sabato 26 marzo 2011

CHIETI - 31 MARZO 2011- IL RISORGIMENTO DISEGUALE: DALLA CONQUISTA SABAUDA ALL'ITALIA NEL FUTURO ( con Gigi Di Fiore)

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Vendola: " Lombardia era ed è regione più mafiosa d'Italia"

Ancora una volta parole chiare di Nichi Vendola sul Nord ed il federalismo del governo, a difesa del Meridione, che hanno irritato oltremodo il Presidente della Regione lombarda.

Della serie "chi la fa l'aspetti" e per comprendere, all'interno d'una discutibile partitocrazia italiana, chi comunque da alcuni segni di coraggio ed attenzione al Sud.


Fonte : www.repubblica.it



http://www.youtube.com/watch?v=6VOSmOogr-c&feature=feedbul





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Ancora una volta parole chiare di Nichi Vendola sul Nord ed il federalismo del governo, a difesa del Meridione, che hanno irritato oltremodo il Presidente della Regione lombarda.

Della serie "chi la fa l'aspetti" e per comprendere, all'interno d'una discutibile partitocrazia italiana, chi comunque da alcuni segni di coraggio ed attenzione al Sud.


Fonte : www.repubblica.it



http://www.youtube.com/watch?v=6VOSmOogr-c&feature=feedbul





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Campania col veleno in corpo

Diossina nelle vene, Arsenico nell'acqua. E poi cadmio, mercurio, piombo. Con i picchi nei comuni più vicini alle discariche e agli inceneritori. Un rapporto segreto analizza gli effetti dell'emergenza rifiuti

Il termovalorizzatore di AcerraIl termovalorizzatore di Acerra
Di Mariano Fittipaldi

C'è una rapporto nascosto da mesi nei cassetti della Regione Campania. Si chiama Sebiorec, ed è uno dei più imponenti studi epidemiologici con biomarcatori mai fatti in Italia. Dice che c'è diossina cancerogena nel sangue di napoletani e casertani, c'è troppo arsenico nell'acqua e non mancano, in alcuni comuni, i velenosi Pcb. Ma niente panico, il rapporto si cautela:"i livelli di esposizione non sono tali da giustificare uno stato d'allarme sanitario". I valori, in genere, sono nella norma. E sembra una buona notizia, soprattutto per i campani che da tempo sospettano di vivere in una delle zone più inquinate e pericolose d'Italia. Perché allora finora nessuno ha reso pubblici i risultati? Forse perché, spulciando il rapporto e i suoi faldoni nelle pieghe (in tutto migliaia di pagine di analisi e test) non tutti i dati sono così tranquillizzanti come sembra. E di sicuro gli addetti ai lavori sono preoccupati.

Anche perché il rapporto parla espressamente di presenza di quella diossina chiamata "tipo Seveso", la più pericolosa tra le diossine, e la associa al consumo di mozzarella e verdure. Aggiungendo che nel quartiere di Pianura c'è più diossina che nel resto della regione. Come si può restare sereni?
"L'Espresso" ha letto le conclusioni definitive del rapporto, commissionato nel lontano 2007 dagli uomini di Antonio Bassolino e costato in tutto 250 mila euro. Il lavoro è pronto dallo scorso dicembre, frutto di mesi di studio (e bracci di ferro) di 115 tra scienziati e medici che hanno partecipato alla sua stesura. Sono ricercatori dell'Istituto superiore di sanità (Iss), del Cnr, del Registro tumori e delle Asl locali che hanno prima analizzato 900 campioni di sangue e 60 di latte materno per capire la quantità di sostanze tossiche presente negli abitanti di 16 città a rischio ambientale del napoletano e del casertano. E che poi hanno interpretato i dati e messo nero su bianco le loro valutazioni sul livello di contaminazione e di esposizione agli inquinanti. Se i livelli "medi" di diossine e metalli pesanti riscontrati sono simili a quelle di altre realtà nazionali ed europee, ci sono molte differenze tra zone e comuni. Ma la somiglianza col resto del territorio nazionale è anche conseguenza dalla metodologia con cui è stata fatta l'indagine, visto che i 900 campioni di sangue sono stati divisi in pool da dieci campioni ciascuno. Una scelta dettata da fattori economici (ogni analisi è molto costosa) e scientifici (lavorare su grandi quantità di sangue permette maggiore precisione statistica). Di certo, però, in questo modo i picchi di esposizione ai veleni dei singoli donatori non sono stati registrati, e si è persa anche la variabilità tra soggetti



Nonostante tutto, che alcune zone siano più contaminate di altre è un fatto che balza subito agli occhi. In un paragrafo intitolato "Possibili esposizioni anomale" si indicano sei comuni con fattori di criticità alti o medi. Luoghi dove gli scienziati hanno trovato concentrazione di inquinanti maggiori che altrove. E dove, si legge nel rapporto, in un futuro prossimo venturo si potrebbe (dovrebbe?) intervenire. Per bonificare le sorgenti inquinanti. La priorità è "alta" per la presenza di arsenico a Villaricca e Qualiano, e "media" a Caivano e Brusciano (sempre per l'arsenico), a Giugliano (dove gli scienziati segnalano un primato per il mercurio) e a Napoli, zona Pianura, per la diossina tipo 2,3,7,8-Tcdd, quella più pericolosa. Nelle zone citate vivono, dati Istat alla mano, oltre 320 mila persone. Il rapporto dice che le sostanze sono "indesiderate", e poi aggiunge che i valori non sono tanto alti. Ma a molti osservatori questa sembra un'incongruenza. Di fatto, certo è che bisognerebbe studiare la sorgente dei veleni, capire quale parte della catena alimentare è stata contagiata, quanto pesano i fumi tossici sprigionati dall'immondizia bruciata.

Nel sangue degli abitanti di Pianura sono state trovate quantità di diossina tipo "Seveso" tre volte superiori a quelle di Villa Literno (tra i paesi è quello meno contaminato dalla sostanza), quasi doppia razione di cadmio e di diossine-benzofurani rispetto a Casapesenna. Nel pool che analizza la presenza di diossina cancerogena nei ragazzi maschi e nelle donne anziane di Pianura, per esempio, troviamo valori superiori a 2 picogrammi per grammo. Per essere davvero tranquilli, dicono gli scienziati più preoccupati, dovrebbero essere intorno a 1. Perché a Napoli non ci dovrebbero essere valori simili a quelli registrati vicino a poli industriali come a Mantova o a Taranto.

Continuando la mappatura, lo studio evidenzia che a Nola si trovano i valori più alti per i Pcb (sono diossina-simili), a Qualiano le quantità maggiori di mercurio, mentre Caivano primeggia per la speciale classifica del piombo. Per quanto riguarda il latte (nelle primipare gli scienziati hanno cercato eventuali tracce di Pbde, sostanze chimiche utilizzate in genere come ritardanti di fiamma e altamente nocive). Nel rapporto si legge: "� stato osservato come i tre pool più contaminati mostrino una presenza rilevante di congeneri con elevato grado di bromurazione presenti negli altri pool". Traducendo, in alcune zone dell'Asl Napoli 3 e Napoli 4 (come Acerra dove esiste l'inceneritore più grande d'Italia) e dell'Asl Caserta 1 potrebbero esistere sorgenti di veleno. "Tali sorgenti", dice ancora il rapporto Sebiorec, "potrebbero essere individuate nei luoghi con presenza di rifiuti, ma anche in possibili fattori indoor".

Se i risultati generali non destano particolari allarmi sanitari, una parte dei ricercatori che ha lavorato al progetto sostiene che bisognerebbe indagare più a fondo sull'origine della contaminazione. Soprattutto quando i dati scientifici s'intrecciano con i questionari sulle abitudini e gli stili di vita compilate dai donatori di sangue. Alcune valutazioni sono comunque scioccanti. Nei campioni in cui è stata trovata traccia di diossina 2,3,7,8-Tcdd, per esempio, "l'analisi evidenzia" si legge "una relazione con la percentuale media di consumo di mozzarella, che assume valori più elevati a Napoli (località Pianura) e Nola". Sempre a Pianura si scoprono, poi, correlazioni tra la presenza dei cancerogeni e quella delle discariche, fenomeno riscontrato anche a Qualiano e Villaricca. Non solo. La presenza nel sangue dei Pcb è collegabile "alla percentuale di consumo di verdure". E questo accade in molti paesi e città noti alle cronache per casi di inquinamento da rifiuti tossici: Castel Volturno, Villa Literno, Mugnano.

Se alcuni valori della diossina preoccupano i medici più sensibili, la presenza di un cancerogeno come l'arsenico è decisamente eccessiva. La contaminazione è collegata all'acqua dell'acquedotto e utilizzata "sia a scopo alimentare", scrivono gli scienziati dell'Iss e del Cnr, "sia a scopo di cucina, e sia per lavare". Gli scienziati propongono a scopo cautelativo verifiche frequenti sulle condutture, e studi approfonditi sull'impatto dei rifiuti "sui prodotti alimentari locali, in particolare laddove i rifiuti siano o siano stati soggetti a combustioni incontrollate". Il rapporto non lo specifica, ma il territorio più colpito dai fuochi è quello di Giuliano, dove le pratiche illegali di smaltimento di rifiuti nocivi sono all'ordine del giorno. La diossina e altri inquinanti possono dunque finire nel sangue non solo attraverso gli alimenti: "Non può escludersi, in linea teorica, che vie di esposizione diverse da quella alimentare forniscano contributi non trascurabili al carico inquinante corporeo".

