giovedì 24 marzo 2011

Libia: che alternative aveva l’Italia

Libia: che alternative aveva l’Italia

Di Daniele Scalea

In un articolo di pochi giorni fa si è criticato il comportamento della diplomazia italiana in occasione della crisi libica.

Innanzi tutto si è escluso che la guerra alla Libia sia davvero motivata da preoccupazioni umanitarie: a) mancano elementi probanti gravi violazioni dei “diritti umani” da parte delle autorità libiche nel corso della rivolta; b) le recenti esperienze lasciano supporre che i bombardamenti ed un’eventuale successiva invasione, oltre al procrastinarsi delle lotte intestine, faranno più vittime d’una guerra civile che stava ormai esaurendosi; c) il medesimo interventismo “umanitario” non è stato suscitato dalla dura repressione da parte della monarchia assolutista del Bahrain, che ha addirittura fatto entrare truppe straniere nel suo territorio per massacrare manifestanti realmente disarmati. Le vere finalità sono geopolitiche e strategiche, come sembra aver realizzato la maggioranza dell’opinione pubblica italiana ed una vasta gamma d’opinionisti, diversi per orientamenti e sensibilità, che va da Gino Strada a Vittorio Feltri passando per Sergio Romano e Carlo Jean.

In secondo luogo, si è riassunta l’importanza strategica ed economica della Libia per l’Italia. Si è sottolineato come la Libia, caso più unico che raro, rappresenti un paese produttore di petrolio e gas naturale inserito nella “sfera d’influenza” italiana.

Si è infine ripercorso l’atteggiamento italiano nel corso della crisi libica: incerto ed ondivago, ha palesato la volontà di schierarsi col probabile vincitore. Gl’imbarazzanti ondeggiamenti si sono conclusi stracciando di fatto il recente Trattato di Amicizia, Cooperazione e Partenariato tra Italia e Libia, tradendo impegni ben precisi assunti da Roma nei confronti di Tripoli, e passando repentinamente da un’intesa strategica e cordiale ad uno stato di guerra.

Si concludeva quindi che l’Italia ha già perso la sua guerra di Libia, perché qualsiasi sarà l’esito del conflitto ne sortirà una situazione per noi più svantaggiosa dello status quo ante.

Resta ora da valutare, per completezza, di quali alternative disponeva l’Italia per meglio affrontare la crisi libica.


Il Governo italiano si difende dalle critiche affermando che non aveva altra scelta, dopo la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (CdS), che quella di partecipare alle operazioni militari. La Risoluzione 1973/2011 del CdS si limita ad autorizzare i paesi membri all’azione «per tutelare i civili» (paragrafo 4) e per imporre la zona d’interdizione al volo (par. 8), ed a chiedere assistenza per questi compiti (par. 9), dunque non vincola l’Italia a scendere in guerra e neppure a concedere le basi per gli attacchi altrui: la piccola Malta, ad esempio, ha negato l’uso del proprio territorio per l’implementazione della Risoluzione 1973. Del resto, il territorio italiano è importante ma non imprescindibile: i Francesi bombardano facendo decollare gli aerei direttamente dalle loro basi, ed anche Spagna e Grecia si sono prestate alla missione.

Dunque, anche dopo il voto del CdS del 17 marzo 2011 (e tralasciando per ora quanto avvenuto prima), all’Italia si ponevano effettivamente due scelte:


a) l’Italia poteva non avvalersi dell’autorizzazione ad attaccare la Libia e non concedere il proprio territorio a quei paesi che hanno deciso d’avvalersene. Ciò in ragione della sua posizione privilegiata nei rapporti col paese nordafricano e del Trattato siglato nel 2009, che c’impegna a non ingerire negli affari interni libici (art. 4.1), a non usare la forza (art. 3) ed a non prestare il nostro territorio ad azioni di forza contro la Libia (art. 4.2). Benché secondo alcuni, in punto di diritto, la Risoluzione 1973 esenti l’Italia dal rispettare integralmente il Trattato, s’intende sempre che ciò sia vero solo ed esclusivamente nella misura ed entro i limiti fissati dalla risoluzione medesima.

Ma ciò che è legittimo giuridicamente non necessariamente dev’essere compiuto. Il fatto che una risoluzione del CdS ci consenta di non rispettare un Trattato non è ragione sufficiente per non rispettarlo. Debbono entrare in gioco altre considerazioni, d’interesse ed opportunità. Il comportamento italiano rispetto agl’impegni assunti con la Libia può essere giustificabile dal punto di vista giuridico, ma non necessariamente anche da quello morale. L’Italia è stata percepita come traditrice e voltagabbana da Tripoli e, c’è da scommettervi, anche dal resto del mondo.

Evitare un voltafaccia tanto plateale, anche con la foglia di fico dell’ONU, non è solo un punto d’onore e dignità nazionale. È anche una questione d’interesse pratico. L’Italia da decenni paga pesantemente il fatto di essere percepita come una nazione inaffidabile ed incline al tradimento. Si tratta d’una nomea costruitasi nel corso della nostra storia unitaria, talvolta meritatamente talaltra meno. Nel 1870 i Francesi non apprezzarono la scelta italiana di non intervenire a fianco di Napoleone III, protagonista della nostra Seconda Guerra d’Indipendenza, ed anzi di sfruttare la sue disgrazie belliche per occupare Roma. Le critiche francesi erano ingenerose, poiché l’atteggiamento del Secondo Impero nei nostri confronti era stato ambiguo (dalla soppressione della Repubblica Romana del ’48 all’armistizio di Villafranca ed allo scontro di Mentana). Più fondata appare invece l’acrimonia sviluppata dai Tedeschi, costretti ad assistere ai celebri “giri di valzer” primo-novecenteschi della nostra diplomazia al rovesciamento d’alleanze all’inizio della Prima Guerra Mondiale al proditorio cambio di schieramento nel bel mezzo della Seconda.

Quella dell’8 settembre 1943 è un’onta che l’Italia ha cercato per decenni di cancellare. Poco importa il giudizio storico, politico o morale che si vuole dare di quella data: è fuor di dubbio che essa è stata percepita e recepita dal resto del mondo, anche da quella parte che s’avvantaggiò del nostro cambio di schieramento (si vedano a proposito i giudizi attribuiti al generale Eisenhower nelle memorie del suo aiutante navale), come un tradimento disonorevole. La Repubblica Italiana ha così percepito come necessario dimostrare l’affidabilità internazionale del nostro paese, in contrasto coi succitati eventi storici. È stata questa esigenza ad indurre i nostri governanti a coinvolgere l’Italia in un numero esageratamente alto d’imprese militari oltremare, in luoghi o missioni lontani dal nostro interesse nazionale, ma con la sola ambizione di rimarcare la fedeltà agli alleati. L’Italia è il paese europeo che fornisce all’ONU la maggior parte dei “caschi blu”, ed è uno degli Stati al mondo col maggior numero di militari in missione all’estero. Si cerca di dimostrare l’affidabilità dell’Italia rispondendo sempre di sì a qualsiasi richiesta da parte delle organizzazioni internazionali cui siamo legati.

La macchia dell’Otto Settembre, insomma, sta costandoci caro. Un po’ di militari morti e diversi miliardi di euro che se ne vanno in missioni che, per noi, non hanno ritorni strategici ma servono solo a migliorare l’immagine internazionale del paese. Ecco perché la scelta di Berlusconi – anzi, dei ministri Frattini e La Russa – di violare il Trattato con la Libia è sciagurata: lavare l’immagine di paese inaffidabile ed incline al tradimento (che si è data non solo in Libia ma nel mondo intero) ci costerà, ancora una volta, molto caro.


b) l’Italia ha optato dunque per una diversa opzione: intervenire contro la Libia, sfruttando l’autorizzazione del CdS ed in spregio dei precedenti accordi con Tripoli. Il Governo è stato molto chiaro sulle reali motivazioni della sua scelta, non riuscendo a spacciare efficacemente (soprattutto tra il suo elettorato) il pretesto “umanitario”. Si è giustificato asserendo che solo partecipando in prima persona all’attacco contro la Libia Roma avrebbe potuto difendere i suoi interessi in loco.

Lucio Caracciolo, intervistato da “l’Unità”, ha sagacemente osservato che «come al solito siamo vittime della sindrome del “posto a tavola”, nell’illusione che partecipando, a modo nostro, a questa operazione di matrice “sarkoziana”, i francesi, gli inglesi e gli americani vorranno spartire con noi il bottino della vittoria».

È un riflesso storico che affonda le sue radici nella Guerra di Crimea. Era il lontano 1853, ed il Conte di Cavour – capo del Governo del Regno di Sardegna – decise di mandare le sue truppe a sostegno di quello franco-britanniche e contro la Russia. Il Piemonte non aveva alcun interesse strategico in Crimea. Ce l’aveva la sua nemica mortale, l’Austria, che infatti appoggiava la missione franco-britannica. Torino andava dunque a combattere a vantaggio di Vienna, la sua nemica, al solo scopo di poter partecipare al successivo tavolo della pace e sollevare la questione italiana. La questione italiana fu infatti sollevata, ma senza troppo eco. La storiografia italiana esalta quella pagina di storia diplomatica, mentre quella straniera è più cauta: il britannico Denis Mack Smith, ad esempio, la derubrica tra le mosse mal riuscite di Cavour.

Fatto sta che, da allora, la diplomazia italiana è ossessionata dal “posto a tavola”, per riprendere le parole di Caracciolo. C’è un filo rosso che lega l’intervento cavouriano in Crimea alla decisione mussoliniana del 1940 di entrare in guerra per procurarsi quella manciata di morti da buttare sul tavolo della pace; questo filo sembra allungarsi fino al recente espediente di Frattini e La Russa (più che di Berlusconi) di bombardare l’ex amico libico per non lasciare la mano alla Francia.

