit simili: ho ricevuto offerte dalla Fiat, dalla Mercedes, dalla Renault. Dal 10 al 25 per cento in meno. Credo che lo facciano per una questione di marketing».
Fonte: L'Espresso

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Di Emiliano Fittipaldi

Un parlamentare accompagna L'Espresso nei privilegi di Montecitorio. Ecco la prima puntata del suo racconto: dove ci spiega che si lavora pochissimo, si comprano auto scontate e per viaggiare si sceglie sempre Alitalia, che è la più cara, tanto paga lo Stato e così si accumulano punti per portare la famiglia in vacanza

(21 luglio 2011)
Carlo Monai è l'unico, dopo sette tentativi andati a vuoto, che ha accettato di raccontare a "l'Espresso" com'è cambiata la sua vita da quando è entrato nella casta. E' un avvocato di Cividale del Friuli, ex consigliere regionale e oggi deputato dell'Idv al primo mandato parlamentare. Uno dei peones, a tutti gli effetti.

Uno coraggioso, direbbe qualcuno, visto che ha deciso di metterci la faccia e guidarci come novello Virgilio nella bolgia di indennità, vitalizi, doppi incarichi, regali, sconti e privilegi in cui sguazzano politici di ogni risma. Un paradiso per pochi, un inferno per le tasche dei contribuenti italiani, stressati da quattro anni di crisi economica e da una Finanziaria lacrime e sangue che chiederà ulteriori sacrifici. «Per tutti, ma non per noi», chiarisce Monai. «I costi della politica sono stati ridotti di pochissimo, e alcuni sprechi sono immorali. Non possiamo chiedere rinunce agli elettori se per primi non tagliamo franchigie e sperperi».

L'incontro è al bar La Caffettiera, martedì mattina, davanti a Montecitorio. Difficile ottenere un appuntamento di lunedì. «Noi siamo a Roma da martedì al giovedì sera», spiega. «Ma in questa legislatura pare che stiamo facendo peggio che mai: spesso lavoriamo due giorni a settimana, e il mercoledì già torniamo a casa. Nel 2010 e nel 2011 l'aula non è mai stata convocata di venerdì. Le sembra possibile?».

Anche in commissione l'assenteismo è da record. «Su una quarantina di membri, se ce ne sono una decina presenti è grasso che cola. Io credo che lo stipendio che prendiamo sia giusto, ma a condizione che l'impegno sia reale. Se il mio studio fosse aperto quanto la Camera, avrei davvero pochi clienti».

La busta paga di Monai è identica a quella dei suoi colleghi: l'indennità netta è di 5.486,58 euro, a cui bisogna aggiungere una diaria di 3.503,11 euro. Per ogni giorno di assenza la voce viene decurtata di 206 euro, ma solo per le sedute in cui si svolgono le votazioni. E se quel giorno hai proprio altro da fare, poco male: basta essere presenti anche a una votazione su tre, e il gettone di presenza è assicurato ugualmente. Lo stipendio è arricchito con il rimborso spese forfettario per garantire il rapporto tra l'eletto e il suo collegio (3.690 euro al mese), e gli emolumenti che coprono le uscite per trasporti, spese di viaggio e telefoni (altri 1.500 all'incirca). In tutto, oltre 14 mila euro al mese netti. Ai quali molti suoi colleghi con galloni possono aggiungere altre indennità di carica.

Monai inizia il suo viaggio. «Non bisogna essere demagogici. Parliamo solo di fatti. Partiamo dagli assistenti parlamentari: molti non li hanno. Visto che le spese non vanno documentate, preferiscono intascarsi altri 3.690 euro destinati ai portaborse e fare tutto da soli. Altri colleghi per risparmiare si mettono insieme e ne pagano uno che fa il triplo lavoro».

Ecco così svelata la sproporzione tra il numero dei deputati (630) e i contratti in corso per i segretari (230). «Non c'è più tanto nero come qualche anno fa. Anche un altro mito va sfatato: la Camera non ci regala cellulari, come molti credono, ma ogni deputato può avere altri 3.098 euro l'anno per pagare le telefonate. La Telecom ci offre poi dei contratti, chiamati "Tim Top Business Class", destinati a deputati e senatori. Per i computer? Abbiamo un plafond di altri 1.500 euro». Anche quand'era in consiglio regionale del Friuli le telefonate non erano un problema: «La Regione copriva tutto. Se non ti fai scrupoli puoi spendere quanto vuoi. Lo sa che lì c'è pure un indennizzo forfettario per l'utilizzo della propria macchina? Per chi vive fuori Trieste, 1.800 euro in più al mese. Tutti prendevano il treno regionale, e si intascavano la differenza». Portandosi a casa solo grazie a questa voce lo stipendio di un operaio specializzato.

Già. I trasporti gratis sono un must dei politici. Monai elenca i vantaggi di cui può usufruire. «Il precario che su Internet ha svelato gli sconti che ci fa la Peugeot s'è dimenticato che anche altre case offrono benefit simili: ho ricevuto offerte dalla Fiat, dalla Mercedes, dalla Renault. Dal 10 al 25 per cento in meno. Credo che lo facciano per una questione di marketing».
Fonte: L'Espresso

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CleaNap, tornano gli Angeli della Monnezza. Nuovo obiettivo: raccolta differenziata a Napoli


http://www.youtube.com/watch?v=H9b0ySVRNqM

Grande visibilità mediatica per CleaNap, i raduni dei "pulitoni" che hanno suscitato un interesse sempre maggiore negli ultimi due mesi. Così, se in piazza Bellini erano in pochi e le uniche telecamere in giro erano quelle di blogger e filmaker, già per il CleaNap a Porta Capuana le reflex e gli inviati si erano moltiplicati. Dopo la visita del sindaco Luigi De Magistris e la partnership di intenti con il gruppo dei "Friarielli Ribelli" -- che riqualifica le aiuole della città -- il movimento popolare di cittadini che puliscono Napoli è diventato un fenomeno di interesse internazionale, come testimaniano le troupe di giornalisti giunte da tutto il mondo per documentare l'appuntamento a Santa Maria la Nova.

continua su: http://www.fanpage.it/cleanap-tornano-gli-angeli-della-monnezza-nuovo-obietti...
http://www.fanpage.it
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http://www.youtube.com/watch?v=H9b0ySVRNqM

Grande visibilità mediatica per CleaNap, i raduni dei "pulitoni" che hanno suscitato un interesse sempre maggiore negli ultimi due mesi. Così, se in piazza Bellini erano in pochi e le uniche telecamere in giro erano quelle di blogger e filmaker, già per il CleaNap a Porta Capuana le reflex e gli inviati si erano moltiplicati. Dopo la visita del sindaco Luigi De Magistris e la partnership di intenti con il gruppo dei "Friarielli Ribelli" -- che riqualifica le aiuole della città -- il movimento popolare di cittadini che puliscono Napoli è diventato un fenomeno di interesse internazionale, come testimaniano le troupe di giornalisti giunte da tutto il mondo per documentare l'appuntamento a Santa Maria la Nova.

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http://www.fanpage.it
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lunedì 25 luglio 2011

Quando il Sud era italiano…

Il presidente Svimez, Adriano Giannola
Fonte:Il Sud


di Tiziana Gulotta

– Dal 1861 ad oggi, il Pil del Mezzogiorno è cresciuto di 18 volte ma anche il divario tra Nord e Sud è aumentato, in particolare durante i primi 100 anni.
Svantaggio che è stato in parte recuperato dalle regioni meridionali nella cosiddetta ‘stagione aurea’ del secondo dopoguerra. Ed ancora, se nel 1861, il Pil tra le due aree era simile, cioè pari a 100 per entrambi, dopo 150 anni, nel 2009, i redditi del Mezzogiorno risultavano pari solo al 59% del Centro-Nord.

E ancora: mentre il tasso di occupazione meridionale nel 1951 era pari all’81% del Centro-Nord, quasi 50 anni dopo, era fermo al 68,9%. La dinamica Nord–Sud, dall’Unità d’Italia ad oggi, è stata ricostruita dalla Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno nel volume intitolato 150 anni di statistiche italiane: Nord e Sud (1861-2011).

In un’intervista, il presidente della Svimez, Adriano Giannola, illustra com’è cambiato il quadro sociale ed economico del Paese in questo secolo e mezzo e spiega perché il Mezzogiorno oggi si pone come opportunità strategica per il sistema Italia.

Durante la cosiddetta ‘Età dell’Oro’, il Meridione mostra un’importante dinamicità nella performance economica.
Per la prima volta nella storia unitaria, il Mezzogiorno recupera almeno 20 punti del ritardo che aveva accumulato negli anni precedenti, a partire dagli inizi degli anni ’50 fino alla metà degli anni ‘70. Siamo nella fase dell’intervento dello Stato a supporto della realizzazione della riforma agraria e della politica di industrializzazione che, dal ‘57 in poi, viene sviluppata e che serve a tutto il Paese per costruire, sotto l’egida della politica regionale, un’industria di base fondamentale per il successo dell’industria manifatturiera del Centro-Nord.
In questo periodo si assiste ad una complementarietà tra la politica regionale che attiva l’economia del Mezzogiorno ed il successo dell’economia italiana che, grazie alla simbiosi tra Nord e Sud, permette il miracolo economico nazionale. Con un costo sociale rilevante dato dall’enorme migrazione interna.

Come si arriva alla crisi della crescita nelle due aree Nord-Sud?
Dagli anni ‘70 in poi, i vari shock petroliferi, valutari e salariali, hanno messo in grave crisi l’industria e si è registrata anche una carenza di soluzioni nelle politiche industriali. Il divario Nord-Sud è cresciuto fino ad oggi e si attesta sui 40 punti. Ma negli ultimi 20 anni, in particolare dal ‘98, abbiamo anche assistito ad una dinamica di crescita estremamente modesta sia al Nord che al Sud. Se andiamo ad osservare, infatti, l’industria manifatturiera, che è il cuore del sistema produttivo settentrionale, notiamo che ancor prima della crisi finanziaria mondiale del 2008, c’è una perdita di produzione. Non è così per la Germania che è cresciuta del 14% e per la Francia del 10%.

