lunedì 18 luglio 2011

Il debito pubblico americano – una crisi voluta

Barack Obama incontra il 14 luglio 2011 alla Casa Bianca (da sinistra a destra) lo Speaker della Camera, il repubblicano John Boehner, il leader della maggioranza democratica al Senato Harry Reid e il leader della minoranza repubblicana al Senato Mitch McConnell. Foto EPA.

Anthony M. Quattrone

Il presidente americano Barack Obama sta affrontando enormi difficoltà nel cercare di far raggiungere un compromesso fra democratici e repubblicani nel Congresso per ridurre il debito pubblico federale a lungo termine e, nel frattempo, di far alzare il tetto legale dello stesso debito entro il 4 agosto 2011, quando è previsto il suo sforamento e la potenziale inadempienza degli USA nei confronti dei creditori. Nel suo ultimo discorso radiofonico periodico che tiene ogni sabato, il Presidente ha parlato in termini apocalittici di quello che potrebbe succedere se gli USA dichiarassero la bancarotta fra tre settimane, affermando che per gli USA e per il mondo sarebbe “un Armageddon economico”. Se repubblicani e democratici non trovassero l’accordo, il Presidente ordinerà di non pagare le pensioni sociali, di non pagare i dipendenti del governo federale, né i militari, pur di evitare la bancarotta e l’inadempienza nei confronti dei creditori internazionali. Trentadue percento del debito pubblico americano è controllato da stranieri, fra cui le banche centrali della Cina, del Giappone, e dell’Inghilterra.

Obama non può, tuttavia, prendere decisioni unilaterali per alzare il debito. Infatti, la sezione 8 del primo articolo della Costituzione Americana riconosce al Congresso l’autorità di emettere titoli di debito del governo federale. Il Congresso ha emesso titoli a copertura di spese specifiche con atti individuali fino al 1917 quando ha deciso di semplificare le procedure creando un tetto statutario del debito. Dal 1917 fino agli anni 60, il Congresso ha alzato il limite in diverse occasioni, e, negli anni cinquanta lo ha anche abbassato in due occasioni. Dagli anni sessanta ad oggi, il Congresso lo ha alzato ben 60 volte, ponendo un nuovo tetto di 14,294 miliardi di dollari il 12 febbraio 2010. Ad oggi, il governo federale avrebbe già superato la soglia, ma, attraverso una serie di procedure contabili, è riuscito nel posticipare alcuni pagamenti fra agenzie federali, ritardando di fatto il superamento del limite statutario. Gli esperti pongono il debito federale americano registrato il 29 giugno 2011 a 14,46 mila miliardi di dollari, pari al 98,6% del prodotto interno lordo registrato per il 2010, che si è attestato a 14,66 mila miliardi di dollari.

Fino ad ora è stato difficile per il Congresso raggiungere una decisione sul debito pubblico perché i repubblicani che controllano la Camera non vogliono sentir parlare di innalzamento delle tasse per le classi più avvantaggiate, mentre i democratici che controllano il Senato non vogliono accettare tagli molto incisivi nei confronti dei programmi sociali. La posta in gioco è alta per il presidente, i senatori e i deputati perché è già iniziata la campagna elettorale del 2012, quando ci saranno le presidenziali, il rinnovo totale della Camera e di un terzo del Senato. I politici dei due schieramenti si attaccano sul debito pubblico a lungo termine da lasciare sulle spalle delle future generazioni, sulla spesa federale corrente, sul potenziale innalzamento delle tasse per i ceti più agiati, e sulla riduzione dei programmi sociali per gli anziani e per i ceti svantaggiati.

Obama vorrebbe apparire agli americani come il mediatore “centrista” fra democratici e repubblicani nel Congresso. Con il discorso di sabato, e con le notizie battute da alcune agenzie che lo vedrebbero infuriato con i leader del Congresso, forse Obama è riuscito a spingere le parti verso il compromesso. Durante i programmi televisivi della domenica mattina tradizionalmente dedicati alla politica, si sono alternati senatori e deputati democratici e repubblicani, manifestando l’intenzione di trovare un accordo. Il senatore democratico dell’Illinois, Richard J. Durbin appoggia la proposta di Obama di tagliare 4 mila miliardi di spesa federale nei prossimi dieci anni, mentre il senatore repubblicano dell’Oklahoma, Tom Coburn, propone una riduzione di quasi 9 mila miliardi nello stesso periodo. Forse è più realistica la notizia riferita dal sempre ben informato “Politico” che vorrebbe il leader repubblicano del Senato, Mitch McConnell, e il suo collega democratico Harry Reid al lavoro per raggiungere un compromesso basato su tagli alla spesa per 1,5 mila miliardi di dollari accoppiato alla decisione di innalzare il debito federale. Il Congresso dovrà decidere entro la fine di questa settimana sul da farsi, perché dopo mancherebbero i tempi tecnici per evitare “un Armageddon economico”.

Fonte: Politicamericana.com


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Barack Obama incontra il 14 luglio 2011 alla Casa Bianca (da sinistra a destra) lo Speaker della Camera, il repubblicano John Boehner, il leader della maggioranza democratica al Senato Harry Reid e il leader della minoranza repubblicana al Senato Mitch McConnell. Foto EPA.

Anthony M. Quattrone

Il presidente americano Barack Obama sta affrontando enormi difficoltà nel cercare di far raggiungere un compromesso fra democratici e repubblicani nel Congresso per ridurre il debito pubblico federale a lungo termine e, nel frattempo, di far alzare il tetto legale dello stesso debito entro il 4 agosto 2011, quando è previsto il suo sforamento e la potenziale inadempienza degli USA nei confronti dei creditori. Nel suo ultimo discorso radiofonico periodico che tiene ogni sabato, il Presidente ha parlato in termini apocalittici di quello che potrebbe succedere se gli USA dichiarassero la bancarotta fra tre settimane, affermando che per gli USA e per il mondo sarebbe “un Armageddon economico”. Se repubblicani e democratici non trovassero l’accordo, il Presidente ordinerà di non pagare le pensioni sociali, di non pagare i dipendenti del governo federale, né i militari, pur di evitare la bancarotta e l’inadempienza nei confronti dei creditori internazionali. Trentadue percento del debito pubblico americano è controllato da stranieri, fra cui le banche centrali della Cina, del Giappone, e dell’Inghilterra.

Obama non può, tuttavia, prendere decisioni unilaterali per alzare il debito. Infatti, la sezione 8 del primo articolo della Costituzione Americana riconosce al Congresso l’autorità di emettere titoli di debito del governo federale. Il Congresso ha emesso titoli a copertura di spese specifiche con atti individuali fino al 1917 quando ha deciso di semplificare le procedure creando un tetto statutario del debito. Dal 1917 fino agli anni 60, il Congresso ha alzato il limite in diverse occasioni, e, negli anni cinquanta lo ha anche abbassato in due occasioni. Dagli anni sessanta ad oggi, il Congresso lo ha alzato ben 60 volte, ponendo un nuovo tetto di 14,294 miliardi di dollari il 12 febbraio 2010. Ad oggi, il governo federale avrebbe già superato la soglia, ma, attraverso una serie di procedure contabili, è riuscito nel posticipare alcuni pagamenti fra agenzie federali, ritardando di fatto il superamento del limite statutario. Gli esperti pongono il debito federale americano registrato il 29 giugno 2011 a 14,46 mila miliardi di dollari, pari al 98,6% del prodotto interno lordo registrato per il 2010, che si è attestato a 14,66 mila miliardi di dollari.

Fino ad ora è stato difficile per il Congresso raggiungere una decisione sul debito pubblico perché i repubblicani che controllano la Camera non vogliono sentir parlare di innalzamento delle tasse per le classi più avvantaggiate, mentre i democratici che controllano il Senato non vogliono accettare tagli molto incisivi nei confronti dei programmi sociali. La posta in gioco è alta per il presidente, i senatori e i deputati perché è già iniziata la campagna elettorale del 2012, quando ci saranno le presidenziali, il rinnovo totale della Camera e di un terzo del Senato. I politici dei due schieramenti si attaccano sul debito pubblico a lungo termine da lasciare sulle spalle delle future generazioni, sulla spesa federale corrente, sul potenziale innalzamento delle tasse per i ceti più agiati, e sulla riduzione dei programmi sociali per gli anziani e per i ceti svantaggiati.

