venerdì 25 febbraio 2011

17 marzo 2011

marzo_diciassette.jpg

Festeggiare i 150 anni dell'Unità d'Italia il giorno 17 non mi sembra una buona idea. Vuol dire cercarsela. C'è gente che in quel giorno non prende decisioni, non fa acquisti, non esce neppure di casa, non si sposa, non parte. In alcuni edifici si passa dal 16esimo piano direttamente al 18esimo. Ci manca solo il gatto nero al centro del tricolore. Il 17 marzo è un giorno da prendere con le pinze.
180: Commodo diventa imperatore di Roma, il suo regno riscosse un tale successo che il Senato ed il popolo vollero che, alla morte, il cadavere fosse trascinato con un uncino e precipitato nel Tevere.
642: Prima vittoria in battaglia di Maometto a Badr che precede il dilagare dell'Islam in tutto il Mediterraneo e in Spagna
1942: Nel campo di concentramento nazista di Bergen-Belsen entra in funzione il primo campo di concentramento nazista, seguiranno altri con milioni di morti
1959: Tenzin Gyatso, il 14º Dalai Lama, deve fuggire dal Tibet
1981: Trovata la lista degli appartenenti alla P2 di Licio Gelli
1989: A Pavia, crolla la Torre civica dopo 800 anni, quattro morti e quindici feriti.

Mi si obietterà che non si poteva fare altrimenti perché proprio il 17 marzo Vittorio Emanuele II di Savoia veniva proclamato a Torino re d'Italia. Forse era meglio cambiare data con una più degna, il 2 giugno 1946, nascita della Repubblica Italiana, per esempio. Il 17 marzo 1861 si celebrò l'annessione al Regno di Sardegna di una parte d'Italia, non c'erano Roma e parte del Triveneto. Si celebrò la perdita di Nizza e Savoia, certamente più italiane del Sud Tirolo austriaco che occupammo in seguito. Si celebrò il massacro, che assunse le dimensioni di un genocidio, delle popolazioni del Sud. Insomma cosa c'è da celebrare? Nel 1861 non fu celebrata la nascita di uno Stato, ma l'estensione del dominio dei Savoia sul resto dell'Italia. L'articolo approvato dal Parlamento di Torino riportò infatti: "Vittorio Emanuele II assume per sé e per i suoi successori il titolo di re d'Italia". In Piemonte non si parlava l'italiano, ma il francese. Un mondo a parte rispetto al resto della Penisola.
L'Italia arriva ai suoi 150 anni sfiancata, sfinita di corruzione e di mafie, divisa su tutto, con un partito secessionista al Governo, con il Parlamento ridotto a un suk, un presidente del Consiglio impresentabile. Il presente è figlio del nostro passato, molto poco glorioso,mai messo in discussione insieme ai suoi cosiddetti padri della Patria.
Il 17 facciamo pure festa, in fondo è l'inizio di un lungo fine settimana di primavera, un super ponte di quattro giorni, ma subito dopo osserviamo un minuto di silenzio.

Ps: Il 17 succede di tutto. Mi era sfuggito il 17 febbraio "Giornata della collera libica", segnalato da mavalà. Segnalate tutti i 17 che conoscete.


Fonte:Beppe Grillo Blog


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marzo_diciassette.jpg

Festeggiare i 150 anni dell'Unità d'Italia il giorno 17 non mi sembra una buona idea. Vuol dire cercarsela. C'è gente che in quel giorno non prende decisioni, non fa acquisti, non esce neppure di casa, non si sposa, non parte. In alcuni edifici si passa dal 16esimo piano direttamente al 18esimo. Ci manca solo il gatto nero al centro del tricolore. Il 17 marzo è un giorno da prendere con le pinze.
180: Commodo diventa imperatore di Roma, il suo regno riscosse un tale successo che il Senato ed il popolo vollero che, alla morte, il cadavere fosse trascinato con un uncino e precipitato nel Tevere.
642: Prima vittoria in battaglia di Maometto a Badr che precede il dilagare dell'Islam in tutto il Mediterraneo e in Spagna
1942: Nel campo di concentramento nazista di Bergen-Belsen entra in funzione il primo campo di concentramento nazista, seguiranno altri con milioni di morti
1959: Tenzin Gyatso, il 14º Dalai Lama, deve fuggire dal Tibet
1981: Trovata la lista degli appartenenti alla P2 di Licio Gelli
1989: A Pavia, crolla la Torre civica dopo 800 anni, quattro morti e quindici feriti.

Mi si obietterà che non si poteva fare altrimenti perché proprio il 17 marzo Vittorio Emanuele II di Savoia veniva proclamato a Torino re d'Italia. Forse era meglio cambiare data con una più degna, il 2 giugno 1946, nascita della Repubblica Italiana, per esempio. Il 17 marzo 1861 si celebrò l'annessione al Regno di Sardegna di una parte d'Italia, non c'erano Roma e parte del Triveneto. Si celebrò la perdita di Nizza e Savoia, certamente più italiane del Sud Tirolo austriaco che occupammo in seguito. Si celebrò il massacro, che assunse le dimensioni di un genocidio, delle popolazioni del Sud. Insomma cosa c'è da celebrare? Nel 1861 non fu celebrata la nascita di uno Stato, ma l'estensione del dominio dei Savoia sul resto dell'Italia. L'articolo approvato dal Parlamento di Torino riportò infatti: "Vittorio Emanuele II assume per sé e per i suoi successori il titolo di re d'Italia". In Piemonte non si parlava l'italiano, ma il francese. Un mondo a parte rispetto al resto della Penisola.
L'Italia arriva ai suoi 150 anni sfiancata, sfinita di corruzione e di mafie, divisa su tutto, con un partito secessionista al Governo, con il Parlamento ridotto a un suk, un presidente del Consiglio impresentabile. Il presente è figlio del nostro passato, molto poco glorioso,mai messo in discussione insieme ai suoi cosiddetti padri della Patria.
Il 17 facciamo pure festa, in fondo è l'inizio di un lungo fine settimana di primavera, un super ponte di quattro giorni, ma subito dopo osserviamo un minuto di silenzio.

Ps: Il 17 succede di tutto. Mi era sfuggito il 17 febbraio "Giornata della collera libica", segnalato da mavalà. Segnalate tutti i 17 che conoscete.


Fonte:Beppe Grillo Blog


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Non ci resta che volare

vista Catania - Areo

di Antonio Schembri(Il sistema aeroportuale meridionale si è sviluppato grazie ai fondi della UE).

Senza treni e senza autostrade il Mezzogiorno ha puntato tutto sugli aeroporti. Con ottimi risultati. All’orizzonte una sinergia tra le principali aerostazioni, mentre in Sicilia si allungano i tempi per Comiso che non riuscirà a decollare per l’estate.

Per sviluppare il sistema aeroportuale del Sud, non serve affatto costruire nuovi scali: quelli che esistono coprono già abbondantemente il traffico aereo sull’intera macroaerea e in molti di questi l’esubero del personale ha già oltrepassato i limiti di guardia. Urge, invece, accelerare la progettazione dei sistemi intermodali, per coniugare il trasporto aereo con quello ferroviario e automobilistico”. Lo afferma con decisione Vito Riggio, presidente dell’Enac, l’autorità che certifica e controlla l’aviazione civile in Italia. Negli ultimi 10 anni, tutti gli scali del Sud hanno fatto registrare un movimento di passeggeri in netta crescita. Un riscontro alimentato dalle compagnie low cost, ma, dice Riggio, “legato essenzialmente alle carenze infrastrutturali degli altri sistemi di trasporto”.

La necessità di adeguare aerostazioni, piste e zone di sosta degli aeromobili alle nuove esigenze di traffico ha trasformato le aree di molti aeroporti meridionali in contenitori di cantieri aperti. Alcuni di questi procedono a passo molto lento, anche per via della ancora indefinita assegnazione delle risorse Fas alle regioni e dei ritardi delle stesse nel programmare l’accesso ai finanziamenti europei. Tra gli esempi di maggior criticità, quelli degli aeroporti di Reggio Calabria e Crotone, e lo scalo di Grottaglie, a Taranto, dove la vera realtà produttiva è ormai il gruppo Alenia Aeronautica, che dopo esservisi insediato 10 anni fa e avere avviato nel 2006 una partnership con la Boeing, costruisce le fusoliere del nuovo ‘jumbo’ 787.

Nei 4 aeroporti pugliesi (Bari, Brindisi, Foggia e Taranto), gestiti dalla società Aeroporti di Puglia, dal 2002 al 2010 gli investimenti per opere di ampliamento e ammodernamento sono ammontati a circa 500 milioni di euro. Nell’ultimo anno il traffico passeggeri di questo sistema aeroportuale (escluso quello da e per Taranto, ancora molto scarso) ha fatto segnare la migliore performance di tutto il Sud, con un movimento di oltre 5 milioni di passeggeri, circa il 28% in più rispetto all’anno precedente.

Per quanto riguarda Napoli, il piano di sviluppo dell’aeroporto internazionale di Capodichino, dove il traffico è aumentato del 5% su base annua, ha comportato dal 1998 al 2010 un investimento complessivo di 215 milioni, di cui 124 finanziati direttamente dalla società di gestione (la Gesac). Sotto il profilo degli investimenti strutturali, nel sistema aeroportuale del Mezzogiorno la Sicilia rimane il maggior centro d’attenzione. Mentre l’aeroporto di Catania è stato rinnovato per intero, nell’aerostazione di Palermo, a Punta Raisi, si contano ancora decine di cantieri al lavoro.

Secondo le indicazioni della Gesap, per il ‘Falcone e Borsellino’, il cui movimento passeggeri dell’ultimo anno ha pressoché replicato i numeri del 2009, gli investimenti da realizzare entro il prossimo quadriennio ammontano a 160 milioni di euro. La società di getione dello scalo palermitano finanzierà opere per oltre 69 milioni, di cui oltre 33 solo per il 2011, mentre le altre risorse verranno attinte a altre fonti di finanziamento pubblico. Nell’Isola, il nodo principale resta comunque il nuovo scalo di Comiso. Per il ‘Vincenzo Magliocco’, convertito al traffico civile con un investimento di 53 milioni di euro, i collaudi sono ormai alle fasi finali, mentre i contatti con le compagnie aeree sono avviati già da tempo: dalla Ryanair a Wind Jet, a Air Malta.

Ciò che non è ancora formalmente risolto, è il problema dei costi di gestione della navigazione aerea, valutati in almeno 3 milioni di euro all’anno.
Le titubanze del ministro dell’economia Tremonti nel firmare il decreto di assegnazione all’Enavdella gestione di queste spese, sono legate al fatto che il sedime aeroportuale non appartiene allo Stato ma al comune di Comiso, titolare del 35% del capitale della Soaco, la società di gestione dell’aeroporto controllata dalla holding catanese Intersac, la cui proprietà è a sua volta suddivisa tra la Sac, società di gestione dell’aeroporto etneo di Fontanarossa e la Ies, società del gruppo editoriale Ciancio.