In un ‘sistema Italia’ che non cresce, ha ancora senso parlare di dualismo?
Il meccanismo dualistico esiste ancora, mantiene cioè il divario ma la tendenziale stagnazione strutturale è simile al Nord e al Sud. Da qui l’esigenza, come sostiene il Governatore della Banca d’Italia, della ripresa della crescita. Nell’opinione pubblica il Mezzogiorno è considerato il luogo dello spreco, la palla al piede del Paese. Liberarsene consentirebbe al Nord una grande ripresa. Questa sarebbe una grande illusione pericolosa e una tentazione di chi interpreta il federalismo fiscale come strumento per attuare una strategia di liberazione della parte ricca dalla parte che lo starebbe traendo a fondo. Senza rendersi conto, però, che la parte ricca è in crisi proprio come quella meno ricca.

Quale ruolo dovrebbe avere il federalismo fiscale?
Il federalismo fiscale può essere uno strumento utile di razionalizzazione e responsabilizzazione ma non può essere visto come una strategia che risolva i problemi. Un sistema del tutto legittimo in regime di unione monetaria potrebbe essere la tanta evocata e mai nata ‘fiscalità di vantaggio’ nelle regioni meridionali viste come sistema.
In realtà la causa del declino non è l’esistenza di un Mezzogiorno che frena il Nord ma la perdita di competitività del nostro sistema produttivo che deve essere indirizzato meglio. Scambiare le cause per gli effetti è molto pericoloso.
Il federalismo può essere un utile strumento ma visto come strategia di soluzione è una pericolosissima illusione.

In un mondo globalizzato, il Mezzogiorno con la sua rappresentazione mediterranea, potrebbe diventare la frontiera di un nuovo ciclo di sviluppo?
Non è semplice mantenere la competitività nel mondo globale alle condizioni attuali. Ma ci troviamo nel Mediterraneo, divenuto il centro dei traffici mondiali, in una posizione logistica privilegiata per intervenire e intercettare le opportunità create da questa fase di sviluppo del commercio mondiale.
Se non ci muoviamo presto lo faranno la Spagna, la Francia mediterranea ed il Nord Africa. Sull’area euro-mediterranea dobbiamo presentarci come i leader: dai trasporti alla ricerca e alla logistica, per intercettare Cina e India, in modo da consentire ai nostri porti, se bene attrezzati, di essere il luogo dell’interscambio. Dobbiamo anche riposizionarci nei settori tradizionali, come quello della produzione energetica.
In Basilicata, potremmo raggiungere il 20% del fabbisogno nazionale di petrolio e attorno ad esso sviluppare anche ricerca e salvaguardia dell’ambiente. In sostanza, occorre reinterpretare il terri-torio in un mondo che è cambiato. Da questo punto di vista il Mezzogiorno è una grande opportunità per l’Italia.

Quali saranno i nodi che il Mezzogiorno dovrà sciogliere negli anni futuri?
I nodi da sciogliere sono quelli della ‘governance’. Le regioni del Mezzogiorno e lo Stato centrale devono coordinare una strategia che abbia e si dimostri coerente ad un disegno di interesse nazionale. Dobbiamo ritrovare una strategia coerente che metta gli interessi dei singoli territori in un disegno più ampio, in una visione di lungo periodo.

Come frenare l’emigrazione di giovani dal Sud?
Sembra utopistico un significativo spazio per rilanciare in Italia il nucleare laddove abbiamo già delle potenzialità energetiche nel Mezzogiorno: la Basilicata rappresenta la ‘Mecca’ petrolifera; il Sud in generale quella delle fonti rinnovabili e sostenibili. Ed ancora, la Campania ed il Mezzogiorno tirrenico, rappresentano un’altra ‘Mecca’ inesplorata: quella della geotermia.
Tra gli svantaggi competitivi dell’industria italiana, infatti, c’è proprio l’alto costo dell’energia. Proprio su questo tipo di energie occorre investire in futuro. A partire da una fiscalità adeguata, di vero vantaggio per attira-re risorse dal Nord e dal resto del mondo.
Altre aree importanti sono la logistica con la capacità di collegare porti e ferrovie, interporti e retro porti. Ed ancora l’agroalimentare. La revisione di queste aree potrebbe frenare l’emigrazione dei giovani. Negli ultimi 15 anni, di fronte all’inesistenza di alternative, molta gente è andata via. Su questo occorre intervenire perché le proiezioni demografiche ci dicono che se non si inverte questa tendenza tra venti anni ci saranno 2 milioni di persone in meno ed il Mezzogiorno non sarà più la parte giovane del Paese ma la parte vecchia in tutto dipendente dal resto d’Italia.

Fonte:Il Sud


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Il presidente Svimez, Adriano Giannola
Fonte:Il Sud


di Tiziana Gulotta

– Dal 1861 ad oggi, il Pil del Mezzogiorno è cresciuto di 18 volte ma anche il divario tra Nord e Sud è aumentato, in particolare durante i primi 100 anni.
Svantaggio che è stato in parte recuperato dalle regioni meridionali nella cosiddetta ‘stagione aurea’ del secondo dopoguerra. Ed ancora, se nel 1861, il Pil tra le due aree era simile, cioè pari a 100 per entrambi, dopo 150 anni, nel 2009, i redditi del Mezzogiorno risultavano pari solo al 59% del Centro-Nord.

E ancora: mentre il tasso di occupazione meridionale nel 1951 era pari all’81% del Centro-Nord, quasi 50 anni dopo, era fermo al 68,9%. La dinamica Nord–Sud, dall’Unità d’Italia ad oggi, è stata ricostruita dalla Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno nel volume intitolato 150 anni di statistiche italiane: Nord e Sud (1861-2011).

In un’intervista, il presidente della Svimez, Adriano Giannola, illustra com’è cambiato il quadro sociale ed economico del Paese in questo secolo e mezzo e spiega perché il Mezzogiorno oggi si pone come opportunità strategica per il sistema Italia.

Durante la cosiddetta ‘Età dell’Oro’, il Meridione mostra un’importante dinamicità nella performance economica.
Per la prima volta nella storia unitaria, il Mezzogiorno recupera almeno 20 punti del ritardo che aveva accumulato negli anni precedenti, a partire dagli inizi degli anni ’50 fino alla metà degli anni ‘70. Siamo nella fase dell’intervento dello Stato a supporto della realizzazione della riforma agraria e della politica di industrializzazione che, dal ‘57 in poi, viene sviluppata e che serve a tutto il Paese per costruire, sotto l’egida della politica regionale, un’industria di base fondamentale per il successo dell’industria manifatturiera del Centro-Nord.
In questo periodo si assiste ad una complementarietà tra la politica regionale che attiva l’economia del Mezzogiorno ed il successo dell’economia italiana che, grazie alla simbiosi tra Nord e Sud, permette il miracolo economico nazionale. Con un costo sociale rilevante dato dall’enorme migrazione interna.

Come si arriva alla crisi della crescita nelle due aree Nord-Sud?
Dagli anni ‘70 in poi, i vari shock petroliferi, valutari e salariali, hanno messo in grave crisi l’industria e si è registrata anche una carenza di soluzioni nelle politiche industriali. Il divario Nord-Sud è cresciuto fino ad oggi e si attesta sui 40 punti. Ma negli ultimi 20 anni, in particolare dal ‘98, abbiamo anche assistito ad una dinamica di crescita estremamente modesta sia al Nord che al Sud. Se andiamo ad osservare, infatti, l’industria manifatturiera, che è il cuore del sistema produttivo settentrionale, notiamo che ancor prima della crisi finanziaria mondiale del 2008, c’è una perdita di produzione. Non è così per la Germania che è cresciuta del 14% e per la Francia del 10%.

In un ‘sistema Italia’ che non cresce, ha ancora senso parlare di dualismo?
Il meccanismo dualistico esiste ancora, mantiene cioè il divario ma la tendenziale stagnazione strutturale è simile al Nord e al Sud. Da qui l’esigenza, come sostiene il Governatore della Banca d’Italia, della ripresa della crescita. Nell’opinione pubblica il Mezzogiorno è considerato il luogo dello spreco, la palla al piede del Paese. Liberarsene consentirebbe al Nord una grande ripresa. Questa sarebbe una grande illusione pericolosa e una tentazione di chi interpreta il federalismo fiscale come strumento per attuare una strategia di liberazione della parte ricca dalla parte che lo starebbe traendo a fondo. Senza rendersi conto, però, che la parte ricca è in crisi proprio come quella meno ricca.

Quale ruolo dovrebbe avere il federalismo fiscale?
Il federalismo fiscale può essere uno strumento utile di razionalizzazione e responsabilizzazione ma non può essere visto come una strategia che risolva i problemi. Un sistema del tutto legittimo in regime di unione monetaria potrebbe essere la tanta evocata e mai nata ‘fiscalità di vantaggio’ nelle regioni meridionali viste come sistema.
In realtà la causa del declino non è l’esistenza di un Mezzogiorno che frena il Nord ma la perdita di competitività del nostro sistema produttivo che deve essere indirizzato meglio. Scambiare le cause per gli effetti è molto pericoloso.
Il federalismo può essere un utile strumento ma visto come strategia di soluzione è una pericolosissima illusione.

In un mondo globalizzato, il Mezzogiorno con la sua rappresentazione mediterranea, potrebbe diventare la frontiera di un nuovo ciclo di sviluppo?
Non è semplice mantenere la competitività nel mondo globale alle condizioni attuali. Ma ci troviamo nel Mediterraneo, divenuto il centro dei traffici mondiali, in una posizione logistica privilegiata per intervenire e intercettare le opportunità create da questa fase di sviluppo del commercio mondiale.
Se non ci muoviamo presto lo faranno la Spagna, la Francia mediterranea ed il Nord Africa. Sull’area euro-mediterranea dobbiamo presentarci come i leader: dai trasporti alla ricerca e alla logistica, per intercettare Cina e India, in modo da consentire ai nostri porti, se bene attrezzati, di essere il luogo dell’interscambio. Dobbiamo anche riposizionarci nei settori tradizionali, come quello della produzione energetica.
In Basilicata, potremmo raggiungere il 20% del fabbisogno nazionale di petrolio e attorno ad esso sviluppare anche ricerca e salvaguardia dell’ambiente. In sostanza, occorre reinterpretare il terri-torio in un mondo che è cambiato. Da questo punto di vista il Mezzogiorno è una grande opportunità per l’Italia.