Ma non è scritto da nessuna parte che, accodandosi alla “coalizione dei volenterosi”, l’Italia avrà davvero voce in capitolo. Ci sono 10 paesi attivamente impegnati nelle operazioni belliche contro la Libia, e gli attacchi aerei non partono solo (né principalmente) dall’Italia, ma anche da Spagna, Grecia, Francia e persino Gran Bretagna e Stati Uniti (grazie ai bombardieri intercontinentali o alle unità di marina che stazionano nel Mediterraneo). L’Italia non ha un ruolo decisivo nelle operazioni militari, dunque nulla garantisce che l’avrà nelle decisioni politiche e strategiche.

Quando Berlusconi si è recato al vertice di Parigi, che radunava i capi di Governo della “coalizione dei volenterosi”, ha scoperto che le decisioni fondamentali erano già state prese durante un incontro privato da Obama, Cameron e Sarkozy. L’Italia è stata trattata alla stregua d’un comprimario, al pari di paesi come la Danimarca o la Norvegia: incaricata d’eseguire le disposizioni altrui. A differenza di Oslo, non ha avuto sussulti d’orgoglio e non s’è sottratta all’ingrato incarico.

Non è, infatti, un vero “sussulto d’orgoglio” la recente richiesta italiana che il comando della missione non passi alla Francia bensì alla NATO: si è trattato della semplice pedissequa ripetizione d’una richiesta britannica formulata il 20 marzo, e poi ripresa da Frattini il giorno successivo. Lo scontro è tra Francia e Gran Bretagna, ognuna delle quali vuol fare la parte del leone nell’impresa libica: l’Italia s’agita confusamente sullo sfondo. Anche il comando NATO non risolverà i nostri problemi, perché Sarkozy ha già messo in chiaro che vi sarà una “cabina di regia” politica. Ed in ultima istanza, continuerà ad essere composta da Parigi, Washington e Londra.


La diplomazia italiana è in un vicolo cieco, impelagata in una guerra che, come si è detto nell’articolo precedente, si può solo perdere, ma in nessun caso vincere. Ma in questo vicolo cieco, Roma ci si è infilata da sola. Il Governo continua a ripetere di non aver avuto altra scelta dopo la Risoluzione 1973, ma questa è stata adottata il 17 marzo, mentre la crisi libica è cominciata intorno al 20 febbraio, con l’insurrezione armata anti-Gheddafi. Cos’ha fatto, nel corso di questo mese precedente la risoluzione ONU, la diplomazia italiana per evitare il vicolo cieco?

La posizione espressa da Roma è stata ondivaga: di volta in volta ha cercato d’ingraziarsi la parte che appariva come la più probabile vincitrice. Ma era evidente (e pure comprensibile e condivisibile, considerando il nostro rapporto privilegiato con la Libia) fin da subito che l’Italia avrebbe voluto evitare un intervento esterno nel paese nordafricano. Frattini assunse dunque la seguente posizione: sì ad una zona d’interdizione dei voli, ma solo col consenso dell’ONU; ciò in una fase in cui Russia e Cina ancora s’opponevano all’internazionalizzazione della crisi. L’atteggiamento italiano era passivo: scommetteva sul veto di Mosca e Pechino al CdS. Avrebbe dovuto allarmare la nostra diplomazia il fatto che, più o meno nei medesimi giorni, anche Sarkozy, campione dell’interventismo, condizionava la “no fly zone” all’assenso delle Nazioni Unite. Evidentemente, aver passivamente scommesso sul sicuro veto russo-cinese è stato un azzardo.

È difficile, e richiederebbe quanto meno un articolo a parte, spiegare le ragioni per cui Russia e Cina hanno permesso che la Risoluzione 1973 passasse al CdS. Sembra però scontato ipotizzare che la Francia abbia fatto pressioni su Mosca, nell’ambito d’un riavvicinamento strategico con la Russia in corso già da diversi mesi e ben simboleggiato dalla vendita di navi da guerra Mistral al Cremlino. Il mancato veto della Russia al CdS può essere inteso anche come un implicito riconoscimento del Mediterraneo quale sfera d’influenza della Francia.

Lo smacco per l’Italia è grave ed evidente. Il nostro paese, ed il Governo Berlusconi più d’ogni altro, hanno posto grande enfasi sul rapporto strategico con la Russia. Tanto da far infuriare gli USA e spingere l’Ambasciata statunitense a Roma ad operare nell’ombra per creare una fronda anti-Berlusconi nel PDL – come documentato dalle rivelazioni di “Wikileaks”. La nostra diplomazia ha cercato di far valere questo rapporto privilegiato con Mosca per ottenere un veto al CdS, contrastando le prevedibili pressioni francesi in senso contrario? Oppure, per negligenza o altro, s’è limitata a sperare? Al momento non si può rispondere a queste domande.

Nell’un caso e nell’altro, tuttavia, l’errore sta a monte: l’aver scelto la passività, affidandosi all’iniziativa ed alle scelte altrui. L’Italia doveva e poteva avere un ruolo attivo e di primo piano nella crisi libica, fin dal primo minuto.

È un’altra delle sindromi che affligge la diplomazia italiana, almeno quella repubblicana, il ritenere il nostro paese inadatto a prendere posizioni di forza, chiare e decise a sostegno del proprio interesse nazionale. Si tratta di un’eredità della Seconda Guerra Mondiale, in questo caso della disfatta che derivò dall’avventurismo di Mussolini. E poggia su un fatto reale: l’Italia non ha i mezzi per una politica di Grandeur.

Eppure, dall’evitare l’avventurismo al rinunciare ad ogni iniziativa molto ne corre. Il nostro paese aveva tutte le carte in regola per prendere l’iniziativa nell’affaire Libia. L’Italia ha l’economia più ricca del Mediterraneo, Francia esclusa (ma la Francia non è un paese propriamente mediterraneo; è un paese del Nordeuropa che si affaccia sul Mediterraneo). Dei 17 paesi litoranei è il quarto più popoloso (hanno più abitanti Egitto, Francia e Turchia). Ha una posizione strategica nel centro del Mare. Infine, era il paese che intratteneva le relazioni più strette con la Libia.

Persino Hugo Chávez, presidente del lontano Venezuela, s’è proposto come mediatore nella vertenza libica, suscitando l’interesse di Unione Africana e Lega Araba ma il rifiuto, non a caso, di Parigi. Il problema è che non toccava ad un paese sudamericano, bensì all’Italia prendere una simile iniziativa, ed avrebbe potuto farlo in collaborazione con la Turchia, altra potenza mediterranea contraria alla guerra. Assieme, Roma e Ankara avrebbero potuto premere sulla Russia affinché usasse il suo potere di veto per frenare le opzioni belliche nel CdS, e favorire una soluzione negoziale della crisi.

Prima della Risoluzione 1973, la guerra civile libica stava rapidamente volgendo verso la conclusione, con la vittoria delle forze governative sui ribelli. Rinunciando all’obiettivo politico, ormai non più conseguibile se non a grave prezzo, di destituire Gheddafi, si poteva inviare una forza di pace variegata, con l’apporto di nazioni neutrali come l’Italia e la Turchia, dell’Unione Africana schierata col Governo libico e della Lega Araba che parteggia per i ribelli; forza di pace incaricata d’interporsi tra le armate in conflitto, disarmare i ribelli ormai prossimi alla sconfitta ma costringere Gheddafi a varare un’amnistia e qualche concessione minore. La missione internazionale sarebbe stata accettata, con tutta probabilità, dal Governo libico, dal momento che escludeva un attacco militare a suo danno; dai ribelli, perché scongiurava il bagno di sangue finale, poteva favorire l’espatrio di quelli più compromessi con la rivolta, e strappare a Tripoli concessioni che non era più possibile conquistare con le armi.

Questo è solo un possibile scenario di come l’Italia avrebbe potuto muoversi per frenare l’escalation della crisi libica. L’importante era porsi come elemento di mediazione, all’interno della Libia e tra la Libia ed il mondo esterno. Ciò non si è neppure tentato. Si è rinunciato all’azione per affidarsi passivamente alle scelte altrui. Quest’errore ha infilato l’Italia in un vicolo cieco da cui ormai non più uscire se non con una sconfitta.

L’Italia non è una grande potenza, si ama ripetere; e dunque ci stava anche che perdesse la Libia. Ma è il modo che brucia, con la violazione del Trattato e l’attacco all’ex amico e partner di Tripoli. Parafrasando Churchill, si potrebbe dire che potevamo scegliere tra il disonore e la perdita della Libia; abbiamo scelto il disonore, e perderemo anche la Libia.


* Daniele Scalea, redattore di “Eurasia” e segretario scientifico dell’IsAG, è autore de La sfida totale (Roma 2010). È co-autore, assieme a Pietro Longo, d’un libro sulle rivolte arabe di prossima uscita.

Sull’argomento vedi anche, dallo stesso autore: “L’Italia ha già perso la sua guerra di Libia”.


Fonte:Eurasia


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Libia: che alternative aveva l’Italia

Di Daniele Scalea

In un articolo di pochi giorni fa si è criticato il comportamento della diplomazia italiana in occasione della crisi libica.

Innanzi tutto si è escluso che la guerra alla Libia sia davvero motivata da preoccupazioni umanitarie: a) mancano elementi probanti gravi violazioni dei “diritti umani” da parte delle autorità libiche nel corso della rivolta; b) le recenti esperienze lasciano supporre che i bombardamenti ed un’eventuale successiva invasione, oltre al procrastinarsi delle lotte intestine, faranno più vittime d’una guerra civile che stava ormai esaurendosi; c) il medesimo interventismo “umanitario” non è stato suscitato dalla dura repressione da parte della monarchia assolutista del Bahrain, che ha addirittura fatto entrare truppe straniere nel suo territorio per massacrare manifestanti realmente disarmati. Le vere finalità sono geopolitiche e strategiche, come sembra aver realizzato la maggioranza dell’opinione pubblica italiana ed una vasta gamma d’opinionisti, diversi per orientamenti e sensibilità, che va da Gino Strada a Vittorio Feltri passando per Sergio Romano e Carlo Jean.

