giovedì 24 febbraio 2011

DOPO 33 ANNI VITTORIO EMANUELE DI SAVOIA AMMETTE DI AVER UCCISO DIRK HAMER, SPARANDOGLI COL SUO FUCILE SULL’ISOLA DI CAVALLO, IN CORSICA.

"IL FATTO" METTE IN RETE UN VIDEO, RIPRESO DA UNA MICROCAMERA NASCOSTA NEL CARCERE DI POTENZA NEL 2006, NEL QUALE IL PRINCIPE SI VANTA DELL’OMICIDIO E DI ESSERE RIUSCITO A FARLA FRANCA NEL PROCESSO-FARSA IN FRANCIA (DAGOSPIA FI CONDANNATO DAL TRIBUNALE A PAGARE 50 MILA EURO PER AVER DATO DELL’ASSASSINO ALL’EREDE AL TRONO) - 2- È UN FILMATO INEQUIVOCABILE: “IO HO SPARATO UN COLPO COSÌ E UN COLPO IN GIÙ, MA IL COLPO È ANDATO IN QUESTA DIREZIONE, È ANDATO QUI E HA PRESO LA GAMBA SUA, PASSANDO ATTRAVERSO LA CARLINGA” E POI SI VANTA DI AVER GABBATO IL TRIBUNALE PARIGINO CHE L’HA ASSOLTO, GRAZIE ALLA SUA “BATTERIA DI AVVOCATI” -

Fonte : Dagospia



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Beatrice Borromeo per Il Fatto

Carcere di Potenza, 2006: Vittorio Emanuele è nella cella dov'è detenuto per l'inchiesta su Vallettopoli. Indossa una maglietta bianca con la scritta Nissan sulla schiena. Passeggia tra i letti a castello del penitenziario. E commenta le notizie del telegiornale che parlano di lui con i suoi compagni di prigione.

È divertito, allegro. I coindagati Rocco Migliardi, Gian Nicolino Narducci e Ugo Bonazza, reclusi con lui, lo incitano: "Lei è già fuori!". L'"erede al trono" cede alla tentazione dell'autocompiacimento, non è la prima volta che se la cava con poco: "Nel mio processo a Parigi...".

BIOGRAFIA VIT SAVOIA BASSEZZA REALE COVER

Inizia così una confessione che oggi il fattoquotidiano.it   è in grado di mostrarvi: a immortalarla non c'erano soltanto le cimici, come si pensava, ma anche una microcamera nascosta. È un filmato inequivocabile, che rievoca la notte tra il 17 e il 18 agosto 1978: un ragazzo tedesco di 19 anni, Dirk Hamer, viene raggiunto da due colpi di fucile alla gamba destra. Muore dopo 111 giorni, 19 operazioni e l'amputazione dell'arto. Un solo imputato: Vittorio Emanuele, che nega qualsiasi responsabilità. Alla fine la giuria francese lo dichiara innocente, dopo un processo durato appena tre giorni.

Quando nel 2006 i giornali pubblicano stralci dell'intercettazione ambientale in cui si vanta di aver "fregato" i giudici francesi e ricostruisce la traiettoria delle sue fucilate, Vittorio Emanuele convoca una conferenza stampa, nell'evocativa saletta dell'hotel Principe di Savoia a Milano. Accompagnato dai legali e dal figlio Emanuele Filiberto, sminuisce le sue esternazioni su Dirk Hamer e dice che sono state falsificate: "Queste notizie sono talvolta manipolate o non sono vere. Ma ora è il momento di parlare, di far emergere la verità".

VITTORIO EMANUELE

E la sua verità è questa: "Due tribunali francesi si sono pronunciati prosciogliendomi da ogni responsabilità. Lo hanno fatto perché ci sono prove chiare. La pallottola che ha colpito il ragazzo non poteva essere del mio fucile. Qualcuno ha sparato con una pistola a quel povero ragazzo, ecco la verità".

FUCILE DI VITTORIO EMANUELE SAVOIA DAPANORAMA

Dichiarazioni che ora vengono clamorosamente neutralizzate dalle testuali parole che lui stesso ha pronunciato in carcere, ignaro della microcamera che registrava: "Io ho sparato un colpo così e un colpo in giù, ma il colpo è andato in questa direzione, è andato qui e ha preso la gamba sua, che era (parola incomprensibile, ndr) steso, passando attraverso la carlinga". Spiega il tipo di proiettile: "Pallottola trenta zero tre".

Il principe ammette quindi di aver colpito Dirk e si vanta di aver gabbato il Tribunale parigino che l'ha assolto, grazie alla sua "batteria di avvocati". Rievoca "il processo, anche se io avevo torto ... torto...". E aggiunge: "Devo dire che li ho fregati... Il Procuratore aveva chiesto 5 anni e 6 mesi. Ero sicuro di vincere. Ero più che sicuro". Infatti "mi hanno dato sei mesi con la condizionale: sei mesi, c'era un'amnistia, non l'hanno neanche scritto! Sono uscito!". Scoppia a ridere, senza trattenere la soddisfazione.

VITTORIO EMANUELE SAVOIA MAZZETTE FOTO LASTAMPAVITTORIO EMANUELE SAVOIA PROCESSATO IN FRANCIA DAPANORAMA

LA RICERCA DEL FILMATO
Per Birgit Hamer, la sorella di Dirk, che nel 2006 legge queste intercettazioni ambientali sui giornali, diventa fondamentale capire se davvero, come sostiene Savoia nella conferenza stampa, le trascrizioni sono state manipolate o meno. Perché se fossero autentiche e testuali metterebbero -spiega lei-"la parola fine su questa storia: sarebbe impossibile negare che, a prescindere dalle sentenze, Savoia sia il vero e unico responsabile della morte di mio fratello".

Ma la signora Hamer, che a 20anni rinunciò a una carriera di top model e attrice per dedicare la sua vita a dare giustizia al fratello in tribunale e poi a confutare la sentenza, vive da dieci anni in Spagna con le figlie, Sigrid e Delia. Non ha più contatti diretti con i giornalisti, non sa a chi rivolgersi. Comincia a scrivere e a telefonare a tutte le persone coinvolte nel processo Vallettopoli che ha portato Savoia in carcere (verrà poi prosciolto).

SAVOIAVITTORIO EMANUELE DI SAVOIA

Scopre così che agli atti dell'inchiesta è depositata non solo la trascrizione delle frasi,ma anche la videoregistrazione del colloquio fra il principe e i compagni di cella. "Cosa c'è di più inequivocabile di un filmato,per capire come stanno le cose?", domanda la Hamer parlando con il Fatto. Il tempo passa. Vittorio Emanuele viene prosciolto dal gip di Potenza (come spiega qui sotto Gianni Barbacetto).

Solo a questo punto Birgit può fare istanza al Tribunale per ottenere copia della registrazione. Trova un avvocato nel capoluogo lucano che la rappresenti. Ma aspetta quasi un anno senza avere risposte. Poi scopre che parte del processo è stata trasferita alla Procura di Roma. Qui si rivolge a un altro legale che inoltra una seconda istanza ben motivata: "La signora Hamer ha il diritto costituzionalmente garantito alla verità sulla morte del fratello".

Trascorre qualche altro mese (pare che la registrazione sia andata perduta), poi finalmente l'avvocato chiama: il filmato è stato recuperato, può passare a ritirarlo. Quando Birgit vede il video, è la prima volta che ascolta la voce di Vittorio Emanuele dai tempi del processo a Parigi. Le bastano pochi minuti per rendersi conto che non ci sono manipolazioni.

Sono molte le parole incomprensibili e il principe, mentre racconta la notte in cui Dirk viene ferito a morte, è di spalle. Ma, ciò nonostante, risultano evidenti sia il contesto sia l'ammissione di colpa, che nelle intenzioni di Savoia è un vanto. Le frasi più gravi si sentono nitidamente, e con queste anche le risate e le battute, tutte pronunciate col timbro di voce inconfondibile dell'erede di Casa Savoia.

La Hamer piange, ma è felice come non lo era mai stata negli ultimi trent'anni: "Guardare quel video è orrendo, ma dà anche un grandissimo sollievo. Ora quel signore non potrà mai più sostenere che non ha sparato a mio fratello: ho vinto la mia battaglia, anzi quella di Dirk". a farla franca nel processo-farsa in Francia.

