giovedì 27 gennaio 2011

MAIPIUSOLI: il gruppo d'acquisto meridionalista più forte di obiezioni e pregiudizi


Di Ivan Esposito

Da quando è cominciata l'avventura di MAIPIUSOLI, il gruppo d'acquisto meridionalista, le obiezioni ricevute sono state sostanzialmente due. Una sciocca, e l'altra pure.

La prima è quella integralista, quella per cui nessun prodotto, nel mondo globalizzato, può essere definito realmente meridionale. Metti la mozzarella di bufala campana, ad esempio: più Sud di così! E invece non ti sei accorto - sostengono sicuri gli integralisti - che il laccetto di plastica che sigilla la busta è stato fatto in un'altra parte del mondo. Come si fa, con un laccetto simile, a definire l'oro bianco un prodotto del Sud?

La seconda la definirei mondialista. Arriva in genere dalla sinistra di paese, da chi spiegandoti il presente e il futuro cerca disperatamente di nascondere un provincialissimo complesso d'inferiorità, senza riuscirci.

I mondialisti inorridiscono davanti ad un'iniziativa protezionistica come (loro ritengono sia) MAIPIUSOLI. Che figura ci facciamo con quelli del Nord, che hanno successo senza ricorrere a simili mezzucci?!

Ai primi è facile rispondere. Nessuno sta cercando l'impresa o il prodotto meridionale puro. La purezza - in senso etnico - lasciamola alla follia nazista e alle tragicomiche discendenze celtiche. Il nostro gruppo d'acquisto sceglie i prodotti sulla base di una semplice addizione. Sommiamo le tipologie di soggetti che ricevono valore aggiunto dalle imprese produttrici. Un'impresa che funziona infatti distribuisce ricchezza a favore di:

a. chi ci mette i soldi, proprietari e risparmiatori, pagando loro dividendi e interessi o incrementando il valore delle quote;

b. chi ci lavora: stipendi, contributi ecc.

c. le Istituzioni, soprattutto le Regioni col federalismo fiscale;

d. il sistema di imprese del territorio: l'indotto dei fornitori;

e. la comunità in senso ampio, con sponsorizzazioni e progetti di responsabilità sociale.

Tra un'impresa che ha nel Mezzogiorno queste cinque tipologie di percettori e un'altra che ne ha quattro, preferiamo la prima. Quella che ne ha quattro è sempre meglio di una che ne ha tre e così via.

Sommiamo le tipologie e non gli importi poiché dà più garanzie di continuità e di investimenti una proprietà meridionale di quante possa fornirne un mega stabilimento con tanti dipendenti che rispondono ad interessi e strategie altre. Inseguire i grandi numeri in termini di posti di lavoro è stata una delle ragioni del fallimento delle politiche meridionaliste del Novecento, dall'Ilva di Bagnoli ai contratti d'area.

Veniamo ai mondialisti. Questi valutano le cose al di fuori del tempo e dello spazio. Non considerano cioè l'impatto del federalismo fiscale di prossima attuazione in Italia, nel 2011. Se lo facessero, saprebbero che inviare risorse dal Sud al Nord sottoforma di acquisti, e contemporaneamente ricevere molto meno dallo Stato per i servizi pubblici (sanità, scuola, trasporti etc.), non è sostenibile. Significa avere più uscite e meno entrate.

Quanto alla presunta contrapposizione di iniziative come MAIPIUSOLI verso il Nord, essa semplicemente non esiste. Un sud più povero è un sud che compra meno prodotti settentrionali, comunque. Ci siano o meno iniziative come la nostra. Al contrario, un Mezzogiorno con un sistema di imprese salde e autonome - autonome dalla spesa pubblica e dalla monocommittenza dei grandi gruppi industriali e distributivi che oggi alimenta tante piccole ditte contoterziste, come per la pasta e le conserve di pomodoro - richiede un minore intervento perequativo dello Stato e mantiene la volontà di acquistare tanti ottimi prodotti tipici settentrionali. MAIPIUSOLI dice agli italiani del Nord: pagate meno tasse, mangiate più mozzarella e tornate più spesso a visitarci. Altro che razzisti alla rovescia!


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Di Ivan Esposito

Da quando è cominciata l'avventura di MAIPIUSOLI, il gruppo d'acquisto meridionalista, le obiezioni ricevute sono state sostanzialmente due. Una sciocca, e l'altra pure.

La prima è quella integralista, quella per cui nessun prodotto, nel mondo globalizzato, può essere definito realmente meridionale. Metti la mozzarella di bufala campana, ad esempio: più Sud di così! E invece non ti sei accorto - sostengono sicuri gli integralisti - che il laccetto di plastica che sigilla la busta è stato fatto in un'altra parte del mondo. Come si fa, con un laccetto simile, a definire l'oro bianco un prodotto del Sud?

La seconda la definirei mondialista. Arriva in genere dalla sinistra di paese, da chi spiegandoti il presente e il futuro cerca disperatamente di nascondere un provincialissimo complesso d'inferiorità, senza riuscirci.

I mondialisti inorridiscono davanti ad un'iniziativa protezionistica come (loro ritengono sia) MAIPIUSOLI. Che figura ci facciamo con quelli del Nord, che hanno successo senza ricorrere a simili mezzucci?!

Ai primi è facile rispondere. Nessuno sta cercando l'impresa o il prodotto meridionale puro. La purezza - in senso etnico - lasciamola alla follia nazista e alle tragicomiche discendenze celtiche. Il nostro gruppo d'acquisto sceglie i prodotti sulla base di una semplice addizione. Sommiamo le tipologie di soggetti che ricevono valore aggiunto dalle imprese produttrici. Un'impresa che funziona infatti distribuisce ricchezza a favore di:

a. chi ci mette i soldi, proprietari e risparmiatori, pagando loro dividendi e interessi o incrementando il valore delle quote;

b. chi ci lavora: stipendi, contributi ecc.

c. le Istituzioni, soprattutto le Regioni col federalismo fiscale;

d. il sistema di imprese del territorio: l'indotto dei fornitori;

e. la comunità in senso ampio, con sponsorizzazioni e progetti di responsabilità sociale.

Tra un'impresa che ha nel Mezzogiorno queste cinque tipologie di percettori e un'altra che ne ha quattro, preferiamo la prima. Quella che ne ha quattro è sempre meglio di una che ne ha tre e così via.

Sommiamo le tipologie e non gli importi poiché dà più garanzie di continuità e di investimenti una proprietà meridionale di quante possa fornirne un mega stabilimento con tanti dipendenti che rispondono ad interessi e strategie altre. Inseguire i grandi numeri in termini di posti di lavoro è stata una delle ragioni del fallimento delle politiche meridionaliste del Novecento, dall'Ilva di Bagnoli ai contratti d'area.

Veniamo ai mondialisti. Questi valutano le cose al di fuori del tempo e dello spazio. Non considerano cioè l'impatto del federalismo fiscale di prossima attuazione in Italia, nel 2011. Se lo facessero, saprebbero che inviare risorse dal Sud al Nord sottoforma di acquisti, e contemporaneamente ricevere molto meno dallo Stato per i servizi pubblici (sanità, scuola, trasporti etc.), non è sostenibile. Significa avere più uscite e meno entrate.

Quanto alla presunta contrapposizione di iniziative come MAIPIUSOLI verso il Nord, essa semplicemente non esiste. Un sud più povero è un sud che compra meno prodotti settentrionali, comunque. Ci siano o meno iniziative come la nostra. Al contrario, un Mezzogiorno con un sistema di imprese salde e autonome - autonome dalla spesa pubblica e dalla monocommittenza dei grandi gruppi industriali e distributivi che oggi alimenta tante piccole ditte contoterziste, come per la pasta e le conserve di pomodoro - richiede un minore intervento perequativo dello Stato e mantiene la volontà di acquistare tanti ottimi prodotti tipici settentrionali. MAIPIUSOLI dice agli italiani del Nord: pagate meno tasse, mangiate più mozzarella e tornate più spesso a visitarci. Altro che razzisti alla rovescia!


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mercoledì 26 gennaio 2011

Il 17 marzo noi non festeggiamo anzi manifestiamo! Tutti i meridionali e meridionalisti al Pantheon!



A seguito della vergognosa notizia delle celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia previste per il 17 marzo con il festaggiamento di una data nefasta per i meridionali tutti, previsto addirittura l'omaggio di Napolitano al Pantheon a Vittorio Emanuele II...la sezione romana "Lucio Barone" del Partito del Sud annuncia che protesterà il 17 marzo con un sit in a Piazza della Rotonda.
Ovviamente chiameremo a raccolta tutti i nostri amici e simpatizzanti e vogliamo organizzare una protesta pacifica e gandhiana, senza insulti verso nessuno o grida separatiste, nel rispetto delle regole della nostra repubblica, delle nostre leggi e della nostra Costituzione, ma sottolineando che:
1) l'Italia e' una Repubblica e non si può omaggiare un Re...in particolare per i meridionali e' offensivo omaggiare Vittorio Emanuele II
2) Vittorio Emanuele II ed i Savoia sono stati una vergogna per l'Italia intera e sono gli artefici ed il simbolo di un Regno piemontese che ha depredato le ricchezze meridionali e massacrato il Sud con centinaia di migliaia di morti in una guerra civile tra il 1860 ed il 1870...il 17 marzo 1861 è stato l'inizio e l'origine della "questione meridionale", purtroppo non ancora risolta...
3) l'unità che si festeggia ancora oggi e' solo formale, perchè non siamo affatto un paese unito...e non lo saremo mai fin quando un giovane meridionale non avrà le stesse possibilità di trovare lavoro al Sud rispetto al centro-nord, fin quando non avremo le stesse cure mediche, le stesse infrastrutture, le stesse condizioni per i prestiti bancari...in una parola quando finirà, in un modo o nell'altro, questa colonizzazione del Sud che dura da 150 anni.

Daremo maggiori dettagli organizzativi nei prossimi giorni...chiunque interessato alla manifestazione per contributi o suggerimenti può scrivere all'indirizzo email.
partitodelsud.roma@gmail.com

Partito del Sud - sez. "Lucio Barone" Roma

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A seguito della vergognosa notizia delle celebrazioni dei 150 anni dell'Unità d'Italia previste per il 17 marzo con il festaggiamento di una data nefasta per i meridionali tutti, previsto addirittura l'omaggio di Napolitano al Pantheon a Vittorio Emanuele II...la sezione romana "Lucio Barone" del Partito del Sud annuncia che protesterà il 17 marzo con un sit in a Piazza della Rotonda.
Ovviamente chiameremo a raccolta tutti i nostri amici e simpatizzanti e vogliamo organizzare una protesta pacifica e gandhiana, senza insulti verso nessuno o grida separatiste, nel rispetto delle regole della nostra repubblica, delle nostre leggi e della nostra Costituzione, ma sottolineando che:
1) l'Italia e' una Repubblica e non si può omaggiare un Re...in particolare per i meridionali e' offensivo omaggiare Vittorio Emanuele II
2) Vittorio Emanuele II ed i Savoia sono stati una vergogna per l'Italia intera e sono gli artefici ed il simbolo di un Regno piemontese che ha depredato le ricchezze meridionali e massacrato il Sud con centinaia di migliaia di morti in una guerra civile tra il 1860 ed il 1870...il 17 marzo 1861 è stato l'inizio e l'origine della "questione meridionale", purtroppo non ancora risolta...
3) l'unità che si festeggia ancora oggi e' solo formale, perchè non siamo affatto un paese unito...e non lo saremo mai fin quando un giovane meridionale non avrà le stesse possibilità di trovare lavoro al Sud rispetto al centro-nord, fin quando non avremo le stesse cure mediche, le stesse infrastrutture, le stesse condizioni per i prestiti bancari...in una parola quando finirà, in un modo o nell'altro, questa colonizzazione del Sud che dura da 150 anni.

Daremo maggiori dettagli organizzativi nei prossimi giorni...chiunque interessato alla manifestazione per contributi o suggerimenti può scrivere all'indirizzo email.
partitodelsud.roma@gmail.com

Partito del Sud - sez. "Lucio Barone" Roma

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Cassa del Mezzogiorno, finanziava davvero il meridione?


Di Carlo Napoli

Era il 17 marzo 1861, quando “per grazia di Dio e volontà della nazione” Vittorio Emanuele II di Savoia venne proclamato re d’Italia, completando il processo di unificazione nazionale. Tanto è stato detto su questa data, tanto si è scritto, tanto si è discusso sui reali motivi dell’unità, sulla reale supremazia sabauda, sui reali fini dei “Padri della Patria”. Non vuol essere mio intento, in questa sede, effettuare una disamina storica dei fatti, difforme da quanto ingiustamente inculcatoci durante la scuola dell’obbligo. Ottimi autori, quali Pino Aprile, Gigi di Fiore, Antonio Ciano e tanti altri, hanno lungamente e puntualmente dissertato sul “contro risorgimento”, portando al grande pubblico fatti ed eventi, riletti in ottica revisionista, ponendo l’accento su quanto non scritto e quanto non ricordato dai vincitori (che ovviamente hanno l’onere e l’onore di scrivere e trasmettere ai posteri la storia).

L’Italia è una, unica, indivisibile, è la mia patria, è la terra rappresentata in musica dall’inno nazionale di Goffredo Mameli, nel quale, tra l’altro, in un passaggio, nella seconda strofa, si legge:”…raccolgaci un’unica Bandiera; una speme…”., richiamandoci così all’unità nazionale sotto un solo simbolo: il Tricolore italiano. Bandiera gloriosa, dagli antichi natali, sancita dalla costituzione (art..12), tutelata dal codice penale (art. 292) e troppo spesso vilipesa da aizza popolo, qualunquisti, costretti ad inventarsi una terra geograficamente e storicamente inesistente, alla stregua della terra di mezzo di tolkieniana memoria. Con questa premessa, vorrei soffermarmi su quelli che, molto frequentemente ed a vanvera, vengono definiti gli sprechi del Sud, sulle tante opere incompiute, su quanto costa ai laboriosi cittadini del nord (che pagano le tasse) mantenere in piedi questo stato di cose, sul federalismo che finalmente metterà a posto ogni cosa e soprattutto sul concetto che le meridionali cicale sono puntualmente sovvenzionate dalle operose formiche settentrionali. All’Unità del Paese, calò con i piemontesi un tale dott. Lombroso che, dopo aver “studiato” le caratteristiche fisiche dei meridionali, affermò che si era in presenza di una razza inferiore, avendo essi un cranio più tondo ed addirittura una vertebra in meno rispetto alla superiore razza nordista. Purtroppo questa assurdità ancora oggi è presente nel modo di pensare di molti “padani”, unitamente all’altro grande assunto che vuole che al Sud si canti, si balli la tarantella e si passi la vita sdraiati al sole, scroccando sussidi alle casse dello Stato, che essi tanto amorevolmente contribuiscono a rimpinguare pagando le tasse, anche più del dovuto. Per questo motivo, i solerti neoceltici ritengono necessario ed urgente il federalismo, quale primo passo verso la secessione (utopia populista, momentaneamente accantonata per motivi utilitaristici).

