sabato 18 dicembre 2010

Petrolio, 20 permessi dal Ministero su cui la Regione non ha alcuna potestà


Texani, canadesi, irlandesi, yemeniti. Tutti a caccia dell'oro nero nel Canale di Sicilia. Un vero e proprio assalto al mare delle coste dell'Isola da parte di piccole e mega compagnie internazionali di petrolio. Sono ben 20 le domande per trivellazioni al vaglio del ministero dello Sviluppo economico, sulle quali la Regione non ha alcun potere.

Tutto ciò che riguarda le con piattaforme off-shore transita dalle stanze del ministero, mentre il governo di Raffaele Lombardo ha già approvato una delibera che dice "no" alle trivellazioni.

"Siamo di fronte a un assalto che rischia di stravolgere l'economia della nostra regione, mettendo in grandi difficoltà le marinerie ma anche gli imprenditori che hanno investito nel turismo, come i Rocco Forte che adesso a Sciacca davanti al loro golf resort potrebbero vedersi installate tre mega piattaforme petrolifere", dice l'assessore al Territorio Roberto Di Mauro, che ha già dato mandato al rappresentante della Regione nel nucleo di Valutazione d'impatto ambientale del ministero, la soprintendente di Ragusa Vera Greco, di opporsi chiedendo relazioni su relazioni per il rischio d'inquinamento del mare e delle coste, "a oggi mai arrivate".


L'assessore Di Mauro ha sul suo tavolo un dossier di 40 pagine che da un lato mette nero su bianco i rischi per l'economia e l'ambiente siciliano, e dall'altro chi sono le imprese che vogliono trivellare nel Canale di Sicilia.

Oltre alle 6 piattaforme al momento installate al largo di Ragusa e del golfo di Gela, e oltre alle 20 istanze già approvate, al ministero ci sono ben 20 richieste di autorizzazione a nuovi permessi di ricerca nel Canale di Sicilia. Cinque fanno capo alla Northern Petroleum, colosso londinese che con la Shell ha già avviato ricerche in tutto il Mediterraneo.

La società inglese chiede di poter installare tre piattaforme nel mare delle Isole Egadi per avviare ricerche in una superficie complessiva di 1.600 chilometri quadrati. La Northern Petroleum chiede di poter avviare ricerche anche nel golfo di Gela, nella zona di Capo Rossello ad Agrigento e, insieme agli irlandesi della Petrolcelitc Elsa, nel mare tra Siculiana e Porto Empedocle.

La Petrolceltic è controllata al 100 per cento dall'omonima società irlandese, e in Italia ha stretto collaborazioni con Vega Oil ed Eni, con la quale chiede di trivellare anche nel golfo di Gela.

I canadesi della Hunt oil company, invece, hanno messo nel mirino tre siti: il primo tra Sciacca e Agrigento, il secondo tra Sciacca e Siculiana Marina, e il terzo tra Mazara del Vallo e Menfi. E se la Puma petroleum, società anche questa londinese, chiede di poter avviare ricerche tra Lampedusa e Linosa, un consorzio composto dalla British gas e della italiane Eni ed Edison chiede di poter avviare ricerche tra Licata e Punta Bianca.

Anche i texani, dopo il tentativo della Panther Oil nel Val di Noto, vogliono cercare petrolio nel mar siciliano. Precisamente tra Scoglitti e Pozzallo, attraverso la Sviluppo risorse naturali (Srn), società controllata dalla Mediterranean Resources con sede ad Austin in Texas. Ultima istanza presentata al ministero è quella dei canadesi della Nautical petroleum, che chiedono di avviare ricerche tra la foce del fiume Dirillo e punta D'Aliga.
Ma perché tutto questo interesse a trivellare nel mare siciliano? Semplice: secondo i dati del ministero nel Canale di Sicilia giace una riserva di petrolio apri a 2,3 milioni di tonnellate certamente estraibili, un terzo di quello che risiede nel resto del mare che bagna le coste d'Italia.

L'assessore Di Mauro ha già commissionato un primo studio sui rischi per l'economia in caso d'incidenti come quello avvenuto nel golfo del Messico causato dalla British petroleum. "La gran parte dei richieste di estrazione insiste su riserve naturali protette e siti di importanza comunitaria - dice Di Mauro - Ci sono intere marinerie, come quelle di Trapani, Mazara del Vallo o Sciacca, che non solo non potrebbero avvicinarsi in un raggio di 500 metri attorno alle piattaforme, ma che soltanto per il traffico di petroliere che ci sarà nel Canale di Sicilia vedrebbero ridotto il loro raggio d'azione".

Per la sovrintendete di Ragusa, Greco, i rischi sono elevati: "Al ministero ci hanno fatto vedere delle simulazione in caso d'incidenti, spiegandoci che le correnti marine sono quasi sempre dalla terraferma verso il largo - dice la Greco - Ma quel "quasi" significa pure che le correnti potrebbero a volte spingere eventuali chiazze di petrolio verso le nostre coste".