Quali saranno i nodi che il Mezzogiorno dovrà sciogliere negli anni futuri?
I nodi da sciogliere sono quelli della ‘governance’. Le regioni del Mezzogiorno e lo Stato centrale devono coordinare una strategia che abbia e si dimostri coerente ad un disegno di interesse nazionale. Dobbiamo ritrovare una strategia coerente che metta gli interessi dei singoli territori in un disegno più ampio, in una visione di lungo periodo.

Come frenare l’emigrazione di giovani dal Sud?
Sembra utopistico un significativo spazio per rilanciare in Italia il nucleare laddove abbiamo già delle potenzialità energetiche nel Mezzogiorno: la Basilicata rappresenta la ‘Mecca’ petrolifera; il Sud in generale quella delle fonti rinnovabili e sostenibili. Ed ancora, la Campania ed il Mezzogiorno tirrenico, rappresentano un’altra ‘Mecca’ inesplorata: quella della geotermia.
Tra gli svantaggi competitivi dell’industria italiana, infatti, c’è proprio l’alto costo dell’energia. Proprio su questo tipo di energie occorre investire in futuro. A partire da una fiscalità adeguata, di vero vantaggio per attira-re risorse dal Nord e dal resto del mondo.
Altre aree importanti sono la logistica con la capacità di collegare porti e ferrovie, interporti e retro porti. Ed ancora l’agroalimentare. La revisione di queste aree potrebbe frenare l’emigrazione dei giovani. Negli ultimi 15 anni, di fronte all’inesistenza di alternative, molta gente è andata via. Su questo occorre intervenire perché le proiezioni demografiche ci dicono che se non si inverte questa tendenza tra venti anni ci saranno 2 milioni di persone in meno ed il Mezzogiorno non sarà più la parte giovane del Paese ma la parte vecchia in tutto dipendente dal resto d’Italia.

Fonte:Il Sud


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Governo, un'ondata di balle

Nessun ticket sulla sanità. Nessun aumento delle tasse. Nessuna speculazione sull'Italia. Sono alcune delle incredibili affermazioni che compaiono nel nuovo libretto di B. sui suoi tre anni di governo. Dove sono spariti (rispetto al 2010) gli abbracci con Gheddafi e gli elogi del nucleare. L'Espresso lo ha sbugiardato, riga per riga


Di Silvia Cerami


Come ogni anno, prima delle vacanze, Silvio rende partecipe il Paese delle imprese del governo del fare. E così ecco arrivare l'atteso libretto "Tre anni dopo. Le realizzazioni del Governo Berlusconi".

L'anno scorso si intitolava "Due anni di governo Berlusconi".

Sono stati, ci spiega il nuovo libretto, tre anni di grandi riforme, dall'università alle pensioni, dalla giustizia civile al federalismo fiscale, senza dimenticare il contrasto all'evasione fiscale, la salvaguardia dei conti pubblici e poi le grandi opere, la criminalità organizzata, i rifiuti, il piano casa, i costi della politica, le missioni internazionali. Per comprendere i risultati encomiabili raggiunti, abbiamo provato a confrontare il testo 2011 con il libro dell'anno scorso. Ecco il risultato.

Manovra? Quale manovra?
Il volumetto dell'estate 2010 apriva con lo stato dell'economia: «A causa di non una, ma ben due crisi tutti i governi sono stati costretti a una manovra, ma poiché il nostro governo in questi due anni è riuscito a mantenere in buona salute i conti dello Stato, la manovra necessaria per rispettare gli accordi europei vale solo 24, 9 miliardi di euro in due anni. La stessa manovra ne costerà 100 in Francia, 60 in Germania, 50 in Spagna», si diceva. E come se non bastasse da noi «non ci sono aumenti di tasse, stipendi e pensioni restano immutati, nessuna riduzione degli investimenti per sanità, scuola e assistenza». Quest'anno il premier non fa accenno ad alcuna manovra, che invece è stata di 47,9 miliardi (quasi il doppio di quella dell'anno scorso, che doveva valere per due anni...) e che prevede diversi aumenti di tasse, dal ritorno dell'Irpef sulla casa alla reintroduzione dei ticket sanitari, per non parlare del taglio del welfare agli enti locali. Cose superflue, evidentemente, perché quest'anno ci si limita a vantarsi di «aver salvaguardato il sistema economico e produttivo del Paese». E' questo «il maggior risultato di questo Governo, il vanto di cui andiamo fieri», scrive e sottoscrive Silvio Berlusconi in persona.

Mai stato nuclearista
L'anno scorso la 'nuclear renaissance' era la svolta per il fabbisogno energetico del Paese. Ben due pagine di reattori e di spiegazioni sulla necessità del ritorno all'atomo. Nella versione 2011 cambia tutto. Al posto del ritorno all'atomo, c'è la sezione dedicata all'«amore e rispetto per l'ambiente», che vede trionfare pannelli fotovoltaici e pale eoliche. Quanto al nucleare, «il governo ha approvato una moratoria per valutare le scelte migliori». Uno svoltone a 180 gradi rispetto all'esaltazione di 12 mesi fa, opportunamente dimenticata. A leggere il libretto di quest'anno sembra proprio che non sia mai stato nuclearista, Berlusconi, per carità.

I ticket a sua insaputa

Berlusconi rassicura: «Il governo non ha tagliato le prestazioni sanitarie e ha investito 4 miliardi di euro in più nella sanità, ha digitalizzato la sanità con medici in rete e certificati on line». Ma non solo, punto cardine per la salute è l' «abolizione dei ticket sanitari per il triennio 2009- 2011». Stampato a caratteri ben leggibili in entrambe le edizioni. Eppure qualcuno, di certo a sua insaputa, ha stabilito che occorrerà pagare 10 euro sulle ricette mediche e 25 sugli interventi del pronto soccorso in codice bianco.

Lo strano caso dei rifiuti in Campania.
Sotto il capitolo "Emergenze risolte" sottotitolo "Lo Stato è tornato a fare lo Stato" il volume edizione 2010 a pagina 38 non lasciava ombra di dubbio: «Rifiuti in Campania. Problema risolto. In soli 58 giorni il governo ha ripulito le strade di Napoli dall'immondizia». Nella versione 2011 i rifiuti ritornano con un nuovo capitoletto "La nuova emergenza rifiuti" sottotitolo "Causa inadempienza del Comune di Napoli, che non ha potenziato la raccolta differenziata, aperto nuove discariche e costruito il termovalorizzatore, c'è di nuovo l'emergenza rifiuti". In altre parole, nel 2010 il governo aveva deciso che la monnezza non c'era più, e se ne prendeva tutti i meriti. Nel 2011 si è arreso all'evidenza che la spazzatura c'è ancora, ma addossa le colpe ad altri. Si sorvola sul fatto che il responsabile del ciclo rifiuti nella provincia di Napoli è sempre lo stesso, nel 2010 come nel 2011: Luigi Cesaro, Pdl, uomo di Berlusconi e di Cosentino.

Mamma mi è sparito Gheddafi
In meno di un anno una vera metamorfosi. Abolite le foto con gli abbracci tra Berlusconi e Gheddafi, scomparso l'«accordo Italia-Libia per bloccare i clandestini», eliminata la sessione «fermare la clandestinità, sbarchi diminuiti del 90 per cento grazie ai pattugliamenti e ai rientri in Libia», cassata la pagina di mea culpa 1l'Italia è il primo Paese Italia che nel rapporto con una ex-colonia riconosce le proprie responsabilità». Tutto sparito, cancellato, sbianchettato. Nella versione 2011 Gheddafi non si vede più, sparito, sbianchettato. Quest'anno, la questione viene risolta con una foto di Berlusconi che stringe la mano a Obama, e il governo fa sapere di aver avuto «una posizione equilibrata in merito alla crisi libica» tanto da essersi «attivato sin dall'inizio con i partner internazionali per una soluzione».

Sulle tasse meglio il copia incolla
Ma non sarebbe giusto dire che il libretto è tutto un cambiamento rispetto all'anno scorso. Sulle famiglie, ad esempio, il testo di quest'anno è quasi identico a quello dell'anno scorso: «Il governo Berlusconi ha affrontato la crisi scegliendo di proteggere il risparmio e il potere d'acquisto delle famiglie. A differenza di quanto avvenuto in altri Paesi, in Italia le tasse non sono aumentate e gli stipendi e le pensioni non hanno avuto nessuna decurtazione». Quello che è cambiato, in compenso, sono le misure in merito decise dal premier, di cui nel libretto non c'è traccia: ad esempio, i rincari del fisco locale per 10 milioni di italiani come risultato dell'effetto combinato dell'aumento dell'addizionale comunale Irpef e dell'aliquota provinciale sulle Rc auto. Merito dei decreti su fisco comunale, provinciale e regionale. In media i cittadini subiranno effetti che arrivano anche a 300,7 euro pro capite di aggravio (dati Cgia di Mestre). Niente: il libretto trova più comodo e veloce copiaincollare la versione dell'anno scorso. Nessun accenno nel volume nemmeno al balzello di 30 euro in più per ogni ricorso al giudice di pace, l'eliminazione della detrazione del 19 per cento per gli acquisti di abbonamenti ai trasporti pubblici locali e per le spese di aggiornamento degli insegnati, l'aumento dei pedaggi autostradali, dei biglietti di treni e aerei, il raddoppio dell'Iva sugli abbonamenti alle pay tv e l'aumento del canone Rai. Silenzio assoluto infine al taglio lineare del 5 per cento per il 2013 e del 20 per cento a partire dal 2014 che toccherà tutte le 483 agevolazioni fiscali, comprese quelle per le famiglie, incluse quelle in bella mostra sul libro del fare.

