venerdì 27 maggio 2011

Appello al voto del Partito del Sud


Cari Amici,

Grazie ancora per le vostre firme che ci hanno permesso di partecipare a questa bellissima esperienza politica e umana.

Grazie al vostro incoraggiamento e sostegno morale e materiale che ci ha dato l’energia per sostenere una dura e impegnativa campagna elettorale.

Grazie per i vostri voti che –seppure riteniamo siano solo una parte di quelli veramente espressi nell’urna - hanno legittimato la presenza paritaria del nostro Partito alla coalizione di Luigi de Magistris, contribuendo al risultato “rivoluzionario” di portare il candidato della gente comune, l’unico al di fuori degli apparati dei partiti, al ballottaggio per diventare Sindaco di Napoli.

Nel ringraziarvi di quanto fatto finora, per noi, per tutti noi, ma soprattutto per Napoli, vi chiediamo di continuare a sostenerci facendo un ultimo sforzo elettorale durante il ballottaggio di domenica e lunedì.

Dalla stampa e televisione non è emerso chiaramente come la candidatura di Luigi de Magistris sia espressione della società civile, della gente, e non di uno specifico partito o di apparati di potere connessi con chi ha governato male Napoli e la Campania in questi ultimi anni. Che la campagna elettorale (banchetti, gazebo, volantinaggio, ecc.) nelle strade l’ha fatta la gente comune e non le truppe di militanti dei Partiti o quelle assoldate con dispendio di soldi.

Chi si è astenuto al primo turno, ha espresso la propria delusione, sconforto e sgomento contro i partiti e la politica.

Ora però tutti si devono esprimere e votare, perché si tratta di dare le chiavi della Città a chi per i prossimi cinque anni sarà il “dominus” incontrastato della nostra città, della qualità della nostra vita di tutti i giorni. Di chi condizionerà l’efficienza del nostro lavoro e la sicurezza e felicità nostra e delle nostre famiglie.

Da Napoli, con l’elezione a Sindaco di Luigi de Magistris, candidato della gente, può partire una vera rivoluzione del modo di fare politica, di un ritorno al vero senso e significato che ha questa parola: serietà nell’affrontare i problemi, servizio nei confronti dei cittadini, impegno nel costruire le condizioni di sviluppo dell’economia della nostra Città e del Mezzogiorno.

NOI del Partito del Sud ci crediamo!

Crediamo che tutto questo sia possibile, ora e a Napoli, grazie solo al tuo VOTO!

Partecipa anche tu alle “Quattro Giornate di Napoli del Terzo Millennio”, 15 ,16, 29 e 30 maggio 2011.

LIBERA NAPOLI !!

Napoli 27 maggio 2011 Il PARTITO del SUD



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Cari Amici,

Grazie ancora per le vostre firme che ci hanno permesso di partecipare a questa bellissima esperienza politica e umana.

Grazie al vostro incoraggiamento e sostegno morale e materiale che ci ha dato l’energia per sostenere una dura e impegnativa campagna elettorale.

Grazie per i vostri voti che –seppure riteniamo siano solo una parte di quelli veramente espressi nell’urna - hanno legittimato la presenza paritaria del nostro Partito alla coalizione di Luigi de Magistris, contribuendo al risultato “rivoluzionario” di portare il candidato della gente comune, l’unico al di fuori degli apparati dei partiti, al ballottaggio per diventare Sindaco di Napoli.

Nel ringraziarvi di quanto fatto finora, per noi, per tutti noi, ma soprattutto per Napoli, vi chiediamo di continuare a sostenerci facendo un ultimo sforzo elettorale durante il ballottaggio di domenica e lunedì.

Dalla stampa e televisione non è emerso chiaramente come la candidatura di Luigi de Magistris sia espressione della società civile, della gente, e non di uno specifico partito o di apparati di potere connessi con chi ha governato male Napoli e la Campania in questi ultimi anni. Che la campagna elettorale (banchetti, gazebo, volantinaggio, ecc.) nelle strade l’ha fatta la gente comune e non le truppe di militanti dei Partiti o quelle assoldate con dispendio di soldi.

Chi si è astenuto al primo turno, ha espresso la propria delusione, sconforto e sgomento contro i partiti e la politica.

Ora però tutti si devono esprimere e votare, perché si tratta di dare le chiavi della Città a chi per i prossimi cinque anni sarà il “dominus” incontrastato della nostra città, della qualità della nostra vita di tutti i giorni. Di chi condizionerà l’efficienza del nostro lavoro e la sicurezza e felicità nostra e delle nostre famiglie.

Da Napoli, con l’elezione a Sindaco di Luigi de Magistris, candidato della gente, può partire una vera rivoluzione del modo di fare politica, di un ritorno al vero senso e significato che ha questa parola: serietà nell’affrontare i problemi, servizio nei confronti dei cittadini, impegno nel costruire le condizioni di sviluppo dell’economia della nostra Città e del Mezzogiorno.

NOI del Partito del Sud ci crediamo!

Crediamo che tutto questo sia possibile, ora e a Napoli, grazie solo al tuo VOTO!

Partecipa anche tu alle “Quattro Giornate di Napoli del Terzo Millennio”, 15 ,16, 29 e 30 maggio 2011.

LIBERA NAPOLI !!

Napoli 27 maggio 2011 Il PARTITO del SUD



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Concerto del 22 Maggio per Luigi de Magistris - Versione Integrale


http://www.youtube.com/watch?v=rEP6laDDG7g
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http://www.youtube.com/watch?v=rEP6laDDG7g

Vota Luigi De Magistris domenica 29 e lunedì 30 maggio al 2 turno a Napoli...ecco come votare.... ed il nostro simbolo sulla scheda del ballottaggio!



Siamo quasi alla fine di questa grande sfida di cambiamento e di rinascita di Napoli, per scegliere tra legalità e solita malapolitica e tra nuovo Sud ed ascari del Nord.
Domenica 29 e lunedì 30 maggio, si voterà per il ballottaggio tra De Magistris e Lettieri e noi saremo ancora a fianco di Luigi De Magistris...ed il nostro simbolo sarà sulla scheda che voteranno circa mezzo milione di napoletani.

Ecco come votare:
Non barrare il simbolo del Partito, ma mettere una X sul nome di Luigi de Magistris!!!

Il Partito del Sud invita tutti i suoi elettori, iscritti e simpatizzanti a votare per Luigi De Magistris sindaco di Napoli al ballottaggio di domenica 29 e lunedì 30 maggio...

......................................................................................................................................................

D) Quando ci sarà il turno di ballottaggio?

R) Si vota in 2 giorni, domenica 29 maggio dalle 8.00 alle 22.00 e lunedì 30 maggio dalle 7.00 alle 15.00.

D) Come si vota questa volta?

R) Semplice, sarà consegnata una sola scheda, che riporta i nominativi dei due candidati che hanno ottenuto al primo turno il maggior numero di voti. E' necessario tracciare un segno sul rettangolo entro il quale è scritto il nome del candidato sindaco prescelto.

D) Non ho votato il 15 e 16 Maggio scorso, posso partecipare al ballottaggio?

Si, gli aventi diritto al voto potranno partecipare al turno di ballottaggio anche se non abbiano preso parte alla votazione del primo turno.

D) Quali documenti devo portare?

R) E' necessario esibire, oltre ad un documento di riconoscimento, la tessera elettorale.

D) Quando inizia lo scrutinio?

R) Lo scrutinio avrà inizio nella giornata di lunedì al termine delle operazioni di voto.



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Siamo quasi alla fine di questa grande sfida di cambiamento e di rinascita di Napoli, per scegliere tra legalità e solita malapolitica e tra nuovo Sud ed ascari del Nord.
Domenica 29 e lunedì 30 maggio, si voterà per il ballottaggio tra De Magistris e Lettieri e noi saremo ancora a fianco di Luigi De Magistris...ed il nostro simbolo sarà sulla scheda che voteranno circa mezzo milione di napoletani.

Ecco come votare:
Non barrare il simbolo del Partito, ma mettere una X sul nome di Luigi de Magistris!!!

Il Partito del Sud invita tutti i suoi elettori, iscritti e simpatizzanti a votare per Luigi De Magistris sindaco di Napoli al ballottaggio di domenica 29 e lunedì 30 maggio...

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D) Quando ci sarà il turno di ballottaggio?

R) Si vota in 2 giorni, domenica 29 maggio dalle 8.00 alle 22.00 e lunedì 30 maggio dalle 7.00 alle 15.00.

D) Come si vota questa volta?

R) Semplice, sarà consegnata una sola scheda, che riporta i nominativi dei due candidati che hanno ottenuto al primo turno il maggior numero di voti. E' necessario tracciare un segno sul rettangolo entro il quale è scritto il nome del candidato sindaco prescelto.

D) Non ho votato il 15 e 16 Maggio scorso, posso partecipare al ballottaggio?

Si, gli aventi diritto al voto potranno partecipare al turno di ballottaggio anche se non abbiano preso parte alla votazione del primo turno.

D) Quali documenti devo portare?

R) E' necessario esibire, oltre ad un documento di riconoscimento, la tessera elettorale.

D) Quando inizia lo scrutinio?

R) Lo scrutinio avrà inizio nella giornata di lunedì al termine delle operazioni di voto.