Fonte: Ragusanews

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Texani, canadesi, irlandesi, yemeniti. Tutti a caccia dell'oro nero nel Canale di Sicilia. Un vero e proprio assalto al mare delle coste dell'Isola da parte di piccole e mega compagnie internazionali di petrolio. Sono ben 20 le domande per trivellazioni al vaglio del ministero dello Sviluppo economico, sulle quali la Regione non ha alcun potere.

Tutto ciò che riguarda le con piattaforme off-shore transita dalle stanze del ministero, mentre il governo di Raffaele Lombardo ha già approvato una delibera che dice "no" alle trivellazioni.

"Siamo di fronte a un assalto che rischia di stravolgere l'economia della nostra regione, mettendo in grandi difficoltà le marinerie ma anche gli imprenditori che hanno investito nel turismo, come i Rocco Forte che adesso a Sciacca davanti al loro golf resort potrebbero vedersi installate tre mega piattaforme petrolifere", dice l'assessore al Territorio Roberto Di Mauro, che ha già dato mandato al rappresentante della Regione nel nucleo di Valutazione d'impatto ambientale del ministero, la soprintendente di Ragusa Vera Greco, di opporsi chiedendo relazioni su relazioni per il rischio d'inquinamento del mare e delle coste, "a oggi mai arrivate".


L'assessore Di Mauro ha sul suo tavolo un dossier di 40 pagine che da un lato mette nero su bianco i rischi per l'economia e l'ambiente siciliano, e dall'altro chi sono le imprese che vogliono trivellare nel Canale di Sicilia.

Oltre alle 6 piattaforme al momento installate al largo di Ragusa e del golfo di Gela, e oltre alle 20 istanze già approvate, al ministero ci sono ben 20 richieste di autorizzazione a nuovi permessi di ricerca nel Canale di Sicilia. Cinque fanno capo alla Northern Petroleum, colosso londinese che con la Shell ha già avviato ricerche in tutto il Mediterraneo.

La società inglese chiede di poter installare tre piattaforme nel mare delle Isole Egadi per avviare ricerche in una superficie complessiva di 1.600 chilometri quadrati. La Northern Petroleum chiede di poter avviare ricerche anche nel golfo di Gela, nella zona di Capo Rossello ad Agrigento e, insieme agli irlandesi della Petrolcelitc Elsa, nel mare tra Siculiana e Porto Empedocle.

La Petrolceltic è controllata al 100 per cento dall'omonima società irlandese, e in Italia ha stretto collaborazioni con Vega Oil ed Eni, con la quale chiede di trivellare anche nel golfo di Gela.

I canadesi della Hunt oil company, invece, hanno messo nel mirino tre siti: il primo tra Sciacca e Agrigento, il secondo tra Sciacca e Siculiana Marina, e il terzo tra Mazara del Vallo e Menfi. E se la Puma petroleum, società anche questa londinese, chiede di poter avviare ricerche tra Lampedusa e Linosa, un consorzio composto dalla British gas e della italiane Eni ed Edison chiede di poter avviare ricerche tra Licata e Punta Bianca.

Anche i texani, dopo il tentativo della Panther Oil nel Val di Noto, vogliono cercare petrolio nel mar siciliano. Precisamente tra Scoglitti e Pozzallo, attraverso la Sviluppo risorse naturali (Srn), società controllata dalla Mediterranean Resources con sede ad Austin in Texas. Ultima istanza presentata al ministero è quella dei canadesi della Nautical petroleum, che chiedono di avviare ricerche tra la foce del fiume Dirillo e punta D'Aliga.
Ma perché tutto questo interesse a trivellare nel mare siciliano? Semplice: secondo i dati del ministero nel Canale di Sicilia giace una riserva di petrolio apri a 2,3 milioni di tonnellate certamente estraibili, un terzo di quello che risiede nel resto del mare che bagna le coste d'Italia.

L'assessore Di Mauro ha già commissionato un primo studio sui rischi per l'economia in caso d'incidenti come quello avvenuto nel golfo del Messico causato dalla British petroleum. "La gran parte dei richieste di estrazione insiste su riserve naturali protette e siti di importanza comunitaria - dice Di Mauro - Ci sono intere marinerie, come quelle di Trapani, Mazara del Vallo o Sciacca, che non solo non potrebbero avvicinarsi in un raggio di 500 metri attorno alle piattaforme, ma che soltanto per il traffico di petroliere che ci sarà nel Canale di Sicilia vedrebbero ridotto il loro raggio d'azione".