Ma, anche se il decreto arrivasse nei prossimi giorni, “è ormai impossibile sotto il profilo tecnico attivare lo scalo entro questa estate, ultimo tra i tanti termini annunciati negli ultimi 3 anni – avverte Gianni Gulino, rappresentante della Camera di Commercio di Ragusa e vicepresidente della Sac. – “I tempi di programmazione dei voli da parte delle compagnie aeree, infatti, non sarebbero inferiori ai 7-8 mesi”. Sempre che non si verifichino ricorsi alle gare d’appalto o ai concorsi per assumere il personale dell’aerostazione.

La questione Comiso, sostiene Riggio, “conferma che, quando si tratta di opere complesse come gli aeroporti, i comuni, così come tutti altri gli enti territoriali, non dovrebbero giocare il ruolo di stazioni appaltanti, per poi, come è accaduto anche per lo scalo ibleo, aggiudicare i lavori con ribassi d’asta clamorosi”. Stop quindi alla logica dei localismi e delle clientele, che, conclude Riggio “si eviterebbe se si assegnasse la gestione di tutte le fasi di costruzione e gestione degli aeroporti a società per azioni specializzate nel settore aeronautico”.

Fonte:Sudmagazine

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vista Catania - Areo

di Antonio Schembri(Il sistema aeroportuale meridionale si è sviluppato grazie ai fondi della UE).

Senza treni e senza autostrade il Mezzogiorno ha puntato tutto sugli aeroporti. Con ottimi risultati. All’orizzonte una sinergia tra le principali aerostazioni, mentre in Sicilia si allungano i tempi per Comiso che non riuscirà a decollare per l’estate.

Per sviluppare il sistema aeroportuale del Sud, non serve affatto costruire nuovi scali: quelli che esistono coprono già abbondantemente il traffico aereo sull’intera macroaerea e in molti di questi l’esubero del personale ha già oltrepassato i limiti di guardia. Urge, invece, accelerare la progettazione dei sistemi intermodali, per coniugare il trasporto aereo con quello ferroviario e automobilistico”. Lo afferma con decisione Vito Riggio, presidente dell’Enac, l’autorità che certifica e controlla l’aviazione civile in Italia. Negli ultimi 10 anni, tutti gli scali del Sud hanno fatto registrare un movimento di passeggeri in netta crescita. Un riscontro alimentato dalle compagnie low cost, ma, dice Riggio, “legato essenzialmente alle carenze infrastrutturali degli altri sistemi di trasporto”.

La necessità di adeguare aerostazioni, piste e zone di sosta degli aeromobili alle nuove esigenze di traffico ha trasformato le aree di molti aeroporti meridionali in contenitori di cantieri aperti. Alcuni di questi procedono a passo molto lento, anche per via della ancora indefinita assegnazione delle risorse Fas alle regioni e dei ritardi delle stesse nel programmare l’accesso ai finanziamenti europei. Tra gli esempi di maggior criticità, quelli degli aeroporti di Reggio Calabria e Crotone, e lo scalo di Grottaglie, a Taranto, dove la vera realtà produttiva è ormai il gruppo Alenia Aeronautica, che dopo esservisi insediato 10 anni fa e avere avviato nel 2006 una partnership con la Boeing, costruisce le fusoliere del nuovo ‘jumbo’ 787.

Nei 4 aeroporti pugliesi (Bari, Brindisi, Foggia e Taranto), gestiti dalla società Aeroporti di Puglia, dal 2002 al 2010 gli investimenti per opere di ampliamento e ammodernamento sono ammontati a circa 500 milioni di euro. Nell’ultimo anno il traffico passeggeri di questo sistema aeroportuale (escluso quello da e per Taranto, ancora molto scarso) ha fatto segnare la migliore performance di tutto il Sud, con un movimento di oltre 5 milioni di passeggeri, circa il 28% in più rispetto all’anno precedente.

Per quanto riguarda Napoli, il piano di sviluppo dell’aeroporto internazionale di Capodichino, dove il traffico è aumentato del 5% su base annua, ha comportato dal 1998 al 2010 un investimento complessivo di 215 milioni, di cui 124 finanziati direttamente dalla società di gestione (la Gesac). Sotto il profilo degli investimenti strutturali, nel sistema aeroportuale del Mezzogiorno la Sicilia rimane il maggior centro d’attenzione. Mentre l’aeroporto di Catania è stato rinnovato per intero, nell’aerostazione di Palermo, a Punta Raisi, si contano ancora decine di cantieri al lavoro.

Secondo le indicazioni della Gesap, per il ‘Falcone e Borsellino’, il cui movimento passeggeri dell’ultimo anno ha pressoché replicato i numeri del 2009, gli investimenti da realizzare entro il prossimo quadriennio ammontano a 160 milioni di euro. La società di getione dello scalo palermitano finanzierà opere per oltre 69 milioni, di cui oltre 33 solo per il 2011, mentre le altre risorse verranno attinte a altre fonti di finanziamento pubblico. Nell’Isola, il nodo principale resta comunque il nuovo scalo di Comiso. Per il ‘Vincenzo Magliocco’, convertito al traffico civile con un investimento di 53 milioni di euro, i collaudi sono ormai alle fasi finali, mentre i contatti con le compagnie aeree sono avviati già da tempo: dalla Ryanair a Wind Jet, a Air Malta.

Ciò che non è ancora formalmente risolto, è il problema dei costi di gestione della navigazione aerea, valutati in almeno 3 milioni di euro all’anno.
Le titubanze del ministro dell’economia Tremonti nel firmare il decreto di assegnazione all’Enavdella gestione di queste spese, sono legate al fatto che il sedime aeroportuale non appartiene allo Stato ma al comune di Comiso, titolare del 35% del capitale della Soaco, la società di gestione dell’aeroporto controllata dalla holding catanese Intersac, la cui proprietà è a sua volta suddivisa tra la Sac, società di gestione dell’aeroporto etneo di Fontanarossa e la Ies, società del gruppo editoriale Ciancio.

Ma, anche se il decreto arrivasse nei prossimi giorni, “è ormai impossibile sotto il profilo tecnico attivare lo scalo entro questa estate, ultimo tra i tanti termini annunciati negli ultimi 3 anni – avverte Gianni Gulino, rappresentante della Camera di Commercio di Ragusa e vicepresidente della Sac. – “I tempi di programmazione dei voli da parte delle compagnie aeree, infatti, non sarebbero inferiori ai 7-8 mesi”. Sempre che non si verifichino ricorsi alle gare d’appalto o ai concorsi per assumere il personale dell’aerostazione.

La questione Comiso, sostiene Riggio, “conferma che, quando si tratta di opere complesse come gli aeroporti, i comuni, così come tutti altri gli enti territoriali, non dovrebbero giocare il ruolo di stazioni appaltanti, per poi, come è accaduto anche per lo scalo ibleo, aggiudicare i lavori con ribassi d’asta clamorosi”. Stop quindi alla logica dei localismi e delle clientele, che, conclude Riggio “si eviterebbe se si assegnasse la gestione di tutte le fasi di costruzione e gestione degli aeroporti a società per azioni specializzate nel settore aeronautico”.

Fonte:Sudmagazine

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SABATO 26 FEBBRAIO 2011 RIUNIONE DEL PARTITO DEL SUD ( SEZ. DI PARMA) A FIDENZA (PR)




A Fidenza (PR) Sabato 26 febbraio 2011 alle ore 15,00 nella sala del bar carlitos art & coffe - via berenini 76
, si terrà un'incontro fra militanti e simpatizzanti del Partito del Sud alla presenza del referente per la provincia di Parma Domenico Maione.

All'incontro, che ha lo scopo di approfondire fra i presenti le tematiche neomeridionaliste, sarà presente il Coordinatore Nord Italia del Partito del Sud Natale Cuccurese.
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A Fidenza (PR) Sabato 26 febbraio 2011 alle ore 15,00 nella sala del bar carlitos art & coffe - via berenini 76
, si terrà un'incontro fra militanti e simpatizzanti del Partito del Sud alla presenza del referente per la provincia di Parma Domenico Maione.

All'incontro, che ha lo scopo di approfondire fra i presenti le tematiche neomeridionaliste, sarà presente il Coordinatore Nord Italia del Partito del Sud Natale Cuccurese.

Angelo Manna - "Il Tormentone"1979 -Lezione di geografia


http://www.youtube.com/watch?v=wSX4Br6XBO0&feature=player_embedded

Audio tratto da una puntata della trasmissione "Il Tormentone" 1979.

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http://www.youtube.com/watch?v=wSX4Br6XBO0&feature=player_embedded

Audio tratto da una puntata della trasmissione "Il Tormentone" 1979.

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L’Italia sta perdendo la sua colonia più preziosa


Provate a mettere in fila quattro fatti datati 23 febbraio 2011.

1) Il Giornale, quotidiano vicino al governo italiano, scrive: “Ma andiamo, è dai tempi di Mattei che l’Eni – per fortuna, aggiungerò – si procura risorse da Paesi in prevalenza retti da regimi autoritari. Sarà pure cinismo, ma esiste un rapporto di simmetria tra le enormi risorse naturali e le forme di governo semplificate all’eccesso”. (Si consiglia ai lettori di annotarsi l’espressione“forme di governo semplificate all’eccesso”).

2) Il ministro degli Esteri Franco Frattini dichiara al Corriere della Sera: “Il problema della Libia è che a parte Gheddafi non conosciamo niente altro. (…) In Libia, in Cirenaica, come è noto, ci sono le tribù: noi non abbiamo idea di chi siano quelli delle tribù”. Poi aggiunge: “Sappiamo cosa ci aspetta quando verrà giù il sistema Paese Libia: un’ondata anomala di 2-300 mila emigrati.

3) Su Libero, altro giornale di tendenza filo-governativa, Magdi Allam scrive a proposito dei dittatori arabi: “Abbiamo accettato di tutto e di più pur di ottenere in cambio la garanzia delle forniture del petrolio e del gas, del deposito nelle nostre banche dei fondi sovrani (…) dell’ingresso dei loro capitali nelle nostre aziende in difficoltà”.

4) Il presidente della Pirelli Marco Tronchetti Provera si dimette (senza dire perché) dall’advisory board (il comitato di consulenza) della Libyan Investment Authority, il braccio finanziario di Gheddafi che detiene partecipazioni in società occidentali per circa 70 miliardi di dollari (fanno spicco la quota di maggioranza relativa di Unicredit, prima banca italiana, e ricchi pacchetti in Eni e Finmeccanica, ma anche nella Juventus e nel Financial Times).

Adesso leggete questi quattro elementi alla luce di alcune cifre.

Nel 2010 il prodotto interno lordo della Libia è stimato di circa 70 miliardi di dollari, circa un trentesimo di quello dell’Italia, che ha 60 milioni di abitanti contro 6: quindi il prodotto interno lordo pro-capite della Libia è circa un terzo di quello dell’Italia.