In secondo luogo, si è riassunta l’importanza strategica ed economica della Libia per l’Italia. Si è sottolineato come la Libia, caso più unico che raro, rappresenti un paese produttore di petrolio e gas naturale inserito nella “sfera d’influenza” italiana.

Si è infine ripercorso l’atteggiamento italiano nel corso della crisi libica: incerto ed ondivago, ha palesato la volontà di schierarsi col probabile vincitore. Gl’imbarazzanti ondeggiamenti si sono conclusi stracciando di fatto il recente Trattato di Amicizia, Cooperazione e Partenariato tra Italia e Libia, tradendo impegni ben precisi assunti da Roma nei confronti di Tripoli, e passando repentinamente da un’intesa strategica e cordiale ad uno stato di guerra.

Si concludeva quindi che l’Italia ha già perso la sua guerra di Libia, perché qualsiasi sarà l’esito del conflitto ne sortirà una situazione per noi più svantaggiosa dello status quo ante.

Resta ora da valutare, per completezza, di quali alternative disponeva l’Italia per meglio affrontare la crisi libica.


Il Governo italiano si difende dalle critiche affermando che non aveva altra scelta, dopo la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU (CdS), che quella di partecipare alle operazioni militari. La Risoluzione 1973/2011 del CdS si limita ad autorizzare i paesi membri all’azione «per tutelare i civili» (paragrafo 4) e per imporre la zona d’interdizione al volo (par. 8), ed a chiedere assistenza per questi compiti (par. 9), dunque non vincola l’Italia a scendere in guerra e neppure a concedere le basi per gli attacchi altrui: la piccola Malta, ad esempio, ha negato l’uso del proprio territorio per l’implementazione della Risoluzione 1973. Del resto, il territorio italiano è importante ma non imprescindibile: i Francesi bombardano facendo decollare gli aerei direttamente dalle loro basi, ed anche Spagna e Grecia si sono prestate alla missione.

Dunque, anche dopo il voto del CdS del 17 marzo 2011 (e tralasciando per ora quanto avvenuto prima), all’Italia si ponevano effettivamente due scelte:


a) l’Italia poteva non avvalersi dell’autorizzazione ad attaccare la Libia e non concedere il proprio territorio a quei paesi che hanno deciso d’avvalersene. Ciò in ragione della sua posizione privilegiata nei rapporti col paese nordafricano e del Trattato siglato nel 2009, che c’impegna a non ingerire negli affari interni libici (art. 4.1), a non usare la forza (art. 3) ed a non prestare il nostro territorio ad azioni di forza contro la Libia (art. 4.2). Benché secondo alcuni, in punto di diritto, la Risoluzione 1973 esenti l’Italia dal rispettare integralmente il Trattato, s’intende sempre che ciò sia vero solo ed esclusivamente nella misura ed entro i limiti fissati dalla risoluzione medesima.

Ma ciò che è legittimo giuridicamente non necessariamente dev’essere compiuto. Il fatto che una risoluzione del CdS ci consenta di non rispettare un Trattato non è ragione sufficiente per non rispettarlo. Debbono entrare in gioco altre considerazioni, d’interesse ed opportunità. Il comportamento italiano rispetto agl’impegni assunti con la Libia può essere giustificabile dal punto di vista giuridico, ma non necessariamente anche da quello morale. L’Italia è stata percepita come traditrice e voltagabbana da Tripoli e, c’è da scommettervi, anche dal resto del mondo.

Evitare un voltafaccia tanto plateale, anche con la foglia di fico dell’ONU, non è solo un punto d’onore e dignità nazionale. È anche una questione d’interesse pratico. L’Italia da decenni paga pesantemente il fatto di essere percepita come una nazione inaffidabile ed incline al tradimento. Si tratta d’una nomea costruitasi nel corso della nostra storia unitaria, talvolta meritatamente talaltra meno. Nel 1870 i Francesi non apprezzarono la scelta italiana di non intervenire a fianco di Napoleone III, protagonista della nostra Seconda Guerra d’Indipendenza, ed anzi di sfruttare la sue disgrazie belliche per occupare Roma. Le critiche francesi erano ingenerose, poiché l’atteggiamento del Secondo Impero nei nostri confronti era stato ambiguo (dalla soppressione della Repubblica Romana del ’48 all’armistizio di Villafranca ed allo scontro di Mentana). Più fondata appare invece l’acrimonia sviluppata dai Tedeschi, costretti ad assistere ai celebri “giri di valzer” primo-novecenteschi della nostra diplomazia al rovesciamento d’alleanze all’inizio della Prima Guerra Mondiale al proditorio cambio di schieramento nel bel mezzo della Seconda.

Quella dell’8 settembre 1943 è un’onta che l’Italia ha cercato per decenni di cancellare. Poco importa il giudizio storico, politico o morale che si vuole dare di quella data: è fuor di dubbio che essa è stata percepita e recepita dal resto del mondo, anche da quella parte che s’avvantaggiò del nostro cambio di schieramento (si vedano a proposito i giudizi attribuiti al generale Eisenhower nelle memorie del suo aiutante navale), come un tradimento disonorevole. La Repubblica Italiana ha così percepito come necessario dimostrare l’affidabilità internazionale del nostro paese, in contrasto coi succitati eventi storici. È stata questa esigenza ad indurre i nostri governanti a coinvolgere l’Italia in un numero esageratamente alto d’imprese militari oltremare, in luoghi o missioni lontani dal nostro interesse nazionale, ma con la sola ambizione di rimarcare la fedeltà agli alleati. L’Italia è il paese europeo che fornisce all’ONU la maggior parte dei “caschi blu”, ed è uno degli Stati al mondo col maggior numero di militari in missione all’estero. Si cerca di dimostrare l’affidabilità dell’Italia rispondendo sempre di sì a qualsiasi richiesta da parte delle organizzazioni internazionali cui siamo legati.

La macchia dell’Otto Settembre, insomma, sta costandoci caro. Un po’ di militari morti e diversi miliardi di euro che se ne vanno in missioni che, per noi, non hanno ritorni strategici ma servono solo a migliorare l’immagine internazionale del paese. Ecco perché la scelta di Berlusconi – anzi, dei ministri Frattini e La Russa – di violare il Trattato con la Libia è sciagurata: lavare l’immagine di paese inaffidabile ed incline al tradimento (che si è data non solo in Libia ma nel mondo intero) ci costerà, ancora una volta, molto caro.


b) l’Italia ha optato dunque per una diversa opzione: intervenire contro la Libia, sfruttando l’autorizzazione del CdS ed in spregio dei precedenti accordi con Tripoli. Il Governo è stato molto chiaro sulle reali motivazioni della sua scelta, non riuscendo a spacciare efficacemente (soprattutto tra il suo elettorato) il pretesto “umanitario”. Si è giustificato asserendo che solo partecipando in prima persona all’attacco contro la Libia Roma avrebbe potuto difendere i suoi interessi in loco.

Lucio Caracciolo, intervistato da “l’Unità”, ha sagacemente osservato che «come al solito siamo vittime della sindrome del “posto a tavola”, nell’illusione che partecipando, a modo nostro, a questa operazione di matrice “sarkoziana”, i francesi, gli inglesi e gli americani vorranno spartire con noi il bottino della vittoria».

È un riflesso storico che affonda le sue radici nella Guerra di Crimea. Era il lontano 1853, ed il Conte di Cavour – capo del Governo del Regno di Sardegna – decise di mandare le sue truppe a sostegno di quello franco-britanniche e contro la Russia. Il Piemonte non aveva alcun interesse strategico in Crimea. Ce l’aveva la sua nemica mortale, l’Austria, che infatti appoggiava la missione franco-britannica. Torino andava dunque a combattere a vantaggio di Vienna, la sua nemica, al solo scopo di poter partecipare al successivo tavolo della pace e sollevare la questione italiana. La questione italiana fu infatti sollevata, ma senza troppo eco. La storiografia italiana esalta quella pagina di storia diplomatica, mentre quella straniera è più cauta: il britannico Denis Mack Smith, ad esempio, la derubrica tra le mosse mal riuscite di Cavour.

Fatto sta che, da allora, la diplomazia italiana è ossessionata dal “posto a tavola”, per riprendere le parole di Caracciolo. C’è un filo rosso che lega l’intervento cavouriano in Crimea alla decisione mussoliniana del 1940 di entrare in guerra per procurarsi quella manciata di morti da buttare sul tavolo della pace; questo filo sembra allungarsi fino al recente espediente di Frattini e La Russa (più che di Berlusconi) di bombardare l’ex amico libico per non lasciare la mano alla Francia.

Ma non è scritto da nessuna parte che, accodandosi alla “coalizione dei volenterosi”, l’Italia avrà davvero voce in capitolo. Ci sono 10 paesi attivamente impegnati nelle operazioni belliche contro la Libia, e gli attacchi aerei non partono solo (né principalmente) dall’Italia, ma anche da Spagna, Grecia, Francia e persino Gran Bretagna e Stati Uniti (grazie ai bombardieri intercontinentali o alle unità di marina che stazionano nel Mediterraneo). L’Italia non ha un ruolo decisivo nelle operazioni militari, dunque nulla garantisce che l’avrà nelle decisioni politiche e strategiche.

Quando Berlusconi si è recato al vertice di Parigi, che radunava i capi di Governo della “coalizione dei volenterosi”, ha scoperto che le decisioni fondamentali erano già state prese durante un incontro privato da Obama, Cameron e Sarkozy. L’Italia è stata trattata alla stregua d’un comprimario, al pari di paesi come la Danimarca o la Norvegia: incaricata d’eseguire le disposizioni altrui. A differenza di Oslo, non ha avuto sussulti d’orgoglio e non s’è sottratta all’ingrato incarico.