Nel rapporto, oltre ai risultati delle analisi e le relative interpretazioni epidemiologiche, ci sono anche parti dedicate alla percezione dei rischi da parte dei cittadini. Tutti i donatori hanno compilato un questionario, in cui spiegano le loro abitudini e le loro preoccupazioni. Ebbene, l'87 per cento delle persone intervistate ha dichiarato di essere certa o quasi sicura che prima o poi si ammalerà di una forma di cancro, vivendo vicino ad un'area inquinata. La preoccupazione - giusta o sbagliata che sia - è alta per tutte le patologie indicate dagli scienziati: allergie, malattie respiratorie, danni agli organi. Quello che li spaventa maggiormente è l'aria, ma il timore è che l'intera catena alimentare sia compromessa.

Resta, però, il dubbio: anche senza fare allarmismi, non sarebbe importante discutere dei risultati di Sebiorec? Nessuno, però, finora ne ha parlato: con i soldi pubblici è stato realizzato anche un sito Internet che conteneva dati e commenti sullo studio, ma non è mai entrato in funzione.


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Diossina nelle vene, Arsenico nell'acqua. E poi cadmio, mercurio, piombo. Con i picchi nei comuni più vicini alle discariche e agli inceneritori. Un rapporto segreto analizza gli effetti dell'emergenza rifiuti

Il termovalorizzatore di AcerraIl termovalorizzatore di Acerra
Di Mariano Fittipaldi

C'è una rapporto nascosto da mesi nei cassetti della Regione Campania. Si chiama Sebiorec, ed è uno dei più imponenti studi epidemiologici con biomarcatori mai fatti in Italia. Dice che c'è diossina cancerogena nel sangue di napoletani e casertani, c'è troppo arsenico nell'acqua e non mancano, in alcuni comuni, i velenosi Pcb. Ma niente panico, il rapporto si cautela:"i livelli di esposizione non sono tali da giustificare uno stato d'allarme sanitario". I valori, in genere, sono nella norma. E sembra una buona notizia, soprattutto per i campani che da tempo sospettano di vivere in una delle zone più inquinate e pericolose d'Italia. Perché allora finora nessuno ha reso pubblici i risultati? Forse perché, spulciando il rapporto e i suoi faldoni nelle pieghe (in tutto migliaia di pagine di analisi e test) non tutti i dati sono così tranquillizzanti come sembra. E di sicuro gli addetti ai lavori sono preoccupati.

Anche perché il rapporto parla espressamente di presenza di quella diossina chiamata "tipo Seveso", la più pericolosa tra le diossine, e la associa al consumo di mozzarella e verdure. Aggiungendo che nel quartiere di Pianura c'è più diossina che nel resto della regione. Come si può restare sereni?
"L'Espresso" ha letto le conclusioni definitive del rapporto, commissionato nel lontano 2007 dagli uomini di Antonio Bassolino e costato in tutto 250 mila euro. Il lavoro è pronto dallo scorso dicembre, frutto di mesi di studio (e bracci di ferro) di 115 tra scienziati e medici che hanno partecipato alla sua stesura. Sono ricercatori dell'Istituto superiore di sanità (Iss), del Cnr, del Registro tumori e delle Asl locali che hanno prima analizzato 900 campioni di sangue e 60 di latte materno per capire la quantità di sostanze tossiche presente negli abitanti di 16 città a rischio ambientale del napoletano e del casertano. E che poi hanno interpretato i dati e messo nero su bianco le loro valutazioni sul livello di contaminazione e di esposizione agli inquinanti. Se i livelli "medi" di diossine e metalli pesanti riscontrati sono simili a quelle di altre realtà nazionali ed europee, ci sono molte differenze tra zone e comuni. Ma la somiglianza col resto del territorio nazionale è anche conseguenza dalla metodologia con cui è stata fatta l'indagine, visto che i 900 campioni di sangue sono stati divisi in pool da dieci campioni ciascuno. Una scelta dettata da fattori economici (ogni analisi è molto costosa) e scientifici (lavorare su grandi quantità di sangue permette maggiore precisione statistica). Di certo, però, in questo modo i picchi di esposizione ai veleni dei singoli donatori non sono stati registrati, e si è persa anche la variabilità tra soggetti



Nonostante tutto, che alcune zone siano più contaminate di altre è un fatto che balza subito agli occhi. In un paragrafo intitolato "Possibili esposizioni anomale" si indicano sei comuni con fattori di criticità alti o medi. Luoghi dove gli scienziati hanno trovato concentrazione di inquinanti maggiori che altrove. E dove, si legge nel rapporto, in un futuro prossimo venturo si potrebbe (dovrebbe?) intervenire. Per bonificare le sorgenti inquinanti. La priorità è "alta" per la presenza di arsenico a Villaricca e Qualiano, e "media" a Caivano e Brusciano (sempre per l'arsenico), a Giugliano (dove gli scienziati segnalano un primato per il mercurio) e a Napoli, zona Pianura, per la diossina tipo 2,3,7,8-Tcdd, quella più pericolosa. Nelle zone citate vivono, dati Istat alla mano, oltre 320 mila persone. Il rapporto dice che le sostanze sono "indesiderate", e poi aggiunge che i valori non sono tanto alti. Ma a molti osservatori questa sembra un'incongruenza. Di fatto, certo è che bisognerebbe studiare la sorgente dei veleni, capire quale parte della catena alimentare è stata contagiata, quanto pesano i fumi tossici sprigionati dall'immondizia bruciata.

Nel sangue degli abitanti di Pianura sono state trovate quantità di diossina tipo "Seveso" tre volte superiori a quelle di Villa Literno (tra i paesi è quello meno contaminato dalla sostanza), quasi doppia razione di cadmio e di diossine-benzofurani rispetto a Casapesenna. Nel pool che analizza la presenza di diossina cancerogena nei ragazzi maschi e nelle donne anziane di Pianura, per esempio, troviamo valori superiori a 2 picogrammi per grammo. Per essere davvero tranquilli, dicono gli scienziati più preoccupati, dovrebbero essere intorno a 1. Perché a Napoli non ci dovrebbero essere valori simili a quelli registrati vicino a poli industriali come a Mantova o a Taranto.

Continuando la mappatura, lo studio evidenzia che a Nola si trovano i valori più alti per i Pcb (sono diossina-simili), a Qualiano le quantità maggiori di mercurio, mentre Caivano primeggia per la speciale classifica del piombo. Per quanto riguarda il latte (nelle primipare gli scienziati hanno cercato eventuali tracce di Pbde, sostanze chimiche utilizzate in genere come ritardanti di fiamma e altamente nocive). Nel rapporto si legge: "� stato osservato come i tre pool più contaminati mostrino una presenza rilevante di congeneri con elevato grado di bromurazione presenti negli altri pool". Traducendo, in alcune zone dell'Asl Napoli 3 e Napoli 4 (come Acerra dove esiste l'inceneritore più grande d'Italia) e dell'Asl Caserta 1 potrebbero esistere sorgenti di veleno. "Tali sorgenti", dice ancora il rapporto Sebiorec, "potrebbero essere individuate nei luoghi con presenza di rifiuti, ma anche in possibili fattori indoor".

Se i risultati generali non destano particolari allarmi sanitari, una parte dei ricercatori che ha lavorato al progetto sostiene che bisognerebbe indagare più a fondo sull'origine della contaminazione. Soprattutto quando i dati scientifici s'intrecciano con i questionari sulle abitudini e gli stili di vita compilate dai donatori di sangue. Alcune valutazioni sono comunque scioccanti. Nei campioni in cui è stata trovata traccia di diossina 2,3,7,8-Tcdd, per esempio, "l'analisi evidenzia" si legge "una relazione con la percentuale media di consumo di mozzarella, che assume valori più elevati a Napoli (località Pianura) e Nola". Sempre a Pianura si scoprono, poi, correlazioni tra la presenza dei cancerogeni e quella delle discariche, fenomeno riscontrato anche a Qualiano e Villaricca. Non solo. La presenza nel sangue dei Pcb è collegabile "alla percentuale di consumo di verdure". E questo accade in molti paesi e città noti alle cronache per casi di inquinamento da rifiuti tossici: Castel Volturno, Villa Literno, Mugnano.