La Libia vende all’Italia (e non solo) petrolio e gas. Gheddafi non ha mai smesso di farlo, neppure agli albori della sua rivoluzione: mandò via gli italiani da Tripoli ma non l’Eni dai suoi pozzi. Negli anni 2007, 2008 e 2009 il regime di Gheddafi ha accumulato un avanzo commerciale con l’Italia di35 miliardi di dollari. Che cosa ha fatto di tutti quei soldi? Non li ha usati per far stare meglio i sudditi, visto come sono arrabbiati con lui. Invece li ha riportati in Occidente, per esempio li ha usati, in parte, per aiutare la famiglia Agnelli a tenere in piedi la Juventus (non c’è bisogno di conoscere le tribù della Cirenaica per immaginare quanto abbiano gradito, a meno che un giorno Frattini non scopra tribù juventine in qualche oasi libica).

Da quanto sopra esposto si deduce un’ipotesi di modello neocoloniale: il tiranno garantisce all’Occidente le forniture di petrolio, che risultano un po’ care da un po’ di tempo in qua, ma risolve il problema restituendo con la mano sinistra i miliardi di dollari che prende con la destra. Investe nelle aziende occidentali, sempre affamate di capitali (soprattutto in Italia) e compra armi dalle nostre fabbriche specializzate. Le armi gli servono a tenere sotto scacco il suo popolo, e a impedire per esempio che vengano in massa in Italia a cercare di riprendersi quei 35 miliardi di dollari di cui sopra.

Conclusione. La preoccupazione del governo italiano e di quasi tutti gli altri partiti di maggioranza e di opposizione, può avere una spiegazione sintetica. Stiamo perdendo la nostra colonia più preziosa.


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Provate a mettere in fila quattro fatti datati 23 febbraio 2011.

1) Il Giornale, quotidiano vicino al governo italiano, scrive: “Ma andiamo, è dai tempi di Mattei che l’Eni – per fortuna, aggiungerò – si procura risorse da Paesi in prevalenza retti da regimi autoritari. Sarà pure cinismo, ma esiste un rapporto di simmetria tra le enormi risorse naturali e le forme di governo semplificate all’eccesso”. (Si consiglia ai lettori di annotarsi l’espressione“forme di governo semplificate all’eccesso”).

2) Il ministro degli Esteri Franco Frattini dichiara al Corriere della Sera: “Il problema della Libia è che a parte Gheddafi non conosciamo niente altro. (…) In Libia, in Cirenaica, come è noto, ci sono le tribù: noi non abbiamo idea di chi siano quelli delle tribù”. Poi aggiunge: “Sappiamo cosa ci aspetta quando verrà giù il sistema Paese Libia: un’ondata anomala di 2-300 mila emigrati.

3) Su Libero, altro giornale di tendenza filo-governativa, Magdi Allam scrive a proposito dei dittatori arabi: “Abbiamo accettato di tutto e di più pur di ottenere in cambio la garanzia delle forniture del petrolio e del gas, del deposito nelle nostre banche dei fondi sovrani (…) dell’ingresso dei loro capitali nelle nostre aziende in difficoltà”.

4) Il presidente della Pirelli Marco Tronchetti Provera si dimette (senza dire perché) dall’advisory board (il comitato di consulenza) della Libyan Investment Authority, il braccio finanziario di Gheddafi che detiene partecipazioni in società occidentali per circa 70 miliardi di dollari (fanno spicco la quota di maggioranza relativa di Unicredit, prima banca italiana, e ricchi pacchetti in Eni e Finmeccanica, ma anche nella Juventus e nel Financial Times).

Adesso leggete questi quattro elementi alla luce di alcune cifre.

Nel 2010 il prodotto interno lordo della Libia è stimato di circa 70 miliardi di dollari, circa un trentesimo di quello dell’Italia, che ha 60 milioni di abitanti contro 6: quindi il prodotto interno lordo pro-capite della Libia è circa un terzo di quello dell’Italia.

La Libia vende all’Italia (e non solo) petrolio e gas. Gheddafi non ha mai smesso di farlo, neppure agli albori della sua rivoluzione: mandò via gli italiani da Tripoli ma non l’Eni dai suoi pozzi. Negli anni 2007, 2008 e 2009 il regime di Gheddafi ha accumulato un avanzo commerciale con l’Italia di35 miliardi di dollari. Che cosa ha fatto di tutti quei soldi? Non li ha usati per far stare meglio i sudditi, visto come sono arrabbiati con lui. Invece li ha riportati in Occidente, per esempio li ha usati, in parte, per aiutare la famiglia Agnelli a tenere in piedi la Juventus (non c’è bisogno di conoscere le tribù della Cirenaica per immaginare quanto abbiano gradito, a meno che un giorno Frattini non scopra tribù juventine in qualche oasi libica).

Da quanto sopra esposto si deduce un’ipotesi di modello neocoloniale: il tiranno garantisce all’Occidente le forniture di petrolio, che risultano un po’ care da un po’ di tempo in qua, ma risolve il problema restituendo con la mano sinistra i miliardi di dollari che prende con la destra. Investe nelle aziende occidentali, sempre affamate di capitali (soprattutto in Italia) e compra armi dalle nostre fabbriche specializzate. Le armi gli servono a tenere sotto scacco il suo popolo, e a impedire per esempio che vengano in massa in Italia a cercare di riprendersi quei 35 miliardi di dollari di cui sopra.

Conclusione. La preoccupazione del governo italiano e di quasi tutti gli altri partiti di maggioranza e di opposizione, può avere una spiegazione sintetica. Stiamo perdendo la nostra colonia più preziosa.


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giovedì 24 febbraio 2011

Vittorio Emanuele replica: “Avete montato le immagini”. Ma non ha visto l’integrale




“Quanto pubblicato da Il Fatto Quotidiano in prima pagina relativo ad un video da cui emergerebbero fatti nuovi rispetto al tragico evento che portò alla dolorosa scomparsa del giovane Dirk Hamer risulta essere un maldestro tentativo di voler ancora una volta colpire un cittadino, strumentalizzando fatti già da anni chiariti. Fatti parte di un’inchiesta del 2006 promossa dal PM Woodcock risolta con la mia totale assoluzione perché il fatto non sussiste”. Il commento a caldo di Vittorio Emanuele di Savoia allo scoop del Fatto non tiene conto di una cosa fondamentale: il video che lo incastra è pubblicato sul nostro sito in due versioni. Una integrale e una tagliata per mostrare solo i punti salienti. Nella sua difesa, il principe tenta invece di discolparsi facendo riferimento al video “montato ad arte”. Evidentemente non si è rivisto nella versione integrale, che inseriamo anche in coda a questo articolo. Ma ecco le parole di Vittorio Emanuele: “Desidero far notare – si legge in una nota – come le frasi siano sconnesse tra loro con lunghe parti di parole incomprensibili o di pause che rendono impossibile il collegamento dei vari spezzoni con cui si vorrebbe accreditare la tesi dell’ammissione di colpa. E’ stato artificialmente montato con ben sette spezzoni diversi per tentare di dare senso compiuto alle frasi pronunciate. Tutto già più volte pubblicato nel 2006 da numerosi quotidiani e puntualmente chiarito anche negli atti processuali”. Secondo Vittorio Emanuele di Savoia, si tratta di “un metodo giornalistico ad orologeria che già da tempo viene utilizzato per infangare le persone che non sono, per così dire, in linea con i desideri di una certa stampa e che regolarmente si trasforma in una bolla di sapone con una scia pesante e dolora per la vittima di questa pratica oggi usata da “Il Fatto Quotidiano”.

Quanto al video diffuso oggi, Vittorio Emanuele sottolinea che “l“esame del testo delle conversazioni relative al video, riportate dai brogliacci della Polizia Giudiziaria, già da tempo a disposizione, non aggiungono una virgola a quanto già noto e da tempo rappresentato. Anzi, fanno emergere l’evidente stato di difficoltà in cui versavo a causa del mio traumatico arresto e per la situazione incomprensibile in cui mi trovavo. Aggiungo che mi erano state somministrate ingenti dosi di sedativi ,necessari per il mio stato di ansia, che mi hanno provocato uno stato di grave confusione, somministrazione provata dalle analisi mediche effettuate alla mia uscita dal carcere di Potenza”.

“Questo squallido tentativo di rinfocolare dolorose vicende umane, attraverso notizie giornalistiche che tentano di accreditare fatti non veri – afferma ancora Vittorio Emanuele nella nota – troverà la più ferma risposta in ogni sede giudiziaria. Peraltro sottolineo che il video in oggetto e le relative trascrizioni erano già state trasmesse da Woodcock al Ministero della Giustizia Francese nel 2006. Il Ministro della Giustizia inviò una secca e chiara risposta affermando che nessun procedimento poteva ne potrà mai essere riaperto a fronte di una sentenza della Corte d’Assise di Parigi fondata su inequivocabili prove oggettive di innocenza”. Vittorio Emanuele si chiede infine “qual è l’intento” del quotidiano, che “non si comprende” perchè “voglia rilanciare un fatto desueto e chiarito”. E annuncia di aver “già dato incarico all’avvocato Francesco Murgia di procedere in ogni sede rispetto a coloro che volessero accreditare fatti o versioni diverse, o insinuare che da parte mia mai si sia riconosciuta una colpa per l’evento”.

Dopo le giustificazioni, le accuse e le minacce, è il momento delle immagini. Ecco la versione integrale del video



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“Quanto pubblicato da Il Fatto Quotidiano in prima pagina relativo ad un video da cui emergerebbero fatti nuovi rispetto al tragico evento che portò alla dolorosa scomparsa del giovane Dirk Hamer risulta essere un maldestro tentativo di voler ancora una volta colpire un cittadino, strumentalizzando fatti già da anni chiariti. Fatti parte di un’inchiesta del 2006 promossa dal PM Woodcock risolta con la mia totale assoluzione perché il fatto non sussiste”. Il commento a caldo di Vittorio Emanuele di Savoia allo scoop del Fatto non tiene conto di una cosa fondamentale: il video che lo incastra è pubblicato sul nostro sito in due versioni. Una integrale e una tagliata per mostrare solo i punti salienti. Nella sua difesa, il principe tenta invece di discolparsi facendo riferimento al video “montato ad arte”. Evidentemente non si è rivisto nella versione integrale, che inseriamo anche in coda a questo articolo. Ma ecco le parole di Vittorio Emanuele: “Desidero far notare – si legge in una nota – come le frasi siano sconnesse tra loro con lunghe parti di parole incomprensibili o di pause che rendono impossibile il collegamento dei vari spezzoni con cui si vorrebbe accreditare la tesi dell’ammissione di colpa. E’ stato artificialmente montato con ben sette spezzoni diversi per tentare di dare senso compiuto alle frasi pronunciate. Tutto già più volte pubblicato nel 2006 da numerosi quotidiani e puntualmente chiarito anche negli atti processuali”. Secondo Vittorio Emanuele di Savoia, si tratta di “un metodo giornalistico ad orologeria che già da tempo viene utilizzato per infangare le persone che non sono, per così dire, in linea con i desideri di una certa stampa e che regolarmente si trasforma in una bolla di sapone con una scia pesante e dolora per la vittima di questa pratica oggi usata da “Il Fatto Quotidiano”.