Non è, infatti, un vero “sussulto d’orgoglio” la recente richiesta italiana che il comando della missione non passi alla Francia bensì alla NATO: si è trattato della semplice pedissequa ripetizione d’una richiesta britannica formulata il 20 marzo, e poi ripresa da Frattini il giorno successivo. Lo scontro è tra Francia e Gran Bretagna, ognuna delle quali vuol fare la parte del leone nell’impresa libica: l’Italia s’agita confusamente sullo sfondo. Anche il comando NATO non risolverà i nostri problemi, perché Sarkozy ha già messo in chiaro che vi sarà una “cabina di regia” politica. Ed in ultima istanza, continuerà ad essere composta da Parigi, Washington e Londra.


La diplomazia italiana è in un vicolo cieco, impelagata in una guerra che, come si è detto nell’articolo precedente, si può solo perdere, ma in nessun caso vincere. Ma in questo vicolo cieco, Roma ci si è infilata da sola. Il Governo continua a ripetere di non aver avuto altra scelta dopo la Risoluzione 1973, ma questa è stata adottata il 17 marzo, mentre la crisi libica è cominciata intorno al 20 febbraio, con l’insurrezione armata anti-Gheddafi. Cos’ha fatto, nel corso di questo mese precedente la risoluzione ONU, la diplomazia italiana per evitare il vicolo cieco?

La posizione espressa da Roma è stata ondivaga: di volta in volta ha cercato d’ingraziarsi la parte che appariva come la più probabile vincitrice. Ma era evidente (e pure comprensibile e condivisibile, considerando il nostro rapporto privilegiato con la Libia) fin da subito che l’Italia avrebbe voluto evitare un intervento esterno nel paese nordafricano. Frattini assunse dunque la seguente posizione: sì ad una zona d’interdizione dei voli, ma solo col consenso dell’ONU; ciò in una fase in cui Russia e Cina ancora s’opponevano all’internazionalizzazione della crisi. L’atteggiamento italiano era passivo: scommetteva sul veto di Mosca e Pechino al CdS. Avrebbe dovuto allarmare la nostra diplomazia il fatto che, più o meno nei medesimi giorni, anche Sarkozy, campione dell’interventismo, condizionava la “no fly zone” all’assenso delle Nazioni Unite. Evidentemente, aver passivamente scommesso sul sicuro veto russo-cinese è stato un azzardo.

È difficile, e richiederebbe quanto meno un articolo a parte, spiegare le ragioni per cui Russia e Cina hanno permesso che la Risoluzione 1973 passasse al CdS. Sembra però scontato ipotizzare che la Francia abbia fatto pressioni su Mosca, nell’ambito d’un riavvicinamento strategico con la Russia in corso già da diversi mesi e ben simboleggiato dalla vendita di navi da guerra Mistral al Cremlino. Il mancato veto della Russia al CdS può essere inteso anche come un implicito riconoscimento del Mediterraneo quale sfera d’influenza della Francia.

Lo smacco per l’Italia è grave ed evidente. Il nostro paese, ed il Governo Berlusconi più d’ogni altro, hanno posto grande enfasi sul rapporto strategico con la Russia. Tanto da far infuriare gli USA e spingere l’Ambasciata statunitense a Roma ad operare nell’ombra per creare una fronda anti-Berlusconi nel PDL – come documentato dalle rivelazioni di “Wikileaks”. La nostra diplomazia ha cercato di far valere questo rapporto privilegiato con Mosca per ottenere un veto al CdS, contrastando le prevedibili pressioni francesi in senso contrario? Oppure, per negligenza o altro, s’è limitata a sperare? Al momento non si può rispondere a queste domande.

Nell’un caso e nell’altro, tuttavia, l’errore sta a monte: l’aver scelto la passività, affidandosi all’iniziativa ed alle scelte altrui. L’Italia doveva e poteva avere un ruolo attivo e di primo piano nella crisi libica, fin dal primo minuto.

È un’altra delle sindromi che affligge la diplomazia italiana, almeno quella repubblicana, il ritenere il nostro paese inadatto a prendere posizioni di forza, chiare e decise a sostegno del proprio interesse nazionale. Si tratta di un’eredità della Seconda Guerra Mondiale, in questo caso della disfatta che derivò dall’avventurismo di Mussolini. E poggia su un fatto reale: l’Italia non ha i mezzi per una politica di Grandeur.

Eppure, dall’evitare l’avventurismo al rinunciare ad ogni iniziativa molto ne corre. Il nostro paese aveva tutte le carte in regola per prendere l’iniziativa nell’affaire Libia. L’Italia ha l’economia più ricca del Mediterraneo, Francia esclusa (ma la Francia non è un paese propriamente mediterraneo; è un paese del Nordeuropa che si affaccia sul Mediterraneo). Dei 17 paesi litoranei è il quarto più popoloso (hanno più abitanti Egitto, Francia e Turchia). Ha una posizione strategica nel centro del Mare. Infine, era il paese che intratteneva le relazioni più strette con la Libia.

Persino Hugo Chávez, presidente del lontano Venezuela, s’è proposto come mediatore nella vertenza libica, suscitando l’interesse di Unione Africana e Lega Araba ma il rifiuto, non a caso, di Parigi. Il problema è che non toccava ad un paese sudamericano, bensì all’Italia prendere una simile iniziativa, ed avrebbe potuto farlo in collaborazione con la Turchia, altra potenza mediterranea contraria alla guerra. Assieme, Roma e Ankara avrebbero potuto premere sulla Russia affinché usasse il suo potere di veto per frenare le opzioni belliche nel CdS, e favorire una soluzione negoziale della crisi.

Prima della Risoluzione 1973, la guerra civile libica stava rapidamente volgendo verso la conclusione, con la vittoria delle forze governative sui ribelli. Rinunciando all’obiettivo politico, ormai non più conseguibile se non a grave prezzo, di destituire Gheddafi, si poteva inviare una forza di pace variegata, con l’apporto di nazioni neutrali come l’Italia e la Turchia, dell’Unione Africana schierata col Governo libico e della Lega Araba che parteggia per i ribelli; forza di pace incaricata d’interporsi tra le armate in conflitto, disarmare i ribelli ormai prossimi alla sconfitta ma costringere Gheddafi a varare un’amnistia e qualche concessione minore. La missione internazionale sarebbe stata accettata, con tutta probabilità, dal Governo libico, dal momento che escludeva un attacco militare a suo danno; dai ribelli, perché scongiurava il bagno di sangue finale, poteva favorire l’espatrio di quelli più compromessi con la rivolta, e strappare a Tripoli concessioni che non era più possibile conquistare con le armi.

Questo è solo un possibile scenario di come l’Italia avrebbe potuto muoversi per frenare l’escalation della crisi libica. L’importante era porsi come elemento di mediazione, all’interno della Libia e tra la Libia ed il mondo esterno. Ciò non si è neppure tentato. Si è rinunciato all’azione per affidarsi passivamente alle scelte altrui. Quest’errore ha infilato l’Italia in un vicolo cieco da cui ormai non più uscire se non con una sconfitta.

L’Italia non è una grande potenza, si ama ripetere; e dunque ci stava anche che perdesse la Libia. Ma è il modo che brucia, con la violazione del Trattato e l’attacco all’ex amico e partner di Tripoli. Parafrasando Churchill, si potrebbe dire che potevamo scegliere tra il disonore e la perdita della Libia; abbiamo scelto il disonore, e perderemo anche la Libia.


* Daniele Scalea, redattore di “Eurasia” e segretario scientifico dell’IsAG, è autore de La sfida totale (Roma 2010). È co-autore, assieme a Pietro Longo, d’un libro sulle rivolte arabe di prossima uscita.

Sull’argomento vedi anche, dallo stesso autore: “L’Italia ha già perso la sua guerra di Libia”.


Fonte:Eurasia


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COME IL MERIDIONE DIVENNE UNA COLONIA - CONVEGNO DEL 26 MARZO A LOCRI


ASSOCIAZIONE DUE SICILIE “NICOLA ZITARA”

www.duesicilie.info - Fax n. 1782284791

LOCRI, SABATO 26 MARZO 2011

IL BILANCIO DI 150 ANNI: COME IL MERIDIONE DIVENNE UNA COLONIA

Sabato 26 marzo 2011 alle ore 17.00, presso il Palazzo della Cultura di Locri (RC), a cura dell'Associazione Due Sicilie “Nicola Zitara” e del Comune di Locri, in collaborazione con le Associazioni “Terronia Città dell’Uomo”, “Quaderni Calabresi - Quaderni del Sud”, si terrà il convegno


Il bilancio di 150 anni: come il Meridione divenne una colonia

La distruzione del sistema produttivo meridionale


L’esame verrà condotto con l'ausilio dei libri: “L'unita' d'Italia - Nascita di una colonia” di Nicola Zitara e “Dagli Appennini alle Ande” di Luciano Vasapollo.


"Perché ci portiamo dietro la cosiddetta "questione meridionale"? Perché né governi, né opposizioni, né riforme sono riusciti a venire a capo di un continuo deterioramento insieme sociale, economico e culturale. Senza cogliere le origini della contraddizione storica insita nell'evento unitario, nessuna "cura" è possibile. Il Mezzogiorno è stato conquistato e "civilizzato" come colonia o, se vogliamo, semicolonia interna. Un inizio di capitalismo, persino precoce rispetto a quello del Nord, e lo sviluppo di un tessuto creditizio vengono nel Sud bloccati con la forza delle armi. Nel frattempo il mondo contadino si sfalda e passa dalla povertà alla miseria sotto lo sguardo di una nuova "borghesia agraria" faziosamente sostenitrice del processo unitario. Il Mezzogiorno è stato così utilizzato come riserva di forza lavoro, come luogo per speculazioni finanziarie e industriali devastanti…” (dalla quarta di copertina del volume “L’unità d’Italia – Nascita di una colonia”).


Il convegno verrà introdotto e moderato dal giornalista RAI Pietro MELÌA; vi saranno gli interventi di Francesco MACRI’ (Sindaco di Locri), Francesco COMMISSO (Assessore alla Cultura) e Antonia CAPRIA ZITARA (Presidente dell’Associazione Due Sicilie); seguiranno le relazioni di Carlo BENEDUCI (docente e giornalista) e Francesco TASSONE (editore e giornalista), infine, il dibattito con interventi del pubblico.

