martedì 29 marzo 2011

Le pallottole sovrastano le parole. Ma non tacitano le coscienze


di don Aldo Antonelli*, da Adista 26/2011

Nella società della “comunicazione imbonitiva” si alternano in maniera sempre più repentina, e senza lasciare spazio a parentesi di intesa, parole gridate come armi e armi usate come “ultima Parola”.
La politica impotente, abdicando al suo compito di mediazione, affida, alternativamente e senza limiti di sorta, la società civile non più governata alla violenza di una economia sempre più vorace e distruttiva e ad un esercito sempre più professionale e allertato.

Già nel lontano 1940 Bertold Brecht denunciava questo intrigo ormai inscindibile tra violenza ed economia: «Nei Paesi democratici non si rivela il carattere violento dell'economia, così come nei Paesi autoritari non si rivela il carattere economico della violenza»; rilevando che ad oggi molte democrazie hanno da tempo smesso di essere democratiche, avendo assunto tutti i connotati dell’autoritarietà.

Come cittadini dobbiamo rifuggire dall’ammutinarci nelle gabbie fanatiche delle tifoserie di parte in cui certa stampa vuole stupidamente imprigionarci. Se siamo contro l’uso delle armi è perché avvertiamo sempre più la stretta del nodo scorsoio di questo connubio osceno tra economia e violenza che strangola le nostre democrazie. Se siamo contro l’uso delle armi è perché siamo coscienti che non è possibile chiedere ad esse ciò che esse non possono dare; perché le armi massacrano i valori che pretendono di difendere! Siamo e saremo sempre contro questa folle corsa agli armamenti che taglia le risorse allo Stato sociale e ingrassa i buoi nelle stalle di affaristi senza scrupoli.

Nel caso specifico della Libia «abbiamo riempito di armi Gheddafi, come forse nessun altro al mondo, poi gli spariamo addosso con altre armi», è la denuncia di padre Zanotelli sull’Unità del 24 Marzo. «Questa contraddizione merita anch'essa una questione morale oppure no? Lo abbiamo armato fino ai denti per poi scoprire che andava abbattuto. Nel nostro dialogo con la Libia l'unico vocabolario è quello delle armi!».

Non mi risulta che ci siano stati tentativi di dialogo, incontri di chiarimento, pressioni diplomatiche ai fini di una risoluzione graduale e pacifica del conflitto civile, né prima né dopo l’intervento armato. Si è passati, impudentemente, dalla cortigianeria affaristica all’ostracismo puritano. In tal senso non ha tutti i torti il raìs a tacciare di tradimento i governi occidentali e in particolare l’Italia.

Come cristiani siamo coscienti che cambiando il nostro punto di vista a partire dalla legge morale del non uccidere demoliremo anche le ragioni della guerra e della violenza. Il paradigma della nonviolenza che a partire dal Gesù di Nazareth, passando per Francesco di Assisi, giunge a noi anche attraverso Gandhi e Danilo Dolci e il teologo Raymond Panikkar, è esigente. Esso «implica un impegno soggettivo, un lavoro su se stessi, una pedagogia del rispetto che esclude i rapporti muscolari, le tecniche di azzeramento delle ragioni dell'altro, le scomuniche e le chiusure» (Marco Revelli). Se è vero che in tempo di guerra i proiettili sono più veloci delle parole, è pur vero che quelli sono del tutto impotenti a distruggere le coscienze allertate dalle quali, solo, può nascere una democrazia di pace.

* Parroco ad Antrosano (Aq)

Fonte: MicroMega (28 marzo 2011)

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di don Aldo Antonelli*, da Adista 26/2011

Nella società della “comunicazione imbonitiva” si alternano in maniera sempre più repentina, e senza lasciare spazio a parentesi di intesa, parole gridate come armi e armi usate come “ultima Parola”.
La politica impotente, abdicando al suo compito di mediazione, affida, alternativamente e senza limiti di sorta, la società civile non più governata alla violenza di una economia sempre più vorace e distruttiva e ad un esercito sempre più professionale e allertato.

Già nel lontano 1940 Bertold Brecht denunciava questo intrigo ormai inscindibile tra violenza ed economia: «Nei Paesi democratici non si rivela il carattere violento dell'economia, così come nei Paesi autoritari non si rivela il carattere economico della violenza»; rilevando che ad oggi molte democrazie hanno da tempo smesso di essere democratiche, avendo assunto tutti i connotati dell’autoritarietà.

Come cittadini dobbiamo rifuggire dall’ammutinarci nelle gabbie fanatiche delle tifoserie di parte in cui certa stampa vuole stupidamente imprigionarci. Se siamo contro l’uso delle armi è perché avvertiamo sempre più la stretta del nodo scorsoio di questo connubio osceno tra economia e violenza che strangola le nostre democrazie. Se siamo contro l’uso delle armi è perché siamo coscienti che non è possibile chiedere ad esse ciò che esse non possono dare; perché le armi massacrano i valori che pretendono di difendere! Siamo e saremo sempre contro questa folle corsa agli armamenti che taglia le risorse allo Stato sociale e ingrassa i buoi nelle stalle di affaristi senza scrupoli.

Nel caso specifico della Libia «abbiamo riempito di armi Gheddafi, come forse nessun altro al mondo, poi gli spariamo addosso con altre armi», è la denuncia di padre Zanotelli sull’Unità del 24 Marzo. «Questa contraddizione merita anch'essa una questione morale oppure no? Lo abbiamo armato fino ai denti per poi scoprire che andava abbattuto. Nel nostro dialogo con la Libia l'unico vocabolario è quello delle armi!».

Non mi risulta che ci siano stati tentativi di dialogo, incontri di chiarimento, pressioni diplomatiche ai fini di una risoluzione graduale e pacifica del conflitto civile, né prima né dopo l’intervento armato. Si è passati, impudentemente, dalla cortigianeria affaristica all’ostracismo puritano. In tal senso non ha tutti i torti il raìs a tacciare di tradimento i governi occidentali e in particolare l’Italia.

Come cristiani siamo coscienti che cambiando il nostro punto di vista a partire dalla legge morale del non uccidere demoliremo anche le ragioni della guerra e della violenza. Il paradigma della nonviolenza che a partire dal Gesù di Nazareth, passando per Francesco di Assisi, giunge a noi anche attraverso Gandhi e Danilo Dolci e il teologo Raymond Panikkar, è esigente. Esso «implica un impegno soggettivo, un lavoro su se stessi, una pedagogia del rispetto che esclude i rapporti muscolari, le tecniche di azzeramento delle ragioni dell'altro, le scomuniche e le chiusure» (Marco Revelli). Se è vero che in tempo di guerra i proiettili sono più veloci delle parole, è pur vero che quelli sono del tutto impotenti a distruggere le coscienze allertate dalle quali, solo, può nascere una democrazia di pace.

* Parroco ad Antrosano (Aq)

Fonte: MicroMega (28 marzo 2011)

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E' nato il Blog Partito del Sud - Mantova



Per far fronte alle sempre più pressanti richieste che giungono dal territorio, al fine di dare una maggiore visibilità alle idee del nostro Partito, il Coordinatore Provinciale di Mantova del PdSUD Francesco Massimino ha ben pensato di dotare la Sezione di un proprio blog, da aggiungere al Network informativo del nostro Partito.