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Luca e Paolo - Indifferenti - Antonio Gramsci


https://www.youtube.com/watch?v=-27kmsRIT4k


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https://www.youtube.com/watch?v=-27kmsRIT4k


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Dietro al centrodestra di Lettieri la morsa di "Nicola o' Mericano"

Nel voto la lotta per la città nuova. Tramonta l'era di Bassolino e della sua politica, che aveva un solo colore, quello del denaro. Il sottosegretario Cosentino, sponsor del candidato Pdl, gestisce voti e l'impero dei rifiuti
di ROBERTO SAVIANO

SPERO di poter un giorno, dopo questi anni di lontananza forzata, tornare a Napoli, in una Napoli nuova. Ma se dovessero vincere i vecchi, i soliti poteri, se dovesse prevalere l'asse Lettieri-Cosentino, questo non accadrà.

Il governo trema. Vede crescere un'onda che attraversa l'intero Paese e si manifesta in molteplici espressioni, ma con un evidente punto comune. È un'onda che dice: il nostro Paese ci riguarda. Da Milano a Napoli, entrambe città chiave, sembra scomparsa l'apatia solita che allontana dalle decisioni e dalla volontà di capire cosa accade. Deve essere chiaro a tutti, indipendentemente da quale sia l'idea politica di chi oggi vota a Napoli, che la candidatura di Gianni Lettieri rappresenta la continuità con la gestione di Nicola Cosentino. Non è solo il rapporto di vicinanza o il fatto che il candidato sindaco si presenti accompagnato da "Nicola o' Mericano", come lo chiamano a Casal di Principe. Ma la continuità tra i due è espressa dal programma, dal linguaggio, dalle posizioni sulle questioni economiche e amministrative del territorio.

È palese il rischio che Nicola Cosentino diventi il satrapo della Campania. Ci aveva provato quando tentò di diventare presidente della Regione. Allora Cosentino tentò di delegittimare, secondo le intercettazioni dell'inchiesta sulla P3 della Procura di Roma, il suo rivale Stefano Caldoro, ma i finiani lo bloccarono. Tale rinuncia è stata l'unica battuta d'arresto nella carriera del
politico casalese, ancora coordinatore regionali del Pdl in Campania e fino al luglio 2010 sottosegretario all'economica e finanza. Eppure ci si domanda come sia possibile che un politico che si divide tra processi e campagna elettorale, su cui pende una richiesta d'arresto per concorso esterno in associazione mafiosa, imparentato (senza mai pubblicamente prenderne le distanze) con una delle famiglie più potenti della camorra, promotore di una politica che nei fatti non ha mai avuto un programma in contrastato con gli interessi criminali, sia così fortemente sostenuto dal governo e dal maggior partito di governo. Come mai gli è concesso di presentarsi come "sponsor" - scelta che sembra assurda sotto il profilo di una strategia d'immagine vincente - di un candidato che deve affrontare come rivale un ex magistrato, Luigi de Magistris?

Sembra che Cosentino abbia legato a sé il governo, ecco perché può decidere il candidato a sindaco di Napoli, così come ricevere il sottosegretariato più ambito. Sa di essere una pistola puntata alla tempia dell'esecutivo. In mano sua ci sono molti voti facili, quelli dell'economia del cemento, dei muratori, dei geometri, dei capimastri, dei carpentieri e delle betoniere, di tutti coloro che senza appalti non vivono. Voti preziosi per il governo, per tamponare le perdite avute altrove. E poi il potere più prezioso: i rifiuti. L'impero dell'immondizia in Campania si regge su un equilibrio quanto mai fragile. Per mandarlo in tilt basta una sua parola. È comprensibile dunque perché Cosentino, disponendo di questo potere, non avrebbe potuto sopportare un candidato non suo.

Ma qualunque sarà il risultato dei ballottaggi la sensazione è che si stia rompendo quella che per il potere è sempre stata garanzia di sopravvivenza, proliferazione e continuità: la distanza tra i cittadini e la politica. Se la politica cessa di essere una dimensione a cui ci si avvicina solo per ricevere favori, la dinamica di persuasione o di acquisto del voto diviene più complicata, svenderlo diventa più difficile. Sta tramontando una fase, quella che ha visto Nicola Cosentino protagonista assoluto della politica campana in coabitazione con Bassolino, quella in cui l'unico colore che conta in politica è il colore del denaro. Sta tramontando la fase delle logiche emergenziali. Deve cominciarne un'altra che non sia in continuità con le amministrazioni precedenti. Lettieri ha recentemente annunciato che avrebbe chiesto una legge speciale per Napoli, e pieni poteri. Quindi ancora emergenza, ancora gestione straordinaria dei rifiuti e di un'intera città che deve, che vuole e soprattutto che può uscire dall'emergenza. Di contro, la parola d'ordine più significativa della campagna elettorale di de Magistris è il ritorno alla gestione ordinaria, sui rifiuti principalmente, ma non solo. E di questo cambiamento la città ha bisogno. L'ordinario ora per Napoli è la vera rivoluzione. Finire con il saccheggio dell'emergenza infinita.

Ci sono poi diversi messaggi inquietanti, come il "Manifesto della sinistra per Lettieri" firmato da venti esponenti vicini alla giunta bassoliniana tra cui anche l'ex assessore della giunta Bassolino Antonio Napoli. Questi dirigenti napoletani di area Pd che si sono dati appuntamento all'Hotel Vesuvio, nel loro documento dichiarano: "Lettieri è la novità che ci vuole". Molte voci, fra cui anche quella di Raffaele Cantone, hanno bollato quel manifesto come trasformismo. Vale a dire che l'appoggio a Lettieri o le dichiarazioni di astensione sono piuttosto un tentativo di riposizionarsi in continuità con la politica di prebende concessa in passato da Bassolino. Perché senza un cappello politico in terra napoletana non esisti, non lavori.

Sono convinto che il destino elettorale di questo paese si stia determinando nel ballottaggio di Napoli, forse addirittura più che a Milano. So che può sembrare retorica meridionalista, ma l'inquinamento del sistema politico-economico e spesso criminale a Sud ha, e ha avuto, conseguenze sull'intero paese. Il voto di scambio è un rischio enorme e la vicenda delle primarie infiltrate è il più drammatico dei precedenti. Spero davvero che questo cambiamento possa segnare anche la fine del sistema che ha governato Napoli nell'ultimo decennio, un sistema fatto di prebende, consulenze, progetti culturali sempre più orientati non sui reali problemi, ma al mantenimento di una rete di consensi. Vale anche per il settore rifiuti, dove i gruppi bassoliniani hanno fatto incetta di voti e clientele.

Riuscire a mettere da parte questa classe dirigente questo ingranaggio ventennale, che è giusto paghi per i suoi errori, non sarà compito da poco per De Magistris. Ma ora tocca a lui. La spazzatura c'è di nuovo e i suoi miasmi siglano un fallimento definitivo, in grado di svelare le tante menzogne spacciate come successi. Affidarsi a Lettieri, il protetto dell'"uomo che risolve", sarebbe come un suggello della disfatta. In un'intervista Nicola Cosentino, chiamandomi in causa, dichiarava che si sarebbe vendicato di chi l'ha pugnalato alle spalle in questi anni. Ma le mie parole e quelle di tutti coloro che hanno raccontato l'intreccio tra politica, camorra e imprenditoria criminale in Italia non sono mai state pronunciate "alle spalle", (non sono come la macchina del fango che lo stesso Cosentino avrebbe invece alimentato), ma al contrario si sono espresse apertamente, alla luce del sole. Per questo so di non essere l'unico a guardare alle prossime elezioni con grande apprensione e altrettanta speranza. Apprensione che la Campania possa finire stritolata ancora una volta dalla vittoria della linea Cosentino a Napoli. Speranza che possa iniziare un nuovo corso con la costanza, la fermezza, e soprattutto la vigilanza dei cittadini per non diventare un medioevo come è accaduto al "rinascimento napoletano".

Napoli viene dal greco e significa "città nuova". Mai come ora occorre che per diventarlo, per diventare una città nuova, ritrovi il senso originario della parola polis, luogo in cui tutti gli abitanti "liberi" partecipano attivamente alla vita politica, luogo in cui per tutti i cittadini "liberi" valgono le stesse norme di diritto. Questo il sogno greco della cosa pubblica. Oggi spero che a Napoli sia un sogno possibile, realizzato da cittadini che dimostrano, invece, di "avere testa".



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Nel voto la lotta per la città nuova. Tramonta l'era di Bassolino e della sua politica, che aveva un solo colore, quello del denaro. Il sottosegretario Cosentino, sponsor del candidato Pdl, gestisce voti e l'impero dei rifiuti
di ROBERTO SAVIANO

SPERO di poter un giorno, dopo questi anni di lontananza forzata, tornare a Napoli, in una Napoli nuova. Ma se dovessero vincere i vecchi, i soliti poteri, se dovesse prevalere l'asse Lettieri-Cosentino, questo non accadrà.

Il governo trema. Vede crescere un'onda che attraversa l'intero Paese e si manifesta in molteplici espressioni, ma con un evidente punto comune. È un'onda che dice: il nostro Paese ci riguarda. Da Milano a Napoli, entrambe città chiave, sembra scomparsa l'apatia solita che allontana dalle decisioni e dalla volontà di capire cosa accade. Deve essere chiaro a tutti, indipendentemente da quale sia l'idea politica di chi oggi vota a Napoli, che la candidatura di Gianni Lettieri rappresenta la continuità con la gestione di Nicola Cosentino. Non è solo il rapporto di vicinanza o il fatto che il candidato sindaco si presenti accompagnato da "Nicola o' Mericano", come lo chiamano a Casal di Principe. Ma la continuità tra i due è espressa dal programma, dal linguaggio, dalle posizioni sulle questioni economiche e amministrative del territorio.