PANORAMA SAVOIA NUDO COVER

2- LA VITA SOTTO PROCESSO DEL PIDUISTA NUMERO 1621, DIVENTATO MAESTRO DELLA LOGGIA
Gianni Barbacetto per Il Fatto


Ci sono Paesi che hanno in sorte dalla storia personaggi esemplari e altri che invece si devono accontentare. L'Italia s'accontenta. Deve accontentarsi perfino degli eredi della dinastia che 150 anni fa ha realizzato l'Unità della nazione. Oggi Emanuele Filiberto di Savoia balla sotto le stelle e occupa le pagine dei giornali di gossip, tra un tronista e una velina.

FAMIGLIA SAVOIA

Suo padre, Vittorio Emanuele, ha fatto per anni l'indagato per gravi reati e oggi si consola sventolando i proscioglimenti giudiziari che lo fanno finalmente uscire da brutte storie di corruzione , associazione a delinquere, sfruttamento della prostituzione. Ma vale la pena di raccontarla tutta, la storia di Vittorio Emanuele Alberto Carlo Teodoro Umberto Bonifacio Amedeo Damiano Bernardino Gennaro Maria di Savoia, nato a Napoli il 12 febbraio 1937.

Italiano offshore, il primo della dinastia che ha ottenuto il privilegio di rientrare in patria, superando le disposizioni transitorie della Costituzione repubblicana che proibivano il ritorno in Italia dei discendenti maschi dei Savoia: quelli che avevano aperto la strada alla dittatura fascista, approvato le leggi razziali e abbandonato il Paese al suo destino dopo l'8 settembre.

Dopo studi faticosi, Vittorio Emanuele si dà agli affari. Fa il mediatore, il piazzista di lusso. Un "manager" davvero speciale: quando ancora non poteva rientrare in Italia, ha a lungo trafficato all'ombra delle Partecipazioni statali, operando per aziende di quello Stato in cui non poteva mettere piede.

SAVOIA2 GBSAVOIA1

Ha un ruolo, per esempio, negli affari realizzati a Bandar Abbas, in Iran: lì gli italiani buttano parecchi soldi (pubblici) per costruire un'acciaieria (Italimpianti) e un porto (Condotte). Un disastro industriale, ma che fa girare molti miliardi. Poi, tra gli anni Settanta e gli Ottanta, il suo nome finisce nelle indagini sui traffici d'armi del giudice di Venezia Carlo Mastelloni e di quello di Trento Carlo Palermo. Le inchieste planano a Roma e vengono archiviate in quello che allora era chiamato il "porto delle nebbie".

Come molti dei protagonisti di quei traffici, anche il Savoia è iscritto alla loggia P2 di Licio Gelli. Alla lettera S dell'elenco sequestrato nel marzo 1981 dai magistrati milanesi Giuliano Turone e Gherardo Colombo alla Giole di Castiglion Fibocchi, si legge: "Savoia Vittorio Emanuele, casella postale 842, Ginevra". La tessera è la numero 1621. Il principe aveva raggiunto il terzo grado della gerarchia massonica, quello di Maestro.

Nel 2002 vince la battaglia per tornare in Italia. Ma il rientro, in effetti, non c'è stato: tra l'amor di Patria e un regime fiscale più favorevole, Vittorio Emanuele ha evidentemente preferito il secondo, rimanendo a Ginevra, in Svizzera. Continuando però a fare affari in Italia. Tanto da incappare in una disavventura giudiziaria che gli è costata l'arresto. Era già stato processato in Francia per la morte di Dirk Hamer, raggiunto da un proiettile la notte del 18 agosto 1978 all'isola di Cavallo.

SAVOIA3 GBARTEFATTI SAVOIA PRIGIONE

E prosciolto nel novembre 1991 dalla Chambre d'accusation di Parigi dall'accusa di omicidio volontario, anche se condannato a 6 mesi con la condizionale per porto abusivo d'arma da fuoco. Nel 2006 è un pubblico ministro di Potenza, Henry John Woodcock, che nell'ambito dell'inchiesta chiamata Vallettopoli chiede che il Savoia sia portato in cella, con l'accusa di associazione a delinquere, corruzione, sfruttamento della prostituzione.

Viene arrestato il 16 giugno 2006. Woodcock gli contesta di aver "promosso e organizzato una holding del malaffare specializzata in corruzioni di vario tipo, specie nel settore del gioco d'azzardo". Con una dozzina di complici, è coinvolto - secondo l'ipotesi d'accusa - in un giro di tangenti per ottenere dai Monopoli di Stato certificati per l'installazione di videopoker, le cosiddette "macchinette mangiasoldi", attività che avrebbe favorito anche il riciclaggio di denaro, tramite "relazioni con casinò autorizzati e, in particolare, con il casinò di Campione d'Italia".

Il Tribunale del riesame e poi la Corte di cassazione riconoscono e confermano l'esistenza di gravi indizi nell'indagine partita da Potenza. Ma poi l'inchiesta è smembrata. La corruzione dei Monopoli di Stato va alla Procura di Roma. La corruzione per il casinò di Campione e lo sfruttamento della prostituzione (donne e sesso usati come tangenti) va alla Procura di Como. Solo l'associazione a delinquere, slegata dai reati-fine, resta a Potenza.

SAVOIA NAPOLI CORRIERE

Risultato: Como archivia; Roma archivia; Potenza arriva al rinvio a giudizio, ma poi il tribunale si dichiara incompetente e invia gli atti a Roma. Nella Capitale, un nuovo pubblico ministero chiede un secondo rinvio a giudizio, ma il giudice dell'indagine preliminare alla fine proscioglie.

Vittorio Emanuele, da Ginevra, può cantare vittoria e sostenere, come aveva dichiarato già nel 2006, di essere rimasto vittima di un "sistematico attacco per far sprofondare la nostra immagine", proprio mentre "Casa Savoia aveva indici di gradimento molto alti". Ci pensa suo figlio a recuperare il "gradimento", ballando in tv e comparendo sorridente sui rotocalchi di fascia bassa.

A nessuno dei due passa per la mente che ci sono comportamenti che, anche se non riconosciuti penalmente rilevanti, sono comunque disdicevoli per uomini che vorrebbero far parte della storia del loro Paese. Ma ci sono Paesi che hanno in sorte personaggi esemplari e altri che invece si devono accontentare.


Fonte : Dagospia



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"IL FATTO" METTE IN RETE UN VIDEO, RIPRESO DA UNA MICROCAMERA NASCOSTA NEL CARCERE DI POTENZA NEL 2006, NEL QUALE IL PRINCIPE SI VANTA DELL’OMICIDIO E DI ESSERE RIUSCITO A FARLA FRANCA NEL PROCESSO-FARSA IN FRANCIA (DAGOSPIA FI CONDANNATO DAL TRIBUNALE A PAGARE 50 MILA EURO PER AVER DATO DELL’ASSASSINO ALL’EREDE AL TRONO) - 2- È UN FILMATO INEQUIVOCABILE: “IO HO SPARATO UN COLPO COSÌ E UN COLPO IN GIÙ, MA IL COLPO È ANDATO IN QUESTA DIREZIONE, È ANDATO QUI E HA PRESO LA GAMBA SUA, PASSANDO ATTRAVERSO LA CARLINGA” E POI SI VANTA DI AVER GABBATO IL TRIBUNALE PARIGINO CHE L’HA ASSOLTO, GRAZIE ALLA SUA “BATTERIA DI AVVOCATI” -

Fonte : Dagospia



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Beatrice Borromeo per Il Fatto

Carcere di Potenza, 2006: Vittorio Emanuele è nella cella dov'è detenuto per l'inchiesta su Vallettopoli. Indossa una maglietta bianca con la scritta Nissan sulla schiena. Passeggia tra i letti a castello del penitenziario. E commenta le notizie del telegiornale che parlano di lui con i suoi compagni di prigione.

È divertito, allegro. I coindagati Rocco Migliardi, Gian Nicolino Narducci e Ugo Bonazza, reclusi con lui, lo incitano: "Lei è già fuori!". L'"erede al trono" cede alla tentazione dell'autocompiacimento, non è la prima volta che se la cava con poco: "Nel mio processo a Parigi...".