Nel porgere i nostri complimenti agli amici della Sezione Mantova del Partito del Sud per l'ottimo lavoro, accogliamo con piacere il nuovo blog che potrete trovare al seguente indirizzo:


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Per far fronte alle sempre più pressanti richieste che giungono dal territorio, al fine di dare una maggiore visibilità alle idee del nostro Partito, il Coordinatore Provinciale di Mantova del PdSUD Francesco Massimino ha ben pensato di dotare la Sezione di un proprio blog, da aggiungere al Network informativo del nostro Partito.

Nel porgere i nostri complimenti agli amici della Sezione Mantova del Partito del Sud per l'ottimo lavoro, accogliamo con piacere il nuovo blog che potrete trovare al seguente indirizzo:


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lunedì 28 marzo 2011

L'Invenzione del Mezzogiorno Mizar rai2 Tassone su Zitara


http://www.youtube.com/watch?v=Yu4EBZb6YNE


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http://www.youtube.com/watch?v=Yu4EBZb6YNE


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Garibaldi scripsit

Caprera, 7 settembre 1868. Madonna amabilissima, (1)

Se v'è una voce, che possa pesare sulle mie risoluzioni, dessa è veramente la vostra. E se gli oltraggi commessi dal più immorale dei Governi avessero soltanto colpito il mio povero individuo, io m'inchinerei oggi, umiliato, ai vostri piedi, impareggiabile Madre, e vi direi, pentito : « riabilitatemi nell'antica stima ». Ma... vedere il sacrifizio di tanti generosi, fra cui preziosissima parte del vostro sangue, risultare a prò di alcuni traditori e rimanere indifferenti, è troppa debolezza non solo, ma vergogna ! E mi vergogno certamente di avere contato, per tanto tempo, nel novero di un'assemblea di uomini destinata in apparenza a fare il bene del paese, ma in realtà condannata a sancire l'ingiustizia, il privilegio e la prostituzione !

Ciò che a Voi dico, avrei potuto, motivando la mia dimissione, pubblicarlo. Ma, come dire all'Italia, ch'io mi vergogno appartenere ad un Parlamento, dove siedono uomini come Benedetto Cairoli ? Quindi mi sono semplicemente dimesso da un mandato divenuto ogni giorno più umiliante.

E credete voi, che per ciò io non sia più con essi ?

Tale dubbio, tale diffidenza, da parte della donna che più onoro sulla terra, mi furono veramente dolorosi ! E benché affralito materialmente, sento nell'anima di voler seguire i campioni della libertà italiana, anche dove possa giungere una portantina. Qui, o Signora, io sento battere colla stessa veemenza il mio cuore, come nel giorno, in cui sul monte del Pianto dei Romani, i vostri eroici figli faceanmi baluardo del loro corpo prezioso contro il piombo borbonico ! E quando giunga l'ora, in cui gl'italiani vogliano lavare le loro macchie, se vivo, spero di (trovarvi un posto.

Lunga è la storia delle nefandezze perpetrate dai servi d'una mascherata tirannide, e longanime troppo la stupida pazienza di chi li tollerava. E Voi, donna di alti sensi e d'intelligenza squisita, volgete per un momento il vostro pensiero alle popolazioni liberate dai vostri martiri e dai loro eroici compagni. Chiedete ai cari vostri superstiti delle benedizioni, con cui quelle infelici salutavano ed accoglievano i loro liberatori! Ebbene, esse maledicono oggi coloro, che li sottrassero dal giogo di un dispotismo, che almeno non li condannava all'inedia per rigettarli sopra un dispotismo più orrido assai, più degradante e che li spinge a morire di fame.

Ho la coscienza di non aver fatto male; nonostante, non rifarei oggi la via dell'Italia Meridionale, temendo di esservi preso a sassate da popoli che mi tengono complice della spregevole genia che disgraziatamente regge l'Italia e che seminò l'odio e lo squallore là dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire italiano, sognato dai buoni di tutte le generazioni e miracolosamente iniziato. E se vogliamo conservare un avanzo di fiducia nella gioventù, chiamata a nuove pugne e che può avere bisogno della nostra esperienza, io consiglio ai miei amici di scuotere la polvere del carbone moderato, con»cui ci siamo anneriti e non ostinarsi al consorzio dei rettili, striscianti sempre a nuovi tradimenti. E chi sa, che non si ravvedano gli epuloni governativi, lasciati soli a ravvolgersi nella loro miseria ?

Comunque, sempre pronto a gettare il mio rotto individuo nell'arena dell'Unità Nazionale, anche se dovessi ancora insudiciarmi, io non cambio oggi la mia determinazione, dolente di non poter servire popolazioni care al mio cuore, perchè buone, infelici, maltrattate ed oppresse ; dolentissimo di contrariare l'opinione di Voi, che tanto amo ed onoro. Un caro saluto ai figli dal vostro per la vita

G. GARIBALDI.

Giuseppe Garibaldi, Lettere ad Anita ed altre donne, raccolte da G. E. Curatolo, Formiggini, Roma 1926, pp. 113-116.

(1) Nel settembre del 1868 Garibaldi, disgustato per la condotta del Governo, che nulla faceva per le popolazioni del Mezzogiorno, diede le dimissioni da Deputato al Parlamento. Tali dimissioni provocarono il rammarico di tutti i patrioti e di Donna Adelaide Cairoli, alla quale Garibaldi diresse questa lettera

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Caprera, 7 settembre 1868. Madonna amabilissima, (1)

Se v'è una voce, che possa pesare sulle mie risoluzioni, dessa è veramente la vostra. E se gli oltraggi commessi dal più immorale dei Governi avessero soltanto colpito il mio povero individuo, io m'inchinerei oggi, umiliato, ai vostri piedi, impareggiabile Madre, e vi direi, pentito : « riabilitatemi nell'antica stima ». Ma... vedere il sacrifizio di tanti generosi, fra cui preziosissima parte del vostro sangue, risultare a prò di alcuni traditori e rimanere indifferenti, è troppa debolezza non solo, ma vergogna ! E mi vergogno certamente di avere contato, per tanto tempo, nel novero di un'assemblea di uomini destinata in apparenza a fare il bene del paese, ma in realtà condannata a sancire l'ingiustizia, il privilegio e la prostituzione !

Ciò che a Voi dico, avrei potuto, motivando la mia dimissione, pubblicarlo. Ma, come dire all'Italia, ch'io mi vergogno appartenere ad un Parlamento, dove siedono uomini come Benedetto Cairoli ? Quindi mi sono semplicemente dimesso da un mandato divenuto ogni giorno più umiliante.

E credete voi, che per ciò io non sia più con essi ?

Tale dubbio, tale diffidenza, da parte della donna che più onoro sulla terra, mi furono veramente dolorosi ! E benché affralito materialmente, sento nell'anima di voler seguire i campioni della libertà italiana, anche dove possa giungere una portantina. Qui, o Signora, io sento battere colla stessa veemenza il mio cuore, come nel giorno, in cui sul monte del Pianto dei Romani, i vostri eroici figli faceanmi baluardo del loro corpo prezioso contro il piombo borbonico ! E quando giunga l'ora, in cui gl'italiani vogliano lavare le loro macchie, se vivo, spero di (trovarvi un posto.