È palese il rischio che Nicola Cosentino diventi il satrapo della Campania. Ci aveva provato quando tentò di diventare presidente della Regione. Allora Cosentino tentò di delegittimare, secondo le intercettazioni dell'inchiesta sulla P3 della Procura di Roma, il suo rivale Stefano Caldoro, ma i finiani lo bloccarono. Tale rinuncia è stata l'unica battuta d'arresto nella carriera del
politico casalese, ancora coordinatore regionali del Pdl in Campania e fino al luglio 2010 sottosegretario all'economica e finanza. Eppure ci si domanda come sia possibile che un politico che si divide tra processi e campagna elettorale, su cui pende una richiesta d'arresto per concorso esterno in associazione mafiosa, imparentato (senza mai pubblicamente prenderne le distanze) con una delle famiglie più potenti della camorra, promotore di una politica che nei fatti non ha mai avuto un programma in contrastato con gli interessi criminali, sia così fortemente sostenuto dal governo e dal maggior partito di governo. Come mai gli è concesso di presentarsi come "sponsor" - scelta che sembra assurda sotto il profilo di una strategia d'immagine vincente - di un candidato che deve affrontare come rivale un ex magistrato, Luigi de Magistris?

Sembra che Cosentino abbia legato a sé il governo, ecco perché può decidere il candidato a sindaco di Napoli, così come ricevere il sottosegretariato più ambito. Sa di essere una pistola puntata alla tempia dell'esecutivo. In mano sua ci sono molti voti facili, quelli dell'economia del cemento, dei muratori, dei geometri, dei capimastri, dei carpentieri e delle betoniere, di tutti coloro che senza appalti non vivono. Voti preziosi per il governo, per tamponare le perdite avute altrove. E poi il potere più prezioso: i rifiuti. L'impero dell'immondizia in Campania si regge su un equilibrio quanto mai fragile. Per mandarlo in tilt basta una sua parola. È comprensibile dunque perché Cosentino, disponendo di questo potere, non avrebbe potuto sopportare un candidato non suo.

Ma qualunque sarà il risultato dei ballottaggi la sensazione è che si stia rompendo quella che per il potere è sempre stata garanzia di sopravvivenza, proliferazione e continuità: la distanza tra i cittadini e la politica. Se la politica cessa di essere una dimensione a cui ci si avvicina solo per ricevere favori, la dinamica di persuasione o di acquisto del voto diviene più complicata, svenderlo diventa più difficile. Sta tramontando una fase, quella che ha visto Nicola Cosentino protagonista assoluto della politica campana in coabitazione con Bassolino, quella in cui l'unico colore che conta in politica è il colore del denaro. Sta tramontando la fase delle logiche emergenziali. Deve cominciarne un'altra che non sia in continuità con le amministrazioni precedenti. Lettieri ha recentemente annunciato che avrebbe chiesto una legge speciale per Napoli, e pieni poteri. Quindi ancora emergenza, ancora gestione straordinaria dei rifiuti e di un'intera città che deve, che vuole e soprattutto che può uscire dall'emergenza. Di contro, la parola d'ordine più significativa della campagna elettorale di de Magistris è il ritorno alla gestione ordinaria, sui rifiuti principalmente, ma non solo. E di questo cambiamento la città ha bisogno. L'ordinario ora per Napoli è la vera rivoluzione. Finire con il saccheggio dell'emergenza infinita.

Ci sono poi diversi messaggi inquietanti, come il "Manifesto della sinistra per Lettieri" firmato da venti esponenti vicini alla giunta bassoliniana tra cui anche l'ex assessore della giunta Bassolino Antonio Napoli. Questi dirigenti napoletani di area Pd che si sono dati appuntamento all'Hotel Vesuvio, nel loro documento dichiarano: "Lettieri è la novità che ci vuole". Molte voci, fra cui anche quella di Raffaele Cantone, hanno bollato quel manifesto come trasformismo. Vale a dire che l'appoggio a Lettieri o le dichiarazioni di astensione sono piuttosto un tentativo di riposizionarsi in continuità con la politica di prebende concessa in passato da Bassolino. Perché senza un cappello politico in terra napoletana non esisti, non lavori.

Sono convinto che il destino elettorale di questo paese si stia determinando nel ballottaggio di Napoli, forse addirittura più che a Milano. So che può sembrare retorica meridionalista, ma l'inquinamento del sistema politico-economico e spesso criminale a Sud ha, e ha avuto, conseguenze sull'intero paese. Il voto di scambio è un rischio enorme e la vicenda delle primarie infiltrate è il più drammatico dei precedenti. Spero davvero che questo cambiamento possa segnare anche la fine del sistema che ha governato Napoli nell'ultimo decennio, un sistema fatto di prebende, consulenze, progetti culturali sempre più orientati non sui reali problemi, ma al mantenimento di una rete di consensi. Vale anche per il settore rifiuti, dove i gruppi bassoliniani hanno fatto incetta di voti e clientele.

Riuscire a mettere da parte questa classe dirigente questo ingranaggio ventennale, che è giusto paghi per i suoi errori, non sarà compito da poco per De Magistris. Ma ora tocca a lui. La spazzatura c'è di nuovo e i suoi miasmi siglano un fallimento definitivo, in grado di svelare le tante menzogne spacciate come successi. Affidarsi a Lettieri, il protetto dell'"uomo che risolve", sarebbe come un suggello della disfatta. In un'intervista Nicola Cosentino, chiamandomi in causa, dichiarava che si sarebbe vendicato di chi l'ha pugnalato alle spalle in questi anni. Ma le mie parole e quelle di tutti coloro che hanno raccontato l'intreccio tra politica, camorra e imprenditoria criminale in Italia non sono mai state pronunciate "alle spalle", (non sono come la macchina del fango che lo stesso Cosentino avrebbe invece alimentato), ma al contrario si sono espresse apertamente, alla luce del sole. Per questo so di non essere l'unico a guardare alle prossime elezioni con grande apprensione e altrettanta speranza. Apprensione che la Campania possa finire stritolata ancora una volta dalla vittoria della linea Cosentino a Napoli. Speranza che possa iniziare un nuovo corso con la costanza, la fermezza, e soprattutto la vigilanza dei cittadini per non diventare un medioevo come è accaduto al "rinascimento napoletano".

Napoli viene dal greco e significa "città nuova". Mai come ora occorre che per diventarlo, per diventare una città nuova, ritrovi il senso originario della parola polis, luogo in cui tutti gli abitanti "liberi" partecipano attivamente alla vita politica, luogo in cui per tutti i cittadini "liberi" valgono le stesse norme di diritto. Questo il sogno greco della cosa pubblica. Oggi spero che a Napoli sia un sogno possibile, realizzato da cittadini che dimostrano, invece, di "avere testa".



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Concerto : Napoli 27 maggio 2011 - Tutti insieme per Napoli, tutti insieme per Luigi de Magistris



Ora
venerdì 27 maggio · 18.30 - 23.30

Luogo
rotonda Diaz
via Caracciolo
Naples, Italy

Creato da

Maggiori informazioni
dalle ore 18:30 con:

Orchestra Napoliopera
ENZO GRAGNANIELLO con i sudexpress
A67
99 POSSE
TERESA DE SIO

DARIO VERGASSOLA

con l'amichevole partecipazione di:
Giacomo Rizzo, Lucio Caizzi, Michele Caputo, Francesco Paolantoni, Mario Porfito, Patrizio Rispo, Rosaria De Cicco



www.sindacopernapoli.it
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Ora
venerdì 27 maggio · 18.30 - 23.30

Luogo
rotonda Diaz
via Caracciolo
Naples, Italy

Creato da

Maggiori informazioni
dalle ore 18:30 con:

Orchestra Napoliopera
ENZO GRAGNANIELLO con i sudexpress
A67
99 POSSE
TERESA DE SIO

DARIO VERGASSOLA

con l'amichevole partecipazione di:
Giacomo Rizzo, Lucio Caizzi, Michele Caputo, Francesco Paolantoni, Mario Porfito, Patrizio Rispo, Rosaria De Cicco



www.sindacopernapoli.it

La storia d’Italia (mal)raccontata agli italiani

di Roberto Roveda e Chiara Villa
I testi scolastici sono il solo strumento per riportare le vicende nostrane al grande pubblico. Ma risentono di scarsa tradizione storiografica, pesanti ingerenze politiche, poco peso didattico e faziosità ideologica. Il Risorgimento è spiegato con gli occhi di oggi.

Vai al sommario di Limes 2/2011 "L'Italia dopo l'Italia"

Nell'anno in cui ricorre il 150° anniversario dell’Unità d’Italia è abbastanza naturale che si registri un aumento dell’interesse generale per le vicende che hanno portato all’unificazione nazionale e si tenda a fare un bilancio di questi ultimi anni di storia patria, ritrovandosi quindi a riflettere attorno a un tema fondamentale: quale cultura storica hanno gli italiani? E ancora: quanto conoscono la loro storia nazionale?