Obama vorrebbe apparire agli americani come il mediatore “centrista” fra democratici e repubblicani nel Congresso. Con il discorso di sabato, e con le notizie battute da alcune agenzie che lo vedrebbero infuriato con i leader del Congresso, forse Obama è riuscito a spingere le parti verso il compromesso. Durante i programmi televisivi della domenica mattina tradizionalmente dedicati alla politica, si sono alternati senatori e deputati democratici e repubblicani, manifestando l’intenzione di trovare un accordo. Il senatore democratico dell’Illinois, Richard J. Durbin appoggia la proposta di Obama di tagliare 4 mila miliardi di spesa federale nei prossimi dieci anni, mentre il senatore repubblicano dell’Oklahoma, Tom Coburn, propone una riduzione di quasi 9 mila miliardi nello stesso periodo. Forse è più realistica la notizia riferita dal sempre ben informato “Politico” che vorrebbe il leader repubblicano del Senato, Mitch McConnell, e il suo collega democratico Harry Reid al lavoro per raggiungere un compromesso basato su tagli alla spesa per 1,5 mila miliardi di dollari accoppiato alla decisione di innalzare il debito federale. Il Congresso dovrà decidere entro la fine di questa settimana sul da farsi, perché dopo mancherebbero i tempi tecnici per evitare “un Armageddon economico”.

Fonte: Politicamericana.com


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domenica 17 luglio 2011

Ecco gli angeli della monnezza "Ora basta, Napoli la puliamo noi"

Tam tam sul web e patti condominiali, si mobilitano i cittadini. Con scope e palette raccolgono rifiuti nelle piazze. E parte il riciclaggio "fai-da-te". Ogni 10 giorni i ragazzi si autoconvocano su Facebook e scelgono una piazza cittadina da ripuliredi CONCHITA SANNINO

NAPOLI - Hanno messo le braccia al posto delle parole, quello che fa un piccolo risorgimento al suo primo varco. Hanno cominciato con una piazza, due scope e guanti spaiati da chirurgo. Ora sono duecento alle assemblee pubbliche e tremila soltanto su uno dei social network coinvolti, e hanno adottato quattro aree della città. A volte basta che sia uno a indicare: "La città è nuda". Succede che, allo sbando, si trovino le forze.

Le forze si trovano non per un altro grido, ma per fare un passo e guadagnare ossigeno. Capita quasi sempre mentre stai per arrenderti o affogare. È un clic che stavolta muove Napoli, capitale incline alla sorda indolenza quando l'onda della crisi - si chiami rifiuti o degrado - diventa compagno promiscuo, intima violazione. E infine morso quotidiano a cui non si vuole offrire altra carne.

La cura diventa ripartire dal basso. Pulire prima una strada, poi una piazza, poi un'altra. Tirare le erbacce dagli interstizi insieme alle carte dai marciapiedi. Ridarsi appuntamento e fare un altro pezzo di "pulizia". Da soli. "Senza partiti, senza padroni". Quando finiscono, si passano la parola. Che poi è diventata un programma e una sigla felice, in due sillabe, buona per bambini, laureati e nonni: CleaNap.

Un'idea forte dietro la quale c'è la tenacia di un anziano libraio, Rino De Martino, custode ormai di Piazza del Plebiscito abbandonata. E, dopo, l'intuizione di una 27enne, Emiliana Pellone, una laurea in Organizzazione e gestione del patrimonio culturale, una faccia alla Audrey Tatou, a cui piace ignorare che Napoli non sia il mondo di Amelie. E che dal suo blog, il 4 giugno lancia un appello: "Facciamolo noi, facciamo piazza pulita". "Credo che ce la possiamo fare, solo se ci impegniamo tutti in prima persona - spiega Emiliana - . Alla fine basta poco, mi sono detta: una scopa, una paletta, un paio di guanti e tanta acqua pubblica, e si lava la faccia a un frammento di città. Avevo scritto ai miei amici di Facebook: "Perché non cominciamo con una forma di flash mob? Una performance, filmata e ripresa, iniziando da piazza Bellini, un posto fantastico che se fosse in altre zone del mondo sarebbe gremito di turisti. Se andasse in porto, potremmo "adottare" un luogo ogni 10 giorni. Jamme bell'". Tipico preziosismo gergale, sta per: diamoci una mossa.

È nato così, in Rete, il fenomeno CleaNap. In 28 giorni, i primi 2800 iscritti. Poi, dopo le prime operazioni di decoro collettive, la pagina viaggia al ritmo di cento iscritti al giorno (vedi alla voce www. fanpage. it/cleanap). Continua Raffaella: " "Ho pensato a una crasi - ebbene sì, ho fatto il classico - tra il verbo to clean e NAP(oli). Se lo andate a pronunciare diventa "Clean up", i cui svariati significati anglofoni rimandano a moralizzare, pulire, regolare. Anche il sottotitolo Piazza Pulita ha una valenza didascalica e insieme metaforica".

Capita, proprio in mezzo alle stagioni dell'emergenza cronica, che si alzi la voce: "Cominciamo da noi". Nella città delle 2300 tonnellate di immondizia che sta foderando di nuovo gli angoli cittadini, per non parlare delle 15mila spalmate in tutta la provincia, cresce la voglia di dimostrare. Capita che scendano in piazza giovani e anziani con detersivi e pannopelle. E che mettano le mani, appunto, invece delle parole degli altri. Ai primi di maggio comincia De Martino con la pulizia del colonnato di San Francesco di Paola, il 4 giugno Emiliana parte con la sua proposta. L'11 giugno viene ripulita piazza Bellini, il 26 tocca al Largo Banchi Nuovi, l'8 luglio ai giardinetti di Porta Capuana. Prossima tappa il 24 luglio: appuntamento alle 17 in piazza Santa Maria La Nova.

CleaNap ha trovato sia sulla Rete sia in strada, alleati convinti. I "Friarielli ribelli", squadre di giovani che, con la loro guerrilla gardening, si incaricano di far risorgere le aiuole inaridite e i giardini dimenticati. E poi il libero attivismo di quei cittadini che da soli stanno diffondendo la moda virtuosa di autotassarsi e mettere la compostiera per l'umido in cortile: aiutati dall'intraprendenza di Francesco Emilio Borrelli, ex assessore dei verdi in Provincia. È bastato che si partisse con Aniello Morra, un commercialista del Parco della Madonnina, che ormai offre sul tema consulenza gratuita (anche su infoverdicampania. it o agmorraibero. it). Riferimenti a cui chiamano da tutta Napoli per chiedere consiglio. Come fosse un call center. "Scusi, noi siamo 50 famiglie, abbiamo bisogno di quale compostiera, con quali batteri da inserire? E dove si acquista". Perfino nella più sofferente Forcella c'è il padre di Annalisa Durante (uccisa per errore in un conflitto a fuoco) che si è mobilitato per una differenziata spontanea.

Succede che un semplice appello via social network faccia saltare un tappo. E squillare la tromba che istituzioni e palazzi hanno tenuto muta. Il sindaco Luigi de Magistris riflette: "Sono sempre stato convinto che i napoletani siano pronti ad essere il perno di una rivoluzione ambientale che finalmente conduca al superamento della piaga storica dei rifiuti. Del resto senza il contributo dei cittadini e delle cittadine non è possibile alcun miglioramento in tal senso. Non a caso, abbiamo delegato ad un consigliere Raffaele Del Giudice il compito di mobilitare e organizzare la cittadinanza. Per questo apprezzo le tante iniziative spontanee. Hanno un importante valore simbolico, oltre che pratico, e alimentano la speranza di quanto sia possibile un cambiamento ambientale e civico".

Anche Marco Sergio, avvocato e responsabile di una piccola impresa, si è messo in contatto con Emiliana portando in dote altri contatti. Dando disponibilità a organizzare, su pura base volontaristica, "corsi di formazione" per una differenziata responsabile. "Voglio provare a dare una mano, cercando anche di sensibilizzare le amministrazioni pubbliche. Ma sarebbe importante avviare un vero bombardamento mediatico in grado di stimolare comportamenti etici e virtuosi, e allo stesso tempo un inasprimento delle sanzioni per i trasgressori".