BIOGRAFIA VIT SAVOIA BASSEZZA REALE COVER

Inizia così una confessione che oggi il fattoquotidiano.it   è in grado di mostrarvi: a immortalarla non c'erano soltanto le cimici, come si pensava, ma anche una microcamera nascosta. È un filmato inequivocabile, che rievoca la notte tra il 17 e il 18 agosto 1978: un ragazzo tedesco di 19 anni, Dirk Hamer, viene raggiunto da due colpi di fucile alla gamba destra. Muore dopo 111 giorni, 19 operazioni e l'amputazione dell'arto. Un solo imputato: Vittorio Emanuele, che nega qualsiasi responsabilità. Alla fine la giuria francese lo dichiara innocente, dopo un processo durato appena tre giorni.

Quando nel 2006 i giornali pubblicano stralci dell'intercettazione ambientale in cui si vanta di aver "fregato" i giudici francesi e ricostruisce la traiettoria delle sue fucilate, Vittorio Emanuele convoca una conferenza stampa, nell'evocativa saletta dell'hotel Principe di Savoia a Milano. Accompagnato dai legali e dal figlio Emanuele Filiberto, sminuisce le sue esternazioni su Dirk Hamer e dice che sono state falsificate: "Queste notizie sono talvolta manipolate o non sono vere. Ma ora è il momento di parlare, di far emergere la verità".

VITTORIO EMANUELE

E la sua verità è questa: "Due tribunali francesi si sono pronunciati prosciogliendomi da ogni responsabilità. Lo hanno fatto perché ci sono prove chiare. La pallottola che ha colpito il ragazzo non poteva essere del mio fucile. Qualcuno ha sparato con una pistola a quel povero ragazzo, ecco la verità".

FUCILE DI VITTORIO EMANUELE SAVOIA DAPANORAMA

Dichiarazioni che ora vengono clamorosamente neutralizzate dalle testuali parole che lui stesso ha pronunciato in carcere, ignaro della microcamera che registrava: "Io ho sparato un colpo così e un colpo in giù, ma il colpo è andato in questa direzione, è andato qui e ha preso la gamba sua, che era (parola incomprensibile, ndr) steso, passando attraverso la carlinga". Spiega il tipo di proiettile: "Pallottola trenta zero tre".

Il principe ammette quindi di aver colpito Dirk e si vanta di aver gabbato il Tribunale parigino che l'ha assolto, grazie alla sua "batteria di avvocati". Rievoca "il processo, anche se io avevo torto ... torto...". E aggiunge: "Devo dire che li ho fregati... Il Procuratore aveva chiesto 5 anni e 6 mesi. Ero sicuro di vincere. Ero più che sicuro". Infatti "mi hanno dato sei mesi con la condizionale: sei mesi, c'era un'amnistia, non l'hanno neanche scritto! Sono uscito!". Scoppia a ridere, senza trattenere la soddisfazione.

VITTORIO EMANUELE SAVOIA MAZZETTE FOTO LASTAMPAVITTORIO EMANUELE SAVOIA PROCESSATO IN FRANCIA DAPANORAMA

LA RICERCA DEL FILMATO
Per Birgit Hamer, la sorella di Dirk, che nel 2006 legge queste intercettazioni ambientali sui giornali, diventa fondamentale capire se davvero, come sostiene Savoia nella conferenza stampa, le trascrizioni sono state manipolate o meno. Perché se fossero autentiche e testuali metterebbero -spiega lei-"la parola fine su questa storia: sarebbe impossibile negare che, a prescindere dalle sentenze, Savoia sia il vero e unico responsabile della morte di mio fratello".

Ma la signora Hamer, che a 20anni rinunciò a una carriera di top model e attrice per dedicare la sua vita a dare giustizia al fratello in tribunale e poi a confutare la sentenza, vive da dieci anni in Spagna con le figlie, Sigrid e Delia. Non ha più contatti diretti con i giornalisti, non sa a chi rivolgersi. Comincia a scrivere e a telefonare a tutte le persone coinvolte nel processo Vallettopoli che ha portato Savoia in carcere (verrà poi prosciolto).

SAVOIAVITTORIO EMANUELE DI SAVOIA

Scopre così che agli atti dell'inchiesta è depositata non solo la trascrizione delle frasi,ma anche la videoregistrazione del colloquio fra il principe e i compagni di cella. "Cosa c'è di più inequivocabile di un filmato,per capire come stanno le cose?", domanda la Hamer parlando con il Fatto. Il tempo passa. Vittorio Emanuele viene prosciolto dal gip di Potenza (come spiega qui sotto Gianni Barbacetto).

Solo a questo punto Birgit può fare istanza al Tribunale per ottenere copia della registrazione. Trova un avvocato nel capoluogo lucano che la rappresenti. Ma aspetta quasi un anno senza avere risposte. Poi scopre che parte del processo è stata trasferita alla Procura di Roma. Qui si rivolge a un altro legale che inoltra una seconda istanza ben motivata: "La signora Hamer ha il diritto costituzionalmente garantito alla verità sulla morte del fratello".

Trascorre qualche altro mese (pare che la registrazione sia andata perduta), poi finalmente l'avvocato chiama: il filmato è stato recuperato, può passare a ritirarlo. Quando Birgit vede il video, è la prima volta che ascolta la voce di Vittorio Emanuele dai tempi del processo a Parigi. Le bastano pochi minuti per rendersi conto che non ci sono manipolazioni.

Sono molte le parole incomprensibili e il principe, mentre racconta la notte in cui Dirk viene ferito a morte, è di spalle. Ma, ciò nonostante, risultano evidenti sia il contesto sia l'ammissione di colpa, che nelle intenzioni di Savoia è un vanto. Le frasi più gravi si sentono nitidamente, e con queste anche le risate e le battute, tutte pronunciate col timbro di voce inconfondibile dell'erede di Casa Savoia.

La Hamer piange, ma è felice come non lo era mai stata negli ultimi trent'anni: "Guardare quel video è orrendo, ma dà anche un grandissimo sollievo. Ora quel signore non potrà mai più sostenere che non ha sparato a mio fratello: ho vinto la mia battaglia, anzi quella di Dirk". a farla franca nel processo-farsa in Francia.

PANORAMA SAVOIA NUDO COVER

2- LA VITA SOTTO PROCESSO DEL PIDUISTA NUMERO 1621, DIVENTATO MAESTRO DELLA LOGGIA
Gianni Barbacetto per Il Fatto


Ci sono Paesi che hanno in sorte dalla storia personaggi esemplari e altri che invece si devono accontentare. L'Italia s'accontenta. Deve accontentarsi perfino degli eredi della dinastia che 150 anni fa ha realizzato l'Unità della nazione. Oggi Emanuele Filiberto di Savoia balla sotto le stelle e occupa le pagine dei giornali di gossip, tra un tronista e una velina.

FAMIGLIA SAVOIA

Suo padre, Vittorio Emanuele, ha fatto per anni l'indagato per gravi reati e oggi si consola sventolando i proscioglimenti giudiziari che lo fanno finalmente uscire da brutte storie di corruzione , associazione a delinquere, sfruttamento della prostituzione. Ma vale la pena di raccontarla tutta, la storia di Vittorio Emanuele Alberto Carlo Teodoro Umberto Bonifacio Amedeo Damiano Bernardino Gennaro Maria di Savoia, nato a Napoli il 12 febbraio 1937.

Italiano offshore, il primo della dinastia che ha ottenuto il privilegio di rientrare in patria, superando le disposizioni transitorie della Costituzione repubblicana che proibivano il ritorno in Italia dei discendenti maschi dei Savoia: quelli che avevano aperto la strada alla dittatura fascista, approvato le leggi razziali e abbandonato il Paese al suo destino dopo l'8 settembre.

Dopo studi faticosi, Vittorio Emanuele si dà agli affari. Fa il mediatore, il piazzista di lusso. Un "manager" davvero speciale: quando ancora non poteva rientrare in Italia, ha a lungo trafficato all'ombra delle Partecipazioni statali, operando per aziende di quello Stato in cui non poteva mettere piede.

