lunedì 24 gennaio 2011

Aiello Calabro RADIOATTIVA


http://www.youtube.com/watch?v=x0EVOR57e0k

CESIO 137 AD AIELLO CALABRO !


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CESIO 137 AD AIELLO CALABRO !


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La giunta di Gaeta viene attaccata da destra, da centro e da sinistra

Scritto da Antonio Ciano, assessore al demanio
antonio ciano.jpgGaeta 21 gennaio 2011 - Gaeta è governata da una giunta meridionalista; dopo tre anni e mezzo abbiamo messo a posto il bilancio comunale, che, da 5.600.000 mila euro di deficit è stato portato ad 1,250.000 di attivo.

Questo non accade nelle giunte governate dal Pdl in primis. Il PDl è un partito partorito da Dell'Utri, condannato per mafia e attualmente condotto dall'orgiastico Berlusconi. Fondi, la città dell'On. Fazzone stava per essere sciolta dal Governo per attivtà mafiose, si è salvata in calcio d'angolo sciogliendo il consiglio comunale. Terracina, governata dalla destra ha un record difficilmente battibile: è la seconda città più indebitata d'Italia, con 739 milioni di deficit. Napoli e Palermo, amministrate dalla sinistra e dalla Destra, son diventate un cumulo di Monnezza.

La giunta di Gaeta viene attaccata da destra, da centro e da sinistra, e da chi non ha più le mani in pasta come un tempo, agganciato ai partiti clientelari di regime. Questa giunta ha dato la caccia agli evasori fiscali,a chi, facendo il furbo, o perchè dai loro partiti di rifermento, hanno, da sempre avuto indicazioni al riguardo, D'altronde, a livello nazionale, i loro leader, sono maestri a nascondere i guadagni illeciti in società off shore. Leggiamo che Cristian Leccese, nominato da un fondano a reggere le sorti del partito di cui sopra, gongola alla notizia che un tribunale abbia dato ragione a dei nostri concittadini sul pagamento dell'ICI sulle aree fabbricabili.

Noi siamo contenti che dei giudici diano ragione a chi ha ragione, ma non chiamiamo quei giudici comunisti, nè sovversivi, come è solito fare il loro Leader Berlusconi. Noi amiamo questa repubblica nata dalla resistenza e ne rispettiamo le leggi. Diciamo a Leccese, che anzichè scrivere cose senza senso nei suoi comunicati, telefonasse a Fazzone, o direttamente al Presidente del consiglio Berlusconi e gli facesse abolire l'ICI sulle aree fabbricabili.,farebbe risparmiare un sacco di tempo agli uffici comunali. Lo ha fatto con l'Ici sulla prima casa, potrebbe adoperarsi anche su quella che dal sottoscritto è ritenuta una gabella ingiusta. Ma Lex sed Lex, e gli amministratori sono tenuti a farla rispettare.

Leccese chiama in causa il sottoscritto, non so a quel titolo e per conto di chi. Caro Cristian, da tre anni che lottiamo per dare alla nostra città ciò che i governi di destra del 1800 hanno totlto alla nostra città, parlo dei beni demaniali, delle spiagge, del porto e recentemente dell'acqua dolce regalata ad Acqualatina ;della cattedrale regalata alla Curia e dell'acqua salata regalata all'Autorità Portuale di Civitavecchia, cioè il Porto di Gaeta. Per uscire da Aqualatina, lo sai, serve il 50 per cento dei comuni ,più uno.Per uscire dall'autorità Portuale serve un decreto del consiglio dei Minsitri e ciò sarà possibile solo quando il partito del Sud caccerà dal governo il partito del Nord (Bossi Berlusconi).

Per quanto riguarda il demanio, posso garantirti che la nostra città, è capofila del lazio,è un punto di eccellenza, così è stata definita dai dirigenti del Demanio.Abbiamo ottunuto la Caserma Sant'Angelo, la chiesa di San Michele, la Casina Rossa, la villa borbonica e il palazzo degli ufficiali. Con la gestione del Parco sotto la giunta Marrazzo, grazie all'interessamento del Dott. De Filippis, del sottoscritto, del Sindaco di Gaeta, dell'allora commissario Erminia Cicione, siamo stati in gradi di gestire i lavori primari di detti beni. Eì stata ristrutturata la palazzina degli ufficiali, e la chiesa, che ha un pavimento policromo unico; Inoltre è stata ripulita dalle erbacce tutta l'area, compreso il parco delle rose. Abbiamo regalato al Parco Riviera di Ulisse un patrimonio immenso,un vero tesoro, con una caserma di due ettari di fabbricato.

Il motivo è semplice, tramite la regione e l'assessorato all'ambiente,si può accedere a finanziamenti regionali. Se il nuovo commissario, il dott. Cosmo Mitrano, riuscisse nell'operazione, come vi riuscì il dott Raniero De Filippis, Gaeta avrebbe a disposizione una ricchezza indicibile per dare allla città un turismo fatto di visite alla fortezza, musei del risorgimento, musei, oltre a Ostelli della gioventù che servirebbero agli studenti di tutta italia per le visite dei parchi della provincia di Latina. Inoltre, aspettiamo i decreti attuativi del Governo riguardante gli altri beni demaniali. Abbiamo chiesto altre caserme ( San Domenico, Casa Tosti, l'area di sedime della caserma Gattola,forte Emilio Savio, le spagge, la cinta muraria di terra, compresa la Philipstall.

Inoltre, da quando il Dott. De Filippis è commissario della Ipab, sono stati recuperati 5 milioni di euro per la stessa, i cui lavori sono condotti dalla ditta Accetta; 240 mila euro per il santuario dell'Annunziata, ove ci pioveva dentro; 200 mila euro per la Sorresca, già riattata; 350 mila euro per la chiesa di Sabta Lucia, tre milioni di euro per la Cattedrale. Inoltre abbiamo vinto due bandi di 150 mila euro cadauno per le città con servitù militari, per illuminare beni storici. Saranno illuminati i bastioni,del fronte di terra, compresi quelli di Carlo V, molti palazzi di pregio, sia privati che pubblici. Inoltre abbiamo acquisto 5 beni della mafia e acquisiti ai beni comunali; abbiamo ottenuto dalla giunta Marrazzo quasi duecentomila euro epr la ristrutturazione di due case requisite; abbiamo protato da 43.000 mila euro a 245 mila la somma dei fitti integrativi per le famiglie meno abbienti, somma che è stata decurtata dalla Polverini del 30 per cento.

Stiamo dando alla città nuova linfa,Abbiamo dato ai nostri ragazzi ville e villette che sono dei gioielli (Villa di Serapo, Monte Tortona, Via degli Eucalipti, Piazza Tonti, Villa delle Sirene, Via dei Frassini) oltre ai tantissimi marciapiedi, strade asfaltate. Cario Cristian, non offendere la buona creanza, te lo diciamo per farti creascere politicamente, sperando che tu abbandoni quella fogna che è il PDL, partito che difende solo gli interessi dal capo e quelli del Nord. Abbiamo anche preso 26 milioni di euro per la ferrovia, che pare, siano spariti. Chiedlo a Fazzone. Cristian, per andare a Latina vi sono due strade, l'appia e la flacca, costruite duemila anni fa dai romani, capisci? se non siete capaci di amministrare, parlo dei tuoi referenti, andatevene! per me, destra e sinistra sono solòo indicazioni stradali, e la giunta di destra regionale, non farà nè la pedemontana, nè l'ospedale del golfo.

I tanto vituperati Borbone costruirono il Ponte in ferro sul Garigliano e la civita Farnese, a loro spese, che porta a Terni, come stavano per costruire la pedemontana che doveva collegare Gaeta a Sora, di cui se ne vedono ancora i rwsti sulle montagne sugli Aurunci. Stiamo anchwe per metetre mano a Via Roma, Via sant'Angelo ai 25 ponti che non sia asfalta dal 1960, a Via Fontania,e Via Bologna, nate senza marciapiedi. Con queste opere e con le grandi manifestazioni culturali messe in campo da questa amministrazione si fa turismo. Cerchiamo di collaborare senza polemiche sterili, per il bene di Gaeta.

Fonte: GolfoTv
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Scritto da Antonio Ciano, assessore al demanio
antonio ciano.jpgGaeta 21 gennaio 2011 - Gaeta è governata da una giunta meridionalista; dopo tre anni e mezzo abbiamo messo a posto il bilancio comunale, che, da 5.600.000 mila euro di deficit è stato portato ad 1,250.000 di attivo.

Questo non accade nelle giunte governate dal Pdl in primis. Il PDl è un partito partorito da Dell'Utri, condannato per mafia e attualmente condotto dall'orgiastico Berlusconi. Fondi, la città dell'On. Fazzone stava per essere sciolta dal Governo per attivtà mafiose, si è salvata in calcio d'angolo sciogliendo il consiglio comunale. Terracina, governata dalla destra ha un record difficilmente battibile: è la seconda città più indebitata d'Italia, con 739 milioni di deficit. Napoli e Palermo, amministrate dalla sinistra e dalla Destra, son diventate un cumulo di Monnezza.

La giunta di Gaeta viene attaccata da destra, da centro e da sinistra, e da chi non ha più le mani in pasta come un tempo, agganciato ai partiti clientelari di regime. Questa giunta ha dato la caccia agli evasori fiscali,a chi, facendo il furbo, o perchè dai loro partiti di rifermento, hanno, da sempre avuto indicazioni al riguardo, D'altronde, a livello nazionale, i loro leader, sono maestri a nascondere i guadagni illeciti in società off shore. Leggiamo che Cristian Leccese, nominato da un fondano a reggere le sorti del partito di cui sopra, gongola alla notizia che un tribunale abbia dato ragione a dei nostri concittadini sul pagamento dell'ICI sulle aree fabbricabili.

Noi siamo contenti che dei giudici diano ragione a chi ha ragione, ma non chiamiamo quei giudici comunisti, nè sovversivi, come è solito fare il loro Leader Berlusconi. Noi amiamo questa repubblica nata dalla resistenza e ne rispettiamo le leggi. Diciamo a Leccese, che anzichè scrivere cose senza senso nei suoi comunicati, telefonasse a Fazzone, o direttamente al Presidente del consiglio Berlusconi e gli facesse abolire l'ICI sulle aree fabbricabili.,farebbe risparmiare un sacco di tempo agli uffici comunali. Lo ha fatto con l'Ici sulla prima casa, potrebbe adoperarsi anche su quella che dal sottoscritto è ritenuta una gabella ingiusta. Ma Lex sed Lex, e gli amministratori sono tenuti a farla rispettare.

Leccese chiama in causa il sottoscritto, non so a quel titolo e per conto di chi. Caro Cristian, da tre anni che lottiamo per dare alla nostra città ciò che i governi di destra del 1800 hanno totlto alla nostra città, parlo dei beni demaniali, delle spiagge, del porto e recentemente dell'acqua dolce regalata ad Acqualatina ;della cattedrale regalata alla Curia e dell'acqua salata regalata all'Autorità Portuale di Civitavecchia, cioè il Porto di Gaeta. Per uscire da Aqualatina, lo sai, serve il 50 per cento dei comuni ,più uno.Per uscire dall'autorità Portuale serve un decreto del consiglio dei Minsitri e ciò sarà possibile solo quando il partito del Sud caccerà dal governo il partito del Nord (Bossi Berlusconi).

Per quanto riguarda il demanio, posso garantirti che la nostra città, è capofila del lazio,è un punto di eccellenza, così è stata definita dai dirigenti del Demanio.Abbiamo ottunuto la Caserma Sant'Angelo, la chiesa di San Michele, la Casina Rossa, la villa borbonica e il palazzo degli ufficiali. Con la gestione del Parco sotto la giunta Marrazzo, grazie all'interessamento del Dott. De Filippis, del sottoscritto, del Sindaco di Gaeta, dell'allora commissario Erminia Cicione, siamo stati in gradi di gestire i lavori primari di detti beni. Eì stata ristrutturata la palazzina degli ufficiali, e la chiesa, che ha un pavimento policromo unico; Inoltre è stata ripulita dalle erbacce tutta l'area, compreso il parco delle rose. Abbiamo regalato al Parco Riviera di Ulisse un patrimonio immenso,un vero tesoro, con una caserma di due ettari di fabbricato.

Il motivo è semplice, tramite la regione e l'assessorato all'ambiente,si può accedere a finanziamenti regionali. Se il nuovo commissario, il dott. Cosmo Mitrano, riuscisse nell'operazione, come vi riuscì il dott Raniero De Filippis, Gaeta avrebbe a disposizione una ricchezza indicibile per dare allla città un turismo fatto di visite alla fortezza, musei del risorgimento, musei, oltre a Ostelli della gioventù che servirebbero agli studenti di tutta italia per le visite dei parchi della provincia di Latina. Inoltre, aspettiamo i decreti attuativi del Governo riguardante gli altri beni demaniali. Abbiamo chiesto altre caserme ( San Domenico, Casa Tosti, l'area di sedime della caserma Gattola,forte Emilio Savio, le spagge, la cinta muraria di terra, compresa la Philipstall.

Inoltre, da quando il Dott. De Filippis è commissario della Ipab, sono stati recuperati 5 milioni di euro per la stessa, i cui lavori sono condotti dalla ditta Accetta; 240 mila euro per il santuario dell'Annunziata, ove ci pioveva dentro; 200 mila euro per la Sorresca, già riattata; 350 mila euro per la chiesa di Sabta Lucia, tre milioni di euro per la Cattedrale. Inoltre abbiamo vinto due bandi di 150 mila euro cadauno per le città con servitù militari, per illuminare beni storici. Saranno illuminati i bastioni,del fronte di terra, compresi quelli di Carlo V, molti palazzi di pregio, sia privati che pubblici. Inoltre abbiamo acquisto 5 beni della mafia e acquisiti ai beni comunali; abbiamo ottenuto dalla giunta Marrazzo quasi duecentomila euro epr la ristrutturazione di due case requisite; abbiamo protato da 43.000 mila euro a 245 mila la somma dei fitti integrativi per le famiglie meno abbienti, somma che è stata decurtata dalla Polverini del 30 per cento.

Stiamo dando alla città nuova linfa,Abbiamo dato ai nostri ragazzi ville e villette che sono dei gioielli (Villa di Serapo, Monte Tortona, Via degli Eucalipti, Piazza Tonti, Villa delle Sirene, Via dei Frassini) oltre ai tantissimi marciapiedi, strade asfaltate. Cario Cristian, non offendere la buona creanza, te lo diciamo per farti creascere politicamente, sperando che tu abbandoni quella fogna che è il PDL, partito che difende solo gli interessi dal capo e quelli del Nord. Abbiamo anche preso 26 milioni di euro per la ferrovia, che pare, siano spariti. Chiedlo a Fazzone. Cristian, per andare a Latina vi sono due strade, l'appia e la flacca, costruite duemila anni fa dai romani, capisci? se non siete capaci di amministrare, parlo dei tuoi referenti, andatevene! per me, destra e sinistra sono solòo indicazioni stradali, e la giunta di destra regionale, non farà nè la pedemontana, nè l'ospedale del golfo.

I tanto vituperati Borbone costruirono il Ponte in ferro sul Garigliano e la civita Farnese, a loro spese, che porta a Terni, come stavano per costruire la pedemontana che doveva collegare Gaeta a Sora, di cui se ne vedono ancora i rwsti sulle montagne sugli Aurunci. Stiamo anchwe per metetre mano a Via Roma, Via sant'Angelo ai 25 ponti che non sia asfalta dal 1960, a Via Fontania,e Via Bologna, nate senza marciapiedi. Con queste opere e con le grandi manifestazioni culturali messe in campo da questa amministrazione si fa turismo. Cerchiamo di collaborare senza polemiche sterili, per il bene di Gaeta.