Per la sovrintendete di Ragusa, Greco, i rischi sono elevati: "Al ministero ci hanno fatto vedere delle simulazione in caso d'incidenti, spiegandoci che le correnti marine sono quasi sempre dalla terraferma verso il largo - dice la Greco - Ma quel "quasi" significa pure che le correnti potrebbero a volte spingere eventuali chiazze di petrolio verso le nostre coste".


Fonte: Ragusanews

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venerdì 17 dicembre 2010

Germania: i critici dell'Euro guadagnano visibilità pubblica


16 dicembre 2010 (MoviSol) - Mentre si sgretola il sistema dell'Euro tra turbolenze politiche e sociali, si rafforza l'opposizione al complotto sovrannazionale della Commissione UE. La scorsa settimana alcuni dei più autorevoli critici tedeschi si sono rivolti ai media stranieri per allargare i consensi alla loro azione e incoraggiare altri a ricorsi costituzionali. Karl Albrecht Schachtschneider, ad esempio, ha illustrato le sue argomentazioni contro il Trattato di Lisbona e l'Eurosistema in un'intervista al giornale in lingua tedesca di Praga, il Prager Zeitung, in cui egli ha anche previsto un crollo dell'Euro a breve termine. Un altro dei "cinque professori", Wilhelm Hankel, è stato intervistato dalla BBC e da O Globo, il principale quotidiano brasiliano.

Nel frattempo, in Germania, un nome molto famoso si è unito alla battaglia contro l'Euro: Patrick Adenauer, il nipote del famoso cancelliere tedesco dal 1949 al 1963. Patrick è uno dei 50 imprenditori che hanno presentato un ricorso costituzionale il 5 dicembre, assieme ad una richiesta di ingiunzione preventiva per impedire al governo tedesco di impegnare un singolo centesimo di soldi dei contribuenti per le banche irlandesi, prima ancora che la Corte Costituzionale emetta un verdetto sul ricorso principale.

Joachim Starbatty, un altro dei "cinque professori", ha affrontato una batteria di irriducibili sostenitori dell'euro alla popolare trasmissione "Berlin Mitte" condotta dalla giornalista Maybrit Illner. Nella puntata del 9 dicembre, Starbatty ha spiegato che con i fondi di salvataggio "non stiamo salvando l'euro, ma stiamo salvando le banche". Il pacchetto di salvataggio per l'Irlanda viene usato per pagare i creditori, ha affermato, e ha giudicato comprensibile l'opposizione del Cancelliere Merkel alla proposta di Eurobonds e di un'Agenzia Europea per il Debito. Gli attacchi del lussemburghese Juncker, che ha chiamato Merkel "anti-europea" e "semplicistica", sono "impertinenti" e "intollerabili", ha dichiarato Starbatty tra gli appalusi del pubblico. I salvataggi finanziari sono come "gettare banconote nel fuoco" e la terapia di "tagli, tagli, tagli" imposta dall'UE è "folle".

Starbatty ha anche denunciato il famoso incontro cospirativo di hedge funds l'8 febbraio scorso a New York, tra cui il Management Fund di Soros, in cui fu presa la decisione di attaccare l'euro.

A mettere nel mirino la BCE è stato l'ex presidente della Bundesbank Helmut Schlesinger, in un servizio di copertina del settimanale Der Spiegel il 6 dicembre, intitolato "L'ultima battaglia". Per Schlesinger, è stato "un errore per la BCE impegnarsi con l'annuncio di disponibilità ad acquistare titoli di stato" come nel caso di Grecia e Irlanda. Secondo Schlesinger, ciò ha infranto un tabù a cui in Germania ci si riferisce tradizionalmente col nome di "Mefo bonds", un sistema inventato dal ministro del Tesoro nazista Hjalmar Schacht nel 1934. Mefo sta per una scatola vuota, chiamata Metallurgische Forschungsgesellschaft, che fu fondata dai nazisti e cominciò a emettere obbligazioni che il Reich tedesco usò negli anni '30 per finanziare il riarmo. "Per non appesantire il bilancio pubblico, i nazisti azionarono le stampanti", ha detto Schlesinger.

Fonte:Movisol

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16 dicembre 2010 (MoviSol) - Mentre si sgretola il sistema dell'Euro tra turbolenze politiche e sociali, si rafforza l'opposizione al complotto sovrannazionale della Commissione UE. La scorsa settimana alcuni dei più autorevoli critici tedeschi si sono rivolti ai media stranieri per allargare i consensi alla loro azione e incoraggiare altri a ricorsi costituzionali. Karl Albrecht Schachtschneider, ad esempio, ha illustrato le sue argomentazioni contro il Trattato di Lisbona e l'Eurosistema in un'intervista al giornale in lingua tedesca di Praga, il Prager Zeitung, in cui egli ha anche previsto un crollo dell'Euro a breve termine. Un altro dei "cinque professori", Wilhelm Hankel, è stato intervistato dalla BBC e da O Globo, il principale quotidiano brasiliano.