SAVOIA2 GBSAVOIA1

Ha un ruolo, per esempio, negli affari realizzati a Bandar Abbas, in Iran: lì gli italiani buttano parecchi soldi (pubblici) per costruire un'acciaieria (Italimpianti) e un porto (Condotte). Un disastro industriale, ma che fa girare molti miliardi. Poi, tra gli anni Settanta e gli Ottanta, il suo nome finisce nelle indagini sui traffici d'armi del giudice di Venezia Carlo Mastelloni e di quello di Trento Carlo Palermo. Le inchieste planano a Roma e vengono archiviate in quello che allora era chiamato il "porto delle nebbie".

Come molti dei protagonisti di quei traffici, anche il Savoia è iscritto alla loggia P2 di Licio Gelli. Alla lettera S dell'elenco sequestrato nel marzo 1981 dai magistrati milanesi Giuliano Turone e Gherardo Colombo alla Giole di Castiglion Fibocchi, si legge: "Savoia Vittorio Emanuele, casella postale 842, Ginevra". La tessera è la numero 1621. Il principe aveva raggiunto il terzo grado della gerarchia massonica, quello di Maestro.

Nel 2002 vince la battaglia per tornare in Italia. Ma il rientro, in effetti, non c'è stato: tra l'amor di Patria e un regime fiscale più favorevole, Vittorio Emanuele ha evidentemente preferito il secondo, rimanendo a Ginevra, in Svizzera. Continuando però a fare affari in Italia. Tanto da incappare in una disavventura giudiziaria che gli è costata l'arresto. Era già stato processato in Francia per la morte di Dirk Hamer, raggiunto da un proiettile la notte del 18 agosto 1978 all'isola di Cavallo.

SAVOIA3 GBARTEFATTI SAVOIA PRIGIONE

E prosciolto nel novembre 1991 dalla Chambre d'accusation di Parigi dall'accusa di omicidio volontario, anche se condannato a 6 mesi con la condizionale per porto abusivo d'arma da fuoco. Nel 2006 è un pubblico ministro di Potenza, Henry John Woodcock, che nell'ambito dell'inchiesta chiamata Vallettopoli chiede che il Savoia sia portato in cella, con l'accusa di associazione a delinquere, corruzione, sfruttamento della prostituzione.

Viene arrestato il 16 giugno 2006. Woodcock gli contesta di aver "promosso e organizzato una holding del malaffare specializzata in corruzioni di vario tipo, specie nel settore del gioco d'azzardo". Con una dozzina di complici, è coinvolto - secondo l'ipotesi d'accusa - in un giro di tangenti per ottenere dai Monopoli di Stato certificati per l'installazione di videopoker, le cosiddette "macchinette mangiasoldi", attività che avrebbe favorito anche il riciclaggio di denaro, tramite "relazioni con casinò autorizzati e, in particolare, con il casinò di Campione d'Italia".

Il Tribunale del riesame e poi la Corte di cassazione riconoscono e confermano l'esistenza di gravi indizi nell'indagine partita da Potenza. Ma poi l'inchiesta è smembrata. La corruzione dei Monopoli di Stato va alla Procura di Roma. La corruzione per il casinò di Campione e lo sfruttamento della prostituzione (donne e sesso usati come tangenti) va alla Procura di Como. Solo l'associazione a delinquere, slegata dai reati-fine, resta a Potenza.

SAVOIA NAPOLI CORRIERE

Risultato: Como archivia; Roma archivia; Potenza arriva al rinvio a giudizio, ma poi il tribunale si dichiara incompetente e invia gli atti a Roma. Nella Capitale, un nuovo pubblico ministero chiede un secondo rinvio a giudizio, ma il giudice dell'indagine preliminare alla fine proscioglie.

Vittorio Emanuele, da Ginevra, può cantare vittoria e sostenere, come aveva dichiarato già nel 2006, di essere rimasto vittima di un "sistematico attacco per far sprofondare la nostra immagine", proprio mentre "Casa Savoia aveva indici di gradimento molto alti". Ci pensa suo figlio a recuperare il "gradimento", ballando in tv e comparendo sorridente sui rotocalchi di fascia bassa.

A nessuno dei due passa per la mente che ci sono comportamenti che, anche se non riconosciuti penalmente rilevanti, sono comunque disdicevoli per uomini che vorrebbero far parte della storia del loro Paese. Ma ci sono Paesi che hanno in sorte personaggi esemplari e altri che invece si devono accontentare.


Fonte : Dagospia



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La regione più povera e con il più alto grado di disoccupazione d’Italia,la Basilicata, fa guadagnare Miliardi di euro all’anno all’ENI

basilicata

di Mauro Miccolis

In realtà, capire bene quanti miliardi l’anno guadagna l’ENI, dai pozzi di petrolio della Basilicata, in base ai dati ufficiali forniti dal governo italiano, non è un’impresa molto facile per chi come me non è un addetto al settore.

Infatti, andando sul sito governativo, dello Sviluppo Economico, si troveranno i dati di produzione degli idrocarburi in Kg, mentre sappiamo benissimo che il costo del petrolio sulle borse mondiali lo si calcola al barile, e vi assicuro non è così semplice convertire i barili di greggio in kg, questo perché il petrolio è venduto in almeno una dozzina di qualità.

Infatti esiste sul greggio, un “differenziale di qualità”, si va dal ultra light&sweet (ultra leggero e dolce) al heavy&sour (pesante e acido) ( sour e sweet dipendono dalla % di zolfo – light e heavy dai gradi API). Ci sono petroli heavy&sweet (pesanti ma dolci) e petroli light&sour (leggeri ma acidi).

Tenete presente che per gradi API > 40 i petroli sono light, inferiore a 25 sono heavy, in mezzo sono medium (i gradi API, la cui scala va da 1 a 100, sono inversamente proporzionali alla densità).
E’ ovvio che i petroli light (cioè costituiti da miscele di idrocarburi leggeri) hanno una più alta resa in benzina + frazioni leggere e bassa in oli pesanti e bitumi, viceversa gli heavy.

Ad una scala API da 1 a 100, corrisponde un range di densità da 1,07 (heavy) a 0,61 (light) (numeri arrotondati). Per cui 1000 litri di petrolio pesano da 1,07 a 0,61 tonnellate.

Quindi a conti fatti un barile di greggio (circa 159 litri) pesa dai 170 ai 97 Kg. La relazione tra °API e densità è la seguente: °API = [ (141,5/d) - 131,5].

Sarebbe interessante avere i dati sulla qualità del greggio estratto per determinare il corretto valore; io non sono riuscito a trovarli.

Comunque,la produzione nel 2010 è stata di 2.843.935.610 kg il che equivale a 29 milioni di barili nel caso di petrolio light di altissima qualità o 17 milioni di barili nel caso di petrolio heavy di pessima qualità.

Considerando che oggi, 21 Dicembre 2010, il prezzo del basket Opec, composto da dodici tipi di crudi diversi, è a 88,78 usd (circa 67 euro) al barile significa un valore che oscilla da circa 2 miliari di euro a 1 miliardo e duecento milioni di euro.

Cerchiamo di calcolare quanto ha guadagnato l’ENI in base alle Royality emesse alla Regione Basilicata, che dovrebbero ammontare al 7%, (sono le Royality più basse del mondo, in tutti gli altri paesi si corrisponde non meno del 30%) sul sito del governo, ammontano per il 2010 a 65.311.112 euro; questo implicherebbe circa 933 milioni di euro guadagnati dall’ENI.

E lo so, i conti non tornano perfettamente. E non tornano neanche se a questi togliamo i costi di estrazione che ammontano a circa 6-7 euro a barile (abbastanza bassi,rapportati alle medie mondiali). E difficilmente tornano se si considera anche il Gas estratto oltre che il petrolio.

Risulta anche molto bizzarro il fatto che i contatori sulle risorse estratte siano della stessa ENI. Immaginate se io mi costruissi una casa, e decidessi di collegarmi alla fornitura di energia elettrica, con un mio contatore; e poi a fine mese comunicassi i miei consumi; bizzarro vero? Se lo fa ENI, evidentemente no.

E’ veramente difficile per me,con le informazioni trovate, capire bene quanti soldi ha guadagnato l’ENI, anche perché lo scarto tra il prezzo di mercato di un qualsiasi greggio e quello di un greggio di riferimento dipende dalla diversa qualità e dalle distanze tra i luoghi di produzione ed il luogo di consegna. Il “differenziale di qualità” tiene conto della densità e del tenore di zolfo dei due greggi. Il “differenziale di trasporto” è dato dalla differenza tra il costo di trasporto del greggio considerato e del greggio di riferimento allo stesso punto di consegna; date le particolari caratteristiche del mercato petrolifero internazionale, un greggio più lontano di quello di riferimento deve essere venduto ad un prezzo più basso e viceversa.