Quanto al video diffuso oggi, Vittorio Emanuele sottolinea che “l“esame del testo delle conversazioni relative al video, riportate dai brogliacci della Polizia Giudiziaria, già da tempo a disposizione, non aggiungono una virgola a quanto già noto e da tempo rappresentato. Anzi, fanno emergere l’evidente stato di difficoltà in cui versavo a causa del mio traumatico arresto e per la situazione incomprensibile in cui mi trovavo. Aggiungo che mi erano state somministrate ingenti dosi di sedativi ,necessari per il mio stato di ansia, che mi hanno provocato uno stato di grave confusione, somministrazione provata dalle analisi mediche effettuate alla mia uscita dal carcere di Potenza”.

“Questo squallido tentativo di rinfocolare dolorose vicende umane, attraverso notizie giornalistiche che tentano di accreditare fatti non veri – afferma ancora Vittorio Emanuele nella nota – troverà la più ferma risposta in ogni sede giudiziaria. Peraltro sottolineo che il video in oggetto e le relative trascrizioni erano già state trasmesse da Woodcock al Ministero della Giustizia Francese nel 2006. Il Ministro della Giustizia inviò una secca e chiara risposta affermando che nessun procedimento poteva ne potrà mai essere riaperto a fronte di una sentenza della Corte d’Assise di Parigi fondata su inequivocabili prove oggettive di innocenza”. Vittorio Emanuele si chiede infine “qual è l’intento” del quotidiano, che “non si comprende” perchè “voglia rilanciare un fatto desueto e chiarito”. E annuncia di aver “già dato incarico all’avvocato Francesco Murgia di procedere in ogni sede rispetto a coloro che volessero accreditare fatti o versioni diverse, o insinuare che da parte mia mai si sia riconosciuta una colpa per l’evento”.

Dopo le giustificazioni, le accuse e le minacce, è il momento delle immagini. Ecco la versione integrale del video



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Franco Piperno: La retorica unitaria a 150 anni dalla conquista del Sud


I).Le dimenticanze..

Ciò che più colpisce colui che osservi con attenzione la sagra celebrativa dell’unità nazionale, messa a parte la condizione di quasi-demenza senile di non pochi tra i più noti officianti, è la perdita di memoria, il velo di un oblio pubblico, condiviso, che ancor oggi, nella educazione sentimentale dei meridionali, copre pudicamente i massacri perpetrati nel corso della spedizione garibaldina; per non parlare della feroce repressione che, a partire dalle “regole d’ingaggio” impartite a bersaglieri e artiglieri piemontesi dalla legge speciale Pica, ha segnato, nella parte continentale del Regno di Napoli e per gli anni immediatamente successivi alla conquista, la costruzione, a tappe forzate, della macchina statale italo-sabauda.

Per argomentare con un episodio, si pensi che, qualche mese fa, una miriade sperduta di intellettuali meridionali, progressisti e antagonisti ad un tempo, ha avuto l’idea patetica di riunirsi a Teano per commemorare l’incontro tra il re savoiardo Vittorio Emanuele ed il nizzardo mazziniano Giuseppe Garibaldi; proprio quell’incontro che, sancendo l’emarginazione della vita civile del Mezzogiorno, fonda simbolicamente il nuovo stato su una operazione apertamente trasformistica — trasformismo che, come un vizio d’origine, farà nido nel costume etico-politico nazionale per arrivare intatto fino ai nostri giorni.

Riesce difficile vedere cosa ci sia che meriti d’essere festeggiato, per la sentimentalità meridionale, nell’incontro di Teano; tanto più se ci si ricorda che, a Pontelandolfo, centro contadino dell’osso sannitico, a pochi kilometri da quel luogo, l’anno successivo al fatale incontro, dopo aver costretto gli abitanti a stare nelle proprie case, i liberatori dell’esercito italiano diedero alle fiamme l’antico borgo; in quel rogo, narrano le cronache, perirono centinaia e centinaia di abitanti; e tra essi, come suol dirsi, vecchi, donne e bambini. Giova rammentare che la strage di Pontelandolfo è solo l’inizio e non resterà l’unica; una lunga sequela di indiscriminate punizioni collettive, gestite dai militari al di fuori di ogni prassi giudiziaria, cadenzerà, per quasi un decennio, la guerra per espugnare, ad una ad una, le città rurali del Meridione continentale. Alla fine, per dirla in cifre, centomila circa saranno i meridionali colpiti, tra morti in battaglia, fucilati, feriti gravemente o inviati all’ergastolo nelle prigioni piemontesi; mentre le perdite del regio esercito ammonteranno a poco più di settemila.

Se le cose stanno così, v’è, forse, del masochismo nella attitudine a genuflettersi davanti alle oleografie risorgimentali da parte della intellettualità meridionale – una sorta d’ inconsapevole compiacimento per aver perso la sovranità delle proprie città, per essere stati conquistati da bergamaschi e padani.

Quel che è certo è che siamo qui in presenza di una rimozione fabbricata iterativamente dalla nazionalizzazione della cultura e della scuola; e affiora, nel senso comune, alla stregua di una amnesia socialmente condivisa, una sorta di incapacità a situarsi in comunanza nel corso della storia. La millenaria esperienza delle città meridiane dorme insignificante nella coscienza collettiva; come quei ruderi sbrecciati che appaiono inaspettati nella spettrale periferia di quella che pure è stata l’antica Krotone.

Per la verità, qui non si tratta solo d’insignificanza del passato ma piuttosto del suo assurgere a simbolo di ciò da cui bisogna quasi rifuggire lontano, quasi fosse esso la causa di quell’aura malefica che avvolge la vita quotidiana delle comunità urbane nel Mezzogiorno d’Italia.

E questo non a caso, perché si sa che l’esperienza per essere ricondotta ad unità e quindi trapassare a principio d’individuazione, deve essere raccontata come una appartenenza comune—senza quel comune racconto, la soggettività urbana perde la sua potenza, e l’appartenenza si risolve in mera contingenza.

Sembra a noi che la perdita di memoria spieghi bene, in prima approssimazione, l’insolita situazione venutasi a creare, con l’unificazione della penisola italiana; che ha visto il Mezzogiorno incapace d’iniziativa comune, sottoposto a tanti mutamenti, economico-politici ed etico-politici, sempre elaborati altrove, luogo di rivoluzioni passive nate al di fuori ed imposte con la violenza della legge.

II).Le rivoluzioni passive del Mezzogiorno.

Vediamole brevemente. La grande emigrazione meridionale verso le Americhe, vero e proprio esodo di dimensioni bibliche avvenuto a partire dagli anni settanta del XIX secolo, è la diretta conseguenza delle misure giacobino-massoniche attuate dal governo sabaudo nei decenni successivi alla spedizione di mille. Si va dalla confisca dell’oro alle banche meridionali per ripagare gli istituti di credito piemontesi dei capitali investiti nelle imprese di conquista—confisca destinata ad amplificare esponenzialmente la pratica dell’usura e a smantellare crudelmente i precoci e tecnicamente avanzati episodi d’industrializzazione; si passa poi alla introduzione della leva militare pluriennale che sorprende e sconvolge la famiglia contadina; alla introduzione di una tassazione esosa che grava perfino sull’auto produzione per il consumo alimentare; alla abolizione della “universitas”, questa esplosione di senso giuridico inventata nel Medioevo, che assicurava, ad un tempo, nella forma degli “usi civici”,vuoi la sopravvivenza alimentare vuoi la gestione collettiva dei cicli agropastorali e la cura del paesaggio; alla guerra doganale con la Francia che provoca una irreversibile rattrappimento della produzione e delle esportazioni agricole del Sud; per finire con il primo conflitto mondiale, voluto dalla grande borghesia lombarda, barattato come quarta guerra d’indipendenza, e alimentato dalle vite di centinaia di migliaia di contadini meridionali, stupefatti e senza lingua, costretti a divenire italiani in quella bolgia dantesca che furono le trincee.

Poi, ancora il fascismo, fenomeno padano quanti altri mai; e, l’italianizzazione delle colonie con il trasferimento-deportazione delle popolazioni meridionali in Libia ed in Etiopia; e poi, di nuovo, la guerra, la seconda guerra mondiale, dove l’impiego della tecno-scienza ha comportato che le stesse città del Sud facessero parte, per la prima volta e direttamente, del campo di battaglia; e come coda di quel massacro, la lunga sconfitta, l’occupazione umiliante del territorio da parte di eserciti stranieri, fossero tedeschi o americani o inglesi o francesi d’oltremare..

In seguito,come non bastasse, ecco venire a maturazione il frutto più velenoso e duraturo del fascismo, l’antifascismo, appunto; nato, non a caso, come vento del Nord. La Costituzione repubblicana suggellerà l’egemonia dei produttori, ovvero degli interessi e delle consuetudini dei padroni e degli operai del Nord; mentre il fenomeno meridionale dell’occupazione delle terre, ultimo gesto autentico della civiltà contadina,con le passioni e le abitudini che esso rivela, non troverà alcun posto negli articoli della Carta; che anzi, ad una prima lettura, pare scritta addirittura contro la riappropriazione contadina della terra.

Nel dopoguerra, l’abolizione, da parte della neo nata Corte costituzionale, dello “imponibile di mano d’opera” cancellerà di un sol tratto le pur timide misure repubblicane di sostegno alla agricoltura del Sud; innescando, così, una nuova ondata migratoria, questa volta diretta soprattutto verso il Nord. Una intera generazione di meridionali andrà via per ricostruire le città industriali del Piemonte, della Lombardia come della Baviera e della Renania. Tutti gli avvenimenti che si svolgeranno in quegli anni – il decollo capitalistico, la programmazione economica ovvero le grandi opere pubbliche, il “68, la piccola guerra civile volgarmente nota come terrorismo, tangentopoli, la speculazione finanziaria, l’integrazione nel mercato europeo, le privatizzazione degli istituti pubblici con la conseguente scomparsa per la seconda volta delle banche meridionali, la globalizzazione cioè l’unificazione del mercato mondiale, il federalismo secessionista—tutto questo, anche quando coinvolgerà la vita quotidiana meridionale, sarà nato al Nord secondo le dinamiche ed i conflitti sociali di quei luoghi, senza tener in alcun conto, se non in termini assistenziali, delle risorse, degli interessi e delle potenzialità della civiltà meridionale.