Se alcuni valori della diossina preoccupano i medici più sensibili, la presenza di un cancerogeno come l'arsenico è decisamente eccessiva. La contaminazione è collegata all'acqua dell'acquedotto e utilizzata "sia a scopo alimentare", scrivono gli scienziati dell'Iss e del Cnr, "sia a scopo di cucina, e sia per lavare". Gli scienziati propongono a scopo cautelativo verifiche frequenti sulle condutture, e studi approfonditi sull'impatto dei rifiuti "sui prodotti alimentari locali, in particolare laddove i rifiuti siano o siano stati soggetti a combustioni incontrollate". Il rapporto non lo specifica, ma il territorio più colpito dai fuochi è quello di Giuliano, dove le pratiche illegali di smaltimento di rifiuti nocivi sono all'ordine del giorno. La diossina e altri inquinanti possono dunque finire nel sangue non solo attraverso gli alimenti: "Non può escludersi, in linea teorica, che vie di esposizione diverse da quella alimentare forniscano contributi non trascurabili al carico inquinante corporeo".

Nel rapporto, oltre ai risultati delle analisi e le relative interpretazioni epidemiologiche, ci sono anche parti dedicate alla percezione dei rischi da parte dei cittadini. Tutti i donatori hanno compilato un questionario, in cui spiegano le loro abitudini e le loro preoccupazioni. Ebbene, l'87 per cento delle persone intervistate ha dichiarato di essere certa o quasi sicura che prima o poi si ammalerà di una forma di cancro, vivendo vicino ad un'area inquinata. La preoccupazione - giusta o sbagliata che sia - è alta per tutte le patologie indicate dagli scienziati: allergie, malattie respiratorie, danni agli organi. Quello che li spaventa maggiormente è l'aria, ma il timore è che l'intera catena alimentare sia compromessa.

Resta, però, il dubbio: anche senza fare allarmismi, non sarebbe importante discutere dei risultati di Sebiorec? Nessuno, però, finora ne ha parlato: con i soldi pubblici è stato realizzato anche un sito Internet che conteneva dati e commenti sullo studio, ma non è mai entrato in funzione.


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L'inchiesta. Perché l'Italia non cresce 3 / Il ritardo del Sud? Un Nord al cubo

Il ritardo del Sud? Un Nord al cuboIl ritardo del Sud? Un Nord al cubo

Di Luca Paolazzi


L'Italia non cresce perché c'è il Sud. Tra le spiegazioni avanzate sull'origine della malattia italiana della lenta crescita, periodicamente irrompe in scena il Meridione con la sua arretratezza. Che indiscutibilmente esiste ed è composita, abbracciando ogni aspetto delle attività economiche e anche civili e sociali. Non c'è indicatore significativo in cui il Mezzogiorno non stia, per livello, indietro e di molto rispetto al Nord del Paese. La sintesi la dà il divario nel Pil per abitante: 17.324 euro contro 29.914 nel 2009 (57,9% il primo in rapporto al secondo). La tesi del Sud come freno a un Nord scalpitante è ammaliante e a prima vista convincente. Eppure la storia economica e le dinamiche recenti la confutano.


Sebbene, come vedremo, puntare il dito contro il Sud consente d'individuare almeno due importanti verità sull'Italia. Cominciamo dalla confutazione che viene dalla storia. Sono 150 anni ormai che l'Italia convive con il proprio dualismo. La questione meridionale, infatti, è antica almeno quanto l'Unità. Tanto che il termine fu coniato nel 1873 da un deputato del giovine Regno. E nel 1904 è perfettamente descritta, in tutti i suoi addentellati, da Giustino Fortunato: «Che esista una questione meridionale, nel significato economico e politico della parola, nessuno più mette in dubbio. C'è fra il Nord e il Sud della penisola una grande sproporzione nel campo delle attività umane, nell'intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione, e, quindi, per gl'intimi legami che corrono tra il benessere e l'anima di un popolo, anche una profonda diversità fra le consuetudini, le tradizioni, il mondo intellettuale e morale».

La persistenza del dualismo non ha, però, impedito all'Italia in alcune fasi di raggiungere tassi di crescita molto elevati, multipli degli attuali, come nel 1950-1973. Suona strano, perciò, che oggi si indichi un nesso di causa-effetto tra l'arretratezza del Sud e l'andamento insoddisfacente della crescita economica italiana negli ultimi vent'anni.


Si potrebbe, anzi, perfino capovolgere questa relazione e affermare che per alcuni aspetti il Meridione arretrato è stato funzionale allo sviluppo del Settentrione. Anzitutto, attraverso il trasferimento di capitale umano, trasferimento che è ripreso da almeno una decina d'anni; meno consistente nel numero ma di più alta qualità media, trattandosi di persone istruite (per lo più laureati) e molto intraprendenti. La fuga dal Sud equivale, secondo stime della Fondazione Curella, a un travaso di risorse di 15 miliardi l'anno a favore delle regioni che ricevono il capitale umano formato (la stima considera l'investimento della famiglia per crescere e istruire una persona fino al diploma superiore e lo moltiplica per le 100mila persone che lasciano il Sud).


In secondo luogo, il Sud rappresenta un significativo mercato di sbocco per i beni prodotti al Nord, un mercato sostenuto con la spesa pubblica. Forse non è un caso che la frenata del Paese abbia coinciso con la riduzione dei trasferimenti alle regioni meridionali (deleteri per il decollo economico del Sud e comunque non più sostenibili). La confutazione basata sulle dinamiche recenti guarda all'andamento del Pil al Nord e al Sud. I dati elaborati da Massimo Rodà del Centro Studi Confindustria (Csc) dicono che dal 1997 al 2007, cioè dall'ingresso de facto nel mondo dell'euro alla vigilia della grande recessione, il Pil è salito del 15,2% al Nord e del 13,7% al Sud. In quell'arco di tempo il Nord ha beneficiato di un forte incremento della popolazione: +6,5%, contro lo 0,6% meridionale. È noto che l'aumento demografico è un fattore di ampliamento della domanda e della produzione. Se consideriamo il Pil per abitante, così da depurare la performance dell'economia dall'incremento demografico, si scopre che in quegli anni il Nord è stata la tartaruga (+8,1%) e il Sud la lepre (+13,1%). Si fa per dire, visto che in entrambi i casi si è trattato di progressi modesti.

La realtà è che negli ultimi quindici anni il Paese è stato molto unito nella lenta crescita e nel suo insieme ha perso terreno rispetto alle altre economie europee. Una statistica è in ciò rivelatrice e insieme impressionante. Nel 1997 l'Italia era l'unica nazione europea che presentava contemporaneamente un'alta quota di persone residenti in regioni con un Pil per abitante inferiore al 75% della media Ue (22%) e un'ancor più alta quota di persone che risiedevano in regioni con un Pil per abitante superiore al 125% della stessa media (59%). Nel 2007 la prima quota era salita (al 29%) e la seconda si era più che dimezzata (al 25%). Cioè, anche le regioni ricche d'Italia sono diventate meno ricche rispetto ai partner europei. A riprova del fatto che non è fondata l'affermazione che c'è un Nord che tiene il passo del resto d'Europa. La ragione profonda di ciò, ed è questa la prima verità che emerge cercando nel Sud la causa ultima della lenta crescita italiana, è che tutto il Paese è bloccato dalle stesse cause, che nel Meridione si presentano elevate al cubo. Inefficienza della pubblica amministrazione, in ogni suo ambito, carenza delle infrastrutture, illegalità (che diventa nel Mezzogiorno criminalità organizzata), rigidità, mancanza di concorrenza. Cioè, lo Stato non fa lo Stato e ciò impedisce al mercato di funzionare correttamente e fa vincere l'economia fondata sulla relazione invece di quella fondata sul merito. In particolare, le analisi condotte dalla Banca d'Italia e dal Csc sottolineano che a essere carente nel Mezzogiorno è stata l'attuazione locale delle politiche nazionali.

La seconda verità è che uno Stato efficiente rimetterebbe in modo l'intera economia italiana, ma con un effetto moltiplicativo proprio per il Sud che darebbe così una spinta propulsiva a tutto il Paese. Conti sul retro di una busta dicono che per pareggiare il Pil pro-capite tra le due aree, in un arco di tempo ragionevolmente breve (quindici anni), il Sud dovrebbe crescere di quasi il 6% all'anno (posto che il Nord cresca del 2%) e ciò darebbe un enorme contributo allo sviluppo complessivo.
La questione allora va rovesciata. Per rilanciare l'economia italiana non servono interventi straordinari, nemmeno in alcune sue aree. Ma buone politiche ordinarie. Ciò che fa bene al Paese fa tre volte meglio al Sud, che diventerebbe molla per la crescita di tutta l'Italia. Non mancano esempi d'imprenditorialità meridionale vivace e capace, nonostante gli handicap di contesto ben maggiori con cui deve fare i conti. Solo in questo senso, cioè di occasione mancata, il Mezzogiorno costituisce un freno.