On line, la mobilitazione cresce. Senza enfasi, anzi. Chiara Amato scrive: "Basta dire "bravi, vi stimo"". Ma dove sono tutti questi fan, tutti questi sostenitori quando si devono alzare le maniche? Mia madre ha 65 anni e con il colpo della strega è andata a pulire, anche solo per un'ora e mezza". C'è qualcosa di semplice e solenne nell'azione di uscire con una scopa per fare linda la città di tutti. Meno complimenti agli eroi pulitori. E più gente nelle strade, ci vogliono più braccia, più gente che fa".


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Tam tam sul web e patti condominiali, si mobilitano i cittadini. Con scope e palette raccolgono rifiuti nelle piazze. E parte il riciclaggio "fai-da-te". Ogni 10 giorni i ragazzi si autoconvocano su Facebook e scelgono una piazza cittadina da ripuliredi CONCHITA SANNINO

NAPOLI - Hanno messo le braccia al posto delle parole, quello che fa un piccolo risorgimento al suo primo varco. Hanno cominciato con una piazza, due scope e guanti spaiati da chirurgo. Ora sono duecento alle assemblee pubbliche e tremila soltanto su uno dei social network coinvolti, e hanno adottato quattro aree della città. A volte basta che sia uno a indicare: "La città è nuda". Succede che, allo sbando, si trovino le forze.

Le forze si trovano non per un altro grido, ma per fare un passo e guadagnare ossigeno. Capita quasi sempre mentre stai per arrenderti o affogare. È un clic che stavolta muove Napoli, capitale incline alla sorda indolenza quando l'onda della crisi - si chiami rifiuti o degrado - diventa compagno promiscuo, intima violazione. E infine morso quotidiano a cui non si vuole offrire altra carne.

La cura diventa ripartire dal basso. Pulire prima una strada, poi una piazza, poi un'altra. Tirare le erbacce dagli interstizi insieme alle carte dai marciapiedi. Ridarsi appuntamento e fare un altro pezzo di "pulizia". Da soli. "Senza partiti, senza padroni". Quando finiscono, si passano la parola. Che poi è diventata un programma e una sigla felice, in due sillabe, buona per bambini, laureati e nonni: CleaNap.

Un'idea forte dietro la quale c'è la tenacia di un anziano libraio, Rino De Martino, custode ormai di Piazza del Plebiscito abbandonata. E, dopo, l'intuizione di una 27enne, Emiliana Pellone, una laurea in Organizzazione e gestione del patrimonio culturale, una faccia alla Audrey Tatou, a cui piace ignorare che Napoli non sia il mondo di Amelie. E che dal suo blog, il 4 giugno lancia un appello: "Facciamolo noi, facciamo piazza pulita". "Credo che ce la possiamo fare, solo se ci impegniamo tutti in prima persona - spiega Emiliana - . Alla fine basta poco, mi sono detta: una scopa, una paletta, un paio di guanti e tanta acqua pubblica, e si lava la faccia a un frammento di città. Avevo scritto ai miei amici di Facebook: "Perché non cominciamo con una forma di flash mob? Una performance, filmata e ripresa, iniziando da piazza Bellini, un posto fantastico che se fosse in altre zone del mondo sarebbe gremito di turisti. Se andasse in porto, potremmo "adottare" un luogo ogni 10 giorni. Jamme bell'". Tipico preziosismo gergale, sta per: diamoci una mossa.

È nato così, in Rete, il fenomeno CleaNap. In 28 giorni, i primi 2800 iscritti. Poi, dopo le prime operazioni di decoro collettive, la pagina viaggia al ritmo di cento iscritti al giorno (vedi alla voce www. fanpage. it/cleanap). Continua Raffaella: " "Ho pensato a una crasi - ebbene sì, ho fatto il classico - tra il verbo to clean e NAP(oli). Se lo andate a pronunciare diventa "Clean up", i cui svariati significati anglofoni rimandano a moralizzare, pulire, regolare. Anche il sottotitolo Piazza Pulita ha una valenza didascalica e insieme metaforica".

Capita, proprio in mezzo alle stagioni dell'emergenza cronica, che si alzi la voce: "Cominciamo da noi". Nella città delle 2300 tonnellate di immondizia che sta foderando di nuovo gli angoli cittadini, per non parlare delle 15mila spalmate in tutta la provincia, cresce la voglia di dimostrare. Capita che scendano in piazza giovani e anziani con detersivi e pannopelle. E che mettano le mani, appunto, invece delle parole degli altri. Ai primi di maggio comincia De Martino con la pulizia del colonnato di San Francesco di Paola, il 4 giugno Emiliana parte con la sua proposta. L'11 giugno viene ripulita piazza Bellini, il 26 tocca al Largo Banchi Nuovi, l'8 luglio ai giardinetti di Porta Capuana. Prossima tappa il 24 luglio: appuntamento alle 17 in piazza Santa Maria La Nova.

CleaNap ha trovato sia sulla Rete sia in strada, alleati convinti. I "Friarielli ribelli", squadre di giovani che, con la loro guerrilla gardening, si incaricano di far risorgere le aiuole inaridite e i giardini dimenticati. E poi il libero attivismo di quei cittadini che da soli stanno diffondendo la moda virtuosa di autotassarsi e mettere la compostiera per l'umido in cortile: aiutati dall'intraprendenza di Francesco Emilio Borrelli, ex assessore dei verdi in Provincia. È bastato che si partisse con Aniello Morra, un commercialista del Parco della Madonnina, che ormai offre sul tema consulenza gratuita (anche su infoverdicampania. it o agmorraibero. it). Riferimenti a cui chiamano da tutta Napoli per chiedere consiglio. Come fosse un call center. "Scusi, noi siamo 50 famiglie, abbiamo bisogno di quale compostiera, con quali batteri da inserire? E dove si acquista". Perfino nella più sofferente Forcella c'è il padre di Annalisa Durante (uccisa per errore in un conflitto a fuoco) che si è mobilitato per una differenziata spontanea.

Succede che un semplice appello via social network faccia saltare un tappo. E squillare la tromba che istituzioni e palazzi hanno tenuto muta. Il sindaco Luigi de Magistris riflette: "Sono sempre stato convinto che i napoletani siano pronti ad essere il perno di una rivoluzione ambientale che finalmente conduca al superamento della piaga storica dei rifiuti. Del resto senza il contributo dei cittadini e delle cittadine non è possibile alcun miglioramento in tal senso. Non a caso, abbiamo delegato ad un consigliere Raffaele Del Giudice il compito di mobilitare e organizzare la cittadinanza. Per questo apprezzo le tante iniziative spontanee. Hanno un importante valore simbolico, oltre che pratico, e alimentano la speranza di quanto sia possibile un cambiamento ambientale e civico".

Anche Marco Sergio, avvocato e responsabile di una piccola impresa, si è messo in contatto con Emiliana portando in dote altri contatti. Dando disponibilità a organizzare, su pura base volontaristica, "corsi di formazione" per una differenziata responsabile. "Voglio provare a dare una mano, cercando anche di sensibilizzare le amministrazioni pubbliche. Ma sarebbe importante avviare un vero bombardamento mediatico in grado di stimolare comportamenti etici e virtuosi, e allo stesso tempo un inasprimento delle sanzioni per i trasgressori".

On line, la mobilitazione cresce. Senza enfasi, anzi. Chiara Amato scrive: "Basta dire "bravi, vi stimo"". Ma dove sono tutti questi fan, tutti questi sostenitori quando si devono alzare le maniche? Mia madre ha 65 anni e con il colpo della strega è andata a pulire, anche solo per un'ora e mezza". C'è qualcosa di semplice e solenne nell'azione di uscire con una scopa per fare linda la città di tutti. Meno complimenti agli eroi pulitori. E più gente nelle strade, ci vogliono più braccia, più gente che fa".