Fonte: GolfoTv
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Rifiuti a Napoli, adesso emerge “un tavolino” tra boss della camorra, Stato e servizi segreti

111139 Rifiuti a Napoli, adesso emerge “un tavolino” tra boss della camorra, Stato e servizi segretiProtagonista dell'incontro il boss latitante Michele Zagaria. Il tutto è avvenuto a ridosso delle regionali del 2005. Con lui anche uomini legati ai servizi d'intelligence italiana


di Nello Trocchia e Tommaso Sodano


Dietro lo scandalo rifiuti si allunga l’ombra di un accordo tra i vertici dei Casalesi, uomini dello Stato, con un ruolo decisivo svolto dagli 007. Tutti protagonisti dell’inquietante tavolino. La prima inchiesta del Mattino ha parlato di un incontro tra Michele Zagaria, latitante e capo indiscusso del clan casertano alla presenza di un uomo legato ai servizi segreti, con un delegato istituzionale, del commissariato straordinario di Governo o della regione. L’incontro si sarebbe svolto nel 2006. Il boss dei Casalesi avrebbe discusso della costruzione del termovalorizzatore di Santa Maria la Fossa, nel casertano, in un’area dove sono presenti numerose aziende zootecniche. Come contropartita, la camorra avrebbe chiesto un ristoro, un pezzo dell’affare.

Il Fattoquotidiano.it ha avuto la conferma di un altro incontro, datato nel 2005, nel periodo pre-elettorale durante le competizioni per le regionali. Si sarebbe svolto a Pomigliano D’Arco, in provincia di Napoli. Nulla vieta, come ormai appare sempre più evidente, che gli incontri siano stati diversi. Il tema di confronto: affari e accordi, senza trascurare la questione rifiuti: trasporto, aree per lo stoccaggio dei rifiuti e riqualificazioni. Ditte colluse pronte per i nuovi affari, come successo per le opere dell’alta velocità.

Presente al tavolo Michele Zagaria, latitante da oltre 15 anni, primula rossa dei Casalesi, con lui un rappresentante istituzionale e intermediari. La direzione distrettuale antimafia di Napoli ha aperto un’indagine per individuare le responsabilità ed eventuali coperture anche nella latitanza di Zagaria. Non è un caso che l’incontro si sarebbe svolto a Pomigliano, nel napoletano. I clan di zona, raccontano alcuni inquirenti, non hanno mai rinunciato a mantenere rapporti con i Casalesi e quella città rappresenta un punto nodale anche politicamente. Nel 1998 Sergio Orsi, imprenditore casertano dei rifiuti, socio privato del consorzio Ce4, di recente condannato per collusione con i Casalesi, fu controllato in compagnia di Nicola Foria, esponente di primo piano dello storico clan omonimo pomiglianese. Per i ‘casertani’ quello è un territorio amico”. In fondo da quelle parti, nello stesso luogo dell’incontro, avrebbe trascorso parte della sua latitanza anche un altro boss di primo piano della camorra partenopea Mario Fabbrocino.

Un luogo riservato alle occasioni che contano. Napoli e Caserta si incontrano nella sentenza che condanna Sergio Orsi a quattro anni e otto mesi. Si legge: “ Ha stretto un accordo con Giuseppe Valente al fine di essere sicuro di vincere la gara per l’individuazione del partner privato da affiancare al consorzio Ce4 nella formazione della costituenda società mista Eco4. Ha altresì stretto accordi con il clan dei Casalesi e in particolare modo con la fazione facente capo a Francesco Bidognetti”. Valente è l’uomo di Cosentino in quel consorzio. Non solo. Giuseppe Valente, anche lui condannato a 4 anni e due mesi, è stato anche il presidente di Impregeco, il superconsorzio poi raggiunto da interdittiva antimafia, che metteva insieme i consorzi casertani ( vicini al centro-destra) e quelli napoletani( vicini al centrosinistra),al vertice uomini di Cosentino e Bassolino. Impregeco doveva occuparsi della gestione delle discariche e della costruzione del termovalorizzatore di Santa Maria la Fossa. Consociativismo sancito tra i rifiuti.

Fonte:Il Fatto quotidiano

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111139 Rifiuti a Napoli, adesso emerge “un tavolino” tra boss della camorra, Stato e servizi segretiProtagonista dell'incontro il boss latitante Michele Zagaria. Il tutto è avvenuto a ridosso delle regionali del 2005. Con lui anche uomini legati ai servizi d'intelligence italiana


di Nello Trocchia e Tommaso Sodano


Dietro lo scandalo rifiuti si allunga l’ombra di un accordo tra i vertici dei Casalesi, uomini dello Stato, con un ruolo decisivo svolto dagli 007. Tutti protagonisti dell’inquietante tavolino. La prima inchiesta del Mattino ha parlato di un incontro tra Michele Zagaria, latitante e capo indiscusso del clan casertano alla presenza di un uomo legato ai servizi segreti, con un delegato istituzionale, del commissariato straordinario di Governo o della regione. L’incontro si sarebbe svolto nel 2006. Il boss dei Casalesi avrebbe discusso della costruzione del termovalorizzatore di Santa Maria la Fossa, nel casertano, in un’area dove sono presenti numerose aziende zootecniche. Come contropartita, la camorra avrebbe chiesto un ristoro, un pezzo dell’affare.

Il Fattoquotidiano.it ha avuto la conferma di un altro incontro, datato nel 2005, nel periodo pre-elettorale durante le competizioni per le regionali. Si sarebbe svolto a Pomigliano D’Arco, in provincia di Napoli. Nulla vieta, come ormai appare sempre più evidente, che gli incontri siano stati diversi. Il tema di confronto: affari e accordi, senza trascurare la questione rifiuti: trasporto, aree per lo stoccaggio dei rifiuti e riqualificazioni. Ditte colluse pronte per i nuovi affari, come successo per le opere dell’alta velocità.

Presente al tavolo Michele Zagaria, latitante da oltre 15 anni, primula rossa dei Casalesi, con lui un rappresentante istituzionale e intermediari. La direzione distrettuale antimafia di Napoli ha aperto un’indagine per individuare le responsabilità ed eventuali coperture anche nella latitanza di Zagaria. Non è un caso che l’incontro si sarebbe svolto a Pomigliano, nel napoletano. I clan di zona, raccontano alcuni inquirenti, non hanno mai rinunciato a mantenere rapporti con i Casalesi e quella città rappresenta un punto nodale anche politicamente. Nel 1998 Sergio Orsi, imprenditore casertano dei rifiuti, socio privato del consorzio Ce4, di recente condannato per collusione con i Casalesi, fu controllato in compagnia di Nicola Foria, esponente di primo piano dello storico clan omonimo pomiglianese. Per i ‘casertani’ quello è un territorio amico”. In fondo da quelle parti, nello stesso luogo dell’incontro, avrebbe trascorso parte della sua latitanza anche un altro boss di primo piano della camorra partenopea Mario Fabbrocino.

Un luogo riservato alle occasioni che contano. Napoli e Caserta si incontrano nella sentenza che condanna Sergio Orsi a quattro anni e otto mesi. Si legge: “ Ha stretto un accordo con Giuseppe Valente al fine di essere sicuro di vincere la gara per l’individuazione del partner privato da affiancare al consorzio Ce4 nella formazione della costituenda società mista Eco4. Ha altresì stretto accordi con il clan dei Casalesi e in particolare modo con la fazione facente capo a Francesco Bidognetti”. Valente è l’uomo di Cosentino in quel consorzio. Non solo. Giuseppe Valente, anche lui condannato a 4 anni e due mesi, è stato anche il presidente di Impregeco, il superconsorzio poi raggiunto da interdittiva antimafia, che metteva insieme i consorzi casertani ( vicini al centro-destra) e quelli napoletani( vicini al centrosinistra),al vertice uomini di Cosentino e Bassolino. Impregeco doveva occuparsi della gestione delle discariche e della costruzione del termovalorizzatore di Santa Maria la Fossa. Consociativismo sancito tra i rifiuti.

Fonte:Il Fatto quotidiano

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"L’Unità d’Italia? Da 150 anni gronda sangue dei terroni


Da direttore di Gente a paladino del Mezzogiorno col libro sui misfatti dei Savoia, Pino Aprile racconta come i 150 anni dell’Unità d’Italia grondino sangue dei terroni. A lui Al Bano al Festival di Sanremo dedica un inno, ma c’è chi lo minaccia di morte.


Di Stefano Lorenzetto


La rappre­sentazione plastica di come sia impossibi­le mettere d’accordo polentoni e terroni l’ho avuta davanti al­la vetrina di una libre­ria di Verona. Sicco­me per la copertina del suo Terroni , edito da Piemme, Pino Apri­le ha scelto una silhouette capovolta dello Sti­vale, con la Sicilia a nord e la Campania a sud, una zelante commessa ha pensato bene di correggergliela esponendo il volume col tito­lo a rovescio. In un solo colpo la libraia ha così ristabilito il primato del planisfero, con­fermato il sottotitolo dell’opera ( Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud di­ventassero «meridionali» ) e ribadito senza volerlo la battuta di Marco Paolini riportata nelle pagine interne: «Quando non si vuole capire la storia, la si trasforma in geografia». Uscito dalla tipografia Mondadori prin­ting di Cles, Trento, Val di Non (a dimostra­zione che l’Italia unita almeno per gli editori è cosa fatta), Terroni è diventato nel giro di dieci mesi bestseller, oggetto di scontro, ma­nifesto dell’orgoglio sudista, testo sacro per i revisionisti del Mezzogiorno, strumento di lotta politica e ora persino brano del Festival di Sanremo: Al Bano, 67 anni, pugliese di Cel­lino San Marco, inserirà nel suo Cd l’inno Gloria, gloria scritto da Mimmo Cavallo e ispirato al saggio di Aprile, 60 anni, pugliese di Gioia del Colle.

Non basta. Terroni è l’edizione multime­diale per iPad, con foto, interviste e spezzoni dal film E li chiamarono briganti di Pasquale Squitieri, in uscita a febbraio. Terroni è lo spettacolo teatrale che andrà in scena il 21 marzo al Quirino di Roma, «per rispondere a Umberto Bossi e alla sua arroganza, per dire basta a questo massacro che dura da 150 an­ni », proclama dalle pagine di Facebook l’at­tore- regista Roberto D’Alessandro, cresciu­to alla scuola di Gigi Proietti. Terroni , insom­ma, è tifo da stadio: non a caso l’autore, pur avendo ormai perso il conto delle ristampe («almeno una ventina»),rivela d’averne ven­duto 150.000 copie, mentre su Wikipedia un biografo infervorato gliene attribuisce addi­rittura mezzo milione, il che, anche a voler considerare le brossure veicolate da Mondoli­bri e gli e­book scaricati da Internet, appare piuttosto esagerato.

Pino Aprile è stato vi­cedirettore di Oggi e poi direttore di Gente . Prima d’avere come tar­g­et fisso Carolina di Mo­naco («ho scoperto che era calva: scoop mon­diale »),s’era sempre oc­cupato di terrorismo e politica. Da pensionato pensava di dedicarsi al­la passione della sua vi­ta: il mare. Ha diretto il mensile Fare vela e ha scritto tre libri dai titoli sanamente monomani­acali: Il mare minore , A mari estremi e Mare, uo­mini, passioni . Poi gli è scappato Terroni ed è fi­nit­o nell’oceano in tem­pesta: «Ho accettato fi­nora quasi 200 presen­tazioni. Nel frattempo sono giunti all’editore altri 500 inviti. In teoria avrei l’agenda piena di appuntamenti sino alla primavera del 2012, se non ricevessi altre ri­chieste. Invece conti­nuano ad arrivarne. Mi chiamano anche al­l’estero. La prima tra­sferta è stata in Svezia, quindi Londra, Zuri­go, Manchester, New York... Sono distrutto».

Ma la invitano solo i circoli dei calabresi o anche quelli degli emigrati veneti?
«Università, centri di cultura, associazioni italiane, come la Dante Alighieri».

È il libro di saggistica che resiste da più mesi in classifica o sbaglio? «Vero. Spero che mi venga perdonato».

Com’è nata l’idea di Terroni?
«Avevo delle domande, cercavo delle rispo­ste. Se davvero a fine Ottocento i meridiona­li erano poveri, arretrati e oppressi, perché mai reagirono contro i “liberatori” venuti dal Nord con una guerra civile durata a lun­go e successivamente con la fuga, emigran­do? Solo dopo molti anni ho pensato di far­ne un libro».

Ha ricevuto offese o minacce?
«Offese tante. Qualcuno mi chiede se non ho paura. E di che? Su Facebook un tale mi ha scritto: “Farai la fine di D’Antona”. Ho cer­cato di rintracciarlo, ma risultava inesisten­te. Del resto quella è una lavagna collettiva su cui compare di tutto: un estimatore mi ha dedicato lo slogan pubblicitario “Terroni, non ci sono paragoni”. È seccante la suppo­nenza di chi crede di sapere già tutto e non è nemmeno sfiorato dal dubbio».

Alla presentazione di Torino s’è quasi sfiorata la rissa. «Eravamo nella Sala dei Cinquecento, gli al­tri sono rimasti in piedi... Una persona ha in­veito contro Roberto Calderoli, che non era presente, per gli insulti rivolti dal ministro le­ghista ai napoletani. Gli interventi di Marcel­lo Sorgi, Massimo Nava e Pietrangelo Butta­fuoco sono filati via lisci. Quando ha comin­ciato a parlare Giordano Bruno Guerri, che ha scritto un libro sul brigantaggio postunita­rio, la stessa persona lo ha offeso. Lo storico è sceso dal palco per regolare i conti e il conte­statore s’è zittito. Meno male: Guerri discen­de dai pirati etruschi, ha profilo da pugile e mani da cavatore di ciocco».

Si può dire che Terro­ni abbia fatto venire al Sud la voglia di se­cessione che fino a ie­ri serpeggiava solo al Nord?
«No. È stato detto che Terroni incita i meridio­nali alla sollevazione. Fi­guriamoci! Il Mezzogior­no non ha voce: tutti i giornali nazionali, ec­cetto La Repubblica, si pubblicano al Nord e le tre reti televisive private sono di un editore lom­bardo che, da capo del governo, ha voce in capi­tolo pure in quelle pub­bliche. Per la legge di prossimità, la stampa trova più interessante il miagolio del gatto di ca­sa rispetto al ruggito del leone nella savana. Il Nord scopre che cosa sta accadendo dalle mie parti solo quando s’in­terroga sul successo di Terroni o del film Benve­nuti al Sud . Ma Terroni è il dito che indica la lu­na, non la luna. Ci sono libri che cambiano il cuore degli uomini. Mi spiace, il mio non è fra questi: sono nato di feb­braio e non ho avuto per padre putativo un mite falegname. La voglia di secessione del Sud ger­moglia come reazione agli insulti dei mini­stri del Nord. È meno forte e diffusa che in Lombardia o nel Veneto, ma cresce».

Quali sentimenti suscitano in lei i 150 an­ni dell’Unità d’Italia? «Di delusione, talvolta di disgusto. In quale Paese può restare in carica un ministro che ha trattato la bandiera nazionale come carta igienica? O un sindaco che ha marchiato con simboli di partito la scuola dei bambini? L’Italia unita era da fare, perché ogni volta che cade una frontiera gli uomini diventano più liberi, più ricchi, più sicuri, più felici. Ma non era da fare con una parte del Paese schie­­rata contro l’altra. La ricorrenza dei 150 anni poteva diventare l’occasione per fare onesta­mente una volta per tutte i conti con la sto­ria. Così non è».

Che cosa pensa dei Savoia?
«Si sono trovati al posto giusto nel momento giusto. Mentre un’esigua minoranza, non più dell’1-2 per cento della popolazione,era animata dal pio desiderio di unificare l’Ita­lia, loro ne avevano l’impellente necessità: strozzati dai debiti, potevano salvarsi solo con l’invasione e il saccheggio del Sud. Lo scrisse nel 1859 il deputato Pier Carlo Bog­gio, braccio destro di Cavour: “O la guerra o la bancarotta”. Fino al 1860, per ben 126 an­ni, i Borbone mai aumentarono le tasse. Nel Regno di Napoli erano le più basse di tutti gli Stati preunitari».

Bruno Vespa mi ha confessato la sua sor­presa nello scoprire solo di recente che nel regno borbonico le imposte erano soltanto cinque, contro le 22 introdotte dai Savoia.
«I soldi del Sud ripianarono il buco del Nord. Al tesoro circolante dell’Italiaunita,il Regno delle Due Sicilie contribuì per il 60 per cento, la Lombardia per l’1 virgola qualcosa, il Pie­monte per il 4. Negli Sta­ti via via annessi all’Ita­lia nascente, appena ar­rivavano i piemontesi spariva la cassa».