Tocca riconoscere, in questi mesi di celebrazioni risorgimentali, non senza un certo raccapriccio, che perfino i lampi di memoria che illuminano per squarci la ferocia con la quale fu condotta la conquista del Sud, vengono non già dalle università o dagli studiosi meridionali, ma dagli intellettuali leghisti; insomma, è la voce di Borghesio che sollecita la nostra memoria perduta.

Certo, c’è del paradossale in questo arco temporale di un secolo e mezzo che ha visto un prima durante il quale i padani hanno imposto, a mano armata, l’annessione del Mezzogiorno; ed un poi per il quale proprio i pronipoti di quei bergamaschi si apprestano, a colpi di decreti del governo centrale, a separare ciò che prima avevano unito.

III). Recuperare il premoderno per difendersi dal moderno..

L’ emarginazione della vita civile meridionale non va imputata a qualche fatalità economica, fosse la penuria di investimenti privati o le gravi inadempienze della mano pubblica nell’assicurare adeguate infrastrutture. Piuttosto, essa è interamente addebitabile alla perdita di autonomia, culturale e politica, delle città: investite dalla modernizzazione forzata condotta dallo stato centrale e incapaci di farvi fronte, si sono rifugiate in una sorda passività, ripudiando la loro stessa potenza, rinunciando alla dimensione della soggettività agente, per limitarsi a praticare ossessivamente la rivendicazione, rancorosa e plebea, che si affida al futuro migliore ovvero all’attesa di risorse monetarie crescenti.

Così, dileguatasi la sovranità energetica e poi anche quella alimentare, ostruito il rapporto secolare città-campagna, si è venuta creando una ideologia della rendita, un tratto psicologico servile della personalità meridionale che rifugge il rischio e la umana, troppo umana precarietà; pratica la rappresentanza come rete clientelare; e briga, barattando il consenso elettorale, ad integrarsi nelle strutture pubbliche, massimamente in quelle dello stato centrale, quasi che la garanzia di reddito monetario fosse una rivalsa sociale per la libertà perduta.

Non è quindi per nulla sorprendente che i meridionali affollino il pubblico impiego; ed i loro rappresentanti, divenuti mediatori dei flussi finanziari, militino unanimi a favore della permanenza ed estensione dello stato centrale. Come nella favola filosofica, abbiamo qui un caso nel quale il servo si è impossessato del corpo del padrone.

Oggi che, per una molteplicità di motivi impossibili da elencare per esteso, questa sorda e passiva resistenza di massa alla modernizzazione è giunta a saturazione, occorre un primo gesto che rimescoli le carte ed apra un processo di risarcimento delle autonomie dei luoghi libertà, giacché si è liberi solo se la città è libera; questo primo gesto ci sembra possa essere uno sforzo di pensiero che inietti nel senso comune la consapevolezza che la condizione di malavita nella quale versa il Meridione non è responsabilità dell’ Italia e men che mai dell’Europa ma è opera dei meridionali stessi.

Tradotta in termini dell’agire politico, questa acquisizione comporta automaticamente il rifiuto del finanziamento modernizzatore e la riscoperta, nelle risorse locali, della ricchezza comune; per immediatamente dopo individuare i nemici più pericolosi, quelli interni, alla maniera di qanto accade nelle guerre civili; e circondare, quindi, d’odio sociale i professionisti della politica, quasi costituissero una specie di ceto parassitario e vile, ai quali chiedere conto personalmente delle responsabilità assunte, confiscando loro il patrimonio accumulato, ove fosse ingente ed acquisito grazie al ruolo rappresentativo svolto.

Come si vede, siamo ben lontani dal partito unico del Sud, questa proposta che somiglia ad un serpente che si morda la coda, un modo di aggravare ulteriormente la sofferenza alla quale in principio si vorrebbe porre riparo.

E ancor più lontani, pressoché agli antipodi, ci collochiamo dagli ipocriti ideologi della legalità, che scambiano le cause con gli effetti; e non si accorgono che le diverse comunità criminali meridionali sono potenti non in quanto, come fan tutte,banalmente organizzate bensì perché socialmente radicate, e in grado di costruire il consenso con gli stessi metodi con i quali il ceto dei rappresentanti costruisce il suo. E la differenza, che pure persiste, è tutta a favore dei criminali: non solo, dirò così, sul piano dell’onore inteso come stima sociale, giacché questi ultimi infrangono la legge mentre i politici delinquono protetti dalla legge; ma soprattutto essi, i membri delle comunità criminali, sanno cooperare e si mostrano capaci, dopo una fase di rapina dove il rischio è volto a realizzare l’accumulazione primitiva, di iniziative imprenditoriali assai più intelligenti ed efficaci di quanto accada per le clientele politiche.

Infatti, per dirla in breve, mentre la criminalità socialmente radicata tende a divenire, secondo le migliori tradizioni, borghesia imprenditrice, il ceto politico che vive di rappresentanza desidera semplicemente arricchirsi, e si acquieta pigramente nel suo potere di arbitro della condizione pubblicana.

IV). Cambiare il cambiamento: l’esodo semantico e la confederazione delle cinquanta città meridiane.

V’è nel Sud , come sentimento condiviso, un diffuso auto disprezzo per la cooperazione sociale, per l’agire collettivo— disistima di sé che costituisce il vero ostacolo alla rinascita. Non ci si libererà da questa passione triste attraverso l’ingegneria costituzionale; e neppure tramite soluzioni populistiche che deleghino la questione all’incerto carisma di qualche nuovissimo rinnovatore. Lo stato delle cose non è drammatico ma tragico, nel senso che solo una rottura profonda del senso comune può autorizzare la messa in atto di quel desiderio di accettare i propri limiti, di realizzarsi menando semplicemente una buona vita — potenzialità presente da sempre, sia pure allo stato di latenza, nella mentalità meridiana.

Qui davvero può dirsi che la grande trasformazione è prima di tutto una trasformazione interiore: il suddito del Mezzogiorno per divenire cittadino libero deve compiere un esodo semantico, una dolorosa separazione da parole- chiave che gli sono familiari, malgrado risultino desolate e vuote di significato.

Come procedere collettivamente alla trasformazione interiore, si sa, non è possibile apprenderlo a scuola; né è compito che possa essere portato a termine con la persuasione o il consenso elettorale. Occorrono gesti la cui potenza simbolica sia in diretta proporzionale alla violenza sociale che minacciano o alla quale alludono. Giacché, oggi come ieri, niente comunica più verità che la determinazione a conseguire una esistenza piena mettendo a rischio il proprio corpo,fosse la libertà o la stessa vita.

Ed è giusto questa considerazione che ci fa guardare con fiducia alla forma d’insurrezione urbana che ha via via assunto, da quasi un decennio, il conflitto sociale nel Meridione d’Italia. Da Scansano passando per Cosenza e poi Scilla per giungere a Terzigno,un lungo ciclo d’ insorgenze cittadine si è venuto svolgendo attorno alla cura e alla difesa dei luoghi. Queste insorgenze sono le imprese collettive attraverso le quali si forma una nuova leva di cittadini attivi,determinati a risolvere i problemi contando sulle proprie forze, mettendo in campo quella formidabile energia che sola la pratica dell’autogoverno è in grado d’accendere..

A fronte delle masse insorgenti, come è già accaduto più volte nella storia delle città rurali, lo stato si mostra tanto incapace di mediazione quanto di repressione—e questa impotenza contribuisce grandemente alla sua delegittimazione nell’opinione comune. Anche la rappresentanza locale, a qualsiasi partito appartenga, perde ogni capacità d’iniziativa; e o si adegua, obbediente, alle ragioni degli insorti o scompare, in un batter di ciglia.

Infine, per ultimo ma non ultimo, le insorgenze urbane riscoprono spontaneamente le antiche forme istituzionali della democrazia, quella vera, diretta; e le contrappongono frontalmente a quelle proprie alla rappresentanza. Ecco allora, come per incanto, riapparire l’assemblea urbana dove ogni cittadino può prendere pubblicamente la parola; circostanza che la rende luogo adeguato, oggi come due millenni fa’, all’esercizio della sovranità indivisa e totale. Inoltre, per coordinare le assemblee e potenziare la cooperazione, non vi sono più rappresentanti a decidere per conto ed in nome dei rappresentati; al loro posto, secondo la tradizione consiliare, appaiono i “delegati” con mandato imperativo e continuamente revocabile. Insomma,giova ripeterlo, si tratta di esperienze attuali , postmoderne e perfino raffinate della antichissima pratica della democrazia diretta.

Certo, è presto, troppo presto per dire se queste esperienze convergeranno in una grande trasformazione capace di assicurare la rinascita del Meridione. Ma certo è che per la prima volta, dopo tanto tempo, si presenta come praticabile un processo che punta al ridimensionamento dello stato centrale a favore delle città, secondo lo slogan ciromista: il potere alle città, la potenza ai cittadini. Così, sembra nascere dal Mezzogiorno una proposta politica che appare riproponibile anche per il centro-nord del nostro paese, secondo l’intuizione del Cattaneo; una proposta che rifiuta il burocratico federalismo regionale, per puntare dritto su la “confederazione delle cento città”, forma finalmente adeguata alla civiltà complessa delle nazioni italiane.

FONTE: Loop in edicola da venerdì 18 Febbraio

http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=12037&catid=41&Itemid=68

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I).Le dimenticanze..

Ciò che più colpisce colui che osservi con attenzione la sagra celebrativa dell’unità nazionale, messa a parte la condizione di quasi-demenza senile di non pochi tra i più noti officianti, è la perdita di memoria, il velo di un oblio pubblico, condiviso, che ancor oggi, nella educazione sentimentale dei meridionali, copre pudicamente i massacri perpetrati nel corso della spedizione garibaldina; per non parlare della feroce repressione che, a partire dalle “regole d’ingaggio” impartite a bersaglieri e artiglieri piemontesi dalla legge speciale Pica, ha segnato, nella parte continentale del Regno di Napoli e per gli anni immediatamente successivi alla conquista, la costruzione, a tappe forzate, della macchina statale italo-sabauda.

Per argomentare con un episodio, si pensi che, qualche mese fa, una miriade sperduta di intellettuali meridionali, progressisti e antagonisti ad un tempo, ha avuto l’idea patetica di riunirsi a Teano per commemorare l’incontro tra il re savoiardo Vittorio Emanuele ed il nizzardo mazziniano Giuseppe Garibaldi; proprio quell’incontro che, sancendo l’emarginazione della vita civile del Mezzogiorno, fonda simbolicamente il nuovo stato su una operazione apertamente trasformistica — trasformismo che, come un vizio d’origine, farà nido nel costume etico-politico nazionale per arrivare intatto fino ai nostri giorni.