Fonte:Il Sole 24 ore


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Il ritardo del Sud? Un Nord al cuboIl ritardo del Sud? Un Nord al cubo

Di Luca Paolazzi


L'Italia non cresce perché c'è il Sud. Tra le spiegazioni avanzate sull'origine della malattia italiana della lenta crescita, periodicamente irrompe in scena il Meridione con la sua arretratezza. Che indiscutibilmente esiste ed è composita, abbracciando ogni aspetto delle attività economiche e anche civili e sociali. Non c'è indicatore significativo in cui il Mezzogiorno non stia, per livello, indietro e di molto rispetto al Nord del Paese. La sintesi la dà il divario nel Pil per abitante: 17.324 euro contro 29.914 nel 2009 (57,9% il primo in rapporto al secondo). La tesi del Sud come freno a un Nord scalpitante è ammaliante e a prima vista convincente. Eppure la storia economica e le dinamiche recenti la confutano.


Sebbene, come vedremo, puntare il dito contro il Sud consente d'individuare almeno due importanti verità sull'Italia. Cominciamo dalla confutazione che viene dalla storia. Sono 150 anni ormai che l'Italia convive con il proprio dualismo. La questione meridionale, infatti, è antica almeno quanto l'Unità. Tanto che il termine fu coniato nel 1873 da un deputato del giovine Regno. E nel 1904 è perfettamente descritta, in tutti i suoi addentellati, da Giustino Fortunato: «Che esista una questione meridionale, nel significato economico e politico della parola, nessuno più mette in dubbio. C'è fra il Nord e il Sud della penisola una grande sproporzione nel campo delle attività umane, nell'intensità della vita collettiva, nella misura e nel genere della produzione, e, quindi, per gl'intimi legami che corrono tra il benessere e l'anima di un popolo, anche una profonda diversità fra le consuetudini, le tradizioni, il mondo intellettuale e morale».

La persistenza del dualismo non ha, però, impedito all'Italia in alcune fasi di raggiungere tassi di crescita molto elevati, multipli degli attuali, come nel 1950-1973. Suona strano, perciò, che oggi si indichi un nesso di causa-effetto tra l'arretratezza del Sud e l'andamento insoddisfacente della crescita economica italiana negli ultimi vent'anni.


Si potrebbe, anzi, perfino capovolgere questa relazione e affermare che per alcuni aspetti il Meridione arretrato è stato funzionale allo sviluppo del Settentrione. Anzitutto, attraverso il trasferimento di capitale umano, trasferimento che è ripreso da almeno una decina d'anni; meno consistente nel numero ma di più alta qualità media, trattandosi di persone istruite (per lo più laureati) e molto intraprendenti. La fuga dal Sud equivale, secondo stime della Fondazione Curella, a un travaso di risorse di 15 miliardi l'anno a favore delle regioni che ricevono il capitale umano formato (la stima considera l'investimento della famiglia per crescere e istruire una persona fino al diploma superiore e lo moltiplica per le 100mila persone che lasciano il Sud).


In secondo luogo, il Sud rappresenta un significativo mercato di sbocco per i beni prodotti al Nord, un mercato sostenuto con la spesa pubblica. Forse non è un caso che la frenata del Paese abbia coinciso con la riduzione dei trasferimenti alle regioni meridionali (deleteri per il decollo economico del Sud e comunque non più sostenibili). La confutazione basata sulle dinamiche recenti guarda all'andamento del Pil al Nord e al Sud. I dati elaborati da Massimo Rodà del Centro Studi Confindustria (Csc) dicono che dal 1997 al 2007, cioè dall'ingresso de facto nel mondo dell'euro alla vigilia della grande recessione, il Pil è salito del 15,2% al Nord e del 13,7% al Sud. In quell'arco di tempo il Nord ha beneficiato di un forte incremento della popolazione: +6,5%, contro lo 0,6% meridionale. È noto che l'aumento demografico è un fattore di ampliamento della domanda e della produzione. Se consideriamo il Pil per abitante, così da depurare la performance dell'economia dall'incremento demografico, si scopre che in quegli anni il Nord è stata la tartaruga (+8,1%) e il Sud la lepre (+13,1%). Si fa per dire, visto che in entrambi i casi si è trattato di progressi modesti.

La realtà è che negli ultimi quindici anni il Paese è stato molto unito nella lenta crescita e nel suo insieme ha perso terreno rispetto alle altre economie europee. Una statistica è in ciò rivelatrice e insieme impressionante. Nel 1997 l'Italia era l'unica nazione europea che presentava contemporaneamente un'alta quota di persone residenti in regioni con un Pil per abitante inferiore al 75% della media Ue (22%) e un'ancor più alta quota di persone che risiedevano in regioni con un Pil per abitante superiore al 125% della stessa media (59%). Nel 2007 la prima quota era salita (al 29%) e la seconda si era più che dimezzata (al 25%). Cioè, anche le regioni ricche d'Italia sono diventate meno ricche rispetto ai partner europei. A riprova del fatto che non è fondata l'affermazione che c'è un Nord che tiene il passo del resto d'Europa. La ragione profonda di ciò, ed è questa la prima verità che emerge cercando nel Sud la causa ultima della lenta crescita italiana, è che tutto il Paese è bloccato dalle stesse cause, che nel Meridione si presentano elevate al cubo. Inefficienza della pubblica amministrazione, in ogni suo ambito, carenza delle infrastrutture, illegalità (che diventa nel Mezzogiorno criminalità organizzata), rigidità, mancanza di concorrenza. Cioè, lo Stato non fa lo Stato e ciò impedisce al mercato di funzionare correttamente e fa vincere l'economia fondata sulla relazione invece di quella fondata sul merito. In particolare, le analisi condotte dalla Banca d'Italia e dal Csc sottolineano che a essere carente nel Mezzogiorno è stata l'attuazione locale delle politiche nazionali.

La seconda verità è che uno Stato efficiente rimetterebbe in modo l'intera economia italiana, ma con un effetto moltiplicativo proprio per il Sud che darebbe così una spinta propulsiva a tutto il Paese. Conti sul retro di una busta dicono che per pareggiare il Pil pro-capite tra le due aree, in un arco di tempo ragionevolmente breve (quindici anni), il Sud dovrebbe crescere di quasi il 6% all'anno (posto che il Nord cresca del 2%) e ciò darebbe un enorme contributo allo sviluppo complessivo.
La questione allora va rovesciata. Per rilanciare l'economia italiana non servono interventi straordinari, nemmeno in alcune sue aree. Ma buone politiche ordinarie. Ciò che fa bene al Paese fa tre volte meglio al Sud, che diventerebbe molla per la crescita di tutta l'Italia. Non mancano esempi d'imprenditorialità meridionale vivace e capace, nonostante gli handicap di contesto ben maggiori con cui deve fare i conti. Solo in questo senso, cioè di occasione mancata, il Mezzogiorno costituisce un freno.

Fonte:Il Sole 24 ore


Banca del Sud – Affare del Nord

di Lino Patruno


Per favore, fateci capire sulla Banca del Sud. Ci vogliono entrare le Banche popolari del Nord, e allora uno dice: finalmente si sono convinti che al Sud si può lavorare bene. Poi però si apprende che pretendono il 60 per cento: cioè appropriarsene.

Le Banche popolari del Nord sono quelle che curano gli interessi delle piccole e medie im­prese settentrionali. Atroce sospetto: la Banca del Sud cavallo di Troia per venire ancòra una volta a fare affari al Sud. Magari come 150 anni fa, quando vennero per “portare” la libertà e finirono per “portarsi” il territorio.

Ma a pensare male si fa peccato. Poi però si apprende inoltre che il candidato alla guida di questa Banca del Sud è Massimo Pon­zellini, presidente della Banca popolare di Mi­lano, città più vicina alle Alpi che al Me­diterraneo, anche se, udite udite, è la città che ospita la Conferenza sul Mediterraneo. De­vono aver scambiato l’acqua salata con la ne­ve. Merito principale di Ponzellini, oltre a tutto il suo curriculum vitae ecc. ecc., essere gradito a tal Umberto Bossi, che così si can­dida a mettersi alla testa anche del Mezzo­giorno. Bisogna però ammirare la coerenza storica. Anche la Cassa per il Mezzogiorno fu una Cassa per il Mezzogiorno ma fece tornare quasi tutti i soldi al Nord: Cassa per il Set­tentrione. Una partita di giro per l’acquisto di prodotti del Nord, per i lavori pubblici che le imprese del Nord vennero a eseguire al Sud, per gli incentivi che le medesime si presero al Sud senza che nessuno controllasse mai se i capannoni che innalzavano diventavano in­dustrie (si dovrebbe organizzare un viaggio nei cimiteri meridionali delle industrie mai nate).

Coerenza storica ma anche continuità sto­rica. Nei giorni scorsi, “La Stampa” di Torino ha avuto l’ammirevole onestà di riportare quanto ogni anno il Nord esporta al Sud: circa il 70 per cento della sua produzione. Se ci aggiungiamo i servizi (esempio la spesa delle Regioni meridionali per i ricoveri al Nord) e i costi dell’emigrazione (un laureato costa al Sud circa 100 mila euro e ne emigrano 80 mila all’anno), si arriva a 96 miliardi di euro che il Sud trasferisce ogni anno al Nord.