E di Giuseppe Garibal­di che cosa pensa?
«Romantico avventurie­ro, di idee forti, sempli­ci, a volte confuse, ma più onesto di altri nel de­nunciare, solo a cose fat­te però, le stragi e le rapi­n­e compiute nel Mezzo­giorno. Qualche proble­ma di salute, per l’artro­si che gli rendeva dolo­roso cavalcare: a Napoli arrivò in treno. Qualche disavventura familiare: la giovane sposa incinta di un altro. Qualche pa­gina oscura nel suo pas­sato sudamericano: la tratta degli schiavi dalla Cina al Perù. Ne hanno fatto un santino. Ma va bene così, ogni nazione ha bisogno dei suoi miti fondanti. Basta sapere chi erano veramente».

E di Camillo Benso conte di Cavour che cosa pensa?
«Grande giocatore, spe­cie nell’imprevisto. Non voleva la conquista del Regno delle Due Sicilie: gli bastavano il Lombar­do- Veneto e i Ducati. Già la Toscana gli pare­va in più. Ma quando l’avventura meridiona­le ebbe inizio, in breve la fece propria, persuase il re, neutralizzò Ga­ribaldi, ammansì chi si opponeva. Qualche suo vizietto sarebbe stato da galera. Come molti padri del Risorgimento, non mise mai piede al Sud: lo conosceva per sentito dire».

La peggiore figura del Risorgimento?
«Il generale Enrico Cialdini, poi deputato e senatore del Regno. Un macellaio che mena­va vanto del numero di meridionali fucilati, delle centinaia di case incendiate, dei paesi rasi al suolo. Prima di diventare eroe pluride­corato del Risorgimento, fu mercenario nel­la Legione straniera in Portogallo e Spagna. Uccideva i suoi simili a pagamento».

Quali sono gli episodi risorgimentali più rivoltanti,che l’hanno fatta ricredere sul­la sua italianità?
«Non si può smettere di essere italiani. Però mi sono dovuto ricredere circa il racconto bello e glorioso sulla nascita del mio Paese che avevo imparato a scuola. Da adolescente fremi d’indignazione per gli indiani stermi­nati sul Sand Creek e da grande scopri che i fratelli d’Italia nel Meridione fecero di peg­gio. La mitologia risorgimentale cominciò a vacillare quando lessi La conquista del Sud di Carlo Alianello. Vi si narrava la storia di una donna violentata e lasciata morire da 18 bersaglieri, che già le avevano ammazzato il marito. Il figlioletto che assistette alla scena, divenuto adolescente,si vantava d’aver ucci­so per vendetta 18 soldati di re Vittorio Ema­nuele a Custoza. Poi il massacro di Pontelan­dolfo e Casalduni, 5.000 abitanti il primo, 3.000 il secondo, due delle decine di paesi di­­strutti, con libertà di stupro e di saccheggio lasciata dal Cialdini ai suoi soldati, fucilazio­ni di massa, torture, le abitazioni date alle fiamme con la gente all’interno. E le migliaia di meridionali squagliati nella calce viva a Fe­­nestrelle, una fortezza-lager a una settantina di chilometri da Torino, a 1.200 metri di quota, battuta da venti gelidi, dove la vita media degli internati non superava i tre mesi. Per garantire ulteriore tormento ai pri­gionieri, erano state di­velte le finestre dei dor­mitori. Viva l’Italia!».

Gianfranco Miglio, ideologo della Lega, mi confidò che era an­cora terrorizzato da certe storie atroci udi­te da bambino, quan­do il nonno gli rac­contava che, giovane bersagliere in Cala­bria, aveva trovato un suo commilitone crocifisso su un ter­mitaio dai briganti.
«Le ha anche racconta­to che cos’aveva fatto quel bersagliere? Era in un Paese invaso senza manco la dichiarazione di guerra. Maria Izzo, la più bella di Pontelan­dolfo, fu legata nuda a un albero, con le gambe divaricate, stuprata a turno dai bersaglieri e poi finita con una baio­nettata nella pancia. A Palermo uccisero sotto tortura un muto dalla nascita perché si rifiuta­va di parlare. Riferirono in Parlamento d’aver fucilato, in un anno, 15.600 meridionali: uno ogni 14 minuti, per die­ci ore al giorno, 365 giorni su 365. Ma il conto delle vittime viene prudentemente stimato in almeno 100.000 da Giordano Bruno Guer­ri. Altri calcoli arrivano a diverse centinaia di migliaia. La Civiltà Cattolica , rivista dei gesuiti, nel 1861 scrisse che furono oltre un milione. La cifra vera non si saprà mai».

Da Terroni :«“Ottentotti”, “irochesi”, “be­duini”, “peggio che Affrica”, “degenera­ti”, “ritardati”, “selvaggi”, “degradati”: così i meridionali vennero definiti, e de­scritti con tratti animaleschi, dai fratelli del Nord scesi a liberarli». Io sono vene­to. Ha idea di quante ce ne hanno dette e ce ne dicono? Razzisti, analfabeti, beoti, ubriaconi, bestemmiatori, evasori fisca­li, sfruttatori di clandestini. Non crede che se cominciamo a tenere questo gene­re di contabilità, non la finiamo più?
«Devono finirla i Bossi, i Calderoli, i Borghe­zio, i Salvini, i Brunetta. Quella degradazio­ne dei meridionali ad animali preparò e giu­stificò il genocidio. Ricordo le parole di un intellettuale di Sarajevo: “Non è stato il fra­casso dei cannoni a uccidere la Jugoslavia. È stato il silenzio. Il silenzio sul linguaggio del­la violenza, prima che sulla violenza”. Un mi­nistro della Repubblica ha minacciato il ri­corso ai fucili. In Italia, adesso. Non a Sa­rajevo, allora».

Lei scrive che Luigi Federico Menabrea, presidente del Consiglio dei ministri del Regno, nel 1868 voleva deportare in Pata­gonia i meridionali sospettati di brigan­taggio. Che cosa dovrebbero dire i veneti deportati per davvero da Benito Mussoli­ni n­elle malariche paludi pontine per bo­nificarle?
«Menabrea voleva deportare i meridionali per sterminarli. I veneti nelle paludi pontine non furono deportati: ebbero lavoro, casa, terra risanata con i soldi di tutti e a danno di quelli che vi morivano di malaria da secoli per trarne pane. Ma vediamo il lato positivo: fra poveri s’incontrarono.E dove il sangue si mischia, nasce la bellezza. La provincia oggi chiamata Latina ha dato all’Italia la più alta concentrazione di miss da calendario per chilometro quadrato. E pure Santa Maria Goretti, che si fece uccidere per difendere la propria femminilità».

Scrive anche: «La Calabria non appartie­ne, geologicamente, al Mezzogiorno, ma al sistema alpino: si staccò con la Corsica dalla regione ligure-provenzale e migrò, sino a incastrarsi fra Sicilia e Pollino». Recrimina persino sull’orografia?
«O è un modo per dire che a Sud vogliono venirci tutti?».

Si dilunga sul caso di Mongiana, che in effetti è impressionante. Però che cosa dimostra? Da Nord a Sud, ogni distretto industriale piange i suoi dinosauri.
«Mongiana, in Calabria, era la capitale side­rurgica d’Italia e oggi contende alla confinan­te Nardodipace lo scomodo primato di Co­mune più povero d’Italia. I mongianesi, sra­dicati dal loro paese, si sono trovati a lavora­re nelle fonderie del Bresciano: 150 famiglie, circa 500 persone, solo a Lumezzane, che è ormai la vera Mongiana. Dove prima 1.500 operai e tecnici siderurgici specializzati ren­devano autosufficiente l’industria pesante del Regno delle Due Sicilie, adesso non è ri­masto neppure un fabbro. Il più ricco distret­to minerario della penisola fu soppresso dal governo unitario per un grave difetto struttu­rale: si trovava nel posto sbagliato, nel Meri­dione. Il Sud non doveva far concorrenza al Nord nella produzione di merci. E questo fu imposto con le armi e una legislazione squili­brata a danno del Mezzogiorno. La vicenda di Mongiana è esemplare, nell’impossibilità di raccontare tutto. Ma accadde la stessa co­sa con la cantieristica navale, l’industria fer­roviaria, l’agricoltura».

In occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, la città di Gaeta vuol chiedere un risarcimento per l’assedio savoiardo del 1861: 500 milioni di euro. Mi ricorda il Veneto, che pretende i danni di guerra dalla Francia per il saccheggio napoleo­nico del 1797: 1.033 miliardi di euro.
«C’è una differenza: al risarcimento di Gae­ta s’impegnò il luogotenente, principe di Ca­rignano, in nome del quale il generale Cialdi­ni, responsabile di quelle macerie, garantì per iscritto: “Il Governo di Sua Maestà prov­v­ederà all’equo e maggiore possibile risarci­mento”. Quando gli amministratori comu­nali andarono per riscuotere, il nuovo luogo­tenente, Luigi Farini, già distintosi con mo­glie e figlia nel patriottico furto dell’argente­ria dei duchi di Parma, consigliò loro di rivol­gersi “alla carità nazionale”».

Lei è arrivato al punto da dichiarare che Giulio Tremonti ruba al Sud per dare al Nord. Forse dimentica che il Veneto ha solo 225 dirigenti regionali mentre la Si­cilia ne ha 2.150. L’855 per cento in più. Che si aggiungono ai 100.000 dipendenti ordinari. Allora le chiedo: chi ruba a chi, se non altro lo stipendio?
«I fondi per le aree sottoutilizzate sono, per legge, all’85 per cento del Sud, e invece sono stati abbondantemente spesi al Nord. I 3,5 miliardi di euro con cui è stata abbuonata l’Ici a tutt’Italia erano quelli destinati alle strade dissestate di Calabria e Sicilia. I citta­dini della Val d’Aosta spendono il 10.195 per cento in più della Lombardia, pro capite, per i dipendenti regionali. Ma è una ragione a statuto speciale, si obietta. Giusto. Pure la Sicilia lo è. Il che non assolve né l’una né l’al­tra. Ma il paragone si fa sempre con l’altra».

Il sociologo Luca Ricolfi in Il sacco del Nord documenta che ogni anno 50 miliar­di­di euro lasciano le regioni settentriona­li diretti al Sud. E lei me lo chiama furto?
«Intanto i conti andrebbero fatti sui 150 an­ni. E poi lo stesso Ricolfi spiega che quei dati, valutati diversamente, portano a conclusio­ni diametralmente opposte. Non tutti sono d’accordo sul metodo scelto da Ricolfi. Va­da a farsi due chiacchiere col professor Gian­franco Viesti, bocconiano che insegna politi­ca economica all’Università di Bari».

S’ode a destra uno squillo di tromba: Ter­roni. A sinistra risponde uno squillo: Vi­va l’Italia! di Aldo Cazzullo. Che l’ha ac­cusata d’aver paragonato i piemontesi ai nazisti solo per vendere più copie.
«Incapace di tanta eleganza, a Cazzullo con­fesso che scrivo nella speranza di essere let­to. E non capisco perché il suo editore spen­da tanti soldi per pubblicizzare Viva l’Italia! se lo scopo è quello di non vendere copie. Il mio libro s’è imposto col passaparola».

Non nominare il nome di Marzabotto in­vano, le ha ricordato Cazzullo.
«Che differenza c’è fra Pontelandolfo e Marzabotto? Mettiamola così: il mio edito­re ha nascosto l’esistenza di Terroni , l’edi­tore di Cazzullo ha fatto il contrario. Nessu­no dei due ha ottenuto il risultato sperato».

Anche Ernesto Galli della Loggia e Fran­cesco Merlo hanno maltrattato il suo pamphlet.
«Libera critica in libero Stato: non si può pia­cere a tutti. A me piace non piacere a Galli della Loggia, per esempio. Prima ha parlato di “fantasiose ricostruzioni”. Poi, al pari di Merlo e di qualche altro, ha obiettato che le stragi risorgimentali nel Sud erano note e da considerarsi “normali” in tempo di guerra. A parte che a scuola tuttora non vengono stu­diate, allora scusiamoci con i criminali nazi­sti Herbert Kappler e Walter Reder per l’in­giusta detenzione; critichiamo gli Stati Uniti che hanno inflitto l’ergastolo all’ufficiale americano responsabile dell’eccidio di My Lai in Vietnam; chiediamoci perché si con­danni il massacro dei curdi a opera di Sad­dam Hussein. Insomma, solo l’uccisione in massa dei meridionali è “normale”?».

Sergio Romano sul Corriere della Sera s’è dichiarato infasti­dito dai «lettori meri­dionali che deplora­no i soprusi dei pie­montesi, l’arroganza del Nord, il sacco del Sud, e rimpiangono una specie di età del­l’oro durante la qua­le i Borbone di Napoli avrebbero fatto del lo­ro regno un modello di equità sociale e svi­luppo economico». E vi ha ricordato che, per unanime consen­so­dell’Europa d’allo­ra, «il Regno delle Due Sicilie era uno degli Stati peggio go­vernati da una aristo­crazia retriva, pater­nalista e bigotta».
«Senta, foss’anche tutto vero, e non lo è, questo giustifica invasione, sac­cheggio e strage? Mi pa­re la tipica autoassolu­zione del colonizzatore: ti distruggo e ti derubo, però lo faccio per il tuo bene, neh? Infatti, l’Ita­lia riconoscente depo­ne ogni anno una coro­na d’alloro dinanzi alla lapide che ricorda il co­lonnello vicentino Pier Eleonoro Negri, il carne­fice di Pontelandolfo e Casalduni, e nega ai pae­si ridotti in cenere - ri­masero in piedi solo tre case - persino il rispetto per la memoria».

Lei ha fatto il servizio militare?
«Arruolato, C4 rosso, se non ricordo male: mi dissero che, se fosse scoppiata la guerra, sarei finito in ufficio. I miei polmoni non da­vano affidamento: postumi di Tbc e quattro pacchetti di Gauloises al giorno».

Se scoppiasse una guerra, difenderebbe l’Italia o no?
«Oh, ma che domande sono? Lo chieda a Bos­si e a Calderoli! Io sono un italiano che preten­de la verità critica su com’è nato il suo Paese e la fine della sperequazione e degli insulti a danno del Sud. La questione meridionale non esisteva 150 anni fa, il Consiglio naziona­le delle ricerche ha dimostrato che prodotto lordo e pro capite erano uguali al Nord e al Sud. I meridionali, con un terzo della popola­zione, diedero circa la metà dei caduti nelle trincee della prima guerra mondiale».

Silvius Magnago, lo storico leader della Svp, mi disse: «La patria è quella cui si sente di appartenere con il cuore. La mia Heimat è il Tirolo. Heimat, terra natia. Voi italiani non possedete questo concet­to. Non potete capire». Che cosa signifi­ca patria per lei? E qual è la sua Heimat?
«Lo dico nell’esergo del mio libro, con paro­le rubate allo scrittore francese Emmanuel Roblès: patria è “là do­ve vuoi vivere senza su­bire né infliggere umi­liazione” ».

Sarebbe favorevole a un’Italia divisa in cantoni, come la Sviz­zera?
«No. Una frontiera non migliora gli uomini. Al più, può peggiorarli. Ma se la Lega, dopo vent’anni di strappi, re­cidesse l’ultimo filo che tiene ancora unito il Pa­ese, un attimo prima il Sud dovrebbe andarse­ne, contrattando l’usci­ta, per evitare di essere derubato di nuovo».

Su quali basi andreb­be­rifatta l’Unità d’Ita­lia?
«Eque. La forma garanti­sce poco la sostanza: va­da a spiegare ai giovani che la nostra è una Re­pubblica fondata sul la­voro. O che la legge è uguale per tutti. O che le Ferrovie dello Stato assi­curano il servizio in tut­to il Paese: Matera, ame­na località europea, è ignota alle Fs, lì il treno non è mai arrivato».

Fosse lei il presiden­te del Consiglio, che farebbe per ripulire Napoli dai rifiuti?
«Nominerei commissa­rio Vincenzo Cenname, il sindaco che ha fatto di Camigliano, provincia di Caserta, un esempio virtuoso nello smalti­mento, grazie alla raccolta differenziata che copre il 65 per cento del totale. Cenname s’è rifiutato di affidarne la gestione a un ente pro­vinciale, la cui inefficienza è testimoniata dalle immondizie che vengono lasciate nel­le strade per scoraggiare la raccolta differen­ziata a favore degli inceneritori. Per questo Cenname è stato rimosso dal prefetto, quasi fosse a capo d’una Giunta camorrista».