Riesce difficile vedere cosa ci sia che meriti d’essere festeggiato, per la sentimentalità meridionale, nell’incontro di Teano; tanto più se ci si ricorda che, a Pontelandolfo, centro contadino dell’osso sannitico, a pochi kilometri da quel luogo, l’anno successivo al fatale incontro, dopo aver costretto gli abitanti a stare nelle proprie case, i liberatori dell’esercito italiano diedero alle fiamme l’antico borgo; in quel rogo, narrano le cronache, perirono centinaia e centinaia di abitanti; e tra essi, come suol dirsi, vecchi, donne e bambini. Giova rammentare che la strage di Pontelandolfo è solo l’inizio e non resterà l’unica; una lunga sequela di indiscriminate punizioni collettive, gestite dai militari al di fuori di ogni prassi giudiziaria, cadenzerà, per quasi un decennio, la guerra per espugnare, ad una ad una, le città rurali del Meridione continentale. Alla fine, per dirla in cifre, centomila circa saranno i meridionali colpiti, tra morti in battaglia, fucilati, feriti gravemente o inviati all’ergastolo nelle prigioni piemontesi; mentre le perdite del regio esercito ammonteranno a poco più di settemila.

Se le cose stanno così, v’è, forse, del masochismo nella attitudine a genuflettersi davanti alle oleografie risorgimentali da parte della intellettualità meridionale – una sorta d’ inconsapevole compiacimento per aver perso la sovranità delle proprie città, per essere stati conquistati da bergamaschi e padani.

Quel che è certo è che siamo qui in presenza di una rimozione fabbricata iterativamente dalla nazionalizzazione della cultura e della scuola; e affiora, nel senso comune, alla stregua di una amnesia socialmente condivisa, una sorta di incapacità a situarsi in comunanza nel corso della storia. La millenaria esperienza delle città meridiane dorme insignificante nella coscienza collettiva; come quei ruderi sbrecciati che appaiono inaspettati nella spettrale periferia di quella che pure è stata l’antica Krotone.

Per la verità, qui non si tratta solo d’insignificanza del passato ma piuttosto del suo assurgere a simbolo di ciò da cui bisogna quasi rifuggire lontano, quasi fosse esso la causa di quell’aura malefica che avvolge la vita quotidiana delle comunità urbane nel Mezzogiorno d’Italia.

E questo non a caso, perché si sa che l’esperienza per essere ricondotta ad unità e quindi trapassare a principio d’individuazione, deve essere raccontata come una appartenenza comune—senza quel comune racconto, la soggettività urbana perde la sua potenza, e l’appartenenza si risolve in mera contingenza.

Sembra a noi che la perdita di memoria spieghi bene, in prima approssimazione, l’insolita situazione venutasi a creare, con l’unificazione della penisola italiana; che ha visto il Mezzogiorno incapace d’iniziativa comune, sottoposto a tanti mutamenti, economico-politici ed etico-politici, sempre elaborati altrove, luogo di rivoluzioni passive nate al di fuori ed imposte con la violenza della legge.

II).Le rivoluzioni passive del Mezzogiorno.

Vediamole brevemente. La grande emigrazione meridionale verso le Americhe, vero e proprio esodo di dimensioni bibliche avvenuto a partire dagli anni settanta del XIX secolo, è la diretta conseguenza delle misure giacobino-massoniche attuate dal governo sabaudo nei decenni successivi alla spedizione di mille. Si va dalla confisca dell’oro alle banche meridionali per ripagare gli istituti di credito piemontesi dei capitali investiti nelle imprese di conquista—confisca destinata ad amplificare esponenzialmente la pratica dell’usura e a smantellare crudelmente i precoci e tecnicamente avanzati episodi d’industrializzazione; si passa poi alla introduzione della leva militare pluriennale che sorprende e sconvolge la famiglia contadina; alla introduzione di una tassazione esosa che grava perfino sull’auto produzione per il consumo alimentare; alla abolizione della “universitas”, questa esplosione di senso giuridico inventata nel Medioevo, che assicurava, ad un tempo, nella forma degli “usi civici”,vuoi la sopravvivenza alimentare vuoi la gestione collettiva dei cicli agropastorali e la cura del paesaggio; alla guerra doganale con la Francia che provoca una irreversibile rattrappimento della produzione e delle esportazioni agricole del Sud; per finire con il primo conflitto mondiale, voluto dalla grande borghesia lombarda, barattato come quarta guerra d’indipendenza, e alimentato dalle vite di centinaia di migliaia di contadini meridionali, stupefatti e senza lingua, costretti a divenire italiani in quella bolgia dantesca che furono le trincee.

Poi, ancora il fascismo, fenomeno padano quanti altri mai; e, l’italianizzazione delle colonie con il trasferimento-deportazione delle popolazioni meridionali in Libia ed in Etiopia; e poi, di nuovo, la guerra, la seconda guerra mondiale, dove l’impiego della tecno-scienza ha comportato che le stesse città del Sud facessero parte, per la prima volta e direttamente, del campo di battaglia; e come coda di quel massacro, la lunga sconfitta, l’occupazione umiliante del territorio da parte di eserciti stranieri, fossero tedeschi o americani o inglesi o francesi d’oltremare..

In seguito,come non bastasse, ecco venire a maturazione il frutto più velenoso e duraturo del fascismo, l’antifascismo, appunto; nato, non a caso, come vento del Nord. La Costituzione repubblicana suggellerà l’egemonia dei produttori, ovvero degli interessi e delle consuetudini dei padroni e degli operai del Nord; mentre il fenomeno meridionale dell’occupazione delle terre, ultimo gesto autentico della civiltà contadina,con le passioni e le abitudini che esso rivela, non troverà alcun posto negli articoli della Carta; che anzi, ad una prima lettura, pare scritta addirittura contro la riappropriazione contadina della terra.

Nel dopoguerra, l’abolizione, da parte della neo nata Corte costituzionale, dello “imponibile di mano d’opera” cancellerà di un sol tratto le pur timide misure repubblicane di sostegno alla agricoltura del Sud; innescando, così, una nuova ondata migratoria, questa volta diretta soprattutto verso il Nord. Una intera generazione di meridionali andrà via per ricostruire le città industriali del Piemonte, della Lombardia come della Baviera e della Renania. Tutti gli avvenimenti che si svolgeranno in quegli anni – il decollo capitalistico, la programmazione economica ovvero le grandi opere pubbliche, il “68, la piccola guerra civile volgarmente nota come terrorismo, tangentopoli, la speculazione finanziaria, l’integrazione nel mercato europeo, le privatizzazione degli istituti pubblici con la conseguente scomparsa per la seconda volta delle banche meridionali, la globalizzazione cioè l’unificazione del mercato mondiale, il federalismo secessionista—tutto questo, anche quando coinvolgerà la vita quotidiana meridionale, sarà nato al Nord secondo le dinamiche ed i conflitti sociali di quei luoghi, senza tener in alcun conto, se non in termini assistenziali, delle risorse, degli interessi e delle potenzialità della civiltà meridionale.

Tocca riconoscere, in questi mesi di celebrazioni risorgimentali, non senza un certo raccapriccio, che perfino i lampi di memoria che illuminano per squarci la ferocia con la quale fu condotta la conquista del Sud, vengono non già dalle università o dagli studiosi meridionali, ma dagli intellettuali leghisti; insomma, è la voce di Borghesio che sollecita la nostra memoria perduta.

Certo, c’è del paradossale in questo arco temporale di un secolo e mezzo che ha visto un prima durante il quale i padani hanno imposto, a mano armata, l’annessione del Mezzogiorno; ed un poi per il quale proprio i pronipoti di quei bergamaschi si apprestano, a colpi di decreti del governo centrale, a separare ciò che prima avevano unito.

III). Recuperare il premoderno per difendersi dal moderno..

L’ emarginazione della vita civile meridionale non va imputata a qualche fatalità economica, fosse la penuria di investimenti privati o le gravi inadempienze della mano pubblica nell’assicurare adeguate infrastrutture. Piuttosto, essa è interamente addebitabile alla perdita di autonomia, culturale e politica, delle città: investite dalla modernizzazione forzata condotta dallo stato centrale e incapaci di farvi fronte, si sono rifugiate in una sorda passività, ripudiando la loro stessa potenza, rinunciando alla dimensione della soggettività agente, per limitarsi a praticare ossessivamente la rivendicazione, rancorosa e plebea, che si affida al futuro migliore ovvero all’attesa di risorse monetarie crescenti.

Così, dileguatasi la sovranità energetica e poi anche quella alimentare, ostruito il rapporto secolare città-campagna, si è venuta creando una ideologia della rendita, un tratto psicologico servile della personalità meridionale che rifugge il rischio e la umana, troppo umana precarietà; pratica la rappresentanza come rete clientelare; e briga, barattando il consenso elettorale, ad integrarsi nelle strutture pubbliche, massimamente in quelle dello stato centrale, quasi che la garanzia di reddito monetario fosse una rivalsa sociale per la libertà perduta.

Non è quindi per nulla sorprendente che i meridionali affollino il pubblico impiego; ed i loro rappresentanti, divenuti mediatori dei flussi finanziari, militino unanimi a favore della permanenza ed estensione dello stato centrale. Come nella favola filosofica, abbiamo qui un caso nel quale il servo si è impossessato del corpo del padrone.

Oggi che, per una molteplicità di motivi impossibili da elencare per esteso, questa sorda e passiva resistenza di massa alla modernizzazione è giunta a saturazione, occorre un primo gesto che rimescoli le carte ed apra un processo di risarcimento delle autonomie dei luoghi libertà, giacché si è liberi solo se la città è libera; questo primo gesto ci sembra possa essere uno sforzo di pensiero che inietti nel senso comune la consapevolezza che la condizione di malavita nella quale versa il Meridione non è responsabilità dell’ Italia e men che mai dell’Europa ma è opera dei meridionali stessi.

Tradotta in termini dell’agire politico, questa acquisizione comporta automaticamente il rifiuto del finanziamento modernizzatore e la riscoperta, nelle risorse locali, della ricchezza comune; per immediatamente dopo individuare i nemici più pericolosi, quelli interni, alla maniera di qanto accade nelle guerre civili; e circondare, quindi, d’odio sociale i professionisti della politica, quasi costituissero una specie di ceto parassitario e vile, ai quali chiedere conto personalmente delle responsabilità assunte, confiscando loro il patrimonio accumulato, ove fosse ingente ed acquisito grazie al ruolo rappresentativo svolto.

Come si vede, siamo ben lontani dal partito unico del Sud, questa proposta che somiglia ad un serpente che si morda la coda, un modo di aggravare ulteriormente la sofferenza alla quale in principio si vorrebbe porre riparo.