Lunga è la storia delle nefandezze perpetrate dai servi d'una mascherata tirannide, e longanime troppo la stupida pazienza di chi li tollerava. E Voi, donna di alti sensi e d'intelligenza squisita, volgete per un momento il vostro pensiero alle popolazioni liberate dai vostri martiri e dai loro eroici compagni. Chiedete ai cari vostri superstiti delle benedizioni, con cui quelle infelici salutavano ed accoglievano i loro liberatori! Ebbene, esse maledicono oggi coloro, che li sottrassero dal giogo di un dispotismo, che almeno non li condannava all'inedia per rigettarli sopra un dispotismo più orrido assai, più degradante e che li spinge a morire di fame.

Ho la coscienza di non aver fatto male; nonostante, non rifarei oggi la via dell'Italia Meridionale, temendo di esservi preso a sassate da popoli che mi tengono complice della spregevole genia che disgraziatamente regge l'Italia e che seminò l'odio e lo squallore là dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire italiano, sognato dai buoni di tutte le generazioni e miracolosamente iniziato. E se vogliamo conservare un avanzo di fiducia nella gioventù, chiamata a nuove pugne e che può avere bisogno della nostra esperienza, io consiglio ai miei amici di scuotere la polvere del carbone moderato, con»cui ci siamo anneriti e non ostinarsi al consorzio dei rettili, striscianti sempre a nuovi tradimenti. E chi sa, che non si ravvedano gli epuloni governativi, lasciati soli a ravvolgersi nella loro miseria ?

Comunque, sempre pronto a gettare il mio rotto individuo nell'arena dell'Unità Nazionale, anche se dovessi ancora insudiciarmi, io non cambio oggi la mia determinazione, dolente di non poter servire popolazioni care al mio cuore, perchè buone, infelici, maltrattate ed oppresse ; dolentissimo di contrariare l'opinione di Voi, che tanto amo ed onoro. Un caro saluto ai figli dal vostro per la vita

G. GARIBALDI.

Giuseppe Garibaldi, Lettere ad Anita ed altre donne, raccolte da G. E. Curatolo, Formiggini, Roma 1926, pp. 113-116.

(1) Nel settembre del 1868 Garibaldi, disgustato per la condotta del Governo, che nulla faceva per le popolazioni del Mezzogiorno, diede le dimissioni da Deputato al Parlamento. Tali dimissioni provocarono il rammarico di tutti i patrioti e di Donna Adelaide Cairoli, alla quale Garibaldi diresse questa lettera

Confronto tra Luigi De Magistris, candidato a Sindaco di Napoli 2011 e Matteo Salvini Lega Nord al Tg LA7


http://www.youtube.com/watch?v=jx-H1Y2Clm4&feature=player_embedded

Ecco Salvini a chi vorrebbe "commissariare" Napoli......da Report su Rai 3 di ieri sera....
http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html#day=2011-03-27&ch=3&v=56805&vd=2011-03-27&vc=3

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De Magistris sul federalismo



Luigi de Magistris, candidato a sindaco di Napoli, ha attaccato a testa bassa il federalismo, in occasione della presentazione del libro “Federalismo avvelenato”, di Gianni Pittella e Marco Esposito organizzata all'Istituto Studi Filosofici di Napoli Sabato 26 Marzo 2011. “Il federalismo in se stesso non é negativo, tanto che nell'Unione Europea si discute di Europa federale. In Italia, invece, conosciamo ... il federalismo municipale, per cui Milano guadagnerà 211 euro di bonus a cittadino, mentre Napoli perderà più di tutte le altre realtà: 327 euro a testa, che per una famiglia napoletana, in genere composta da 4 persone, significa 1300 euro di maggiori tasse e minori servizi. In questo federalismo non c'é nulla di solidale, essendo piegato agli interessi della Lega Nord e delle Regioni più ricche”, ha detto tra l'altro de Magistris.

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http://www.youtube.com/watch?v=jx-H1Y2Clm4&feature=player_embedded

Ecco Salvini a chi vorrebbe "commissariare" Napoli......da Report su Rai 3 di ieri sera....
http://www.rai.tv/dl/replaytv/replaytv.html#day=2011-03-27&ch=3&v=56805&vd=2011-03-27&vc=3

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De Magistris sul federalismo



Luigi de Magistris, candidato a sindaco di Napoli, ha attaccato a testa bassa il federalismo, in occasione della presentazione del libro “Federalismo avvelenato”, di Gianni Pittella e Marco Esposito organizzata all'Istituto Studi Filosofici di Napoli Sabato 26 Marzo 2011. “Il federalismo in se stesso non é negativo, tanto che nell'Unione Europea si discute di Europa federale. In Italia, invece, conosciamo ... il federalismo municipale, per cui Milano guadagnerà 211 euro di bonus a cittadino, mentre Napoli perderà più di tutte le altre realtà: 327 euro a testa, che per una famiglia napoletana, in genere composta da 4 persone, significa 1300 euro di maggiori tasse e minori servizi. In questo federalismo non c'é nulla di solidale, essendo piegato agli interessi della Lega Nord e delle Regioni più ricche”, ha detto tra l'altro de Magistris.

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Essere per i briganti non autorizza lo sfregio ai nostri monumenti!

Un articolo su "il Mattino" di Napoli del 25 Marzo u.s. sulla denuncia (e conseguente intervento) dell'arch.tto Oreste Albarano, nostro iscritto alla sez. Lucio Barone di Roma e attualmente impegnato lavorativamento c/o il Museo Archeologico di Napoli.


Il mattino di Napoli-venerdì 25 marzo 2011


Il degrado: un gruppo di volontari pronti a pulire il monumento dopo lo sfregio della scritta "viva il brigantaggio".


Piazza Dante, parte il restauro "fai da te".

Questa mattina dalle 10 l'intervento sul colonnato "è la risposta ai teppisti"