Nel frattempo, in Germania, un nome molto famoso si è unito alla battaglia contro l'Euro: Patrick Adenauer, il nipote del famoso cancelliere tedesco dal 1949 al 1963. Patrick è uno dei 50 imprenditori che hanno presentato un ricorso costituzionale il 5 dicembre, assieme ad una richiesta di ingiunzione preventiva per impedire al governo tedesco di impegnare un singolo centesimo di soldi dei contribuenti per le banche irlandesi, prima ancora che la Corte Costituzionale emetta un verdetto sul ricorso principale.

Joachim Starbatty, un altro dei "cinque professori", ha affrontato una batteria di irriducibili sostenitori dell'euro alla popolare trasmissione "Berlin Mitte" condotta dalla giornalista Maybrit Illner. Nella puntata del 9 dicembre, Starbatty ha spiegato che con i fondi di salvataggio "non stiamo salvando l'euro, ma stiamo salvando le banche". Il pacchetto di salvataggio per l'Irlanda viene usato per pagare i creditori, ha affermato, e ha giudicato comprensibile l'opposizione del Cancelliere Merkel alla proposta di Eurobonds e di un'Agenzia Europea per il Debito. Gli attacchi del lussemburghese Juncker, che ha chiamato Merkel "anti-europea" e "semplicistica", sono "impertinenti" e "intollerabili", ha dichiarato Starbatty tra gli appalusi del pubblico. I salvataggi finanziari sono come "gettare banconote nel fuoco" e la terapia di "tagli, tagli, tagli" imposta dall'UE è "folle".

Starbatty ha anche denunciato il famoso incontro cospirativo di hedge funds l'8 febbraio scorso a New York, tra cui il Management Fund di Soros, in cui fu presa la decisione di attaccare l'euro.

A mettere nel mirino la BCE è stato l'ex presidente della Bundesbank Helmut Schlesinger, in un servizio di copertina del settimanale Der Spiegel il 6 dicembre, intitolato "L'ultima battaglia". Per Schlesinger, è stato "un errore per la BCE impegnarsi con l'annuncio di disponibilità ad acquistare titoli di stato" come nel caso di Grecia e Irlanda. Secondo Schlesinger, ciò ha infranto un tabù a cui in Germania ci si riferisce tradizionalmente col nome di "Mefo bonds", un sistema inventato dal ministro del Tesoro nazista Hjalmar Schacht nel 1934. Mefo sta per una scatola vuota, chiamata Metallurgische Forschungsgesellschaft, che fu fondata dai nazisti e cominciò a emettere obbligazioni che il Reich tedesco usò negli anni '30 per finanziare il riarmo. "Per non appesantire il bilancio pubblico, i nazisti azionarono le stampanti", ha detto Schlesinger.

Fonte:Movisol

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Confidi, al Sud solo briciole

Due Italie, anche per i finanziamenti alle imprese. E’ quanto emerge dall’indagine sui Confidi artigiani presentata oggi. Nel 2009 – evidenzia lo studio di Fedart Fidi, Federazione dei consorzi e cooperative artigiane di garanzia promossa da Confartigianato, Cna e Casartigiani – solo il 10,3% dei finanziamenti garantiti concessi dai Confidi artigiani (strumenti che favoriscono l’accesso al credito delle imprese di piccola e media dimensione, offrendo alle banche garanzie), ha riguardato il Sud, contro il 29,2% del Centro e il 60,5% del Nord.

Eppure, stando ai dati del rapporto, quasi la meta’ dei Confidi e’ localizzato al Sud, dove sono presenti 75 strutture, contro le 25 del Centro Italia e le 66 del Nord. La differenza riguarda pero’ la tipologia di strutture: mentre nel Nord Italia e in parte al Centro, e’ infatti forte la presenza dei cosiddetti ‘Confidi 107′, le strutture di punta che garantiscono i due terzi dei finanziamenti totali erogati nell’anno, al Sud, a eccezione delle due isole, queste strutture sono del tutto assenti.

La classifica delle regioni piu’ attive nel 2009 vede in testa il Veneto, con 1.322 milioni di euro di finanziamenti garantiti nel 2009 dai Confidi artigiani. Al secondo posto la Toscana, con 1.226 milioni, al terzo posto la Lombardia, con 1.204 milioni, e al quarto l’Emilia Romagna, con 907 milioni. Prima regione del sud Italia, la Sicilia, con 242 milioni, seguita dall’Abruzzo, con 205 milioni.

Short URL: http://www.ilsud.eu/?p=2155

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Due Italie, anche per i finanziamenti alle imprese. E’ quanto emerge dall’indagine sui Confidi artigiani presentata oggi. Nel 2009 – evidenzia lo studio di Fedart Fidi, Federazione dei consorzi e cooperative artigiane di garanzia promossa da Confartigianato, Cna e Casartigiani – solo il 10,3% dei finanziamenti garantiti concessi dai Confidi artigiani (strumenti che favoriscono l’accesso al credito delle imprese di piccola e media dimensione, offrendo alle banche garanzie), ha riguardato il Sud, contro il 29,2% del Centro e il 60,5% del Nord.