E ancor più lontani, pressoché agli antipodi, ci collochiamo dagli ipocriti ideologi della legalità, che scambiano le cause con gli effetti; e non si accorgono che le diverse comunità criminali meridionali sono potenti non in quanto, come fan tutte,banalmente organizzate bensì perché socialmente radicate, e in grado di costruire il consenso con gli stessi metodi con i quali il ceto dei rappresentanti costruisce il suo. E la differenza, che pure persiste, è tutta a favore dei criminali: non solo, dirò così, sul piano dell’onore inteso come stima sociale, giacché questi ultimi infrangono la legge mentre i politici delinquono protetti dalla legge; ma soprattutto essi, i membri delle comunità criminali, sanno cooperare e si mostrano capaci, dopo una fase di rapina dove il rischio è volto a realizzare l’accumulazione primitiva, di iniziative imprenditoriali assai più intelligenti ed efficaci di quanto accada per le clientele politiche.

Infatti, per dirla in breve, mentre la criminalità socialmente radicata tende a divenire, secondo le migliori tradizioni, borghesia imprenditrice, il ceto politico che vive di rappresentanza desidera semplicemente arricchirsi, e si acquieta pigramente nel suo potere di arbitro della condizione pubblicana.

IV). Cambiare il cambiamento: l’esodo semantico e la confederazione delle cinquanta città meridiane.

V’è nel Sud , come sentimento condiviso, un diffuso auto disprezzo per la cooperazione sociale, per l’agire collettivo— disistima di sé che costituisce il vero ostacolo alla rinascita. Non ci si libererà da questa passione triste attraverso l’ingegneria costituzionale; e neppure tramite soluzioni populistiche che deleghino la questione all’incerto carisma di qualche nuovissimo rinnovatore. Lo stato delle cose non è drammatico ma tragico, nel senso che solo una rottura profonda del senso comune può autorizzare la messa in atto di quel desiderio di accettare i propri limiti, di realizzarsi menando semplicemente una buona vita — potenzialità presente da sempre, sia pure allo stato di latenza, nella mentalità meridiana.

Qui davvero può dirsi che la grande trasformazione è prima di tutto una trasformazione interiore: il suddito del Mezzogiorno per divenire cittadino libero deve compiere un esodo semantico, una dolorosa separazione da parole- chiave che gli sono familiari, malgrado risultino desolate e vuote di significato.

Come procedere collettivamente alla trasformazione interiore, si sa, non è possibile apprenderlo a scuola; né è compito che possa essere portato a termine con la persuasione o il consenso elettorale. Occorrono gesti la cui potenza simbolica sia in diretta proporzionale alla violenza sociale che minacciano o alla quale alludono. Giacché, oggi come ieri, niente comunica più verità che la determinazione a conseguire una esistenza piena mettendo a rischio il proprio corpo,fosse la libertà o la stessa vita.

Ed è giusto questa considerazione che ci fa guardare con fiducia alla forma d’insurrezione urbana che ha via via assunto, da quasi un decennio, il conflitto sociale nel Meridione d’Italia. Da Scansano passando per Cosenza e poi Scilla per giungere a Terzigno,un lungo ciclo d’ insorgenze cittadine si è venuto svolgendo attorno alla cura e alla difesa dei luoghi. Queste insorgenze sono le imprese collettive attraverso le quali si forma una nuova leva di cittadini attivi,determinati a risolvere i problemi contando sulle proprie forze, mettendo in campo quella formidabile energia che sola la pratica dell’autogoverno è in grado d’accendere..

A fronte delle masse insorgenti, come è già accaduto più volte nella storia delle città rurali, lo stato si mostra tanto incapace di mediazione quanto di repressione—e questa impotenza contribuisce grandemente alla sua delegittimazione nell’opinione comune. Anche la rappresentanza locale, a qualsiasi partito appartenga, perde ogni capacità d’iniziativa; e o si adegua, obbediente, alle ragioni degli insorti o scompare, in un batter di ciglia.

Infine, per ultimo ma non ultimo, le insorgenze urbane riscoprono spontaneamente le antiche forme istituzionali della democrazia, quella vera, diretta; e le contrappongono frontalmente a quelle proprie alla rappresentanza. Ecco allora, come per incanto, riapparire l’assemblea urbana dove ogni cittadino può prendere pubblicamente la parola; circostanza che la rende luogo adeguato, oggi come due millenni fa’, all’esercizio della sovranità indivisa e totale. Inoltre, per coordinare le assemblee e potenziare la cooperazione, non vi sono più rappresentanti a decidere per conto ed in nome dei rappresentati; al loro posto, secondo la tradizione consiliare, appaiono i “delegati” con mandato imperativo e continuamente revocabile. Insomma,giova ripeterlo, si tratta di esperienze attuali , postmoderne e perfino raffinate della antichissima pratica della democrazia diretta.

Certo, è presto, troppo presto per dire se queste esperienze convergeranno in una grande trasformazione capace di assicurare la rinascita del Meridione. Ma certo è che per la prima volta, dopo tanto tempo, si presenta come praticabile un processo che punta al ridimensionamento dello stato centrale a favore delle città, secondo lo slogan ciromista: il potere alle città, la potenza ai cittadini. Così, sembra nascere dal Mezzogiorno una proposta politica che appare riproponibile anche per il centro-nord del nostro paese, secondo l’intuizione del Cattaneo; una proposta che rifiuta il burocratico federalismo regionale, per puntare dritto su la “confederazione delle cento città”, forma finalmente adeguata alla civiltà complessa delle nazioni italiane.

FONTE: Loop in edicola da venerdì 18 Febbraio

http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=12037&catid=41&Itemid=68

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La vera storia della spedizione dei mille.


http://www.youtube.com/watch?v=dmsEdo3rEhc&feature=player_embedded

La spedizione garibaldina, per la storiografia ufficiale, ha il sapore di un'avventura epica quasi cinematografica, compiuta da soli mille uomini che salpano all'improvviso da nord e sbarcano a sud, combattono valorosamente e vincono più volte contro un esercito molto più numeroso, poi risalgono la penisola fino a giungere a Napoli, Capitale di un regno liberato da una tirannide oppressiva, e poi più su per dare agli italiani la nazione unita.

Troppo hollywoodiano per essere vero, e difatti non lo è


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http://www.youtube.com/watch?v=dmsEdo3rEhc&feature=player_embedded

La spedizione garibaldina, per la storiografia ufficiale, ha il sapore di un'avventura epica quasi cinematografica, compiuta da soli mille uomini che salpano all'improvviso da nord e sbarcano a sud, combattono valorosamente e vincono più volte contro un esercito molto più numeroso, poi risalgono la penisola fino a giungere a Napoli, Capitale di un regno liberato da una tirannide oppressiva, e poi più su per dare agli italiani la nazione unita.

Troppo hollywoodiano per essere vero, e difatti non lo è


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B. per salvarsi aiuta le cosche

Di Umberto Lucentini


Dopo il Rubygate è partita un'offensiva senza precedenti contro la magistratura. "Il
nuovo tentativo di bloccare le intercettazioni è un oggettivo vantaggio per Cosa nostra». Le durissime parole del giudice antimafia Nino Di Matteo





















Dopo la decisione del gip di Milano di sottoporre Silvio Berlusconi al giudizio immediato per l'inchiesta sul Rubygate sono ripartiti gli attacchi alla magistratura e si torna a parlare di riforma della giustizia. L'inizio di una nuova guerra tra la politica e la magistratura? "L'Espresso" ne ha parlato con Nino Di Matteo, presidente dell'Anm di Palermo ma soprattutto pubblico ministero di tanti procedimenti antimafia.

Dottor Di Matteo, che cosa sta succedendo?
«Parlare di una guerra tra politica e magistratura non corrisponde a quanto vissuto in questi ultimi anni e oggi. Non abbiamo assistito né assistiamo a una guerra reciproca, ma ad una offensiva unilaterale, senza precedenti, violenta e sistematica di una parte consistente della politica contro la magistratura. Negli ultimi anni e oggi il controllo di legalità è stato visto come un ostacolo, forse l'ultimo da rimuovere nella pretesa dell'esercizio di un potere senza limiti e senza contrappesi».

Durante la cerimonia di apertura dell'anno giudiziario lei, come presidente dell'Anm di Palermo, ha sottolineato e criticato il silenzio del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, davanti agli attacchi del premier alle toghe...
«A fronte delle denigrazioni continue e delle definizioni dei magistrati come pazzi, deviati mentali, cancro della democrazia e del nostro sistema sociale, abbiamo constatato il silenzio di troppi esponenti istituzionali tra i quali – ma non soltanto - il ministro della Giustizia: da lui ci saremmo aspettati, in ossequio ad una cultura istituzionale, una presa di distanze rispetto a questa offensiva pericolosa e destabilizzante nei confronti della magistratura. Nei fatti, purtroppo, abbiamo sempre constatato il silenzio e l'adesione in ogni caso alla volontà e alle esternazioni del capo».

Il presidente del Consiglio e il ministro Alfano sono tornati nei giorni scorsi a parlare di riforma della giustizia e decreto intercettazioni...
«Purtroppo sembra che ciclicamente si ripropongano le stesse iniziative sulla base della stretta attualità. Tra queste la più pericolosa ed esiziale per le indagini in terra di mafia è quella sulle intercettazioni. I magistrati applicheranno sempre la legge che ha voluto il Parlamento. Ma credo che chi vive e opera in Sicilia - dove tanti nostri colleghi sono stati uccisi perché credevano nel loro lavoro – ha un dovere etico e civile di denunciare prima ciò che accadrebbe in caso di approvazione della legge come viene prospettata. Le modifiche costituiscono un oggettivo vantaggio per la mafia per il silenzio imposto all'informazione come i boss hanno sempre auspicato. I mafiosi hanno sempre desiderato che non vengano pubblicate le loro conversazioni intercettate, che l'opinione pubblica non conosca nulla delle infiltrazioni mafiose in economia, in politica, nella pubblica amministrazione. Ci sarebbe poi un danno diretto per l'efficacia della repressione, soprattutto in relazione ai reati dei colletti bianchi mafiosi. Fatti che spesso si è riusciti a scoprire partendo da ipotesi di reato contro la pubblica amministrazione. Se la legge sulle intercettazioni venisse approvata non sarebbe più consentito disporre intercettazioni per quelle ipotesi di reato».

Ma voi magistrati parlate di rischi immediati per la collettività...
«L'approvazione della legge comporterebbe un ampliamento inaccettabile di sacche di impunità e il dilagare ulteriore di fenomeni corruttivi e dell'intreccio mafioso-politico- economico. Ecco perché dobbiamo denunciare oggi questo pericolo: perché domani non si addebitino alla magistratura o alle forze di polizia le colpe del dilagare della criminalità».

Denunciate anche il rischio del ritorno della strategia stragista di pezzi di Cosa nostra in combutta con poteri deviati dello Stato...
«L'analisi del passato evidenzia come proprio in periodi di massima confusione politica si sono verificati episodi criminali e stragisti che hanno visto insieme Cosa nostra e altre forze criminali per destabilizzare ulteriormente il quadro politico-istituzionale e favorire il consolidamento di nuovi assetti. C'è un ulteriore rischio, che si avverte particolarmente in terra di mafia. La continua offensiva denigratoria, di fatto contribuisce a creare un pericolosissimo isolamento nel tessuto sociale della magistratura. E lo sappiamo bene perché lo abbiamo imparato sulla nostra pelle: l'isolamento della magistratura o di singoli magistrati contribuisce a rendere fertile il terreno alla criminalità organizzata per omicidi o attenti in danno di giudici».