Per fare un po’ di chiarezza, sia per noi meridionali che per gli amici del nord, vorrei analizzare alcuni dati inerenti l’utilizzo delle risorse pubbliche. Inizio con la famigerata Cassa del Mezzogiorno, fonte di tanti costi per lo Stato, di tanti guai e di tanto sudore costato a quella fascia di popolazione (celtico/ariana) che lavora. La Cassa ha operato dal 1951 al 1984 quando il governo di Bettino Craxi ne decise la soppressione, anche se continuò ad operare con il nome Agensud, fino al 1993, quando venne definitivamente chiusa dal governo di Giuliano Amato. Gli interventi erano estesi alle sei regioni meridionali, alle isole ed “alle provincie di Latina e di Frosinone, ai comuni della provincia di Rieti già compresi nell’ex circondario di Città ducale, ai comuni compresi nella zona del comprensorio di bonifica del fiume Tronto, ai comuni della provincia di Roma compresi nella zona della bonifica di Latina, all’Isola d’Elba, nonché agli interi territori dei comuni di Isola del Giglio e di Capraia Isola”. Tengo a precisare, questa parte dell’art.1 del Testo unico delle leggi sugli interventi nel Mezzogiorno perché alla Cassa del Mezzogiorno si associano solo le regioni meridionali, e mai i comuni del Piceno o delle province del Lazio!! Con tale legge istitutiva si approvava un “programma quinquennale contenente gli obiettivi generali e specifici dell’intervento straordinario e l’indicazione dei loro effetti sulla occupazione, la produttività ed il reddito” affermando che “lo sviluppo delle Regioni meridionali costituisce obiettivo fondamentale del programma economico nazionale”, l’intento quindi era quello di finanziare opere straordinarie, che dovevano essere funzionali alla formazione di un tessuto infrastrutturale che favorisse l’insediamento dell’industria e lo sviluppo dell’agricoltura e della commercializzazione dei prodotti agricoli nell’Italia meridionale. Ciò, purtroppo, come ben sappiamo, non è avvenuto. Solo nel primo decennio la Cassa ha tentato di ridurre lo squilibrio economico tra le due grandi aree del Paese, dedicandosi al miglioramento della viabilità, alla costruzione di dighe per le centrali idroelettriche, alla costruzione di fognature e acquedotti, non tralasciando il risanamento idrogeologico di zone particolarmente esposte a tale rischio. Successivamente è iniziato il degrado e la bassa qualità della spesa, compresi fenomeni diffusi di illegalità ed il passaggio definitivo alla politica assistenzialistica nella gestione dei fondi di cui veniva dotata la Cassa per il Mezzogiorno. Nel quarantennio di attività, l’investimento complessivo della Cassa per il Sud è stato calcolato in 279.763 miliardi di lire (circa 140 miliardi di euro), con una spesa media annuale di 3,2 miliardi di euro. Cifre molto grosse, ma esaminandole bene si scopre che esse risultano essere circa lo 0,5% del PIL, (corrispondente alla somma annua versata attualmente dall’Italia per gli aiuti ai Paesi del Terzo mondo e sicuramente inferiore al costo del ripianamento del deficit delle Ferrovie dello Stato) contro gli investimenti pubblici al nord che nello stesso periodo assorbivano il 35% del prodotto interno lordo.. Volendo aggiungere al danno la beffa, il Senatore a vita Emilio Colombo scrive: “La Cassa operò per modernizzare il Sud e creò le condizioni per un grande mercato di cui profittò la struttura industriale del Nord pesando sulla ineguale «ragione di scambio» tra industria e agricoltura e quindi tra Nord e Sud e per classi e generazioni”.

La legge del 1950, infatti, prevedeva che gli enti locali potessero evitare la gara dando gli appalti attraverso trattative dirette in concessione, ciò causò, come ricorda Gerardo Marotta, fondatore dell’Istituto per gli Studi filosofici, che poiché al concessionario “era possibile trattenere per sé la maggior parte dei soldi”, accadde che “si precipitarono nel Sud le industrie del Nord, che fecero man bassa per la costruzione delle dighe: ne spuntarono dove erano utili e non dove non lo erano. Venivano a costare anche 100 volte più del dovuto”. Nacquero così negli anni ’60 le cosiddette «cattedrali nel deserto», non utili al Mezzogiorno, ma progettate in funzione dello sviluppo del Nord. Citando il prof. Uccio Barone:”si pensi al centro siderurgico di Taranto che ha prodotto i tubi di ghisa impiegati per la realizzazione del grande gasdotto siberiano, e pagati dai russi con la fornitura a basso prezzo di energia per le regioni settentrionali. Gli stessi poli petrolchimici di Priolo-Melilli, Gela e Milazzo sono risultati funzionali all’autosufficienza energetica del Nord industriale, lasciando alla Sicilia i guasti del dissesto ambientale. Nell’ultimo periodo, infine, la crisi economica mondiale e l’impatto traumatico della globalizzazione hanno dissolto l’azione della Cassa in interventi frantumati di «salvataggio» a sostegno di aree colpite dalla de-industrializzazione”. In uno studio del Fondo Monetario Internazionale si attesta che nell’ultimo periodo di vita della Cassa le imprese che hanno beneficiato dei finanziamenti sono state grandi imprese del nord per l’88,33% e del Sud per il 9,4%. Considerato che il sistema produttivo del sud con l’unità d’Italia è stato distrutto dalla concorrenza delle imprese del nord e dalla politica industriale, monetaria e tributaria piemontese, la Cassa del Mezzogiorno doveva rappresentare la spinta propulsiva per un nuovo sviluppo industriale meridionale. Così non è stato, e la Cassa, invece ha prodotto solamente sprechi che hanno favorito il prosperare della delinquenza, della corruzione, delle mafie, a discapito della stragrande maggioranza di cittadini che ogni giorno onestamente tirano la loro carretta (e pagano anche le tasse) per poi sentirsi anche denigrare da qualche zotico padano. Per questo e per mille altri motivi, al sud, in molti sono in apnea in attesa di qualcuno che porti avanti le istanze meridionali non in chiave territorialista, ma operando un confronto sereno ed aperto con tutte le realtà del Paese continuando a considerare l’Italia unica, senza separatismi, senza contrapposizioni, senza beceri interessi di bottega che possano essere presi in considerazione solamente da chi è “arretrato” non dal punto di vista geografico, ma culturale. E’ giunta l’ora di smetterla con il vittimismo, di dire basta alla ghettizzazione ed alle continue ingiurie operate da schizofrenici meridionalfobici, rivendichiamo il diritto all’uguaglianza, intesa come diritto di tutti noi ad avere le medesime possibilità. Reagiamo compatti, nei confronti di chi attenta all’unità nazionale, evitando di minimizzare gravi vilipendi, derubricandoli a mero folklore o a propaganda fine a se stessa.


Fonte:Generazione Italia

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Di Carlo Napoli

Era il 17 marzo 1861, quando “per grazia di Dio e volontà della nazione” Vittorio Emanuele II di Savoia venne proclamato re d’Italia, completando il processo di unificazione nazionale. Tanto è stato detto su questa data, tanto si è scritto, tanto si è discusso sui reali motivi dell’unità, sulla reale supremazia sabauda, sui reali fini dei “Padri della Patria”. Non vuol essere mio intento, in questa sede, effettuare una disamina storica dei fatti, difforme da quanto ingiustamente inculcatoci durante la scuola dell’obbligo. Ottimi autori, quali Pino Aprile, Gigi di Fiore, Antonio Ciano e tanti altri, hanno lungamente e puntualmente dissertato sul “contro risorgimento”, portando al grande pubblico fatti ed eventi, riletti in ottica revisionista, ponendo l’accento su quanto non scritto e quanto non ricordato dai vincitori (che ovviamente hanno l’onere e l’onore di scrivere e trasmettere ai posteri la storia).

L’Italia è una, unica, indivisibile, è la mia patria, è la terra rappresentata in musica dall’inno nazionale di Goffredo Mameli, nel quale, tra l’altro, in un passaggio, nella seconda strofa, si legge:”…raccolgaci un’unica Bandiera; una speme…”., richiamandoci così all’unità nazionale sotto un solo simbolo: il Tricolore italiano. Bandiera gloriosa, dagli antichi natali, sancita dalla costituzione (art..12), tutelata dal codice penale (art. 292) e troppo spesso vilipesa da aizza popolo, qualunquisti, costretti ad inventarsi una terra geograficamente e storicamente inesistente, alla stregua della terra di mezzo di tolkieniana memoria. Con questa premessa, vorrei soffermarmi su quelli che, molto frequentemente ed a vanvera, vengono definiti gli sprechi del Sud, sulle tante opere incompiute, su quanto costa ai laboriosi cittadini del nord (che pagano le tasse) mantenere in piedi questo stato di cose, sul federalismo che finalmente metterà a posto ogni cosa e soprattutto sul concetto che le meridionali cicale sono puntualmente sovvenzionate dalle operose formiche settentrionali. All’Unità del Paese, calò con i piemontesi un tale dott. Lombroso che, dopo aver “studiato” le caratteristiche fisiche dei meridionali, affermò che si era in presenza di una razza inferiore, avendo essi un cranio più tondo ed addirittura una vertebra in meno rispetto alla superiore razza nordista. Purtroppo questa assurdità ancora oggi è presente nel modo di pensare di molti “padani”, unitamente all’altro grande assunto che vuole che al Sud si canti, si balli la tarantella e si passi la vita sdraiati al sole, scroccando sussidi alle casse dello Stato, che essi tanto amorevolmente contribuiscono a rimpinguare pagando le tasse, anche più del dovuto. Per questo motivo, i solerti neoceltici ritengono necessario ed urgente il federalismo, quale primo passo verso la secessione (utopia populista, momentaneamente accantonata per motivi utilitaristici).

Per fare un po’ di chiarezza, sia per noi meridionali che per gli amici del nord, vorrei analizzare alcuni dati inerenti l’utilizzo delle risorse pubbliche. Inizio con la famigerata Cassa del Mezzogiorno, fonte di tanti costi per lo Stato, di tanti guai e di tanto sudore costato a quella fascia di popolazione (celtico/ariana) che lavora. La Cassa ha operato dal 1951 al 1984 quando il governo di Bettino Craxi ne decise la soppressione, anche se continuò ad operare con il nome Agensud, fino al 1993, quando venne definitivamente chiusa dal governo di Giuliano Amato. Gli interventi erano estesi alle sei regioni meridionali, alle isole ed “alle provincie di Latina e di Frosinone, ai comuni della provincia di Rieti già compresi nell’ex circondario di Città ducale, ai comuni compresi nella zona del comprensorio di bonifica del fiume Tronto, ai comuni della provincia di Roma compresi nella zona della bonifica di Latina, all’Isola d’Elba, nonché agli interi territori dei comuni di Isola del Giglio e di Capraia Isola”. Tengo a precisare, questa parte dell’art.1 del Testo unico delle leggi sugli interventi nel Mezzogiorno perché alla Cassa del Mezzogiorno si associano solo le regioni meridionali, e mai i comuni del Piceno o delle province del Lazio!! Con tale legge istitutiva si approvava un “programma quinquennale contenente gli obiettivi generali e specifici dell’intervento straordinario e l’indicazione dei loro effetti sulla occupazione, la produttività ed il reddito” affermando che “lo sviluppo delle Regioni meridionali costituisce obiettivo fondamentale del programma economico nazionale”, l’intento quindi era quello di finanziare opere straordinarie, che dovevano essere funzionali alla formazione di un tessuto infrastrutturale che favorisse l’insediamento dell’industria e lo sviluppo dell’agricoltura e della commercializzazione dei prodotti agricoli nell’Italia meridionale. Ciò, purtroppo, come ben sappiamo, non è avvenuto. Solo nel primo decennio la Cassa ha tentato di ridurre lo squilibrio economico tra le due grandi aree del Paese, dedicandosi al miglioramento della viabilità, alla costruzione di dighe per le centrali idroelettriche, alla costruzione di fognature e acquedotti, non tralasciando il risanamento idrogeologico di zone particolarmente esposte a tale rischio. Successivamente è iniziato il degrado e la bassa qualità della spesa, compresi fenomeni diffusi di illegalità ed il passaggio definitivo alla politica assistenzialistica nella gestione dei fondi di cui veniva dotata la Cassa per il Mezzogiorno. Nel quarantennio di attività, l’investimento complessivo della Cassa per il Sud è stato calcolato in 279.763 miliardi di lire (circa 140 miliardi di euro), con una spesa media annuale di 3,2 miliardi di euro. Cifre molto grosse, ma esaminandole bene si scopre che esse risultano essere circa lo 0,5% del PIL, (corrispondente alla somma annua versata attualmente dall’Italia per gli aiuti ai Paesi del Terzo mondo e sicuramente inferiore al costo del ripianamento del deficit delle Ferrovie dello Stato) contro gli investimenti pubblici al nord che nello stesso periodo assorbivano il 35% del prodotto interno lordo.. Volendo aggiungere al danno la beffa, il Senatore a vita Emilio Colombo scrive: “La Cassa operò per modernizzare il Sud e creò le condizioni per un grande mercato di cui profittò la struttura industriale del Nord pesando sulla ineguale «ragione di scambio» tra industria e agricoltura e quindi tra Nord e Sud e per classi e generazioni”.

La legge del 1950, infatti, prevedeva che gli enti locali potessero evitare la gara dando gli appalti attraverso trattative dirette in concessione, ciò causò, come ricorda Gerardo Marotta, fondatore dell’Istituto per gli Studi filosofici, che poiché al concessionario “era possibile trattenere per sé la maggior parte dei soldi”, accadde che “si precipitarono nel Sud le industrie del Nord, che fecero man bassa per la costruzione delle dighe: ne spuntarono dove erano utili e non dove non lo erano. Venivano a costare anche 100 volte più del dovuto”. Nacquero così negli anni ’60 le cosiddette «cattedrali nel deserto», non utili al Mezzogiorno, ma progettate in funzione dello sviluppo del Nord. Citando il prof. Uccio Barone:”si pensi al centro siderurgico di Taranto che ha prodotto i tubi di ghisa impiegati per la realizzazione del grande gasdotto siberiano, e pagati dai russi con la fornitura a basso prezzo di energia per le regioni settentrionali. Gli stessi poli petrolchimici di Priolo-Melilli, Gela e Milazzo sono risultati funzionali all’autosufficienza energetica del Nord industriale, lasciando alla Sicilia i guasti del dissesto ambientale. Nell’ultimo periodo, infine, la crisi economica mondiale e l’impatto traumatico della globalizzazione hanno dissolto l’azione della Cassa in interventi frantumati di «salvataggio» a sostegno di aree colpite dalla de-industrializzazione”. In uno studio del Fondo Monetario Internazionale si attesta che nell’ultimo periodo di vita della Cassa le imprese che hanno beneficiato dei finanziamenti sono state grandi imprese del nord per l’88,33% e del Sud per il 9,4%. Considerato che il sistema produttivo del sud con l’unità d’Italia è stato distrutto dalla concorrenza delle imprese del nord e dalla politica industriale, monetaria e tributaria piemontese, la Cassa del Mezzogiorno doveva rappresentare la spinta propulsiva per un nuovo sviluppo industriale meridionale. Così non è stato, e la Cassa, invece ha prodotto solamente sprechi che hanno favorito il prosperare della delinquenza, della corruzione, delle mafie, a discapito della stragrande maggioranza di cittadini che ogni giorno onestamente tirano la loro carretta (e pagano anche le tasse) per poi sentirsi anche denigrare da qualche zotico padano. Per questo e per mille altri motivi, al sud, in molti sono in apnea in attesa di qualcuno che porti avanti le istanze meridionali non in chiave territorialista, ma operando un confronto sereno ed aperto con tutte le realtà del Paese continuando a considerare l’Italia unica, senza separatismi, senza contrapposizioni, senza beceri interessi di bottega che possano essere presi in considerazione solamente da chi è “arretrato” non dal punto di vista geografico, ma culturale. E’ giunta l’ora di smetterla con il vittimismo, di dire basta alla ghettizzazione ed alle continue ingiurie operate da schizofrenici meridionalfobici, rivendichiamo il diritto all’uguaglianza, intesa come diritto di tutti noi ad avere le medesime possibilità. Reagiamo compatti, nei confronti di chi attenta all’unità nazionale, evitando di minimizzare gravi vilipendi, derubricandoli a mero folklore o a propaganda fine a se stessa.


Fonte:Generazione Italia

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martedì 25 gennaio 2011

Niente storia, italiano e solo Nord ecco l'università della Gelmini


Solo scienziati e università settentrionali nell'agenzia che valuta gli atenei e che deciderà sugli stanziamenti. La protesta di filosofi, storici, studiosi di letteratura e dei docenti del Mezzogiorno. "Una parte importante della ricerca rischia di vedersi ridurre i finanziamenti"di SIMONETTA FIORI

Le discipline umanistiche? Non esistono per il governo italiano. Non esiste la storia. Non esiste l'italianistica. Non esiste lo studio dell'arte e dell'archeologia. Non esistono la filosofia né l'estetica. Non esiste, in sostanza, quella tradizione di saperi che conserva il patrimonio e la memoria di un paese. Dal consiglio direttivo dell'Anvur (l'agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca), nominato dal Consiglio dei ministri, sono stati esclusi gli studiosi delle scienze umanistiche. Ed è stato escluso l'intero Mezzogiorno, nel senso che non vi figura nessun rappresentante delle facoltà collocate a Sud di Roma.