Notoriamente in Italia si legge poco, ancor meno si legge di storia: secondo i dati di Arianna Informazioni Editoriali elaborati da iBuk la percentuale di saggistica storica venduta in Italia nel corso del 2010 sarebbe di poco superiore al 2,2%. Naturale, quindi, che il veicolo privilegiato per far conoscere le vicende storiche del nostro paese siano i manuali scolastici e che la scuola rimanga, per la maggior parte degli italiani, il luogo dove la storia viene approcciata per la prima e spesso unica volta. I testi di storia per le scuole assolvono quindi a un ruolo fondamentale e vale la pena di provare ad analizzare come al loro interno vengono raccontati e interpretati - la storia, infatti, non è mai mera cronaca, ma comunque scelta, interpretazione e divulgazione - i fatti d’Italia, dall’unione ai nostri giorni.
Prima di entrare nel merito dei manuali scolastici è importante, però, fare alcune premesse.

Innanzitutto, è importante sottolineare come la storia non sia mai stata un campo di eccellenza per la cultura italiana. Ci sono stati e ci sono tutt’ora grandi storici italiani, manca però una tradizione e una scuola di pensiero nazionale che pareggi l’impatto e l’influenza globale delle correnti nate - e fiorenti - in Germania, Francia e mondo anglosassone. Di fatto la storia nel nostro paese, anche a livello accademico, ha sempre rivestito il ruolo di sorella minore rispetto agli studi letterari e filosofici. Prova di quanto stiamo affermando è che solo di recente si sono diffuse a livello universitario le lauree in storia e scienze storiche. All’Università degli Studi di Milano, per fare l’esempio di un grande ateneo, i primi laureati in storia si sono avuti solo nei primi anni Novanta del Novecento. Precedentemente chi voleva specializzarsi in materie storiche si laureava in filosofia o lettere scegliendo poi, all’interno del percorso di studi, un indirizzo di tipo storico; ancora oggi le facoltà di tipo umanistico vengono definite di Lettere e Filosofia comprendendo al proprio interno anche la disciplina storica.

Altro elemento da tenere ben presente - che però non riguarda solo il campo della ricerca storica, ma in generale l’erudizione in Italia - è che spesso gli storici rappresentano un circolo chiuso, autoreferenziale, più portato al saggio iperspecialistico che all’opera di divulgazione: considerata a livello accademico una banalizzazione di argomenti per pochi iniziati. Così, in ambito universitario, chi si concede al largo pubblico viene guardato con un sospetto che spesso nasconde invidia, oppure sottilmente si tende a sottovalutare quei testi che tendono a rendere più digeribili argomenti magari ostici.

Non è un caso che sia più facile trovare nelle librerie opere di divulgazione storica di autori anglosassoni e francesi - i quali, viceversa, mostrano molta più attenzione al largo pubblico e conoscono l’importanza della comunicazione allargata - piuttosto che di autori italiani. Questa disabitudine alla comunicazione al di fuori di ciò che si considera un proprio terreno di eccellenza ha come prima conseguenza una tendenza a snobbare la compilazione di manuali scolastici, considerati - a torto - opere minori, e una conseguente scarsa disponibilità a impegnarsi nella loro preparazione. In secondo luogo, porta quegli storici che comunque scelgono di preparare un testo diretto alle scuole a scontrarsi con ovvie difficoltà di linguaggio dovute alla scarsa dimestichezza del nostro mondo accademico con la scrittura semplice, lineare e chiara - pur nella problematicità dei temi trattati - che un manuale richiede.

Un’ultima cosa da premettere e che ha forti legami con quanto detto finora è come la storia viene recepita dagli studenti e dagli stessi membri dello corpo docente: le scienze storiche sono vissute come materia secondaria rispetto alla letteratura italiana e alla filosofia. Non a caso, storia viene insegnata nel biennio delle scuole secondarie superiori dallo stesso docente che insegna italiano e che il più delle volte in questa materia è specializzato. Nel secondo biennio e al quinto anno la storia viene accoppiata alla filosofia, anche qui venendo insegnata da docenti più spesso versati sul fronte filosofico che storico. Alla storia, poi, sono dedicate poche ore settimanali, solitamente un paio, che facilmente vengono sacrificate per far posto all’italiano, materia comunque sentita come più importante sia dagli studenti sia dai docenti. Nessuno fa drammi per un’insufficienza in storia, nessuno prende ripetizioni private di storia, mentre si corre subito ai ripari per italiano, matematica e anche latino. Quanto detto ci aiuta a capire come possa essere difficile per uno studente cogliere il valore dell’insegnamento storico e avvicinarsi alla materia se non vi è già un interesse di tipo personale.

Queste debite premesse ci fanno comprendere appieno quanto sia importante il manuale scolastico di storia, strumento pressoché unico per avvicinare gli studenti alla vicenda storica. La questione della cultura storica, in particolare quella che riguarda gli ultimi 150 anni di storia italiana, deve prendere spunto dall’analisi delle indicazioni e degli strumenti di cui dispongono gli insegnanti per assolvere al loro ruolo pedagogico-culturale. Con le varie riforme ministeriali dell’ultimo quindicennio, i programmi hanno via via spostato l’attenzione verso il Novecento: oggi chi si presenta alla maturità deve conoscere il XX secolo dall’inizio alla fine, con particolare attenzione agli eventi degli ultimi decenni: la stagione del terrorismo, la caduta del Muro, l’epoca di Tangentopoli fino ai fatti di inizio XXI secolo. Questa attenzione per il Novecento ha comportato alcuni cambiamenti nella preparazione dei manuali scolastici e nell’insegnamento della storia nelle scuole.
Prima di tutto si è avuta una riperiodizzazione dei testi scolastici che ha mutato il peso dato ai diversi periodi storici. Prima del 1997 i manuali scolastici destinati al triennio delle scuole superiori coprivano un arco temporale che andava dal 476 d.C. (fine dell’impero romano d’Occidente) alla seconda guerra mondiale, con solo un breve excursus finale sugli eventi del secondo dopoguerra. In particolare, il primo volume copriva l’epoca medievale (fino alla scoperta dell’A merica), il secondo la storia moderna (fino alla rivoluzione francese e Napoleone), il terzo era dedicato all’Ottocento e al Novecento (con i limiti detti precedentemente per il XX secolo).

Tale suddivisione comportava che buona parte dell’ultimo anno delle scuole superiori fosse dedicato all’Ottocento, al Risorgimento e all’Unità italiana, nonché alla sue vicende iniziali; raramente gli insegnanti riuscivano a spingersi nello studio al di là dei prodromi della seconda guerra mondiale. Risorgimento, lotte per l’indipendenza e per l’unificazione, Destra storica, Sinistra, Crispi e Giolitti rappresentavano la base dell’apprendimento storico dell’anno della maturità.
Le recenti riforme ministeriali hanno mutato questa situazione. Oggi l’Ottocento va a costituire la parte finale del secondo volume del corso di storia del triennio, volume che comprende anche il Seicento e il Settecento. Il peso degli eventi risorgimentali e post-unitari, anche semplicemente dal punto di vista quantitativo (cioè di pagine dedicate all’argomento), è certamente diminuito: l’Ottocento ha perso di centralità a scapito del Novecento, secolo cui viene dedicato un intero volume, con conseguenze che vedremo tra poco.

Questa evoluzione va a legarsi con un altro mutamento in atto nei manuali scolastici: la perdita di centralità della storia italiana a favore di una visione più ampia del discorso storico, allargata all’Europa e, per quanto possibile, al mondo. Il Risorgimento italiano e l’unità d’Italia non sono più presentati come eventi pressoché distinti rispetto a quanto accade nel resto del continente, ma divengono argomenti da trattare non diversamente da quelli che concernono gli eventi coevi a livello europeo e mondiale. Si è passati, quindi, da manuali tradizionali prettamente italocentrici, a manuali policentrici. Va da sé che non esista più un 1848 italiano cui fanno da appendice le rivoluzioni negli altri Stati europei, ma piuttosto i moti rivoluzionari del 1848 cui la penisola italiana partecipa non diversamente da altri Stati europei.
Certamente il cambio di prospettiva non è indolore, soprattutto perché va a toccare una tradizione radicata da decenni nella manualistica scolastica. Risulta facile notare nei testi una mancanza di amalgama dei diversi argomenti, una difficoltà nell’inserire in maniera adeguata gli eventi della storia nazionale nel più vasto vasto contesto europeo e mondiale. La difficoltà si avverte maggiormente nel racconto degli eventi del secondo dopoguerra, dove l’Italia viene trattata costantemente a parte rispetto agli altri paesi e i due racconti storici appaiono slegati.

Arriviamo quindi al discorso sulla storia del Novecento e sugli esiti della scelta di dedicare al XX secolo l’intero terzo volume del triennio. Da un lato, questa scelta va sicuramente a colmare una grossa lacuna, perché prima delle recenti riforme l’ultimo secolo veniva trattato solo parzialmente e veniva demandata solo all’impegno e alla buona volontà degli studenti e degli insegnanti la conoscenza dei fatti più significativi della storia più recente. D’altro lato, la stessa scelta espone lo storico che si appresta alla realizzazione di un manuale scolastico a confrontarsi con fatti ed eventi per i quali la ricerca storiografica è ancora molto lacunosa e che si trovano al confine tra storia e cronaca.
Il risultato sono manuali di storia che affrontano il Novecento, e in particolare la storia italiana, in maniera quasi annalistica, con un’analisi storica piuttosto limitata anche perché sulle vicende più recenti riguardanti il nostro paese è molto facile per editori e autori essere esposti a critiche e attacchi da parte dei media oppure dello stesso ministero dell’Istruzione. Nell’Italia contrapposta di oggi è più facile fare un discorso storico di carattere problematico su Muzio Scevola che su Gramsci, per non parlare di Craxi o personaggi ancora più vicini a noi nel tempo.