Siamo alla domanda delle cento pistole: i terroni hanno voglia di lavorare sì o no?
«Capisco che la domanda lei deve porla e im­magino che le costi dar voce agli imbecilli. Se fossi maleducato, risponderei: ma mi faccia il piacere! Non lo sono e quindi rispondo: quei 5 milioni di meridionali che stanno nel­le fabbriche del Nord, dall’abruzzese Sergio Marchionne in giù, come li vede? Sfaticati? Quei 20 milioni di emigrati nel mondo, che per la prima volta nella loro storia millenaria presero la via dell’esilio volontario dopo i di­sastri dell’Unità d’Italia, sono andati altrove a far nulla? La mia regione fu l’unica in cui per l’aridità della terra fallì il sistema di pro­duzione dell’impero romano, imperniato sulla villa. Ebbene di quei deserta Apuliae , de­serti di Puglia, la mia gente nel corso dei seco­­li, col sudore della fronte, ha fatto un giardi­no, rubando l’umidità alla notte con i muretti di pietra e piantando 60 milioni di ulivi. Mica co­me Bossi, che non ha la­vorato un giorno in vita sua. Anzi, sa che le dico, senza offesa, eh? Ma mi faccia il piacere!».

Il 52 per cento della popolazione di Terzi­gno, provincia di Na­poli, campa a carico dell’Inps. Sarà mica colpa dell’Inps? «Se mi togli tutto, mi at­tacco a quello che c’è. Assistenza? Assistenza! Non mi piace, ma non ho altra scelta. A Parma, 170.000 abitanti, il mini­stero ha deciso di eroga­re lo stesso i soldi per la metropolitana progetta­ta per 24 milioni di uten­ti, poi ridotti a 8, infine abbandonata, per ver­gogna, spero, nonostan­te lo studio costato 30 milioni di euro. È la città della Parmalat, la peg­gior truffa di tutti i tem­pi. Però la truffa del fal­so invalido scandalizza maggiormente. Be’, a me le truffe danno fasti­dio tutte. Quella del po­vero la capisco di più».

La metà delle cause contro l’Inps si con­centra in sei città del Sud: Foggia, Napoli, Bari, Roma, Lecce e Taranto. A Foggia è pendente circail 15 per cento dell’intero contenzioso nazionale dell’istituto. Tut­ti i 46.000 braccianti iscritti alle liste di Foggia hanno fatto causa all’Inps. Dipen­derà mica dai Savoia.
«Per quanto possa sborsare l’Inps da Terzi­gno a Lecce, non si arriverà mai ai miliardi di euro che ci costano le multe pagate per colpa degli allevatori padani disonesti, grandi elet­tori della Lega. O assolviamo tutti, ed è sba­gliato, o condanniamo quelli che lo merita­no. Con una differenza: la truffa delle quote latte è già accertata. Aspettiamo di vedere co­me finiscono i procedimenti contro l’Inps».

C’è poco da aspettare: a Foggia, su 122.000 cause presentate, 25.000 sono state spontaneamente ritirate dagli avvo­cati. Erano state avviate per lo più a no­me di persone morte o inesistenti.
«Ma non è detto che tutte le altre siano im­motivate. Ripeto: aspettiamo».

Non sarà che lei mi diventa il Bossi del Sud?
«Già l’accostamento è offensivo. Io non giu­dico il mio prossimo dalla latitudine e ho sempre lavorato; né ho festeggiato tre volte la laurea, senza mai prenderla. Mi hanno of­­ferto candidature, ma ho ringraziato e rifiu­tato, perché inadatto: sono incensurato, ho pagato la casa con i miei soldi e voglio mori­re giornalista».

Eppure Giordano Bruno Guerri ha scrit­to che Terroni è sostenuto da piccoli ma combattivi gruppi neoborbonici e dal Partito del Sud di Antonio Ciano, assesso­re a Gaeta, e potrebbe diventare il testo sacro di una futura Lega meridionale, contrapposta a quella di Bossi.
«Il libro, una volta uscito, va per la sua stra­da, come i figli. Non puoi dirgli tu dove anda­re. Terroni non è sostenuto: è letto. E chi lo legge ne fa l’uso che vuole, a patto di non attribuirlo a me. Stimo Ciano e seguo con attenzione il Partito del Sud, i Neoborboni­ci, l’Mpa del governatore siciliano Raffaele Lombardo, l’associazione Io resto in Cala­bria di Pippo Callipo, il movimento Io Sud di Adriana Poli Bortone. Ma resto un osservato­re interessato ed esterno. Ero anche amico di Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica ucci­so dalla camorra con nove colpi di pistola. Ricordo i suoi funerali, con quei fogli tutti uguali attaccati alle saracinesche dei negozi chiusi e ai portoni delle case: “Angelo,il pae­se muore con te”. Oggi per fortuna Pollica va avanti nel suo nome. In una ventina d’anni da sindaco, Angelo aveva arricchito tutti, senza distruggere niente del territorio, vero capitale del paese. Ammiravo il suo corag­gio, la sua fantasia, la sua capacità di trasfor­mare le idee in fatti. Ho pianto accompa­gnandolo al cimitero. Se avesse potuto ve­dermi, si sarebbe messo a ridere».

Per chi vota?
«La prima volta votai Dc per ingenuità, su consiglio d’un amico. Delusione feroce. Poi a sinistra, senza mai avere un partito, cosa che ritengo incompatibile col giornalismo. Infine quasi stabilmente per i repubblicani di La Malfa, padre, ov­viamente. Alle prossi­me elezioni forse non vo­terò, anche se so di fare un regalo ai peggiori».

Non mi pare che la si­nistra, con l’unico presidente del Consi­glio originario di Gal­lipoli, abbia migliora­to la condizione del Sud.
«Massimo D’Alema ha il collegio elettorale a Gallipoli e la moglie pu­gliese. Ma è romano. E poi, ripeto, l’essere di qui o di là non significa nulla. Il meridionali­smo è una dottrina solo italiana, nel mondo. È stata praticata da uomi­ni eccelsi per cultura e moralità,ma è un’inven­zione di italiani del Nord, specie lombardi. Solo dopo una genera­zione sono sorti i meri­dionalisti meridionali. Che mi frega di dove sei? Fammi vedere cosa fai!».

Lei lamenta l’invasio­ne burocratica pie­montese del Meridio­ne, però Mario Cervi le ha ricordato che og­gi il Sud amministra col proprio persona­le la macchina buro­cratica e giudiziaria dello Stato nell’Italia intera. E i risultati non sono brillanti. «Tutti, ma proprio tutti gli enti, le banche, le aziende pubbliche o parapubbliche d’Italia sono in mano a settentrionali, in particolare lombardi, a parte un napoletano e tre roma­ni. Vuol dire che se cotanti capi non riesco­no a raggiungere buoni risultati la colpa è dei sottoposti? Se si vince è bravo il generale e se si perde sono cattivi i soldati? Quando dirigevo un giornale, la mia regola era: chiunque abbia sbagliato, la colpa è mia».

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

Fonte:Il Giornale del 23/01/2011

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Da direttore di Gente a paladino del Mezzogiorno col libro sui misfatti dei Savoia, Pino Aprile racconta come i 150 anni dell’Unità d’Italia grondino sangue dei terroni. A lui Al Bano al Festival di Sanremo dedica un inno, ma c’è chi lo minaccia di morte.


Di Stefano Lorenzetto


La rappre­sentazione plastica di come sia impossibi­le mettere d’accordo polentoni e terroni l’ho avuta davanti al­la vetrina di una libre­ria di Verona. Sicco­me per la copertina del suo Terroni , edito da Piemme, Pino Apri­le ha scelto una silhouette capovolta dello Sti­vale, con la Sicilia a nord e la Campania a sud, una zelante commessa ha pensato bene di correggergliela esponendo il volume col tito­lo a rovescio. In un solo colpo la libraia ha così ristabilito il primato del planisfero, con­fermato il sottotitolo dell’opera ( Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud di­ventassero «meridionali» ) e ribadito senza volerlo la battuta di Marco Paolini riportata nelle pagine interne: «Quando non si vuole capire la storia, la si trasforma in geografia». Uscito dalla tipografia Mondadori prin­ting di Cles, Trento, Val di Non (a dimostra­zione che l’Italia unita almeno per gli editori è cosa fatta), Terroni è diventato nel giro di dieci mesi bestseller, oggetto di scontro, ma­nifesto dell’orgoglio sudista, testo sacro per i revisionisti del Mezzogiorno, strumento di lotta politica e ora persino brano del Festival di Sanremo: Al Bano, 67 anni, pugliese di Cel­lino San Marco, inserirà nel suo Cd l’inno Gloria, gloria scritto da Mimmo Cavallo e ispirato al saggio di Aprile, 60 anni, pugliese di Gioia del Colle.

Non basta. Terroni è l’edizione multime­diale per iPad, con foto, interviste e spezzoni dal film E li chiamarono briganti di Pasquale Squitieri, in uscita a febbraio. Terroni è lo spettacolo teatrale che andrà in scena il 21 marzo al Quirino di Roma, «per rispondere a Umberto Bossi e alla sua arroganza, per dire basta a questo massacro che dura da 150 an­ni », proclama dalle pagine di Facebook l’at­tore- regista Roberto D’Alessandro, cresciu­to alla scuola di Gigi Proietti. Terroni , insom­ma, è tifo da stadio: non a caso l’autore, pur avendo ormai perso il conto delle ristampe («almeno una ventina»),rivela d’averne ven­duto 150.000 copie, mentre su Wikipedia un biografo infervorato gliene attribuisce addi­rittura mezzo milione, il che, anche a voler considerare le brossure veicolate da Mondoli­bri e gli e­book scaricati da Internet, appare piuttosto esagerato.

Pino Aprile è stato vi­cedirettore di Oggi e poi direttore di Gente . Prima d’avere come tar­g­et fisso Carolina di Mo­naco («ho scoperto che era calva: scoop mon­diale »),s’era sempre oc­cupato di terrorismo e politica. Da pensionato pensava di dedicarsi al­la passione della sua vi­ta: il mare. Ha diretto il mensile Fare vela e ha scritto tre libri dai titoli sanamente monomani­acali: Il mare minore , A mari estremi e Mare, uo­mini, passioni . Poi gli è scappato Terroni ed è fi­nit­o nell’oceano in tem­pesta: «Ho accettato fi­nora quasi 200 presen­tazioni. Nel frattempo sono giunti all’editore altri 500 inviti. In teoria avrei l’agenda piena di appuntamenti sino alla primavera del 2012, se non ricevessi altre ri­chieste. Invece conti­nuano ad arrivarne. Mi chiamano anche al­l’estero. La prima tra­sferta è stata in Svezia, quindi Londra, Zuri­go, Manchester, New York... Sono distrutto».

Ma la invitano solo i circoli dei calabresi o anche quelli degli emigrati veneti?
«Università, centri di cultura, associazioni italiane, come la Dante Alighieri».

È il libro di saggistica che resiste da più mesi in classifica o sbaglio? «Vero. Spero che mi venga perdonato».

Com’è nata l’idea di Terroni?
«Avevo delle domande, cercavo delle rispo­ste. Se davvero a fine Ottocento i meridiona­li erano poveri, arretrati e oppressi, perché mai reagirono contro i “liberatori” venuti dal Nord con una guerra civile durata a lun­go e successivamente con la fuga, emigran­do? Solo dopo molti anni ho pensato di far­ne un libro».

Ha ricevuto offese o minacce?
«Offese tante. Qualcuno mi chiede se non ho paura. E di che? Su Facebook un tale mi ha scritto: “Farai la fine di D’Antona”. Ho cer­cato di rintracciarlo, ma risultava inesisten­te. Del resto quella è una lavagna collettiva su cui compare di tutto: un estimatore mi ha dedicato lo slogan pubblicitario “Terroni, non ci sono paragoni”. È seccante la suppo­nenza di chi crede di sapere già tutto e non è nemmeno sfiorato dal dubbio».

Alla presentazione di Torino s’è quasi sfiorata la rissa. «Eravamo nella Sala dei Cinquecento, gli al­tri sono rimasti in piedi... Una persona ha in­veito contro Roberto Calderoli, che non era presente, per gli insulti rivolti dal ministro le­ghista ai napoletani. Gli interventi di Marcel­lo Sorgi, Massimo Nava e Pietrangelo Butta­fuoco sono filati via lisci. Quando ha comin­ciato a parlare Giordano Bruno Guerri, che ha scritto un libro sul brigantaggio postunita­rio, la stessa persona lo ha offeso. Lo storico è sceso dal palco per regolare i conti e il conte­statore s’è zittito. Meno male: Guerri discen­de dai pirati etruschi, ha profilo da pugile e mani da cavatore di ciocco».

Si può dire che Terro­ni abbia fatto venire al Sud la voglia di se­cessione che fino a ie­ri serpeggiava solo al Nord?
«No. È stato detto che Terroni incita i meridio­nali alla sollevazione. Fi­guriamoci! Il Mezzogior­no non ha voce: tutti i giornali nazionali, ec­cetto La Repubblica, si pubblicano al Nord e le tre reti televisive private sono di un editore lom­bardo che, da capo del governo, ha voce in capi­tolo pure in quelle pub­bliche. Per la legge di prossimità, la stampa trova più interessante il miagolio del gatto di ca­sa rispetto al ruggito del leone nella savana. Il Nord scopre che cosa sta accadendo dalle mie parti solo quando s’in­terroga sul successo di Terroni o del film Benve­nuti al Sud . Ma Terroni è il dito che indica la lu­na, non la luna. Ci sono libri che cambiano il cuore degli uomini. Mi spiace, il mio non è fra questi: sono nato di feb­braio e non ho avuto per padre putativo un mite falegname. La voglia di secessione del Sud ger­moglia come reazione agli insulti dei mini­stri del Nord. È meno forte e diffusa che in Lombardia o nel Veneto, ma cresce».

Quali sentimenti suscitano in lei i 150 an­ni dell’Unità d’Italia? «Di delusione, talvolta di disgusto. In quale Paese può restare in carica un ministro che ha trattato la bandiera nazionale come carta igienica? O un sindaco che ha marchiato con simboli di partito la scuola dei bambini? L’Italia unita era da fare, perché ogni volta che cade una frontiera gli uomini diventano più liberi, più ricchi, più sicuri, più felici. Ma non era da fare con una parte del Paese schie­­rata contro l’altra. La ricorrenza dei 150 anni poteva diventare l’occasione per fare onesta­mente una volta per tutte i conti con la sto­ria. Così non è».

Che cosa pensa dei Savoia?
«Si sono trovati al posto giusto nel momento giusto. Mentre un’esigua minoranza, non più dell’1-2 per cento della popolazione,era animata dal pio desiderio di unificare l’Ita­lia, loro ne avevano l’impellente necessità: strozzati dai debiti, potevano salvarsi solo con l’invasione e il saccheggio del Sud. Lo scrisse nel 1859 il deputato Pier Carlo Bog­gio, braccio destro di Cavour: “O la guerra o la bancarotta”. Fino al 1860, per ben 126 an­ni, i Borbone mai aumentarono le tasse. Nel Regno di Napoli erano le più basse di tutti gli Stati preunitari».

Bruno Vespa mi ha confessato la sua sor­presa nello scoprire solo di recente che nel regno borbonico le imposte erano soltanto cinque, contro le 22 introdotte dai Savoia.
«I soldi del Sud ripianarono il buco del Nord. Al tesoro circolante dell’Italiaunita,il Regno delle Due Sicilie contribuì per il 60 per cento, la Lombardia per l’1 virgola qualcosa, il Pie­monte per il 4. Negli Sta­ti via via annessi all’Ita­lia nascente, appena ar­rivavano i piemontesi spariva la cassa».

E di Giuseppe Garibal­di che cosa pensa?
«Romantico avventurie­ro, di idee forti, sempli­ci, a volte confuse, ma più onesto di altri nel de­nunciare, solo a cose fat­te però, le stragi e le rapi­n­e compiute nel Mezzo­giorno. Qualche proble­ma di salute, per l’artro­si che gli rendeva dolo­roso cavalcare: a Napoli arrivò in treno. Qualche disavventura familiare: la giovane sposa incinta di un altro. Qualche pa­gina oscura nel suo pas­sato sudamericano: la tratta degli schiavi dalla Cina al Perù. Ne hanno fatto un santino. Ma va bene così, ogni nazione ha bisogno dei suoi miti fondanti. Basta sapere chi erano veramente».