All'agenzia spetta un compito fondamentale: giudicare la qualità degli atenei e degli enti di ricerca. Dalle valutazioni discendono i finanziamenti che premiano i risultati migliori. Per questa ragione l'esclusione dell'area umanistica solleva allarme e preoccupazione nella comunità intellettuale. E diventa anche un caso politico. "Ora che finalmente l'Agenzia viene attivata", ha dichiarato Luigi Zanda, vicepresidente del gruppo del Partito Democratico a Palazzo Madama, "il governo ricade nella cattiva abitudine di dividere la cultura tra discipline buone e discipline cattive, e le Università tra quelle del Nord e quelle del Sud". Uno squilibrio che non ha turbato i sonni di Giulio Tremonti, secondo alcuni preoccupato solo di analizzare il colore politico dei consiglieri: ma la sua "furibonda" telefonata alla Gelmini è stata smentita dal Miur. Mentre Paola Binetti mugugna per la nomina dell'illustre genetista, del quale non gradisce il genere di ricerche. "Sono uno scienziato, non un agitatore politico", è la replica di Giuseppe Novelli.

Centrale rimane la questione dell'esclusione delle scienze umane e del Mezzogiorno. "Sbalordito" e "deluso" si dice Salvatore Settis, che fa parte del comitato che aveva proposto una rosa di quindici candidature al ministro Gelmini, la quale poi ha selezionato sette nomi rappresentativi delle varie aree disciplinari, ma non delle scienze umane. "Non riesco a comprendere le ragioni dell'esclusione", interviene lo studioso. "Abbiamo lavorato con serietà e rigore, mettendo in gioco la nostra esperienza internazionale e le nostre competenze. E ora vediamo che sono state tagliate fuori le scienze umane e l'intero Mezzogiorno". Nella rosa dei sette nomi approvati, compaiono due economisti (Fiorella Kostoris e Andrea Bonaccorsi), una sociologa (Luisa Ribolzi), un genetista (Novelli), un veterinario (Massimo Castagnaro), un fisico (Stefano Fantoni) e un ingegnere (Sergio Benedetto): in sostanza le scienze sociali (in larga rappresentanza), le scienze biomediche e le scienze fisiche. "È evidente la sproporzione", continua Settis, che nel suo comitato era l'unico rappresentante delle discipline escluse. In una lettera alla Gelmini ha chiesto che al più presto sia posto rimedio allo squilibrio.

Identiche perplessità provengono da Enrico Decleva, storico dell'età contemporanea e presidente della Conferenza dei Rettori. "Colpisce l'assenza delle discipline umanistiche. E colpisce anche la mancanza delle università del Mezzogiorno. Ma confido nel fatto che il governo provveda ad ampliare il consiglio direttivo".

In fermento è la comunità degli studiosi che operano nelle Facoltà di Lettere e Filosofia, le più penalizzare dalla scelta del ministro. "Il rischio è che alle nostre discipline vengano trasferiti parametri di valutazione che hanno senso solo in campo scientifico", interviene Amedeo Quondam, presidente degli italianisti. In un documento firmato dalle diverse associazioni - oltre gli italianisti, gli slavisti, i latinisti, gli storici dell'arte, i filosofi, gli studiosi di estetica, gli anglisti, gli storici dell'età medievale, moderna e contemporanea, la conferenza dei presidi di Lettere e Filosofia - si chiede che nel consiglio direttivo dell'Anvur "ci sia una rappresentanza qualificata dell'area umanistica" tenendo conto del fatto "che questo ampio settore ha da tempo elaborato una condivisa cultura della valutazione, in grado di tenere conto con equilibrio di quanto lo rende omogeneo a tutti gli altri settori e di quanto invece lo distingue". Valutarlo secondo criteri sbagliati, in sostanza, porterebbe danno alla memoria e al patrimonio di un paese già in forte crisi di identità.


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Solo scienziati e università settentrionali nell'agenzia che valuta gli atenei e che deciderà sugli stanziamenti. La protesta di filosofi, storici, studiosi di letteratura e dei docenti del Mezzogiorno. "Una parte importante della ricerca rischia di vedersi ridurre i finanziamenti"di SIMONETTA FIORI

Le discipline umanistiche? Non esistono per il governo italiano. Non esiste la storia. Non esiste l'italianistica. Non esiste lo studio dell'arte e dell'archeologia. Non esistono la filosofia né l'estetica. Non esiste, in sostanza, quella tradizione di saperi che conserva il patrimonio e la memoria di un paese. Dal consiglio direttivo dell'Anvur (l'agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca), nominato dal Consiglio dei ministri, sono stati esclusi gli studiosi delle scienze umanistiche. Ed è stato escluso l'intero Mezzogiorno, nel senso che non vi figura nessun rappresentante delle facoltà collocate a Sud di Roma.

All'agenzia spetta un compito fondamentale: giudicare la qualità degli atenei e degli enti di ricerca. Dalle valutazioni discendono i finanziamenti che premiano i risultati migliori. Per questa ragione l'esclusione dell'area umanistica solleva allarme e preoccupazione nella comunità intellettuale. E diventa anche un caso politico. "Ora che finalmente l'Agenzia viene attivata", ha dichiarato Luigi Zanda, vicepresidente del gruppo del Partito Democratico a Palazzo Madama, "il governo ricade nella cattiva abitudine di dividere la cultura tra discipline buone e discipline cattive, e le Università tra quelle del Nord e quelle del Sud". Uno squilibrio che non ha turbato i sonni di Giulio Tremonti, secondo alcuni preoccupato solo di analizzare il colore politico dei consiglieri: ma la sua "furibonda" telefonata alla Gelmini è stata smentita dal Miur. Mentre Paola Binetti mugugna per la nomina dell'illustre genetista, del quale non gradisce il genere di ricerche. "Sono uno scienziato, non un agitatore politico", è la replica di Giuseppe Novelli.

Centrale rimane la questione dell'esclusione delle scienze umane e del Mezzogiorno. "Sbalordito" e "deluso" si dice Salvatore Settis, che fa parte del comitato che aveva proposto una rosa di quindici candidature al ministro Gelmini, la quale poi ha selezionato sette nomi rappresentativi delle varie aree disciplinari, ma non delle scienze umane. "Non riesco a comprendere le ragioni dell'esclusione", interviene lo studioso. "Abbiamo lavorato con serietà e rigore, mettendo in gioco la nostra esperienza internazionale e le nostre competenze. E ora vediamo che sono state tagliate fuori le scienze umane e l'intero Mezzogiorno". Nella rosa dei sette nomi approvati, compaiono due economisti (Fiorella Kostoris e Andrea Bonaccorsi), una sociologa (Luisa Ribolzi), un genetista (Novelli), un veterinario (Massimo Castagnaro), un fisico (Stefano Fantoni) e un ingegnere (Sergio Benedetto): in sostanza le scienze sociali (in larga rappresentanza), le scienze biomediche e le scienze fisiche. "È evidente la sproporzione", continua Settis, che nel suo comitato era l'unico rappresentante delle discipline escluse. In una lettera alla Gelmini ha chiesto che al più presto sia posto rimedio allo squilibrio.

Identiche perplessità provengono da Enrico Decleva, storico dell'età contemporanea e presidente della Conferenza dei Rettori. "Colpisce l'assenza delle discipline umanistiche. E colpisce anche la mancanza delle università del Mezzogiorno. Ma confido nel fatto che il governo provveda ad ampliare il consiglio direttivo".

In fermento è la comunità degli studiosi che operano nelle Facoltà di Lettere e Filosofia, le più penalizzare dalla scelta del ministro. "Il rischio è che alle nostre discipline vengano trasferiti parametri di valutazione che hanno senso solo in campo scientifico", interviene Amedeo Quondam, presidente degli italianisti. In un documento firmato dalle diverse associazioni - oltre gli italianisti, gli slavisti, i latinisti, gli storici dell'arte, i filosofi, gli studiosi di estetica, gli anglisti, gli storici dell'età medievale, moderna e contemporanea, la conferenza dei presidi di Lettere e Filosofia - si chiede che nel consiglio direttivo dell'Anvur "ci sia una rappresentanza qualificata dell'area umanistica" tenendo conto del fatto "che questo ampio settore ha da tempo elaborato una condivisa cultura della valutazione, in grado di tenere conto con equilibrio di quanto lo rende omogeneo a tutti gli altri settori e di quanto invece lo distingue". Valutarlo secondo criteri sbagliati, in sostanza, porterebbe danno alla memoria e al patrimonio di un paese già in forte crisi di identità.


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Successo della Nazionale delle Due Sicilie - La Nazionale del Sud


Successo della nostra nazionale a Telese (BN) in un incontro amichevole di beneficenza contro una rappresentativa dell’Ordine dei Grifoni / Giovani per il Sud.

La Nazionale delle Due Sicilie è nata con l’intenzione di rappresentare tutto il territorio meridionale e tutti i suoi abitanti, e soprattutto guarda in avanti verso un futuro nel quale i meridionali non debbano piú emigrare per vivere.

Il nome "Regno delle Due Sicilie" è un riferimento dovuto al nome dell’ultimo Stato indipendente in Sud Italia; oltre all’ovvio interesse storico, la Nazionale rappresenta un fattore indentitario per i meridionali di oggi che, legittimamente, aspirano ad essere artefici in prima persona del loro destino.

Ma veniamo alla partita, il primo tempo si è chiuso 4 - 0 per la nostra nazionale, risultato finale 5 - 3.
Marcatori per le Due Sicilie: Antonio Di Rauso 2 reti al 10° e al 25° del primo tempo; Valerio Valente 2 reti al 30° e al 38° del primo tempo; Gennaro Di Iorio 1 rete al 25° del secondo tempo.
Marcatori per l’Ordine dei Grifoni- Giovani per il Sud: Rocco Trombetta, Giovanni Vetrano, Raffaele Romano. Tutti e tre hanno segnato ovviamente nel secondo tempo.

Ancora un successo per la Nazionale delle Due Sicilie quindi che si prepara per i prossimi mondiali di calcio NF-Board in Kurdistan.

Direttivo ASD Nazionale Regno delle Due Sicilie
Guglielmo Di Grezia, Pasquale Zavaglia, Carmine Colacino



Fonte:DueSicilie.org.

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Successo della nostra nazionale a Telese (BN) in un incontro amichevole di beneficenza contro una rappresentativa dell’Ordine dei Grifoni / Giovani per il Sud.

La Nazionale delle Due Sicilie è nata con l’intenzione di rappresentare tutto il territorio meridionale e tutti i suoi abitanti, e soprattutto guarda in avanti verso un futuro nel quale i meridionali non debbano piú emigrare per vivere.

Il nome "Regno delle Due Sicilie" è un riferimento dovuto al nome dell’ultimo Stato indipendente in Sud Italia; oltre all’ovvio interesse storico, la Nazionale rappresenta un fattore indentitario per i meridionali di oggi che, legittimamente, aspirano ad essere artefici in prima persona del loro destino.

Ma veniamo alla partita, il primo tempo si è chiuso 4 - 0 per la nostra nazionale, risultato finale 5 - 3.
Marcatori per le Due Sicilie: Antonio Di Rauso 2 reti al 10° e al 25° del primo tempo; Valerio Valente 2 reti al 30° e al 38° del primo tempo; Gennaro Di Iorio 1 rete al 25° del secondo tempo.
Marcatori per l’Ordine dei Grifoni- Giovani per il Sud: Rocco Trombetta, Giovanni Vetrano, Raffaele Romano. Tutti e tre hanno segnato ovviamente nel secondo tempo.

Ancora un successo per la Nazionale delle Due Sicilie quindi che si prepara per i prossimi mondiali di calcio NF-Board in Kurdistan.

Direttivo ASD Nazionale Regno delle Due Sicilie
Guglielmo Di Grezia, Pasquale Zavaglia, Carmine Colacino



Fonte:DueSicilie.org.

Lettera Napoletana n. 36 - gennaio 2011

Lettera Napoletana

n. 36 - gennaio 2011

150 ANNI: TRA SPRECHI E SCANDALI L’ITALIA DI SEMPRE

(Lettera Napoletana) Ai 150 anni, che saranno compiuti il 17 marzo 2011 secondo il calendario delle celebrazioni ufficiali, l’Italia unificata arriverà nelle stesse condizioni in cui nacque, tra scandali, arresti, e cricche affaristiche a manovrare gli appalti.

Nonostante il clima di tagli ed il pesante debito pubblico il “Comitato dei garanti” per le celebrazioni, presieduto da Giuliano Amato, ha ottenuto un budget di 18 miliardi di euro destinati a 200 “convegni nazionali”, 50 tra mostre e feste, ed alla ristrutturazione (in diversi casi, costruzione) di 50 di quelli che, con grande fantasia, sono stati definiti i “luoghi della memoria” del cosiddetto Risorgimento. È stato sugli appalti relativi a questi ultimi, i più appetitosi, che si sono concentrate le lobbies affaristiche. Una prima inchiesta della Procura di Firenze ha portato a febbraio 2010 all’arresto del coordinatore dell’ “Unità tecnica di missione per il Centocinquantenario” Angelo Balducci e del suo successore Mauro della Giovampaola con l’accusa di aver pilotato gli appalti. Le stesse accuse che all’indomani dell’unificazione venivano lanciate, soprattutto dall’ex Regno delle Due Sicilie, come ha rievocato Gennaro De Crescenzo nel suo “Ferdinando II. La Patria delle due Sicilie” (Editoriale il Giglio, Napoli 2009). Tra i “luoghi della memoria”, i celebratori hanno inserito il nuovo Palazzo del Cinema di Venezia, un progetto caro all’ex sindaco del Pd Massimo Cacciari. La conclusione dell’opera (73 milioni di euro stanziati), ancora “in alto mare” (Il Mattino,8.1.2011), è slittata al 2012 e si attende la conseguente lievitazione dei costi. Incompiuti anche il Parco della Musica di Firenze (236 milioni di euro) e l’Auditorium di Isernia, quest’ultimo voluto dall’ex ministro per le Infrastrutture Antonio Di Pietro e finanziato con 31 milioni di euro. Sono stati già richiesti, per quest’ultima opera, altri 10 milioni di euro.

La parte del leone nei finanziamenti, neanche a dirlo, l’hanno fatta Torino ed il Piemonte. La tabe della corruzione negli appalti pubblici, che ha portato l’Italia a record europei come il costo per chilometro nell’Alta Velocità e nell’ampliamento dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria non ha risparmiato neanche i presunti eroi risorgimentali. È slittata dal 9 febbraio al 16 marzo, a Roma, la consegna del restauro del monumento equestre ad Anita Garibaldi sul colle del Gianicolo e degli 83 busti di garibaldini. Nella migliore delle ipotesi, se riusciranno ad evitare una figuraccia davvero storica, i celebratori consegneranno monumento e busti appena 24 ore prima del “compleanno” dell’Italia unificata. Un’avventura insomma, come un’avventura fu quella di Garibaldi che sottrasse Anita al legittimo marito nello Stato brasiliano di Santa Catarina. “L’eroe dei due Mondi – ha scritto sconsolato Il Fatto quotidiano (7.1.2011) - si ritrova allo scoccare del 150 esimo ingabbiato e persino imbustato come una merendina. Mentre i garibaldini sono stati incappucciati con buste dell’immondizia”.

Intanto le celebrazioni procedono stancamente, tra dissensi e scetticismi, nonostante la grancassa mediatica. Nonostante le promesse, non c’è stata nessuna analisi seria di quello che fu il Risorgimento, una rivoluzione alla quale partecipò non più del 2% della popolazione degli Stati pre-unitari ma che provocò direttamente ed indirettamente centinaia di migliaia di vittime., soprattutto nel Regno delle Due Sicilie.