Dal Nord al Sud scendono invece 50 miliardi all’anno (il famoso “Sacco del Nord”). Anzi non scendono dal Nord al Sud, ma da chi è più

Ministro on. Umberto Bossi

ricco e paga più tasse (diciamo) a chi è meno ricco: scendono insomma anche da un lom­bardo benestante a un lombardo malestante. Principio di solidarietà alla base di tutti i moderni Stati democratici. Anche se fa dire al suddetto Bossi che il Sud vive a spese del Nord (titolo della “Padania” per la festa dell’unità: “Il Nord paga, il resto d’Italia festeggia”).

Il Sud si deve fare restituire 46 miliardi all’anno. Anzi di più. Perché non solo nel frattempo la spesa pubblica dello Stato con­tinua a essere maggiore al Nord (lo dice il ministero di Tremonti). Ma bisogna aggiun­gerci i 25 miliardi (almeno) di fondi Fas de­stinati appunto alle aree svantaggiate e finiti invece a coprire il taglio dell’Ici in tutt’Italia, la cassa integrazione soprattutto per le aziende del Nord, le multe ai lattivendoli padani che hanno prodotto più del pattuito fregando per primi i colleghi altrettanto padani. Ma per loro Bossi ha un debole.

Perciò crede ancora alla Befana chi teme che la Lega Nord voglia la secessione stac­candosi dal resto d’Italia. Saranno un po’ ru­stici ma non fessi. L’articolo uno del loro sta­tuto parla di “indipendenza” della Padania, cioè appunto di secessione. Ma non aggiunge se deve essere secessione statale o economica. E’ sufficiente quella economica. Cioè quella che si sta realizzando e sarà definitiva col federalismo: ciascuno si tiene il suo. Ma già il Nord, come abbiamo visto, si tiene quello del Sud. Il quale starà ancòra peggio perché, es­sendo più debole, non potrà che aumentare le tasse per dare almeno stessi asili e bus di ora.

E però la parola d’ordine è la solita: col federalismo il Sud starà meglio. Bisognerebbe sospettarne solo perché lo dicono Calderoli e compagni, notori malefattori del Sud. Il Sud dovrebbe stare meglio perché si dovrebbe go­vernare meglio. Detto da chi, col Paese terzo indebitato del mondo, continua ogni anno ad aumentare la spesa pubblica invece di dimi­nuirla.

Inutile aggiungerci contorni. Caro carbu­rante: le addizionali regionali penalizzano il Sud. Assicurazione obbligatoria auto: il 50 per cento in più di costo al Sud perché, teorizzano, più a rischio truffe (ma anche se uno non ha mai fatto incidenti paga di più rispetto a uno altrettanto “buono” del Nord). Ci sono troppi alpini meridionali, mandiamoli via. E gli insegnanti meridionali al Nord devono cedere il posto a quelli locali anche se questi sono so­mari e loro bravi. Infine viene il cantante Grignani a Bari e di fronte a un impianto audio difettoso che il suo stesso staff aveva controllato dice: siamo in Puglia non a Ber­gamo. Anzi Berghèm.

da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 25 marzo 2011

www.linopatruno.com


Fonte:Onda del Sud


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di Lino Patruno


Per favore, fateci capire sulla Banca del Sud. Ci vogliono entrare le Banche popolari del Nord, e allora uno dice: finalmente si sono convinti che al Sud si può lavorare bene. Poi però si apprende che pretendono il 60 per cento: cioè appropriarsene.

Le Banche popolari del Nord sono quelle che curano gli interessi delle piccole e medie im­prese settentrionali. Atroce sospetto: la Banca del Sud cavallo di Troia per venire ancòra una volta a fare affari al Sud. Magari come 150 anni fa, quando vennero per “portare” la libertà e finirono per “portarsi” il territorio.

Ma a pensare male si fa peccato. Poi però si apprende inoltre che il candidato alla guida di questa Banca del Sud è Massimo Pon­zellini, presidente della Banca popolare di Mi­lano, città più vicina alle Alpi che al Me­diterraneo, anche se, udite udite, è la città che ospita la Conferenza sul Mediterraneo. De­vono aver scambiato l’acqua salata con la ne­ve. Merito principale di Ponzellini, oltre a tutto il suo curriculum vitae ecc. ecc., essere gradito a tal Umberto Bossi, che così si can­dida a mettersi alla testa anche del Mezzo­giorno. Bisogna però ammirare la coerenza storica. Anche la Cassa per il Mezzogiorno fu una Cassa per il Mezzogiorno ma fece tornare quasi tutti i soldi al Nord: Cassa per il Set­tentrione. Una partita di giro per l’acquisto di prodotti del Nord, per i lavori pubblici che le imprese del Nord vennero a eseguire al Sud, per gli incentivi che le medesime si presero al Sud senza che nessuno controllasse mai se i capannoni che innalzavano diventavano in­dustrie (si dovrebbe organizzare un viaggio nei cimiteri meridionali delle industrie mai nate).

Coerenza storica ma anche continuità sto­rica. Nei giorni scorsi, “La Stampa” di Torino ha avuto l’ammirevole onestà di riportare quanto ogni anno il Nord esporta al Sud: circa il 70 per cento della sua produzione. Se ci aggiungiamo i servizi (esempio la spesa delle Regioni meridionali per i ricoveri al Nord) e i costi dell’emigrazione (un laureato costa al Sud circa 100 mila euro e ne emigrano 80 mila all’anno), si arriva a 96 miliardi di euro che il Sud trasferisce ogni anno al Nord.

Dal Nord al Sud scendono invece 50 miliardi all’anno (il famoso “Sacco del Nord”). Anzi non scendono dal Nord al Sud, ma da chi è più

Ministro on. Umberto Bossi

ricco e paga più tasse (diciamo) a chi è meno ricco: scendono insomma anche da un lom­bardo benestante a un lombardo malestante. Principio di solidarietà alla base di tutti i moderni Stati democratici. Anche se fa dire al suddetto Bossi che il Sud vive a spese del Nord (titolo della “Padania” per la festa dell’unità: “Il Nord paga, il resto d’Italia festeggia”).

Il Sud si deve fare restituire 46 miliardi all’anno. Anzi di più. Perché non solo nel frattempo la spesa pubblica dello Stato con­tinua a essere maggiore al Nord (lo dice il ministero di Tremonti). Ma bisogna aggiun­gerci i 25 miliardi (almeno) di fondi Fas de­stinati appunto alle aree svantaggiate e finiti invece a coprire il taglio dell’Ici in tutt’Italia, la cassa integrazione soprattutto per le aziende del Nord, le multe ai lattivendoli padani che hanno prodotto più del pattuito fregando per primi i colleghi altrettanto padani. Ma per loro Bossi ha un debole.

Perciò crede ancora alla Befana chi teme che la Lega Nord voglia la secessione stac­candosi dal resto d’Italia. Saranno un po’ ru­stici ma non fessi. L’articolo uno del loro sta­tuto parla di “indipendenza” della Padania, cioè appunto di secessione. Ma non aggiunge se deve essere secessione statale o economica. E’ sufficiente quella economica. Cioè quella che si sta realizzando e sarà definitiva col federalismo: ciascuno si tiene il suo. Ma già il Nord, come abbiamo visto, si tiene quello del Sud. Il quale starà ancòra peggio perché, es­sendo più debole, non potrà che aumentare le tasse per dare almeno stessi asili e bus di ora.

E però la parola d’ordine è la solita: col federalismo il Sud starà meglio. Bisognerebbe sospettarne solo perché lo dicono Calderoli e compagni, notori malefattori del Sud. Il Sud dovrebbe stare meglio perché si dovrebbe go­vernare meglio. Detto da chi, col Paese terzo indebitato del mondo, continua ogni anno ad aumentare la spesa pubblica invece di dimi­nuirla.

Inutile aggiungerci contorni. Caro carbu­rante: le addizionali regionali penalizzano il Sud. Assicurazione obbligatoria auto: il 50 per cento in più di costo al Sud perché, teorizzano, più a rischio truffe (ma anche se uno non ha mai fatto incidenti paga di più rispetto a uno altrettanto “buono” del Nord). Ci sono troppi alpini meridionali, mandiamoli via. E gli insegnanti meridionali al Nord devono cedere il posto a quelli locali anche se questi sono so­mari e loro bravi. Infine viene il cantante Grignani a Bari e di fronte a un impianto audio difettoso che il suo stesso staff aveva controllato dice: siamo in Puglia non a Ber­gamo. Anzi Berghèm.

da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 25 marzo 2011

www.linopatruno.com


Fonte:Onda del Sud


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venerdì 25 marzo 2011

Ispettori del lavoro, meridionali, Burundi e...