SEGRETERIA DELL'ASSOCIAZIONE DUE SICILIE “NICOLA ZITARA”


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ASSOCIAZIONE DUE SICILIE “NICOLA ZITARA”

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LOCRI, SABATO 26 MARZO 2011

IL BILANCIO DI 150 ANNI: COME IL MERIDIONE DIVENNE UNA COLONIA

Sabato 26 marzo 2011 alle ore 17.00, presso il Palazzo della Cultura di Locri (RC), a cura dell'Associazione Due Sicilie “Nicola Zitara” e del Comune di Locri, in collaborazione con le Associazioni “Terronia Città dell’Uomo”, “Quaderni Calabresi - Quaderni del Sud”, si terrà il convegno


Il bilancio di 150 anni: come il Meridione divenne una colonia

La distruzione del sistema produttivo meridionale


L’esame verrà condotto con l'ausilio dei libri: “L'unita' d'Italia - Nascita di una colonia” di Nicola Zitara e “Dagli Appennini alle Ande” di Luciano Vasapollo.


"Perché ci portiamo dietro la cosiddetta "questione meridionale"? Perché né governi, né opposizioni, né riforme sono riusciti a venire a capo di un continuo deterioramento insieme sociale, economico e culturale. Senza cogliere le origini della contraddizione storica insita nell'evento unitario, nessuna "cura" è possibile. Il Mezzogiorno è stato conquistato e "civilizzato" come colonia o, se vogliamo, semicolonia interna. Un inizio di capitalismo, persino precoce rispetto a quello del Nord, e lo sviluppo di un tessuto creditizio vengono nel Sud bloccati con la forza delle armi. Nel frattempo il mondo contadino si sfalda e passa dalla povertà alla miseria sotto lo sguardo di una nuova "borghesia agraria" faziosamente sostenitrice del processo unitario. Il Mezzogiorno è stato così utilizzato come riserva di forza lavoro, come luogo per speculazioni finanziarie e industriali devastanti…” (dalla quarta di copertina del volume “L’unità d’Italia – Nascita di una colonia”).


Il convegno verrà introdotto e moderato dal giornalista RAI Pietro MELÌA; vi saranno gli interventi di Francesco MACRI’ (Sindaco di Locri), Francesco COMMISSO (Assessore alla Cultura) e Antonia CAPRIA ZITARA (Presidente dell’Associazione Due Sicilie); seguiranno le relazioni di Carlo BENEDUCI (docente e giornalista) e Francesco TASSONE (editore e giornalista), infine, il dibattito con interventi del pubblico.

SEGRETERIA DELL'ASSOCIAZIONE DUE SICILIE “NICOLA ZITARA”


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E' nata la nuova sezione di Caserta del Partito del Sud




Ieri, 23 Marzo 2011, è nata la nuova sezione "Antonio Ciano" di Caserta in Campania del Partito del Sud.

Un altro tassello s'aggiunge in una città che ha dato tanto lustro alla nostra storia, per completare l'opera di copertura e presenza territoriale del nostro partito.

Gli auguri più sentiti e sinceri ai nostri nuovi amici e compatrioti per i significativi successi che, di sicuro andranno a conseguire insieme a noi, in un prossimo futuro, ed un ringraziamento per aver voluto dedicare al nostro Presidente Onorario Antonio Ciano la titolazione della sezione.




La nuova sezione ha sede in via L. da Vinci in San Nicola la Strada (Ce)
email : sezionecianocaserta@virgilio.it

DIRETTIVO
Presidente : Antonio De Falco
Vice Presidente : Vincenzo Napoletano
Tesoriere : Michele Riviello
Consigliere : Rosario Morone
Consigliere : Luciana Napoletano

Segnaliamo con piacere che il tesoriere della Sezione Michele Riviello , ricopre l'incarico di C.T. della Nazionale di Calcio del Regno delle Due Sicilie, Nazionale di calcio che così bene si è comportata nell'ultimo mondiale di calcio per Nazioni senza Stato di Gozo 2010, arrivando, alla sua prima esperienza internazionale, alla semifinale mondiale.



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Ieri, 23 Marzo 2011, è nata la nuova sezione "Antonio Ciano" di Caserta in Campania del Partito del Sud.

Un altro tassello s'aggiunge in una città che ha dato tanto lustro alla nostra storia, per completare l'opera di copertura e presenza territoriale del nostro partito.

Gli auguri più sentiti e sinceri ai nostri nuovi amici e compatrioti per i significativi successi che, di sicuro andranno a conseguire insieme a noi, in un prossimo futuro, ed un ringraziamento per aver voluto dedicare al nostro Presidente Onorario Antonio Ciano la titolazione della sezione.




La nuova sezione ha sede in via L. da Vinci in San Nicola la Strada (Ce)
email : sezionecianocaserta@virgilio.it

DIRETTIVO
Presidente : Antonio De Falco
Vice Presidente : Vincenzo Napoletano
Tesoriere : Michele Riviello
Consigliere : Rosario Morone
Consigliere : Luciana Napoletano

Segnaliamo con piacere che il tesoriere della Sezione Michele Riviello , ricopre l'incarico di C.T. della Nazionale di Calcio del Regno delle Due Sicilie, Nazionale di calcio che così bene si è comportata nell'ultimo mondiale di calcio per Nazioni senza Stato di Gozo 2010, arrivando, alla sua prima esperienza internazionale, alla semifinale mondiale.



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Presentazione "Federalismo avvelenato"di Gianni Pittella e Marco Esposito

Sabato 26 Marzo- ore 10.00/13,00 - c/o Istituto Italiano degli Studi Filosofici
Palazzo Serra di Cassano - Monte di Dio,15 Napoli

Presentazione dell'instant book "Federalismo avvelenato" Ed. Fondazione Zefiro interverranno gli autori Gianni Pittella e Marco Esposito




Marco Esposito
Giornalista de "il Mattino" di Napoli
Meridionalista

oltre agli autori :

discuteranno il testo :

Cristiana Coppola, responsabile Mezzogiorno Confindustria
Lina Lucci, segretario Cisl Campania
Michele Gravano, segretario Cgil Campania
Anna Rea, segretario Uil Campania
coordina Sergio Marotta

Sono stati invitati i candidati a sindaco di Napoli. Hanno confermato la propria presenza Luigi de Magistris, Gianni Lettieri e Mario Morcone.


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Sabato 26 Marzo- ore 10.00/13,00 - c/o Istituto Italiano degli Studi Filosofici
Palazzo Serra di Cassano - Monte di Dio,15 Napoli

Presentazione dell'instant book "Federalismo avvelenato" Ed. Fondazione Zefiro interverranno gli autori Gianni Pittella e Marco Esposito




Marco Esposito
Giornalista de "il Mattino" di Napoli
Meridionalista

oltre agli autori :

discuteranno il testo :

Cristiana Coppola, responsabile Mezzogiorno Confindustria
Lina Lucci, segretario Cisl Campania
Michele Gravano, segretario Cgil Campania
Anna Rea, segretario Uil Campania
coordina Sergio Marotta

Sono stati invitati i candidati a sindaco di Napoli. Hanno confermato la propria presenza Luigi de Magistris, Gianni Lettieri e Mario Morcone.


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L’attrazione fatale della guerra giusta


di Tzetan Todorov, da Repubblica, 23 marzo 2011

L'intervento militare in Libia ha suscitato in Francia un coro di consensi, provenienti sia dai partiti rappresentati in Parlamento, come già per la guerra in Afghanistan, sia dai commentatori. Sentiamo dire che la Francia ha messo a segno un colpo da maestro. Il capo nemico è designato solo in termini superlativi: è diventato il demente, il pazzo, l'aguzzino, il tiranno sanguinario, o addirittura descritto, con riferimento alle sue origini, come «astuto beduino». Si fa scialo di eufemismi: anziché di uccidere a freddo si parla di «assumersi le proprie responsabilità»; non si raccomanda di limitare il numero dei cadaveri, bensì di procedere «senza eccesso di forze dirompenti». Per giustificare l'entrata in guerra si adducono paragoni azzardati: non intervenire equivarrebbe a ripetere gli errori commessi nel 1937 con la Spagna, nel 1938 a Monaco, nel 1994 in Ruanda…

Chi traccheggia è stigmatizzato. La Germania non è stata all'altezza, l'Europa ha dato prova di una sorprendente ritrosia, se non addirittura della sua abituale pusillanimità. I Paesi emergenti sono colpevoli di non voler correre rischi - come se a rischiare grosso fossero i guerrafondai della capitale francese!

È vero che a differenza della guerra in Iraq, l'intervento in Libia è stato approvato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ma legalità è sinonimo di legittimità? Alla base della decisione si trova un concetto introdotto di recente: la responsabilità di proteggere la popolazione civile di un Paese dalle minacce provenienti dai suoi stessi dirigenti. Ora, dal momento in cui questa "protezione" non ha più il significato di assistenza umanitaria, ma quello dell'intervento militare di un altro Stato, non si vede cos'abbia di diverso dal "diritto d'ingerenza" che i Paesi occidentali si erano arrogati qualche anno fa.

Se ogni Stato potesse decidere di avere il diritto di intervenire sui suoi vicini per difendere una minoranza maltrattata, numerose guerre scoppierebbero all'istante. Basti pensare ai ceceni in Russia, ai tibetani in Cina, agli sciiti nei Paesi sunniti (e viceversa), ai palestinesi nei territori occupati da Israele… Certo, dovrebbero essere autorizzate dal Consiglio di Sicurezza. Il quale ultimo ha però una particolarità, che è al tempo stesso il suo peccato originale: i suoi membri permanenti dispongono di un diritto di veto su tutte le decisioni, e ciò li pone al disopra della legge che lo stesso Consiglio di Sicurezza dovrebbe incarnare: non potranno mai essere condannati, come non lo saranno i Paesi che scelgono di sostenere! E quel che è peggio, per sottrarsi al veto intervengono senza l'autorizzazione delle Nazioni Unite, come nel caso del Kosovo e in quello dell'Iraq. L'invasione armata di quest'ultimo Paese, fondata su un pretesto fittizio (la presenza di armi di distruzione di massa) è costata centinaia di migliaia di morti; eppure i Paesi invasori non hanno subito la benché minima sanzione ufficiale. L'ordine internazionale incarnato dal Consiglio di Sicurezza consacra il regno della forza, non del diritto.