di Paolo Barbuto


Il colonnato di piazza Dante, sfregiato da un manipolo di teppisti con la gigantesca scritta "viva il brigantaggio", sarà ripulito gratuitamente da un gruppo di volenterosi capitanati dall'architetto Oreste Albarano che vive e lavora a Roma e, dopo aver letto la cronaca dello scempio, si è messo subito in moto: "siamo pronti, già in viaggio per Napoli, inizieremo subito", ha detto con entusiasmo. Il "subito" dell'architetto Albarano significa stamattina. A partire dalle 10 un gruppo di esperti restauratori sarà già al lavoro davanti al colonnato; ed è piacevolmente emozionante sapere che il lavoro sarà fornito in forma gratuita, per dare un segnale di speranza alla città, ma anche per scuotere le coscienze. Per cui è giusto rendere merito alla società che ha messo a disposizione i lavoratori e materiali speciali; si chiama impresa "Valentino" ed è specializzata in restauri. L'incredibile circuito virtuoso che si è messo in moto di fronte allo scempio di piazza Dante, è nato nella capitale ed è scaturito da un moto di rabbia. L'architetto Albarano che lavora per il ministero per i beni e le attività culturali, l'altro giorno a Roma sfogliando il Mattino si è trovato di fronte alla notizia dello sfregio alla colonnato e non ha resistito alla rabbia. Innanzitutto ha scritto una lunga lettera al nostro giornale, poi mi ha chiamato alla sovrintendenza di Napoli e ha chiesto "posso intervenire?". Siccome la burocrazia non consente di sapere chi deve intervenire, quando e perché, l'architetto ha deciso di passare all'azione senza chiedere troppe spiegazioni. Nella lettera, accorata, giunta in redazione l'altro pomeriggio, l'architetto Albarano non ha nascosto di essere un sostenitore delle idee revisioniste sull'unità d'Italia: "ma questo non potrà mai giustificare un atto teppistico come quello che si è verificato al Foro Carolino", ha scritto sottolineando l'antico nome borbonico dell'attuale piazza Dante per rendere ancora più vera e severa la sua protesta contro lo sfregio che parla di briganti ma che è stato effettuato semplicemente da teppisti. E per dimostrare il suo affetto nei confronti della città,Albarano ha ricordato, nella lunga lettera "d'amore" alla città di Napoli, il brano di un'opera di Sergio Bruni e Salvatore Palomba: "Pulcinella. Piedigrotta non c'è più e fa il serio anche tu, perché questa città non vuole più solo ridere, perciò toglie la maschera e comincia anche tu a rendere questa città più vera. Non è solo quella vecchia storia di maccheroni, pizza ma ecc.... Comincia tu ad insegnarci come renderla più vivibile". È siccome Albarano ha voglia di dimostrare che "Pulcinella" può fare realmente qualcosa per la città, si è messo in gioco in prima persona: è avvenuto a Napoli e ha fatto partire l'organizzazione. Innanzi tutto è andato personalmente a piazza Dante ieri pomeriggio per guardare da vicino lo sfregio e a capire come rimediare. Ha scoperto che la scritta è stata fatta con bombolette di vernice spray metallizzata, che aggredisce con forza le superfici ed è difficilissima da rimuovere. "Il primo passo dei restauratori sarà quello di bagnare la vernice con impacchi chimici speciali, poi si cercherà di ripulire tutto con getti d'acqua ad alta pressione. In possibile usare sabbia o materiali particolarmente aggressivi che rovinerebbero la pietra. Comunque riusciremo a cancellare quello schifo". La sfida: la squadra dell'architetto Albarano arriva da Roma "non aspettiamo i tempi della burocrazia".


l'architetto Oreste Albarano
del Partito del Sud


Fonte : Oreste Albarano/ il Mattino del 25/03/2011 Paolo Barbuto

Fonte:Partito del Sud - Napoli

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Un articolo su "il Mattino" di Napoli del 25 Marzo u.s. sulla denuncia (e conseguente intervento) dell'arch.tto Oreste Albarano, nostro iscritto alla sez. Lucio Barone di Roma e attualmente impegnato lavorativamento c/o il Museo Archeologico di Napoli.


Il mattino di Napoli-venerdì 25 marzo 2011


Il degrado: un gruppo di volontari pronti a pulire il monumento dopo lo sfregio della scritta "viva il brigantaggio".


Piazza Dante, parte il restauro "fai da te".

Questa mattina dalle 10 l'intervento sul colonnato "è la risposta ai teppisti"


di Paolo Barbuto


Il colonnato di piazza Dante, sfregiato da un manipolo di teppisti con la gigantesca scritta "viva il brigantaggio", sarà ripulito gratuitamente da un gruppo di volenterosi capitanati dall'architetto Oreste Albarano che vive e lavora a Roma e, dopo aver letto la cronaca dello scempio, si è messo subito in moto: "siamo pronti, già in viaggio per Napoli, inizieremo subito", ha detto con entusiasmo. Il "subito" dell'architetto Albarano significa stamattina. A partire dalle 10 un gruppo di esperti restauratori sarà già al lavoro davanti al colonnato; ed è piacevolmente emozionante sapere che il lavoro sarà fornito in forma gratuita, per dare un segnale di speranza alla città, ma anche per scuotere le coscienze. Per cui è giusto rendere merito alla società che ha messo a disposizione i lavoratori e materiali speciali; si chiama impresa "Valentino" ed è specializzata in restauri. L'incredibile circuito virtuoso che si è messo in moto di fronte allo scempio di piazza Dante, è nato nella capitale ed è scaturito da un moto di rabbia. L'architetto Albarano che lavora per il ministero per i beni e le attività culturali, l'altro giorno a Roma sfogliando il Mattino si è trovato di fronte alla notizia dello sfregio alla colonnato e non ha resistito alla rabbia. Innanzitutto ha scritto una lunga lettera al nostro giornale, poi mi ha chiamato alla sovrintendenza di Napoli e ha chiesto "posso intervenire?". Siccome la burocrazia non consente di sapere chi deve intervenire, quando e perché, l'architetto ha deciso di passare all'azione senza chiedere troppe spiegazioni. Nella lettera, accorata, giunta in redazione l'altro pomeriggio, l'architetto Albarano non ha nascosto di essere un sostenitore delle idee revisioniste sull'unità d'Italia: "ma questo non potrà mai giustificare un atto teppistico come quello che si è verificato al Foro Carolino", ha scritto sottolineando l'antico nome borbonico dell'attuale piazza Dante per rendere ancora più vera e severa la sua protesta contro lo sfregio che parla di briganti ma che è stato effettuato semplicemente da teppisti. E per dimostrare il suo affetto nei confronti della città,Albarano ha ricordato, nella lunga lettera "d'amore" alla città di Napoli, il brano di un'opera di Sergio Bruni e Salvatore Palomba: "Pulcinella. Piedigrotta non c'è più e fa il serio anche tu, perché questa città non vuole più solo ridere, perciò toglie la maschera e comincia anche tu a rendere questa città più vera. Non è solo quella vecchia storia di maccheroni, pizza ma ecc.... Comincia tu ad insegnarci come renderla più vivibile". È siccome Albarano ha voglia di dimostrare che "Pulcinella" può fare realmente qualcosa per la città, si è messo in gioco in prima persona: è avvenuto a Napoli e ha fatto partire l'organizzazione. Innanzi tutto è andato personalmente a piazza Dante ieri pomeriggio per guardare da vicino lo sfregio e a capire come rimediare. Ha scoperto che la scritta è stata fatta con bombolette di vernice spray metallizzata, che aggredisce con forza le superfici ed è difficilissima da rimuovere. "Il primo passo dei restauratori sarà quello di bagnare la vernice con impacchi chimici speciali, poi si cercherà di ripulire tutto con getti d'acqua ad alta pressione. In possibile usare sabbia o materiali particolarmente aggressivi che rovinerebbero la pietra. Comunque riusciremo a cancellare quello schifo". La sfida: la squadra dell'architetto Albarano arriva da Roma "non aspettiamo i tempi della burocrazia".


l'architetto Oreste Albarano
del Partito del Sud


Fonte : Oreste Albarano/ il Mattino del 25/03/2011 Paolo Barbuto

Fonte:Partito del Sud - Napoli

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domenica 27 marzo 2011

Radiazioni - Cosa sono e come agiscono


http://www.youtube.com/watch?v=Yv6fY1FtoaU

La fisica Laura Rizzo spiega come e perché le radiazioni fuoriuscite dalla centrale di Fukushima siano così pericolose e letali. Le playlist scientifiche sono su http://www.rai.tv/dl/portale/html/palinsesti/science&technology.html

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http://www.youtube.com/watch?v=Yv6fY1FtoaU

La fisica Laura Rizzo spiega come e perché le radiazioni fuoriuscite dalla centrale di Fukushima siano così pericolose e letali. Le playlist scientifiche sono su http://www.rai.tv/dl/portale/html/palinsesti/science&technology.html

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Roma 29 marzo 2011: PER UNA DIDATTICA DELLA DEMOCRAZIA

Intervengono oltre all’autrice:

Loretta Cavallaro – giornalista

Si leggeranno alcuni brani del testo

L’ingresso è libero.