E di Camillo Benso conte di Cavour che cosa pensa?
«Grande giocatore, spe­cie nell’imprevisto. Non voleva la conquista del Regno delle Due Sicilie: gli bastavano il Lombar­do- Veneto e i Ducati. Già la Toscana gli pare­va in più. Ma quando l’avventura meridiona­le ebbe inizio, in breve la fece propria, persuase il re, neutralizzò Ga­ribaldi, ammansì chi si opponeva. Qualche suo vizietto sarebbe stato da galera. Come molti padri del Risorgimento, non mise mai piede al Sud: lo conosceva per sentito dire».

La peggiore figura del Risorgimento?
«Il generale Enrico Cialdini, poi deputato e senatore del Regno. Un macellaio che mena­va vanto del numero di meridionali fucilati, delle centinaia di case incendiate, dei paesi rasi al suolo. Prima di diventare eroe pluride­corato del Risorgimento, fu mercenario nel­la Legione straniera in Portogallo e Spagna. Uccideva i suoi simili a pagamento».

Quali sono gli episodi risorgimentali più rivoltanti,che l’hanno fatta ricredere sul­la sua italianità?
«Non si può smettere di essere italiani. Però mi sono dovuto ricredere circa il racconto bello e glorioso sulla nascita del mio Paese che avevo imparato a scuola. Da adolescente fremi d’indignazione per gli indiani stermi­nati sul Sand Creek e da grande scopri che i fratelli d’Italia nel Meridione fecero di peg­gio. La mitologia risorgimentale cominciò a vacillare quando lessi La conquista del Sud di Carlo Alianello. Vi si narrava la storia di una donna violentata e lasciata morire da 18 bersaglieri, che già le avevano ammazzato il marito. Il figlioletto che assistette alla scena, divenuto adolescente,si vantava d’aver ucci­so per vendetta 18 soldati di re Vittorio Ema­nuele a Custoza. Poi il massacro di Pontelan­dolfo e Casalduni, 5.000 abitanti il primo, 3.000 il secondo, due delle decine di paesi di­­strutti, con libertà di stupro e di saccheggio lasciata dal Cialdini ai suoi soldati, fucilazio­ni di massa, torture, le abitazioni date alle fiamme con la gente all’interno. E le migliaia di meridionali squagliati nella calce viva a Fe­­nestrelle, una fortezza-lager a una settantina di chilometri da Torino, a 1.200 metri di quota, battuta da venti gelidi, dove la vita media degli internati non superava i tre mesi. Per garantire ulteriore tormento ai pri­gionieri, erano state di­velte le finestre dei dor­mitori. Viva l’Italia!».

Gianfranco Miglio, ideologo della Lega, mi confidò che era an­cora terrorizzato da certe storie atroci udi­te da bambino, quan­do il nonno gli rac­contava che, giovane bersagliere in Cala­bria, aveva trovato un suo commilitone crocifisso su un ter­mitaio dai briganti.
«Le ha anche racconta­to che cos’aveva fatto quel bersagliere? Era in un Paese invaso senza manco la dichiarazione di guerra. Maria Izzo, la più bella di Pontelan­dolfo, fu legata nuda a un albero, con le gambe divaricate, stuprata a turno dai bersaglieri e poi finita con una baio­nettata nella pancia. A Palermo uccisero sotto tortura un muto dalla nascita perché si rifiuta­va di parlare. Riferirono in Parlamento d’aver fucilato, in un anno, 15.600 meridionali: uno ogni 14 minuti, per die­ci ore al giorno, 365 giorni su 365. Ma il conto delle vittime viene prudentemente stimato in almeno 100.000 da Giordano Bruno Guer­ri. Altri calcoli arrivano a diverse centinaia di migliaia. La Civiltà Cattolica , rivista dei gesuiti, nel 1861 scrisse che furono oltre un milione. La cifra vera non si saprà mai».

Da Terroni :«“Ottentotti”, “irochesi”, “be­duini”, “peggio che Affrica”, “degenera­ti”, “ritardati”, “selvaggi”, “degradati”: così i meridionali vennero definiti, e de­scritti con tratti animaleschi, dai fratelli del Nord scesi a liberarli». Io sono vene­to. Ha idea di quante ce ne hanno dette e ce ne dicono? Razzisti, analfabeti, beoti, ubriaconi, bestemmiatori, evasori fisca­li, sfruttatori di clandestini. Non crede che se cominciamo a tenere questo gene­re di contabilità, non la finiamo più?
«Devono finirla i Bossi, i Calderoli, i Borghe­zio, i Salvini, i Brunetta. Quella degradazio­ne dei meridionali ad animali preparò e giu­stificò il genocidio. Ricordo le parole di un intellettuale di Sarajevo: “Non è stato il fra­casso dei cannoni a uccidere la Jugoslavia. È stato il silenzio. Il silenzio sul linguaggio del­la violenza, prima che sulla violenza”. Un mi­nistro della Repubblica ha minacciato il ri­corso ai fucili. In Italia, adesso. Non a Sa­rajevo, allora».

Lei scrive che Luigi Federico Menabrea, presidente del Consiglio dei ministri del Regno, nel 1868 voleva deportare in Pata­gonia i meridionali sospettati di brigan­taggio. Che cosa dovrebbero dire i veneti deportati per davvero da Benito Mussoli­ni n­elle malariche paludi pontine per bo­nificarle?
«Menabrea voleva deportare i meridionali per sterminarli. I veneti nelle paludi pontine non furono deportati: ebbero lavoro, casa, terra risanata con i soldi di tutti e a danno di quelli che vi morivano di malaria da secoli per trarne pane. Ma vediamo il lato positivo: fra poveri s’incontrarono.E dove il sangue si mischia, nasce la bellezza. La provincia oggi chiamata Latina ha dato all’Italia la più alta concentrazione di miss da calendario per chilometro quadrato. E pure Santa Maria Goretti, che si fece uccidere per difendere la propria femminilità».

Scrive anche: «La Calabria non appartie­ne, geologicamente, al Mezzogiorno, ma al sistema alpino: si staccò con la Corsica dalla regione ligure-provenzale e migrò, sino a incastrarsi fra Sicilia e Pollino». Recrimina persino sull’orografia?
«O è un modo per dire che a Sud vogliono venirci tutti?».

Si dilunga sul caso di Mongiana, che in effetti è impressionante. Però che cosa dimostra? Da Nord a Sud, ogni distretto industriale piange i suoi dinosauri.
«Mongiana, in Calabria, era la capitale side­rurgica d’Italia e oggi contende alla confinan­te Nardodipace lo scomodo primato di Co­mune più povero d’Italia. I mongianesi, sra­dicati dal loro paese, si sono trovati a lavora­re nelle fonderie del Bresciano: 150 famiglie, circa 500 persone, solo a Lumezzane, che è ormai la vera Mongiana. Dove prima 1.500 operai e tecnici siderurgici specializzati ren­devano autosufficiente l’industria pesante del Regno delle Due Sicilie, adesso non è ri­masto neppure un fabbro. Il più ricco distret­to minerario della penisola fu soppresso dal governo unitario per un grave difetto struttu­rale: si trovava nel posto sbagliato, nel Meri­dione. Il Sud non doveva far concorrenza al Nord nella produzione di merci. E questo fu imposto con le armi e una legislazione squili­brata a danno del Mezzogiorno. La vicenda di Mongiana è esemplare, nell’impossibilità di raccontare tutto. Ma accadde la stessa co­sa con la cantieristica navale, l’industria fer­roviaria, l’agricoltura».

In occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia, la città di Gaeta vuol chiedere un risarcimento per l’assedio savoiardo del 1861: 500 milioni di euro. Mi ricorda il Veneto, che pretende i danni di guerra dalla Francia per il saccheggio napoleo­nico del 1797: 1.033 miliardi di euro.
«C’è una differenza: al risarcimento di Gae­ta s’impegnò il luogotenente, principe di Ca­rignano, in nome del quale il generale Cialdi­ni, responsabile di quelle macerie, garantì per iscritto: “Il Governo di Sua Maestà prov­v­ederà all’equo e maggiore possibile risarci­mento”. Quando gli amministratori comu­nali andarono per riscuotere, il nuovo luogo­tenente, Luigi Farini, già distintosi con mo­glie e figlia nel patriottico furto dell’argente­ria dei duchi di Parma, consigliò loro di rivol­gersi “alla carità nazionale”».

Lei è arrivato al punto da dichiarare che Giulio Tremonti ruba al Sud per dare al Nord. Forse dimentica che il Veneto ha solo 225 dirigenti regionali mentre la Si­cilia ne ha 2.150. L’855 per cento in più. Che si aggiungono ai 100.000 dipendenti ordinari. Allora le chiedo: chi ruba a chi, se non altro lo stipendio?
«I fondi per le aree sottoutilizzate sono, per legge, all’85 per cento del Sud, e invece sono stati abbondantemente spesi al Nord. I 3,5 miliardi di euro con cui è stata abbuonata l’Ici a tutt’Italia erano quelli destinati alle strade dissestate di Calabria e Sicilia. I citta­dini della Val d’Aosta spendono il 10.195 per cento in più della Lombardia, pro capite, per i dipendenti regionali. Ma è una ragione a statuto speciale, si obietta. Giusto. Pure la Sicilia lo è. Il che non assolve né l’una né l’al­tra. Ma il paragone si fa sempre con l’altra».

Il sociologo Luca Ricolfi in Il sacco del Nord documenta che ogni anno 50 miliar­di­di euro lasciano le regioni settentriona­li diretti al Sud. E lei me lo chiama furto?
«Intanto i conti andrebbero fatti sui 150 an­ni. E poi lo stesso Ricolfi spiega che quei dati, valutati diversamente, portano a conclusio­ni diametralmente opposte. Non tutti sono d’accordo sul metodo scelto da Ricolfi. Va­da a farsi due chiacchiere col professor Gian­franco Viesti, bocconiano che insegna politi­ca economica all’Università di Bari».

S’ode a destra uno squillo di tromba: Ter­roni. A sinistra risponde uno squillo: Vi­va l’Italia! di Aldo Cazzullo. Che l’ha ac­cusata d’aver paragonato i piemontesi ai nazisti solo per vendere più copie.
«Incapace di tanta eleganza, a Cazzullo con­fesso che scrivo nella speranza di essere let­to. E non capisco perché il suo editore spen­da tanti soldi per pubblicizzare Viva l’Italia! se lo scopo è quello di non vendere copie. Il mio libro s’è imposto col passaparola».

Non nominare il nome di Marzabotto in­vano, le ha ricordato Cazzullo.
«Che differenza c’è fra Pontelandolfo e Marzabotto? Mettiamola così: il mio edito­re ha nascosto l’esistenza di Terroni , l’edi­tore di Cazzullo ha fatto il contrario. Nessu­no dei due ha ottenuto il risultato sperato».

Anche Ernesto Galli della Loggia e Fran­cesco Merlo hanno maltrattato il suo pamphlet.
«Libera critica in libero Stato: non si può pia­cere a tutti. A me piace non piacere a Galli della Loggia, per esempio. Prima ha parlato di “fantasiose ricostruzioni”. Poi, al pari di Merlo e di qualche altro, ha obiettato che le stragi risorgimentali nel Sud erano note e da considerarsi “normali” in tempo di guerra. A parte che a scuola tuttora non vengono stu­diate, allora scusiamoci con i criminali nazi­sti Herbert Kappler e Walter Reder per l’in­giusta detenzione; critichiamo gli Stati Uniti che hanno inflitto l’ergastolo all’ufficiale americano responsabile dell’eccidio di My Lai in Vietnam; chiediamoci perché si con­danni il massacro dei curdi a opera di Sad­dam Hussein. Insomma, solo l’uccisione in massa dei meridionali è “normale”?».

Sergio Romano sul Corriere della Sera s’è dichiarato infasti­dito dai «lettori meri­dionali che deplora­no i soprusi dei pie­montesi, l’arroganza del Nord, il sacco del Sud, e rimpiangono una specie di età del­l’oro durante la qua­le i Borbone di Napoli avrebbero fatto del lo­ro regno un modello di equità sociale e svi­luppo economico». E vi ha ricordato che, per unanime consen­so­dell’Europa d’allo­ra, «il Regno delle Due Sicilie era uno degli Stati peggio go­vernati da una aristo­crazia retriva, pater­nalista e bigotta».
«Senta, foss’anche tutto vero, e non lo è, questo giustifica invasione, sac­cheggio e strage? Mi pa­re la tipica autoassolu­zione del colonizzatore: ti distruggo e ti derubo, però lo faccio per il tuo bene, neh? Infatti, l’Ita­lia riconoscente depo­ne ogni anno una coro­na d’alloro dinanzi alla lapide che ricorda il co­lonnello vicentino Pier Eleonoro Negri, il carne­fice di Pontelandolfo e Casalduni, e nega ai pae­si ridotti in cenere - ri­masero in piedi solo tre case - persino il rispetto per la memoria».

Lei ha fatto il servizio militare?
«Arruolato, C4 rosso, se non ricordo male: mi dissero che, se fosse scoppiata la guerra, sarei finito in ufficio. I miei polmoni non da­vano affidamento: postumi di Tbc e quattro pacchetti di Gauloises al giorno».

Se scoppiasse una guerra, difenderebbe l’Italia o no?
«Oh, ma che domande sono? Lo chieda a Bos­si e a Calderoli! Io sono un italiano che preten­de la verità critica su com’è nato il suo Paese e la fine della sperequazione e degli insulti a danno del Sud. La questione meridionale non esisteva 150 anni fa, il Consiglio naziona­le delle ricerche ha dimostrato che prodotto lordo e pro capite erano uguali al Nord e al Sud. I meridionali, con un terzo della popola­zione, diedero circa la metà dei caduti nelle trincee della prima guerra mondiale».

Silvius Magnago, lo storico leader della Svp, mi disse: «La patria è quella cui si sente di appartenere con il cuore. La mia Heimat è il Tirolo. Heimat, terra natia. Voi italiani non possedete questo concet­to. Non potete capire». Che cosa signifi­ca patria per lei? E qual è la sua Heimat?
«Lo dico nell’esergo del mio libro, con paro­le rubate allo scrittore francese Emmanuel Roblès: patria è “là do­ve vuoi vivere senza su­bire né infliggere umi­liazione” ».

Sarebbe favorevole a un’Italia divisa in cantoni, come la Sviz­zera?
«No. Una frontiera non migliora gli uomini. Al più, può peggiorarli. Ma se la Lega, dopo vent’anni di strappi, re­cidesse l’ultimo filo che tiene ancora unito il Pa­ese, un attimo prima il Sud dovrebbe andarse­ne, contrattando l’usci­ta, per evitare di essere derubato di nuovo».

Su quali basi andreb­be­rifatta l’Unità d’Ita­lia?
«Eque. La forma garanti­sce poco la sostanza: va­da a spiegare ai giovani che la nostra è una Re­pubblica fondata sul la­voro. O che la legge è uguale per tutti. O che le Ferrovie dello Stato assi­curano il servizio in tut­to il Paese: Matera, ame­na località europea, è ignota alle Fs, lì il treno non è mai arrivato».

Fosse lei il presiden­te del Consiglio, che farebbe per ripulire Napoli dai rifiuti?
«Nominerei commissa­rio Vincenzo Cenname, il sindaco che ha fatto di Camigliano, provincia di Caserta, un esempio virtuoso nello smalti­mento, grazie alla raccolta differenziata che copre il 65 per cento del totale. Cenname s’è rifiutato di affidarne la gestione a un ente pro­vinciale, la cui inefficienza è testimoniata dalle immondizie che vengono lasciate nel­le strade per scoraggiare la raccolta differen­ziata a favore degli inceneritori. Per questo Cenname è stato rimosso dal prefetto, quasi fosse a capo d’una Giunta camorrista».