Maledetta rotativa A volte la fretta fa brutti scherzi. E pur di mandare in tipografia il suo libretto prima che la gente andasse in vacanza, quest'anno il libretto riporta stampata una frase che appare tragicomica: «Il governo ha impegnato risorse in modo mirato, sostenendo i settori più esposti alla crisi e senza esporre l'Italia agli attacchi della speculazione internazionale». Purtroppo, mentre le rotative del Cavaliere giravano Milano si attestava come la peggior piazza borsistica d'Europa, gli operatori internazionali cancellavano ogni apertura di credito al governo italiano e lo spread tra titoli di stato italiani e tedeschi abbia superato di gran lunga i 300 punti.

Imprese, fallite pure serenamente
Le nostre imprese «possono essere serene», godendo di un fisco amico, di microcredito e fondi di sviluppo, del fondo salva-imprese di Mister PMI. E' quanto assicura la nuova versione del libretto berlusconiano. Peccato che nel 2010 in Italia siano state aperte 11 mila procedure fallimentari, il peggior risultato dal 2006. Stessa musica sull'occupazione. Il libretto 2011 assicura che «sono stati evitati centinaia di migliaia di licenziamenti e l'Italia ha retto meglio di tutti in Europa l'impatto della crisi sull'occupazione». Secondo l'Istat invece la disoccupazione giovanile in Italia è arrivata al 30 per cento, dieci punti in più rispetto a Eurolandia, con punte di inattività per le donne del Mezzogiorno quasi al 50 per cento .

E la Casta non c'è più
Estate 2010: «Meno sprechi, meno burocrazia, più sviluppo. Il nostro Stato costa troppo». Estate 2011: «Da dicembre 2008 sono stati cancellati ben 411.298 leggi e provvedimenti inutili e superati. Ridotti del 20 per cento il numero dei consiglieri provinciali, comunali e degli assessori. Tagliati i compensi dei consiglieri di circoscrizione e ridotti del 10 per cento quelli dei consiglieri comunali e provinciali". E' arrivato il tempo della responsabilità». Grazie a Silvio «eliminati gli enti inutili, ridotti gli stipendi dei politici, dei magistrati e degli alti dirigenti pubblici, tagliati i costi dei ministeri e il finanziamento ai partiti del 10 per cento, mille euro netti mese in meno a deputati e senatori e riduzione del 10 per cento delle 86 mila auto blu». Tagli sostanziali, degni di un Paese in crisi. Una vera risposta solidale da parte di chi ci amministra. Però in un solo anno, dal 2009 al 2010, il budget per pagare lo staff di palazzo Chigi è aumentato del 26 per cento superando i 27 milioni, gli aerei di Stato sono saliti da 494 a 507 ore mese, le spese per gli affitti degli uffici della presidenza del Consiglio sono aumentati da 10 a oltre 13 milioni. La Camera dei deputati ci costa tra indennità, diarie, rimborsi, affitti e ristoranti quasi un miliardo di euro e secondo uno studio della Uil, i costi della politica, diretti e indiretti, sono arrivati a 24,7 miliardi di euro. In tutto il Paese sta montando la rivolta contro gli sprechi della Casta, ma secondo Berlusconi, grazie al suo governo, la Casta non c'è più. In compenso la sua maggioranza ha bocciato i (pochi e futuri) tagli ai costi della politica che aveva previsto Tremonti, con un colpo di mano notturno che ha cancellato gli articoli in questione nella finanziaria.. Ma chissà perché, di questo voto del Pdl nel libretto non si parla.

La Salerno-Reggio? Quasi pronta, come sempre
«Per recuperare il trentennale ritardo infrastrutturale» sia il libretto dell'anno scorso sia quello di quest'anno assicurano che in Italia è tutto un lavorio di cantieri, e ovviamente è in corso (proprio come l'anno scorso) il completamento della Salerno-Reggio Calabria. Intanto si procede a larghe falcate verso il Ponte sullo Stretto, assicura Berlusconi: nessun accenno al fatto che 29 giugno la Commissione Europea ha infatti frantumato il grande sogno del Cavaliere. Il Ponte di Messina non si farà. Per Bruxelles la nuova rete di priorità prevede che l'ex Corridoio Berlino - Palermo non scenda più in Calabria, ma si fermi a Napoli e Bari.

Come va piano il Piano casa

Silvio, giovane palazzinaro, non rinuncia al suo primo amore. Il Piano Casa. Del resto si sa: «riparte l'edilizia, riparte l'economia». Già annunciato nel 2010, viene rilanciato quest'anno come «Piano città 2011: per rilanciare le aree degradate i proprietari di immobili residenziali potranno aumentare la volumetria del 20 per cento o del 10 per cento nel caso di immobili destinati ad altri usi». Tutto un annuncio, ma per ora si è stretto solo un accordo con le Regioni: di fatto ogni governatore decide autonomamente e nella migliore delle ipotesi si son viste misure per piccole ristrutturazioni.

A proposito di case: e l'Abruzzo?

Nel 2010 B. scriveva: «Attraverso il grande lavoro svolto dalla Protezione civile e la costante presenza e vigilanza del Presidente, il governo ha sollecitamente affrontato l'emergenza. Il 29 gennaio 2010 l'emergenza è finita». Si faceva quindi immortalare mentre consegnava le chiavi a una signora abruzzese In Abruzzo a distanza di più di due anni ci sono oltre 37 mila persone assistite, di cui 13 mila beneficiarie del contributo di autonoma sistemazione e oltre 1.300 ancora ospitate in strutture ricettive e caserme. La metà dei terremotati denuncia l'assenza di servizi essenziali, l'ospedale de l'Aquila è in stato d'abbandono e il centro storico è rimasto zona rossa, una specie di Pompei abbandonata da tutti.

Rilanciare il sud
Una questione nazionale. Non c'è volume celebrativo senza Piano per il Sud. In versione 2010 prevedeva di «sconfiggere la criminalità organizzata, affrontare l'emergenza rifiuti, istituire la Banca del Sud e dare il via alle grandi opere».

L'unica banda è quella musicale
In versione 2011 ritornano tutti gli annunci dell'anno scorso, a cui viene aggiunto un nuovo totem: la «banda larga» di Internet «in tutto il Meridione». E qui siamo veramente all'incredibile, visto che l'Italia è l'unico Paese del G8 privo di un'agenda digitale, al ventunesimo posto nell'Unione europea per penetrazione della Rete, superata (in percentuale sulla popolazione) perfino da Polonia, Repubblica Ceca, Cipro e Ungheria, oltre che da Germania, Francia, Spagna, Irlanda e Regno Unito (dati Internet World Stats). E ancora: la velocità della nostra banda larga è paragonabile a quella dell'Ucraina (rapporto delle università Oxford-Oviedo ) mentre nella graduatoria annuale del Broadband Quality Index siamo al trentottesimo posto sui 66 paesi analizzati con una qualità di connessione che è pari a 28,1 punti su una scala da zero a 100: lontano da quei 50 punti considerati indispensabili per utilizzare in modo soddisfacente le applicazioni che si affermeranno nei prossimi 3-5 anni. E in questo quadro, i soldi per le infrastrutture digitali lasciati in eredità dalla precedente legislatura sono stati destinati ad altri usi e il piano frequenze ha privilegiato le televisioni a danno di Internet. In compenso l'AgCom, su mandato del governo, sta introducendo norme che disincentivano fortemente l'uso della Rete, con l'alibi della protezione del diritto d'autore.

E adesso passo alla storia

In conclusione Silvio chiosa fiducioso: «Quando si guarderà a questi anni di governo con animo meno acceso e mente più serena, non si potrà non riconoscere che siamo riusciti in una condizione quasi proibitiva a fare quello che altri Paesi non hanno avuto la capacità o la fortuna di riuscire a fare». Un passaggio che l'anno scorso mancava e quasi un inconscio affidarsi alla benevolenza dei posteri, visto che i contemporanei sono tanto ingrati. Del resto in dodici mesi il libretto si è ridotto da 80 a 60 pagine e quest'anno si trova soltanto sul sito del Pdl: non ne è prevista una spedizione postale agli italiani né una distribuzione ai gazebo del Pdl come l'anno scorso. Todo cambia, meglio consegnarsi alla storia.


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Nessun ticket sulla sanità. Nessun aumento delle tasse. Nessuna speculazione sull'Italia. Sono alcune delle incredibili affermazioni che compaiono nel nuovo libretto di B. sui suoi tre anni di governo. Dove sono spariti (rispetto al 2010) gli abbracci con Gheddafi e gli elogi del nucleare. L'Espresso lo ha sbugiardato, riga per riga


Di Silvia Cerami


Come ogni anno, prima delle vacanze, Silvio rende partecipe il Paese delle imprese del governo del fare. E così ecco arrivare l'atteso libretto "Tre anni dopo. Le realizzazioni del Governo Berlusconi".

L'anno scorso si intitolava "Due anni di governo Berlusconi".

Sono stati, ci spiega il nuovo libretto, tre anni di grandi riforme, dall'università alle pensioni, dalla giustizia civile al federalismo fiscale, senza dimenticare il contrasto all'evasione fiscale, la salvaguardia dei conti pubblici e poi le grandi opere, la criminalità organizzata, i rifiuti, il piano casa, i costi della politica, le missioni internazionali. Per comprendere i risultati encomiabili raggiunti, abbiamo provato a confrontare il testo 2011 con il libro dell'anno scorso. Ecco il risultato.