Le indicazioni ministeriali, per quanto riguarda la storia, non si limitano alla prescrizione dei periodi da trattare, ma entrano in merito anche alle rilevanze storiche, esprimono quindi una sorta di giudizio di merito e danno indicazioni su quali siano le priorità da seguire. Talvolta pesantemente. Scriveva Curzio Maltese in un articolo sulla Repubblica nel novembre del 2000: «Sulla storia patria si è abbattuto un revisionismo all’italiana, alimentato piuttosto da polemiche giornalistiche che da rigorose ricerche storiografiche, gonfiato di passioni e risentimenti piuttosto che sostenuto da documenti, sotto l’influsso di sbornie ideologiche uguali e contrarie a quelle della sinistra anni Settanta, che sovente hanno colto gli stessi, prima comunisti e ora ferocemente anti, ma sempre dove tira il vento».

L’episodio cui faceva riferimento l’articolo era quello che aveva visto il consiglio regionale del Lazio approvare una mozione, nel novembre del 2000, in cui si impegnava il presidente della Regione Francesco Storace e gli assessori competenti a «istituire una commissione di esperti che svolga un’analisi attenta dei testi scolastici evidenziandone carenze o ricostruzioni arbitrarie [...] con lo scopo di radicare una specifica conoscenza e un conseguente senso di appartenenza». L’iniziativa prendeva spunto dalla denuncia da parte di Azione studentesca delle «falsità» raccontate da molti autori di manuali di storia, la cui pericolosa «faziosità» «alimentava in modo artificiale uno scontro generazionale che durava ormai da troppi anni impedendo la ricostruzione di un’identità nazionale comune a tutti i cittadini italiani e l’affermarsi di un sentimento di autentica pacificazione nazionale». Le denunce si estendevano dai giudizi riportati nei manuali scolastici su Togliatti e il ruolo del Pci (troppo benevoli) a quelli sul primo governo Berlusconi (troppo faziosi), dal silenzio sulle foibe alla scarsa applicazione della «categoria decisiva del secolo: il totalitarismo». Ultimamente è capitato che nella riforma Gelmini la parola Resistenza finisse per un attimo sospesa tra una redazione e l’altra del documento: pare infatti che nella prima versione non se ne facesse cenno.

Risulta dunque significativo il fatto che tutti i momenti di svolta della storia nazionale (il Risorgimento, la grande guerra, il fascismo, la Resistenza e la guerra civile, la Repubblica) diventino oggetto di attenzioni particolari nelle indicazioni ministeriali (indicazioni, ricordiamolo, che determinano fortemente la struttura dei manuali), ciò a conferma del peso decisivo dei progetti di costruzione o di ricostruzione dell’identità nazionale, nei quali prevalgono i sospetti di faziosità e non vi sono spesso le condizioni per un discorso storico aperto, sereno e distaccato al punto giusto. A conferma anche di una sorta di sospetto che pare separare burocrazia scolastica e mondo della politica dal mondo della scuola, comprendendo in questa definizione docenti, ma anche case editrici e autori che si dedicano alla stesura dei manuali.

Esempio lampante di quanto detto è la ricostruzione delle vicende storiche risorgimentali. Il dibattito e la contesa sulla memoria del Risorgimento è riconoscibile come un dato costitutivo del confronto politico nelle varie stagioni dell’Italia unita. Al ricordo e al racconto del Risorgimento ci si è affidati per lungo tempo come veicolo privilegiato di una vasta opera di nazionalizzazione e di pedagogia civica e patriottica. Per decenni è prevalsa spesso una storia basata sull’aneddotica e sull’esaltazione di eroi ed eroismi quasi a senso unico. L’Osservatorio dei manuali scolastici è esemplare da questo punto di vista: nei libri scola- stici, da 150 anni si sono letti, a proposito del Risorgimento nel Sud, solo fatti e vittorie gloriose da parte dei garibaldini senza mai approfondire nulla delle crisi e delle sofferenze della popolazione che, inerme, spesso divenne vittima di feroci rappresaglie. Oggi questa visione gloriosa è un po’ tramontata, ma rimane la suddivisione manichea operata dai testi scolastici in buoni (pro Savoia) e cattivi (anti-Savoia) con ciò confermando l’annullamento della storia come processo, o rielaborazione di complesse logiche tra i fatti, e riducendola a strumentale collage di giudizi etico-politici. Buoni furono Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi, d’Azeglio e altri, cattivi Ferdinando II, Pio IX e così via.

Secondo il manuale di Camera-Fabietti nel periodo storico in questione «lo Stato pontificio e il regno borbonico si erano retti sull’arbitrio e sull’illegalità, su un’agricoltura estremamente arretrata e su redditi individuali molto miseri» (1).
Secondo Perugi-Bellucci «le condizioni dello Stato [pontificio] rimasero [...] pesanti, con una legislazione arretrata, una pubblica amministrazione inefficiente e corrotta in mano al clero e un diffuso malcontento che si esprimeva nella recrudescenza di quel male antico che era il brigantaggio» (2).

Secondo Giardina-Sabbatucci-Vidotto, Pio IX, dopo il fallimento delle rivoluzioni del 1848-1849 e l’abbandono dell’iniziale apertura liberale, avrebbe condotto una politica reazionaria e liberticida e avrebbe «riorganizzato [lo Stato] secondo il vecchio modello teocratico-assolutistico» (3). La Chiesa cattolica, guidata da Pio IX, avrebbe dunque ostacolato ingiustamente la politica di riforme condotta dallo Stato sabaudo e in particolare da Cavour. Lo stesso statista viene presentato come il paladino del liberalismo, che intende eliminare i privilegi ecclesiastici per rendere effettiva la libertà dello Stato e della Chiesa. Pur non essendo cattolico, sarebbe stato infatti interessato alla missione spirituale della Chiesa, la quale, grazie alla perdita del potere temporale, avrebbe potuto dedicarsi con maggiore libertà al suo apostolato. In generale, quindi, sul Risorgimento e sull’unità nazionale sembrano pesare soprattutto le categorie dell’oggi più che un’attenta analisi dei fatti storici. Sembrano pesare fortemente le difficoltà che il nostro paese sta vivendo in questi anni anche dal punto di vista dell’identità nazionale, difficoltà che si riflettono anche a livello di manualistica scolastica con un racconto che diviene spesso incerto, privo di punti di riferimento largamente condivisi e libero da battaglie di tipo ideologico o da barricate innalzate aprioristicamente da una parte e dall’altra.


Per arrivare alla conclusione del nostro discorso vale la pena richiamare un tema di carattere forse meno storico e più tecnico, ma comunque non secondario: quello del manuale come tipico esempio di prodotto redazionale, piuttosto che di opera d’autore. Il livello sempre più sofisticato degli apparati (immagini, box informativi, supporti didattici e via discorrendo) e la necessità di continui aggiornamenti (spesso affidati dalle case editrici a redattori interni o collaboratori occasionali, piuttosto che agli autori stessi) indica che il manuale è spesso il risultato del lavoro di un autore collettivo, controllato in molti casi più dai direttori editoriali che dalle firme di copertina. Anche questa è una conseguenza del discorso fatto in fase di premesse, cioè della mancanza di un legame forte tra storici ufficiali e manualistica scolastica. Spesso l’autore fatica, infatti, a trovare un coinvolgimento nel progetto e non conosce i meccanismi di produzione e realizzazione del manuale, lasciati di buon grado e totalmente alla cucina redazionale.


Si hanno così autori che faticano a pensare a un prodotto direzionato a un pubblico di studenti e come tale caratterizzato anche da prospettive non solo di narrazione e analisi storica, ma anche di comprensione didattica. E si perde così anche la possibilità di avere manuali più fortemente caratterizzati, magari più innovativi e originali, realmente differenti e non omologati. Di fronte a scritti che in molti casi sono solo nominalmente opera d’autore il testo ministeriale risulta ancora più significativo e riesce dunque difficile siglare giudizi sul nesso autori/ contenuti.


1. A. CAMERA, R. FABIETTI, Storia per gli Istituti Tecnici, Bologna 1967, Zanichelli.
2. G. PERUGI, M. BELLUCCI, Corso di storia, Bologna 1998, Zanichelli.
3. A. GIARDINA, G. SABBATUCCI, V. VIDOTTO, Manuale di storia. L’età contemporanea, Bari 1998, Laterza.


Fonte:Limes

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di Roberto Roveda e Chiara Villa
I testi scolastici sono il solo strumento per riportare le vicende nostrane al grande pubblico. Ma risentono di scarsa tradizione storiografica, pesanti ingerenze politiche, poco peso didattico e faziosità ideologica. Il Risorgimento è spiegato con gli occhi di oggi.