Nessun approfondimento, nessuna nuova fonte documentale portata alla luce. In tv il Comitato per le celebrazioni si è fatto rappresentare quasi sempre dallo storico marxista di regime Lucio Villari. Non sono mancate contestazioni e beffe. Il 7 gennaio a Reggio Emilia, Napolitano ha trovato, mescolati a tricolori di cui doveva celebrare l’origine, una tricolore con lo stemma delle Due Sicilie, una bandiera adottata peraltro nel breve ed infausto periodo costituzionale che precedette la fine del Regno. Ma a “Sky” anche questo deve essere sembrato troppo e così le edizioni di Sky TG 24 del 7 gennaio hanno scolorito la bandiera, senza però riuscire ad evitare che in controluce lo stemma delle Due Sicilie restasse visibile. Nel tentativo di rendere “popolare” un evento ancora estraneo alla gran parte degli italiani e da molti valutato negativamente, si è perfino trasformata la Coppa Italia di calcio in Coppa dell’Unità, con tanto di esecuzione dell’Inno di Mameli prima delle partite. Il 18 gennaio, prima di Napoli-Bologna, il pubblico dei settori popolari dello Stadio San Paolo lo ha fischiato sonoramente. (LN36/11).

SUD: TRENITALIA, DA MORETTI NUOVI ‘REGALI’

(Lettera Napoletana) - L’ultimo regalo al Sud da Trenitalia, (gruppo Fs) sono i nuovi orari stagionali dei treni a media e lunga percorrenza entrati in vigore il 12 dicembre scorso. Molti i collegamenti soppressi, altri declassati da Eurostar a Intercity, ed un aumento dei biglietti tra l’8 e il 16% (cfr. l’Espresso, 22.10.2010). Cancellati gli Eurostar Taranto-Roma e Roma Taranto 9360 e 9363 e gli Espresso 956 e 951 sulla stessa linea. In Calabria il nuovo orario sopprime la tratta Reggio-Catanzaro-Lamezia Terme-Roma, in totale otto collegamenti. Secondo un’interrogazione parlamentare dell’on. Angela Napoli (Fli) “risulta di ben 22 il numero di treni soppressi o assemblati su tratte nazionali nell’ultimo anno da Trenitalia, con il conseguente isolamento della Calabria” (interrogazione C.4/09832)

Il gruppo Fs, alla cui guida dal 2006 siede come amministratore delegato Mario Moretti, continua a far mancare gli investimenti per il Sud, nonostante i fondi erogati dalle Regioni del Sud per i contratti di servizio, e ad utilizzarvi – come segnala anche la stessa on. Napoli - “carrozze dismesse sulle linee del centro-nord” .

Contro le scelte del gruppo Fs alle proteste degli utenti meridionali si è unita la voce di qualche deputato. Vincenzo Taddei (Pdl) ha definito “fortemente criticabile” in un’interrogazione al ministro dei Trasporti Altero Matteoli, la sostituzione dell’Eurostar 9360 con un Intercity Plus che parte da Potenza, ed ha ricordato che il contratto di servizio firmato dalla Regione Basilicata con Trenitalia prevede “oltre all’incremento dei servizi e degli investimenti per la qualità anche uno sviluppo dell’offerta” (Interrogazione C.4/09829).

Moretti ha provocato un’interrogazione anche da parte del deputato del Pd Nicodemo Oliverio, che parla di “scenario catastrofico sempre più desolante” per la Calabria. Sono stati cancellati nei nuovi orari oltre al collegamento Reggio-Catanzaro-Lamezia Terme-Roma il Paola-Sibari-Crotone ed è stata ridotta ad una sola la coppia di treni formati in Sicilia che servivano la Calabria (Interrogazione 4-09861). In più, dal 14 settembre 2010 sono stati cancellati i due collegamenti veloci giornalieri tra Lamezia Terme e Roma assicurati dal Frecciargento. Per il deputato del Pd “le decisioni di Trenitalia rischiano di creare un vero e proprio isolamento per l’intera regione con ricadute economiche e sociali negative su tutte le realtà imprenditoriali e territoriali” .

Ma la protesta di un deputato del Pd nei confronti di Moretti è sorprendente, come quella di qualche meridionalista senza memoria. Comunista, nato a Rimini nel 1953, Moretti si iscrisse alla Cgil nel 1980 ed è stato segretario nazionale della Federazione trasporti per 15 anni, dal 1986 al 1991. In un’intervista ha raccontato che nel 1986 aveva deciso di lasciare il gruppo Fs «ma per puro caso - ha aggiunto - avevo incontrato un dirigente comunista che si chiamava Chiaromonte, che mi disse: “se sei bravo perché non stai con il sindacato”?» (Intervista al Convegno VeDrò 2010). Nel 2006 il governo di centrosinistra guidato Romano Prodi nominò Moretti amministratore delegato del Gruppo Fs. Stipendio da 800 mila euro l’anno, Moretti è stato insignito nel 2010 del titolo di Cavaliere del lavoro dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Nel 2004 si è presentato alle elezioni nel Comune di Mompeo (Rieti), dove possiede una casa, ed è stato eletto sindaco pur non essendo residente.

Dal 2008 Moretti è presidente di Grandi Stazioni S.p.A., che gestisce le 13 maggiori Stazioni ferroviarie italiane. È a lui che si deve il ridimensionamento della Stazione di Napoli Mergellina con la concentrazione di tutti gli Eurostar ed i treni Alta Velocità a Napoli centrale, trasformata in un grande centro commerciale dove la Feltrinelli ha aperto il più grande megastore d’Italia. (cfr. Sud: perché il gruppo Fs cancella Napoli Mergellina, LN 23/2009)

Vicino a Massimo D’Alema, Moretti ha intrecciato dopo la caduta di Prodi una serie di legami trasversali. Il suo mandato è in scadenza nel 2011. La sua riconferma è un banco di prova dell’atteggiamento verso il Sud delle forze politiche. (LN36/11)

SUD: COSI’ SMANTELLARONO LA CIRIO

(Lettera Napoletana) – È annunciata per il 4 febbraio la chiusura dello stabilimento Cirio di Caivano (Napoli). La “Effequattro’’, dei fratelli Franzese, che lo ha rilevato nel 2004 dal gruppo “Conserve Italia”, holding associata a Confcooperative, ha comunicato di non poter garantire il futuro dello stabilimento “a causa della crisi dei consumi” (Il Mattino, 11.1.2011).

Per 70 operai e 600 stagionali, già in cassa integrazione, si profila il licenziamento. Ma la chiusura dell’ultimo asset della Cirio in Campania, va ben oltre per significato il danno della perdita dei posti di lavoro.

L’uscita di scena definitiva di un marchio che per 110 anni si è identificato con il Sud e le sue produzioni tipiche, a partire dal pomodoro San Marzano, riassume la politica industriale dell’Iri e dei governi nazionali verso il Sud, la complicità, l’acquiescenza e gli intrecci affaristici con le multinazionali e le grandi imprese del Nord della classe politica meridionale. Primo fra tutti il centrosinistra di Bassolino e Iervolino, che hanno governato la Campania e Napoli rispettivamente per 17 e 10 anni, mentre la Cirio veniva smontata pezzo a pezzo.

39 anni dopo l’unificazione, Napoli era ancora capace di attirare investimenti e nel 1900 Francesco Cirio, imprenditore della provincia di Asti, decise di impiantare a Vigliena, zona orientale della città, uno stabilimento per inscatolare prodotti agricoli con il metodo scoperto dal francese Nicolas Appert, che eliminando l’aria evitava che il prodotto si deteriorasse. Sede nazionale della Cirio a Napoli, stabilimento a Pontecagnano (Salerno). Nacque così un marchio che identificava Napoli nel mondo. Un grande successo fino agli anni ’80 e 90, quando la Cirio trovò sulla propria strada Prodi e Bassolino.

L’azienda era passata alla Sme, finanziaria agroalimentare dell’Iri, presieduto dal boiardo di Stato Romano Prodi, sponsorizzato da Ciriaco De Mita. A gennaio 1993 Prodi varò la scissione della Sme e ad ottobre dello stesso anno il 62% della Cirio-Bertolli-De Rica fu venduto a sorpresa alla Fisvi, una sconosciuta finanziaria lucana dell’altrettanto sconosciuto Carlo Saverio Lamiranda, per 310 miliardi di vecchie lire. Eppure sul tavolo c’erano offerte di grandi gruppi: Parmalat, Eridania, Ferruzzi, Unilever. Nel 1993 l’Ulivo non c’era ancora - e Prodi era solo un boiardo di Stato targato sinistra Dc e legato a De Mita. Bassolino che era in campagna elettorale per le comunali di Napoli, si recò in Procura a presentare un esposto contro Prodi. I piccoli azionisti della Cirio lo denunciarono, ed il pm della Procura di Roma Giuseppa Geremia aprì un’inchiesta sulla (s)vendita dell’azienda. Il commercialista napoletano Renato Castaldo, consulente della Procura, valutò “sottostimata di almeno 400 miliardi” l’operazione. Ad aprile 1993 il Credito italiano, una banca di proprietà dello stesso Iri, aveva valutato in 1350 miliardi di lire il valore del gruppo alimentare.

Solo otto mesi dopo la vendita alla Fisvi, rivelatasi un’operazione di copertura, la Cirio passò nelle mani del finanziere Sergio Cragnotti. Prodi, accusato di abuso di ufficio e di conflitto di interesse per essere stato Advisor director (principale consulente) della multinazionale anglo-olandese Unilever, che rilevò il marchio Bertolli, fu prosciolto nel 1997, dopo che l’inchiesta era passata ad un altro pm. A novembre 1996, intanto, era nato l’Ulivo, progetto di fusione tra la sinistra Dc e gli ex comunisti del Pds. Prodi divenne capo del governo, Bassolino, suo alleato, era sindaco di Napoli da tre anni. Ai giornalisti che gli chiesero dell’esposto presentato tre anni prima contro Prodi, spiegò compunto che “il reato di abuso di ufficio è qualcosa di discutibile e controverso” (Roma, 8.8.2003). Da allora sulle vicende della Cirio da parte di Bassolino calò il silenzio. Nell’antica direzione della Cirio a Napoli Cragnotti lasciò solo una segreteria, svendette il marchio prestigioso del latte Berna e dichiarò “non strategico” il Centro ricerche della Cirio nel casertano. Fu il via al definitivo smantellamento. Un’inchiesta della Procura di Perugia accertò che i marchi del latte “erano stati pagati zero lire” (Il Mattino, 11.1.2011).

Nel 1998, nel silenzio di Bassolino, diventato presidente della Regione Campania, e del resto della classe politica, la direzione della Cirio fu trasferita a Roma.

Il resto è storia recente di tagli e trasferimenti. Ad agosto 2003 lo stabilimento Cirio di Caivano aveva ancora 200 addetti fissi e 650 stagionali. Nel 2004 l’azienda è passata nelle mani del gruppo “Conserve Italia”, sede a Bologna, radicamento in Emilia Romagna e Toscana.

L’ultimo asset in Campania, lo stabilimento di Caivano, è passato nel 2008 alla “Effequattro” di Sarno (Salerno). Un tentativo di salvataggio non riuscito. Di qui a qualche settimana sulla Cirio calerà il sipario. Di un marchio con 110 anni di storia resterà un’unica fabbrica. A Piacenza. Dalla classe politica, ancora silenzio. Così hanno smantellato la Cirio. (LN36/11).

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Lettera Napoletana

n. 36 - gennaio 2011

150 ANNI: TRA SPRECHI E SCANDALI L’ITALIA DI SEMPRE

(Lettera Napoletana) Ai 150 anni, che saranno compiuti il 17 marzo 2011 secondo il calendario delle celebrazioni ufficiali, l’Italia unificata arriverà nelle stesse condizioni in cui nacque, tra scandali, arresti, e cricche affaristiche a manovrare gli appalti.

Nonostante il clima di tagli ed il pesante debito pubblico il “Comitato dei garanti” per le celebrazioni, presieduto da Giuliano Amato, ha ottenuto un budget di 18 miliardi di euro destinati a 200 “convegni nazionali”, 50 tra mostre e feste, ed alla ristrutturazione (in diversi casi, costruzione) di 50 di quelli che, con grande fantasia, sono stati definiti i “luoghi della memoria” del cosiddetto Risorgimento. È stato sugli appalti relativi a questi ultimi, i più appetitosi, che si sono concentrate le lobbies affaristiche. Una prima inchiesta della Procura di Firenze ha portato a febbraio 2010 all’arresto del coordinatore dell’ “Unità tecnica di missione per il Centocinquantenario” Angelo Balducci e del suo successore Mauro della Giovampaola con l’accusa di aver pilotato gli appalti. Le stesse accuse che all’indomani dell’unificazione venivano lanciate, soprattutto dall’ex Regno delle Due Sicilie, come ha rievocato Gennaro De Crescenzo nel suo “Ferdinando II. La Patria delle due Sicilie” (Editoriale il Giglio, Napoli 2009). Tra i “luoghi della memoria”, i celebratori hanno inserito il nuovo Palazzo del Cinema di Venezia, un progetto caro all’ex sindaco del Pd Massimo Cacciari. La conclusione dell’opera (73 milioni di euro stanziati), ancora “in alto mare” (Il Mattino,8.1.2011), è slittata al 2012 e si attende la conseguente lievitazione dei costi. Incompiuti anche il Parco della Musica di Firenze (236 milioni di euro) e l’Auditorium di Isernia, quest’ultimo voluto dall’ex ministro per le Infrastrutture Antonio Di Pietro e finanziato con 31 milioni di euro. Sono stati già richiesti, per quest’ultima opera, altri 10 milioni di euro.

La parte del leone nei finanziamenti, neanche a dirlo, l’hanno fatta Torino ed il Piemonte. La tabe della corruzione negli appalti pubblici, che ha portato l’Italia a record europei come il costo per chilometro nell’Alta Velocità e nell’ampliamento dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria non ha risparmiato neanche i presunti eroi risorgimentali. È slittata dal 9 febbraio al 16 marzo, a Roma, la consegna del restauro del monumento equestre ad Anita Garibaldi sul colle del Gianicolo e degli 83 busti di garibaldini. Nella migliore delle ipotesi, se riusciranno ad evitare una figuraccia davvero storica, i celebratori consegneranno monumento e busti appena 24 ore prima del “compleanno” dell’Italia unificata. Un’avventura insomma, come un’avventura fu quella di Garibaldi che sottrasse Anita al legittimo marito nello Stato brasiliano di Santa Catarina. “L’eroe dei due Mondi – ha scritto sconsolato Il Fatto quotidiano (7.1.2011) - si ritrova allo scoccare del 150 esimo ingabbiato e persino imbustato come una merendina. Mentre i garibaldini sono stati incappucciati con buste dell’immondizia”.

Intanto le celebrazioni procedono stancamente, tra dissensi e scetticismi, nonostante la grancassa mediatica. Nonostante le promesse, non c’è stata nessuna analisi seria di quello che fu il Risorgimento, una rivoluzione alla quale partecipò non più del 2% della popolazione degli Stati pre-unitari ma che provocò direttamente ed indirettamente centinaia di migliaia di vittime., soprattutto nel Regno delle Due Sicilie.

Nessun approfondimento, nessuna nuova fonte documentale portata alla luce. In tv il Comitato per le celebrazioni si è fatto rappresentare quasi sempre dallo storico marxista di regime Lucio Villari. Non sono mancate contestazioni e beffe. Il 7 gennaio a Reggio Emilia, Napolitano ha trovato, mescolati a tricolori di cui doveva celebrare l’origine, una tricolore con lo stemma delle Due Sicilie, una bandiera adottata peraltro nel breve ed infausto periodo costituzionale che precedette la fine del Regno. Ma a “Sky” anche questo deve essere sembrato troppo e così le edizioni di Sky TG 24 del 7 gennaio hanno scolorito la bandiera, senza però riuscire ad evitare che in controluce lo stemma delle Due Sicilie restasse visibile. Nel tentativo di rendere “popolare” un evento ancora estraneo alla gran parte degli italiani e da molti valutato negativamente, si è perfino trasformata la Coppa Italia di calcio in Coppa dell’Unità, con tanto di esecuzione dell’Inno di Mameli prima delle partite. Il 18 gennaio, prima di Napoli-Bologna, il pubblico dei settori popolari dello Stadio San Paolo lo ha fischiato sonoramente. (LN36/11).