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Napolenza, tra Napoli e Fidenza

1

http://www.youtube.com/watch?v=1_FECph7J2M&feature=share

Brigante se more

2

http://www.youtube.com/watch?v=nov5SpviLH4&feature=related

Poesia dedicata a Napoli, di Fausto Maria Pico
serata in lieta compagnia di nuovi amici

3

http://www.youtube.com/watch?v=j11Hz4A35ic&feature=related

Il mio paese - Mimmo Maione

4

http://www.youtube.com/watch?v=GA6mXmhlVec&feature=related

'A livella - Mimmo Maione

5

http://www.youtube.com/watch?v=Z-DUNk33670&feature=related

De Martino legge una sua poesia in dialetto fidentino


Prima serata di sperimentazione dello stare liberamente insieme
Sabato 16 luglio dopo le 20,30... e.... a seguire i prossimi sabato sera di questa estate...a Piazza Grandi-Fidenza (PR)

Ognuno di sarà libero di cantare, recitare, raccontare storie o semplicemente trascorrere una serata in lieta compagnia di nuovi amici



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http://www.youtube.com/watch?v=1_FECph7J2M&feature=share

Brigante se more

2

http://www.youtube.com/watch?v=nov5SpviLH4&feature=related

Poesia dedicata a Napoli, di Fausto Maria Pico
serata in lieta compagnia di nuovi amici

3

http://www.youtube.com/watch?v=j11Hz4A35ic&feature=related

Il mio paese - Mimmo Maione

4

http://www.youtube.com/watch?v=GA6mXmhlVec&feature=related

'A livella - Mimmo Maione

5

http://www.youtube.com/watch?v=Z-DUNk33670&feature=related

De Martino legge una sua poesia in dialetto fidentino


Prima serata di sperimentazione dello stare liberamente insieme
Sabato 16 luglio dopo le 20,30... e.... a seguire i prossimi sabato sera di questa estate...a Piazza Grandi-Fidenza (PR)

Ognuno di sarà libero di cantare, recitare, raccontare storie o semplicemente trascorrere una serata in lieta compagnia di nuovi amici



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Quattro motivi per cui l'iniziativa di Miccichè e compagni di creare un grande movimento per il Sud è fasulla

Di Vincenzo Cesario
Coord. Provinciale Verona PdSUD

Vorrei analizzare con tutti gli amici che sono "meridionalisticamente orientati" i quattro motivi per i quali la recente iniziativa della Poli Bortone, di Miccichè e altri di Creare un grande partito nel sud è assolutamente fasulla. Qualcuno potrebbe ritenere scontato e inutile fare una analisi sulla fasullità dei sopracitati, dicendo che sono ascari, traditori, reciclati ed altro. Ma dato che di tanto in tanto qualcuno dei loro sostenitori si inserisce nei nostri blog, e son sicuro che tra loro ci sarà anche gente in buona fede, vorrei rivolgermi anche a loro, oltre che a quegli intellettualoidi (Cazzullo, Caldarola, Galli Della Loggia, De Marco etc.) che fanno, in maniera piuttosto grossolana, di tutt'erba un fascio


Analizzerei pertanto questi quattro motivi:

1) Le storia personale e politica di Miccichè, della Poli Bortone e altri è di per sè un macigno di tale peso che risultano scarsamente credibili.

Miccichè da vice ministro dell'economia non ha battuto ciglio sulla rapina dei fondi FAS, così come la Poli Bortone era Ministro dell'Agricoltura, quanto ci fu lo sciagurato accordo Pagliarini (ministro Leghista)- Van Miert a livello europeo, che costò al Sud 100.000 posti di lavoro. Anche l'ambiguità con cui da una parte si dichiarano indipendenti, dall'altra sostengono il governo Berlusconi (il governo più antimeridionalista di tutta la storia), pone più di un dubbio sulla loro credibilità.


2) E' impossibile che il Sud possa cambiare direzione in meglio senza che tutta l'Italia prenda coscienza di cosa sia realmente stato il cosiddetto risorgimento, cioè senza una revisione storica di come si sia realizzata l'unità. E' soltanto attraverso questo ineludibile passaggio che potranno essere sfatati tutti i pregiudizi verso i meridionali fannulloni, arretrati, delinquenti o addirittura geneticamente inferiori; così come non potrà essere superata la madre di tutti i pregiudizi, cioè che il Nord si sacrifica per il Sud. L'alternativa a ciò è quella di continuare a credere alla storiografia ufficiale, quindi alla arretratezza atavica del sud e dei suoi abitanti, pertanto potremo aspettarci al meglio un atteggiamento di magnanimità caritatevole o, al peggio, continuare così come veniamo considerati e trattati,allo stato, dalla Lega Nord.

Miccichè e la Poli Bortone sembrano ignorare del tutto il retroterra culturale del meridionalismo storico di Dorso, Salvemini, Nitti e del problema della rilettura storica del risorgimento, pertanto non potrebbero fare altro che chiedere la carità per il sud o qualcosa in più da spartire coi leghisti del nord, lasciando inalterata l'idea di subalternità del sud.


3) Ammirare la Lega Nord come afferma Miccichè o non essere contro, come dice la Poli Bortone, sono atteggiamenti che lasciano piuttosto sconcertati e fanno emergere più di un sospetto che il movimento del sud che stanno creando presenti caratteristiche analoghe alla Lega, cioè populismo, propaganda, opportunismo. Questo è il modo peggiore che ci possa essere per aiutare il Sud a uscire dal disagio che lo vede afflitto da 150 anni. Il Sud necessita di una classe dirigente giovane, onesta, colta con principi fondanti completamente opposti a quelli della Lega in quanto politici e movimenti propagandistici e opportunistici etc., nel sud, ce ne sono una moltitudine e non è proprio il caso di allargare ulteriormente il cerchio. Inoltre per storia e cultura i popoli meridionali presentano caratteristiche molto diverse rispetto a quelli del nord, ad esempio difficilmente un movimento fatto di meridionali potrebbe riuscire ad introiettare dinamiche razzistiche così marcate come succede ai leghisti che del razzismo ne fanno un elemento fondante.E' in ogni caso così palese che il principale nemico dei popoli meridionali è la Lega Nord che rende assolutamente non credibile un movimento che vuole difendere il sud e resta alleato alla Lega Nord.


4) Non si può pensare di difedere il sud senza pretendere di porre come problema prioritario nazionale la Questione Meridionale: Miccichè e la Poli Bortone, attraverso un atteggiamento quiescente e di alleanza con la lega e Berlusconi, non potranno fare altro che ricevere qualche sovvenzione, qualche pò di soldi in più che rapprentano interventi tampone, frammentari, clientelari che non risolveranno mai i problemi del sud alla radice. Per il Sud c'è bisogno di interventi strutturali e duraturi : infrastrutture (alla pari di quelle del nord), sviluppo economico, superamento della criminalità organizzata (ho evitato di proposito il termine lotta perchè riduttivo).


Fonte: Nota Facebook


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Di Vincenzo Cesario
Coord. Provinciale Verona PdSUD

Vorrei analizzare con tutti gli amici che sono "meridionalisticamente orientati" i quattro motivi per i quali la recente iniziativa della Poli Bortone, di Miccichè e altri di Creare un grande partito nel sud è assolutamente fasulla. Qualcuno potrebbe ritenere scontato e inutile fare una analisi sulla fasullità dei sopracitati, dicendo che sono ascari, traditori, reciclati ed altro. Ma dato che di tanto in tanto qualcuno dei loro sostenitori si inserisce nei nostri blog, e son sicuro che tra loro ci sarà anche gente in buona fede, vorrei rivolgermi anche a loro, oltre che a quegli intellettualoidi (Cazzullo, Caldarola, Galli Della Loggia, De Marco etc.) che fanno, in maniera piuttosto grossolana, di tutt'erba un fascio


Analizzerei pertanto questi quattro motivi:

1) Le storia personale e politica di Miccichè, della Poli Bortone e altri è di per sè un macigno di tale peso che risultano scarsamente credibili.

Miccichè da vice ministro dell'economia non ha battuto ciglio sulla rapina dei fondi FAS, così come la Poli Bortone era Ministro dell'Agricoltura, quanto ci fu lo sciagurato accordo Pagliarini (ministro Leghista)- Van Miert a livello europeo, che costò al Sud 100.000 posti di lavoro. Anche l'ambiguità con cui da una parte si dichiarano indipendenti, dall'altra sostengono il governo Berlusconi (il governo più antimeridionalista di tutta la storia), pone più di un dubbio sulla loro credibilità.