Siamo alla domanda delle cento pistole: i terroni hanno voglia di lavorare sì o no?
«Capisco che la domanda lei deve porla e im­magino che le costi dar voce agli imbecilli. Se fossi maleducato, risponderei: ma mi faccia il piacere! Non lo sono e quindi rispondo: quei 5 milioni di meridionali che stanno nel­le fabbriche del Nord, dall’abruzzese Sergio Marchionne in giù, come li vede? Sfaticati? Quei 20 milioni di emigrati nel mondo, che per la prima volta nella loro storia millenaria presero la via dell’esilio volontario dopo i di­sastri dell’Unità d’Italia, sono andati altrove a far nulla? La mia regione fu l’unica in cui per l’aridità della terra fallì il sistema di pro­duzione dell’impero romano, imperniato sulla villa. Ebbene di quei deserta Apuliae , de­serti di Puglia, la mia gente nel corso dei seco­­li, col sudore della fronte, ha fatto un giardi­no, rubando l’umidità alla notte con i muretti di pietra e piantando 60 milioni di ulivi. Mica co­me Bossi, che non ha la­vorato un giorno in vita sua. Anzi, sa che le dico, senza offesa, eh? Ma mi faccia il piacere!».

Il 52 per cento della popolazione di Terzi­gno, provincia di Na­poli, campa a carico dell’Inps. Sarà mica colpa dell’Inps? «Se mi togli tutto, mi at­tacco a quello che c’è. Assistenza? Assistenza! Non mi piace, ma non ho altra scelta. A Parma, 170.000 abitanti, il mini­stero ha deciso di eroga­re lo stesso i soldi per la metropolitana progetta­ta per 24 milioni di uten­ti, poi ridotti a 8, infine abbandonata, per ver­gogna, spero, nonostan­te lo studio costato 30 milioni di euro. È la città della Parmalat, la peg­gior truffa di tutti i tem­pi. Però la truffa del fal­so invalido scandalizza maggiormente. Be’, a me le truffe danno fasti­dio tutte. Quella del po­vero la capisco di più».

La metà delle cause contro l’Inps si con­centra in sei città del Sud: Foggia, Napoli, Bari, Roma, Lecce e Taranto. A Foggia è pendente circail 15 per cento dell’intero contenzioso nazionale dell’istituto. Tut­ti i 46.000 braccianti iscritti alle liste di Foggia hanno fatto causa all’Inps. Dipen­derà mica dai Savoia.
«Per quanto possa sborsare l’Inps da Terzi­gno a Lecce, non si arriverà mai ai miliardi di euro che ci costano le multe pagate per colpa degli allevatori padani disonesti, grandi elet­tori della Lega. O assolviamo tutti, ed è sba­gliato, o condanniamo quelli che lo merita­no. Con una differenza: la truffa delle quote latte è già accertata. Aspettiamo di vedere co­me finiscono i procedimenti contro l’Inps».

C’è poco da aspettare: a Foggia, su 122.000 cause presentate, 25.000 sono state spontaneamente ritirate dagli avvo­cati. Erano state avviate per lo più a no­me di persone morte o inesistenti.
«Ma non è detto che tutte le altre siano im­motivate. Ripeto: aspettiamo».

Non sarà che lei mi diventa il Bossi del Sud?
«Già l’accostamento è offensivo. Io non giu­dico il mio prossimo dalla latitudine e ho sempre lavorato; né ho festeggiato tre volte la laurea, senza mai prenderla. Mi hanno of­­ferto candidature, ma ho ringraziato e rifiu­tato, perché inadatto: sono incensurato, ho pagato la casa con i miei soldi e voglio mori­re giornalista».

Eppure Giordano Bruno Guerri ha scrit­to che Terroni è sostenuto da piccoli ma combattivi gruppi neoborbonici e dal Partito del Sud di Antonio Ciano, assesso­re a Gaeta, e potrebbe diventare il testo sacro di una futura Lega meridionale, contrapposta a quella di Bossi.
«Il libro, una volta uscito, va per la sua stra­da, come i figli. Non puoi dirgli tu dove anda­re. Terroni non è sostenuto: è letto. E chi lo legge ne fa l’uso che vuole, a patto di non attribuirlo a me. Stimo Ciano e seguo con attenzione il Partito del Sud, i Neoborboni­ci, l’Mpa del governatore siciliano Raffaele Lombardo, l’associazione Io resto in Cala­bria di Pippo Callipo, il movimento Io Sud di Adriana Poli Bortone. Ma resto un osservato­re interessato ed esterno. Ero anche amico di Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica ucci­so dalla camorra con nove colpi di pistola. Ricordo i suoi funerali, con quei fogli tutti uguali attaccati alle saracinesche dei negozi chiusi e ai portoni delle case: “Angelo,il pae­se muore con te”. Oggi per fortuna Pollica va avanti nel suo nome. In una ventina d’anni da sindaco, Angelo aveva arricchito tutti, senza distruggere niente del territorio, vero capitale del paese. Ammiravo il suo corag­gio, la sua fantasia, la sua capacità di trasfor­mare le idee in fatti. Ho pianto accompa­gnandolo al cimitero. Se avesse potuto ve­dermi, si sarebbe messo a ridere».

Per chi vota?
«La prima volta votai Dc per ingenuità, su consiglio d’un amico. Delusione feroce. Poi a sinistra, senza mai avere un partito, cosa che ritengo incompatibile col giornalismo. Infine quasi stabilmente per i repubblicani di La Malfa, padre, ov­viamente. Alle prossi­me elezioni forse non vo­terò, anche se so di fare un regalo ai peggiori».

Non mi pare che la si­nistra, con l’unico presidente del Consi­glio originario di Gal­lipoli, abbia migliora­to la condizione del Sud.
«Massimo D’Alema ha il collegio elettorale a Gallipoli e la moglie pu­gliese. Ma è romano. E poi, ripeto, l’essere di qui o di là non significa nulla. Il meridionali­smo è una dottrina solo italiana, nel mondo. È stata praticata da uomi­ni eccelsi per cultura e moralità,ma è un’inven­zione di italiani del Nord, specie lombardi. Solo dopo una genera­zione sono sorti i meri­dionalisti meridionali. Che mi frega di dove sei? Fammi vedere cosa fai!».

Lei lamenta l’invasio­ne burocratica pie­montese del Meridio­ne, però Mario Cervi le ha ricordato che og­gi il Sud amministra col proprio persona­le la macchina buro­cratica e giudiziaria dello Stato nell’Italia intera. E i risultati non sono brillanti. «Tutti, ma proprio tutti gli enti, le banche, le aziende pubbliche o parapubbliche d’Italia sono in mano a settentrionali, in particolare lombardi, a parte un napoletano e tre roma­ni. Vuol dire che se cotanti capi non riesco­no a raggiungere buoni risultati la colpa è dei sottoposti? Se si vince è bravo il generale e se si perde sono cattivi i soldati? Quando dirigevo un giornale, la mia regola era: chiunque abbia sbagliato, la colpa è mia».

stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

Fonte:Il Giornale del 23/01/2011

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domenica 23 gennaio 2011

DALLA PARTE DEI BRIGANTI - IN DIRETTA ANCHE SU WWW.SKY830.IT


Oggi alle 21.00 - Domani alle 1.00


SUI CANALI SATELLITARI SKY 830 E TIVUSAT 79 E SUL WEB WWW.SKY830.IT


DALLA PARTE DEI BRIGANTI - L'autore del libro "Terroni", Pino Aprile, il cantautore, Eugenio Bennato, l'editorialista della Gazzetta del Mezzogiorno, Lino Patruno, il sindaco di Bari, Michele Emiliano, il presidente del Movimento Neoborbonico, Gennaro De Crescenzo, in un incontro dibattito sulla vera storia del Sud e del risorgimento italiano, condotto da Beppe Stucci. Tra i brani di Eugenio Bennato, da non perdere le interpretazioni di due splendide canzoni dedicate ai briganti Ninco Nanco e Michelina De Cesare. Il gruppo Pizzica Saliente canta e balle brani della taranta salentina. Suona anche l'orchestra di fiati di Conversano.

Se non hai la parabola puoi seguire il programma in diretta sul web www.sky830.it.
Il programma sarà anche l'occasione per pubblicizzare la nascita di una nuova trasmissione dal titolo "Brigante Tv" che sarà in onda a partire da febbraio sui canali satellitari SKY 830 e TIVUSAT 79 e della nuova web-radio, che ha da poco cominciato le trasmissioni, www.regno.fm, con notizie e musiche per riaffermare nel mondo, le canzoni, i valori e la cultura di tutto il territorio che prima dell'unità d'Italia era il Regno di Napoli e delle Due Sicilie.

Importante. Puoi partecipare al programma in diretta inviando i tuoi SMS al numero (0039) 393.9864256.

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L’insurrezione in Italia


[Le Monde]

Succede che un paese da molto tempo immobile e anestetizzato da un potere fondato su pilastri allarmanti (media deviati, mafia e altri poteri occulti) si risveglia e si esprime nelle sue componenti più direttamente oppresse: operai cacciati dalle loro fabbriche, immigrati privati dei diritti elementari, vittime di un terremoto particolarmente distruttivo sfruttati e ingannati dalle istituzioni che dovevano proteggerli e aiutarli, Sud avvelenato dai rifiuti tossici nascosti sottoterra clandestinamente, studenti che fin dall’infanzia hanno conosciuto come solo orizzonte un mondo di illusioni e di menzogne che, di fatto li ha privati dell’idea stessa di un futuro che appartiene loro.

Da un pò di tempo, il potere del governo di questo paese si è indebolito. Coloro che erano finora più silenziosi –apparentemente i più rassegnati anche –hanno organizzato cortei pieni di vita, di immaginazione e di impazienza, occupando i tetti delle fabbriche, le torri e, in diciotto città, i monumenti (con il rispetto che avrebbero meritato anche Pompei o il Colosseo).

Poco a poco si è fatta strada un’indignazione di massa. La manifestazione del 14 dicembre che ha avuto luogo a Roma e in tutte le grandi città d’Italia ha riguardato un grandissimo numero di studenti e di liceali, ma anche di operai, di sopravvissuti dell’Aquila e abitanti dei territori partenopei. Per gli studenti, si trattava di affermare una volta di più quello che esprimevano con forza da due anni, senza alcuna risposta da parte del governo: il loro rifiuto di una riforma che ridurrebbe ancora i fondi per la ricerca già quasi inesistenti, che abolirebbe il 90% delle borse [di studio N.d.T.] e che sopprimerebbe 35000 posti, condannando alla disoccupazione un’infinità di insegnanti e di impiegati che aspettano da anni di essere finalmente regolarizzati.

Gli studenti italiani sono condannati in partenza a scegliere tra precarietà e disoccupazione, tra il malcontento e l’espatrio. Il numero di giovani che cercano un lavoro per mesi, per anni, è impressionante; ancora più [alto] il numero di coloro che hanno rinunciato a cercarlo. La riforma annunciata proclama la lotta contro gli sprechi – mentre sono stati recentemente assunti in massa nelle scuole pubbliche gli insegnanti di religione, materia facoltativa e le scuole private sono privilegiate e abbondantemente finanziate, e lo saranno ancora di più dal decreto annunciato.

Quello che gli studenti percepiscono è l’intenzione di destrutturare l’istruzione pubblica e di trasformare l’università in un’istituzione che prepari allo sfruttamento e non all’autonomia, non alla formazione di individui e di cittadini liberi, capaci di un pensiero critico, anzi di un solo e semplice pensiero.

“Noi non siamo rappresentati”, dicono gli studenti, che si sentono relegati fuori dalla politica. Niente a che vedere con la lotta armata, con le ideologie degli anni ‘70. Si sa che questi giovani hanno una profonda cultura democratica, ma credono in una democrazia radicale e davvero collettiva. Non si è visto nessuno slogan aggressivo nella manifestazione, nessuna parola d’ordine, ma, cosa inedita, ogni manifestante reggeva un cartello, che rappresentava copertine di libri. Gli uni accanto agli altri: Nabokov, Pétrone, Darwin, Henry Miller, Dostoïevski; e ancora Merleau-Ponty, Kama-sutra, Odissea…

Quello stesso giorno, il governo indebolito poneva la questione di fiducia e tutta l’opposizione votava una mozione di sfiducia. All’annuncio che per tre voti – comprati in modo evidente, che dimostra una corruzione ormai assurta a sistema – la fiducia era passata, la collera è aumentata, la violenza è diventata inevitabile, mentre era profondamente estranea al movimento studentesco che si era legato ai grandi luoghi del malessere sociale, mostrando lucidità e resistenza.

Quello che ormai preoccupa, sono le manifestazioni dei prossimi giorni. Perché si teme una riedizione di Genova 2001, nella misura in cui il governo sarebbe tentato di sfruttare la giusta collera generazionale e collettiva per inventare un stato di emergenza, invece di stabilire un dialogo con interlocutori che hanno – i loro osservatori disinteressati lo riconoscono – “qualcosa di nuovo da dire”. Anche il rifiuto di rispondere è una violenza, più violenta e più colpevole dell’indignazione di tutto un paese.

Fonte: Italia dall'estero

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[Le Monde]

Succede che un paese da molto tempo immobile e anestetizzato da un potere fondato su pilastri allarmanti (media deviati, mafia e altri poteri occulti) si risveglia e si esprime nelle sue componenti più direttamente oppresse: operai cacciati dalle loro fabbriche, immigrati privati dei diritti elementari, vittime di un terremoto particolarmente distruttivo sfruttati e ingannati dalle istituzioni che dovevano proteggerli e aiutarli, Sud avvelenato dai rifiuti tossici nascosti sottoterra clandestinamente, studenti che fin dall’infanzia hanno conosciuto come solo orizzonte un mondo di illusioni e di menzogne che, di fatto li ha privati dell’idea stessa di un futuro che appartiene loro.

Da un pò di tempo, il potere del governo di questo paese si è indebolito. Coloro che erano finora più silenziosi –apparentemente i più rassegnati anche –hanno organizzato cortei pieni di vita, di immaginazione e di impazienza, occupando i tetti delle fabbriche, le torri e, in diciotto città, i monumenti (con il rispetto che avrebbero meritato anche Pompei o il Colosseo).

Poco a poco si è fatta strada un’indignazione di massa. La manifestazione del 14 dicembre che ha avuto luogo a Roma e in tutte le grandi città d’Italia ha riguardato un grandissimo numero di studenti e di liceali, ma anche di operai, di sopravvissuti dell’Aquila e abitanti dei territori partenopei. Per gli studenti, si trattava di affermare una volta di più quello che esprimevano con forza da due anni, senza alcuna risposta da parte del governo: il loro rifiuto di una riforma che ridurrebbe ancora i fondi per la ricerca già quasi inesistenti, che abolirebbe il 90% delle borse [di studio N.d.T.] e che sopprimerebbe 35000 posti, condannando alla disoccupazione un’infinità di insegnanti e di impiegati che aspettano da anni di essere finalmente regolarizzati.

Gli studenti italiani sono condannati in partenza a scegliere tra precarietà e disoccupazione, tra il malcontento e l’espatrio. Il numero di giovani che cercano un lavoro per mesi, per anni, è impressionante; ancora più [alto] il numero di coloro che hanno rinunciato a cercarlo. La riforma annunciata proclama la lotta contro gli sprechi – mentre sono stati recentemente assunti in massa nelle scuole pubbliche gli insegnanti di religione, materia facoltativa e le scuole private sono privilegiate e abbondantemente finanziate, e lo saranno ancora di più dal decreto annunciato.

Quello che gli studenti percepiscono è l’intenzione di destrutturare l’istruzione pubblica e di trasformare l’università in un’istituzione che prepari allo sfruttamento e non all’autonomia, non alla formazione di individui e di cittadini liberi, capaci di un pensiero critico, anzi di un solo e semplice pensiero.

“Noi non siamo rappresentati”, dicono gli studenti, che si sentono relegati fuori dalla politica. Niente a che vedere con la lotta armata, con le ideologie degli anni ‘70. Si sa che questi giovani hanno una profonda cultura democratica, ma credono in una democrazia radicale e davvero collettiva. Non si è visto nessuno slogan aggressivo nella manifestazione, nessuna parola d’ordine, ma, cosa inedita, ogni manifestante reggeva un cartello, che rappresentava copertine di libri. Gli uni accanto agli altri: Nabokov, Pétrone, Darwin, Henry Miller, Dostoïevski; e ancora Merleau-Ponty, Kama-sutra, Odissea…

Quello stesso giorno, il governo indebolito poneva la questione di fiducia e tutta l’opposizione votava una mozione di sfiducia. All’annuncio che per tre voti – comprati in modo evidente, che dimostra una corruzione ormai assurta a sistema – la fiducia era passata, la collera è aumentata, la violenza è diventata inevitabile, mentre era profondamente estranea al movimento studentesco che si era legato ai grandi luoghi del malessere sociale, mostrando lucidità e resistenza.