Manovra? Quale manovra?
Il volumetto dell'estate 2010 apriva con lo stato dell'economia: «A causa di non una, ma ben due crisi tutti i governi sono stati costretti a una manovra, ma poiché il nostro governo in questi due anni è riuscito a mantenere in buona salute i conti dello Stato, la manovra necessaria per rispettare gli accordi europei vale solo 24, 9 miliardi di euro in due anni. La stessa manovra ne costerà 100 in Francia, 60 in Germania, 50 in Spagna», si diceva. E come se non bastasse da noi «non ci sono aumenti di tasse, stipendi e pensioni restano immutati, nessuna riduzione degli investimenti per sanità, scuola e assistenza». Quest'anno il premier non fa accenno ad alcuna manovra, che invece è stata di 47,9 miliardi (quasi il doppio di quella dell'anno scorso, che doveva valere per due anni...) e che prevede diversi aumenti di tasse, dal ritorno dell'Irpef sulla casa alla reintroduzione dei ticket sanitari, per non parlare del taglio del welfare agli enti locali. Cose superflue, evidentemente, perché quest'anno ci si limita a vantarsi di «aver salvaguardato il sistema economico e produttivo del Paese». E' questo «il maggior risultato di questo Governo, il vanto di cui andiamo fieri», scrive e sottoscrive Silvio Berlusconi in persona.

Mai stato nuclearista
L'anno scorso la 'nuclear renaissance' era la svolta per il fabbisogno energetico del Paese. Ben due pagine di reattori e di spiegazioni sulla necessità del ritorno all'atomo. Nella versione 2011 cambia tutto. Al posto del ritorno all'atomo, c'è la sezione dedicata all'«amore e rispetto per l'ambiente», che vede trionfare pannelli fotovoltaici e pale eoliche. Quanto al nucleare, «il governo ha approvato una moratoria per valutare le scelte migliori». Uno svoltone a 180 gradi rispetto all'esaltazione di 12 mesi fa, opportunamente dimenticata. A leggere il libretto di quest'anno sembra proprio che non sia mai stato nuclearista, Berlusconi, per carità.

I ticket a sua insaputa

Berlusconi rassicura: «Il governo non ha tagliato le prestazioni sanitarie e ha investito 4 miliardi di euro in più nella sanità, ha digitalizzato la sanità con medici in rete e certificati on line». Ma non solo, punto cardine per la salute è l' «abolizione dei ticket sanitari per il triennio 2009- 2011». Stampato a caratteri ben leggibili in entrambe le edizioni. Eppure qualcuno, di certo a sua insaputa, ha stabilito che occorrerà pagare 10 euro sulle ricette mediche e 25 sugli interventi del pronto soccorso in codice bianco.

Lo strano caso dei rifiuti in Campania.
Sotto il capitolo "Emergenze risolte" sottotitolo "Lo Stato è tornato a fare lo Stato" il volume edizione 2010 a pagina 38 non lasciava ombra di dubbio: «Rifiuti in Campania. Problema risolto. In soli 58 giorni il governo ha ripulito le strade di Napoli dall'immondizia». Nella versione 2011 i rifiuti ritornano con un nuovo capitoletto "La nuova emergenza rifiuti" sottotitolo "Causa inadempienza del Comune di Napoli, che non ha potenziato la raccolta differenziata, aperto nuove discariche e costruito il termovalorizzatore, c'è di nuovo l'emergenza rifiuti". In altre parole, nel 2010 il governo aveva deciso che la monnezza non c'era più, e se ne prendeva tutti i meriti. Nel 2011 si è arreso all'evidenza che la spazzatura c'è ancora, ma addossa le colpe ad altri. Si sorvola sul fatto che il responsabile del ciclo rifiuti nella provincia di Napoli è sempre lo stesso, nel 2010 come nel 2011: Luigi Cesaro, Pdl, uomo di Berlusconi e di Cosentino.

Mamma mi è sparito Gheddafi
In meno di un anno una vera metamorfosi. Abolite le foto con gli abbracci tra Berlusconi e Gheddafi, scomparso l'«accordo Italia-Libia per bloccare i clandestini», eliminata la sessione «fermare la clandestinità, sbarchi diminuiti del 90 per cento grazie ai pattugliamenti e ai rientri in Libia», cassata la pagina di mea culpa 1l'Italia è il primo Paese Italia che nel rapporto con una ex-colonia riconosce le proprie responsabilità». Tutto sparito, cancellato, sbianchettato. Nella versione 2011 Gheddafi non si vede più, sparito, sbianchettato. Quest'anno, la questione viene risolta con una foto di Berlusconi che stringe la mano a Obama, e il governo fa sapere di aver avuto «una posizione equilibrata in merito alla crisi libica» tanto da essersi «attivato sin dall'inizio con i partner internazionali per una soluzione».

Sulle tasse meglio il copia incolla
Ma non sarebbe giusto dire che il libretto è tutto un cambiamento rispetto all'anno scorso. Sulle famiglie, ad esempio, il testo di quest'anno è quasi identico a quello dell'anno scorso: «Il governo Berlusconi ha affrontato la crisi scegliendo di proteggere il risparmio e il potere d'acquisto delle famiglie. A differenza di quanto avvenuto in altri Paesi, in Italia le tasse non sono aumentate e gli stipendi e le pensioni non hanno avuto nessuna decurtazione». Quello che è cambiato, in compenso, sono le misure in merito decise dal premier, di cui nel libretto non c'è traccia: ad esempio, i rincari del fisco locale per 10 milioni di italiani come risultato dell'effetto combinato dell'aumento dell'addizionale comunale Irpef e dell'aliquota provinciale sulle Rc auto. Merito dei decreti su fisco comunale, provinciale e regionale. In media i cittadini subiranno effetti che arrivano anche a 300,7 euro pro capite di aggravio (dati Cgia di Mestre). Niente: il libretto trova più comodo e veloce copiaincollare la versione dell'anno scorso. Nessun accenno nel volume nemmeno al balzello di 30 euro in più per ogni ricorso al giudice di pace, l'eliminazione della detrazione del 19 per cento per gli acquisti di abbonamenti ai trasporti pubblici locali e per le spese di aggiornamento degli insegnati, l'aumento dei pedaggi autostradali, dei biglietti di treni e aerei, il raddoppio dell'Iva sugli abbonamenti alle pay tv e l'aumento del canone Rai. Silenzio assoluto infine al taglio lineare del 5 per cento per il 2013 e del 20 per cento a partire dal 2014 che toccherà tutte le 483 agevolazioni fiscali, comprese quelle per le famiglie, incluse quelle in bella mostra sul libro del fare.

Maledetta rotativa A volte la fretta fa brutti scherzi. E pur di mandare in tipografia il suo libretto prima che la gente andasse in vacanza, quest'anno il libretto riporta stampata una frase che appare tragicomica: «Il governo ha impegnato risorse in modo mirato, sostenendo i settori più esposti alla crisi e senza esporre l'Italia agli attacchi della speculazione internazionale». Purtroppo, mentre le rotative del Cavaliere giravano Milano si attestava come la peggior piazza borsistica d'Europa, gli operatori internazionali cancellavano ogni apertura di credito al governo italiano e lo spread tra titoli di stato italiani e tedeschi abbia superato di gran lunga i 300 punti.

Imprese, fallite pure serenamente
Le nostre imprese «possono essere serene», godendo di un fisco amico, di microcredito e fondi di sviluppo, del fondo salva-imprese di Mister PMI. E' quanto assicura la nuova versione del libretto berlusconiano. Peccato che nel 2010 in Italia siano state aperte 11 mila procedure fallimentari, il peggior risultato dal 2006. Stessa musica sull'occupazione. Il libretto 2011 assicura che «sono stati evitati centinaia di migliaia di licenziamenti e l'Italia ha retto meglio di tutti in Europa l'impatto della crisi sull'occupazione». Secondo l'Istat invece la disoccupazione giovanile in Italia è arrivata al 30 per cento, dieci punti in più rispetto a Eurolandia, con punte di inattività per le donne del Mezzogiorno quasi al 50 per cento .

E la Casta non c'è più
Estate 2010: «Meno sprechi, meno burocrazia, più sviluppo. Il nostro Stato costa troppo». Estate 2011: «Da dicembre 2008 sono stati cancellati ben 411.298 leggi e provvedimenti inutili e superati. Ridotti del 20 per cento il numero dei consiglieri provinciali, comunali e degli assessori. Tagliati i compensi dei consiglieri di circoscrizione e ridotti del 10 per cento quelli dei consiglieri comunali e provinciali". E' arrivato il tempo della responsabilità». Grazie a Silvio «eliminati gli enti inutili, ridotti gli stipendi dei politici, dei magistrati e degli alti dirigenti pubblici, tagliati i costi dei ministeri e il finanziamento ai partiti del 10 per cento, mille euro netti mese in meno a deputati e senatori e riduzione del 10 per cento delle 86 mila auto blu». Tagli sostanziali, degni di un Paese in crisi. Una vera risposta solidale da parte di chi ci amministra. Però in un solo anno, dal 2009 al 2010, il budget per pagare lo staff di palazzo Chigi è aumentato del 26 per cento superando i 27 milioni, gli aerei di Stato sono saliti da 494 a 507 ore mese, le spese per gli affitti degli uffici della presidenza del Consiglio sono aumentati da 10 a oltre 13 milioni. La Camera dei deputati ci costa tra indennità, diarie, rimborsi, affitti e ristoranti quasi un miliardo di euro e secondo uno studio della Uil, i costi della politica, diretti e indiretti, sono arrivati a 24,7 miliardi di euro. In tutto il Paese sta montando la rivolta contro gli sprechi della Casta, ma secondo Berlusconi, grazie al suo governo, la Casta non c'è più. In compenso la sua maggioranza ha bocciato i (pochi e futuri) tagli ai costi della politica che aveva previsto Tremonti, con un colpo di mano notturno che ha cancellato gli articoli in questione nella finanziaria.. Ma chissà perché, di questo voto del Pdl nel libretto non si parla.

La Salerno-Reggio? Quasi pronta, come sempre
«Per recuperare il trentennale ritardo infrastrutturale» sia il libretto dell'anno scorso sia quello di quest'anno assicurano che in Italia è tutto un lavorio di cantieri, e ovviamente è in corso (proprio come l'anno scorso) il completamento della Salerno-Reggio Calabria. Intanto si procede a larghe falcate verso il Ponte sullo Stretto, assicura Berlusconi: nessun accenno al fatto che 29 giugno la Commissione Europea ha infatti frantumato il grande sogno del Cavaliere. Il Ponte di Messina non si farà. Per Bruxelles la nuova rete di priorità prevede che l'ex Corridoio Berlino - Palermo non scenda più in Calabria, ma si fermi a Napoli e Bari.