2) E' impossibile che il Sud possa cambiare direzione in meglio senza che tutta l'Italia prenda coscienza di cosa sia realmente stato il cosiddetto risorgimento, cioè senza una revisione storica di come si sia realizzata l'unità. E' soltanto attraverso questo ineludibile passaggio che potranno essere sfatati tutti i pregiudizi verso i meridionali fannulloni, arretrati, delinquenti o addirittura geneticamente inferiori; così come non potrà essere superata la madre di tutti i pregiudizi, cioè che il Nord si sacrifica per il Sud. L'alternativa a ciò è quella di continuare a credere alla storiografia ufficiale, quindi alla arretratezza atavica del sud e dei suoi abitanti, pertanto potremo aspettarci al meglio un atteggiamento di magnanimità caritatevole o, al peggio, continuare così come veniamo considerati e trattati,allo stato, dalla Lega Nord.

Miccichè e la Poli Bortone sembrano ignorare del tutto il retroterra culturale del meridionalismo storico di Dorso, Salvemini, Nitti e del problema della rilettura storica del risorgimento, pertanto non potrebbero fare altro che chiedere la carità per il sud o qualcosa in più da spartire coi leghisti del nord, lasciando inalterata l'idea di subalternità del sud.


3) Ammirare la Lega Nord come afferma Miccichè o non essere contro, come dice la Poli Bortone, sono atteggiamenti che lasciano piuttosto sconcertati e fanno emergere più di un sospetto che il movimento del sud che stanno creando presenti caratteristiche analoghe alla Lega, cioè populismo, propaganda, opportunismo. Questo è il modo peggiore che ci possa essere per aiutare il Sud a uscire dal disagio che lo vede afflitto da 150 anni. Il Sud necessita di una classe dirigente giovane, onesta, colta con principi fondanti completamente opposti a quelli della Lega in quanto politici e movimenti propagandistici e opportunistici etc., nel sud, ce ne sono una moltitudine e non è proprio il caso di allargare ulteriormente il cerchio. Inoltre per storia e cultura i popoli meridionali presentano caratteristiche molto diverse rispetto a quelli del nord, ad esempio difficilmente un movimento fatto di meridionali potrebbe riuscire ad introiettare dinamiche razzistiche così marcate come succede ai leghisti che del razzismo ne fanno un elemento fondante.E' in ogni caso così palese che il principale nemico dei popoli meridionali è la Lega Nord che rende assolutamente non credibile un movimento che vuole difendere il sud e resta alleato alla Lega Nord.


4) Non si può pensare di difedere il sud senza pretendere di porre come problema prioritario nazionale la Questione Meridionale: Miccichè e la Poli Bortone, attraverso un atteggiamento quiescente e di alleanza con la lega e Berlusconi, non potranno fare altro che ricevere qualche sovvenzione, qualche pò di soldi in più che rapprentano interventi tampone, frammentari, clientelari che non risolveranno mai i problemi del sud alla radice. Per il Sud c'è bisogno di interventi strutturali e duraturi : infrastrutture (alla pari di quelle del nord), sviluppo economico, superamento della criminalità organizzata (ho evitato di proposito il termine lotta perchè riduttivo).


Fonte: Nota Facebook


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Servizio del TG1 sul 150° a Gaeta


http://www.youtube.com/watch?v=hl0L8isTqRI&feature=feedu


TG1 del 15 Luglio ore 20:00
Servizio su Gaeta, le sue spiagge, i suoi beni storico architettonici e sulla mostra "Gioventù ribelle. Il Volturno, Gaeta e l'Unità d'Italia" presso il castello Angioino Aragonese recentemente restaurato.

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http://www.youtube.com/watch?v=hl0L8isTqRI&feature=feedu


TG1 del 15 Luglio ore 20:00
Servizio su Gaeta, le sue spiagge, i suoi beni storico architettonici e sulla mostra "Gioventù ribelle. Il Volturno, Gaeta e l'Unità d'Italia" presso il castello Angioino Aragonese recentemente restaurato.

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L'Istat: al Sud è povera una famiglia numerosa su 2


Fonte: Avvenire

Una famiglia numerosa su due nel Sud Italia è povera. È quanto emerge dal rapporto dell'Istat, secondo il quale la povertà risulta sostanzialmente stabile rispetto al 2009, sia quella relativa che assoluta, ma per alcune fasce della popolazione le condizioni sono peggiorate. Infatti l'Istat rileva che la povertà relativa aumenta tra le famiglie di 5 o più componenti (dal 24,9% al 29,9%), tra quelle con membri aggregati, ad esempio quelle dove c'è un anziano che vive con la famiglia del figlio (dal 18,2% al 23%), e di monogenitori (dall'11,8% al 14,1%).

E la condizione delle famiglie con membri aggregati peggiora anche rispetto alla povertà assoluta (dal 6,6% al 10,4%). In particolare, fa notare l'Istituto, nel Mezzogiorno l'incidenza di povertà relativa
cresce dal 36,7% del 2009 al 47,3% del 2010 tra le famiglie con tre o più figli minori. Quindi, quasi la metà di questi nuclei vive in povertà relativa.

La povertà relativa aumenta tra le famiglie con persona di riferimento lavoratore autonomo (dal 6,2% al 7,8%) o con un titolo di studio medio-alto (dal 4,8% al 5,6%), a seguito del peggioramento osservato nel Mezzogiorno (dal 14,3% al 19,2% e dal 10,7% al 13,9% rispettivamente), dove l'aumento più marcato si rileva per i lavoratori in proprio (dal 18,8% al 23,6%). Tra le famiglie con persona di riferimento diplomata o laureata aumenta anche la povertà assoluta (dall'1,7% al 2,1%). E ancora, spiega l'Istat, peggiora la
condizione delle famiglie di ritirati dal lavoro in cui almeno un componente non ha mai lavorato e non cerca lavoro, si tratta essenzialmente di coppie di anziani con un solo reddito da pensione, la cui quota aumenta dal 13,7% al 17,1% per la povertà relativa e dal 3,7% al 6,2% per quella assoluta.

I TERMINI ASSOLUTI
Nel 2010, in Italia, 1 milione e 156 mila famiglie (il 4,6% delle famiglie residenti) risultano in condizione di povertà assoluta, per un totale di 3 milioni e 129 mila persone (il 5,2% dell'intera popolazione).
L'incidenza della povertà assoluta, spiega l'Istat, viene calcolata sulla base di una soglia di povertà corrispondente alla spesa mensile minima necessaria per acquisire il paniere di beni e servizi che, nel contesto italiano e per una determinata famiglia, è considerato essenziale a uno standard di vita minimamente accettabile.

Fonte: Avvenire

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Fonte: Avvenire

Una famiglia numerosa su due nel Sud Italia è povera. È quanto emerge dal rapporto dell'Istat, secondo il quale la povertà risulta sostanzialmente stabile rispetto al 2009, sia quella relativa che assoluta, ma per alcune fasce della popolazione le condizioni sono peggiorate. Infatti l'Istat rileva che la povertà relativa aumenta tra le famiglie di 5 o più componenti (dal 24,9% al 29,9%), tra quelle con membri aggregati, ad esempio quelle dove c'è un anziano che vive con la famiglia del figlio (dal 18,2% al 23%), e di monogenitori (dall'11,8% al 14,1%).

E la condizione delle famiglie con membri aggregati peggiora anche rispetto alla povertà assoluta (dal 6,6% al 10,4%). In particolare, fa notare l'Istituto, nel Mezzogiorno l'incidenza di povertà relativa
cresce dal 36,7% del 2009 al 47,3% del 2010 tra le famiglie con tre o più figli minori. Quindi, quasi la metà di questi nuclei vive in povertà relativa.

La povertà relativa aumenta tra le famiglie con persona di riferimento lavoratore autonomo (dal 6,2% al 7,8%) o con un titolo di studio medio-alto (dal 4,8% al 5,6%), a seguito del peggioramento osservato nel Mezzogiorno (dal 14,3% al 19,2% e dal 10,7% al 13,9% rispettivamente), dove l'aumento più marcato si rileva per i lavoratori in proprio (dal 18,8% al 23,6%). Tra le famiglie con persona di riferimento diplomata o laureata aumenta anche la povertà assoluta (dall'1,7% al 2,1%). E ancora, spiega l'Istat, peggiora la
condizione delle famiglie di ritirati dal lavoro in cui almeno un componente non ha mai lavorato e non cerca lavoro, si tratta essenzialmente di coppie di anziani con un solo reddito da pensione, la cui quota aumenta dal 13,7% al 17,1% per la povertà relativa e dal 3,7% al 6,2% per quella assoluta.