“Il Terrorismo” di Antonella Colonna Vilasi

“Con il termine strategia della tensione, utilizzato per la prima volta dopo l’attentato di Piazza Fontana, ci si riferisce a una teoria interpretativa che analizza l’insieme delle stragi e degli attentati terroristici italiani avvenuti nel secondo dopoguerra e, con particolare intensità, tra il 1969 e il 1984 e, in misura minore, anche successivamente. Il movente principale di questa particolare strategia è ravvisato nella destabilizzazione della situazione politica italiana. (…) 150 morti, 562 feriti, 11 stragi, un numero ancora indefinito di tentativi di strage: per quindici anni, dal 1969 al 1984, l’Italia è stato un Paese insanguinato dalla logica del terrore. Una logica stragista al servizio di finalità politiche per nulla oscure: il condizionamento della vita democratica di una nazione e la lotta politica concepita come sconto senza quartiere e improntata al ricatto del terrore. Anni passati? Anni che non torneranno mai più?” Con l’esperienza acquisita come saggista, autrice di pubblicazioni criminologico-forensi, nelle quali si occupa di criminalità organizzata, mafia ed intelligence, Antonella Colonna Vilasi ricostruisce ora uno dei periodi più misteriosi e controversi della storia contemporanea del nostro Paese, rivisitando proprio quel quindicennio maledetto che, tra eversione “rossa” e “nera”, ha inciso, forse indelebilmente, le nostre stesse coscienze. “Il Terrorismo” (Mursia, Milano 2009, € 19.00) reca la prestigiosa prefazione di Piero Luigi Vigna, Procuratore Nazionale Antimafia tra il 1997 ed il 2005 che, dopo aver evidenziato le tre principali direttrici lungo cui si muove la ricerca (la strategia della tensione, l’eversione rossa e quella nera).

Per ingrandire fare click sull'immagine

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Intervengono oltre all’autrice:

Loretta Cavallaro – giornalista

Si leggeranno alcuni brani del testo

L’ingresso è libero.

“Il Terrorismo” di Antonella Colonna Vilasi

“Con il termine strategia della tensione, utilizzato per la prima volta dopo l’attentato di Piazza Fontana, ci si riferisce a una teoria interpretativa che analizza l’insieme delle stragi e degli attentati terroristici italiani avvenuti nel secondo dopoguerra e, con particolare intensità, tra il 1969 e il 1984 e, in misura minore, anche successivamente. Il movente principale di questa particolare strategia è ravvisato nella destabilizzazione della situazione politica italiana. (…) 150 morti, 562 feriti, 11 stragi, un numero ancora indefinito di tentativi di strage: per quindici anni, dal 1969 al 1984, l’Italia è stato un Paese insanguinato dalla logica del terrore. Una logica stragista al servizio di finalità politiche per nulla oscure: il condizionamento della vita democratica di una nazione e la lotta politica concepita come sconto senza quartiere e improntata al ricatto del terrore. Anni passati? Anni che non torneranno mai più?” Con l’esperienza acquisita come saggista, autrice di pubblicazioni criminologico-forensi, nelle quali si occupa di criminalità organizzata, mafia ed intelligence, Antonella Colonna Vilasi ricostruisce ora uno dei periodi più misteriosi e controversi della storia contemporanea del nostro Paese, rivisitando proprio quel quindicennio maledetto che, tra eversione “rossa” e “nera”, ha inciso, forse indelebilmente, le nostre stesse coscienze. “Il Terrorismo” (Mursia, Milano 2009, € 19.00) reca la prestigiosa prefazione di Piero Luigi Vigna, Procuratore Nazionale Antimafia tra il 1997 ed il 2005 che, dopo aver evidenziato le tre principali direttrici lungo cui si muove la ricerca (la strategia della tensione, l’eversione rossa e quella nera).

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Gaeta,il Porto,il Demanio, il 2 di giugno repubblicano da festeggiare


http://www.youtube.com/watch?v=RMQuVsFIamM

Il 2 di giugno è vera festa dell'Unità d'Italia. In quel giorno felice nacque la nostra repubblica, quella che abbattè la monarchia sabauda, quella nata dalla resistenza che ci ha ridato la libertà, che ci ha ridato la vita, la pace, e una certa prosperità e la difenderemo in tutti i modi. I nostri padri costituenti ci hanno regalato la più bella costituzione del mondo, qualcuno la vorrebbe debellare. I Massoni di ieri e di oggi non hanno cambiato volto. La difenderemo con le unghie e con i denti. Il 2 di giugno invito i gaetani ad esporre ai balconi la bandiera italiana repubblicana, contro la farsa orchestrata da questo parlamento padano momentaneamente di stanza a Roma. Ipocritamente e furbescamente hanno tentato di farci festeggiare la nascita della monarchia sabauda avvenuta il 17 di marzo per unità italiana. La sinistra un tempo difendeva i valori della Resistenza, del vero risorgimento italiano. Oggi è assente,ha scordato la Storia e inneggia alla monarchia sabauda. Strillano, festeggiano la morte di un milione di contadini impiccati o fatti morire nei lager piemontesi. Qualcuno a Gaeta ha festeggiato i bombardatori della città, ha festeggiato i nostri aguzzini, ha festeggiato la morte di 3 mila gaetani e quella di 1200 soldati che difendevano la nostra dignità di popolo, festeggiavano l'esproprio dei nostri beni demaniali, passati di mano, dal Regno delle Due Sicilie al regno di sardegna. Festeggiate pure la nascita della monarchia sabauda o ipocriti e falsi repubblicani, ma un giorno sarete costretti voi ad emigrare. A Gaeta il 17 di marzo ho visto esposto 9 bandiere in tutta la città,segno che nessuno ha voluto festeggiare il nostro martirio. Invito i gaetani ad esporre le bandiere tricolori italiane di questa repubblica e le bandiere biancorosse di Gaeta ai balconi, diamo all'Italia e a Bossi il segno della nostra vitalità e di unità della nostra Patria repubblicana. Viva la Repubblica e abbasso la monarchia sabauda.