Indirizzo sito : www.fp.cgil.lombardia.it

Ispettori del lavoro, meridionali, Burundi e  il “cuore istituzionale” di un’Assessora Regionale. Dichiarazione stampa di Gloria Baraldi, Segretaria FP CGIL Lombardia e Maurizio Fazio, Coordinatore Regionale FP CGIL Ministero del Lavoro... il “cuore istituzionale” di un’Assessora Regionale. Dichiarazione stampa di Gloria Baraldi, Segretaria FP CGIL Lombardia e Maurizio Fazio, Coordinatore Regionale FP CGIL Ministero del Lavoro

Dall’articolo di Gianni Barbacetto sul Fatto Quotidiano del 10 marzo 2011 si viene a sapere che Monica Rizzi, Assessore Regionale allo Sport per la Regione Lombardia ed esponente della Lega Nord, a seguito di un’ispezione della Direzione Provinciale del Lavoro di Brescia che ha interessato l’azienda del fidanzato, si è sentita autorizzata a scrivere, su carta intestata dell’Assessorato, una lettera all’Assessore Bontempi della Provincia di Brescia (Lega Nord) non solo lamentandosi del fatto ma anche minacciando “dettagliate” segnalazioni agli Enti regionali e nazionali qualora gli Ispettori dovessero reiterare tali attività. Rimarcando, per giunta, che essendo l’Ispettrice interessata di origine meridionale, andrebbe “rimandata a calci nel culo in Burundi”.

Se tale notizia corrispondesse al vero, non ci sarebbe fine all’ignoranza e alla prepotenza dei nuovi “padroni” del Nord!
Nel ricordare all’illustre amministratrice che la Provincia non ha alcuna competenza in merito alle Ispezioni del Lavoro, vorremmo chiedere al Presidente della Regione Lombardia Formigoni e al Ministro Sacconi un parere in merito.

Vorremmo anche sapere se il Ministero del Lavoro e la Regione Lombardia privilegiano l’interesse del fidanzato del potente di turno o l’interesse collettivo rappresentato dagli Ispettori del Lavoro che ogni giorno contrastano il lavoro nero e combattono il fenomeno degli infortuni sul lavoro.

I fatti, se confermati, sarebbero gravissimi e necessiterebbero di un intervento del Ministero del Lavoro a tutela dei propri dipendenti impegnati ogni giorno a far rispettare la legge.

La dignità di chi svolge con competenza ed etica, quotidianamente, funzioni pubbliche, d’interesse per tutta la collettività, non può essere calpestata, ma va al contrario riconosciuta e rispettata. Anche per questo le lavoratrici e i lavoratori della FP CGIL si mobilitano il 25 marzo in tutto il paese e con iniziative locali nel territorio lombardo. Anche per questo la FP CGIL Lombardia sciopera il 6 maggio con tutta la CGIL.

Milano, 15 marzo 2011


Fonte:FP CGIL


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Monica Rizzi, minacce agli ispettori

rizzimonica.jpg
(red.) Dopo la vicenda della laurea fantasma in psicologia, l'assessore leghista allo Sport della Regione, la bresciana Monica Rizzi, si trova nuovamente al centro del ciclone.
Un articolo di Gianni Barbacetto apparso sul Fatto Quotidiano del 10 marzo 2011 racconta, infatti, che la Rizzi, a seguito di un’ispezione della Direzione provinciale del Lavoro di Brescia che ha interessato l’azienda del fidanzato, si sarebbe sentita autorizzata a scrivere, su carta intestata dell’assessorato, una lettera all’assessore Giorgio Bontempi della Provincia di Brescia (Lega Nord) non solo lamentandosi del fatto ma anche minacciando “dettagliate” segnalazioni agli Enti regionali e nazionali qualora gli ispettori dovessero reiterare tali attività.
E non solo. Sempre secondo l'articolo, essendo l’ispettrice interessata di origine meridionale, la Rizzi avrebbe detto che la si doveva “rimandare a calci nel culo in Burundi”.
La Camera del Lavoro di Brescia, la Fp e la Flai Cgil ricordano che la Provincia non ha alcuna competenza in merito alle Ispezioni del Lavoro e chiedono al Presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, e al ministro Maurizio Sacconi un parere in merito.
"I fatti", spiega una nota, "se confermati, sarebbero gravissimi e necessiterebbero di un intervento del ministero del Lavoro a tutela dei propri dipendenti impegnati ogni giorno a far rispettare la legge. La dignità di chi svolge con competenza ed etica, quotidianamente, funzioni pubbliche, d’interesse per tutta la collettività, non può essere calpestata, ma va al contrario riconosciuta e rispettata".

Fonte:QuiBrescia


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Indirizzo sito : www.fp.cgil.lombardia.it

Ispettori del lavoro, meridionali, Burundi e  il “cuore istituzionale” di un’Assessora Regionale. Dichiarazione stampa di Gloria Baraldi, Segretaria FP CGIL Lombardia e Maurizio Fazio, Coordinatore Regionale FP CGIL Ministero del Lavoro... il “cuore istituzionale” di un’Assessora Regionale. Dichiarazione stampa di Gloria Baraldi, Segretaria FP CGIL Lombardia e Maurizio Fazio, Coordinatore Regionale FP CGIL Ministero del Lavoro

Dall’articolo di Gianni Barbacetto sul Fatto Quotidiano del 10 marzo 2011 si viene a sapere che Monica Rizzi, Assessore Regionale allo Sport per la Regione Lombardia ed esponente della Lega Nord, a seguito di un’ispezione della Direzione Provinciale del Lavoro di Brescia che ha interessato l’azienda del fidanzato, si è sentita autorizzata a scrivere, su carta intestata dell’Assessorato, una lettera all’Assessore Bontempi della Provincia di Brescia (Lega Nord) non solo lamentandosi del fatto ma anche minacciando “dettagliate” segnalazioni agli Enti regionali e nazionali qualora gli Ispettori dovessero reiterare tali attività. Rimarcando, per giunta, che essendo l’Ispettrice interessata di origine meridionale, andrebbe “rimandata a calci nel culo in Burundi”.

Se tale notizia corrispondesse al vero, non ci sarebbe fine all’ignoranza e alla prepotenza dei nuovi “padroni” del Nord!
Nel ricordare all’illustre amministratrice che la Provincia non ha alcuna competenza in merito alle Ispezioni del Lavoro, vorremmo chiedere al Presidente della Regione Lombardia Formigoni e al Ministro Sacconi un parere in merito.

Vorremmo anche sapere se il Ministero del Lavoro e la Regione Lombardia privilegiano l’interesse del fidanzato del potente di turno o l’interesse collettivo rappresentato dagli Ispettori del Lavoro che ogni giorno contrastano il lavoro nero e combattono il fenomeno degli infortuni sul lavoro.

I fatti, se confermati, sarebbero gravissimi e necessiterebbero di un intervento del Ministero del Lavoro a tutela dei propri dipendenti impegnati ogni giorno a far rispettare la legge.

La dignità di chi svolge con competenza ed etica, quotidianamente, funzioni pubbliche, d’interesse per tutta la collettività, non può essere calpestata, ma va al contrario riconosciuta e rispettata. Anche per questo le lavoratrici e i lavoratori della FP CGIL si mobilitano il 25 marzo in tutto il paese e con iniziative locali nel territorio lombardo. Anche per questo la FP CGIL Lombardia sciopera il 6 maggio con tutta la CGIL.

Milano, 15 marzo 2011


Fonte:FP CGIL


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Monica Rizzi, minacce agli ispettori

rizzimonica.jpg
(red.) Dopo la vicenda della laurea fantasma in psicologia, l'assessore leghista allo Sport della Regione, la bresciana Monica Rizzi, si trova nuovamente al centro del ciclone.
Un articolo di Gianni Barbacetto apparso sul Fatto Quotidiano del 10 marzo 2011 racconta, infatti, che la Rizzi, a seguito di un’ispezione della Direzione provinciale del Lavoro di Brescia che ha interessato l’azienda del fidanzato, si sarebbe sentita autorizzata a scrivere, su carta intestata dell’assessorato, una lettera all’assessore Giorgio Bontempi della Provincia di Brescia (Lega Nord) non solo lamentandosi del fatto ma anche minacciando “dettagliate” segnalazioni agli Enti regionali e nazionali qualora gli ispettori dovessero reiterare tali attività.
E non solo. Sempre secondo l'articolo, essendo l’ispettrice interessata di origine meridionale, la Rizzi avrebbe detto che la si doveva “rimandare a calci nel culo in Burundi”.
La Camera del Lavoro di Brescia, la Fp e la Flai Cgil ricordano che la Provincia non ha alcuna competenza in merito alle Ispezioni del Lavoro e chiedono al Presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni, e al ministro Maurizio Sacconi un parere in merito.
"I fatti", spiega una nota, "se confermati, sarebbero gravissimi e necessiterebbero di un intervento del ministero del Lavoro a tutela dei propri dipendenti impegnati ogni giorno a far rispettare la legge. La dignità di chi svolge con competenza ed etica, quotidianamente, funzioni pubbliche, d’interesse per tutta la collettività, non può essere calpestata, ma va al contrario riconosciuta e rispettata".

Fonte:QuiBrescia


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Su "Il Mattino" : "Neoborbonici e orgoglio perduto del Sud" articolo di Gigi di Fiore



Per ingrandire fare click sull'immagine

Fonte: Il Mattino del 24 marzo 2011

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Fonte: Il Mattino del 24 marzo 2011

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IL PARTITO DEL SUD ADERISCE ALLA MANIFESTAZIONE NAZIONALE DEL 26 MARZO A ROMA PER VOTARE SI AI REFERENDUM DEL 12-13 GIUGNO 2011.