I TERMINI ASSOLUTI
Nel 2010, in Italia, 1 milione e 156 mila famiglie (il 4,6% delle famiglie residenti) risultano in condizione di povertà assoluta, per un totale di 3 milioni e 129 mila persone (il 5,2% dell'intera popolazione).
L'incidenza della povertà assoluta, spiega l'Istat, viene calcolata sulla base di una soglia di povertà corrispondente alla spesa mensile minima necessaria per acquisire il paniere di beni e servizi che, nel contesto italiano e per una determinata famiglia, è considerato essenziale a uno standard di vita minimamente accettabile.

Fonte: Avvenire

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sabato 16 luglio 2011

Corone di Stato per una strage di Stato


Di Salvatore Borsellino

Siamo ormai a pochi giorni dal diciannovesimo anniversario della strage di via D’Amelio, dell’assassinio di Paolo Borsellino, degli uomini – qualcuno di loro era poco più che un ragazzo – e dell’unica donna che facevano parte della sua scorta.

La prima donna, agente di polizia, ad essere uccisa in un agguato di mafia. Non voglio però chiamarli soltanto con questo nome, “agenti di scorta”. Ho ancora vivo il ricordo della madre di uno di loro ad un incontro a cui partecipavo insieme a lei, che, quando un giornalista le chiese il nome di suo figlio, scoppiò a piangere e disse:“Io sono la madre di un ragazzo che si chiamava “scorta”. Perché queste mamme non avevano, non hanno, spesso neppure la consolazione, se così possiamo chiamarla, di sentire nominare i figli che hanno perso con il loro nome di battesimo. I loro figli sono soltanto “gli agenti della scorta”.

Eppure questi uomini, questa donna, un nome lo hanno e sono nomi che dovrebbero essere impressi a fuoco nella nostra mente, nel nostro cuore. Si chiamavano, si chiamano, Agostino Catalano,Claudio Traina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e io ricordo ancora quando mia mamma fece giurare a me, a Rita, ad Adele, i fratelli di Paolo, che non avremmo mai pronunciato il nome di Paolo, quando fossimo stati chiamati a parlare di lui, senza nominare uno per uno questi eroi.

Perché ancora, allora, si poteva usare per loro questo nome. Non lo si può più fare, io almeno non mi sento più di farlo, da quando Silvio Berlusconi e il suo sodale Marcello Dell’Utri, quell’uomo che siede ancora in Parlamento nonostante sia stato condannato a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, hanno proclamato eroe, grazie all’omertà strenuamente mantenuta, Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore, quello che usava farsi recapitare i cavalli, magari sotto forma di polvere bianca, in albergo.

Sono, questi martiri, i compagni di quelle decine tra poliziotti e carabinieri che il giorno dopo la morte di Falcone si misero in fila dietro la porta dell’ufficio di Paolo, alla Procura di Palermo, per chiedergli di essere assegnati a far parte della sua scorta. Eppure tutti sapevano che far parte della scorta di Paolo, dopo l’assassinio di Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo, di Vito Schifani, di Rocco Dicillo, di Antonio Montinaro, significava votarsi alla morte. Perché si trattava solo di tempo, ma dopo Giovanni avrebbero ucciso anche Paolo, forse non dopo solo 57 giorni, ma tutti sapevano che lo avrebbero ucciso. Eppure tutti quei ragazzi si erano messi in fila per potere morire insieme a lui, difendendo fino all’ultimo la sua vita.

Per questo ho voluto quest’anno che i volti di questi ragazzi, di quelli che insieme a Paolo sono davvero morti, fossero nel manifesto insieme a quello di Paolo, e ho pregato i loro familiari di venire in via D’Amelio, prima dell’ora della strage a leggere una lettera scritta da loro per i loro cari. Non so quanti di loro riusciranno a farlo, per alcuni di loro la ferita, a quasi venti anni di distanza, è ancora troppo aperta e sanguina ancora di più il 19 luglio di ogni anno, ma noi, levando in alto per loro le nostre agende rosse, invocheremo uno per uno i loro nomi, proprio come la mamma di Paolo ci aveva chiesto di fare.

Altre lettere verranno lette in via D’Amelio, dopo l’ora della strage e dopo che Marilena Montiavrà recitato quella sua meravigliosa poesia che 19 anni fa dedicò al Giudice Paolo, il giudice “dagli occhi di miele e mestizia”. Saranno le lettere scritte per Paolo Borsellino da alcuni dei magistrati che gli furono vicini in quegli indimenticabili anni del pool di Palermo, o che condivisero con lui gli anni alla procura di Marsala, o che firmarono le dimissioni dopo la sua morte se non fosse stato allontanato Pietro Giammanco, o che cercano oggi di fare luce su quella trattativa che affrettò la sua morte, come Leonardo Guarnotta, Antonio Ingroia, Vittorio Teresi, Nino di Matteo.

Anche e soprattutto questo significato vogliamo dare alle manifestazioni che si terranno a Palermo il 17, 18 e 19 luglio, non solo fare memoria e lottare per i giudici morti, ma soprattutto stringerci attorno a quei magistrati che a Palermo, a Caltanissetta, a Firenze e a Milano stanno cercando di squarciare quel pesante velo nero che fino a oggi, grazie a depistaggi, archiviazioni forzate, leggi studiate per scoraggiare le collaborazioni di Giustizia, hanno impedito di arrivare ai mandanti occulti di quelle stragi.

Questi giudici sono oggi in grave pericolo, pericolo per le loro stesse vite. Potrebbero non bastare, per fermarli, quei metodi che sono stati usati per eliminare altri magistrati dopo le stragi del ’92 e del ’93: le avocazioni, i trasferimenti, le delegittimazioni. L’atmosfera è oggi troppo pesante, troppo simile a quella degli anni che precedettero Capaci e via D’Amelio e le altre stragi che nel ’93 furono necessarie per arrivare a chiudere quell’infame trattativa. Le manovre di delegittimazione e le aggressioni di ogni tipo verso i magistrati vanno di pari passo con una pretesa riforma della Giustizia che è in realtà un vero e proprio sovvertimento di quel principio fondamentale della Costituzione che sancisce l’indipendenza della Magistratura.

Gli stessi poteri che hanno voluto e pilotato quelle stragi poterebbero metterne in atto delle altre per favorire il passaggio da un sistema di potere che sta ormai annegando nel suo stesso fango ad un nuovo e forse peggiore equilibrio. Ed è notizia di questi giorni l’intenzione di questo governo, ormai agonizzante e soggetto ad ogni tipo di ricatti, di attuare quello che era uno dei punti principali della trattiva, scritto a chiare lettere nel “papello” dove venivano dettate le condizioni di resa a cui doveva piegarsi lo Statoi di fronte all’antistato. Dopo le varie cambiali che sono state pagate sia dal governo della cosiddetta sinistra sia da quello della cosiddetta destra, perché l’una e l’altra sono stati in tempi diversi e in trattive diverse le controparti dell’antistato, oggi si arriva la richiesta di pagamento della maxi rata finale, l’abolizione dell’odiato regime di carcere duro, il 41 bis, motivato dalla pretesa necessità di ridurre i costi e il tempo necessario per mantenerlo e confermarlo alla sua scadenza.

Forse è questo il prezzo imposto in quella parte di trattativa che si è svolto davanti agli occhi di utti, nella deposizione teletrasmessa dei fratelli Graviano. Dopo la domanda rivolta dal magistrato al più spietato dei fratelli, quello soprannominato “Madre Natura”, se conoscesse o avesse incontrato Silvio Berlusconi, ci fu, prima della risposta negativa qualche secondo di un silenzio che a qualcuno dovette sembrare eterno. Perché questo silenzio fa parte del linguaggio dei mafiosi, un silenzio può avere più significato di tante parole perché potrebbe, se non si rispettano i patti, diventare quelle parole che, per il momento, non vengono pronunciate.