Vai al sommario di Limes 2/2011 "L'Italia dopo l'Italia"

Nell'anno in cui ricorre il 150° anniversario dell’Unità d’Italia è abbastanza naturale che si registri un aumento dell’interesse generale per le vicende che hanno portato all’unificazione nazionale e si tenda a fare un bilancio di questi ultimi anni di storia patria, ritrovandosi quindi a riflettere attorno a un tema fondamentale: quale cultura storica hanno gli italiani? E ancora: quanto conoscono la loro storia nazionale?

Notoriamente in Italia si legge poco, ancor meno si legge di storia: secondo i dati di Arianna Informazioni Editoriali elaborati da iBuk la percentuale di saggistica storica venduta in Italia nel corso del 2010 sarebbe di poco superiore al 2,2%. Naturale, quindi, che il veicolo privilegiato per far conoscere le vicende storiche del nostro paese siano i manuali scolastici e che la scuola rimanga, per la maggior parte degli italiani, il luogo dove la storia viene approcciata per la prima e spesso unica volta. I testi di storia per le scuole assolvono quindi a un ruolo fondamentale e vale la pena di provare ad analizzare come al loro interno vengono raccontati e interpretati - la storia, infatti, non è mai mera cronaca, ma comunque scelta, interpretazione e divulgazione - i fatti d’Italia, dall’unione ai nostri giorni.
Prima di entrare nel merito dei manuali scolastici è importante, però, fare alcune premesse.

Innanzitutto, è importante sottolineare come la storia non sia mai stata un campo di eccellenza per la cultura italiana. Ci sono stati e ci sono tutt’ora grandi storici italiani, manca però una tradizione e una scuola di pensiero nazionale che pareggi l’impatto e l’influenza globale delle correnti nate - e fiorenti - in Germania, Francia e mondo anglosassone. Di fatto la storia nel nostro paese, anche a livello accademico, ha sempre rivestito il ruolo di sorella minore rispetto agli studi letterari e filosofici. Prova di quanto stiamo affermando è che solo di recente si sono diffuse a livello universitario le lauree in storia e scienze storiche. All’Università degli Studi di Milano, per fare l’esempio di un grande ateneo, i primi laureati in storia si sono avuti solo nei primi anni Novanta del Novecento. Precedentemente chi voleva specializzarsi in materie storiche si laureava in filosofia o lettere scegliendo poi, all’interno del percorso di studi, un indirizzo di tipo storico; ancora oggi le facoltà di tipo umanistico vengono definite di Lettere e Filosofia comprendendo al proprio interno anche la disciplina storica.

Altro elemento da tenere ben presente - che però non riguarda solo il campo della ricerca storica, ma in generale l’erudizione in Italia - è che spesso gli storici rappresentano un circolo chiuso, autoreferenziale, più portato al saggio iperspecialistico che all’opera di divulgazione: considerata a livello accademico una banalizzazione di argomenti per pochi iniziati. Così, in ambito universitario, chi si concede al largo pubblico viene guardato con un sospetto che spesso nasconde invidia, oppure sottilmente si tende a sottovalutare quei testi che tendono a rendere più digeribili argomenti magari ostici.

Non è un caso che sia più facile trovare nelle librerie opere di divulgazione storica di autori anglosassoni e francesi - i quali, viceversa, mostrano molta più attenzione al largo pubblico e conoscono l’importanza della comunicazione allargata - piuttosto che di autori italiani. Questa disabitudine alla comunicazione al di fuori di ciò che si considera un proprio terreno di eccellenza ha come prima conseguenza una tendenza a snobbare la compilazione di manuali scolastici, considerati - a torto - opere minori, e una conseguente scarsa disponibilità a impegnarsi nella loro preparazione. In secondo luogo, porta quegli storici che comunque scelgono di preparare un testo diretto alle scuole a scontrarsi con ovvie difficoltà di linguaggio dovute alla scarsa dimestichezza del nostro mondo accademico con la scrittura semplice, lineare e chiara - pur nella problematicità dei temi trattati - che un manuale richiede.

Un’ultima cosa da premettere e che ha forti legami con quanto detto finora è come la storia viene recepita dagli studenti e dagli stessi membri dello corpo docente: le scienze storiche sono vissute come materia secondaria rispetto alla letteratura italiana e alla filosofia. Non a caso, storia viene insegnata nel biennio delle scuole secondarie superiori dallo stesso docente che insegna italiano e che il più delle volte in questa materia è specializzato. Nel secondo biennio e al quinto anno la storia viene accoppiata alla filosofia, anche qui venendo insegnata da docenti più spesso versati sul fronte filosofico che storico. Alla storia, poi, sono dedicate poche ore settimanali, solitamente un paio, che facilmente vengono sacrificate per far posto all’italiano, materia comunque sentita come più importante sia dagli studenti sia dai docenti. Nessuno fa drammi per un’insufficienza in storia, nessuno prende ripetizioni private di storia, mentre si corre subito ai ripari per italiano, matematica e anche latino. Quanto detto ci aiuta a capire come possa essere difficile per uno studente cogliere il valore dell’insegnamento storico e avvicinarsi alla materia se non vi è già un interesse di tipo personale.

Queste debite premesse ci fanno comprendere appieno quanto sia importante il manuale scolastico di storia, strumento pressoché unico per avvicinare gli studenti alla vicenda storica. La questione della cultura storica, in particolare quella che riguarda gli ultimi 150 anni di storia italiana, deve prendere spunto dall’analisi delle indicazioni e degli strumenti di cui dispongono gli insegnanti per assolvere al loro ruolo pedagogico-culturale. Con le varie riforme ministeriali dell’ultimo quindicennio, i programmi hanno via via spostato l’attenzione verso il Novecento: oggi chi si presenta alla maturità deve conoscere il XX secolo dall’inizio alla fine, con particolare attenzione agli eventi degli ultimi decenni: la stagione del terrorismo, la caduta del Muro, l’epoca di Tangentopoli fino ai fatti di inizio XXI secolo. Questa attenzione per il Novecento ha comportato alcuni cambiamenti nella preparazione dei manuali scolastici e nell’insegnamento della storia nelle scuole.
Prima di tutto si è avuta una riperiodizzazione dei testi scolastici che ha mutato il peso dato ai diversi periodi storici. Prima del 1997 i manuali scolastici destinati al triennio delle scuole superiori coprivano un arco temporale che andava dal 476 d.C. (fine dell’impero romano d’Occidente) alla seconda guerra mondiale, con solo un breve excursus finale sugli eventi del secondo dopoguerra. In particolare, il primo volume copriva l’epoca medievale (fino alla scoperta dell’A merica), il secondo la storia moderna (fino alla rivoluzione francese e Napoleone), il terzo era dedicato all’Ottocento e al Novecento (con i limiti detti precedentemente per il XX secolo).

Tale suddivisione comportava che buona parte dell’ultimo anno delle scuole superiori fosse dedicato all’Ottocento, al Risorgimento e all’Unità italiana, nonché alla sue vicende iniziali; raramente gli insegnanti riuscivano a spingersi nello studio al di là dei prodromi della seconda guerra mondiale. Risorgimento, lotte per l’indipendenza e per l’unificazione, Destra storica, Sinistra, Crispi e Giolitti rappresentavano la base dell’apprendimento storico dell’anno della maturità.
Le recenti riforme ministeriali hanno mutato questa situazione. Oggi l’Ottocento va a costituire la parte finale del secondo volume del corso di storia del triennio, volume che comprende anche il Seicento e il Settecento. Il peso degli eventi risorgimentali e post-unitari, anche semplicemente dal punto di vista quantitativo (cioè di pagine dedicate all’argomento), è certamente diminuito: l’Ottocento ha perso di centralità a scapito del Novecento, secolo cui viene dedicato un intero volume, con conseguenze che vedremo tra poco.

Questa evoluzione va a legarsi con un altro mutamento in atto nei manuali scolastici: la perdita di centralità della storia italiana a favore di una visione più ampia del discorso storico, allargata all’Europa e, per quanto possibile, al mondo. Il Risorgimento italiano e l’unità d’Italia non sono più presentati come eventi pressoché distinti rispetto a quanto accade nel resto del continente, ma divengono argomenti da trattare non diversamente da quelli che concernono gli eventi coevi a livello europeo e mondiale. Si è passati, quindi, da manuali tradizionali prettamente italocentrici, a manuali policentrici. Va da sé che non esista più un 1848 italiano cui fanno da appendice le rivoluzioni negli altri Stati europei, ma piuttosto i moti rivoluzionari del 1848 cui la penisola italiana partecipa non diversamente da altri Stati europei.
Certamente il cambio di prospettiva non è indolore, soprattutto perché va a toccare una tradizione radicata da decenni nella manualistica scolastica. Risulta facile notare nei testi una mancanza di amalgama dei diversi argomenti, una difficoltà nell’inserire in maniera adeguata gli eventi della storia nazionale nel più vasto vasto contesto europeo e mondiale. La difficoltà si avverte maggiormente nel racconto degli eventi del secondo dopoguerra, dove l’Italia viene trattata costantemente a parte rispetto agli altri paesi e i due racconti storici appaiono slegati.