Si da il caso, che il greggio è estratto in Basilicata e raffinato a Taranto, quindi il valore del barile è molto più alto degli 88 dollari calcolati, e quindi per me il risultato che esce fuori dal pezzentissimo 7% rimane misterioso.

Malgrado questo grosso giro di denaro, in Basilicata il lavoro manca esattamente come prima, che si scoprisse il petrolio. Non sono state realizzate opere infrastrutturali, il costo della benzina non ha subìto sconti. La gente, soprattutto i più giovani, continua a emigrare: negli ultimi quindici anni a Grumento Nova, 2.500 abitanti, la popolazione è diminuita di un quarto, mentre da tutta la regione — che ha poco più di 570 mila abitanti — si continua a emigrare al ritmo di quattromila persone all’anno. E l’aria, l’acqua e persino il rinomato miele della Val d’Agri sono sempre più a rischio perché sempre più ‘ricchi’ di idrocarburi”.

Ma sulla devastazione del territorio lucano vi racconterò nei prossimi post.

Fonte:Miccolismauro

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basilicata

di Mauro Miccolis

In realtà, capire bene quanti miliardi l’anno guadagna l’ENI, dai pozzi di petrolio della Basilicata, in base ai dati ufficiali forniti dal governo italiano, non è un’impresa molto facile per chi come me non è un addetto al settore.

Infatti, andando sul sito governativo, dello Sviluppo Economico, si troveranno i dati di produzione degli idrocarburi in Kg, mentre sappiamo benissimo che il costo del petrolio sulle borse mondiali lo si calcola al barile, e vi assicuro non è così semplice convertire i barili di greggio in kg, questo perché il petrolio è venduto in almeno una dozzina di qualità.

Infatti esiste sul greggio, un “differenziale di qualità”, si va dal ultra light&sweet (ultra leggero e dolce) al heavy&sour (pesante e acido) ( sour e sweet dipendono dalla % di zolfo – light e heavy dai gradi API). Ci sono petroli heavy&sweet (pesanti ma dolci) e petroli light&sour (leggeri ma acidi).

Tenete presente che per gradi API > 40 i petroli sono light, inferiore a 25 sono heavy, in mezzo sono medium (i gradi API, la cui scala va da 1 a 100, sono inversamente proporzionali alla densità).
E’ ovvio che i petroli light (cioè costituiti da miscele di idrocarburi leggeri) hanno una più alta resa in benzina + frazioni leggere e bassa in oli pesanti e bitumi, viceversa gli heavy.

Ad una scala API da 1 a 100, corrisponde un range di densità da 1,07 (heavy) a 0,61 (light) (numeri arrotondati). Per cui 1000 litri di petrolio pesano da 1,07 a 0,61 tonnellate.

Quindi a conti fatti un barile di greggio (circa 159 litri) pesa dai 170 ai 97 Kg. La relazione tra °API e densità è la seguente: °API = [ (141,5/d) - 131,5].

Sarebbe interessante avere i dati sulla qualità del greggio estratto per determinare il corretto valore; io non sono riuscito a trovarli.

Comunque,la produzione nel 2010 è stata di 2.843.935.610 kg il che equivale a 29 milioni di barili nel caso di petrolio light di altissima qualità o 17 milioni di barili nel caso di petrolio heavy di pessima qualità.

Considerando che oggi, 21 Dicembre 2010, il prezzo del basket Opec, composto da dodici tipi di crudi diversi, è a 88,78 usd (circa 67 euro) al barile significa un valore che oscilla da circa 2 miliari di euro a 1 miliardo e duecento milioni di euro.

Cerchiamo di calcolare quanto ha guadagnato l’ENI in base alle Royality emesse alla Regione Basilicata, che dovrebbero ammontare al 7%, (sono le Royality più basse del mondo, in tutti gli altri paesi si corrisponde non meno del 30%) sul sito del governo, ammontano per il 2010 a 65.311.112 euro; questo implicherebbe circa 933 milioni di euro guadagnati dall’ENI.

E lo so, i conti non tornano perfettamente. E non tornano neanche se a questi togliamo i costi di estrazione che ammontano a circa 6-7 euro a barile (abbastanza bassi,rapportati alle medie mondiali). E difficilmente tornano se si considera anche il Gas estratto oltre che il petrolio.

Risulta anche molto bizzarro il fatto che i contatori sulle risorse estratte siano della stessa ENI. Immaginate se io mi costruissi una casa, e decidessi di collegarmi alla fornitura di energia elettrica, con un mio contatore; e poi a fine mese comunicassi i miei consumi; bizzarro vero? Se lo fa ENI, evidentemente no.

E’ veramente difficile per me,con le informazioni trovate, capire bene quanti soldi ha guadagnato l’ENI, anche perché lo scarto tra il prezzo di mercato di un qualsiasi greggio e quello di un greggio di riferimento dipende dalla diversa qualità e dalle distanze tra i luoghi di produzione ed il luogo di consegna. Il “differenziale di qualità” tiene conto della densità e del tenore di zolfo dei due greggi. Il “differenziale di trasporto” è dato dalla differenza tra il costo di trasporto del greggio considerato e del greggio di riferimento allo stesso punto di consegna; date le particolari caratteristiche del mercato petrolifero internazionale, un greggio più lontano di quello di riferimento deve essere venduto ad un prezzo più basso e viceversa.

Si da il caso, che il greggio è estratto in Basilicata e raffinato a Taranto, quindi il valore del barile è molto più alto degli 88 dollari calcolati, e quindi per me il risultato che esce fuori dal pezzentissimo 7% rimane misterioso.

Malgrado questo grosso giro di denaro, in Basilicata il lavoro manca esattamente come prima, che si scoprisse il petrolio. Non sono state realizzate opere infrastrutturali, il costo della benzina non ha subìto sconti. La gente, soprattutto i più giovani, continua a emigrare: negli ultimi quindici anni a Grumento Nova, 2.500 abitanti, la popolazione è diminuita di un quarto, mentre da tutta la regione — che ha poco più di 570 mila abitanti — si continua a emigrare al ritmo di quattromila persone all’anno. E l’aria, l’acqua e persino il rinomato miele della Val d’Agri sono sempre più a rischio perché sempre più ‘ricchi’ di idrocarburi”.

Ma sulla devastazione del territorio lucano vi racconterò nei prossimi post.

Fonte:Miccolismauro

mercoledì 23 febbraio 2011

L’assedio di Gaeta, o il Risorgimento di sangue che è meglio conoscere

Per ingrandire fare click sull'immagine

Fonte: Il Foglio del 23 febbraio 2011 pag.2

Roma. Siamo davvero messi male se abbiamo
bisogno di un comico, sia pure di genio,
come Roberto Benigni, per dirci italiani
e celebrare i 150 anni dell’Unità. Meglio
avere il coraggio di capire anziché celebrare,
o di studiare per capire cosa realmente
festeggiare. Per questo è raccomandabile
l’ultimo libro di Gigi Di Fiore, che sabato
scorso a Lecce ha inaugurato la quinta
edizione di Sfide, il ciclo di conferenze organizzato
da Alfredo Mantovano.

Dopo “Controstoria dell’Unità” sui fatti e misfatti
del Risorgimento (Rizzoli 2007, ora Bur),
il giornalista del Mattino ha ricostruito “Gli
ultimi giorni di Gaeta” (sempre Rizzoli) e
cioè l’assedio che dal settembre 1860 al febbraio
1861 le truppe dei generali piemontesi
Cialdini e Morozzo della Rocca inflissero
al re Borbone rifugiato lì col suo governo, il
suo stato maggiore, la sua famiglia e i suoi
irriducibili. E’ una grande tragedia rimossa,
fatta di astuzia e di viltà, di onore e ingenuità.