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http://www.youtube.com/watch?v=RMQuVsFIamM

Il 2 di giugno è vera festa dell'Unità d'Italia. In quel giorno felice nacque la nostra repubblica, quella che abbattè la monarchia sabauda, quella nata dalla resistenza che ci ha ridato la libertà, che ci ha ridato la vita, la pace, e una certa prosperità e la difenderemo in tutti i modi. I nostri padri costituenti ci hanno regalato la più bella costituzione del mondo, qualcuno la vorrebbe debellare. I Massoni di ieri e di oggi non hanno cambiato volto. La difenderemo con le unghie e con i denti. Il 2 di giugno invito i gaetani ad esporre ai balconi la bandiera italiana repubblicana, contro la farsa orchestrata da questo parlamento padano momentaneamente di stanza a Roma. Ipocritamente e furbescamente hanno tentato di farci festeggiare la nascita della monarchia sabauda avvenuta il 17 di marzo per unità italiana. La sinistra un tempo difendeva i valori della Resistenza, del vero risorgimento italiano. Oggi è assente,ha scordato la Storia e inneggia alla monarchia sabauda. Strillano, festeggiano la morte di un milione di contadini impiccati o fatti morire nei lager piemontesi. Qualcuno a Gaeta ha festeggiato i bombardatori della città, ha festeggiato i nostri aguzzini, ha festeggiato la morte di 3 mila gaetani e quella di 1200 soldati che difendevano la nostra dignità di popolo, festeggiavano l'esproprio dei nostri beni demaniali, passati di mano, dal Regno delle Due Sicilie al regno di sardegna. Festeggiate pure la nascita della monarchia sabauda o ipocriti e falsi repubblicani, ma un giorno sarete costretti voi ad emigrare. A Gaeta il 17 di marzo ho visto esposto 9 bandiere in tutta la città,segno che nessuno ha voluto festeggiare il nostro martirio. Invito i gaetani ad esporre le bandiere tricolori italiane di questa repubblica e le bandiere biancorosse di Gaeta ai balconi, diamo all'Italia e a Bossi il segno della nostra vitalità e di unità della nostra Patria repubblicana. Viva la Repubblica e abbasso la monarchia sabauda.

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Gramsci a Ulloa, come la pensavano sulla Questione Romana e sull'Unità italiana


Gramsci e la questione romana


Sembrerà un paradosso, ma con l’Allocuzione tenuta nel Concistoro segreto in Gaeta il 20 Aprile del 1849 prima e con il Sillabo poi, Pio IX intuì quali erano i mali che poi avrebbero colpito la nostra società.


Nell’anno 2000 il Vaticano ha celebrato la beatificazione di Papa Maria Mastai Ferretti, ossia Pio IX, scatenando le ire dei frammassoni di tutto il mondo, e dei loro seguaci. Il radicale Marco Pannella da Teramo, santone e guru della libertà di licenziamento degli operai, da sempre liberale e falso pacifista, guerrafondaio quando si tratta di buttare le bombe sulla Serbia socialista, da sempre alle dipendenze della setta liberal-massonica mondialista, ha organizzato perfino un’adunata il 20 settembre 2000 per ricordare al mondo la breccia di Porta Pia. Non la pensava così Antonio Gramsci che, da grande studioso della Chiesa e del mondo che lo circondava, a proposito dei festeggiamenti del cinquantesimo anniversario della presa di Roma scrisse:”Porta Pia non fu che un meschino episodio, militarmente e politicamente. Militarmente non fu che una grottesca scaramuccia. Fu veramente degna delle tradizioni militari italiane. Porta Pia rassomiglia - in piccolo- a Vittorio Veneto. Porta Pia fu la piccola , facile vittoria dell’aggressore enormemente superiore all’avversario inerme, come Vittorio Veneto fu facile vittoria contro un avversario che - militarmente- non esisteva più. Politicamente Porta Pia fu semplicemente l’ultimo episodio della costruzione violenta ed artificiale del Regno d’Italia. Tutto il resto è chincaglieria retorica. Le belle frasi Terza Roma sono completamente vuote di senso.

Roma è città imperiale e città papale: in ciò sta la sua grandezza universale. La “Terza Roma” non è che una sporca città di provincia, un sordido nido di travetti, di albergatori, di bagascie e di parassiti. Mentre le due fasi della storia di Roma, l’imperiale e la papale, hanno lasciato traccia immortale, la breve parentesi dell’occupazione sabauda lascia, unica traccia di sé, il Palazzo di Giustizia, statue di gesso e grottesche imitazioni decorative: nato tra lo scandalo dei fornitori ladri e dei deputati patrioti corrotti, esso è degno di albergare la decadenza giuridica della società contemporanea. Per questo la questione romana non è risolta. Non potevano risolverla le cannonate del re di Savoia. La violenza militarista non può risolvere i problemi internazionali. E la questione romana è un problema internazionale...”( L’Ordine Nuovo, Rassegna Settimanale di Cultura Socialista, 2 Ottobre 1920)


La Chiesa cattolica è societas perfecta

Pannella non ha mai letto la Questione Romana di Gramsci che da comunista vero ha inteso innalzare un monumento alla Chiesa e ai cattolici:"...il bisogno religioso, il fatto religioso sono essenzialmente fenomeni universali, internazionali. Perciò nonostante tutte le declamazioni della pseudosociologia democratica di qualche socialista da loggia o da sinagoga, la Chiesa cattolica è societas perfecta, assai più e meglio che lo Stato nazionale massonico e borghese. Il potere temporale dei papi, a torto vituperato dai semi-analfabeti del Libero Pensiero, è stato un modus vivendi storicamente necessario e inevitabile, è stata l’unica forma che potesse, nei secoli passati, garantire la libertà della Chiesa...” .


Molti storici ritengono l’opera dell’unificazione italiana fatta dai Savoia un merito di quella casa regnante; altri solo barbarie, guerra fratricida: un milione di morti per fucilazione, freddo e fame; carcerazioni, stati d’assedio; emigrazioni oceaniche, rappresaglie su scioperanti che chiedevano pane e lavoro. L’unificazione dell’Italia poteva e doveva avvenire in altro modo. L’Italia è stata divisa dai Savoia; storici e politici di parte fanno finta di non saperlo. Oggi esiste una profonda spaccatura tra Nord e Sud, si sono costruite due nazioni, socialmente, storicamente e politicamente diverse. Bossi ne ha solo tracciato il solco. La divisione dell’Italia tra Nord e Sud ha origine nel 1860 quando i piemontesi rapirono le ricchezze delle popolazioni meridionali, quando azzerarono le leggi secolari, quando un esercito di 220.000 tra soldati, carabinieri, polizia, guardia nazionale fece guerra ai contadini che insorsero contro i soprusi dei sindaci liberal-massoni che erano soliti assoggettare a sé, a parenti ed amici, le terre demaniali e quelle della Chiesa.


“...L’unità nazionale poteva avere un corso diverso da quello che ha avuto- continua Gramsci- l’unificazione d’Italia in una monarchia accentratrice non ebbe altra giustificazione che la forza delle armi e gli intrighi diplomatici dei Savoia. Della serietà dei famosi Plebisciti non è nemmeno il caso di parlarne: roba simile all’acclamazione dei fiumani a D’annunzio.