Ma almeno stavolta, si dirà, si interviene in difesa dei principi, non degli interessi. Ne siamo proprio sicuri? La Francia ha continuato per molto tempo a sostenere le dittature al potere nei Paesi vicini, quali la Tunisia e l'Egitto. Scegliendo oggi di dare il suo appoggio agli insorti libici, Parigi spera di ripristinare il proprio prestigio. E al tempo stesso dà una dimostrazione dell'efficienza delle sue armi, ponendosi così in una posizione di forza nei futuri negoziati. Sul piano interno, condurre una guerra vittoriosa - e per di più in nome del Bene - serve sempre a risollevare la popolarità dei dirigenti. Considerazioni analoghe si possono fare nel caso degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Si insiste molto sulle dichiarazioni di sostegno (prima che avesse incominciato a cambiare parere) della Lega araba, le cui opinioni peraltro sono raramente tanto apprezzate in Occidente! A ben guardare, nel caso presente gli Stati che ne fanno parte hanno vari interessi in gioco. L'Arabia Saudita e i suoi alleati sono pronti a sostenere gli occidentali nel confronto con il rivale libico, dato che ciò consente loro di reprimere impunemente i movimenti di protesta all'interno dei propri confini. I sauditi, non proprio esemplari in fatto di istituzioni democratiche, hanno incoraggiato la repressione nello Yemen e sono già intervenuti militarmente nel Bahrein, scegliendo, in questi due Stati vicini, di "proteggere" i dirigenti contro la popolazione.

Il colonnello Gheddafi massacra la sua gente: non sarebbe giusto rallegrarsi di poterglielo impedire, quali che siano le giustificazioni addotte o i motivi reconditi di questa scelta? L'inconveniente sta però nel fatto che la guerra è un mezzo tanto potente da far dimenticare il proprio obiettivo. Solo nei videogiochi si possono distruggere gli armamenti senza toccare gli esseri umani; nelle guerre reali, neppure gli "interventi chirurgici" più precisi riescono ad evitare i "danni collaterali", cioè i morti, le sofferenze, le distruzioni. A questo punto ci si addentra in una serie di calcoli dall'esito incerto: senza l'intervento, le perdite umane e materiali sarebbero più o meno gravi? Davvero non esistevano altri modi per impedire il massacro della popolazione civile? Una volta incominciata, la guerra non rischia di procedere secondo la sua propria logica, anziché obbedire alla lettera della risoluzione iniziale? È il caso di incoraggiare la guerra civile nel Paese, o la sua spartizione? Non si rischia di compromettere lo slancio democratico della popolazione rendendola dipendente dagli ex Stati colonizzatori?

Non esistono guerre pulite né guerre giuste, ma solo guerre inevitabili, come lo è stata la seconda guerra mondiale combattuta dalle forze alleate. Non è però il caso dell'attuale conflitto armato. Prima di intonare inni alla gloria di quest'impresa, veramente migliore di tutte le altre, forse sarebbe bene meditare sulle lezioni che Goya trasse duecento anni fa da un'altra guerra combattuta in nome del Bene: quella dei reggimenti napoleonici che portavano i diritti umani agli spagnoli. I massacri commessi in nome della democrazia non addolciscono la vita più di quelli perpetrati per fedeltà a Dio o ad Allah, alla Guida o al Partito. L'esito è sempre lo stesso: I disastri della guerra.

(Traduzione di Elisabetta Horvat)

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di Tzetan Todorov, da Repubblica, 23 marzo 2011

L'intervento militare in Libia ha suscitato in Francia un coro di consensi, provenienti sia dai partiti rappresentati in Parlamento, come già per la guerra in Afghanistan, sia dai commentatori. Sentiamo dire che la Francia ha messo a segno un colpo da maestro. Il capo nemico è designato solo in termini superlativi: è diventato il demente, il pazzo, l'aguzzino, il tiranno sanguinario, o addirittura descritto, con riferimento alle sue origini, come «astuto beduino». Si fa scialo di eufemismi: anziché di uccidere a freddo si parla di «assumersi le proprie responsabilità»; non si raccomanda di limitare il numero dei cadaveri, bensì di procedere «senza eccesso di forze dirompenti». Per giustificare l'entrata in guerra si adducono paragoni azzardati: non intervenire equivarrebbe a ripetere gli errori commessi nel 1937 con la Spagna, nel 1938 a Monaco, nel 1994 in Ruanda…

Chi traccheggia è stigmatizzato. La Germania non è stata all'altezza, l'Europa ha dato prova di una sorprendente ritrosia, se non addirittura della sua abituale pusillanimità. I Paesi emergenti sono colpevoli di non voler correre rischi - come se a rischiare grosso fossero i guerrafondai della capitale francese!

È vero che a differenza della guerra in Iraq, l'intervento in Libia è stato approvato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Ma legalità è sinonimo di legittimità? Alla base della decisione si trova un concetto introdotto di recente: la responsabilità di proteggere la popolazione civile di un Paese dalle minacce provenienti dai suoi stessi dirigenti. Ora, dal momento in cui questa "protezione" non ha più il significato di assistenza umanitaria, ma quello dell'intervento militare di un altro Stato, non si vede cos'abbia di diverso dal "diritto d'ingerenza" che i Paesi occidentali si erano arrogati qualche anno fa.

Se ogni Stato potesse decidere di avere il diritto di intervenire sui suoi vicini per difendere una minoranza maltrattata, numerose guerre scoppierebbero all'istante. Basti pensare ai ceceni in Russia, ai tibetani in Cina, agli sciiti nei Paesi sunniti (e viceversa), ai palestinesi nei territori occupati da Israele… Certo, dovrebbero essere autorizzate dal Consiglio di Sicurezza. Il quale ultimo ha però una particolarità, che è al tempo stesso il suo peccato originale: i suoi membri permanenti dispongono di un diritto di veto su tutte le decisioni, e ciò li pone al disopra della legge che lo stesso Consiglio di Sicurezza dovrebbe incarnare: non potranno mai essere condannati, come non lo saranno i Paesi che scelgono di sostenere! E quel che è peggio, per sottrarsi al veto intervengono senza l'autorizzazione delle Nazioni Unite, come nel caso del Kosovo e in quello dell'Iraq. L'invasione armata di quest'ultimo Paese, fondata su un pretesto fittizio (la presenza di armi di distruzione di massa) è costata centinaia di migliaia di morti; eppure i Paesi invasori non hanno subito la benché minima sanzione ufficiale. L'ordine internazionale incarnato dal Consiglio di Sicurezza consacra il regno della forza, non del diritto.

Ma almeno stavolta, si dirà, si interviene in difesa dei principi, non degli interessi. Ne siamo proprio sicuri? La Francia ha continuato per molto tempo a sostenere le dittature al potere nei Paesi vicini, quali la Tunisia e l'Egitto. Scegliendo oggi di dare il suo appoggio agli insorti libici, Parigi spera di ripristinare il proprio prestigio. E al tempo stesso dà una dimostrazione dell'efficienza delle sue armi, ponendosi così in una posizione di forza nei futuri negoziati. Sul piano interno, condurre una guerra vittoriosa - e per di più in nome del Bene - serve sempre a risollevare la popolarità dei dirigenti. Considerazioni analoghe si possono fare nel caso degli Stati Uniti e della Gran Bretagna. Si insiste molto sulle dichiarazioni di sostegno (prima che avesse incominciato a cambiare parere) della Lega araba, le cui opinioni peraltro sono raramente tanto apprezzate in Occidente! A ben guardare, nel caso presente gli Stati che ne fanno parte hanno vari interessi in gioco. L'Arabia Saudita e i suoi alleati sono pronti a sostenere gli occidentali nel confronto con il rivale libico, dato che ciò consente loro di reprimere impunemente i movimenti di protesta all'interno dei propri confini. I sauditi, non proprio esemplari in fatto di istituzioni democratiche, hanno incoraggiato la repressione nello Yemen e sono già intervenuti militarmente nel Bahrein, scegliendo, in questi due Stati vicini, di "proteggere" i dirigenti contro la popolazione.

Il colonnello Gheddafi massacra la sua gente: non sarebbe giusto rallegrarsi di poterglielo impedire, quali che siano le giustificazioni addotte o i motivi reconditi di questa scelta? L'inconveniente sta però nel fatto che la guerra è un mezzo tanto potente da far dimenticare il proprio obiettivo. Solo nei videogiochi si possono distruggere gli armamenti senza toccare gli esseri umani; nelle guerre reali, neppure gli "interventi chirurgici" più precisi riescono ad evitare i "danni collaterali", cioè i morti, le sofferenze, le distruzioni. A questo punto ci si addentra in una serie di calcoli dall'esito incerto: senza l'intervento, le perdite umane e materiali sarebbero più o meno gravi? Davvero non esistevano altri modi per impedire il massacro della popolazione civile? Una volta incominciata, la guerra non rischia di procedere secondo la sua propria logica, anziché obbedire alla lettera della risoluzione iniziale? È il caso di incoraggiare la guerra civile nel Paese, o la sua spartizione? Non si rischia di compromettere lo slancio democratico della popolazione rendendola dipendente dagli ex Stati colonizzatori?

Non esistono guerre pulite né guerre giuste, ma solo guerre inevitabili, come lo è stata la seconda guerra mondiale combattuta dalle forze alleate. Non è però il caso dell'attuale conflitto armato. Prima di intonare inni alla gloria di quest'impresa, veramente migliore di tutte le altre, forse sarebbe bene meditare sulle lezioni che Goya trasse duecento anni fa da un'altra guerra combattuta in nome del Bene: quella dei reggimenti napoleonici che portavano i diritti umani agli spagnoli. I massacri commessi in nome della democrazia non addolciscono la vita più di quelli perpetrati per fedeltà a Dio o ad Allah, alla Guida o al Partito. L'esito è sempre lo stesso: I disastri della guerra.