“Il 6 settembre Francesco II lascia
Napoli, il 7 arriva Garibaldi”, abbiamo
sempre letto nei libri di storia. Le cose non
andarono proprio così. Il re delle Due Sicilie,
in un primo momento, considerò lo
sbarco dei Mille una faccenda da filibustieri
da affidare alla polizia. Quando capì il
vero intento del cugino piemontese (il cui
stato era gravato da un debito pubblico di
500 milioni, che finì di restituire nel 1902)
e cioè invadere il suo di regno e annetterselo
senza manco dichiarargli guerra, lasciò
Napoli per salvare popolo e monumenti
e con 50 mila folli, consapevoli che la loro
era la sorte dei vinti, si chiuse a Gaeta.
L’assedio fece 2.700 morti, di cui 1.200 militari
borbonici e migliaia di civili finiti in
fosse comuni scoperte solo oggi, 3.000 feriti
e una resa piena di reticenze.

Gigi Di Fiore non è un neoborbonico e
nemmeno un rivendicazionista. E’ un tipo
mite e libero che sogna di riavvicinare
nord e sud in nome della verità.

Per questo racconta tutto senza indulgenza:
dal giovane re, isolato, esanime e troppo buono,
alla principessa di Wittelsbach, sua moglie,
che fino all’ultimo si prodigò per soccorrere
i feriti, dai militari piemontesi, efferati e
meticolosi, a quelli borbonici, più vecchi,
un po’ spacconi e pronti a tradire, fino alla
figura di Liborio Romano, il ministro di
Francesco II che pensò di salvare Napoli
stringendo un patto con la camorra.

Marina Valensise


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Fonte: Il Foglio del 23 febbraio 2011 pag.2

Roma. Siamo davvero messi male se abbiamo
bisogno di un comico, sia pure di genio,
come Roberto Benigni, per dirci italiani
e celebrare i 150 anni dell’Unità. Meglio
avere il coraggio di capire anziché celebrare,
o di studiare per capire cosa realmente
festeggiare. Per questo è raccomandabile
l’ultimo libro di Gigi Di Fiore, che sabato
scorso a Lecce ha inaugurato la quinta
edizione di Sfide, il ciclo di conferenze organizzato
da Alfredo Mantovano.

Dopo “Controstoria dell’Unità” sui fatti e misfatti
del Risorgimento (Rizzoli 2007, ora Bur),
il giornalista del Mattino ha ricostruito “Gli
ultimi giorni di Gaeta” (sempre Rizzoli) e
cioè l’assedio che dal settembre 1860 al febbraio
1861 le truppe dei generali piemontesi
Cialdini e Morozzo della Rocca inflissero
al re Borbone rifugiato lì col suo governo, il
suo stato maggiore, la sua famiglia e i suoi
irriducibili. E’ una grande tragedia rimossa,
fatta di astuzia e di viltà, di onore e ingenuità.

“Il 6 settembre Francesco II lascia
Napoli, il 7 arriva Garibaldi”, abbiamo
sempre letto nei libri di storia. Le cose non
andarono proprio così. Il re delle Due Sicilie,
in un primo momento, considerò lo
sbarco dei Mille una faccenda da filibustieri
da affidare alla polizia. Quando capì il
vero intento del cugino piemontese (il cui
stato era gravato da un debito pubblico di
500 milioni, che finì di restituire nel 1902)
e cioè invadere il suo di regno e annetterselo
senza manco dichiarargli guerra, lasciò
Napoli per salvare popolo e monumenti
e con 50 mila folli, consapevoli che la loro
era la sorte dei vinti, si chiuse a Gaeta.
L’assedio fece 2.700 morti, di cui 1.200 militari
borbonici e migliaia di civili finiti in
fosse comuni scoperte solo oggi, 3.000 feriti
e una resa piena di reticenze.

Gigi Di Fiore non è un neoborbonico e
nemmeno un rivendicazionista. E’ un tipo
mite e libero che sogna di riavvicinare
nord e sud in nome della verità.

Per questo racconta tutto senza indulgenza:
dal giovane re, isolato, esanime e troppo buono,
alla principessa di Wittelsbach, sua moglie,
che fino all’ultimo si prodigò per soccorrere
i feriti, dai militari piemontesi, efferati e
meticolosi, a quelli borbonici, più vecchi,
un po’ spacconi e pronti a tradire, fino alla
figura di Liborio Romano, il ministro di
Francesco II che pensò di salvare Napoli
stringendo un patto con la camorra.

Marina Valensise


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Napoli Catania - Tutti allo stadio con la bandiera delle Due Sicilie


http://www.youtube.com/watch?v=YNqsPXWrrXc&feature=feedu

I meridionalisti contro le celebrazioni dei 150 anni di unità d'Italia portano allo stadio San Paolo le bandiere del Regno delle Due Sicilie. Contro le menzogne del Risorgimento per ristabilire le verità sul dramma vissuto dal Sud Italia dal 1860 in poi.

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http://www.youtube.com/watch?v=YNqsPXWrrXc&feature=feedu

I meridionalisti contro le celebrazioni dei 150 anni di unità d'Italia portano allo stadio San Paolo le bandiere del Regno delle Due Sicilie. Contro le menzogne del Risorgimento per ristabilire le verità sul dramma vissuto dal Sud Italia dal 1860 in poi.

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La supplente rispedita in Sicilia - Così ha voluto la Lega Nord


Una leggina toglie a molti insegnanti la cattedra nelle scuole delle regioni settentrionali. La norma voluta da un senatore del partito di Bossi è nascosta nel decreto "Milleproroghe"


di SALVO INTRAVAIA

La Lega rispedisce a casa Adriana e i suoi colleghi "terroni". Dal prossimo anno scolastico, moltissimi supplenti siciliani non potranno più lavorare nelle scuole del Nord: una leggina li costringerà a rifare le valigie e a tornare a casa. Un dramma che investe, tra mille altri, anche Adriana, insegnante palermitana in servizio in un piccolo centro della Toscana. "Ormai la mia vita è qui - racconta - Nonostante i disagi di un clima difficile, mi piace molto lavorare nella mia scuola in mezzo al bosco". Dopo anni alla ricerca di una sistemazione, a 45 anni decide di fare le valigie per andare al Nord. In Sicilia non era stata certo con le mani in mano. Una decina d'anni fa aveva messo su una ditta di commercio all'ingrosso di supporti informatici, computer e materiale di cancelleria. "All'inizio le cose andavano bene. Fino a quando la grande distribuzione e la crisi non ci hanno messo in ginocchio, costringendoci a chiudere". Lei però non si scoraggia. Ricorda di avere l'abilitazione all'insegnamento e nella primavera del 2009 fa domanda di inserimento in graduatoria: a Palermo per quella "a esaurimento" e in provincia di Massa Carrara per le "code" e le graduatorie d'istituto. Passano pochi mesi e arriva la prima telefonata. "L'anno scorso ho lavorato da dicembre a giugno in una pluriclasse di scuola elementare - racconta - Quest'anno mi hanno nominato a settembre su sostegno e lavorerò fino a fine anno". In Lunigiana si trova bene. "Mettere su casa in un paesino di duecento abitanti - racconta - è stato naturale. Mi trovo bene con tutti: bambini, colleghe e gente del posto". Di siciliani, nelle scuole del Nord, ce ne sono tanti. "Non sono andata via da Palermo perché la mia terra non mi piace, ma solo per trovare il lavoro. Ed essere costretta a tornare da una norma discriminatoria mi sembra una follia". Dopo diversi anni, Adriana pensava di avere finalmente trovato un equilibrio. "Ho potuto fare questo colpo di testa - spiega - perché non sono sposata e non ho figli, ma non è stato facile lasciare a 45 anni gli affetti e le amicizie. Ma cos'altro potevo fare?". E adesso? "Preferisco non pensarci: mi si prospetta il baratro". Il meccanismo che la riporterà probabilmente a casa è complesso. Nel 2009 il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, riapre le graduatorie provinciali dei supplenti, ma solo per l'aggiornamento del punteggio: non è possibile spostarsi da una provincia all'altra. L'unica chance è di inserirsi, oltre che nella propria graduatoria, anche in altre tre province, ma solo "in coda" e non "a pettine", cioè col proprio punteggio. Per le graduatorie d'istituto, utilizzate per le supplenze brevi, c'è invece libertà di movimento su tutto il territorio nazionale. Per queste ultime, Adriana sceglie la Toscana e le va bene. Ma pochi giorni fa la Consulta dichiara illegittime le "code" perché violano il principio di uguaglianza tra i cittadini. Il governo non sa che pesci prendere, ma al Senato nel frattempo è in discussione il decreto "Milleproroghe". E un senatore della Lega, Mario Pittoni, non si fa sfuggire l'occasione. Propone un emendamento, approvato a Palazzo Madama con il voto di fiducia e ora in discussione alla Camera, che prevede il congelamento delle attuali graduatorie "a esaurimento" fino al 31 agosto 2012 e l'inserimento "a decorrere dall'anno scolastico 2011-2012" nelle graduatorie di dieci-venti istituti, ma solo nella stessa provincia in cui ci si trova inseriti nelle liste "ad esaurimento". Un combinato micidiale, che per Adriana e per migliaia di supplenti "emigrati" significa ritorno a casa e fine di tutti i sogni legati a un lavoro duraturo.