Manifestazione nazionale 26 Marzo 2011 a Roma
ore 14 Piazza della Repubblica: partenza corteo
ore 17 Piazza San Giovanni: Concerto

VOTA SI’ ai REFERENDUM per l’ACQUA BENE COMUNE!
SI’ per fermare il nucleare, per la difesa dei beni comuni, dei diritti, della democrazia

VOGLIAMO L’ACQUA E IL SOLE, MICA LA LUNA
dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

Sabato 26 marzo il popolo dell’acqua ha indetto a Roma una grande manifestazione nazionale per 2 SI’ ai referendum per l’acqua bene comune, per il SI’ per fermare il nucleare, per la difesa dei beni comuni, dei diritti e della democrazia.

Una piazza per l’acqua, una piazza per la vita.

Questi referendum sono fondamentali per tutte le donne e uomini che guardano ad un altro modello di società, di sviluppo e al futuro del pianeta.

E’ da anni che i movimenti in difesa dell’acqua bene comune si battono per il suo riconoscimento quale diritto umano universale, diritto calpestato da diverse norme che vogliamo abrogare con i referendum.

A questa battaglia contro la mercificazione dell’acqua si unisce la battaglia contro il ritorno al nucleare in Italia.

Il tremendo terremoto che ha colpito recentemente il Giappone e la drammatica situazione venutasi a creare nella centrale nucleare di Fukushima, con il disastro nucleare tuttora in corso e con conseguenze ancora imprevedibili ma in ogni caso tragiche per la popolazione coinvolta e per l’ambiente dell’intero pianeta, rendono l’appuntamento del 26 ancora più importante e urgente.

Per questo chiediamo a tutte le donne e gli uomini di questo Paese, che in queste ore guardano a quegli avvenimenti con crescente angoscia e con altrettanta indignazione, di dimostrare il proprio rifiuto a scelte dettate da interessi economici e di potere che disprezzano e distruggono il diritto alla vita, all’acqua, alla salute e ai beni comuni delle popolazioni e del pianeta.

Anche i comitati antinucleari, impegnati per fermare il ritorno del nucleare in Italia, hanno fatto appello a mobilitarsi e partecipare alla manifestazione di sabato prossimo.

Mobilitiamoci tutte e tutti da ogni parte d’Italia, riempiamo le strade e le piazze di Roma con i colori della vita contro le scelte di morte.

Perché solo la partecipazione è libertà, solo la condivisione è speranza di futuro.

Vi aspettiamo.

Firma la petizione su www.acquabenecomune.org
——————
Approfondimenti su Speciale REFERENDUM 12-13 giugno 2011


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http://www.youtube.com/watch?v=eMCyD8sPXR4

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Manifestazione nazionale 26 Marzo 2011 a Roma
ore 14 Piazza della Repubblica: partenza corteo
ore 17 Piazza San Giovanni: Concerto

VOTA SI’ ai REFERENDUM per l’ACQUA BENE COMUNE!
SI’ per fermare il nucleare, per la difesa dei beni comuni, dei diritti, della democrazia

VOGLIAMO L’ACQUA E IL SOLE, MICA LA LUNA
dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua

Sabato 26 marzo il popolo dell’acqua ha indetto a Roma una grande manifestazione nazionale per 2 SI’ ai referendum per l’acqua bene comune, per il SI’ per fermare il nucleare, per la difesa dei beni comuni, dei diritti e della democrazia.

Una piazza per l’acqua, una piazza per la vita.

Questi referendum sono fondamentali per tutte le donne e uomini che guardano ad un altro modello di società, di sviluppo e al futuro del pianeta.

E’ da anni che i movimenti in difesa dell’acqua bene comune si battono per il suo riconoscimento quale diritto umano universale, diritto calpestato da diverse norme che vogliamo abrogare con i referendum.

A questa battaglia contro la mercificazione dell’acqua si unisce la battaglia contro il ritorno al nucleare in Italia.

Il tremendo terremoto che ha colpito recentemente il Giappone e la drammatica situazione venutasi a creare nella centrale nucleare di Fukushima, con il disastro nucleare tuttora in corso e con conseguenze ancora imprevedibili ma in ogni caso tragiche per la popolazione coinvolta e per l’ambiente dell’intero pianeta, rendono l’appuntamento del 26 ancora più importante e urgente.

Per questo chiediamo a tutte le donne e gli uomini di questo Paese, che in queste ore guardano a quegli avvenimenti con crescente angoscia e con altrettanta indignazione, di dimostrare il proprio rifiuto a scelte dettate da interessi economici e di potere che disprezzano e distruggono il diritto alla vita, all’acqua, alla salute e ai beni comuni delle popolazioni e del pianeta.

Anche i comitati antinucleari, impegnati per fermare il ritorno del nucleare in Italia, hanno fatto appello a mobilitarsi e partecipare alla manifestazione di sabato prossimo.

Mobilitiamoci tutte e tutti da ogni parte d’Italia, riempiamo le strade e le piazze di Roma con i colori della vita contro le scelte di morte.

Perché solo la partecipazione è libertà, solo la condivisione è speranza di futuro.

Vi aspettiamo.

Firma la petizione su www.acquabenecomune.org
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Approfondimenti su Speciale REFERENDUM 12-13 giugno 2011


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http://www.youtube.com/watch?v=eMCyD8sPXR4

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Il Garigliano non è il Giappone, ma l'ex centrale è sommersa

Le foto-choc della centrale nucleare chiusa nell'82 invasa dalle acque dopo l'ultima esondazione del fiume Garigliano.
letture: 622
centrale garigliano
centrale garigliano
Sessa Aurunca: Sono state le piogge intense e l'esondazione del fiume Garigliano dell'ultimo weekend autunnale a fare piazza pulita delle ultime tentazioni «nucleari» che si erano rivolte al confine fra Campania e Lazio. La zona era la stessa immortalata in queste immagini diffuse dal partito dei Verdi in Campania, lì dove sorge la centrale che aveva cominciato l'attività commerciale il 1° giugno del 1964 (la costruzione è durata cinque anni dal 1959 al primo gennaio del 1964) e che ha chiuso definitivamente i battenti il 1° marzo del 1982.
L'esondazione dell'ultimo fine settimana ha stravolto l'area della centrale che è «spenta», ma che contiene decine di quintali di materiale irradiato che non si sa, ancora, come e dove smaltire, e ricorda quelli che fra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 coinvolsero l'area.

Il terremoto dell'80, e anche le precedenti esondazioni del vicino corso d'acqua l'avevano messa in ginocchio. La centrale aveva un unico reattore da 150 megawatt che funzionava con barre di uranio leggermente arricchito ed era stata progettata su tecnologia della General Elettric per conto della Società Elettronucleare Nazionale Spa. Una controllata del gruppo Iri-Finelettrica che vedeva la compartecipazione di Finmeccanica e Finsider.

LO SMANTELLAMENTO - La centrale durante i suoi 18 anni di vita travagliata aveva avuto almeno sette incidenti con l'emissione conseguente di vapore acqueo nell'atmosfera o di acqua nel Garigliano. L'Enel ha sempre sostenuto che non c'è stato rilascio di radiazioni o di materiale inquinato dalle radiazioni, ma le associazioni ecologiste della zona hanno sostenuto il contrario. Dopo la tragedia di Chernobyl nella centrale c'erano ancora barre di uranio leggermente arricchite trasferite solo a cavallo degli anni Novanta a Trino Vercellese. Resta a tutt'oggi però il problema del «nuclear decommissioning», vale a dire del completo smantellamento della centrale, finora non è stata trovata difatti una soluzione per le scorie radioattive. La Sogin, società nata nel 1999, ha il compito di controllare, smantellare, decontaminare e gestire i rifiuti radioattivi degli impianti nucleari italiani dovrebbe provvedere allo smantellamento.

IL SARCOFAGO - L'unica idea portata avanti sembra sia quella immaginata anche nell'ultima crisi giapponese, ovvero costruire nell'area della centrale di un sarcofago di cemento armato dove stipare le scorie per poi fare del sito del Garigliano un laboratorio di ricerca per lo stoccaggio dei materiali irradiati. Solo qualche giorno fa la zona del Garigliano e quella del Sele erano state indicate dal governatore Caldoro come una possibile zona per l'insediamento delle nuove centrali che il Governo italiano ha in mente di costruire. Ora i Verdi domandano al governatore l'istituzione di una Commissione di inchiesta che faccia luce sulla situazione attuale del sito mentre l'ultimo allagamento dimostra senza se e senza ma che lì quella centrale «non s'ha da fare».