Arriviamo quindi al discorso sulla storia del Novecento e sugli esiti della scelta di dedicare al XX secolo l’intero terzo volume del triennio. Da un lato, questa scelta va sicuramente a colmare una grossa lacuna, perché prima delle recenti riforme l’ultimo secolo veniva trattato solo parzialmente e veniva demandata solo all’impegno e alla buona volontà degli studenti e degli insegnanti la conoscenza dei fatti più significativi della storia più recente. D’altro lato, la stessa scelta espone lo storico che si appresta alla realizzazione di un manuale scolastico a confrontarsi con fatti ed eventi per i quali la ricerca storiografica è ancora molto lacunosa e che si trovano al confine tra storia e cronaca.
Il risultato sono manuali di storia che affrontano il Novecento, e in particolare la storia italiana, in maniera quasi annalistica, con un’analisi storica piuttosto limitata anche perché sulle vicende più recenti riguardanti il nostro paese è molto facile per editori e autori essere esposti a critiche e attacchi da parte dei media oppure dello stesso ministero dell’Istruzione. Nell’Italia contrapposta di oggi è più facile fare un discorso storico di carattere problematico su Muzio Scevola che su Gramsci, per non parlare di Craxi o personaggi ancora più vicini a noi nel tempo.

Le indicazioni ministeriali, per quanto riguarda la storia, non si limitano alla prescrizione dei periodi da trattare, ma entrano in merito anche alle rilevanze storiche, esprimono quindi una sorta di giudizio di merito e danno indicazioni su quali siano le priorità da seguire. Talvolta pesantemente. Scriveva Curzio Maltese in un articolo sulla Repubblica nel novembre del 2000: «Sulla storia patria si è abbattuto un revisionismo all’italiana, alimentato piuttosto da polemiche giornalistiche che da rigorose ricerche storiografiche, gonfiato di passioni e risentimenti piuttosto che sostenuto da documenti, sotto l’influsso di sbornie ideologiche uguali e contrarie a quelle della sinistra anni Settanta, che sovente hanno colto gli stessi, prima comunisti e ora ferocemente anti, ma sempre dove tira il vento».

L’episodio cui faceva riferimento l’articolo era quello che aveva visto il consiglio regionale del Lazio approvare una mozione, nel novembre del 2000, in cui si impegnava il presidente della Regione Francesco Storace e gli assessori competenti a «istituire una commissione di esperti che svolga un’analisi attenta dei testi scolastici evidenziandone carenze o ricostruzioni arbitrarie [...] con lo scopo di radicare una specifica conoscenza e un conseguente senso di appartenenza». L’iniziativa prendeva spunto dalla denuncia da parte di Azione studentesca delle «falsità» raccontate da molti autori di manuali di storia, la cui pericolosa «faziosità» «alimentava in modo artificiale uno scontro generazionale che durava ormai da troppi anni impedendo la ricostruzione di un’identità nazionale comune a tutti i cittadini italiani e l’affermarsi di un sentimento di autentica pacificazione nazionale». Le denunce si estendevano dai giudizi riportati nei manuali scolastici su Togliatti e il ruolo del Pci (troppo benevoli) a quelli sul primo governo Berlusconi (troppo faziosi), dal silenzio sulle foibe alla scarsa applicazione della «categoria decisiva del secolo: il totalitarismo». Ultimamente è capitato che nella riforma Gelmini la parola Resistenza finisse per un attimo sospesa tra una redazione e l’altra del documento: pare infatti che nella prima versione non se ne facesse cenno.

Risulta dunque significativo il fatto che tutti i momenti di svolta della storia nazionale (il Risorgimento, la grande guerra, il fascismo, la Resistenza e la guerra civile, la Repubblica) diventino oggetto di attenzioni particolari nelle indicazioni ministeriali (indicazioni, ricordiamolo, che determinano fortemente la struttura dei manuali), ciò a conferma del peso decisivo dei progetti di costruzione o di ricostruzione dell’identità nazionale, nei quali prevalgono i sospetti di faziosità e non vi sono spesso le condizioni per un discorso storico aperto, sereno e distaccato al punto giusto. A conferma anche di una sorta di sospetto che pare separare burocrazia scolastica e mondo della politica dal mondo della scuola, comprendendo in questa definizione docenti, ma anche case editrici e autori che si dedicano alla stesura dei manuali.

Esempio lampante di quanto detto è la ricostruzione delle vicende storiche risorgimentali. Il dibattito e la contesa sulla memoria del Risorgimento è riconoscibile come un dato costitutivo del confronto politico nelle varie stagioni dell’Italia unita. Al ricordo e al racconto del Risorgimento ci si è affidati per lungo tempo come veicolo privilegiato di una vasta opera di nazionalizzazione e di pedagogia civica e patriottica. Per decenni è prevalsa spesso una storia basata sull’aneddotica e sull’esaltazione di eroi ed eroismi quasi a senso unico. L’Osservatorio dei manuali scolastici è esemplare da questo punto di vista: nei libri scola- stici, da 150 anni si sono letti, a proposito del Risorgimento nel Sud, solo fatti e vittorie gloriose da parte dei garibaldini senza mai approfondire nulla delle crisi e delle sofferenze della popolazione che, inerme, spesso divenne vittima di feroci rappresaglie. Oggi questa visione gloriosa è un po’ tramontata, ma rimane la suddivisione manichea operata dai testi scolastici in buoni (pro Savoia) e cattivi (anti-Savoia) con ciò confermando l’annullamento della storia come processo, o rielaborazione di complesse logiche tra i fatti, e riducendola a strumentale collage di giudizi etico-politici. Buoni furono Vittorio Emanuele II, Cavour, Garibaldi, d’Azeglio e altri, cattivi Ferdinando II, Pio IX e così via.

Secondo il manuale di Camera-Fabietti nel periodo storico in questione «lo Stato pontificio e il regno borbonico si erano retti sull’arbitrio e sull’illegalità, su un’agricoltura estremamente arretrata e su redditi individuali molto miseri» (1).
Secondo Perugi-Bellucci «le condizioni dello Stato [pontificio] rimasero [...] pesanti, con una legislazione arretrata, una pubblica amministrazione inefficiente e corrotta in mano al clero e un diffuso malcontento che si esprimeva nella recrudescenza di quel male antico che era il brigantaggio» (2).

Secondo Giardina-Sabbatucci-Vidotto, Pio IX, dopo il fallimento delle rivoluzioni del 1848-1849 e l’abbandono dell’iniziale apertura liberale, avrebbe condotto una politica reazionaria e liberticida e avrebbe «riorganizzato [lo Stato] secondo il vecchio modello teocratico-assolutistico» (3). La Chiesa cattolica, guidata da Pio IX, avrebbe dunque ostacolato ingiustamente la politica di riforme condotta dallo Stato sabaudo e in particolare da Cavour. Lo stesso statista viene presentato come il paladino del liberalismo, che intende eliminare i privilegi ecclesiastici per rendere effettiva la libertà dello Stato e della Chiesa. Pur non essendo cattolico, sarebbe stato infatti interessato alla missione spirituale della Chiesa, la quale, grazie alla perdita del potere temporale, avrebbe potuto dedicarsi con maggiore libertà al suo apostolato. In generale, quindi, sul Risorgimento e sull’unità nazionale sembrano pesare soprattutto le categorie dell’oggi più che un’attenta analisi dei fatti storici. Sembrano pesare fortemente le difficoltà che il nostro paese sta vivendo in questi anni anche dal punto di vista dell’identità nazionale, difficoltà che si riflettono anche a livello di manualistica scolastica con un racconto che diviene spesso incerto, privo di punti di riferimento largamente condivisi e libero da battaglie di tipo ideologico o da barricate innalzate aprioristicamente da una parte e dall’altra.


Per arrivare alla conclusione del nostro discorso vale la pena richiamare un tema di carattere forse meno storico e più tecnico, ma comunque non secondario: quello del manuale come tipico esempio di prodotto redazionale, piuttosto che di opera d’autore. Il livello sempre più sofisticato degli apparati (immagini, box informativi, supporti didattici e via discorrendo) e la necessità di continui aggiornamenti (spesso affidati dalle case editrici a redattori interni o collaboratori occasionali, piuttosto che agli autori stessi) indica che il manuale è spesso il risultato del lavoro di un autore collettivo, controllato in molti casi più dai direttori editoriali che dalle firme di copertina. Anche questa è una conseguenza del discorso fatto in fase di premesse, cioè della mancanza di un legame forte tra storici ufficiali e manualistica scolastica. Spesso l’autore fatica, infatti, a trovare un coinvolgimento nel progetto e non conosce i meccanismi di produzione e realizzazione del manuale, lasciati di buon grado e totalmente alla cucina redazionale.


Si hanno così autori che faticano a pensare a un prodotto direzionato a un pubblico di studenti e come tale caratterizzato anche da prospettive non solo di narrazione e analisi storica, ma anche di comprensione didattica. E si perde così anche la possibilità di avere manuali più fortemente caratterizzati, magari più innovativi e originali, realmente differenti e non omologati. Di fronte a scritti che in molti casi sono solo nominalmente opera d’autore il testo ministeriale risulta ancora più significativo e riesce dunque difficile siglare giudizi sul nesso autori/ contenuti.


1. A. CAMERA, R. FABIETTI, Storia per gli Istituti Tecnici, Bologna 1967, Zanichelli.
2. G. PERUGI, M. BELLUCCI, Corso di storia, Bologna 1998, Zanichelli.
3. A. GIARDINA, G. SABBATUCCI, V. VIDOTTO, Manuale di storia. L’età contemporanea, Bari 1998, Laterza.


Fonte:Limes

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giovedì 26 maggio 2011

La "distrazione" di Bruno Vespa!