Fonte:La Repubblica Palermo


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Una leggina toglie a molti insegnanti la cattedra nelle scuole delle regioni settentrionali. La norma voluta da un senatore del partito di Bossi è nascosta nel decreto "Milleproroghe"


di SALVO INTRAVAIA

La Lega rispedisce a casa Adriana e i suoi colleghi "terroni". Dal prossimo anno scolastico, moltissimi supplenti siciliani non potranno più lavorare nelle scuole del Nord: una leggina li costringerà a rifare le valigie e a tornare a casa. Un dramma che investe, tra mille altri, anche Adriana, insegnante palermitana in servizio in un piccolo centro della Toscana. "Ormai la mia vita è qui - racconta - Nonostante i disagi di un clima difficile, mi piace molto lavorare nella mia scuola in mezzo al bosco". Dopo anni alla ricerca di una sistemazione, a 45 anni decide di fare le valigie per andare al Nord. In Sicilia non era stata certo con le mani in mano. Una decina d'anni fa aveva messo su una ditta di commercio all'ingrosso di supporti informatici, computer e materiale di cancelleria. "All'inizio le cose andavano bene. Fino a quando la grande distribuzione e la crisi non ci hanno messo in ginocchio, costringendoci a chiudere". Lei però non si scoraggia. Ricorda di avere l'abilitazione all'insegnamento e nella primavera del 2009 fa domanda di inserimento in graduatoria: a Palermo per quella "a esaurimento" e in provincia di Massa Carrara per le "code" e le graduatorie d'istituto. Passano pochi mesi e arriva la prima telefonata. "L'anno scorso ho lavorato da dicembre a giugno in una pluriclasse di scuola elementare - racconta - Quest'anno mi hanno nominato a settembre su sostegno e lavorerò fino a fine anno". In Lunigiana si trova bene. "Mettere su casa in un paesino di duecento abitanti - racconta - è stato naturale. Mi trovo bene con tutti: bambini, colleghe e gente del posto". Di siciliani, nelle scuole del Nord, ce ne sono tanti. "Non sono andata via da Palermo perché la mia terra non mi piace, ma solo per trovare il lavoro. Ed essere costretta a tornare da una norma discriminatoria mi sembra una follia". Dopo diversi anni, Adriana pensava di avere finalmente trovato un equilibrio. "Ho potuto fare questo colpo di testa - spiega - perché non sono sposata e non ho figli, ma non è stato facile lasciare a 45 anni gli affetti e le amicizie. Ma cos'altro potevo fare?". E adesso? "Preferisco non pensarci: mi si prospetta il baratro". Il meccanismo che la riporterà probabilmente a casa è complesso. Nel 2009 il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, riapre le graduatorie provinciali dei supplenti, ma solo per l'aggiornamento del punteggio: non è possibile spostarsi da una provincia all'altra. L'unica chance è di inserirsi, oltre che nella propria graduatoria, anche in altre tre province, ma solo "in coda" e non "a pettine", cioè col proprio punteggio. Per le graduatorie d'istituto, utilizzate per le supplenze brevi, c'è invece libertà di movimento su tutto il territorio nazionale. Per queste ultime, Adriana sceglie la Toscana e le va bene. Ma pochi giorni fa la Consulta dichiara illegittime le "code" perché violano il principio di uguaglianza tra i cittadini. Il governo non sa che pesci prendere, ma al Senato nel frattempo è in discussione il decreto "Milleproroghe". E un senatore della Lega, Mario Pittoni, non si fa sfuggire l'occasione. Propone un emendamento, approvato a Palazzo Madama con il voto di fiducia e ora in discussione alla Camera, che prevede il congelamento delle attuali graduatorie "a esaurimento" fino al 31 agosto 2012 e l'inserimento "a decorrere dall'anno scolastico 2011-2012" nelle graduatorie di dieci-venti istituti, ma solo nella stessa provincia in cui ci si trova inseriti nelle liste "ad esaurimento". Un combinato micidiale, che per Adriana e per migliaia di supplenti "emigrati" significa ritorno a casa e fine di tutti i sogni legati a un lavoro duraturo.


Fonte:La Repubblica Palermo


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Entriamo ....a coorte!

Delle nostre considerazioni, suscitate dal pezzo di Zenone di Elea (alias Mino Errico) dal titolo : "Stringiamoci a coorte" che potete leggere in home page sul sito da lui gestito http://www.eleaml.org/ che fu voce delle acute e lucide riflessione del maestro di tutti noi Nicola Zitara.

di Andrea Balìa


Entriamo ...a coorte

Mi ripeterò nel dire, e non per spirito d’inutile piaggerìa o per comprovata amicizia, che le riflessioni di Zenone di Elea (alias Mino Errico) le leggo sempre con estremo interesse e curiosità, così come non mi succede spesso con altri, mentre mi succedeva ugualmente – con in aggiunta una susseguiosa ammirazione – per quelli di Nicola Zitara.
Mi riferisco, ovviamente, all’ultimo titolato “ Stringiamoci a coorte”, e mi piacerebbe fare delle modeste considerazioni.
Non credo il problema sia se fosse più risorgimentalista la destra o la sinistra. Entrambi hanno succhiato alla mammella italica, una con i valori esaltati della patria, dello stato unito sotto una bandiera ritenuta gloriosa, della “razza” italiana portati fino alla fanatica lettura e propaganda date dal fascismo, massima espressione della destra in Italia.
L’altra con il mito di Garibaldi, della rivoluzione popolare, un anticlericalismo latente in una troppo accentuata idea di laicità, come dice Zenone di Elea parlando della sinistra.
D’altro canto è vero che la destra , per ragioni connaturate al suo essere, s’è fatta paladina dei valori della tradizione, e che – come ha scritto Ruggero Guarini su “il Tempo” del 19 Febbraio c.m. in una lettera intestata a Napolitano dal titolo: "Napolitano citi Gramsci sull'Unità d'Italia : per i comunisti il Risorgimento fu solo una disgrazia!" citando per l’appunto Gramsci : «L'unità d'Italia non è avvenuta su basi di uguaglianza, ma come egemonia del Nord sul Mezzogiorno, nel rapporto territoriale città-campagna. Cioè, il Nord concretamente era una “piovra” che si è arricchita a spese del Sud e il suo incremento economico-industriale è stato in rapporto diretto con l'impoverimento dell'economia e dell'agricoltura meridionale. L'Italia settentrionale ha soggiogato l'Italia meridionale e le isole, riducendole a colonie di sfruttamento” e il progressista Salvemini : “Se dall'unità d'Italia il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata. E' caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone» o ancora il militante Pci Nicola Chiaromonte «L’impeto nazionale costringe gli italiani a rinunciare a una vera rivoluzione: gridando "Italia, Italia", si finisce col costringere le masse depauperate del popolo italiano a fuggire come "emigranti" dall'"Italia libera"». Dicendo al Presidente che : “Non posso, tuttavia, sottrarmi al dovere di ricordarle che a maledire lo stato che nacque dal Risorgimento non furono soltanto molti parrucconi reazionari ma anche alcune grosse menti di sinistra.”
Questo per dire che non esiste un primato di risorgimentalismo in nessuna dei due pensieri forti della politica.
Ciò detto il problema è un altro, volendolo portare ai nostri giorni, al procedere del meridionalismo e alle strade percorribili per portare il nostro Sud al riscatto e a far sì che si doti d’una ormai improcrastinabile rappresentatività politica.
Zitara ci ha dato perle di lettura ed analisi politica ed economica, come forse nessun altro e come giustamente Zenone di Elea ce ne ricorda nei titoli dei testi menzionati. Zitara, altresì, stupendo molti ed anche (per carità di patria ed onestà intellettuale vado a ricordarlo) il sottoscritto che d’impeto gli scrisse, fece nell’ultimo anno della sua vita delle considerazioni strategiche. Il Sud non può attendere ancora molto, di tempo non gliene resta granchè, pena la sua sopravvivenza, il suo esistere. L’invito, quindi, del maestro, a valutare strade di confronto anche con l’odiata politica istituzionale pur di “Entrare …a coorte”.
E qui l’argomento diventa ancor più delicato, dovendo entrare nel merito di valutazioni estremamente difficili. Di conseguenza steccati non potremo alzarne se non legati ad una lettura molto real politik : i nemici e le strade impercorribili sono tutto sommato non difficilmente individuabili. Chi fa dell’antimeridionalismo la sua bandiera, chi ne è alleato e da spazio e voce a tale posizione, ci mette nella condizione di doverlo aprioristicamente escludere. Chi vuole accoglierti, senza far troppe domande, pur di averti con sé sul carrozzone del vincitore da difendere e accrescere non lascia margini alle nostre idee. Tale sirena canta un canto adulatore che trova facili sponde in un meridionalismo d’accatto che s’allea col suo carnefice, con chi in un modo xenofobo e prevaricatore, d’un irrisolta avidità, ti sottrae ad esempio i Fondi Fas. Dovresti assumere un iter simile a “guardie e ladri”. Vedi l’esempio d’un Miccichè, sottosegretario al Cipe (erogatore dei Fondi Fas) che crea un movimento denominato Forza Sud, alleato col governo, per chiedere ciò che egli non ha dato. Pura follia da gioco napoletano, tristemente noto, delle tre carte.
E su posizioni simili s’attestano altre pseudo forze meridionaliste come quella del pivello ottantaduenne Scotti con Noi Sud, riscopertosi meridionalista in giovine età e anche lui accorso alla corte del capo, così come la Poli Bortone con Io Sud che, candidamente, dichiara : “si, sono per il Sud, ma il mio cuore batte sempre e solo a destra”. Insomma un appiattimento codino che non ci lascia grandi spazi operativi, se non con qualcuno che almeno a discuterci ti tratta con l’intento di voler capire e con dignità del tuo essere. Se son rose fioriranno…