[Corriere del Mezzogiorno]

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FOTO/ Garigliano, l'ex centrale sommersa dall'acqua

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Fonte:Telefree
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Le foto-choc della centrale nucleare chiusa nell'82 invasa dalle acque dopo l'ultima esondazione del fiume Garigliano.
letture: 622
centrale garigliano
centrale garigliano
Sessa Aurunca: Sono state le piogge intense e l'esondazione del fiume Garigliano dell'ultimo weekend autunnale a fare piazza pulita delle ultime tentazioni «nucleari» che si erano rivolte al confine fra Campania e Lazio. La zona era la stessa immortalata in queste immagini diffuse dal partito dei Verdi in Campania, lì dove sorge la centrale che aveva cominciato l'attività commerciale il 1° giugno del 1964 (la costruzione è durata cinque anni dal 1959 al primo gennaio del 1964) e che ha chiuso definitivamente i battenti il 1° marzo del 1982.
L'esondazione dell'ultimo fine settimana ha stravolto l'area della centrale che è «spenta», ma che contiene decine di quintali di materiale irradiato che non si sa, ancora, come e dove smaltire, e ricorda quelli che fra la fine degli anni '70 e l'inizio degli anni '80 coinvolsero l'area.

Il terremoto dell'80, e anche le precedenti esondazioni del vicino corso d'acqua l'avevano messa in ginocchio. La centrale aveva un unico reattore da 150 megawatt che funzionava con barre di uranio leggermente arricchito ed era stata progettata su tecnologia della General Elettric per conto della Società Elettronucleare Nazionale Spa. Una controllata del gruppo Iri-Finelettrica che vedeva la compartecipazione di Finmeccanica e Finsider.

LO SMANTELLAMENTO - La centrale durante i suoi 18 anni di vita travagliata aveva avuto almeno sette incidenti con l'emissione conseguente di vapore acqueo nell'atmosfera o di acqua nel Garigliano. L'Enel ha sempre sostenuto che non c'è stato rilascio di radiazioni o di materiale inquinato dalle radiazioni, ma le associazioni ecologiste della zona hanno sostenuto il contrario. Dopo la tragedia di Chernobyl nella centrale c'erano ancora barre di uranio leggermente arricchite trasferite solo a cavallo degli anni Novanta a Trino Vercellese. Resta a tutt'oggi però il problema del «nuclear decommissioning», vale a dire del completo smantellamento della centrale, finora non è stata trovata difatti una soluzione per le scorie radioattive. La Sogin, società nata nel 1999, ha il compito di controllare, smantellare, decontaminare e gestire i rifiuti radioattivi degli impianti nucleari italiani dovrebbe provvedere allo smantellamento.

IL SARCOFAGO - L'unica idea portata avanti sembra sia quella immaginata anche nell'ultima crisi giapponese, ovvero costruire nell'area della centrale di un sarcofago di cemento armato dove stipare le scorie per poi fare del sito del Garigliano un laboratorio di ricerca per lo stoccaggio dei materiali irradiati. Solo qualche giorno fa la zona del Garigliano e quella del Sele erano state indicate dal governatore Caldoro come una possibile zona per l'insediamento delle nuove centrali che il Governo italiano ha in mente di costruire. Ora i Verdi domandano al governatore l'istituzione di una Commissione di inchiesta che faccia luce sulla situazione attuale del sito mentre l'ultimo allagamento dimostra senza se e senza ma che lì quella centrale «non s'ha da fare».

[Corriere del Mezzogiorno]

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FOTO/ Garigliano, l'ex centrale sommersa dall'acqua

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Fonte:Telefree
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Le zone a maggior rischio di tumore: 44 siti contaminati in Italia

Uno studio rivela zone a maggior rischio tumore in 44 siti contaminati sparsi in tutta la penisola italiana. (Per approfondire clicca qui)Continua a leggere questa notizia

I SITI A RISCHIO TUMORE - Si chiamano Sin (Siti d'interesse nazionale) e sono stati mappati nell'ambito del Progetto Sentieri, acronimo che sta per Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento. L'elenco completo dei siti è uscito in allegato all'ultimo numero della rivista "Epidemiologia e Prevenzione", pubblicata dall'Associazione italiana di epidemiologia, e vi hanno lavorato esperti dell'Istituto superiore di sanità, della sede di Roma dell'Organizzazione mondiale della sanità e dell'Università La Sapienza.

44 SITI IN TOTALE - Le statistiche, fornite dall'Associazione italiana registro tumori (Airtum), sono state il punto di partenza per un convegno che si è tenuto il 16 marzo a Catanzaro e che è stato organizzato dall'Arpacal. Dei 44 Sin, di cui Ilsussidiario.net è in grado di pubblicare, grazie alla collaborazione di Airtum, in anteprima esclusiva online l'elenco completo, 15 si trovano al sud, 21 al nord e otto al centro. I residenti in prossimità di queste aree sono in tutto 5 milioni e mezzo.

LA TOP TEN DEI "SIN" - Molto varia l'estensione dei Sin: la maggior parte si limita a un solo Comune, ma alcuni ne coprono diversi e in un caso arrivano addirittura a 77. Secondo l'Airtum, è il caso del litorale Domizio Flegreo, nelle province di Napoli e Caserta, dove si trova una discarica abusiva di rifiuti urbani e industriali, che avrebbe inquinato anche la falda superficiale e le acque dei bacini lacustri. Il Sin di Casale Monferrato (Alessandria) include invece 48 Comuni contaminati dall'amianto. Si trova invece tra le province di Carbonia Iglesias, Cagliari e Medio Campidano il sito di Sulcis, Iglesiente e Guspinese, dove 39 Comuni sarebbero stati messi a rischio da un impianto chimico, alcune miniere e una discarica. A Cengio e Saliceto, tra le province di Savona e Cuneo, 32 Comuni sarebbero minacciati da diversi fattori tra cui un'industria di produzione dei coloranti. Le aree del litorale vesuviano, che includono 11 Comuni nel Napoletano, avrebbero problemi legati invece all'amianto e a una discarica. Nei nove Comuni del bacino idrico fiume Sacco si trova un impianto chimico, come pure nelle aree industriali Val Basento tra Potenza e Matera. Nella laguna di Grado e Marano (Udine/Gorizia) ci sono un impianto di produzione della cellulosa e la darsena, a Sassuolo-Scandiano (Modena/Reggio Emilia) delle fabbriche per la lavorazione della ceramica e nel basso bacino delfiume Chienti (Fermo) un'industria calzaturiera.

Leggi l'elenco completo dei siti su IlSussidiario.net

Fonte:Yahoo notizie

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I SITI A RISCHIO TUMORE - Si chiamano Sin (Siti d'interesse nazionale) e sono stati mappati nell'ambito del Progetto Sentieri, acronimo che sta per Studio Epidemiologico Nazionale dei Territori e degli Insediamenti Esposti a Rischio da Inquinamento. L'elenco completo dei siti è uscito in allegato all'ultimo numero della rivista "Epidemiologia e Prevenzione", pubblicata dall'Associazione italiana di epidemiologia, e vi hanno lavorato esperti dell'Istituto superiore di sanità, della sede di Roma dell'Organizzazione mondiale della sanità e dell'Università La Sapienza.

44 SITI IN TOTALE - Le statistiche, fornite dall'Associazione italiana registro tumori (Airtum), sono state il punto di partenza per un convegno che si è tenuto il 16 marzo a Catanzaro e che è stato organizzato dall'Arpacal. Dei 44 Sin, di cui Ilsussidiario.net è in grado di pubblicare, grazie alla collaborazione di Airtum, in anteprima esclusiva online l'elenco completo, 15 si trovano al sud, 21 al nord e otto al centro. I residenti in prossimità di queste aree sono in tutto 5 milioni e mezzo.

LA TOP TEN DEI "SIN" - Molto varia l'estensione dei Sin: la maggior parte si limita a un solo Comune, ma alcuni ne coprono diversi e in un caso arrivano addirittura a 77. Secondo l'Airtum, è il caso del litorale Domizio Flegreo, nelle province di Napoli e Caserta, dove si trova una discarica abusiva di rifiuti urbani e industriali, che avrebbe inquinato anche la falda superficiale e le acque dei bacini lacustri. Il Sin di Casale Monferrato (Alessandria) include invece 48 Comuni contaminati dall'amianto. Si trova invece tra le province di Carbonia Iglesias, Cagliari e Medio Campidano il sito di Sulcis, Iglesiente e Guspinese, dove 39 Comuni sarebbero stati messi a rischio da un impianto chimico, alcune miniere e una discarica. A Cengio e Saliceto, tra le province di Savona e Cuneo, 32 Comuni sarebbero minacciati da diversi fattori tra cui un'industria di produzione dei coloranti. Le aree del litorale vesuviano, che includono 11 Comuni nel Napoletano, avrebbero problemi legati invece all'amianto e a una discarica. Nei nove Comuni del bacino idrico fiume Sacco si trova un impianto chimico, come pure nelle aree industriali Val Basento tra Potenza e Matera. Nella laguna di Grado e Marano (Udine/Gorizia) ci sono un impianto di produzione della cellulosa e la darsena, a Sassuolo-Scandiano (Modena/Reggio Emilia) delle fabbriche per la lavorazione della ceramica e nel basso bacino delfiume Chienti (Fermo) un'industria calzaturiera.

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Fonte:Yahoo notizie

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