(Traduzione di Elisabetta Horvat)

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mercoledì 23 marzo 2011

L'Occidente alla guerra delle tribù


di Massimo Introvigne


Chi sono i “ribelli” che l’Occidente è andato a sostenere in Libia? Il rischio è che non lo sappia nessuno. La versione corrente è che il Consiglio Nazionale Libico, che ha sede nella città orientale Bengasi, controllata dai ribelli – e che la Francia ha riconosciuto come governo provvisorio, seguita per ora solo dal Portogallo – rappresenti l’opposizione “democratica” al regime dittatoriale del colonnello Muhammar Gheddafi. Ma le cose sono molto più complicate.

Per farsi un’idea occorre dare uno sguardo alla composizione etnica della Libia. Il nome Libia viene da Libu, una tribù berbera di antichissima origine nota ai Greci, che qualche volta usavano “Libya” come sinonimo di quella che noi oggi chiamiamo Africa. Con l’invasione araba del Nordafrica nel secolo VII il termine fu quasi dimenticato. Fu risuscitato agli inizi del XX secolo dal geografo italiano – di famiglia cattolica ma d’idee garibaldine – Federico Minutilli (1846-1906), i cui lavori influirono sulla decisione del primo ministro italiano Giovanni Giolitti (1842-1928) di chiamare nel 1911 “Libia” le due province ottomane, Tripolitania e Cirenaica, che l’Italia aveva conquistato in una delle sue poche imprese coloniali. Nel 1927 il fascismo divise la colonia in due secondo la vecchia partizione ottomana – Tripolitania e Cirenaica – ma nel 1934 si tornò a una sola Libia, divisa in tre province la terza delle quali era il Fezzan, il deserto del Sud abitato dai tuareg. Dalla Libia colonia italiana si passò poi nel 1951 alla Libia indipendente.

Com’è spesso avvenuto nella storia del colonialismo, la Libia è dunque stata inventata a tavolino, in questo caso da Giolitti e dai suoi geografi, mettendo insieme due province ottomane di cultura diversa e che non erano mai state unite, e una vasta zona desertica meridionale dai confini piuttosto incerti e porosi – il che spiega perché sia sempre stata facilmente “infiltrata” da popolazioni africane provenienti da Sud, che oggi cercano di raggiungere le coste per emigrare illegalmente in Europa. Gli abitanti originari della Libia – prima dell’invasione araba – sono i berberi, che oggi rappresentano circa il 17% della popolazione e sono quasi tutti musulmani. I tuareg del deserto, sia pure con caratteristiche proprie, sono affini per caratteristiche etniche e linguistiche ai berberi, e sono in gran parte nomadi.

Gli arabi – che si sono talora mescolati con berberi arabizzati – costituiscono la maggioranza della popolazione, ma sono divisi in centoquaranta tribù, distinte in tre gruppi: tripolitane, cirenaiche e centrali. In Tripolitania la più grande tribù – un milione di persone – è quella Warfallah, che risulta dalla grande immigrazione araba promossa nell’XI secolo dai califfi Fatimidi – i quali volevano assicurare agli arabi la maggioranza demografica rispetto ai berberi –, ed è oggi divisa in cinquantadue sottotribù. Le tribù della Cirenaica risultano anch’esse in parte dal flusso migratorio dell’XI secolo. Benché gli etnologi non siano d’accordo fra loro né sulla sostanza né sulla terminologia, si parla di una confederazione Harabi che tiene insieme, non senza difficoltà, le tribù cirenaiche in una sorta di alleanza precaria. Un ruolo centrale in questa confederazione ha la tribù Obeidat, divisa in quindici sottotribù.

La Libia Centrale è un’area prevalentemente desertica che sta tra la Tripolitania e la Cirenaica e a rigore non appartiene a nessuna delle due regioni. Le sue tribù hanno spesso giocato un ruolo di ago della bilancia nei conflitti tribali regionali, ottenendo posizioni di potere sproporzionate ai loro numeri. I due gruppi principali sono la Magariha e la Qaddhafa. Da quest’ultima viene il cognome Qaddhafi o Gheddafi, il quale più che l’appartenenza a una famiglia indica dunque quella a una tribù.

Per una serie di ragioni, l’adesione all’islam almeno negli ultimi due secoli si è dimostrata più fervente in Cirenaica. Qui ha messo radici il movimento Senussi, insieme confraternita e movimento di risveglio islamico, fondato nel 1835 alla Mecca dall’algerino Sayyid Muhammad ibn Ali as-Senussi (1787–1860). I Senussi della Cirenaica furono l’anima della resistenza al colonialismo italiano e il quarto capo della confraternita, Sidi Muhammad Idris al-Mahdi al-Senussi (1889-1983) divenne, con l’appoggio inglese, prima Emiro della Cirenaica nel 1949, quindi re Idris I della Libia nel 1951. Fu deposto da Gheddafi nel 1969. È probabile che alcuni studiosi abbiano esagerato i legami dei Senussi con il tradizionalismo saudita e con il fondamentalismo islamico del XX secolo, ma questi legami esistono e si sono fatti più forti negli ultimi anni. Avversato da Gheddafi, il movimento Senussi continua a riunire un terzo dei libici e la maggioranza degli abitanti della Cirenaica, delle cui tribù Harabi costituisce l’autentico collante.

Il colpo di Stato di Gheddafi nel 1969 ha costituito una rivolta contro il potere in mano alle tribù della Cirenaica e ai Senussi, che esprimevano la classe dirigente della monarchia, delle tribù della Tripolitania, guidate dalla Warfallah, e della Libia centrale, cioè la Magariha e la Qaddhafa. Queste ultime, com’era avvenuto anche in passato, sono riuscite a far pesare il loro ruolo decisivo – con chi si schierano le tribù centrali è determinante per l’esito del conflitto fra Est e Ovest – e a diventare egemoniche.

Gheddafi, della tribù centrale Qaddhafa, divenne il padrone della Libia. Un esponente dell’altra principale tribù centrale, la Magariha, gradito però anche alla tribù occidentale Warfallah, Abdessalam Jalloud, diventò il numero due del regime e il primo ministro. Le tribù libiche, peraltro, non si fidano mai veramente le une delle altre, e Gheddafi si assicurò che solo i Qaddhafa controllassero l’aviazione. Questo gli permise più tardi, nel 1993, di reprimere il tentativo di colpo di Stato organizzato dalla Warfallah e dalla Magariha, che erano diventate insofferenti dell’egemonia sproporzionata di una tribù relativamente piccola come i Qaddhafa. Dopo l’episodio del 1993 Jalloud fu arrestato, e in seguito confinato per molti anni agli arresti domiciliari.

Negli anni 2000 la Magariha ha chiesto a Gheddafi d’intervenire per ottenere il rilascio di Abdelbaset Mohmed Ali al-Megrahi, un importante leader della tribù condannato all’ergastolo in Gran Bretagna per l’attentato terroristico di Lockerbie del 1988, l’esplosione a bordo di un aereo in volo tra Londra e New York che fece 270 morti. Nel 2009 Gheddafi ha ottenuto il rilascio di al-Megrahi – il cui “cognome” indica ancora una volta la tribù, la Magariha –, il che ha portato a una sorta di riconciliazione anche con Jalloud, che nel 2010 è ricomparso al fianco del colonnello.

In seguito al tentativo di colpo di Stato contro di lui del 1993, Gheddafi ha cercato contatti con i vecchi nemici della Cirenaica per bilanciare il potere delle tribù occidentali. Ha così via via incluso nel governo esponenti della confederazione Harabi, tra cui il ministro della Giustizia Mustafa Mohamed Abud Al Jeleil – secondo alcune fonti, membro della confraternita Senussi – e il ministro dell’Interno generale Abdul Fatah Younis, che appartiene all’importante tribù orientale Obeidat. I due si sono distinti nella feroce repressione degli oppositori del regime, ma la loro lealtà a Gheddafi – formalmente ribadita fino al febbraio 2011 – è sempre stata messa in dubbio, tanto profondo e antico è l’odio delle tribù orientali legate ai Senussi contro il colonnello e contro l’egemonia delle tribù occidentali e centrali.

Non sappiamo tutto del Consiglio Nazionale Libico di Bengasi che ha preso la guida della rivolta contro Gheddafi. Ma sappiamo che è principalmente espressione delle tribù orientali della Cirenaica, quelle legate al movimento Senussi e alla monarchia che ne era espressione, e più vicine anche al fondamentalismo islamico. Al Jeleil è il segretario del Consiglio Nazionale e Younis è il comandante militare. Per presentarsi come “nazionale” e non semplicemente espressione della Cirenaica il Consiglio di Bengasi ha reclutato qualche esponente della Warfallah – e tra i dimostranti contro Gheddafi si sono visti anche giovani della Magariha –, ma rimane dominato dalle tribù orientali della confederazione Harabi.

Poco si sa dell’orientamento delle minoranze berbere e tuareg, anche se negli ultimi giorni circolano voci del distacco di queste ultime – che si muovono da nomadi nel Sud della Libia, senza rispettare i confini nazionali, e hanno antichi legami con i servizi francesi – da Gheddafi, cui in passato si erano mostrate in maggioranza leali. Benché il colonnello abbia sangue berbero, i berberi non lo hanno mai amato perché ha sempre cercato di reprimere l’eredità e la cultura berbera a profitto di quella araba.

Non tutti i membri delle tribù orientali Harabi – e a rigore neppure tutti i Senussi – sono fondamentalisti. Ma, per la loro storia, si tratta delle realtà più vicine al fondamentalismo islamico, così che chi teme derive in questo senso della rivolta contro Gheddafi non ha torto. L’intrico tribale libico è comunque molto complesso. Ridurlo a uno scontro tra democrazia e dittatura, o fra buoni e cattivi, è ridicolo. A chiunque si entusiasmi per avventure militari in Libia occorre chiedere se sa veramente quale governo alternativo a Gheddafi sta andando ad aiutare a imporsi.