Eppure, stando ai dati del rapporto, quasi la meta’ dei Confidi e’ localizzato al Sud, dove sono presenti 75 strutture, contro le 25 del Centro Italia e le 66 del Nord. La differenza riguarda pero’ la tipologia di strutture: mentre nel Nord Italia e in parte al Centro, e’ infatti forte la presenza dei cosiddetti ‘Confidi 107′, le strutture di punta che garantiscono i due terzi dei finanziamenti totali erogati nell’anno, al Sud, a eccezione delle due isole, queste strutture sono del tutto assenti.

La classifica delle regioni piu’ attive nel 2009 vede in testa il Veneto, con 1.322 milioni di euro di finanziamenti garantiti nel 2009 dai Confidi artigiani. Al secondo posto la Toscana, con 1.226 milioni, al terzo posto la Lombardia, con 1.204 milioni, e al quarto l’Emilia Romagna, con 907 milioni. Prima regione del sud Italia, la Sicilia, con 242 milioni, seguita dall’Abruzzo, con 205 milioni.

Short URL: http://www.ilsud.eu/?p=2155

Comuni Ricicloni Campania 2010 : 160 i municipi che hanno superato il 50% nella raccolta differenziata

Comuni_ricicloni_campania_2010


Di Verdiana Amorosi

C’è la Campania descritta dalle tv superficiali e dai politici, in cui si mostrano e descrivono persone incuranti dei problemi legati al territorio; e poi ce n’è un’altra, che risponde con vigore all'emergenza dei rifiuti attivandosi con forza per arginare i problemi. È il caso dei 160 comuni campani, che hanno superato il 50% nella raccolta differenziata dell’immondizia.

Oggi, con l’iniziativa Comuni Ricicloni Campania 2010, arrivata alla sesta edizione, laLegambiente ha premiato Roccagloriosa, comune riciclone campano di 1700 abitanti, che ha registrato il 93% di raccolta differenziata, seguito da Atena Lucana, con il 93,20%, e Chiusano San Domenico, 85,11%. Avellino è invece il capoluogo riciclone, con il 61% di raccolta differenziata, seguito dalla città di Salerno, con il 59%.

Tra i comuni al di sopra di 10mila abitanti, la maglia rosa va a Bellizzi (Sa) con il 72,20,% , mentre tra i grandi municipi (al di sopra di 20mila abitanti) spicca Cava dei Tirreni (Sa) con 66,14%.

Quest’anno i Comuni Ricicloni della Campania sono stati individuati e valutati grazie al metodo di raccolta ed elaborazione dei dati del MUD -modello unico di dichiarazione ambientale - fornito direttamente dai comuni.

E come ogni concorso che si rispetti sono stati assegnati anche i "premi minori" e in particolare:

  • Premio speciale per migliore raccolta carta e cartone per i comuni di Venticano (Av), Limatola (Bn), Roccadaspide (Na), S. Maria La Carità (Na).
  • Miglior raccolta imballaggi in plastica per il comune di Casamarciano (Na);
  • miglior raccolta imballaggi in alluminio per Massa Lubrense (NA),
  • miglior raccolta imballaggi in vetro per Montoro Inferiore (Av), Avella (Av), Arienzo (Ce), Cautano (Bn) Pomigliano d'Arco (Na), Monte di Procida (Na), Montecorvino Rovella (Sa) e Fisciano (Sa).
  • Premio speciale raccolta Raae per S. Potito Ultra (Av), Sassinoro (Bn), Letino (Ce), Lacco Ameno (Na), Tortorella (Sa).
  • Premio Speciale per compostaggio a Salerno.
  • Per migliore raccolta di imballaggi tetrapark Lacedonia (Av), Benevento e Bellizzi (Sa).
  • Premio per l'eccellenza nel sistema raccolta delle frazione organica, promozione di Ecofeste e utilizzoshopper biodegradabili per Caiazzo (Ce) e Summonte (Av).

Questa edizione di comuni ricicloni – hanno dichiarato Michele Buonomo e Michele Di Maio, presidente e responsabile settore rifiuti Legambiente Campaniadimostra che esiste un Campania moderna che ha imparato a trattare bene i rifiuti, creando, economia e lavoro. Questo dossier raccoglie e mette in evidenza le buone prassi, i cento, e oltre, passi sulla strada giusta:ridurre e differenziare, realizzare il ciclo integrato dei rifiuti, trasformare finalmente i rifiuti in risorsa. L'emergenza permane e rimane strutturale, di sistema. Affinché il piano sia credibile occorre puntare su una seria politica di riduzione dei rifiuti, sulla diffusione della raccolta differenziata spinta, secco-umida, porta a porta e sulla realizzazione di impianti per il trattamento della frazione organica, sul revamping degli ex impianti Cdr. Insomma – hanno aggiunti i due rappresentanti - un piano che non deve essere impostato partendo dallo smaltimento ma sulla prevenzione come continua a chiederci l’Unione europea. La logica inceneritori-discariche non regge e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.”