Forse, come sta venendo alla luce dalle indagini della Procura di Caltanissetta, è stato proprioGiuseppe Graviano a premere, da dietro il muretto dell’agrumeto che chiude trasversalmente via D’Amelio, il pulsante che ha scatenato l’inferno in quella strada. Forse è stata proprio nostra madre, la madre di Paolo, affacciata a quel balcone dal quale, dopo la morte di Paolo, si affacciava a guardare l’olivo che aveva fatto piantare nella buca scavata dall’esplosione, a vedere, tra quegli uomini che si muovevano intorno a quel muro qualche giorno prima del 19 luglio, e che lei segnalò a Paolo, qualcuno degli assassini di suo figlio che stavano facendo un sopralluogo per preparare la strage.

Oggi, davanti a quell’olivo, rappresentanti di quelle stesse Istituzioni che non seppero o non vollero proteggere adeguatamente questo servitore dello Stato e che, portando avanti una scellerata trattativa, ne anticiparono la morte, pretendono di portare corone di fiori per commemorarne l’uccisione. Ma si può pretendere di commemorare la morte di un uomo che ha servito fino all’ultimo lo Stato e che forse, per la complicità di pezzi deviati dello Stato, è stato ucciso o ha incontrato troppo presto la morte?

Noi non accetteremo che vengano portate davanti a quell’olivo ipocrite corone di Stato per quella che è stata anche una strage di Stato. Quel luogo e quel giorno sono per noi sacri e non vogliamo che vengano turbati da contrasti e contestazioni di alcun genere. Manifesteremo silenziosamente il nostro dissenso soltanto sedendoci attorno all’olivo, attorno a Paolo, e levando in altro le nostre Agende Rosse, il simbolo della nostra lotta per la Verità e per la Giustizia.

Noi rispettiamo le Istituzioni, ma chiediamo alle Istituzioni di rispettare quel giorno e quel luogo. E il rispetto non lo si manifesta deponendo una corona, come si fa per i morti: il rispetto lo si manifesta chiedendo, come noi pretendiamo, Verità e Giustizia per quella strage e quei morti. Chiedendo che vengano riaperte, come sembra stia per fare in base a nuovi elementi la Procura di Caltanissetta, le indagini per la sparizione di quell’Agenda Rossa che rappresenta la chiave di volta di quella strage, progettata in quel giorno e in quel posto proprio per potere sottrarre l’agenda. Troppi testimoni reticenti ci sono attorno a quell’agenda, troppi attori i cui ruoli sono ancora da definire e le controverse testimonianze da indagare a fondo.

Questo chiediamo ai rappresentanti delle Istituzioni che vogliono deporre corone, e in particolare alpresidente della Camera dei deputati. Che chiedano, facendo uso del prestigio che gli compete dal ricoprire le loro cariche, che non si pongano ostacoli sulla strada della Giustizia, sulla strada della Verità. Il presidente della Camera ha interpetrato correttamente il suo ruolo istituzionale, si è, anche se tardivamente, sciolto dall’abbraccio mortale del capo di un partito che non ha nulla a che vedere con la destra storica italiana, ma non possiamo dimenticare che ha appoggiato per anni e ha permesso l’ascesa al potere di quell’uomo che, secondo il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, avrebbe trattato, insieme a Marcello Dell’Utri, direttamente con Giuseppe Graviano, il boia di via D’Amelio.

Ai ragazzi militanti nella Giovane Italia – nome che, per i ricordi che ho della mia giovinezza vissuta insieme a Paolo, meriterebbe ben altra collocazione che il partito al quale fa riferimento – i quali anche quest’anno faranno la loro fiaccolata silenziosa per Paolo Borsellino, rivolgo una preghiera e una domanda. La preghiera è che non vogliano mutuare logori e funebri riti di morte deponendo corone per un uomo che, come loro stessi hanno scritto sul muro che fronteggia via D’Amelio, continua a vivere anche da morto.

Al contrario dei suoi assassini e dei loro complici, che sono morti anche se vivi, via D’Amelio deve essere un luogo di rinascita della vita e della speranza, simboleggiato dall’olivo che nostra madre ha voluto piantare proprio con questo intento, non un sepolcro. Le corone sono più adatte per la tomba nel cimitero di Santa Maria del Gesù, dove risposano le spoglie mortali di Paolo. In via D’Amelio, negli occhi e nel cuore di tanti giovani vive e deve continuare a vivero lo spirito di Paolo, che non potrà mai morire.

La domanda è se pensano che sia veramente onorare Paolo Borsellino militare in un partito che, come ha affermato il suo capo indicando Marcello Dell’Utri, condannato già in secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, “senza quell’uomo non esisterebbe”.

Nell’immagine, il programma delle manifestazioni che si terranno a Palermo il 17, 18 e 19 luglio per commemorare la strage di via D’Amelio. Per ingrandire clicca qui


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Di Salvatore Borsellino

Siamo ormai a pochi giorni dal diciannovesimo anniversario della strage di via D’Amelio, dell’assassinio di Paolo Borsellino, degli uomini – qualcuno di loro era poco più che un ragazzo – e dell’unica donna che facevano parte della sua scorta.

La prima donna, agente di polizia, ad essere uccisa in un agguato di mafia. Non voglio però chiamarli soltanto con questo nome, “agenti di scorta”. Ho ancora vivo il ricordo della madre di uno di loro ad un incontro a cui partecipavo insieme a lei, che, quando un giornalista le chiese il nome di suo figlio, scoppiò a piangere e disse:“Io sono la madre di un ragazzo che si chiamava “scorta”. Perché queste mamme non avevano, non hanno, spesso neppure la consolazione, se così possiamo chiamarla, di sentire nominare i figli che hanno perso con il loro nome di battesimo. I loro figli sono soltanto “gli agenti della scorta”.

Eppure questi uomini, questa donna, un nome lo hanno e sono nomi che dovrebbero essere impressi a fuoco nella nostra mente, nel nostro cuore. Si chiamavano, si chiamano, Agostino Catalano,Claudio Traina, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e io ricordo ancora quando mia mamma fece giurare a me, a Rita, ad Adele, i fratelli di Paolo, che non avremmo mai pronunciato il nome di Paolo, quando fossimo stati chiamati a parlare di lui, senza nominare uno per uno questi eroi.

Perché ancora, allora, si poteva usare per loro questo nome. Non lo si può più fare, io almeno non mi sento più di farlo, da quando Silvio Berlusconi e il suo sodale Marcello Dell’Utri, quell’uomo che siede ancora in Parlamento nonostante sia stato condannato a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa, hanno proclamato eroe, grazie all’omertà strenuamente mantenuta, Vittorio Mangano, lo stalliere di Arcore, quello che usava farsi recapitare i cavalli, magari sotto forma di polvere bianca, in albergo.

Sono, questi martiri, i compagni di quelle decine tra poliziotti e carabinieri che il giorno dopo la morte di Falcone si misero in fila dietro la porta dell’ufficio di Paolo, alla Procura di Palermo, per chiedergli di essere assegnati a far parte della sua scorta. Eppure tutti sapevano che far parte della scorta di Paolo, dopo l’assassinio di Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo, di Vito Schifani, di Rocco Dicillo, di Antonio Montinaro, significava votarsi alla morte. Perché si trattava solo di tempo, ma dopo Giovanni avrebbero ucciso anche Paolo, forse non dopo solo 57 giorni, ma tutti sapevano che lo avrebbero ucciso. Eppure tutti quei ragazzi si erano messi in fila per potere morire insieme a lui, difendendo fino all’ultimo la sua vita.

Per questo ho voluto quest’anno che i volti di questi ragazzi, di quelli che insieme a Paolo sono davvero morti, fossero nel manifesto insieme a quello di Paolo, e ho pregato i loro familiari di venire in via D’Amelio, prima dell’ora della strage a leggere una lettera scritta da loro per i loro cari. Non so quanti di loro riusciranno a farlo, per alcuni di loro la ferita, a quasi venti anni di distanza, è ancora troppo aperta e sanguina ancora di più il 19 luglio di ogni anno, ma noi, levando in alto per loro le nostre agende rosse, invocheremo uno per uno i loro nomi, proprio come la mamma di Paolo ci aveva chiesto di fare.