SUD: TRENITALIA, DA MORETTI NUOVI ‘REGALI’

(Lettera Napoletana) - L’ultimo regalo al Sud da Trenitalia, (gruppo Fs) sono i nuovi orari stagionali dei treni a media e lunga percorrenza entrati in vigore il 12 dicembre scorso. Molti i collegamenti soppressi, altri declassati da Eurostar a Intercity, ed un aumento dei biglietti tra l’8 e il 16% (cfr. l’Espresso, 22.10.2010). Cancellati gli Eurostar Taranto-Roma e Roma Taranto 9360 e 9363 e gli Espresso 956 e 951 sulla stessa linea. In Calabria il nuovo orario sopprime la tratta Reggio-Catanzaro-Lamezia Terme-Roma, in totale otto collegamenti. Secondo un’interrogazione parlamentare dell’on. Angela Napoli (Fli) “risulta di ben 22 il numero di treni soppressi o assemblati su tratte nazionali nell’ultimo anno da Trenitalia, con il conseguente isolamento della Calabria” (interrogazione C.4/09832)

Il gruppo Fs, alla cui guida dal 2006 siede come amministratore delegato Mario Moretti, continua a far mancare gli investimenti per il Sud, nonostante i fondi erogati dalle Regioni del Sud per i contratti di servizio, e ad utilizzarvi – come segnala anche la stessa on. Napoli - “carrozze dismesse sulle linee del centro-nord” .

Contro le scelte del gruppo Fs alle proteste degli utenti meridionali si è unita la voce di qualche deputato. Vincenzo Taddei (Pdl) ha definito “fortemente criticabile” in un’interrogazione al ministro dei Trasporti Altero Matteoli, la sostituzione dell’Eurostar 9360 con un Intercity Plus che parte da Potenza, ed ha ricordato che il contratto di servizio firmato dalla Regione Basilicata con Trenitalia prevede “oltre all’incremento dei servizi e degli investimenti per la qualità anche uno sviluppo dell’offerta” (Interrogazione C.4/09829).

Moretti ha provocato un’interrogazione anche da parte del deputato del Pd Nicodemo Oliverio, che parla di “scenario catastrofico sempre più desolante” per la Calabria. Sono stati cancellati nei nuovi orari oltre al collegamento Reggio-Catanzaro-Lamezia Terme-Roma il Paola-Sibari-Crotone ed è stata ridotta ad una sola la coppia di treni formati in Sicilia che servivano la Calabria (Interrogazione 4-09861). In più, dal 14 settembre 2010 sono stati cancellati i due collegamenti veloci giornalieri tra Lamezia Terme e Roma assicurati dal Frecciargento. Per il deputato del Pd “le decisioni di Trenitalia rischiano di creare un vero e proprio isolamento per l’intera regione con ricadute economiche e sociali negative su tutte le realtà imprenditoriali e territoriali” .

Ma la protesta di un deputato del Pd nei confronti di Moretti è sorprendente, come quella di qualche meridionalista senza memoria. Comunista, nato a Rimini nel 1953, Moretti si iscrisse alla Cgil nel 1980 ed è stato segretario nazionale della Federazione trasporti per 15 anni, dal 1986 al 1991. In un’intervista ha raccontato che nel 1986 aveva deciso di lasciare il gruppo Fs «ma per puro caso - ha aggiunto - avevo incontrato un dirigente comunista che si chiamava Chiaromonte, che mi disse: “se sei bravo perché non stai con il sindacato”?» (Intervista al Convegno VeDrò 2010). Nel 2006 il governo di centrosinistra guidato Romano Prodi nominò Moretti amministratore delegato del Gruppo Fs. Stipendio da 800 mila euro l’anno, Moretti è stato insignito nel 2010 del titolo di Cavaliere del lavoro dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Nel 2004 si è presentato alle elezioni nel Comune di Mompeo (Rieti), dove possiede una casa, ed è stato eletto sindaco pur non essendo residente.

Dal 2008 Moretti è presidente di Grandi Stazioni S.p.A., che gestisce le 13 maggiori Stazioni ferroviarie italiane. È a lui che si deve il ridimensionamento della Stazione di Napoli Mergellina con la concentrazione di tutti gli Eurostar ed i treni Alta Velocità a Napoli centrale, trasformata in un grande centro commerciale dove la Feltrinelli ha aperto il più grande megastore d’Italia. (cfr. Sud: perché il gruppo Fs cancella Napoli Mergellina, LN 23/2009)

Vicino a Massimo D’Alema, Moretti ha intrecciato dopo la caduta di Prodi una serie di legami trasversali. Il suo mandato è in scadenza nel 2011. La sua riconferma è un banco di prova dell’atteggiamento verso il Sud delle forze politiche. (LN36/11)

SUD: COSI’ SMANTELLARONO LA CIRIO

(Lettera Napoletana) – È annunciata per il 4 febbraio la chiusura dello stabilimento Cirio di Caivano (Napoli). La “Effequattro’’, dei fratelli Franzese, che lo ha rilevato nel 2004 dal gruppo “Conserve Italia”, holding associata a Confcooperative, ha comunicato di non poter garantire il futuro dello stabilimento “a causa della crisi dei consumi” (Il Mattino, 11.1.2011).

Per 70 operai e 600 stagionali, già in cassa integrazione, si profila il licenziamento. Ma la chiusura dell’ultimo asset della Cirio in Campania, va ben oltre per significato il danno della perdita dei posti di lavoro.

L’uscita di scena definitiva di un marchio che per 110 anni si è identificato con il Sud e le sue produzioni tipiche, a partire dal pomodoro San Marzano, riassume la politica industriale dell’Iri e dei governi nazionali verso il Sud, la complicità, l’acquiescenza e gli intrecci affaristici con le multinazionali e le grandi imprese del Nord della classe politica meridionale. Primo fra tutti il centrosinistra di Bassolino e Iervolino, che hanno governato la Campania e Napoli rispettivamente per 17 e 10 anni, mentre la Cirio veniva smontata pezzo a pezzo.

39 anni dopo l’unificazione, Napoli era ancora capace di attirare investimenti e nel 1900 Francesco Cirio, imprenditore della provincia di Asti, decise di impiantare a Vigliena, zona orientale della città, uno stabilimento per inscatolare prodotti agricoli con il metodo scoperto dal francese Nicolas Appert, che eliminando l’aria evitava che il prodotto si deteriorasse. Sede nazionale della Cirio a Napoli, stabilimento a Pontecagnano (Salerno). Nacque così un marchio che identificava Napoli nel mondo. Un grande successo fino agli anni ’80 e 90, quando la Cirio trovò sulla propria strada Prodi e Bassolino.

L’azienda era passata alla Sme, finanziaria agroalimentare dell’Iri, presieduto dal boiardo di Stato Romano Prodi, sponsorizzato da Ciriaco De Mita. A gennaio 1993 Prodi varò la scissione della Sme e ad ottobre dello stesso anno il 62% della Cirio-Bertolli-De Rica fu venduto a sorpresa alla Fisvi, una sconosciuta finanziaria lucana dell’altrettanto sconosciuto Carlo Saverio Lamiranda, per 310 miliardi di vecchie lire. Eppure sul tavolo c’erano offerte di grandi gruppi: Parmalat, Eridania, Ferruzzi, Unilever. Nel 1993 l’Ulivo non c’era ancora - e Prodi era solo un boiardo di Stato targato sinistra Dc e legato a De Mita. Bassolino che era in campagna elettorale per le comunali di Napoli, si recò in Procura a presentare un esposto contro Prodi. I piccoli azionisti della Cirio lo denunciarono, ed il pm della Procura di Roma Giuseppa Geremia aprì un’inchiesta sulla (s)vendita dell’azienda. Il commercialista napoletano Renato Castaldo, consulente della Procura, valutò “sottostimata di almeno 400 miliardi” l’operazione. Ad aprile 1993 il Credito italiano, una banca di proprietà dello stesso Iri, aveva valutato in 1350 miliardi di lire il valore del gruppo alimentare.

Solo otto mesi dopo la vendita alla Fisvi, rivelatasi un’operazione di copertura, la Cirio passò nelle mani del finanziere Sergio Cragnotti. Prodi, accusato di abuso di ufficio e di conflitto di interesse per essere stato Advisor director (principale consulente) della multinazionale anglo-olandese Unilever, che rilevò il marchio Bertolli, fu prosciolto nel 1997, dopo che l’inchiesta era passata ad un altro pm. A novembre 1996, intanto, era nato l’Ulivo, progetto di fusione tra la sinistra Dc e gli ex comunisti del Pds. Prodi divenne capo del governo, Bassolino, suo alleato, era sindaco di Napoli da tre anni. Ai giornalisti che gli chiesero dell’esposto presentato tre anni prima contro Prodi, spiegò compunto che “il reato di abuso di ufficio è qualcosa di discutibile e controverso” (Roma, 8.8.2003). Da allora sulle vicende della Cirio da parte di Bassolino calò il silenzio. Nell’antica direzione della Cirio a Napoli Cragnotti lasciò solo una segreteria, svendette il marchio prestigioso del latte Berna e dichiarò “non strategico” il Centro ricerche della Cirio nel casertano. Fu il via al definitivo smantellamento. Un’inchiesta della Procura di Perugia accertò che i marchi del latte “erano stati pagati zero lire” (Il Mattino, 11.1.2011).

Nel 1998, nel silenzio di Bassolino, diventato presidente della Regione Campania, e del resto della classe politica, la direzione della Cirio fu trasferita a Roma.

Il resto è storia recente di tagli e trasferimenti. Ad agosto 2003 lo stabilimento Cirio di Caivano aveva ancora 200 addetti fissi e 650 stagionali. Nel 2004 l’azienda è passata nelle mani del gruppo “Conserve Italia”, sede a Bologna, radicamento in Emilia Romagna e Toscana.

L’ultimo asset in Campania, lo stabilimento di Caivano, è passato nel 2008 alla “Effequattro” di Sarno (Salerno). Un tentativo di salvataggio non riuscito. Di qui a qualche settimana sulla Cirio calerà il sipario. Di un marchio con 110 anni di storia resterà un’unica fabbrica. A Piacenza. Dalla classe politica, ancora silenzio. Così hanno smantellato la Cirio. (LN36/11).

Cetto-record, polemica in musica Su "Onda Calabra non c'è da ridere"

Voltarelli non ha apprezzato la rivisitazione fatta dal comico di un suo brano diventato il manifesto del film. E lancia un invito ad Albanese: "Facciamo una tournée nelle scuole calabresi per parlare di qualunquismo e legalità?". Ma il suo gruppo si dissocia. E La Qualunque sbanca al botteghino

di KATIA RICCARDIROMA - Su Youtube i commenti si accavallano. Sotto il video di "Onda calabra", colonna sonora del film di Giulio Manfredonia con Antonio Albanese, Qualunquemente, molti utenti si ribellano. "Non ci rispecchiamo in questo". Molti sono offesi e lo scrivono. Sono stanchi di essere stati scelti per rappresentare un solito, triste, deprimente cliché. Al di là delle risate che Albanese concede. Oltre la satira.

Il film è stato il più visto nel primo fine settimana di uscita. La media è stata di quasi 10mila euro a copia, per un incasso totale di 5.400.000 euro con oltre 800mila presenze. E questi risultati sono stati omogenei da nord a sud. Ma un'onda calabra di malcontento ha preso voce e forza con la delusione manifestata da Peppe Voltarelli, ex cantante de Il Parto delle Nuvole Pesanti, e autore del brano originale che per il film è stato comprato, e poi modificato.

I PEZZI A CONFRONTO 1
- LA SCHEDA DEL FILM 2

La canzone originale del Parto delle Nuvole Pesanti parla di ragazzi che emigrano in Germania. E' poetico, ironico, lascia una traccia di malinconia mentre cerca un'onda di speranza. 'Mi aspetterai cantando', dice il testo, senza dimenticare. Perché chi va via dev'essere pronto a portarsi dietro immagini nella mente, valige di ricordi senza peso. Occhi, rose, colori, spiagge. Strofa in italiano, ritornello in tedesco, la melodia, come l'anima, ha i suoni del Sud. Voltarelli ha sempre cantato senza drammi, senza denuncie rabbiose, e soprattutto senza cliché. Va avanti, vive in giro per l'Italia facendo concerti, lavora. Per questo brano non vuole soldi. Non è quello il punto. Il suo messaggio è sempre stato ottimista, la parodia non lo è. La canzone non doveva essere così flessibile. Neanche per ridere. E Voltarelli lancia il suo invito ad Albanese: "Facciamo una tournée nelle scuole calabresi per parlare di legalità e qualunquismo?"

Voltarelli non è turbato dalla mancanza di riconoscimento, non è interessato a una guerra tecnica su copyright o permessi. E' deluso invece, dispiaciuto che anni di idee e speranze e lotte e poesie, possano essere comprate, cambiate per diventare parte di un gioco a cui lui non ha mai giocato. Ma la band, dalla quale sei anni fa Voltarelli si è separato, si dissocia.

Lo fa con un comunicato in cui Salvatore De Siena, Mimmo Crudo e Amerigo Sirianni dichiarano: "Ci sia consentito di dissentire totalmente dal giudizio artistico e dalla ricostruzione della vicenda di Peppe Voltarelli, non per spirito polemico ma per tutelare le ragioni del Parto delle Nuvole Pesanti e soprattutto per amore di verità. La versione 'Qualunquemente Onda Calabra', pur essendo una versione parzialmente diversa dall'originale per testo e stile, oltre che funzionale al film, è identica all'originale per lo scopo che persegue, che è quello di denunciare la realtà attuale, con la speranza di un domani milgiore. Siamo convinti - si legge ancora - che la versione del film non pregiudichi affatto lo spirito del brano originale, poiché il film di Albanese, oltre a essere una grande opera cinematografica, é anche un autentico gesto d'amore di Antonio verso il Sud, e ci pare davvero offensivo considerare il film macchiettistico".

Con gli altri membri del gruppo "non ci parliamo da anni", spiega Voltarelli. Dalla separazione in poi il suo messaggio è sempre stato ironico, sorridente, allegro. Critico, ovviamente, perché da lì parte. "Ci siamo divisi perché avevamo idee diverse. Io cerco di portare un messaggio da parte della mia terra. Per ché da noi le cose sono veramente in mano alla malavita. Da noi, quando nasci, sai che dovrai andare via per avere un futuro. Questo tipo di caricatura che fa il film aderisce a tutta l'immagine della Calabria nel mondo. Toglie le speranze". Non ha niente contro il film Voltarelli. Semplicemente è "già molto che si sia creato un dibattito", spiega.

Albanese della canzone ha fatto il manifesto di Cetto ("Cchiù pilu pi tutti"). E' la sua canzone, è il suo motto. La sua denuncia. L'arma melodica della sua caricatura. "Non era nata con questo spirito", dice Voltarelli che l'ha scritta nel 2004. Per lui era una poesia, una rosa, una cosa bella. Non avrebbe avuto la risonanza che sta avendo, certo, ma un suono sussurrato, "mantenedo il suo senso però. Da quando ho lasciato il gruppo sei anni fa, ho cercato di portare un'immagine critica e sorridente del Sud, non è facile relazionarmi con la mia terra quando se ne parla sempre in termini deprimenti. Ora la mia non non è una difesa dello status quo, non è un attacco al film. Ma la canzone era un simbolo di possibilità. E' stata presa e trasformata nel contrario esatto", continua e dice: "C'è una differenza tra una risata di felicità, e una risata amara".

Tecnicamente il 'nuovo' brano dovrebbe essere ridepositato alla Siae con le firme degli autori originali più quella di Albanese. "Vedi, lui, che io stimo molto come attore, fa una critica alla politica italiana, ma la mia canzone non era né di destra né sinistra. Era quanto di più lontano da una connotazione politica potesse esserci. Per me è utile la riflessione. Il fatto che si sia creato un dibattito (ripreso anche da Il Giornale, ndr). Politicamente io sono d'accordo con Albanese al limite, ma Cetto è molto 'anni Sessanta', e la gente calabrese è stanca di essere associata a questi luoghi comuni". In fondo, conclude Voltarelli, "non c'è mica tanto da ridere".