Ecco l'immagine sull'home page del sito www.eleaml.org (gestito dall'amico Mino Errico), che è stato il luogo delle riflessioni, le analisi e gli articoli di Nicola Zitara, dove si rileva la "distrazione" strumentale del giornalista di regime Bruno Vespa nella trasmissione "Porta a Porta" nell'omettere il nome del nostro partito nel nominare la composizione delle liste nella coalizione a sostegno di Luigi De Magistris. Ma il grande Luigi puntualmente lo corregge!




Fonte : www.eleaml.org

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Ecco l'immagine sull'home page del sito www.eleaml.org (gestito dall'amico Mino Errico), che è stato il luogo delle riflessioni, le analisi e gli articoli di Nicola Zitara, dove si rileva la "distrazione" strumentale del giornalista di regime Bruno Vespa nella trasmissione "Porta a Porta" nell'omettere il nome del nostro partito nel nominare la composizione delle liste nella coalizione a sostegno di Luigi De Magistris. Ma il grande Luigi puntualmente lo corregge!




Fonte : www.eleaml.org

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De Magistris: "De Laurentiis ha voluto incontrarmi. Remiamo nella stessa direzione"


http://www.youtube.com/watch?v=VZWuQvDqnfo

Tuttonapoli.net
Il candidato a sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, risponde ad alcune domande sul suo incontro con il presidente della SSC Napoli, Aurelio De Laurentiis.

Data: 25/05/2011

Luogo: Via Monterosa, Scampia, Napoli


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http://www.youtube.com/watch?v=VZWuQvDqnfo

Tuttonapoli.net
Il candidato a sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, risponde ad alcune domande sul suo incontro con il presidente della SSC Napoli, Aurelio De Laurentiis.

Data: 25/05/2011

Luogo: Via Monterosa, Scampia, Napoli


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Blitz Pdl: "Diamo ai privati il sostegno ai disabili"


Scontro sul disegno di legge: pagheranno le famiglie. I senatori che hanno presentato la proposta: così taglieremo le spese. Insorgono gli insegnanti: servizio già carente
di SALVO INTRAVAIA

Docenti di sostegno gestiti da privati? È quello che potrebbe accadere tra qualche anno nella scuola italiana se passasse il disegno di legge proposto da due senatori del Pdl e discusso qualche giorno fa in commissione Cultura al Senato. La proposta avanzata da Francesco Bevilacqua e Antonio Gentile apre ai privati il delicato mondo dei disabili a scuola. "I dirigenti degli istituti scolastici e delle scuole di ogni ordine e grado sono autorizzati - si legge nell'unico articolo che compone il disegno di legge - a definire progetti, con la collaborazione di privati, per il sostegno di alunni con disabilità". I motivi della proposta dei due parlamentari sono illustrati nella relazione che accompagna il testo. "L'inclusione degli alunni con disabilità - spiegano i due senatori - deve ormai collocarsi nella nuova logica dell'autonomia scolastica. In tale ottica, per superare le carenze e le disfunzioni dovute al difficile coordinamento dei diversi servizi di enti locali e Asl, che debbono sostenere gli interventi scolastici, va facendosi strada l'idea che siano le istituzioni scolastiche autonome a dover coordinare l'insieme dei diversi servizi".

Una proposta che il Pd non esita a bollare come "assurda". "Mentre il governo taglia indiscriminatamente gli insegnanti di sostegno - si chiede Francesca Puglisi, responsabile Scuola della segreteria del Partito democratico - si vuole forse appaltare all'esterno il sostegno ai ragazzi con disabilità?". "E dove dovrebbero mai trovare le risorse le scuole, che non hanno più un euro in cassa, per tali collaborazioni? Il sostegno sarà a carico dei familiari o di improbabili sponsor? Nella scuola italiana, uno dei pochi paesi europei che dal 1977 integra anche i disabili nelle classi, gli insegnanti di sostegno vengono reclutati dallo stato, mentre tutti gli altri servizi (assistenza igienico-sanitaria, trasporto disabili, orientamento, assistenza alla comunicazione) sono di pertinenza degli enti locali. Ma spesso, questi ultimi non hanno le risorse per garantire adeguati servizi alle scuole e anche sugli insegnanti di sostegno lo stato cerca di risparmiare. La lamentela dei genitori è sempre la stessa: "poche ore di sostegno in classe" e pochi servizi a scuola. Così, se la scuola si dovesse trovare in difficoltà, secondo i due senatori, potrebbe rivolgendosi ai privati. Un discorso che varrebbe anche per gli assistenti igienico-sanitari, il trasporto scolastico e gli interpreti della lingua dei segni, di cui dovrebbero farsi carico comuni e province. E per quelle figure necessarie all'inclusione degli alunni affetti da disturbi specifici di apprendimento: dislalia, disgrafia e discalculia.

La proposta di legge ammette che le istituzioni non riescono a coprire tutte le esigenze degli alunni portatori di handicap. "Nel rispetto del principio di sussidiarietà e, senza pregiudicare l'obbligo delle istituzioni scolastiche di provvedere d'ufficio per i casi alla loro attenzione", Bevilacqua e Gentile propongono "una disposizione volta a favorire l'inserimento ottimale degli alunni diversamente abili, per migliorare la qualità dell'integrazione degli stessi e di tutti gli allievi con bisogni educativi speciali, favorendo una più "concreta" diffusione della cultura dell'integrazione, tra le componenti che si occupano dei soggetti in formazione". Resta da capire chi pagherà, visto che l'applicazione della norma "non deve comportare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica". E se le scuole, come è già avvenuto per il tempo pieno in una scuola elementare di Milano, presentassero il conto ai genitori?


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Scontro sul disegno di legge: pagheranno le famiglie. I senatori che hanno presentato la proposta: così taglieremo le spese. Insorgono gli insegnanti: servizio già carente
di SALVO INTRAVAIA

Docenti di sostegno gestiti da privati? È quello che potrebbe accadere tra qualche anno nella scuola italiana se passasse il disegno di legge proposto da due senatori del Pdl e discusso qualche giorno fa in commissione Cultura al Senato. La proposta avanzata da Francesco Bevilacqua e Antonio Gentile apre ai privati il delicato mondo dei disabili a scuola. "I dirigenti degli istituti scolastici e delle scuole di ogni ordine e grado sono autorizzati - si legge nell'unico articolo che compone il disegno di legge - a definire progetti, con la collaborazione di privati, per il sostegno di alunni con disabilità". I motivi della proposta dei due parlamentari sono illustrati nella relazione che accompagna il testo. "L'inclusione degli alunni con disabilità - spiegano i due senatori - deve ormai collocarsi nella nuova logica dell'autonomia scolastica. In tale ottica, per superare le carenze e le disfunzioni dovute al difficile coordinamento dei diversi servizi di enti locali e Asl, che debbono sostenere gli interventi scolastici, va facendosi strada l'idea che siano le istituzioni scolastiche autonome a dover coordinare l'insieme dei diversi servizi".

Una proposta che il Pd non esita a bollare come "assurda". "Mentre il governo taglia indiscriminatamente gli insegnanti di sostegno - si chiede Francesca Puglisi, responsabile Scuola della segreteria del Partito democratico - si vuole forse appaltare all'esterno il sostegno ai ragazzi con disabilità?". "E dove dovrebbero mai trovare le risorse le scuole, che non hanno più un euro in cassa, per tali collaborazioni? Il sostegno sarà a carico dei familiari o di improbabili sponsor? Nella scuola italiana, uno dei pochi paesi europei che dal 1977 integra anche i disabili nelle classi, gli insegnanti di sostegno vengono reclutati dallo stato, mentre tutti gli altri servizi (assistenza igienico-sanitaria, trasporto disabili, orientamento, assistenza alla comunicazione) sono di pertinenza degli enti locali. Ma spesso, questi ultimi non hanno le risorse per garantire adeguati servizi alle scuole e anche sugli insegnanti di sostegno lo stato cerca di risparmiare. La lamentela dei genitori è sempre la stessa: "poche ore di sostegno in classe" e pochi servizi a scuola. Così, se la scuola si dovesse trovare in difficoltà, secondo i due senatori, potrebbe rivolgendosi ai privati. Un discorso che varrebbe anche per gli assistenti igienico-sanitari, il trasporto scolastico e gli interpreti della lingua dei segni, di cui dovrebbero farsi carico comuni e province. E per quelle figure necessarie all'inclusione degli alunni affetti da disturbi specifici di apprendimento: dislalia, disgrafia e discalculia.

La proposta di legge ammette che le istituzioni non riescono a coprire tutte le esigenze degli alunni portatori di handicap. "Nel rispetto del principio di sussidiarietà e, senza pregiudicare l'obbligo delle istituzioni scolastiche di provvedere d'ufficio per i casi alla loro attenzione", Bevilacqua e Gentile propongono "una disposizione volta a favorire l'inserimento ottimale degli alunni diversamente abili, per migliorare la qualità dell'integrazione degli stessi e di tutti gli allievi con bisogni educativi speciali, favorendo una più "concreta" diffusione della cultura dell'integrazione, tra le componenti che si occupano dei soggetti in formazione". Resta da capire chi pagherà, visto che l'applicazione della norma "non deve comportare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica". E se le scuole, come è già avvenuto per il tempo pieno in una scuola elementare di Milano, presentassero il conto ai genitori?


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