Come va piano il Piano casa

Silvio, giovane palazzinaro, non rinuncia al suo primo amore. Il Piano Casa. Del resto si sa: «riparte l'edilizia, riparte l'economia». Già annunciato nel 2010, viene rilanciato quest'anno come «Piano città 2011: per rilanciare le aree degradate i proprietari di immobili residenziali potranno aumentare la volumetria del 20 per cento o del 10 per cento nel caso di immobili destinati ad altri usi». Tutto un annuncio, ma per ora si è stretto solo un accordo con le Regioni: di fatto ogni governatore decide autonomamente e nella migliore delle ipotesi si son viste misure per piccole ristrutturazioni.

A proposito di case: e l'Abruzzo?

Nel 2010 B. scriveva: «Attraverso il grande lavoro svolto dalla Protezione civile e la costante presenza e vigilanza del Presidente, il governo ha sollecitamente affrontato l'emergenza. Il 29 gennaio 2010 l'emergenza è finita». Si faceva quindi immortalare mentre consegnava le chiavi a una signora abruzzese In Abruzzo a distanza di più di due anni ci sono oltre 37 mila persone assistite, di cui 13 mila beneficiarie del contributo di autonoma sistemazione e oltre 1.300 ancora ospitate in strutture ricettive e caserme. La metà dei terremotati denuncia l'assenza di servizi essenziali, l'ospedale de l'Aquila è in stato d'abbandono e il centro storico è rimasto zona rossa, una specie di Pompei abbandonata da tutti.

Rilanciare il sud
Una questione nazionale. Non c'è volume celebrativo senza Piano per il Sud. In versione 2010 prevedeva di «sconfiggere la criminalità organizzata, affrontare l'emergenza rifiuti, istituire la Banca del Sud e dare il via alle grandi opere».

L'unica banda è quella musicale
In versione 2011 ritornano tutti gli annunci dell'anno scorso, a cui viene aggiunto un nuovo totem: la «banda larga» di Internet «in tutto il Meridione». E qui siamo veramente all'incredibile, visto che l'Italia è l'unico Paese del G8 privo di un'agenda digitale, al ventunesimo posto nell'Unione europea per penetrazione della Rete, superata (in percentuale sulla popolazione) perfino da Polonia, Repubblica Ceca, Cipro e Ungheria, oltre che da Germania, Francia, Spagna, Irlanda e Regno Unito (dati Internet World Stats). E ancora: la velocità della nostra banda larga è paragonabile a quella dell'Ucraina (rapporto delle università Oxford-Oviedo ) mentre nella graduatoria annuale del Broadband Quality Index siamo al trentottesimo posto sui 66 paesi analizzati con una qualità di connessione che è pari a 28,1 punti su una scala da zero a 100: lontano da quei 50 punti considerati indispensabili per utilizzare in modo soddisfacente le applicazioni che si affermeranno nei prossimi 3-5 anni. E in questo quadro, i soldi per le infrastrutture digitali lasciati in eredità dalla precedente legislatura sono stati destinati ad altri usi e il piano frequenze ha privilegiato le televisioni a danno di Internet. In compenso l'AgCom, su mandato del governo, sta introducendo norme che disincentivano fortemente l'uso della Rete, con l'alibi della protezione del diritto d'autore.

E adesso passo alla storia

In conclusione Silvio chiosa fiducioso: «Quando si guarderà a questi anni di governo con animo meno acceso e mente più serena, non si potrà non riconoscere che siamo riusciti in una condizione quasi proibitiva a fare quello che altri Paesi non hanno avuto la capacità o la fortuna di riuscire a fare». Un passaggio che l'anno scorso mancava e quasi un inconscio affidarsi alla benevolenza dei posteri, visto che i contemporanei sono tanto ingrati. Del resto in dodici mesi il libretto si è ridotto da 80 a 60 pagine e quest'anno si trova soltanto sul sito del Pdl: non ne è prevista una spedizione postale agli italiani né una distribuzione ai gazebo del Pdl come l'anno scorso. Todo cambia, meglio consegnarsi alla storia.


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Pino Aprile e Antonio Ciano a Gaeta presentano "I Savoia e il massacro del Sud" (III)


http://www.youtube.com/watch?v=6uuAZtjudbU&feature=feedu


http://www.youtube.com/watch?v=RceUbawZ-Q0&feature=related

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sabato 23 luglio 2011

Per il Sud telefonare al numero verde

di LINO PATRUNO

Non è per pensare sempre al Sud di fronte alla crisi fallimento che può buttarebuttare in Africa tutta l’Italia. Ma ancòra una volta mancherà al Sud anche il mitico e farsesco “qualcosismo”: facciamo qualcosa, tanto per dire che l’abbia - mo fatta. Nella manovra infarcita di nuove tasse e indegnamente reticente di tagli alla spesa, l’unica spesa non solo tagliata, ma scomparsa è quella per il Sud. Se qualcuno ha notizie del piano per il Sud, telefoni al numero verde. Anche se già incombecompare minaccioso il solito dito accusatore: come, l’Italia è in queste condizioni e voi state a pensare solo al vostro Sud? Per la verità nessuno osa neanche pensarci, fedele alla storica condanna del Sud: tanto incolpato di colpe che non ha, da convincersi di averle, e anzi di vergognarsene pure.

E poi il Sud è come una grande anima generosa. Bisogna pagare le multe dei lattai leghisti all’Europa? Si prende dai soldi destinati al Sud. Bisogna riparare i danni dell’alluvione in Veneto? Si attinge dagli stessi soldi. Bisogna aumentare i traghetti nel lago di Garda? Mano ai soldi del Sud. Bisogna restituire ai Comuni italianidi tutta Italia il mancato introito dell’Ici abolita? Ci pensa santo Sud. Però bisogna riconoscere che lo sviluppo del Sud gli sta sempre a cuore. Infatti fanno un piano dietro l’altro, perché quello precedente è sempre sparito da qualche parte. Questa volta però non stiamo a sottilizzare e suoniamo l’inno di Mameli, suvvia. Anche se per il Sud è andata sempre così. Non essendo mai stato considerato, come avrebbe dovuto essere, il primo problema nazionale, anzi il problema nazionale, si è intervenuti soltanto mettendo pezze di qua e di là: il classico cambiare qualcosa per lasciare tutto come sta. Così più piani per il Sud ci sono stati in 150 anni piani per il Sud,, più il Sud è andato indietro. Più andava indietro perché non era mai considerato il vero problema nazionale, più si accusava il Sud di spreco di soldi, anche se a gestirli non era il Sud. Il cane magro prende sempre botte.

Soltanto i convegni sul Sud sono stati più numerosi dei piani per il Sud. Dei cento famosi miliardi per il Sud dei quali si è più volte strombazzato negli ultimi anni, nellall’annuncio dell’ultimo piano la metà si era già volatilizzata. Ora si è volatilizzata anche l’altra metà, tranne che non arrivi la telefonata di ritrovamento al numero verde. E intanto furoreggia il solito Bortolussi leader degli Artigiani di Mestre, il quale scopre che la manovra “lacrime e sangue” colpirà di più il Nord. E calcola quante nuove tasse pagherà il Nord e quante il Sud. Forse a Bortolussi sarebbe piaciuto che avessero pagato più tasse i meridionali che hanno un reddito del 30-35 per cento in meno rispetto ai loro fratelli d’Italia settentrionali. Fedele al principio molto nazionale che paga più tasse chi sta peggio. I meridionali vedano di fare qualcosa per accontentarlo, altrimenti quale grande anima sarebbero? E’ la stessa storia del sociologo piemontese Ricolfi, che nel suo libro “Sacco del Nord” afferma che il Nord passa al Sud ogni anno 50 miliardi. Ricolfi tralascia che in base al principio costituzionale della progressività dell’imposta, paga di più (o dovrebbe) chi più ha. E lo Stato redistribuisce con la sua spesa. E omette di aggiungere che tra acquisto di prodotti e servizi del Nord, più gli 80 mila diplomati o laureati che il Sud regala ogni anno al Nord con l’emigrazione intellettuale, dal Sud al Nord salgono ogni anno 96 miliardi. Ma non vorremo stare a immiserirci con queste meschinerie.

Non vorremo stare a ricordare, mentre la casa brucia, che se vogliamo meno lacrime e sangue, cioè meno tasse, dovremmo crescere di più, cioè aumentare le entrate e diminuire le uscite. E l’unico posto in cui si può crescere è dove la possibilità c’è: al Sud. Ma è già sconveniente solo pronunciarlo. Meglio che continui a crescere la locomotiva del Nord, anche se poi non si va a più dell’uno per cento l’anno. Per il Sud vedremo, quando sarà passata la bufera, se stavolta passerà, di pensare a un altro piano e a qualche altra decina di convegni. Perché sia chiaro, abbiamo tutti il Sud nel cuore. Tutto ciò presuppone che i nonni del Sud vivano almeno cent’anni, come questi maledetti meridionali sono capaci di fare, continuando a essere il bastone per la giovinezza dei nipoti disoccupati. E che gli invalidi (veri) non si alzino e camminino come Lazzaro perdendo la pensione sulla quale in molto Sud sopravvivono intere famiglie. E che non si esauriscano i risparmi sotto il mattone che si comincia troppo a toccare. E’ vero che il Sud è meno povero di quanto sembri perché non si calcola il sommerso, ma a prosciugare anche i redditi in nero inizia a provvedere il federalismo fiscale che già si rivela ciò che si temeva: un salasso di tasse locali senza che diminuiscano (anzi) quelle nazionali. Bisognerebbe ringraziare il Sud per la sua sottomissione, che non fa prendere a pomodori in faccia la politica come nella civilissima Parma della corruzione. Anche perché i pomodori costano e il Sud non può permetterselo. Per ora.