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Voltarelli non ha apprezzato la rivisitazione fatta dal comico di un suo brano diventato il manifesto del film. E lancia un invito ad Albanese: "Facciamo una tournée nelle scuole calabresi per parlare di qualunquismo e legalità?". Ma il suo gruppo si dissocia. E La Qualunque sbanca al botteghino

di KATIA RICCARDIROMA - Su Youtube i commenti si accavallano. Sotto il video di "Onda calabra", colonna sonora del film di Giulio Manfredonia con Antonio Albanese, Qualunquemente, molti utenti si ribellano. "Non ci rispecchiamo in questo". Molti sono offesi e lo scrivono. Sono stanchi di essere stati scelti per rappresentare un solito, triste, deprimente cliché. Al di là delle risate che Albanese concede. Oltre la satira.

Il film è stato il più visto nel primo fine settimana di uscita. La media è stata di quasi 10mila euro a copia, per un incasso totale di 5.400.000 euro con oltre 800mila presenze. E questi risultati sono stati omogenei da nord a sud. Ma un'onda calabra di malcontento ha preso voce e forza con la delusione manifestata da Peppe Voltarelli, ex cantante de Il Parto delle Nuvole Pesanti, e autore del brano originale che per il film è stato comprato, e poi modificato.

I PEZZI A CONFRONTO 1
- LA SCHEDA DEL FILM 2

La canzone originale del Parto delle Nuvole Pesanti parla di ragazzi che emigrano in Germania. E' poetico, ironico, lascia una traccia di malinconia mentre cerca un'onda di speranza. 'Mi aspetterai cantando', dice il testo, senza dimenticare. Perché chi va via dev'essere pronto a portarsi dietro immagini nella mente, valige di ricordi senza peso. Occhi, rose, colori, spiagge. Strofa in italiano, ritornello in tedesco, la melodia, come l'anima, ha i suoni del Sud. Voltarelli ha sempre cantato senza drammi, senza denuncie rabbiose, e soprattutto senza cliché. Va avanti, vive in giro per l'Italia facendo concerti, lavora. Per questo brano non vuole soldi. Non è quello il punto. Il suo messaggio è sempre stato ottimista, la parodia non lo è. La canzone non doveva essere così flessibile. Neanche per ridere. E Voltarelli lancia il suo invito ad Albanese: "Facciamo una tournée nelle scuole calabresi per parlare di legalità e qualunquismo?"

Voltarelli non è turbato dalla mancanza di riconoscimento, non è interessato a una guerra tecnica su copyright o permessi. E' deluso invece, dispiaciuto che anni di idee e speranze e lotte e poesie, possano essere comprate, cambiate per diventare parte di un gioco a cui lui non ha mai giocato. Ma la band, dalla quale sei anni fa Voltarelli si è separato, si dissocia.

Lo fa con un comunicato in cui Salvatore De Siena, Mimmo Crudo e Amerigo Sirianni dichiarano: "Ci sia consentito di dissentire totalmente dal giudizio artistico e dalla ricostruzione della vicenda di Peppe Voltarelli, non per spirito polemico ma per tutelare le ragioni del Parto delle Nuvole Pesanti e soprattutto per amore di verità. La versione 'Qualunquemente Onda Calabra', pur essendo una versione parzialmente diversa dall'originale per testo e stile, oltre che funzionale al film, è identica all'originale per lo scopo che persegue, che è quello di denunciare la realtà attuale, con la speranza di un domani milgiore. Siamo convinti - si legge ancora - che la versione del film non pregiudichi affatto lo spirito del brano originale, poiché il film di Albanese, oltre a essere una grande opera cinematografica, é anche un autentico gesto d'amore di Antonio verso il Sud, e ci pare davvero offensivo considerare il film macchiettistico".

Con gli altri membri del gruppo "non ci parliamo da anni", spiega Voltarelli. Dalla separazione in poi il suo messaggio è sempre stato ironico, sorridente, allegro. Critico, ovviamente, perché da lì parte. "Ci siamo divisi perché avevamo idee diverse. Io cerco di portare un messaggio da parte della mia terra. Per ché da noi le cose sono veramente in mano alla malavita. Da noi, quando nasci, sai che dovrai andare via per avere un futuro. Questo tipo di caricatura che fa il film aderisce a tutta l'immagine della Calabria nel mondo. Toglie le speranze". Non ha niente contro il film Voltarelli. Semplicemente è "già molto che si sia creato un dibattito", spiega.

Albanese della canzone ha fatto il manifesto di Cetto ("Cchiù pilu pi tutti"). E' la sua canzone, è il suo motto. La sua denuncia. L'arma melodica della sua caricatura. "Non era nata con questo spirito", dice Voltarelli che l'ha scritta nel 2004. Per lui era una poesia, una rosa, una cosa bella. Non avrebbe avuto la risonanza che sta avendo, certo, ma un suono sussurrato, "mantenedo il suo senso però. Da quando ho lasciato il gruppo sei anni fa, ho cercato di portare un'immagine critica e sorridente del Sud, non è facile relazionarmi con la mia terra quando se ne parla sempre in termini deprimenti. Ora la mia non non è una difesa dello status quo, non è un attacco al film. Ma la canzone era un simbolo di possibilità. E' stata presa e trasformata nel contrario esatto", continua e dice: "C'è una differenza tra una risata di felicità, e una risata amara".

Tecnicamente il 'nuovo' brano dovrebbe essere ridepositato alla Siae con le firme degli autori originali più quella di Albanese. "Vedi, lui, che io stimo molto come attore, fa una critica alla politica italiana, ma la mia canzone non era né di destra né sinistra. Era quanto di più lontano da una connotazione politica potesse esserci. Per me è utile la riflessione. Il fatto che si sia creato un dibattito (ripreso anche da Il Giornale, ndr). Politicamente io sono d'accordo con Albanese al limite, ma Cetto è molto 'anni Sessanta', e la gente calabrese è stanca di essere associata a questi luoghi comuni". In fondo, conclude Voltarelli, "non c'è mica tanto da ridere".

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lunedì 24 gennaio 2011

Giornale dell'assedio di Gaeta (1860-1861) (Charles Garnier) - Quarta parte

Batteria piemontese all’Atratina protetta con sacchi di terra. In secondo piano, la chiesa di Santa Maria di Porto Salvo (o degli Scalzi) nel Borgo di Gaeta. Fotografo Eugenio Sevaistre.


  • 23 gennaio 1861

    Ho percorsa la città. I guasti sono ciò che dovevano essere; ma mi pare che questa volta la parte superiore è stata più maltrattata. Si turano i buchi nelle strade, e sulle batterie si ripone tutto in sesto. I cammini delle batterie sono veri precipizi. Al piede del castello, le cui migliaia di bombe simmetricamente ammucchiate sono ricoperte da una superficie di polvere bianca caduta dai merli; il topo di La Fontaine direbbe che questi blocchi infarinati non annunziano nulla di buono. Le fisionomie sono generalmente gaie. La musica suonava innanzi la gran guardia; quando à eseguito l'inno Borbonico, tutti si sono scoverte la testa, ed alla fine si è gridato tre volte Viva il Re! Sì clamoroso che sia il popolo napoletano, queste dimostrazioni sono estremamente rare nell'armata. Risalendo alla mia casamatta, ho incontrato una riunione di soldati portando ognuno una granata; cantavano di buon cuore. Il Re e la Regina hanno visitato oggi, ma separatamente, l'uno dopo l'altro, l'ospedaleTorrione Francese. La Regina ha fatto portare agli ammalati tutto ciò che ha potuto trovare presso di se. Il Re si è fermato vicino ad ogni letto. Non è stato tirato un colpo di cannone durante questa giornata. La squadra Piemontese è innanzi Mola; ma dei bastimenti incrociano all'entrata del golfo; ciò che non ha impedito due barche napoletane di arrivare fino al porto; esse hanno portato delle lettere e ne hanno prese.

  • 22 gennaio 1861

    Grande e gloriosa giornata! La natura si è ornata come alla primavera per la lotta che è cominciata questa mattina. Alle nove, un colpo di cannone è partito dalla batteria Regina per dare il segnale a tutte le batterie del fronte di terra. Subito le nostre bocche a fuoco hanno vomitata la morte con un fracasso spaventevole. L'inimico non ha tardato a rispondere dalle sue 15 batterie. In qualche momento, quella situata dietro i Cappuccini, 1500 metri, cioè a dire la più vicina, è stata rovesciata e ridotta al silenzio; solo nella sera ha potuto ripigliare il suo tiro, ma assai debolmente. I nostri cannoni si sono diretti verso le altre posizioni nemiche. Due o tre batterie del fronte di mare s'univano a quella del fronte di terra. Nello stesso tempo, nove bastimenti piemontesi, bombardiere, cannoniere e fregate, s'avanzano contro il fronte di mare. Là pure il fuoco è stato imponente; ma delle palle e granate avendo colpito una fregata e due cannoniere, ed un cannone rigato essendo scoppiato su d'un dei bastimenti, la squadra abbandonava la sua linea di battaglia per ritirarsi indietro. I bastimenti si dirigevano in seguito verso il piede del monte Orlando, ove colpivano più spesso gli scogli che le batterie, poi ritornavano, ma scagliando tutti i loro colpi nel mare. Alle cinque della sera, dietro ordine sovrano, il fronte di terra ha quasi cessato il fuoco per far riposare i pezzi e gli artiglieri, e non si è mandata che qualche granata di tanto in tanto; ma gli assedianti hanno continuato a bombardare dalla parte di terra durante la metà della notte. La squadra si è allontanata la notte cadente per ripigliare l'ancoraggio di Mola. Nello spazio di ott'ore la piazza non ha tirato meno di undici mila colpi e con una precisione sodisfacentissima. Si contano da undici a dodici mila proiettili di ogni specie lanciati dagli assedianti. Le nostre perdite consistono in una ventina d'uomini uccisi, di cui il maggiore Solimene, comandante la batteria Sant'Antonio e 110 feriti. Il capitano De Filippis comandante la batteria Dente di Sega Sant'Antonio, à ricevuto 7 ferite di cui nessuna è mortale; i suoi abiti sembrano esser passati tra le mascelle d'un armento ruminante. La batteria Regina, di cui parlo specialmente perchè posso meglio conoscere ciò che vi succede, à tirato essa sola più di 2000 colpi; figura nella statistica delle perdite di 29 feriti e 2 morti. I proiet¬tili arrivano qui in tale quantità che più di 50 volte delle pietre e della terra sono entrate nella nostra casamatta. Qualche abitante è ferito, di cui una donna con un figlio poppante. Dodici o quindici affusti sono stati, infranti due cannoni messi fuori d'uso. Quattrocento camice destinate agli ammalati sono state bruciate nell'antico ospedale di S. Francesco; è una perdita enorme, visto la deficienza degli approvvigionamenti. Si è creduto per un momento che la polveriera di S. Giacomo era saltata; non ve n'era nulla; solamente il fuoco s'era appiccato ad un quartiere vicino; è stato subitamente spento. Ufficiali e soldati hanno ammirabilmente adempito al loro dovere. Tutti si affollavano ove maggiore il pericolo, anche quelli che non erano di servizio quel giorno. È difficile distinguere quelli che si sono meglio condotti, e non ho qualità per farlo; ma non posso dispensarmi dal dire che tutta la giornata il generale Riedmatten s'è esposto con una magnifica abnegazione; non vi è batteria che non abbia visitata sotto il fuoco più ardente ed ove non siasi fermato con un imperturbabile sangue freddo. I signori Lautrec ed Urbano Charrette ai suoi lati, hanno esposto la loro persona collo stesso coraggio. Il colonnello Ussani, che comanda sotto il generale Riedmatten, il tenente-colonnello Nagle, che comanda la linea delle batterie Philipstad, hanno offerto agli ufficiali subalterni ed agli artiglieri dei nobili esempi di bravura. Se questo giornale fosse un rapporto militare, dovrei drizzare una lunga lista di nomi; ma ciò è impossibile. Abbiamo veduto delle cose a far piangere di gioia. Quando i marinai che sono accasermati presso la nostra casamatta sono stati avvertiti di portarsi sulla batteria che servono, si sono slanciati come ad una festa, spingendo delle frenetiche esclamazioni di gioia: Viva Dio! Viva il Re! Il mio stupore era al colmo. Quando uno di essi era colpito, gridava ancora cadendo: Viva il Re! Gli altri agitavano i loro bonetti o i loro cappelletti in aria e ripetevano :Morremo tutti per una causa santa! La musica dell'8° e 9° battaglione cacciatori s'era istallata allo scoperto sulle batterie del fronte di mare, ed à suonato l'inno borbonico. I suoni degli istrumenti doveano giungere fino ai bastimenti piemontesi. Su di un'altra batteria dello stesso fronte di mare, si ballava con più trasporto che nelle notti balsamiche di Partenope. Era un sublime delirio. E però quella brava gente non hanno avuto, per la maggior parte, la loro razione di pane, di vino, e cacio che verso le cinque della sera. Bisognava, certamente, che l'entusiasmo provenisse dal fondo dei cuori, e niuno lo ha eccitato. Innanzi un'altra batteria, un'obice, immerso nell'acqua, lanciò sulla banchina un grossissimo pesce della specie che chiamasi spinola. Malgrado il fuoco, un marinaio di nome Falconiere, discese dal parapetto sulla banchina, risalì col prodotto di questa singolare pesca. La spinola fu offerta al Re, che degnò accettarla e che ne fece mangiare a tutta la corte. S'ignorano le perdite degli assedianti, ma debbono essere più considerabili che le nostre. Hanno subito un grande scacco morale; non solamente non hanno avuto l'onore di cominciare l'attacco, ma si è provato che la salvezza di Gaeta dipende da altre cause che dalla presenza d'una squadra. Cialdini ed il conte Persano debbono comprendere che la iattanza non è più di stagione e che non si trovano avanti Ancona. La giornata del 22 gennaio copre tutte le deficienze passate da una porzione dell'armata napolitana; è degna d'essere scritta in caratteri d'oro negli annali del regno delle Due Sicilie; onorerebbe le più grandi nazioni militari di Europa. Quelli che non credevano al sublime, vi credono dopo essere stati testimoni del combattimento, e quei che disperavano della causa, si dicono ora con confidenza; l'avvenire è a noi. Dico io, che la città potrà essere obbligata di rendersi, mancanti viveri e munizioni, ma non sarà presa.