Quello che ormai preoccupa, sono le manifestazioni dei prossimi giorni. Perché si teme una riedizione di Genova 2001, nella misura in cui il governo sarebbe tentato di sfruttare la giusta collera generazionale e collettiva per inventare un stato di emergenza, invece di stabilire un dialogo con interlocutori che hanno – i loro osservatori disinteressati lo riconoscono – “qualcosa di nuovo da dire”. Anche il rifiuto di rispondere è una violenza, più violenta e più colpevole dell’indignazione di tutto un paese.

Fonte: Italia dall'estero

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La mia “Onda Calabra” non è una macchietta.


http://www.youtube.com/watch?v=h51LUDVb-p0



Di Pino Lipari

Quando mia moglie mi chiama al cellulare la suoneria e "Distratto ma
però" di Peppe Voltarelli , quando invece chiama mio figlio suona
"Anarchy in the U.K." dei Sex Pistols quando chiama tutto il resto del
mondo c'è "Onda Calabra" di Peppe Voltarelli insieme al "Parto delle
nuvole pesanti" e quando suonava mi inorgogliva questo motivo che
racconta l'orgoglio degli emigranti Calabresi in Germania , mi sentivo
unico ad averlo poi qualche giorno fa ha cominciato ad impazzare su
internet e persone che non sanno chi sia Peppe Voltarelli o il "Parto"
persone che di musica si fermano a x factor che non sanno la qualità
ma conoscono solo "l'ultima uscita" postavano sulle loro bacheche
facebook l'onda Calabra ferita e storpiata da parte di Antonio
Albanese,e fanno a gara per avere il motivo al giusto tempo che dice
"Onda calabra Qualunquemente Se c'è pilu non ci manca proprio niente"
Peppe Voltarelli si è molto rattristato per la manipolazione subita
dalla sua canzone ed ha scritto una lettera aperta su il giornale
Calabria Ora,chi lo conosce sa che si tratta di un grande della musica
e conosciuto in tutto il mondo dall'europa alle americhe quest'anno ha
vinto la targa Tenco quindi stiamo parlando di qualcuno che da lustro
alla nostra terra, l'unica cosa positiva sarà che in mezzo a milioni
di cerebrolesi forse alcuni vorranno conoscere l'originale e
apprezzare i concerti dal vivo di Peppe Voltarelli , tutti gli altri
spariranno appena esce l'ultima .....

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La mia “Onda Calabra” non è una macchietta.

“Ciao Antonio, ti scrivo a proposito di Onda Calabra. Sapevo che stavi
lavorando su quella canzone, mi era stato detto che sarebbe entrata
nel film era una cosa che mi faceva piacere perché ti stimo, ero
curioso di vedere lo sviluppo.
Ma quando mi è arrivata la tua versione, era già il 22 dicembre, con
un certo imbarazzo ho scritto a Fandango (la produzione del film) per
chiedere chiarimenti, mi è stato risposto che ormai era tutto fatto e
il 3 gennaio il trailer era già un tormentone su internet. Onda
Calabra è un brano che parla di emigrazione in Germania, che descrive
le sofferenza di una terra martoriata ma, per la prima volta nella
storia, lo fa in maniera sorridente positiva allegra e giocosa, con
quel pizzico di ironia amara che non si piange addosso.
Per questo è una canzone amata dalla gente del Sud come una bandiera,
perché è simbolo di speranza. Una speranza seria non è una macchietta
oppure una gag di cabaret. Per questo non ho dato la mia
autorizzazione all’uso del brano e neanche al rideposito in SIAE, ma
ti assicuro non è una questione di soldi, non è soltanto un fatto di
diritti d’autore.
Credimi è qualcosa di più.
Caro Antonio non sai quanta rabbia provo e quanto è triste pensare che
il mio brano più conosciuto nella tua versione ha perso completamente
il suo significato originario.
La sua forza, la sua dignità e il suo coraggio.
Mi viene da pensare a tutto il lavoro fatto negli ultimi vent’anni anni.
Dai concerti nei piccoli paesi dimenticati da Dio, alle traversate
oceaniche, metro dopo metro, per portare avanti un’idea positiva e di
calabresità sostenibile e a quante volte ho litigato con la Calabria
da cartolina becera ottusa arrogante e mafiosa.
Ignazio Butitta diceva che un popolo è povero per sempre quando gli
tolgono la lingua.
Per questo motivo la canzone Qualunquemente mi ha ferito e credo che
abbia ferito tutti quelli che come me coltivano il sogno del
cambiamento.
Ora ti saluto Antonio, goditi il tuo meritato successo.
Spero che la faccenda si risolverà prima possibile, ma appena puoi per
piacere ridammi indietro la mia canzone”.

Peppe Voltarelli

Fonte: Calabria Ora

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Leggi tutto »

http://www.youtube.com/watch?v=h51LUDVb-p0



Di Pino Lipari

Quando mia moglie mi chiama al cellulare la suoneria e "Distratto ma
però" di Peppe Voltarelli , quando invece chiama mio figlio suona
"Anarchy in the U.K." dei Sex Pistols quando chiama tutto il resto del
mondo c'è "Onda Calabra" di Peppe Voltarelli insieme al "Parto delle
nuvole pesanti" e quando suonava mi inorgogliva questo motivo che
racconta l'orgoglio degli emigranti Calabresi in Germania , mi sentivo
unico ad averlo poi qualche giorno fa ha cominciato ad impazzare su
internet e persone che non sanno chi sia Peppe Voltarelli o il "Parto"
persone che di musica si fermano a x factor che non sanno la qualità
ma conoscono solo "l'ultima uscita" postavano sulle loro bacheche
facebook l'onda Calabra ferita e storpiata da parte di Antonio
Albanese,e fanno a gara per avere il motivo al giusto tempo che dice
"Onda calabra Qualunquemente Se c'è pilu non ci manca proprio niente"
Peppe Voltarelli si è molto rattristato per la manipolazione subita
dalla sua canzone ed ha scritto una lettera aperta su il giornale
Calabria Ora,chi lo conosce sa che si tratta di un grande della musica
e conosciuto in tutto il mondo dall'europa alle americhe quest'anno ha
vinto la targa Tenco quindi stiamo parlando di qualcuno che da lustro
alla nostra terra, l'unica cosa positiva sarà che in mezzo a milioni
di cerebrolesi forse alcuni vorranno conoscere l'originale e
apprezzare i concerti dal vivo di Peppe Voltarelli , tutti gli altri
spariranno appena esce l'ultima .....

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La mia “Onda Calabra” non è una macchietta.

“Ciao Antonio, ti scrivo a proposito di Onda Calabra. Sapevo che stavi
lavorando su quella canzone, mi era stato detto che sarebbe entrata
nel film era una cosa che mi faceva piacere perché ti stimo, ero
curioso di vedere lo sviluppo.
Ma quando mi è arrivata la tua versione, era già il 22 dicembre, con
un certo imbarazzo ho scritto a Fandango (la produzione del film) per
chiedere chiarimenti, mi è stato risposto che ormai era tutto fatto e
il 3 gennaio il trailer era già un tormentone su internet. Onda
Calabra è un brano che parla di emigrazione in Germania, che descrive
le sofferenza di una terra martoriata ma, per la prima volta nella
storia, lo fa in maniera sorridente positiva allegra e giocosa, con
quel pizzico di ironia amara che non si piange addosso.
Per questo è una canzone amata dalla gente del Sud come una bandiera,
perché è simbolo di speranza. Una speranza seria non è una macchietta
oppure una gag di cabaret. Per questo non ho dato la mia
autorizzazione all’uso del brano e neanche al rideposito in SIAE, ma
ti assicuro non è una questione di soldi, non è soltanto un fatto di
diritti d’autore.
Credimi è qualcosa di più.
Caro Antonio non sai quanta rabbia provo e quanto è triste pensare che
il mio brano più conosciuto nella tua versione ha perso completamente
il suo significato originario.
La sua forza, la sua dignità e il suo coraggio.
Mi viene da pensare a tutto il lavoro fatto negli ultimi vent’anni anni.
Dai concerti nei piccoli paesi dimenticati da Dio, alle traversate
oceaniche, metro dopo metro, per portare avanti un’idea positiva e di
calabresità sostenibile e a quante volte ho litigato con la Calabria
da cartolina becera ottusa arrogante e mafiosa.
Ignazio Butitta diceva che un popolo è povero per sempre quando gli
tolgono la lingua.
Per questo motivo la canzone Qualunquemente mi ha ferito e credo che
abbia ferito tutti quelli che come me coltivano il sogno del
cambiamento.
Ora ti saluto Antonio, goditi il tuo meritato successo.
Spero che la faccenda si risolverà prima possibile, ma appena puoi per
piacere ridammi indietro la mia canzone”.

Peppe Voltarelli

Fonte: Calabria Ora

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sabato 22 gennaio 2011

Presidente Napolitano, il 17 marzo non festeggi la Monarchia, è un tradimento



Di Antonio Ciano


"L’archivio storico dello stato maggiore- lo conferma la sciocca laconicità alla quale ha costretto lei, il governo italiano!- è l’armadio nel quale la setta tricolore custodisce e protegge i suoi risorgimentali scheletri infami; custodisce e protegge le prove delle sue gloriosità sempre abiette; custodisce e protegge le prove che nel 1860 l’esercito piemontese calò a tradimento nel Regno di Napoli e si comportò, secondo il naturale dei suoi bersaglieri e dei suoi carabinieri, da orda barbarica; custodisce e protegge le prove che Vittorio Emanuele II di Savoia, ladro, usurpatore, assassino ( e perciò galantuomo) nonché il suo protobeccaio Benso Camillo, porco di stato ( e perciò statista sommo) ordinarono ai propri sadici chianchieri ( traduco per i toschi: ai propri sadici macellai) di mettere a ferro e fuoco l’invaso Reame, libero, indipendente e sovrano, e di annetterlo quindi al Piemonte grazie ad un plebiscito che fu soltanto una truffa schifosa, combinata da garibaldesi, da guardie nazionali, da soldati allobrogici, e da camorristi..."

(Interpellanza parlamentare di Angelo Manna)



Il presidente della Repubblica Napolitano, tradendo la sua funzione istituzionale, festeggerà il 17 marzo i 150 anni della Monarchia sabauda. . Un affronto alla nostra Repubblica.

Trattasi di tradimento alla Resistenza, a quanti si sono immolati, a quanti sono morti per darci la libertà, morti per questa Repubblica diventata un puttanaio.

Sig Presidente, ci ripensi, il 17 marzo non può recarsi a rendere omaggio a Vittorio Emanuele II, uno dei più grandi criminali della storia.

Invase il Regno delle due Sicilie senza dichiarazione di guerra, massacrò un milione di meridionali, fece smantellare fabbriche, fece smembrare il tesoro delle Due Sicilie, fece emigrare milioni di italiani.


Come ha scritto Manna, Vittorio Emanuele II era un ladro, un usurpatore,un assassino, un massone, un monarca.

La Repubblica Italiana è nata sulle ceneri di casa savoia; il presidente di una repubblica non può festeggiare la monarchia perdente, feroce, che massacrò una parte d'Italia per arricchire l'altra.


L'Italia fu riunita il 25 aprile del 1945, dopo che fu divisa in tre tronconi dalla fuga di un altro savoia l'8 settembre del 1943.

L'Italia nord-orientale fu accorpata il 10 settembre del 1943 al Terzo Reich con un decreto di Hitler;

l'Italia nord -occidentale era amministrata da Mussolini con la RSI;

il Sud era amministrato dagli Alleati.


Gli storici di regime e la massoneria, Sig Presidente, la stanno guidando verso il baratro istituzionale.


I ragazzi non capiscono, non si può confondere l'Unità d'Italia con il Regno d'Italia.


La Francia festeggia la Repubblica e non la Monarchia.

Gli israeliani festeggiano il loro stato e non Hitler che li massacrò.


Il re fellone Vittorio Emanuele III, dopo aver promulgato le leggi razziste contro gli ebrei, ha ancora strade e piazze intitolate, faccia un decreto presidenziale; bisogna cancellarlo dalla storia, dalle strade, dalle piazze italiane.


Gliene saranno grati gli ebrei , gli italiani e il mondo intero. Questo è il gesto che un Presidente della Repubblica nata dalla resistenza deve compiere.


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Di Antonio Ciano


"L’archivio storico dello stato maggiore- lo conferma la sciocca laconicità alla quale ha costretto lei, il governo italiano!- è l’armadio nel quale la setta tricolore custodisce e protegge i suoi risorgimentali scheletri infami; custodisce e protegge le prove delle sue gloriosità sempre abiette; custodisce e protegge le prove che nel 1860 l’esercito piemontese calò a tradimento nel Regno di Napoli e si comportò, secondo il naturale dei suoi bersaglieri e dei suoi carabinieri, da orda barbarica; custodisce e protegge le prove che Vittorio Emanuele II di Savoia, ladro, usurpatore, assassino ( e perciò galantuomo) nonché il suo protobeccaio Benso Camillo, porco di stato ( e perciò statista sommo) ordinarono ai propri sadici chianchieri ( traduco per i toschi: ai propri sadici macellai) di mettere a ferro e fuoco l’invaso Reame, libero, indipendente e sovrano, e di annetterlo quindi al Piemonte grazie ad un plebiscito che fu soltanto una truffa schifosa, combinata da garibaldesi, da guardie nazionali, da soldati allobrogici, e da camorristi..."

(Interpellanza parlamentare di Angelo Manna)



Il presidente della Repubblica Napolitano, tradendo la sua funzione istituzionale, festeggerà il 17 marzo i 150 anni della Monarchia sabauda. . Un affronto alla nostra Repubblica.

Trattasi di tradimento alla Resistenza, a quanti si sono immolati, a quanti sono morti per darci la libertà, morti per questa Repubblica diventata un puttanaio.

Sig Presidente, ci ripensi, il 17 marzo non può recarsi a rendere omaggio a Vittorio Emanuele II, uno dei più grandi criminali della storia.

Invase il Regno delle due Sicilie senza dichiarazione di guerra, massacrò un milione di meridionali, fece smantellare fabbriche, fece smembrare il tesoro delle Due Sicilie, fece emigrare milioni di italiani.


Come ha scritto Manna, Vittorio Emanuele II era un ladro, un usurpatore,un assassino, un massone, un monarca.

La Repubblica Italiana è nata sulle ceneri di casa savoia; il presidente di una repubblica non può festeggiare la monarchia perdente, feroce, che massacrò una parte d'Italia per arricchire l'altra.


L'Italia fu riunita il 25 aprile del 1945, dopo che fu divisa in tre tronconi dalla fuga di un altro savoia l'8 settembre del 1943.

L'Italia nord-orientale fu accorpata il 10 settembre del 1943 al Terzo Reich con un decreto di Hitler;

l'Italia nord -occidentale era amministrata da Mussolini con la RSI;

il Sud era amministrato dagli Alleati.


Gli storici di regime e la massoneria, Sig Presidente, la stanno guidando verso il baratro istituzionale.


I ragazzi non capiscono, non si può confondere l'Unità d'Italia con il Regno d'Italia.


La Francia festeggia la Repubblica e non la Monarchia.

Gli israeliani festeggiano il loro stato e non Hitler che li massacrò.


Il re fellone Vittorio Emanuele III, dopo aver promulgato le leggi razziste contro gli ebrei, ha ancora strade e piazze intitolate, faccia un decreto presidenziale; bisogna cancellarlo dalla storia, dalle strade, dalle piazze italiane.


Gliene saranno grati gli ebrei , gli italiani e il mondo intero. Questo è il gesto che un Presidente della Repubblica nata dalla resistenza deve compiere.


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150°, ecco il programma. Gaeta festeggia solo i borbonici

Postiamo questo articolo di Telefree per evidenziare come l'articolo , che intende essere di critica all' attuale giunta meridionalista di Gaeta ( sui conti del Comune non possono più criticare..), fa in realtà giustizia degli attacchi che alcuni pseudo meridionalisti continuano a portare, anche in questi giorni, all'Amministrazione gaetana e al Partito del Sud in relazione alle commemorazioni previste per il 13 febbraio 2011.