Questa iniziativa – ha commentato Stefano Ciafani, responsabile scientifico Legambiente Nazionale assume un doppio significato. Da un lato, vuole premiare quei comuni che hanno raggiunto quote rilevanti di Raccolta Differenziata per rimarcare che, in Campania, si possono raggiungere cifre invidiabili e, dall´altro, vuole lanciare un monito e un invito a quei comuni che fanno ancora poco, dimostrando di voler uscire dall´emergenza che li attanaglia, più a parole che con scelte concrete. La riduzione e la raccolta differenziata dei rifiuti è la strada maestra per uscire dall’emergenza ma parallelamente è necessario un giro di vite contro il cancro del traffico illecito dei rifiuti tossici e nocivi e far partire la messa in sicurezza, la bonifica ed il ripristino ambientale dei siti inquinati. Solo in questo modoha concluso Ciafanipossiamo ricostituire quel capitale sociale fatto di fiducia e partecipazione dei cittadini.

Fonte:Greenme

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Comuni_ricicloni_campania_2010


Di Verdiana Amorosi

C’è la Campania descritta dalle tv superficiali e dai politici, in cui si mostrano e descrivono persone incuranti dei problemi legati al territorio; e poi ce n’è un’altra, che risponde con vigore all'emergenza dei rifiuti attivandosi con forza per arginare i problemi. È il caso dei 160 comuni campani, che hanno superato il 50% nella raccolta differenziata dell’immondizia.

Oggi, con l’iniziativa Comuni Ricicloni Campania 2010, arrivata alla sesta edizione, laLegambiente ha premiato Roccagloriosa, comune riciclone campano di 1700 abitanti, che ha registrato il 93% di raccolta differenziata, seguito da Atena Lucana, con il 93,20%, e Chiusano San Domenico, 85,11%. Avellino è invece il capoluogo riciclone, con il 61% di raccolta differenziata, seguito dalla città di Salerno, con il 59%.

Tra i comuni al di sopra di 10mila abitanti, la maglia rosa va a Bellizzi (Sa) con il 72,20,% , mentre tra i grandi municipi (al di sopra di 20mila abitanti) spicca Cava dei Tirreni (Sa) con 66,14%.

Quest’anno i Comuni Ricicloni della Campania sono stati individuati e valutati grazie al metodo di raccolta ed elaborazione dei dati del MUD -modello unico di dichiarazione ambientale - fornito direttamente dai comuni.

E come ogni concorso che si rispetti sono stati assegnati anche i "premi minori" e in particolare:

  • Premio speciale per migliore raccolta carta e cartone per i comuni di Venticano (Av), Limatola (Bn), Roccadaspide (Na), S. Maria La Carità (Na).
  • Miglior raccolta imballaggi in plastica per il comune di Casamarciano (Na);
  • miglior raccolta imballaggi in alluminio per Massa Lubrense (NA),
  • miglior raccolta imballaggi in vetro per Montoro Inferiore (Av), Avella (Av), Arienzo (Ce), Cautano (Bn) Pomigliano d'Arco (Na), Monte di Procida (Na), Montecorvino Rovella (Sa) e Fisciano (Sa).
  • Premio speciale raccolta Raae per S. Potito Ultra (Av), Sassinoro (Bn), Letino (Ce), Lacco Ameno (Na), Tortorella (Sa).
  • Premio Speciale per compostaggio a Salerno.
  • Per migliore raccolta di imballaggi tetrapark Lacedonia (Av), Benevento e Bellizzi (Sa).
  • Premio per l'eccellenza nel sistema raccolta delle frazione organica, promozione di Ecofeste e utilizzoshopper biodegradabili per Caiazzo (Ce) e Summonte (Av).

Questa edizione di comuni ricicloni – hanno dichiarato Michele Buonomo e Michele Di Maio, presidente e responsabile settore rifiuti Legambiente Campaniadimostra che esiste un Campania moderna che ha imparato a trattare bene i rifiuti, creando, economia e lavoro. Questo dossier raccoglie e mette in evidenza le buone prassi, i cento, e oltre, passi sulla strada giusta:ridurre e differenziare, realizzare il ciclo integrato dei rifiuti, trasformare finalmente i rifiuti in risorsa. L'emergenza permane e rimane strutturale, di sistema. Affinché il piano sia credibile occorre puntare su una seria politica di riduzione dei rifiuti, sulla diffusione della raccolta differenziata spinta, secco-umida, porta a porta e sulla realizzazione di impianti per il trattamento della frazione organica, sul revamping degli ex impianti Cdr. Insomma – hanno aggiunti i due rappresentanti - un piano che non deve essere impostato partendo dallo smaltimento ma sulla prevenzione come continua a chiederci l’Unione europea. La logica inceneritori-discariche non regge e i risultati sono sotto gli occhi di tutti.”