  • 21 gennaio 1861

    I Piemontesi certamente riflettono o scrivono i loro testamenti, prima di cominciare l'attacco per terra e per mare. Si dovea prevenirli questa mattina, ed il governatore avea ordinato d'aprire il fuoco alla punta del giorno. Un incidente à fatto dare il contr'ordine questa notte: il Sphinx, vapore marsigliese, carico di farina e di ferro strutto per conto del reale governo, è passato a traverso la squadra nemica per entrare nel porto. Un bastimento piemontese, l'à inseguito lungamente, un altro l'à chiamato a parlamento; ma il Sphinx à spento le sue lanterne, e grazie alle ombre è felicemente arrivato sotto la protezione dei nostro rampari. È per permettergli di sbarcare il suo carico che si differisce la ripresa delle ostilità. La Senna altro vapore di Marsiglia, portando egualmente delle provvisioni, à avuto meno successo; gl'incrociatori piemontesi gli hanno intimato di retrocedere. Sembrami che non potea farsi. 1° Il blocco solo ieri è stato dichiarato, e forse non lo è ancora a Parigi; 2° non è certo che il governo imperiale lo riconosca, almeno officialmente; 3° anche che lo riconoscesse, le navi cariche e partite anteriormente sono legalmente affrancate dai suoi rigori. È però la bandiera francese che è insultata. Gli uomini di Torino sono dunque ben sicuri dell'impunità Oimè! non bisogna abusarsi; niuna riparazione sarà domandata; Torino sa ciò che si pensa e si vuole, ciò che si ama e ciò che si odia a Parigi. È ancora un capitolo sul quale non posso approfondirmi. Gli ospiti della nostra casamatta sono andati questa mane a far celebrare alla Rocca-Spaccata una messa in commemorazione della morte di Luigi XVI. La Rocca Spaccata è un immenso scoglio diviso di su in giù. La leggenda vuole che questo fenomeno abbia avuto luogo nel momento in cui Gesù Cristo spirò sul Calvario. Scendendo lo stretto sentiero tagliato fra le due pareti della rocca, si mostra l'impronta miracolosa della mano d'un Turco che avrebbe abbracciato il cattolicismo. Ammetta chi vorrà questo racconto. Una chiesetta officiata dai monaci dell'ordine di S. Giovanni d'Alcantara, il di cui convento è contiguo, si trova sospeso sull'abisso; al di sotto, il mare vi ondeggia fragorosamente. Dodici bandiere tricolore, colle armi di Sicilia, ornano la volta della Chiesa. Il venerdì santo dell'anno 1849, Pio IX cacciato dalla rivoluzione ed accolto a Gaeta dalla pietà filiale d'un Borbone, era inginocchiato innanzi l'altare della Roc¬ca-Spaccata; Ferdinando II e Maria-Teresa pregavano ai lati del Pontefice. Lo stesso giorno, alla stessa ora la rivoluzione subiva in Sicilia una terribile disfatta, e l'armata reale, entrando vittoriosa in Catania s'impadroniva di questi trofei. Queste memorie nefaste e gloriose si presentavano nei nostri pensieri, mentre assistevamo al sacrificio espiatorio. Abbiamo domandato a Dio di terminare finalmente le pruove della più augusta razza che abbia portato la corona, di riunire i principi di questa casa di Francia erranti o bombardati, d'applicare a Francesco II i frutti del sangue di Luigi XVI. Aimè! delle tombe vengono ad aprirsi ancora per dei principi ed una principessa della famiglia Borbone; una branca reale è stata strappata dopo lunghi uragani. La Previdenza non abbrevierà essa i cattivi giorni che passiamo!

  • 20 gennaio 1861

    Si supponeva che l'inimico si affretterebbe di attac¬care ieri, appena la partenza della squadra francese. È più di due mesi che si esclamava da Torino: Se i vascelli francesi non fossero innanzi Gaeta, l'ammiraglio Persano piglierebbe la piazza come ha fatto ad Ancona : La notte s'è passata tranquillamente ed il Signor Persano non si è avvicinato; si prepara, senza dubbio, ma avrebbe dovuto esser pronto. Il blocco ci è stato notificato da un vapore sardo che si è presentato con bandiera parlamenrtaria. Lo stesso vapore ha fatto molte volte il tragitto tra Mola e Gaeta. Sono da ieri sera in una casamatta sotto la batte¬ria Regina, in buona compagnia. Questa casamatta è quella del tenente generale Riedmatten, che à il co¬mando in capo del fronte di terra. S. E. ha con sè il suo capo di stato-maggiore, il capitano visconte de Lautrec; suo aiutante di campo, il tenente barone Urbain de Charrette; il tenente Flugy d'Aspermont ed il sotto-tenente visconte di Peyferrut, allo stato-maggiore. Il Signor Flugy è svizzero, come il generale; gli altri ufficiali sono Bretoni o Vandeisti. Il Siècle direbbe che è un vero nido di chouans. La casamatta si ospitaliera per me à 25 passi di lunghezza, 8 di larghezza e 5 metri di altezza. Il fondo somiglia ad una nicchia, la volta vi sì abbassa subitaneamente fino al terrapieno della batteria. Le mura sono state recentemente biancheggiate, ma non da scacciarne l'umidità. Per entrare, bisogna salire quattro scalini, poi scenderne altrettanti. I nostri 6 letti, poco soffici, meno duri però di quelli di molti monaci, sono simmetricamente drizzati su due linee co¬me nel dormitorio d'un collegio. Le nostre balici ne ingombrano i lati. In fondo, una piccola finestra si¬mile ad un cammino, e che da sulla batteria, è sta¬ta ermeticamente chiusa e blindata. Cinque o sei ban-diere di segnali rossi, bianchi, gialli, blù, cucite in¬sieme, separano il nostro dormitorio, il nostro san¬tuario, se si vuole, dalla parte della casamatta che ci serve di salone e stanza da pranzo. Tre piccole tavole ben ferme su i loro piedi e cariche di tazze, bicchieri, calamai, carta, e giornali; sette sedie colle spalliere rotte; a terra delle bottiglie, dei sacchi da notte, dei sacchi di truppa, un paniere con cucchiai e forchette, qualche utensile di cucina, una cesta di biscotti e pane di munizione, un resto di prosciutto e fichi; dei fucili malinconicamente rilegati in un an¬golo, ecco il quadro del nostro alloggio. Quando il bravo generale Riedmatten non è sulle batterie coi suoi aiutanti di campo, ciarliamo con più o meno allegria intorno ad una tavola. Il generale fa scrivere dei dispacci e dei rapporti a Flugy; il capitano Lautrec prende una dozzina di tazze da thè; Urbain de Char-rette gusta un sigaro facendo delle burle ai suoi vi-cini; Puyferrat, ex maresciallo degli alloggi ai coraz¬zieri della guardia imperiale, depone la sua grossa pipa per disegnare le batterie piemontesi o per rac¬contarci delle istorie di Tatars, che ci prega di non confondere coi Tartari; ed io, stropicciando coi go¬miti forati sulla carta, disegno il profile di questi si¬gnori, affinchè non sia perduta per la prosterità.
  • 19 gennaio 1861

    La squadra è partita un poco prima del tramonto. L'ammiraglio ha fatto salutare la bandiera reale, e la batteria Santa Maria à reso il saluto alla Francese. Ho seguito lungamente cogli occhi la Bretagne, il Fonte-noy ed i due altri vapori che sono scomparsi all'orizzonte nei vapori rosei del Ponente. Sulle stesse acque passavano i bastimenti spagnuoli, il governo di Madrid non avendo osato sostituirsi a quello dell'Imperatore Napoleone. I quattro vapori marsigliesi al servizio del Re si sono pure allontanati, si è dovuto congedarli. Il Dahome ha accettato quest'oggi ancora la missione di trasportare alla cittadella di Messina 5 o 600 donne donne e ragazzi. Un altro di questi vapori à depositato questa mane, a Terracina 250 ammalati e con valescenti. È veramente la giornata degli abbandoni. Gli ambasciatori hanno abbandonato Gaeta"; non di meno ne è restato qualcuno, sono d'Austria, di Baviera, di Sassonia ed il Nunzio. Non ho bisogno di dire che quello di Spagna è sempre costantemente al suo posto. È abbastanza interessante di sapere come le cose sono accadute. Il Re, considerando che sarebbe bloccato, e, par tendo, che non potrebbe più aver comunicazione col corpo diplomatico se si ritirasse a Roma; consideran do, inoltre, che avea bisogno di testimoni officiali della sua condotta a fronte dell'Europa, domandò a questi signori di voler restare in Gaeta. Le Eccellenze furono sorprese e sconcertate; avevano, al loro arrivo ecci tato il coraggio di S. M. e l'avevano indotto a lottare fino all'ultimo. Cambiarono subito linguaggio, obiet tarono che l'onore era salvo, ecc., ed uscirono per riflettere alla risposta che bisognava dare. Una volta fuori della casamatta reale, il capo diplomatico mani- festò vivamente la sua repulsione per il soggiorno di Gaeta. In questo stato di cose fu loro rimesso una nota in cui era reitirata in iscritto la domanda di S. M. Allora il corpo diplomatico si divise in due campi: l'uno composto da diplomatici accreditati unicamente presso la corte delle Due Sicilie; l'altro di quelli che rappresentano nello stesso tempo la loro corte presso la Santa Sede. Per questi ultimi, il pretesto di partenza era trovato, e si affrettarono di farlo valere; non vi era nulla a replicare. Quanto all'altra metà, agisce con meno unione: il Nunzio ed il ministro di Baviera si decisero i primi a restare; il ministro di Sassonia si lasciò vincere; quello di Russia dichiarò che era chiamato a Roma da affari particolari, e che là sarebbe più utile al Re; l'incaricato degli affari di Prussia affermò che nulla sarebbe capace di ritenerlo in Gaeta. Finalmente il ministro d'Austria, conte Szechèny, essendo stato biasimato del suo governo quando abbandonò Gaeta per la prima volta, ha fatto di necessità virtù; ma da questo scoglio volge lo sguardo desolato verso Roma. Le 11 suore della Carità si sono divise in tre gruppi, e sono istallate nei tre ospedali, in previsione dei feriti che andremo ad avere nella piazza.

  • 18 gennaio 1861

    Trecento malati sono stati mandati a Terracina; la maggior parte erano febbricitanti. Molta gente vuol dubitare della partenza degli ultimi due vascelli francesi; la loro illusione si dissiperà domani. Non mi sono mai ingannato a questo riguardo, e, amor proprio da parte, giudico diversamente che publico debbonario, la politica che ha tenuta la flotta francese nelle acque di Gaeta. Ecco dei sintomi certi di partenza: L'ammiraglio è andato a rendere i suoi omaggi col Re e la Regina; si è lagnato col Re che era stato dimenticato nella distribuzione dei ritratti delle LL. MM. fatta recentemente a diversi ufficiali della squadra, ed ha detto che ne era geloso. Il Re si è benignato offrirgliene due dei migliori. Questi ritratti hanno al rovescio la firma delle di LL. MM. Gli ufficiali che ne sono stati gratificati sono: Sig. Gisquel des Touches, capo dello stato-maggiore dell'ammiraglio; l'abbate Bourgade, elemosiniere in capo della squadra; Signor Bastard, aiutante di campo dell'ammiraglio; il medico in capo che ne ignoro il nome; il capitano di fregata Conte Missiessy, comandante del Prony; il visconte di Gran-cey tenente di vascello; Signor di la Suchette, tenente di vascello; Signor Vavin, alfiere di vascello. Questi signori debbono un tal favore alla Regina. Certamente vi erano sulla squadra altri ufficiali le di cui simpatie sono acquistate alla causa di Francesco II; ma era difficile operare una specie di enumerazione. Devo pure aggiungere, affinchè i miei complimenti non imbarazzino alcuno che un certo numero d'ufficiali della marina francese sono più o meno imbevuti d'idee rivoluzionarie e fanno voti per la caduta di Gaeta. Il signor di Tinan è andato pure a visitare le suore della Carità all'ospedale; era visibilmente commosso. Congedandosi da queste dame, ha detto loro : « Non è solamente per il Re e la Regina che bisogna pregare; sorelle mie, pregate ancora per la Francia che ne ha gran bisogno! » Il signor di Tinan à dato alle religiose una vacca, come pure differente provvisioni per loro uso individuale e quello degli ammalati. Molte volte, durante il suo soggiorno nelle acque di Gaeta, i signor di Tinan avea di sua propria borsa sollevato i feriti dell'armata napoletana. Il signor Gisquel des Touches avendo dovuto vedere quest'oggi il generale Cialdini, questi ha affettata la più bella sicurezza; ha espresso che non aveva niuna inquietudine sulla riuscita dell'assedio, ed ha detto « avere 10.000 uomini di più che non sapea cosa farne ».

  • Fonte:150Gaeta.org

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Batteria piemontese all’Atratina protetta con sacchi di terra. In secondo piano, la chiesa di Santa Maria di Porto Salvo (o degli Scalzi) nel Borgo di Gaeta. Fotografo Eugenio Sevaistre.


  • 23 gennaio 1861

    Ho percorsa la città. I guasti sono ciò che dovevano essere; ma mi pare che questa volta la parte superiore è stata più maltrattata. Si turano i buchi nelle strade, e sulle batterie si ripone tutto in sesto. I cammini delle batterie sono veri precipizi. Al piede del castello, le cui migliaia di bombe simmetricamente ammucchiate sono ricoperte da una superficie di polvere bianca caduta dai merli; il topo di La Fontaine direbbe che questi blocchi infarinati non annunziano nulla di buono. Le fisionomie sono generalmente gaie. La musica suonava innanzi la gran guardia; quando à eseguito l'inno Borbonico, tutti si sono scoverte la testa, ed alla fine si è gridato tre volte Viva il Re! Sì clamoroso che sia il popolo napoletano, queste dimostrazioni sono estremamente rare nell'armata. Risalendo alla mia casamatta, ho incontrato una riunione di soldati portando ognuno una granata; cantavano di buon cuore. Il Re e la Regina hanno visitato oggi, ma separatamente, l'uno dopo l'altro, l'ospedaleTorrione Francese. La Regina ha fatto portare agli ammalati tutto ciò che ha potuto trovare presso di se. Il Re si è fermato vicino ad ogni letto. Non è stato tirato un colpo di cannone durante questa giornata. La squadra Piemontese è innanzi Mola; ma dei bastimenti incrociano all'entrata del golfo; ciò che non ha impedito due barche napoletane di arrivare fino al porto; esse hanno portato delle lettere e ne hanno prese.