Voi magistrati "esternate" troppo, sostiene chi non vi ama, dicendo che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino parlavano tramite le indagini e non le interviste...
«In troppi sbandierano il vessillo della memoria di Falcone e Borsellino anche dimenticando o - ne sono convinto – fingendo di dimenticare, un dato essenziale: il coraggio, la forza, la chiarezza delle denunce pubbliche che Falcone e Borsellino non esitarono a gridare con forza quando avvertirono il pericolo di un affievolimento di impegno dello Stato contro la mafia. Borsellino rischiò anche un procedimento disciplinare proprio per la chiarezza delle sue denunce pubbliche anche attraverso interviste giornalistiche. Ritenne però Borsellino che in certi momenti e in certe situazioni il magistrato abbia anche il dovere, oltre che il diritto, di parlare in modo chiaro. Credo che quello che stiamo vivendo sia un momento in cui si impone il coraggio e la chiarezza di prese di posizione eventualmente anche scomode».

La giunta distrettuale di Palermo dell'Anm, di cui lei è presidente, sta proponendo a livello nazionale un codice di autoregolamentazione che ha un obiettivo: creare una serie di norme che limitino il rischio che i magistrati possano apparire non indipendenti rispetto alla politica.
«Lo spirito che ha animato i lavori della giunta distrettuale, e dell'assemblea che ha approvato il documento, è legato alla contingenza storica. In un momento come questo in cui è messa in pericolo dall'esterno la nostra autonomia e indipendenza, vogliamo coltivare ed esaltare questi valori costituzionali. Per fare ciò vogliamo impegnarci non solo ad essere imparziali ma anche ad apparire tali agli occhi dei cittadini. Per questo motivo il documento si propone di stimolare il dibattito per porre paletti più alti nel passaggio dalla funzione giurisdizionale a incarichi di tipo politico e soprattutto nel percorso eventuale di ritorno alla giurisdizione da pare di chi ha avuto incarichi o funzioni politiche».

Due esempi di questi paletti?
«Si preveda che il magistrato non possa candidarsi o peggio accettare incarichi politici non elettivi nel territorio in cui ha esercitato la sua funzione di giudice o di pubblico ministero. E che chi ha terminato un incarico politico non possa tornare a svolgere le funzioni di magistrato nel territorio dove ha svolto le funzioni politiche. E' il nostro, ulteriore contributo, per difendere l'autonomia e l'indipendenza della magistratura da chi vuole comprometterla».


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Di Umberto Lucentini


Dopo il Rubygate è partita un'offensiva senza precedenti contro la magistratura. "Il
nuovo tentativo di bloccare le intercettazioni è un oggettivo vantaggio per Cosa nostra». Le durissime parole del giudice antimafia Nino Di Matteo





















Dopo la decisione del gip di Milano di sottoporre Silvio Berlusconi al giudizio immediato per l'inchiesta sul Rubygate sono ripartiti gli attacchi alla magistratura e si torna a parlare di riforma della giustizia. L'inizio di una nuova guerra tra la politica e la magistratura? "L'Espresso" ne ha parlato con Nino Di Matteo, presidente dell'Anm di Palermo ma soprattutto pubblico ministero di tanti procedimenti antimafia.

Dottor Di Matteo, che cosa sta succedendo?
«Parlare di una guerra tra politica e magistratura non corrisponde a quanto vissuto in questi ultimi anni e oggi. Non abbiamo assistito né assistiamo a una guerra reciproca, ma ad una offensiva unilaterale, senza precedenti, violenta e sistematica di una parte consistente della politica contro la magistratura. Negli ultimi anni e oggi il controllo di legalità è stato visto come un ostacolo, forse l'ultimo da rimuovere nella pretesa dell'esercizio di un potere senza limiti e senza contrappesi».

Durante la cerimonia di apertura dell'anno giudiziario lei, come presidente dell'Anm di Palermo, ha sottolineato e criticato il silenzio del ministro della Giustizia, Angelino Alfano, davanti agli attacchi del premier alle toghe...
«A fronte delle denigrazioni continue e delle definizioni dei magistrati come pazzi, deviati mentali, cancro della democrazia e del nostro sistema sociale, abbiamo constatato il silenzio di troppi esponenti istituzionali tra i quali – ma non soltanto - il ministro della Giustizia: da lui ci saremmo aspettati, in ossequio ad una cultura istituzionale, una presa di distanze rispetto a questa offensiva pericolosa e destabilizzante nei confronti della magistratura. Nei fatti, purtroppo, abbiamo sempre constatato il silenzio e l'adesione in ogni caso alla volontà e alle esternazioni del capo».

Il presidente del Consiglio e il ministro Alfano sono tornati nei giorni scorsi a parlare di riforma della giustizia e decreto intercettazioni...
«Purtroppo sembra che ciclicamente si ripropongano le stesse iniziative sulla base della stretta attualità. Tra queste la più pericolosa ed esiziale per le indagini in terra di mafia è quella sulle intercettazioni. I magistrati applicheranno sempre la legge che ha voluto il Parlamento. Ma credo che chi vive e opera in Sicilia - dove tanti nostri colleghi sono stati uccisi perché credevano nel loro lavoro – ha un dovere etico e civile di denunciare prima ciò che accadrebbe in caso di approvazione della legge come viene prospettata. Le modifiche costituiscono un oggettivo vantaggio per la mafia per il silenzio imposto all'informazione come i boss hanno sempre auspicato. I mafiosi hanno sempre desiderato che non vengano pubblicate le loro conversazioni intercettate, che l'opinione pubblica non conosca nulla delle infiltrazioni mafiose in economia, in politica, nella pubblica amministrazione. Ci sarebbe poi un danno diretto per l'efficacia della repressione, soprattutto in relazione ai reati dei colletti bianchi mafiosi. Fatti che spesso si è riusciti a scoprire partendo da ipotesi di reato contro la pubblica amministrazione. Se la legge sulle intercettazioni venisse approvata non sarebbe più consentito disporre intercettazioni per quelle ipotesi di reato».

Ma voi magistrati parlate di rischi immediati per la collettività...
«L'approvazione della legge comporterebbe un ampliamento inaccettabile di sacche di impunità e il dilagare ulteriore di fenomeni corruttivi e dell'intreccio mafioso-politico- economico. Ecco perché dobbiamo denunciare oggi questo pericolo: perché domani non si addebitino alla magistratura o alle forze di polizia le colpe del dilagare della criminalità».

Denunciate anche il rischio del ritorno della strategia stragista di pezzi di Cosa nostra in combutta con poteri deviati dello Stato...
«L'analisi del passato evidenzia come proprio in periodi di massima confusione politica si sono verificati episodi criminali e stragisti che hanno visto insieme Cosa nostra e altre forze criminali per destabilizzare ulteriormente il quadro politico-istituzionale e favorire il consolidamento di nuovi assetti. C'è un ulteriore rischio, che si avverte particolarmente in terra di mafia. La continua offensiva denigratoria, di fatto contribuisce a creare un pericolosissimo isolamento nel tessuto sociale della magistratura. E lo sappiamo bene perché lo abbiamo imparato sulla nostra pelle: l'isolamento della magistratura o di singoli magistrati contribuisce a rendere fertile il terreno alla criminalità organizzata per omicidi o attenti in danno di giudici».


Voi magistrati "esternate" troppo, sostiene chi non vi ama, dicendo che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino parlavano tramite le indagini e non le interviste...
«In troppi sbandierano il vessillo della memoria di Falcone e Borsellino anche dimenticando o - ne sono convinto – fingendo di dimenticare, un dato essenziale: il coraggio, la forza, la chiarezza delle denunce pubbliche che Falcone e Borsellino non esitarono a gridare con forza quando avvertirono il pericolo di un affievolimento di impegno dello Stato contro la mafia. Borsellino rischiò anche un procedimento disciplinare proprio per la chiarezza delle sue denunce pubbliche anche attraverso interviste giornalistiche. Ritenne però Borsellino che in certi momenti e in certe situazioni il magistrato abbia anche il dovere, oltre che il diritto, di parlare in modo chiaro. Credo che quello che stiamo vivendo sia un momento in cui si impone il coraggio e la chiarezza di prese di posizione eventualmente anche scomode».

La giunta distrettuale di Palermo dell'Anm, di cui lei è presidente, sta proponendo a livello nazionale un codice di autoregolamentazione che ha un obiettivo: creare una serie di norme che limitino il rischio che i magistrati possano apparire non indipendenti rispetto alla politica.
«Lo spirito che ha animato i lavori della giunta distrettuale, e dell'assemblea che ha approvato il documento, è legato alla contingenza storica. In un momento come questo in cui è messa in pericolo dall'esterno la nostra autonomia e indipendenza, vogliamo coltivare ed esaltare questi valori costituzionali. Per fare ciò vogliamo impegnarci non solo ad essere imparziali ma anche ad apparire tali agli occhi dei cittadini. Per questo motivo il documento si propone di stimolare il dibattito per porre paletti più alti nel passaggio dalla funzione giurisdizionale a incarichi di tipo politico e soprattutto nel percorso eventuale di ritorno alla giurisdizione da pare di chi ha avuto incarichi o funzioni politiche».

Due esempi di questi paletti?
«Si preveda che il magistrato non possa candidarsi o peggio accettare incarichi politici non elettivi nel territorio in cui ha esercitato la sua funzione di giudice o di pubblico ministero. E che chi ha terminato un incarico politico non possa tornare a svolgere le funzioni di magistrato nel territorio dove ha svolto le funzioni politiche. E' il nostro, ulteriore contributo, per difendere l'autonomia e l'indipendenza della magistratura da chi vuole comprometterla».


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Il video che incastra Vittorio Emanuele di Savoia (versione breve)


http://www.youtube.com/watch?v=Flqr6QBJYtI

http://www.ilfattoquotidiano.it/ Dopo 33 anni Vittorio Emanuele ammette di aver ucciso Dirk Hamer, sparandogli nella notte sull'isola di Cavallo, in Corsica. Una confessione involontaria avvenuta nel carcere di Potenza. Ecco quello che il principe racconta ai suoi compagni di cella su come riuscì a sfuggire alle accuse nonostante avesse torto.

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http://www.youtube.com/watch?v=Flqr6QBJYtI

http://www.ilfattoquotidiano.it/ Dopo 33 anni Vittorio Emanuele ammette di aver ucciso Dirk Hamer, sparandogli nella notte sull'isola di Cavallo, in Corsica. Una confessione involontaria avvenuta nel carcere di Potenza. Ecco quello che il principe racconta ai suoi compagni di cella su come riuscì a sfuggire alle accuse nonostante avesse torto.

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