Questa iniziativa – ha commentato Stefano Ciafani, responsabile scientifico Legambiente Nazionale assume un doppio significato. Da un lato, vuole premiare quei comuni che hanno raggiunto quote rilevanti di Raccolta Differenziata per rimarcare che, in Campania, si possono raggiungere cifre invidiabili e, dall´altro, vuole lanciare un monito e un invito a quei comuni che fanno ancora poco, dimostrando di voler uscire dall´emergenza che li attanaglia, più a parole che con scelte concrete. La riduzione e la raccolta differenziata dei rifiuti è la strada maestra per uscire dall’emergenza ma parallelamente è necessario un giro di vite contro il cancro del traffico illecito dei rifiuti tossici e nocivi e far partire la messa in sicurezza, la bonifica ed il ripristino ambientale dei siti inquinati. Solo in questo modoha concluso Ciafanipossiamo ricostituire quel capitale sociale fatto di fiducia e partecipazione dei cittadini.

Fonte:Greenme

Le truffe del nord nella questione meridionale

Avv. Gianluca Bozzelli

di Gianluca Bozzelli

Non vi è soluzione al perenne divario tra Nord e Sud alla “questione meridionale” (se tale ancora può definirsi dopo 149 anni) se non politica, quindi economico-finanziaria, prima che socio-culturale.

Finalmente raggiunta dal messaggio dei movimenti civici, amplificato da certa recente saggistica, la gente comincia a comprendere le vere origini del divario tra Nord e Sud. Ragioni storiche: l’indebitamento, la crisi finanziaria e la bancarotta dello Stato piemontese invasore ed “unificatore” da una parte, la ricchezza, lo sviluppo economico e commerciale del Regno napoletano conquistato! Ed allora, l’invasione del territorio, dimentica della pur pregevole spinta ideale unitaria (di pochi), si è trasformata in colonizzazione culturale, ma soprattutto economica. Il Banco di Napoli e quello di Sicilia, istituti ancora fino a non tanti decenni fa autorizzati a battere moneta (e che moneta! Valeva due o tre volte la lira piemontese nei mercati monetari internazionali di Parigi e Londra), sono stati acquisiti e sviliti dai Crediti padani. Le famosissime e floridissime fabbriche meridionali (tra cui Pietrarsa, Castellammare, Mongiana e le siciliane) spostate al nord, le ricchezze del Regno di Napoli e Sicilia (ancora nelle casse del Ministero del Tesoro al momento dell’invasione) acquisite da Torino prima e da Roma poi.

Ma torniamo all’attualità. Oggi, nel Sud, non vi è più una Banca del territorio e del cittadino, capillarmente presente in tutte le province, in grado di concedere credito in base alla conoscenza personale e di dare supporto e finanziare le buone imprese, negli angoli più lontani delle regioni meridionali (le popolari sono comunque incluse in circuiti gestiti in “padania”, vedi BCC). Se i criteri UE di Basilea hanno ridotto le imprese ad un numero, la discriminazione territoriale italiana ha ridotto quel numero a zero.

Non si rinviene, ad esempio, una sola compagnia di Assicurazioni che sia meridionale: sarà un caso, ma nei nostri territori, si applicano le tariffe più alte d’Italia e d’Europa! Si provi però ad entrare nel campo della statistica assicurativa ed apparirà un risultato sorprendente: Napoli e la Campania non sono affatto le regine d’Italia per incidenti stradali, essendo la regione solo terza (dopo Lombardia e Lazio) per numero di eventi e costi per sinistro e la Capitale (recte: il capoluogo) oltre il decimo posto per costi medi per sinistro (dati ISVAP 2009 r.c.a, pubblicati su www.isvap.it e www.mvox.eu). I dati pubblicizzati sulle presunte truffe in Campania invece non vengono adeguatamente riscontrati: da dove sono tratti? Si riferiscono alle denunce/querele sporte dalle Compagnie contro gli “artisti del parafango”, o sono basati correttamente sulle sentenze passate in giudicato? Se non vengono citati criteri di calcolo e fonti, si legittima il dubbio che i dati sulle truffe siano forniti in base a istruttorie e valutazioni interne ed inattendibili delle assicurazioni e che gli aumenti delle tariffe in Campania, giustificati sulle notizie diffuse, non siano leciti!