Altre lettere verranno lette in via D’Amelio, dopo l’ora della strage e dopo che Marilena Montiavrà recitato quella sua meravigliosa poesia che 19 anni fa dedicò al Giudice Paolo, il giudice “dagli occhi di miele e mestizia”. Saranno le lettere scritte per Paolo Borsellino da alcuni dei magistrati che gli furono vicini in quegli indimenticabili anni del pool di Palermo, o che condivisero con lui gli anni alla procura di Marsala, o che firmarono le dimissioni dopo la sua morte se non fosse stato allontanato Pietro Giammanco, o che cercano oggi di fare luce su quella trattativa che affrettò la sua morte, come Leonardo Guarnotta, Antonio Ingroia, Vittorio Teresi, Nino di Matteo.

Anche e soprattutto questo significato vogliamo dare alle manifestazioni che si terranno a Palermo il 17, 18 e 19 luglio, non solo fare memoria e lottare per i giudici morti, ma soprattutto stringerci attorno a quei magistrati che a Palermo, a Caltanissetta, a Firenze e a Milano stanno cercando di squarciare quel pesante velo nero che fino a oggi, grazie a depistaggi, archiviazioni forzate, leggi studiate per scoraggiare le collaborazioni di Giustizia, hanno impedito di arrivare ai mandanti occulti di quelle stragi.

Questi giudici sono oggi in grave pericolo, pericolo per le loro stesse vite. Potrebbero non bastare, per fermarli, quei metodi che sono stati usati per eliminare altri magistrati dopo le stragi del ’92 e del ’93: le avocazioni, i trasferimenti, le delegittimazioni. L’atmosfera è oggi troppo pesante, troppo simile a quella degli anni che precedettero Capaci e via D’Amelio e le altre stragi che nel ’93 furono necessarie per arrivare a chiudere quell’infame trattativa. Le manovre di delegittimazione e le aggressioni di ogni tipo verso i magistrati vanno di pari passo con una pretesa riforma della Giustizia che è in realtà un vero e proprio sovvertimento di quel principio fondamentale della Costituzione che sancisce l’indipendenza della Magistratura.

Gli stessi poteri che hanno voluto e pilotato quelle stragi poterebbero metterne in atto delle altre per favorire il passaggio da un sistema di potere che sta ormai annegando nel suo stesso fango ad un nuovo e forse peggiore equilibrio. Ed è notizia di questi giorni l’intenzione di questo governo, ormai agonizzante e soggetto ad ogni tipo di ricatti, di attuare quello che era uno dei punti principali della trattiva, scritto a chiare lettere nel “papello” dove venivano dettate le condizioni di resa a cui doveva piegarsi lo Statoi di fronte all’antistato. Dopo le varie cambiali che sono state pagate sia dal governo della cosiddetta sinistra sia da quello della cosiddetta destra, perché l’una e l’altra sono stati in tempi diversi e in trattive diverse le controparti dell’antistato, oggi si arriva la richiesta di pagamento della maxi rata finale, l’abolizione dell’odiato regime di carcere duro, il 41 bis, motivato dalla pretesa necessità di ridurre i costi e il tempo necessario per mantenerlo e confermarlo alla sua scadenza.

Forse è questo il prezzo imposto in quella parte di trattativa che si è svolto davanti agli occhi di utti, nella deposizione teletrasmessa dei fratelli Graviano. Dopo la domanda rivolta dal magistrato al più spietato dei fratelli, quello soprannominato “Madre Natura”, se conoscesse o avesse incontrato Silvio Berlusconi, ci fu, prima della risposta negativa qualche secondo di un silenzio che a qualcuno dovette sembrare eterno. Perché questo silenzio fa parte del linguaggio dei mafiosi, un silenzio può avere più significato di tante parole perché potrebbe, se non si rispettano i patti, diventare quelle parole che, per il momento, non vengono pronunciate.

Forse, come sta venendo alla luce dalle indagini della Procura di Caltanissetta, è stato proprioGiuseppe Graviano a premere, da dietro il muretto dell’agrumeto che chiude trasversalmente via D’Amelio, il pulsante che ha scatenato l’inferno in quella strada. Forse è stata proprio nostra madre, la madre di Paolo, affacciata a quel balcone dal quale, dopo la morte di Paolo, si affacciava a guardare l’olivo che aveva fatto piantare nella buca scavata dall’esplosione, a vedere, tra quegli uomini che si muovevano intorno a quel muro qualche giorno prima del 19 luglio, e che lei segnalò a Paolo, qualcuno degli assassini di suo figlio che stavano facendo un sopralluogo per preparare la strage.

Oggi, davanti a quell’olivo, rappresentanti di quelle stesse Istituzioni che non seppero o non vollero proteggere adeguatamente questo servitore dello Stato e che, portando avanti una scellerata trattativa, ne anticiparono la morte, pretendono di portare corone di fiori per commemorarne l’uccisione. Ma si può pretendere di commemorare la morte di un uomo che ha servito fino all’ultimo lo Stato e che forse, per la complicità di pezzi deviati dello Stato, è stato ucciso o ha incontrato troppo presto la morte?

Noi non accetteremo che vengano portate davanti a quell’olivo ipocrite corone di Stato per quella che è stata anche una strage di Stato. Quel luogo e quel giorno sono per noi sacri e non vogliamo che vengano turbati da contrasti e contestazioni di alcun genere. Manifesteremo silenziosamente il nostro dissenso soltanto sedendoci attorno all’olivo, attorno a Paolo, e levando in altro le nostre Agende Rosse, il simbolo della nostra lotta per la Verità e per la Giustizia.

Noi rispettiamo le Istituzioni, ma chiediamo alle Istituzioni di rispettare quel giorno e quel luogo. E il rispetto non lo si manifesta deponendo una corona, come si fa per i morti: il rispetto lo si manifesta chiedendo, come noi pretendiamo, Verità e Giustizia per quella strage e quei morti. Chiedendo che vengano riaperte, come sembra stia per fare in base a nuovi elementi la Procura di Caltanissetta, le indagini per la sparizione di quell’Agenda Rossa che rappresenta la chiave di volta di quella strage, progettata in quel giorno e in quel posto proprio per potere sottrarre l’agenda. Troppi testimoni reticenti ci sono attorno a quell’agenda, troppi attori i cui ruoli sono ancora da definire e le controverse testimonianze da indagare a fondo.

Questo chiediamo ai rappresentanti delle Istituzioni che vogliono deporre corone, e in particolare alpresidente della Camera dei deputati. Che chiedano, facendo uso del prestigio che gli compete dal ricoprire le loro cariche, che non si pongano ostacoli sulla strada della Giustizia, sulla strada della Verità. Il presidente della Camera ha interpetrato correttamente il suo ruolo istituzionale, si è, anche se tardivamente, sciolto dall’abbraccio mortale del capo di un partito che non ha nulla a che vedere con la destra storica italiana, ma non possiamo dimenticare che ha appoggiato per anni e ha permesso l’ascesa al potere di quell’uomo che, secondo il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, avrebbe trattato, insieme a Marcello Dell’Utri, direttamente con Giuseppe Graviano, il boia di via D’Amelio.

Ai ragazzi militanti nella Giovane Italia – nome che, per i ricordi che ho della mia giovinezza vissuta insieme a Paolo, meriterebbe ben altra collocazione che il partito al quale fa riferimento – i quali anche quest’anno faranno la loro fiaccolata silenziosa per Paolo Borsellino, rivolgo una preghiera e una domanda. La preghiera è che non vogliano mutuare logori e funebri riti di morte deponendo corone per un uomo che, come loro stessi hanno scritto sul muro che fronteggia via D’Amelio, continua a vivere anche da morto.

Al contrario dei suoi assassini e dei loro complici, che sono morti anche se vivi, via D’Amelio deve essere un luogo di rinascita della vita e della speranza, simboleggiato dall’olivo che nostra madre ha voluto piantare proprio con questo intento, non un sepolcro. Le corone sono più adatte per la tomba nel cimitero di Santa Maria del Gesù, dove risposano le spoglie mortali di Paolo. In via D’Amelio, negli occhi e nel cuore di tanti giovani vive e deve continuare a vivero lo spirito di Paolo, che non potrà mai morire.

La domanda è se pensano che sia veramente onorare Paolo Borsellino militare in un partito che, come ha affermato il suo capo indicando Marcello Dell’Utri, condannato già in secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, “senza quell’uomo non esisterebbe”.

Nell’immagine, il programma delle manifestazioni che si terranno a Palermo il 17, 18 e 19 luglio per commemorare la strage di via D’Amelio. Per ingrandire clicca qui


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