In verità, sarebbe stato più conforme alle esigenze della situazione storica e ai bisogni del popolo italiano il programma federalista repubblicano di Balbo o quello neoguelfo del Gioberti. Malgrado le diffidenze degli storici aulici o democratici, i cattolici italiani erano più patrioti dei patrioti...”. Ecco la grandezza del comunista Gramsci, la grandezza intellettuale, la grande intuizione storica, l’arguzia di un italiano, di un Meridionale, di uno tra i più grandi cervelli che l’Italia abbia mai annoverato. Gramsci riteneva:”...una breve parentesi, un attimo di fronte alla storia, la durata dello Stato massonico-nazionale- borghese che, secondo i professorelli delle regie scuole, doveva durare in eterno...”. Gramsci pagò con la vita la sua appartenenza politica, pagò con la vita il suo pensare antimassonico, ma Noi Meridionali gli siamo grati. I Savoia, anche se esiliati, hanno continuato a beneficiare delle nostre ricchezze nel loro esilio dorato, ma verrà il giorno in cui dovranno restituire il mal tolto ai Meridionali e all’Italia tutta.

Alla manifestazione promossa da Marco Pannella c’erano meno di cento persone; il significato è uno solo: la gente ha capito, la gente di Roma non si è fatta prendere per i fondelli dal marciume massonico e per risposta ha partecipato in massa al Giubileo indetto da Papa Giovanni Paolo II.

“... Per troppo tempo, il Partito Socialista, dominato da una cricca di massoni e di borghesucci, ha insozzato la sua bandiera partecipando al carnasciale commemorativo del Venti Settembre...” ( L’Ordine Nuovo, Rassegna Settimanale di Cultura Socialista, 2 ottobre 1920)

Parole pesanti come un macigno. Se i marxisti e i socialisti di oggi non la pensano come Gramsci significa che, o sono massoni o non sono socialisti.

Molti socialisti si sono dichiarati subito, i seguaci di Bettino Craxi hanno subito trovato collocazione a destra, sguazzano in quell’area politica che accomuna fascisti ed ex fascisti, cattolici traditori, liberali, liberisti, libertari e tutta la feccia politica italiana vicino alle sette massoniche. Molti socialisti e comunisti si sono assuefatti al sistema liberal-borghese da qualche tempo a questa parte difendendo quegli interessi “nazionali” che comunque sono solo padani, mentre il Sud langue.

La Chiesa come valore assoluto

La nazione germanica è sorta da una crisi religiosa. La Riforma protestante, e si è consolidata e rafforzata attraverso un lavorìo del pensiero filosofico che l’ha portata alla creazione dello Stato moderno, in cui il cittadino è anche il credente...cosa è avvenuto in Italia? Il Risorgimento italiano è stato un movimento politico artificiale, senza basi, senza radici nello spirito del popolo, perché non è stato preceduto da una rivoluzione religiosa; il liberalismo cavourriano, separando lo Stato dalla Chiesa, e rendendolo antagonistico a questa come depositaria del divino, in realtà non commise che un grande errore, perché non fece che spogliare lo Stato del suo valore assoluto.( Antonio Gramsci, Scritti politici, Editori Riuniti, Roma, 1978, pag. 61)

Ecco, leggendo tra le righe l’opera complessa di Gramsci ci si accorge del suo pensare anti-massonico, anti risorgimentale, anti liberista. Perciò noi, gramsciani ed italiani del Sud, incensiamo colui il quale ha dato luce e calore al pensare di milioni di persone. Gramsci è inviso da Pannella e dai liberi muratori che mai hanno preso una cazzuola in mano, ma solo compassi e squadre.

Unione non unità d’italia

Pietro Calà Ulloa così ha spiegato il suo pensare sull’unità d’Italia:”La confederazione è la sola possibile in Italia, perché poggia sul genio della nazione. La sua divisione, precedente alla dominazione romana, nasceva dalla configurazione stessa della penisola. Era confederata l’Italia, per secoli, prima della conquista romana, che possiamo considerare come la prima invasione barbarica della penisola. Crollato l’impero d’Occidente, l’Italia tornò spontaneamente alla sua costituzione naturale. E fu allora che divenne l’anima e lo spirito del mondo. I difensori più illustri dell’indipendenza italiana l’hanno sempre intesa, e servita, attraverso leghe e confederazioni. Era quasi un istinto di conservazione, nella consapevolezza che per l’Italia, essere una, significava essere schiavizzata. L’unità può dare forza, ma non indipendenza. Per quanti amano veramente la patria l’indipendenza non può che essere nella federazione: un fatto di fede e di coscienza...” (Pietro Calà Ulloa, Unione non unità d’Italia, Argo p.s.c.r.l., Lecce, 1998, pag 25)


Capitolo tratto dal libro di Antonio Ciano " Le stragi e gli eccidi dei Savoia"

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Gramsci e la questione romana


Sembrerà un paradosso, ma con l’Allocuzione tenuta nel Concistoro segreto in Gaeta il 20 Aprile del 1849 prima e con il Sillabo poi, Pio IX intuì quali erano i mali che poi avrebbero colpito la nostra società.


Nell’anno 2000 il Vaticano ha celebrato la beatificazione di Papa Maria Mastai Ferretti, ossia Pio IX, scatenando le ire dei frammassoni di tutto il mondo, e dei loro seguaci. Il radicale Marco Pannella da Teramo, santone e guru della libertà di licenziamento degli operai, da sempre liberale e falso pacifista, guerrafondaio quando si tratta di buttare le bombe sulla Serbia socialista, da sempre alle dipendenze della setta liberal-massonica mondialista, ha organizzato perfino un’adunata il 20 settembre 2000 per ricordare al mondo la breccia di Porta Pia. Non la pensava così Antonio Gramsci che, da grande studioso della Chiesa e del mondo che lo circondava, a proposito dei festeggiamenti del cinquantesimo anniversario della presa di Roma scrisse:”Porta Pia non fu che un meschino episodio, militarmente e politicamente. Militarmente non fu che una grottesca scaramuccia. Fu veramente degna delle tradizioni militari italiane. Porta Pia rassomiglia - in piccolo- a Vittorio Veneto. Porta Pia fu la piccola , facile vittoria dell’aggressore enormemente superiore all’avversario inerme, come Vittorio Veneto fu facile vittoria contro un avversario che - militarmente- non esisteva più. Politicamente Porta Pia fu semplicemente l’ultimo episodio della costruzione violenta ed artificiale del Regno d’Italia. Tutto il resto è chincaglieria retorica. Le belle frasi Terza Roma sono completamente vuote di senso.