Andrea Balìa Partito del Sud - Napoli

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Delle nostre considerazioni, suscitate dal pezzo di Zenone di Elea (alias Mino Errico) dal titolo : "Stringiamoci a coorte" che potete leggere in home page sul sito da lui gestito http://www.eleaml.org/ che fu voce delle acute e lucide riflessione del maestro di tutti noi Nicola Zitara.

di Andrea Balìa


Entriamo ...a coorte

Mi ripeterò nel dire, e non per spirito d’inutile piaggerìa o per comprovata amicizia, che le riflessioni di Zenone di Elea (alias Mino Errico) le leggo sempre con estremo interesse e curiosità, così come non mi succede spesso con altri, mentre mi succedeva ugualmente – con in aggiunta una susseguiosa ammirazione – per quelli di Nicola Zitara.
Mi riferisco, ovviamente, all’ultimo titolato “ Stringiamoci a coorte”, e mi piacerebbe fare delle modeste considerazioni.
Non credo il problema sia se fosse più risorgimentalista la destra o la sinistra. Entrambi hanno succhiato alla mammella italica, una con i valori esaltati della patria, dello stato unito sotto una bandiera ritenuta gloriosa, della “razza” italiana portati fino alla fanatica lettura e propaganda date dal fascismo, massima espressione della destra in Italia.
L’altra con il mito di Garibaldi, della rivoluzione popolare, un anticlericalismo latente in una troppo accentuata idea di laicità, come dice Zenone di Elea parlando della sinistra.
D’altro canto è vero che la destra , per ragioni connaturate al suo essere, s’è fatta paladina dei valori della tradizione, e che – come ha scritto Ruggero Guarini su “il Tempo” del 19 Febbraio c.m. in una lettera intestata a Napolitano dal titolo: "Napolitano citi Gramsci sull'Unità d'Italia : per i comunisti il Risorgimento fu solo una disgrazia!" citando per l’appunto Gramsci : «L'unità d'Italia non è avvenuta su basi di uguaglianza, ma come egemonia del Nord sul Mezzogiorno, nel rapporto territoriale città-campagna. Cioè, il Nord concretamente era una “piovra” che si è arricchita a spese del Sud e il suo incremento economico-industriale è stato in rapporto diretto con l'impoverimento dell'economia e dell'agricoltura meridionale. L'Italia settentrionale ha soggiogato l'Italia meridionale e le isole, riducendole a colonie di sfruttamento” e il progressista Salvemini : “Se dall'unità d'Italia il Mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata. E' caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone» o ancora il militante Pci Nicola Chiaromonte «L’impeto nazionale costringe gli italiani a rinunciare a una vera rivoluzione: gridando "Italia, Italia", si finisce col costringere le masse depauperate del popolo italiano a fuggire come "emigranti" dall'"Italia libera"». Dicendo al Presidente che : “Non posso, tuttavia, sottrarmi al dovere di ricordarle che a maledire lo stato che nacque dal Risorgimento non furono soltanto molti parrucconi reazionari ma anche alcune grosse menti di sinistra.”
Questo per dire che non esiste un primato di risorgimentalismo in nessuna dei due pensieri forti della politica.
Ciò detto il problema è un altro, volendolo portare ai nostri giorni, al procedere del meridionalismo e alle strade percorribili per portare il nostro Sud al riscatto e a far sì che si doti d’una ormai improcrastinabile rappresentatività politica.
Zitara ci ha dato perle di lettura ed analisi politica ed economica, come forse nessun altro e come giustamente Zenone di Elea ce ne ricorda nei titoli dei testi menzionati. Zitara, altresì, stupendo molti ed anche (per carità di patria ed onestà intellettuale vado a ricordarlo) il sottoscritto che d’impeto gli scrisse, fece nell’ultimo anno della sua vita delle considerazioni strategiche. Il Sud non può attendere ancora molto, di tempo non gliene resta granchè, pena la sua sopravvivenza, il suo esistere. L’invito, quindi, del maestro, a valutare strade di confronto anche con l’odiata politica istituzionale pur di “Entrare …a coorte”.
E qui l’argomento diventa ancor più delicato, dovendo entrare nel merito di valutazioni estremamente difficili. Di conseguenza steccati non potremo alzarne se non legati ad una lettura molto real politik : i nemici e le strade impercorribili sono tutto sommato non difficilmente individuabili. Chi fa dell’antimeridionalismo la sua bandiera, chi ne è alleato e da spazio e voce a tale posizione, ci mette nella condizione di doverlo aprioristicamente escludere. Chi vuole accoglierti, senza far troppe domande, pur di averti con sé sul carrozzone del vincitore da difendere e accrescere non lascia margini alle nostre idee. Tale sirena canta un canto adulatore che trova facili sponde in un meridionalismo d’accatto che s’allea col suo carnefice, con chi in un modo xenofobo e prevaricatore, d’un irrisolta avidità, ti sottrae ad esempio i Fondi Fas. Dovresti assumere un iter simile a “guardie e ladri”. Vedi l’esempio d’un Miccichè, sottosegretario al Cipe (erogatore dei Fondi Fas) che crea un movimento denominato Forza Sud, alleato col governo, per chiedere ciò che egli non ha dato. Pura follia da gioco napoletano, tristemente noto, delle tre carte.
E su posizioni simili s’attestano altre pseudo forze meridionaliste come quella del pivello ottantaduenne Scotti con Noi Sud, riscopertosi meridionalista in giovine età e anche lui accorso alla corte del capo, così come la Poli Bortone con Io Sud che, candidamente, dichiara : “si, sono per il Sud, ma il mio cuore batte sempre e solo a destra”. Insomma un appiattimento codino che non ci lascia grandi spazi operativi, se non con qualcuno che almeno a discuterci ti tratta con l’intento di voler capire e con dignità del tuo essere. Se son rose fioriranno…

Andrea Balìa Partito del Sud - Napoli

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