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di LINO PATRUNO

Non è per pensare sempre al Sud di fronte alla crisi fallimento che può buttarebuttare in Africa tutta l’Italia. Ma ancòra una volta mancherà al Sud anche il mitico e farsesco “qualcosismo”: facciamo qualcosa, tanto per dire che l’abbia - mo fatta. Nella manovra infarcita di nuove tasse e indegnamente reticente di tagli alla spesa, l’unica spesa non solo tagliata, ma scomparsa è quella per il Sud. Se qualcuno ha notizie del piano per il Sud, telefoni al numero verde. Anche se già incombecompare minaccioso il solito dito accusatore: come, l’Italia è in queste condizioni e voi state a pensare solo al vostro Sud? Per la verità nessuno osa neanche pensarci, fedele alla storica condanna del Sud: tanto incolpato di colpe che non ha, da convincersi di averle, e anzi di vergognarsene pure.

E poi il Sud è come una grande anima generosa. Bisogna pagare le multe dei lattai leghisti all’Europa? Si prende dai soldi destinati al Sud. Bisogna riparare i danni dell’alluvione in Veneto? Si attinge dagli stessi soldi. Bisogna aumentare i traghetti nel lago di Garda? Mano ai soldi del Sud. Bisogna restituire ai Comuni italianidi tutta Italia il mancato introito dell’Ici abolita? Ci pensa santo Sud. Però bisogna riconoscere che lo sviluppo del Sud gli sta sempre a cuore. Infatti fanno un piano dietro l’altro, perché quello precedente è sempre sparito da qualche parte. Questa volta però non stiamo a sottilizzare e suoniamo l’inno di Mameli, suvvia. Anche se per il Sud è andata sempre così. Non essendo mai stato considerato, come avrebbe dovuto essere, il primo problema nazionale, anzi il problema nazionale, si è intervenuti soltanto mettendo pezze di qua e di là: il classico cambiare qualcosa per lasciare tutto come sta. Così più piani per il Sud ci sono stati in 150 anni piani per il Sud,, più il Sud è andato indietro. Più andava indietro perché non era mai considerato il vero problema nazionale, più si accusava il Sud di spreco di soldi, anche se a gestirli non era il Sud. Il cane magro prende sempre botte.

Soltanto i convegni sul Sud sono stati più numerosi dei piani per il Sud. Dei cento famosi miliardi per il Sud dei quali si è più volte strombazzato negli ultimi anni, nellall’annuncio dell’ultimo piano la metà si era già volatilizzata. Ora si è volatilizzata anche l’altra metà, tranne che non arrivi la telefonata di ritrovamento al numero verde. E intanto furoreggia il solito Bortolussi leader degli Artigiani di Mestre, il quale scopre che la manovra “lacrime e sangue” colpirà di più il Nord. E calcola quante nuove tasse pagherà il Nord e quante il Sud. Forse a Bortolussi sarebbe piaciuto che avessero pagato più tasse i meridionali che hanno un reddito del 30-35 per cento in meno rispetto ai loro fratelli d’Italia settentrionali. Fedele al principio molto nazionale che paga più tasse chi sta peggio. I meridionali vedano di fare qualcosa per accontentarlo, altrimenti quale grande anima sarebbero? E’ la stessa storia del sociologo piemontese Ricolfi, che nel suo libro “Sacco del Nord” afferma che il Nord passa al Sud ogni anno 50 miliardi. Ricolfi tralascia che in base al principio costituzionale della progressività dell’imposta, paga di più (o dovrebbe) chi più ha. E lo Stato redistribuisce con la sua spesa. E omette di aggiungere che tra acquisto di prodotti e servizi del Nord, più gli 80 mila diplomati o laureati che il Sud regala ogni anno al Nord con l’emigrazione intellettuale, dal Sud al Nord salgono ogni anno 96 miliardi. Ma non vorremo stare a immiserirci con queste meschinerie.

Non vorremo stare a ricordare, mentre la casa brucia, che se vogliamo meno lacrime e sangue, cioè meno tasse, dovremmo crescere di più, cioè aumentare le entrate e diminuire le uscite. E l’unico posto in cui si può crescere è dove la possibilità c’è: al Sud. Ma è già sconveniente solo pronunciarlo. Meglio che continui a crescere la locomotiva del Nord, anche se poi non si va a più dell’uno per cento l’anno. Per il Sud vedremo, quando sarà passata la bufera, se stavolta passerà, di pensare a un altro piano e a qualche altra decina di convegni. Perché sia chiaro, abbiamo tutti il Sud nel cuore. Tutto ciò presuppone che i nonni del Sud vivano almeno cent’anni, come questi maledetti meridionali sono capaci di fare, continuando a essere il bastone per la giovinezza dei nipoti disoccupati. E che gli invalidi (veri) non si alzino e camminino come Lazzaro perdendo la pensione sulla quale in molto Sud sopravvivono intere famiglie. E che non si esauriscano i risparmi sotto il mattone che si comincia troppo a toccare. E’ vero che il Sud è meno povero di quanto sembri perché non si calcola il sommerso, ma a prosciugare anche i redditi in nero inizia a provvedere il federalismo fiscale che già si rivela ciò che si temeva: un salasso di tasse locali senza che diminuiscano (anzi) quelle nazionali. Bisognerebbe ringraziare il Sud per la sua sottomissione, che non fa prendere a pomodori in faccia la politica come nella civilissima Parma della corruzione. Anche perché i pomodori costano e il Sud non può permetterselo. Per ora.


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venerdì 22 luglio 2011

Gaeta. Presentazione de "I Savoia e il massacro del Sud" con Pino Aprile (II)


http://www.youtube.com/watch?v=cIGwwQ65sY0

E' stato presentato a Gaeta, per la prima volta la ristampa de "I Savoia e il massacro del sud", con 70 pagine aggiunte. Seguiamo l'intervento dell'Ass. alla cultura dott. Salvatore di Ciaccio

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http://www.youtube.com/watch?v=cIGwwQ65sY0

E' stato presentato a Gaeta, per la prima volta la ristampa de "I Savoia e il massacro del sud", con 70 pagine aggiunte. Seguiamo l'intervento dell'Ass. alla cultura dott. Salvatore di Ciaccio

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Il 24 luglio sarà presentato a Gaeta il libro" FUOCO DEL SUD" di Lino Patruno


http://www.youtube.com/watch?v=fbgISwaKVbg


Il 24 luglio, all'Arena Miramare, sarà presentato il libro di Lino Patruno "Fuoco del Sud".
Relatori saranno il vice sindaco della comune di Gaeta dott. Salvatore Di Ciaccio, l'Ass. al demanio Antonio Ciano, autore del best seller "I Savoia e il Massacro del Sud" e l'Avvocato Pasquale Troncone.

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http://www.youtube.com/watch?v=fbgISwaKVbg


Il 24 luglio, all'Arena Miramare, sarà presentato il libro di Lino Patruno "Fuoco del Sud".
Relatori saranno il vice sindaco della comune di Gaeta dott. Salvatore Di Ciaccio, l'Ass. al demanio Antonio Ciano, autore del best seller "I Savoia e il Massacro del Sud" e l'Avvocato Pasquale Troncone.

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Lotta alle frodi e riduzione dei premi assicurativi: nasce il Comitato “Rca Napoli Virtuosa”

Il Comune di Napoli lavorerà per abbassare le tariffe assicurative applicate agli automobilisti e ai motociclisti virtuosi e corretti.

L'impegno, già annunciato nei giorni scorsi, è stato formalizzato oggi, con una delibera approvata su proposta dell'Assessore allo Sviluppo e alla Tutela dei Consumatori, Marco Esposito, e dell'assessore alla Sicurezza, Giuseppe Narducci.

Attraverso la creazione di un Comitato, denominato “RCA Napoli Virtuosa”, Comune di Napoli, ISVAP, compagnie assicurative, forze dell'ordine, prefettura, magistratura e le associazioni dei consumatori lotteranno contro tutti i fattori alla base degli aumenti tariffari: dalle frodi assicurative, alle fittizie assicurazioni fuori provincia, ai testimoni di professione per arrivare alle disdette immotivate dei contratti, anche nei confronti della clientela virtuosa.

“La strategia per combattere il caro-tariffe Rc auto e moto che pesa oramai in maniera insostenibile sul bilancio delle famiglie e delle piccole imprese napoletane – ha dichiarato l'assessore allo Sviluppo Marco Esposito – non può che passare dalla difesa dei cittadini virtuosi attraverso l'individuazione e la denuncia delle abitudini e dei comportamenti scorretti che danno alle compagnie assicurative la possibilità di aumentare i premi.”

“Dimostreremo che la legalità conviene – ha dichiarato l'assessore alla Sicurezza, Giuseppe Narducci – e che comportarsi correttamente paga. Il piano che abbiamo messo in campo colpirà solo chi è convinto di essere furbo e potersi muovere al di fuori delle regole e avvantaggerà i cittadini virtuosi”.

Il Comitato riferirà ogni 3 mesi lo stato delle proprie attività al Consiglio Comunale e avrà l'obiettivo di definire la “Polizza RCA Napoli Virtuosa” entro la prima metà del 2012.


Fonte:Note di Luigi de Magistris



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Il Comune di Napoli lavorerà per abbassare le tariffe assicurative applicate agli automobilisti e ai motociclisti virtuosi e corretti.

L'impegno, già annunciato nei giorni scorsi, è stato formalizzato oggi, con una delibera approvata su proposta dell'Assessore allo Sviluppo e alla Tutela dei Consumatori, Marco Esposito, e dell'assessore alla Sicurezza, Giuseppe Narducci.

Attraverso la creazione di un Comitato, denominato “RCA Napoli Virtuosa”, Comune di Napoli, ISVAP, compagnie assicurative, forze dell'ordine, prefettura, magistratura e le associazioni dei consumatori lotteranno contro tutti i fattori alla base degli aumenti tariffari: dalle frodi assicurative, alle fittizie assicurazioni fuori provincia, ai testimoni di professione per arrivare alle disdette immotivate dei contratti, anche nei confronti della clientela virtuosa.