  • 22 gennaio 1861

    Grande e gloriosa giornata! La natura si è ornata come alla primavera per la lotta che è cominciata questa mattina. Alle nove, un colpo di cannone è partito dalla batteria Regina per dare il segnale a tutte le batterie del fronte di terra. Subito le nostre bocche a fuoco hanno vomitata la morte con un fracasso spaventevole. L'inimico non ha tardato a rispondere dalle sue 15 batterie. In qualche momento, quella situata dietro i Cappuccini, 1500 metri, cioè a dire la più vicina, è stata rovesciata e ridotta al silenzio; solo nella sera ha potuto ripigliare il suo tiro, ma assai debolmente. I nostri cannoni si sono diretti verso le altre posizioni nemiche. Due o tre batterie del fronte di mare s'univano a quella del fronte di terra. Nello stesso tempo, nove bastimenti piemontesi, bombardiere, cannoniere e fregate, s'avanzano contro il fronte di mare. Là pure il fuoco è stato imponente; ma delle palle e granate avendo colpito una fregata e due cannoniere, ed un cannone rigato essendo scoppiato su d'un dei bastimenti, la squadra abbandonava la sua linea di battaglia per ritirarsi indietro. I bastimenti si dirigevano in seguito verso il piede del monte Orlando, ove colpivano più spesso gli scogli che le batterie, poi ritornavano, ma scagliando tutti i loro colpi nel mare. Alle cinque della sera, dietro ordine sovrano, il fronte di terra ha quasi cessato il fuoco per far riposare i pezzi e gli artiglieri, e non si è mandata che qualche granata di tanto in tanto; ma gli assedianti hanno continuato a bombardare dalla parte di terra durante la metà della notte. La squadra si è allontanata la notte cadente per ripigliare l'ancoraggio di Mola. Nello spazio di ott'ore la piazza non ha tirato meno di undici mila colpi e con una precisione sodisfacentissima. Si contano da undici a dodici mila proiettili di ogni specie lanciati dagli assedianti. Le nostre perdite consistono in una ventina d'uomini uccisi, di cui il maggiore Solimene, comandante la batteria Sant'Antonio e 110 feriti. Il capitano De Filippis comandante la batteria Dente di Sega Sant'Antonio, à ricevuto 7 ferite di cui nessuna è mortale; i suoi abiti sembrano esser passati tra le mascelle d'un armento ruminante. La batteria Regina, di cui parlo specialmente perchè posso meglio conoscere ciò che vi succede, à tirato essa sola più di 2000 colpi; figura nella statistica delle perdite di 29 feriti e 2 morti. I proiet¬tili arrivano qui in tale quantità che più di 50 volte delle pietre e della terra sono entrate nella nostra casamatta. Qualche abitante è ferito, di cui una donna con un figlio poppante. Dodici o quindici affusti sono stati, infranti due cannoni messi fuori d'uso. Quattrocento camice destinate agli ammalati sono state bruciate nell'antico ospedale di S. Francesco; è una perdita enorme, visto la deficienza degli approvvigionamenti. Si è creduto per un momento che la polveriera di S. Giacomo era saltata; non ve n'era nulla; solamente il fuoco s'era appiccato ad un quartiere vicino; è stato subitamente spento. Ufficiali e soldati hanno ammirabilmente adempito al loro dovere. Tutti si affollavano ove maggiore il pericolo, anche quelli che non erano di servizio quel giorno. È difficile distinguere quelli che si sono meglio condotti, e non ho qualità per farlo; ma non posso dispensarmi dal dire che tutta la giornata il generale Riedmatten s'è esposto con una magnifica abnegazione; non vi è batteria che non abbia visitata sotto il fuoco più ardente ed ove non siasi fermato con un imperturbabile sangue freddo. I signori Lautrec ed Urbano Charrette ai suoi lati, hanno esposto la loro persona collo stesso coraggio. Il colonnello Ussani, che comanda sotto il generale Riedmatten, il tenente-colonnello Nagle, che comanda la linea delle batterie Philipstad, hanno offerto agli ufficiali subalterni ed agli artiglieri dei nobili esempi di bravura. Se questo giornale fosse un rapporto militare, dovrei drizzare una lunga lista di nomi; ma ciò è impossibile. Abbiamo veduto delle cose a far piangere di gioia. Quando i marinai che sono accasermati presso la nostra casamatta sono stati avvertiti di portarsi sulla batteria che servono, si sono slanciati come ad una festa, spingendo delle frenetiche esclamazioni di gioia: Viva Dio! Viva il Re! Il mio stupore era al colmo. Quando uno di essi era colpito, gridava ancora cadendo: Viva il Re! Gli altri agitavano i loro bonetti o i loro cappelletti in aria e ripetevano :Morremo tutti per una causa santa! La musica dell'8° e 9° battaglione cacciatori s'era istallata allo scoperto sulle batterie del fronte di mare, ed à suonato l'inno borbonico. I suoni degli istrumenti doveano giungere fino ai bastimenti piemontesi. Su di un'altra batteria dello stesso fronte di mare, si ballava con più trasporto che nelle notti balsamiche di Partenope. Era un sublime delirio. E però quella brava gente non hanno avuto, per la maggior parte, la loro razione di pane, di vino, e cacio che verso le cinque della sera. Bisognava, certamente, che l'entusiasmo provenisse dal fondo dei cuori, e niuno lo ha eccitato. Innanzi un'altra batteria, un'obice, immerso nell'acqua, lanciò sulla banchina un grossissimo pesce della specie che chiamasi spinola. Malgrado il fuoco, un marinaio di nome Falconiere, discese dal parapetto sulla banchina, risalì col prodotto di questa singolare pesca. La spinola fu offerta al Re, che degnò accettarla e che ne fece mangiare a tutta la corte. S'ignorano le perdite degli assedianti, ma debbono essere più considerabili che le nostre. Hanno subito un grande scacco morale; non solamente non hanno avuto l'onore di cominciare l'attacco, ma si è provato che la salvezza di Gaeta dipende da altre cause che dalla presenza d'una squadra. Cialdini ed il conte Persano debbono comprendere che la iattanza non è più di stagione e che non si trovano avanti Ancona. La giornata del 22 gennaio copre tutte le deficienze passate da una porzione dell'armata napolitana; è degna d'essere scritta in caratteri d'oro negli annali del regno delle Due Sicilie; onorerebbe le più grandi nazioni militari di Europa. Quelli che non credevano al sublime, vi credono dopo essere stati testimoni del combattimento, e quei che disperavano della causa, si dicono ora con confidenza; l'avvenire è a noi. Dico io, che la città potrà essere obbligata di rendersi, mancanti viveri e munizioni, ma non sarà presa.

  • 21 gennaio 1861

    I Piemontesi certamente riflettono o scrivono i loro testamenti, prima di cominciare l'attacco per terra e per mare. Si dovea prevenirli questa mattina, ed il governatore avea ordinato d'aprire il fuoco alla punta del giorno. Un incidente à fatto dare il contr'ordine questa notte: il Sphinx, vapore marsigliese, carico di farina e di ferro strutto per conto del reale governo, è passato a traverso la squadra nemica per entrare nel porto. Un bastimento piemontese, l'à inseguito lungamente, un altro l'à chiamato a parlamento; ma il Sphinx à spento le sue lanterne, e grazie alle ombre è felicemente arrivato sotto la protezione dei nostro rampari. È per permettergli di sbarcare il suo carico che si differisce la ripresa delle ostilità. La Senna altro vapore di Marsiglia, portando egualmente delle provvisioni, à avuto meno successo; gl'incrociatori piemontesi gli hanno intimato di retrocedere. Sembrami che non potea farsi. 1° Il blocco solo ieri è stato dichiarato, e forse non lo è ancora a Parigi; 2° non è certo che il governo imperiale lo riconosca, almeno officialmente; 3° anche che lo riconoscesse, le navi cariche e partite anteriormente sono legalmente affrancate dai suoi rigori. È però la bandiera francese che è insultata. Gli uomini di Torino sono dunque ben sicuri dell'impunità Oimè! non bisogna abusarsi; niuna riparazione sarà domandata; Torino sa ciò che si pensa e si vuole, ciò che si ama e ciò che si odia a Parigi. È ancora un capitolo sul quale non posso approfondirmi. Gli ospiti della nostra casamatta sono andati questa mane a far celebrare alla Rocca-Spaccata una messa in commemorazione della morte di Luigi XVI. La Rocca Spaccata è un immenso scoglio diviso di su in giù. La leggenda vuole che questo fenomeno abbia avuto luogo nel momento in cui Gesù Cristo spirò sul Calvario. Scendendo lo stretto sentiero tagliato fra le due pareti della rocca, si mostra l'impronta miracolosa della mano d'un Turco che avrebbe abbracciato il cattolicismo. Ammetta chi vorrà questo racconto. Una chiesetta officiata dai monaci dell'ordine di S. Giovanni d'Alcantara, il di cui convento è contiguo, si trova sospeso sull'abisso; al di sotto, il mare vi ondeggia fragorosamente. Dodici bandiere tricolore, colle armi di Sicilia, ornano la volta della Chiesa. Il venerdì santo dell'anno 1849, Pio IX cacciato dalla rivoluzione ed accolto a Gaeta dalla pietà filiale d'un Borbone, era inginocchiato innanzi l'altare della Roc¬ca-Spaccata; Ferdinando II e Maria-Teresa pregavano ai lati del Pontefice. Lo stesso giorno, alla stessa ora la rivoluzione subiva in Sicilia una terribile disfatta, e l'armata reale, entrando vittoriosa in Catania s'impadroniva di questi trofei. Queste memorie nefaste e gloriose si presentavano nei nostri pensieri, mentre assistevamo al sacrificio espiatorio. Abbiamo domandato a Dio di terminare finalmente le pruove della più augusta razza che abbia portato la corona, di riunire i principi di questa casa di Francia erranti o bombardati, d'applicare a Francesco II i frutti del sangue di Luigi XVI. Aimè! delle tombe vengono ad aprirsi ancora per dei principi ed una principessa della famiglia Borbone; una branca reale è stata strappata dopo lunghi uragani. La Previdenza non abbrevierà essa i cattivi giorni che passiamo!

  • 20 gennaio 1861

    Si supponeva che l'inimico si affretterebbe di attac¬care ieri, appena la partenza della squadra francese. È più di due mesi che si esclamava da Torino: Se i vascelli francesi non fossero innanzi Gaeta, l'ammiraglio Persano piglierebbe la piazza come ha fatto ad Ancona : La notte s'è passata tranquillamente ed il Signor Persano non si è avvicinato; si prepara, senza dubbio, ma avrebbe dovuto esser pronto. Il blocco ci è stato notificato da un vapore sardo che si è presentato con bandiera parlamenrtaria. Lo stesso vapore ha fatto molte volte il tragitto tra Mola e Gaeta. Sono da ieri sera in una casamatta sotto la batte¬ria Regina, in buona compagnia. Questa casamatta è quella del tenente generale Riedmatten, che à il co¬mando in capo del fronte di terra. S. E. ha con sè il suo capo di stato-maggiore, il capitano visconte de Lautrec; suo aiutante di campo, il tenente barone Urbain de Charrette; il tenente Flugy d'Aspermont ed il sotto-tenente visconte di Peyferrut, allo stato-maggiore. Il Signor Flugy è svizzero, come il generale; gli altri ufficiali sono Bretoni o Vandeisti. Il Siècle direbbe che è un vero nido di chouans. La casamatta si ospitaliera per me à 25 passi di lunghezza, 8 di larghezza e 5 metri di altezza. Il fondo somiglia ad una nicchia, la volta vi sì abbassa subitaneamente fino al terrapieno della batteria. Le mura sono state recentemente biancheggiate, ma non da scacciarne l'umidità. Per entrare, bisogna salire quattro scalini, poi scenderne altrettanti. I nostri 6 letti, poco soffici, meno duri però di quelli di molti monaci, sono simmetricamente drizzati su due linee co¬me nel dormitorio d'un collegio. Le nostre balici ne ingombrano i lati. In fondo, una piccola finestra si¬mile ad un cammino, e che da sulla batteria, è sta¬ta ermeticamente chiusa e blindata. Cinque o sei ban-diere di segnali rossi, bianchi, gialli, blù, cucite in¬sieme, separano il nostro dormitorio, il nostro san¬tuario, se si vuole, dalla parte della casamatta che ci serve di salone e stanza da pranzo. Tre piccole tavole ben ferme su i loro piedi e cariche di tazze, bicchieri, calamai, carta, e giornali; sette sedie colle spalliere rotte; a terra delle bottiglie, dei sacchi da notte, dei sacchi di truppa, un paniere con cucchiai e forchette, qualche utensile di cucina, una cesta di biscotti e pane di munizione, un resto di prosciutto e fichi; dei fucili malinconicamente rilegati in un an¬golo, ecco il quadro del nostro alloggio. Quando il bravo generale Riedmatten non è sulle batterie coi suoi aiutanti di campo, ciarliamo con più o meno allegria intorno ad una tavola. Il generale fa scrivere dei dispacci e dei rapporti a Flugy; il capitano Lautrec prende una dozzina di tazze da thè; Urbain de Char-rette gusta un sigaro facendo delle burle ai suoi vi-cini; Puyferrat, ex maresciallo degli alloggi ai coraz¬zieri della guardia imperiale, depone la sua grossa pipa per disegnare le batterie piemontesi o per rac¬contarci delle istorie di Tatars, che ci prega di non confondere coi Tartari; ed io, stropicciando coi go¬miti forati sulla carta, disegno il profile di questi si¬gnori, affinchè non sia perduta per la prosterità.
  • 19 gennaio 1861

    La squadra è partita un poco prima del tramonto. L'ammiraglio ha fatto salutare la bandiera reale, e la batteria Santa Maria à reso il saluto alla Francese. Ho seguito lungamente cogli occhi la Bretagne, il Fonte-noy ed i due altri vapori che sono scomparsi all'orizzonte nei vapori rosei del Ponente. Sulle stesse acque passavano i bastimenti spagnuoli, il governo di Madrid non avendo osato sostituirsi a quello dell'Imperatore Napoleone. I quattro vapori marsigliesi al servizio del Re si sono pure allontanati, si è dovuto congedarli. Il Dahome ha accettato quest'oggi ancora la missione di trasportare alla cittadella di Messina 5 o 600 donne donne e ragazzi. Un altro di questi vapori à depositato questa mane, a Terracina 250 ammalati e con valescenti. È veramente la giornata degli abbandoni. Gli ambasciatori hanno abbandonato Gaeta"; non di meno ne è restato qualcuno, sono d'Austria, di Baviera, di Sassonia ed il Nunzio. Non ho bisogno di dire che quello di Spagna è sempre costantemente al suo posto. È abbastanza interessante di sapere come le cose sono accadute. Il Re, considerando che sarebbe bloccato, e, par tendo, che non potrebbe più aver comunicazione col corpo diplomatico se si ritirasse a Roma; consideran do, inoltre, che avea bisogno di testimoni officiali della sua condotta a fronte dell'Europa, domandò a questi signori di voler restare in Gaeta. Le Eccellenze furono sorprese e sconcertate; avevano, al loro arrivo ecci tato il coraggio di S. M. e l'avevano indotto a lottare fino all'ultimo. Cambiarono subito linguaggio, obiet tarono che l'onore era salvo, ecc., ed uscirono per riflettere alla risposta che bisognava dare. Una volta fuori della casamatta reale, il capo diplomatico mani- festò vivamente la sua repulsione per il soggiorno di Gaeta. In questo stato di cose fu loro rimesso una nota in cui era reitirata in iscritto la domanda di S. M. Allora il corpo diplomatico si divise in due campi: l'uno composto da diplomatici accreditati unicamente presso la corte delle Due Sicilie; l'altro di quelli che rappresentano nello stesso tempo la loro corte presso la Santa Sede. Per questi ultimi, il pretesto di partenza era trovato, e si affrettarono di farlo valere; non vi era nulla a replicare. Quanto all'altra metà, agisce con meno unione: il Nunzio ed il ministro di Baviera si decisero i primi a restare; il ministro di Sassonia si lasciò vincere; quello di Russia dichiarò che era chiamato a Roma da affari particolari, e che là sarebbe più utile al Re; l'incaricato degli affari di Prussia affermò che nulla sarebbe capace di ritenerlo in Gaeta. Finalmente il ministro d'Austria, conte Szechèny, essendo stato biasimato del suo governo quando abbandonò Gaeta per la prima volta, ha fatto di necessità virtù; ma da questo scoglio volge lo sguardo desolato verso Roma. Le 11 suore della Carità si sono divise in tre gruppi, e sono istallate nei tre ospedali, in previsione dei feriti che andremo ad avere nella piazza.

  • 18 gennaio 1861

    Trecento malati sono stati mandati a Terracina; la maggior parte erano febbricitanti. Molta gente vuol dubitare della partenza degli ultimi due vascelli francesi; la loro illusione si dissiperà domani. Non mi sono mai ingannato a questo riguardo, e, amor proprio da parte, giudico diversamente che publico debbonario, la politica che ha tenuta la flotta francese nelle acque di Gaeta. Ecco dei sintomi certi di partenza: L'ammiraglio è andato a rendere i suoi omaggi col Re e la Regina; si è lagnato col Re che era stato dimenticato nella distribuzione dei ritratti delle LL. MM. fatta recentemente a diversi ufficiali della squadra, ed ha detto che ne era geloso. Il Re si è benignato offrirgliene due dei migliori. Questi ritratti hanno al rovescio la firma delle di LL. MM. Gli ufficiali che ne sono stati gratificati sono: Sig. Gisquel des Touches, capo dello stato-maggiore dell'ammiraglio; l'abbate Bourgade, elemosiniere in capo della squadra; Signor Bastard, aiutante di campo dell'ammiraglio; il medico in capo che ne ignoro il nome; il capitano di fregata Conte Missiessy, comandante del Prony; il visconte di Gran-cey tenente di vascello; Signor di la Suchette, tenente di vascello; Signor Vavin, alfiere di vascello. Questi signori debbono un tal favore alla Regina. Certamente vi erano sulla squadra altri ufficiali le di cui simpatie sono acquistate alla causa di Francesco II; ma era difficile operare una specie di enumerazione. Devo pure aggiungere, affinchè i miei complimenti non imbarazzino alcuno che un certo numero d'ufficiali della marina francese sono più o meno imbevuti d'idee rivoluzionarie e fanno voti per la caduta di Gaeta. Il signor di Tinan è andato pure a visitare le suore della Carità all'ospedale; era visibilmente commosso. Congedandosi da queste dame, ha detto loro : « Non è solamente per il Re e la Regina che bisogna pregare; sorelle mie, pregate ancora per la Francia che ne ha gran bisogno! » Il signor di Tinan à dato alle religiose una vacca, come pure differente provvisioni per loro uso individuale e quello degli ammalati. Molte volte, durante il suo soggiorno nelle acque di Gaeta, i signor di Tinan avea di sua propria borsa sollevato i feriti dell'armata napoletana. Il signor Gisquel des Touches avendo dovuto vedere quest'oggi il generale Cialdini, questi ha affettata la più bella sicurezza; ha espresso che non aveva niuna inquietudine sulla riuscita dell'assedio, ed ha detto « avere 10.000 uomini di più che non sapea cosa farne ».

  • Fonte:150Gaeta.org

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