Roma è città imperiale e città papale: in ciò sta la sua grandezza universale. La “Terza Roma” non è che una sporca città di provincia, un sordido nido di travetti, di albergatori, di bagascie e di parassiti. Mentre le due fasi della storia di Roma, l’imperiale e la papale, hanno lasciato traccia immortale, la breve parentesi dell’occupazione sabauda lascia, unica traccia di sé, il Palazzo di Giustizia, statue di gesso e grottesche imitazioni decorative: nato tra lo scandalo dei fornitori ladri e dei deputati patrioti corrotti, esso è degno di albergare la decadenza giuridica della società contemporanea. Per questo la questione romana non è risolta. Non potevano risolverla le cannonate del re di Savoia. La violenza militarista non può risolvere i problemi internazionali. E la questione romana è un problema internazionale...”( L’Ordine Nuovo, Rassegna Settimanale di Cultura Socialista, 2 Ottobre 1920)


La Chiesa cattolica è societas perfecta

Pannella non ha mai letto la Questione Romana di Gramsci che da comunista vero ha inteso innalzare un monumento alla Chiesa e ai cattolici:"...il bisogno religioso, il fatto religioso sono essenzialmente fenomeni universali, internazionali. Perciò nonostante tutte le declamazioni della pseudosociologia democratica di qualche socialista da loggia o da sinagoga, la Chiesa cattolica è societas perfecta, assai più e meglio che lo Stato nazionale massonico e borghese. Il potere temporale dei papi, a torto vituperato dai semi-analfabeti del Libero Pensiero, è stato un modus vivendi storicamente necessario e inevitabile, è stata l’unica forma che potesse, nei secoli passati, garantire la libertà della Chiesa...” .


Molti storici ritengono l’opera dell’unificazione italiana fatta dai Savoia un merito di quella casa regnante; altri solo barbarie, guerra fratricida: un milione di morti per fucilazione, freddo e fame; carcerazioni, stati d’assedio; emigrazioni oceaniche, rappresaglie su scioperanti che chiedevano pane e lavoro. L’unificazione dell’Italia poteva e doveva avvenire in altro modo. L’Italia è stata divisa dai Savoia; storici e politici di parte fanno finta di non saperlo. Oggi esiste una profonda spaccatura tra Nord e Sud, si sono costruite due nazioni, socialmente, storicamente e politicamente diverse. Bossi ne ha solo tracciato il solco. La divisione dell’Italia tra Nord e Sud ha origine nel 1860 quando i piemontesi rapirono le ricchezze delle popolazioni meridionali, quando azzerarono le leggi secolari, quando un esercito di 220.000 tra soldati, carabinieri, polizia, guardia nazionale fece guerra ai contadini che insorsero contro i soprusi dei sindaci liberal-massoni che erano soliti assoggettare a sé, a parenti ed amici, le terre demaniali e quelle della Chiesa.


“...L’unità nazionale poteva avere un corso diverso da quello che ha avuto- continua Gramsci- l’unificazione d’Italia in una monarchia accentratrice non ebbe altra giustificazione che la forza delle armi e gli intrighi diplomatici dei Savoia. Della serietà dei famosi Plebisciti non è nemmeno il caso di parlarne: roba simile all’acclamazione dei fiumani a D’annunzio.

In verità, sarebbe stato più conforme alle esigenze della situazione storica e ai bisogni del popolo italiano il programma federalista repubblicano di Balbo o quello neoguelfo del Gioberti. Malgrado le diffidenze degli storici aulici o democratici, i cattolici italiani erano più patrioti dei patrioti...”. Ecco la grandezza del comunista Gramsci, la grandezza intellettuale, la grande intuizione storica, l’arguzia di un italiano, di un Meridionale, di uno tra i più grandi cervelli che l’Italia abbia mai annoverato. Gramsci riteneva:”...una breve parentesi, un attimo di fronte alla storia, la durata dello Stato massonico-nazionale- borghese che, secondo i professorelli delle regie scuole, doveva durare in eterno...”. Gramsci pagò con la vita la sua appartenenza politica, pagò con la vita il suo pensare antimassonico, ma Noi Meridionali gli siamo grati. I Savoia, anche se esiliati, hanno continuato a beneficiare delle nostre ricchezze nel loro esilio dorato, ma verrà il giorno in cui dovranno restituire il mal tolto ai Meridionali e all’Italia tutta.

Alla manifestazione promossa da Marco Pannella c’erano meno di cento persone; il significato è uno solo: la gente ha capito, la gente di Roma non si è fatta prendere per i fondelli dal marciume massonico e per risposta ha partecipato in massa al Giubileo indetto da Papa Giovanni Paolo II.

“... Per troppo tempo, il Partito Socialista, dominato da una cricca di massoni e di borghesucci, ha insozzato la sua bandiera partecipando al carnasciale commemorativo del Venti Settembre...” ( L’Ordine Nuovo, Rassegna Settimanale di Cultura Socialista, 2 ottobre 1920)

Parole pesanti come un macigno. Se i marxisti e i socialisti di oggi non la pensano come Gramsci significa che, o sono massoni o non sono socialisti.

Molti socialisti si sono dichiarati subito, i seguaci di Bettino Craxi hanno subito trovato collocazione a destra, sguazzano in quell’area politica che accomuna fascisti ed ex fascisti, cattolici traditori, liberali, liberisti, libertari e tutta la feccia politica italiana vicino alle sette massoniche. Molti socialisti e comunisti si sono assuefatti al sistema liberal-borghese da qualche tempo a questa parte difendendo quegli interessi “nazionali” che comunque sono solo padani, mentre il Sud langue.

La Chiesa come valore assoluto

La nazione germanica è sorta da una crisi religiosa. La Riforma protestante, e si è consolidata e rafforzata attraverso un lavorìo del pensiero filosofico che l’ha portata alla creazione dello Stato moderno, in cui il cittadino è anche il credente...cosa è avvenuto in Italia? Il Risorgimento italiano è stato un movimento politico artificiale, senza basi, senza radici nello spirito del popolo, perché non è stato preceduto da una rivoluzione religiosa; il liberalismo cavourriano, separando lo Stato dalla Chiesa, e rendendolo antagonistico a questa come depositaria del divino, in realtà non commise che un grande errore, perché non fece che spogliare lo Stato del suo valore assoluto.( Antonio Gramsci, Scritti politici, Editori Riuniti, Roma, 1978, pag. 61)

Ecco, leggendo tra le righe l’opera complessa di Gramsci ci si accorge del suo pensare anti-massonico, anti risorgimentale, anti liberista. Perciò noi, gramsciani ed italiani del Sud, incensiamo colui il quale ha dato luce e calore al pensare di milioni di persone. Gramsci è inviso da Pannella e dai liberi muratori che mai hanno preso una cazzuola in mano, ma solo compassi e squadre.

Unione non unità d’italia

Pietro Calà Ulloa così ha spiegato il suo pensare sull’unità d’Italia:”La confederazione è la sola possibile in Italia, perché poggia sul genio della nazione. La sua divisione, precedente alla dominazione romana, nasceva dalla configurazione stessa della penisola. Era confederata l’Italia, per secoli, prima della conquista romana, che possiamo considerare come la prima invasione barbarica della penisola. Crollato l’impero d’Occidente, l’Italia tornò spontaneamente alla sua costituzione naturale. E fu allora che divenne l’anima e lo spirito del mondo. I difensori più illustri dell’indipendenza italiana l’hanno sempre intesa, e servita, attraverso leghe e confederazioni. Era quasi un istinto di conservazione, nella consapevolezza che per l’Italia, essere una, significava essere schiavizzata. L’unità può dare forza, ma non indipendenza. Per quanti amano veramente la patria l’indipendenza non può che essere nella federazione: un fatto di fede e di coscienza...” (Pietro Calà Ulloa, Unione non unità d’Italia, Argo p.s.c.r.l., Lecce, 1998, pag 25)


Capitolo tratto dal libro di Antonio Ciano " Le stragi e gli eccidi dei Savoia"

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