“La strategia per combattere il caro-tariffe Rc auto e moto che pesa oramai in maniera insostenibile sul bilancio delle famiglie e delle piccole imprese napoletane – ha dichiarato l'assessore allo Sviluppo Marco Esposito – non può che passare dalla difesa dei cittadini virtuosi attraverso l'individuazione e la denuncia delle abitudini e dei comportamenti scorretti che danno alle compagnie assicurative la possibilità di aumentare i premi.”

“Dimostreremo che la legalità conviene – ha dichiarato l'assessore alla Sicurezza, Giuseppe Narducci – e che comportarsi correttamente paga. Il piano che abbiamo messo in campo colpirà solo chi è convinto di essere furbo e potersi muovere al di fuori delle regole e avvantaggerà i cittadini virtuosi”.

Il Comitato riferirà ogni 3 mesi lo stato delle proprie attività al Consiglio Comunale e avrà l'obiettivo di definire la “Polizza RCA Napoli Virtuosa” entro la prima metà del 2012.


Fonte:Note di Luigi de Magistris



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"Italiani? No! Napoletani" di N. Salerno


Ricevo e posto quest'articolo dell'amico Nicola che condivido pienamente e, disgustati dal balletto di ieri e dai mille ostacoli che subdolamente stanno opponendo al lavoro di De Magistris, non possiamo che sperare in una nuova iniziativa autonoma della giunta napoletana...

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Ieri 19 luglio alla Camera, vista l’impossibilità del governo di trovare un accordo, si è votato per rimandare in commissione il decreto che dovrebbe, tra le altre cose, permettere alla regione Campania il trasferimento dei rifiuti anche nelle altre regioni.
E’ evidente che condizione necessaria affinché si possa concretamente partire con la raccolta differenziata spinta, come stabilito dalla delibera del Comune di Napoli, è quella di ripulire la città dalle giacenze di rifiuti che stanno attanagliando Napoli e i Napoletani ormai da mesi.
Non voglio entrare nel merito della questione circa l’opposizione della Lega, se sia solo un alibi, sui veti della provincia all’uso della discarica e quant’altro. La situazione è molto complessa soprattutto perché in linea con quanto sostenuto nel corso della campagna elettorale il nuovo sindaco di Napoli con la sua giunta ha emanato una delibera che mina alle fondamenta l’assetto dei poteri e degli interessi che ruotano intorno alla gestione dei rifiuti e come una piovra mantengono la città in uno stato di continua emergenza.
La legittimazione popolare con la quale è stato eletto a sindaco Luigi De Magistris a mio modesto parere dimostra almeno due fatti incontestabili:
• La maggioranza del popolo napoletano è vittima di un sistema corrotto e colluso che ha dimostrato di non aver a minimamente cuore il benessere dei napoletani, ma solo interessi particolari che dimorano anche al di fuori della Campania. I candidati sia del centro destra che del centro sinistra (con la pagliacciata delle primarie) ne sono la prova più evidente.
• La maggioranza del popolo napoletano ha detto chiaramente basta e vuole liberarsi da questo cancro che li sta tormentando ormai da anni.
Ovviamente non si può disconoscere che i napoletani hanno una loro parte di responsabilità. Almeno per aver permesso che la situazione degenerasse a tal punto. Ma personalmente non mi sento di biasimarli. Io vivo a Roma e qua non siamo molto lontani da quel punto se le cose non cambiano e anche rapidamente. Ammettendo anche che siano fondate (ma è scontato che sono solo strumentali e false) le invettive non solo dei leghisti ma di quanti pensano che i napoletani debbano marcire nella propria munnezza, nel plebiscito a favore di De Magistris non si può disconoscere un sentimento di orgoglio e di riscatto della parte sana di Napoli.
Di fronte all’atteggiamento di ostruzionismo della Lega all’approvazione del decreto e comunque al comportamento del governo, ci si aspettava, almeno dopo il voto plebiscitario e la delibera del comune, anche in nome di quel patriottismo sempre sbandierato dalle colonne del Corriere (Della Loggia, Panebianco, Cazzullo,…) e/o da quelle della Repubblica (che a riprova dell’inviolabilità del mito risorgimentale, sbeffeggia i meridionalisti rinfacciandogli l’ impossibilità di trovare nei registri parrocchiali i nomi delle migliaia di soldati Borbonici sciolti nella calce viva a Fenestrelle), fuoco e fulmini contro il governo e la Lega per denunciare il modo osceno con il quale, in nome di equilibri politici, evidentemente troppo elevati per i meridionali, si sacrifica la salute di un’intera città, bambini e neonati compresi. Ma a quanto pare Napoli ancora non fa battere il cuore dei nostri ostensori del patriottismo ad orologeria. D'altronde quando a Berlino il giudice chiese a Totò e Peppino: siete italiani? Loro risposero: no! Napoletani.
Come sappiamo la maggioranza alla fine è andata sotto solo di sei voti. E allora uno si chiede: e i nostri rappresentanti? Chi sa se erano presenti e come hanno votato i nostri cari deputati neo meridionalisti telecomandati da Arcore: Miccichè, Fallica, Iapicca, Grimaldi, Stagno D'Alcontres, Pugliese, Terranova di ''Forza del sud'' e Iannaccone, Belcastro, Porfida di “Noi sud”? Da loro, che hanno avuto il permesso di unirsi nella Lega Sud dal noto meridionalista Berlusconi, ci aspettiamo dichiarazioni in merito. Speriamo quanto prima. Almeno prima che Napoli imputridisca.

Nicola Salerno


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Ricevo e posto quest'articolo dell'amico Nicola che condivido pienamente e, disgustati dal balletto di ieri e dai mille ostacoli che subdolamente stanno opponendo al lavoro di De Magistris, non possiamo che sperare in una nuova iniziativa autonoma della giunta napoletana...

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Ieri 19 luglio alla Camera, vista l’impossibilità del governo di trovare un accordo, si è votato per rimandare in commissione il decreto che dovrebbe, tra le altre cose, permettere alla regione Campania il trasferimento dei rifiuti anche nelle altre regioni.
E’ evidente che condizione necessaria affinché si possa concretamente partire con la raccolta differenziata spinta, come stabilito dalla delibera del Comune di Napoli, è quella di ripulire la città dalle giacenze di rifiuti che stanno attanagliando Napoli e i Napoletani ormai da mesi.
Non voglio entrare nel merito della questione circa l’opposizione della Lega, se sia solo un alibi, sui veti della provincia all’uso della discarica e quant’altro. La situazione è molto complessa soprattutto perché in linea con quanto sostenuto nel corso della campagna elettorale il nuovo sindaco di Napoli con la sua giunta ha emanato una delibera che mina alle fondamenta l’assetto dei poteri e degli interessi che ruotano intorno alla gestione dei rifiuti e come una piovra mantengono la città in uno stato di continua emergenza.
La legittimazione popolare con la quale è stato eletto a sindaco Luigi De Magistris a mio modesto parere dimostra almeno due fatti incontestabili:
• La maggioranza del popolo napoletano è vittima di un sistema corrotto e colluso che ha dimostrato di non aver a minimamente cuore il benessere dei napoletani, ma solo interessi particolari che dimorano anche al di fuori della Campania. I candidati sia del centro destra che del centro sinistra (con la pagliacciata delle primarie) ne sono la prova più evidente.
• La maggioranza del popolo napoletano ha detto chiaramente basta e vuole liberarsi da questo cancro che li sta tormentando ormai da anni.
Ovviamente non si può disconoscere che i napoletani hanno una loro parte di responsabilità. Almeno per aver permesso che la situazione degenerasse a tal punto. Ma personalmente non mi sento di biasimarli. Io vivo a Roma e qua non siamo molto lontani da quel punto se le cose non cambiano e anche rapidamente. Ammettendo anche che siano fondate (ma è scontato che sono solo strumentali e false) le invettive non solo dei leghisti ma di quanti pensano che i napoletani debbano marcire nella propria munnezza, nel plebiscito a favore di De Magistris non si può disconoscere un sentimento di orgoglio e di riscatto della parte sana di Napoli.
Di fronte all’atteggiamento di ostruzionismo della Lega all’approvazione del decreto e comunque al comportamento del governo, ci si aspettava, almeno dopo il voto plebiscitario e la delibera del comune, anche in nome di quel patriottismo sempre sbandierato dalle colonne del Corriere (Della Loggia, Panebianco, Cazzullo,…) e/o da quelle della Repubblica (che a riprova dell’inviolabilità del mito risorgimentale, sbeffeggia i meridionalisti rinfacciandogli l’ impossibilità di trovare nei registri parrocchiali i nomi delle migliaia di soldati Borbonici sciolti nella calce viva a Fenestrelle), fuoco e fulmini contro il governo e la Lega per denunciare il modo osceno con il quale, in nome di equilibri politici, evidentemente troppo elevati per i meridionali, si sacrifica la salute di un’intera città, bambini e neonati compresi. Ma a quanto pare Napoli ancora non fa battere il cuore dei nostri ostensori del patriottismo ad orologeria. D'altronde quando a Berlino il giudice chiese a Totò e Peppino: siete italiani? Loro risposero: no! Napoletani.
Come sappiamo la maggioranza alla fine è andata sotto solo di sei voti. E allora uno si chiede: e i nostri rappresentanti? Chi sa se erano presenti e come hanno votato i nostri cari deputati neo meridionalisti telecomandati da Arcore: Miccichè, Fallica, Iapicca, Grimaldi, Stagno D'Alcontres, Pugliese, Terranova di ''Forza del sud'' e Iannaccone, Belcastro, Porfida di “Noi sud”? Da loro, che hanno avuto il permesso di unirsi nella Lega Sud dal noto meridionalista Berlusconi, ci aspettiamo dichiarazioni in merito. Speriamo quanto prima. Almeno prima che Napoli imputridisca.

Nicola Salerno


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