Noi del Partito del Sud saremo a Gaeta il 13 febbraio, come ogni anno, per ricordare la caduta della fortezza di Gaeta che avvenne il 13 febbraio 1861 ....

Per il 13 di febbraio invitiamo a Gaeta tutti i meridionalisti veri.

Partito del Sud

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In anteprima le celebrazioni del Comune: niente Unità d'Italia, solo assedio. Raimondi: "Restiamo fuori dalle feste ufficiali".
letture: 312
Data evento: venerdì 11 feb 2011 a domenica 13 nov 2011
il sindaco coi borbonici nel 2010
il sindaco coi borbonici nel 2010
Gaeta: "Io penso che il 17 marzo non ci sarà nè scuola nè lavoro. E' scritto nella legge". Così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, nell'ambito della presentazione per le celebrazioni del 150° anniversario dell'Italia unita. "Il 17 marzo, Festa del tricolore, sarà festa nazionale a tutti gli effetti. "Ma solo per il 2011, l'anno della ricorrenza", ha precisato.

[Repubblica.it]

>> Italia 150: il programma ufficiale [pdf]

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Niente festeggiamenti, solo commemorazioni borboniche. La scelta "isolazionista" del Comune di Gaeta per il 2011

Il 17 marzo, anniversario della proclamazione del Regno d'Italia da parte del re Vittorio Emanuele II, sarà, solo per quest'anno, festa nazionale. E culmine delle celebrazioni per i 150 anni dell'unità nazionale. Ma Gaeta non festeggerà. A confermarlo è stato nei giorni scorsi lo stesso sindaco civico Antonio Raimondi, affiancato dall'assessore del Partito del Sud Antonio Ciano: "Il 17 marzo Gaeta non festeggerà. Celebreremo l'assedio e la caduta di Gaeta con le cerimonie del 13 febbraio e poi basta. D'altronde il governo ci ha tagliato fuori dalle celebrazioni ufficiali. E noi vogliamo puntare alla verità storica di fronte all'unità d'Italia e alla storia della nostra città".
Più nette le parole di Ciano, la cui storia di anti-risorgimentale e simpatizzante neoborbonico è nota: "Non vogliamo festeggiare l'invasione piemontese che ha portato Gaeta e il Sud alla rovina, nè quei criminali dei Savoia cui abbiamo anche fatto causa. Per noi l'Italia nasce il 2 giugno 1946".

Il programma delle celebrazioni ufficiali del Comune di Gaeta, che qui vi proponiamo in anteprima, conferma questa visione. Gaeta fa da sola: non festeggerà per niente l'Unità d'Italia ma ricorderà solo l'assedio e la sconfitta borbonica del 1861; non ospiterà nessuna manifestazione nazionale del governo o del comitato Italia 150; non esporrà tricolori ma gigli borbonici. Nel weekend di metà febbraio ci saranno parate di revival borbonico e omaggi ai caduti, forse rispunterà fuori anche il monumento ai caduti inaugurato dal sindaco lo scorso 5 novembre e subito smantellato per irregolarità edilizie. L'assessore Ciano ha rivelato che il Comune aveva invitato, per il 13 febbraio, il presidente Napolitano ma dal Quirinale non è arrivata nessuna risposta. "Gli eventi previsti - si legge nella bozza del programma - nati con lo spirito istituzionale di riportare alla luce il patrimonio di verità storica che appartiene a tutti i Meridionali, si svolgeranno, come ogni anno, con il patrocinio e la collaborazione della Regione Lazio, del Comune di Gaeta, della Camera di Commercio di Latina, del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, dell'Associazione Nazionale Ex Allievi della Nunziatella, della Confcommercio di Latina, dell'Ascom Gaeta, della Pro Loco Gaeta, e di numerosi altri Enti ed Associazioni aderenti all'iniziativa". Non c'è traccia, invece, dell'annunciato "festival della canzone del Sud", la famosa anti-Sanremo gaetana, che probabilmente sarà proposto in qualche modo all'interno dello Yacht Med Festival di aprile.

Tutt'altra cosa questo 2011 rispetto al 1961 quando, per il centenario dell'Unità, Gaeta fu teatro di importanti celebrazioni governative, con l'allora sindaco Corbo. L'impostazione "isolazionista" di Gaeta e di Raimondi per i 150 anni dell'Unità d'Italia è destinata a provocare polemiche. Critiche sono già arrivate nei mesi scorsi dal centrodestra e anche nel Pd che ufficialmente sostiene ancora la maggioranza civica si registrano forti malumori.

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IL PROGRAMMA/ 11, 12 e 13 febbraio, le celebrazioni della "fedelissima" Gaeta

Venerdì 11 febbraio

Centro Storico Culturale "Gaeta", Via Annunziata 7
ore 17.00: Inaugurazione della mostra sull'Esercito Borbonico;
ore 17.30: Presentazione ufficiale della medaglia celebrativa del Comune di Gaeta per il 150° dell'Unità d'Italia;
ore 18.00: Presentazione del libro di Aldo Vella "Gaeta, il fuoco e la polvere" (Edizioni Il Castello) alla presenza dell'autore.

Sabato 12 febbraio

ore 10.30: "Ritornano i Borbone"
Percorso rievocativo di sapori, soldati, musiche e tradizioni del Popolo Gaetano e del Regno delle Due Sicilie.
A cura di: CAT Confcommercio della Provincia di Latina, Associazione Commercianti Gaeta.
Partenza dalla Chiesa degli Scalzi e arrivo alla Porta Carlo III.
La città festeggia un rievocativo ritorno dei Borbone.
Al corteo partecipano figuranti: re, regina, corte, popolo in costumi serici settecenteschi, preceduti dalla parata dei Reggimenti dell'Armata di Terra e di Mare del Regno delle Due Sicilie completi di un cannone trainato a mano.
Saluto con salve di cannone e di fucili.
Lungo il percorso rievocativo concerti di musica tradizionale e brigantesca dell'800.
Degustazione delle pietanze tipiche del Ducato di Gaeta.

ore 12.00: Riapertura simbolica della Porta Carlo III.
Commemorazione del Centocinquantenario dell'Assedio da parte del Sindaco di Gaeta e delle Autorità.

ore 15.30: Hotel Serapo, Convegno storico e dibattito finale.
Interverranno storici, giornalisti, meridionalisti e scrittori.
Saranno esposti stand con libri ed oggettistica.

ore 21.00: Tutti a Tavola!
Menù storici dell'assedio del 1860-61 nei ristoranti di Gaeta Medievale.
Musica e canti che ci faranno rivivere le incantevoli notti del Regno.

Domenica 13 febbraio

ore 10.30: Messa Solenne in suffragio dei Caduti del 1860/61, nel Tempio di San Francesco (ricostruito dal Re Ferdinando II di Borbone in onore del Papa Pio IX).

ore 12.00: Cerimonia del lancio a mare della corona di fiori offerta dalla Nunziatella in memoria dei Caduti del 1860-1861.
Rievocazione storica con alzabandiera, salutato a salve di cannone e fucili lungo gli spalti ove esisteva la Batteria Transilvania, a cura dei Raggruppamenti storico-militari delle Armate di Terra e di Mare del Regno delle Due Sicilie.

A breve sarà diramato il programma ufficiale dell'evento e l'invito a tutti gli eredi delle Due Sicilie.


Fonte:Telefree


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Postiamo questo articolo di Telefree per evidenziare come l'articolo , che intende essere di critica all' attuale giunta meridionalista di Gaeta ( sui conti del Comune non possono più criticare..), fa in realtà giustizia degli attacchi che alcuni pseudo meridionalisti continuano a portare, anche in questi giorni, all'Amministrazione gaetana e al Partito del Sud in relazione alle commemorazioni previste per il 13 febbraio 2011.

Noi del Partito del Sud saremo a Gaeta il 13 febbraio, come ogni anno, per ricordare la caduta della fortezza di Gaeta che avvenne il 13 febbraio 1861 ....

Per il 13 di febbraio invitiamo a Gaeta tutti i meridionalisti veri.

Partito del Sud

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In anteprima le celebrazioni del Comune: niente Unità d'Italia, solo assedio. Raimondi: "Restiamo fuori dalle feste ufficiali".
letture: 312
Data evento: venerdì 11 feb 2011 a domenica 13 nov 2011
il sindaco coi borbonici nel 2010
il sindaco coi borbonici nel 2010
Gaeta: "Io penso che il 17 marzo non ci sarà nè scuola nè lavoro. E' scritto nella legge". Così il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni Letta, nell'ambito della presentazione per le celebrazioni del 150° anniversario dell'Italia unita. "Il 17 marzo, Festa del tricolore, sarà festa nazionale a tutti gli effetti. "Ma solo per il 2011, l'anno della ricorrenza", ha precisato.

[Repubblica.it]

>> Italia 150: il programma ufficiale [pdf]

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Niente festeggiamenti, solo commemorazioni borboniche. La scelta "isolazionista" del Comune di Gaeta per il 2011

Il 17 marzo, anniversario della proclamazione del Regno d'Italia da parte del re Vittorio Emanuele II, sarà, solo per quest'anno, festa nazionale. E culmine delle celebrazioni per i 150 anni dell'unità nazionale. Ma Gaeta non festeggerà. A confermarlo è stato nei giorni scorsi lo stesso sindaco civico Antonio Raimondi, affiancato dall'assessore del Partito del Sud Antonio Ciano: "Il 17 marzo Gaeta non festeggerà. Celebreremo l'assedio e la caduta di Gaeta con le cerimonie del 13 febbraio e poi basta. D'altronde il governo ci ha tagliato fuori dalle celebrazioni ufficiali. E noi vogliamo puntare alla verità storica di fronte all'unità d'Italia e alla storia della nostra città".
Più nette le parole di Ciano, la cui storia di anti-risorgimentale e simpatizzante neoborbonico è nota: "Non vogliamo festeggiare l'invasione piemontese che ha portato Gaeta e il Sud alla rovina, nè quei criminali dei Savoia cui abbiamo anche fatto causa. Per noi l'Italia nasce il 2 giugno 1946".

Il programma delle celebrazioni ufficiali del Comune di Gaeta, che qui vi proponiamo in anteprima, conferma questa visione. Gaeta fa da sola: non festeggerà per niente l'Unità d'Italia ma ricorderà solo l'assedio e la sconfitta borbonica del 1861; non ospiterà nessuna manifestazione nazionale del governo o del comitato Italia 150; non esporrà tricolori ma gigli borbonici. Nel weekend di metà febbraio ci saranno parate di revival borbonico e omaggi ai caduti, forse rispunterà fuori anche il monumento ai caduti inaugurato dal sindaco lo scorso 5 novembre e subito smantellato per irregolarità edilizie. L'assessore Ciano ha rivelato che il Comune aveva invitato, per il 13 febbraio, il presidente Napolitano ma dal Quirinale non è arrivata nessuna risposta. "Gli eventi previsti - si legge nella bozza del programma - nati con lo spirito istituzionale di riportare alla luce il patrimonio di verità storica che appartiene a tutti i Meridionali, si svolgeranno, come ogni anno, con il patrocinio e la collaborazione della Regione Lazio, del Comune di Gaeta, della Camera di Commercio di Latina, del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, dell'Associazione Nazionale Ex Allievi della Nunziatella, della Confcommercio di Latina, dell'Ascom Gaeta, della Pro Loco Gaeta, e di numerosi altri Enti ed Associazioni aderenti all'iniziativa". Non c'è traccia, invece, dell'annunciato "festival della canzone del Sud", la famosa anti-Sanremo gaetana, che probabilmente sarà proposto in qualche modo all'interno dello Yacht Med Festival di aprile.

Tutt'altra cosa questo 2011 rispetto al 1961 quando, per il centenario dell'Unità, Gaeta fu teatro di importanti celebrazioni governative, con l'allora sindaco Corbo. L'impostazione "isolazionista" di Gaeta e di Raimondi per i 150 anni dell'Unità d'Italia è destinata a provocare polemiche. Critiche sono già arrivate nei mesi scorsi dal centrodestra e anche nel Pd che ufficialmente sostiene ancora la maggioranza civica si registrano forti malumori.

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IL PROGRAMMA/ 11, 12 e 13 febbraio, le celebrazioni della "fedelissima" Gaeta

Venerdì 11 febbraio

Centro Storico Culturale "Gaeta", Via Annunziata 7
ore 17.00: Inaugurazione della mostra sull'Esercito Borbonico;
ore 17.30: Presentazione ufficiale della medaglia celebrativa del Comune di Gaeta per il 150° dell'Unità d'Italia;
ore 18.00: Presentazione del libro di Aldo Vella "Gaeta, il fuoco e la polvere" (Edizioni Il Castello) alla presenza dell'autore.

Sabato 12 febbraio

ore 10.30: "Ritornano i Borbone"
Percorso rievocativo di sapori, soldati, musiche e tradizioni del Popolo Gaetano e del Regno delle Due Sicilie.
A cura di: CAT Confcommercio della Provincia di Latina, Associazione Commercianti Gaeta.
Partenza dalla Chiesa degli Scalzi e arrivo alla Porta Carlo III.
La città festeggia un rievocativo ritorno dei Borbone.
Al corteo partecipano figuranti: re, regina, corte, popolo in costumi serici settecenteschi, preceduti dalla parata dei Reggimenti dell'Armata di Terra e di Mare del Regno delle Due Sicilie completi di un cannone trainato a mano.
Saluto con salve di cannone e di fucili.
Lungo il percorso rievocativo concerti di musica tradizionale e brigantesca dell'800.
Degustazione delle pietanze tipiche del Ducato di Gaeta.

ore 12.00: Riapertura simbolica della Porta Carlo III.
Commemorazione del Centocinquantenario dell'Assedio da parte del Sindaco di Gaeta e delle Autorità.

ore 15.30: Hotel Serapo, Convegno storico e dibattito finale.
Interverranno storici, giornalisti, meridionalisti e scrittori.
Saranno esposti stand con libri ed oggettistica.

ore 21.00: Tutti a Tavola!
Menù storici dell'assedio del 1860-61 nei ristoranti di Gaeta Medievale.
Musica e canti che ci faranno rivivere le incantevoli notti del Regno.

Domenica 13 febbraio

ore 10.30: Messa Solenne in suffragio dei Caduti del 1860/61, nel Tempio di San Francesco (ricostruito dal Re Ferdinando II di Borbone in onore del Papa Pio IX).

ore 12.00: Cerimonia del lancio a mare della corona di fiori offerta dalla Nunziatella in memoria dei Caduti del 1860-1861.
Rievocazione storica con alzabandiera, salutato a salve di cannone e fucili lungo gli spalti ove esisteva la Batteria Transilvania, a cura dei Raggruppamenti storico-militari delle Armate di Terra e di Mare del Regno delle Due Sicilie.

A breve sarà diramato il programma ufficiale dell'evento e l'invito a tutti gli eredi delle Due Sicilie.


Fonte:Telefree


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E' uscita la pubblicazione annuale del Centro Studi sul Risorgimento e sugli Stati Preunitari dedicata ai progetti preunitari per un'Italia federale


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Editoriale. Risorgimento: problema di oggi di Elena Bianchini Braglia

Il progetto di confederazione Austro-Italica di Francesco V di Paolo Rodolfo Carraro

I Borboni e l'idea federale al Sud di Costanza Castellano e Natale Cuccurese

Il neoguelfismo e Vincenzo Gioberti di Francesco Mario Agnoli

Carlo Cattaneo e il federalismo repubblicano di Elena Bianchini Braglia

In Padania il Risorgimento nasce federalista di Gilberto Oneto

Daniele Manin e la rivoluzione veneta di Ettore Beggiato

Pio X, Rosmini e il Risorgimento di Paolo Gulisano

Breve confronto tra il processo di unificazione tedesco e quello italiano di Andrea Galletti

Risorgimento italiano e sguardo europeo di Adolfo Morganti

Nord e Sud a confronto sui frutti dell'unità. Interviste a Edoardo Vitale, direttore delll'Alfiere, e a Lorenzo Fontana, deputato europeo della Lega Nord

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La rivista Il Ducato - Terre Estensi si può ricevere a casa per posta sottoscrivendo l'abbonamento. L'abbonamento costa 20 Euro per ricevere i 4 numeri annuali di Il Ducato - Terre Estensi
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