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di Massimo Introvigne


Chi sono i “ribelli” che l’Occidente è andato a sostenere in Libia? Il rischio è che non lo sappia nessuno. La versione corrente è che il Consiglio Nazionale Libico, che ha sede nella città orientale Bengasi, controllata dai ribelli – e che la Francia ha riconosciuto come governo provvisorio, seguita per ora solo dal Portogallo – rappresenti l’opposizione “democratica” al regime dittatoriale del colonnello Muhammar Gheddafi. Ma le cose sono molto più complicate.

Per farsi un’idea occorre dare uno sguardo alla composizione etnica della Libia. Il nome Libia viene da Libu, una tribù berbera di antichissima origine nota ai Greci, che qualche volta usavano “Libya” come sinonimo di quella che noi oggi chiamiamo Africa. Con l’invasione araba del Nordafrica nel secolo VII il termine fu quasi dimenticato. Fu risuscitato agli inizi del XX secolo dal geografo italiano – di famiglia cattolica ma d’idee garibaldine – Federico Minutilli (1846-1906), i cui lavori influirono sulla decisione del primo ministro italiano Giovanni Giolitti (1842-1928) di chiamare nel 1911 “Libia” le due province ottomane, Tripolitania e Cirenaica, che l’Italia aveva conquistato in una delle sue poche imprese coloniali. Nel 1927 il fascismo divise la colonia in due secondo la vecchia partizione ottomana – Tripolitania e Cirenaica – ma nel 1934 si tornò a una sola Libia, divisa in tre province la terza delle quali era il Fezzan, il deserto del Sud abitato dai tuareg. Dalla Libia colonia italiana si passò poi nel 1951 alla Libia indipendente.

Com’è spesso avvenuto nella storia del colonialismo, la Libia è dunque stata inventata a tavolino, in questo caso da Giolitti e dai suoi geografi, mettendo insieme due province ottomane di cultura diversa e che non erano mai state unite, e una vasta zona desertica meridionale dai confini piuttosto incerti e porosi – il che spiega perché sia sempre stata facilmente “infiltrata” da popolazioni africane provenienti da Sud, che oggi cercano di raggiungere le coste per emigrare illegalmente in Europa. Gli abitanti originari della Libia – prima dell’invasione araba – sono i berberi, che oggi rappresentano circa il 17% della popolazione e sono quasi tutti musulmani. I tuareg del deserto, sia pure con caratteristiche proprie, sono affini per caratteristiche etniche e linguistiche ai berberi, e sono in gran parte nomadi.

Gli arabi – che si sono talora mescolati con berberi arabizzati – costituiscono la maggioranza della popolazione, ma sono divisi in centoquaranta tribù, distinte in tre gruppi: tripolitane, cirenaiche e centrali. In Tripolitania la più grande tribù – un milione di persone – è quella Warfallah, che risulta dalla grande immigrazione araba promossa nell’XI secolo dai califfi Fatimidi – i quali volevano assicurare agli arabi la maggioranza demografica rispetto ai berberi –, ed è oggi divisa in cinquantadue sottotribù. Le tribù della Cirenaica risultano anch’esse in parte dal flusso migratorio dell’XI secolo. Benché gli etnologi non siano d’accordo fra loro né sulla sostanza né sulla terminologia, si parla di una confederazione Harabi che tiene insieme, non senza difficoltà, le tribù cirenaiche in una sorta di alleanza precaria. Un ruolo centrale in questa confederazione ha la tribù Obeidat, divisa in quindici sottotribù.

La Libia Centrale è un’area prevalentemente desertica che sta tra la Tripolitania e la Cirenaica e a rigore non appartiene a nessuna delle due regioni. Le sue tribù hanno spesso giocato un ruolo di ago della bilancia nei conflitti tribali regionali, ottenendo posizioni di potere sproporzionate ai loro numeri. I due gruppi principali sono la Magariha e la Qaddhafa. Da quest’ultima viene il cognome Qaddhafi o Gheddafi, il quale più che l’appartenenza a una famiglia indica dunque quella a una tribù.

Per una serie di ragioni, l’adesione all’islam almeno negli ultimi due secoli si è dimostrata più fervente in Cirenaica. Qui ha messo radici il movimento Senussi, insieme confraternita e movimento di risveglio islamico, fondato nel 1835 alla Mecca dall’algerino Sayyid Muhammad ibn Ali as-Senussi (1787–1860). I Senussi della Cirenaica furono l’anima della resistenza al colonialismo italiano e il quarto capo della confraternita, Sidi Muhammad Idris al-Mahdi al-Senussi (1889-1983) divenne, con l’appoggio inglese, prima Emiro della Cirenaica nel 1949, quindi re Idris I della Libia nel 1951. Fu deposto da Gheddafi nel 1969. È probabile che alcuni studiosi abbiano esagerato i legami dei Senussi con il tradizionalismo saudita e con il fondamentalismo islamico del XX secolo, ma questi legami esistono e si sono fatti più forti negli ultimi anni. Avversato da Gheddafi, il movimento Senussi continua a riunire un terzo dei libici e la maggioranza degli abitanti della Cirenaica, delle cui tribù Harabi costituisce l’autentico collante.

Il colpo di Stato di Gheddafi nel 1969 ha costituito una rivolta contro il potere in mano alle tribù della Cirenaica e ai Senussi, che esprimevano la classe dirigente della monarchia, delle tribù della Tripolitania, guidate dalla Warfallah, e della Libia centrale, cioè la Magariha e la Qaddhafa. Queste ultime, com’era avvenuto anche in passato, sono riuscite a far pesare il loro ruolo decisivo – con chi si schierano le tribù centrali è determinante per l’esito del conflitto fra Est e Ovest – e a diventare egemoniche.

Gheddafi, della tribù centrale Qaddhafa, divenne il padrone della Libia. Un esponente dell’altra principale tribù centrale, la Magariha, gradito però anche alla tribù occidentale Warfallah, Abdessalam Jalloud, diventò il numero due del regime e il primo ministro. Le tribù libiche, peraltro, non si fidano mai veramente le une delle altre, e Gheddafi si assicurò che solo i Qaddhafa controllassero l’aviazione. Questo gli permise più tardi, nel 1993, di reprimere il tentativo di colpo di Stato organizzato dalla Warfallah e dalla Magariha, che erano diventate insofferenti dell’egemonia sproporzionata di una tribù relativamente piccola come i Qaddhafa. Dopo l’episodio del 1993 Jalloud fu arrestato, e in seguito confinato per molti anni agli arresti domiciliari.

Negli anni 2000 la Magariha ha chiesto a Gheddafi d’intervenire per ottenere il rilascio di Abdelbaset Mohmed Ali al-Megrahi, un importante leader della tribù condannato all’ergastolo in Gran Bretagna per l’attentato terroristico di Lockerbie del 1988, l’esplosione a bordo di un aereo in volo tra Londra e New York che fece 270 morti. Nel 2009 Gheddafi ha ottenuto il rilascio di al-Megrahi – il cui “cognome” indica ancora una volta la tribù, la Magariha –, il che ha portato a una sorta di riconciliazione anche con Jalloud, che nel 2010 è ricomparso al fianco del colonnello.

In seguito al tentativo di colpo di Stato contro di lui del 1993, Gheddafi ha cercato contatti con i vecchi nemici della Cirenaica per bilanciare il potere delle tribù occidentali. Ha così via via incluso nel governo esponenti della confederazione Harabi, tra cui il ministro della Giustizia Mustafa Mohamed Abud Al Jeleil – secondo alcune fonti, membro della confraternita Senussi – e il ministro dell’Interno generale Abdul Fatah Younis, che appartiene all’importante tribù orientale Obeidat. I due si sono distinti nella feroce repressione degli oppositori del regime, ma la loro lealtà a Gheddafi – formalmente ribadita fino al febbraio 2011 – è sempre stata messa in dubbio, tanto profondo e antico è l’odio delle tribù orientali legate ai Senussi contro il colonnello e contro l’egemonia delle tribù occidentali e centrali.

Non sappiamo tutto del Consiglio Nazionale Libico di Bengasi che ha preso la guida della rivolta contro Gheddafi. Ma sappiamo che è principalmente espressione delle tribù orientali della Cirenaica, quelle legate al movimento Senussi e alla monarchia che ne era espressione, e più vicine anche al fondamentalismo islamico. Al Jeleil è il segretario del Consiglio Nazionale e Younis è il comandante militare. Per presentarsi come “nazionale” e non semplicemente espressione della Cirenaica il Consiglio di Bengasi ha reclutato qualche esponente della Warfallah – e tra i dimostranti contro Gheddafi si sono visti anche giovani della Magariha –, ma rimane dominato dalle tribù orientali della confederazione Harabi.

Poco si sa dell’orientamento delle minoranze berbere e tuareg, anche se negli ultimi giorni circolano voci del distacco di queste ultime – che si muovono da nomadi nel Sud della Libia, senza rispettare i confini nazionali, e hanno antichi legami con i servizi francesi – da Gheddafi, cui in passato si erano mostrate in maggioranza leali. Benché il colonnello abbia sangue berbero, i berberi non lo hanno mai amato perché ha sempre cercato di reprimere l’eredità e la cultura berbera a profitto di quella araba.

Non tutti i membri delle tribù orientali Harabi – e a rigore neppure tutti i Senussi – sono fondamentalisti. Ma, per la loro storia, si tratta delle realtà più vicine al fondamentalismo islamico, così che chi teme derive in questo senso della rivolta contro Gheddafi non ha torto. L’intrico tribale libico è comunque molto complesso. Ridurlo a uno scontro tra democrazia e dittatura, o fra buoni e cattivi, è ridicolo. A chiunque si entusiasmi per avventure militari in Libia occorre chiedere se sa veramente quale governo alternativo a Gheddafi sta andando ad aiutare a imporsi.


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