Stiamo pertanto lavorando per la costituzione di un’Assicurazione meridionale per gli italiani meridionali, estranea alle logiche colonialiste del Nord e fuori dai cartelli corporativi di settore, mentre si analizzano i metodi di realizzazione dell’istituita banca statale del Mezzogiorno.

Fonte:OndadelSud

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Avv. Gianluca Bozzelli

di Gianluca Bozzelli

Non vi è soluzione al perenne divario tra Nord e Sud alla “questione meridionale” (se tale ancora può definirsi dopo 149 anni) se non politica, quindi economico-finanziaria, prima che socio-culturale.

Finalmente raggiunta dal messaggio dei movimenti civici, amplificato da certa recente saggistica, la gente comincia a comprendere le vere origini del divario tra Nord e Sud. Ragioni storiche: l’indebitamento, la crisi finanziaria e la bancarotta dello Stato piemontese invasore ed “unificatore” da una parte, la ricchezza, lo sviluppo economico e commerciale del Regno napoletano conquistato! Ed allora, l’invasione del territorio, dimentica della pur pregevole spinta ideale unitaria (di pochi), si è trasformata in colonizzazione culturale, ma soprattutto economica. Il Banco di Napoli e quello di Sicilia, istituti ancora fino a non tanti decenni fa autorizzati a battere moneta (e che moneta! Valeva due o tre volte la lira piemontese nei mercati monetari internazionali di Parigi e Londra), sono stati acquisiti e sviliti dai Crediti padani. Le famosissime e floridissime fabbriche meridionali (tra cui Pietrarsa, Castellammare, Mongiana e le siciliane) spostate al nord, le ricchezze del Regno di Napoli e Sicilia (ancora nelle casse del Ministero del Tesoro al momento dell’invasione) acquisite da Torino prima e da Roma poi.

Ma torniamo all’attualità. Oggi, nel Sud, non vi è più una Banca del territorio e del cittadino, capillarmente presente in tutte le province, in grado di concedere credito in base alla conoscenza personale e di dare supporto e finanziare le buone imprese, negli angoli più lontani delle regioni meridionali (le popolari sono comunque incluse in circuiti gestiti in “padania”, vedi BCC). Se i criteri UE di Basilea hanno ridotto le imprese ad un numero, la discriminazione territoriale italiana ha ridotto quel numero a zero.

Non si rinviene, ad esempio, una sola compagnia di Assicurazioni che sia meridionale: sarà un caso, ma nei nostri territori, si applicano le tariffe più alte d’Italia e d’Europa! Si provi però ad entrare nel campo della statistica assicurativa ed apparirà un risultato sorprendente: Napoli e la Campania non sono affatto le regine d’Italia per incidenti stradali, essendo la regione solo terza (dopo Lombardia e Lazio) per numero di eventi e costi per sinistro e la Capitale (recte: il capoluogo) oltre il decimo posto per costi medi per sinistro (dati ISVAP 2009 r.c.a, pubblicati su www.isvap.it e www.mvox.eu). I dati pubblicizzati sulle presunte truffe in Campania invece non vengono adeguatamente riscontrati: da dove sono tratti? Si riferiscono alle denunce/querele sporte dalle Compagnie contro gli “artisti del parafango”, o sono basati correttamente sulle sentenze passate in giudicato? Se non vengono citati criteri di calcolo e fonti, si legittima il dubbio che i dati sulle truffe siano forniti in base a istruttorie e valutazioni interne ed inattendibili delle assicurazioni e che gli aumenti delle tariffe in Campania, giustificati sulle notizie diffuse, non siano leciti!

Stiamo pertanto lavorando per la costituzione di un’Assicurazione meridionale per gli italiani meridionali, estranea alle logiche colonialiste del Nord e fuori dai cartelli corporativi di settore, mentre si analizzano i metodi di realizzazione dell’istituita banca statale del Mezzogiorno.

Fonte:OndadelSud

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giovedì 16 dicembre 2010

Veleni nell'Adriatico


"Gli aerei, le bombe e i missili della Nato scaricano sostanze tossiche nel mare Adriatico”: A lanciare l’allarme in città è l'Umanista Nonviolenta Tiziana Volta, portavoce del Coordinamento bresciano della Marcia Mondiale della Pace e della Nonviolenza, dopo aver sentito le dichiarazioni del giornalista Gianni Lannes lo scorso 19 11 a Trieste durante la presentazione del libro "Nato: colpito e affondato". Nel corso di una conferenza stampa ha espresso preoccupazione “per la elevata quantità delle sostanze chimiche rilevate”. “In quel mare - ha spiegato - ci sono zone dove gli aerei militari scaricano il loro carico pericoloso. Per esempio, sul fondo marino nelle vicinanze della costa di Pesaro, a 50 miglia dalle coste istriane, v'è una quantità enorme delle bombe che provengono sia dalla seconda guerra mondiale sia dalla missione della Nato del 1999, quanto la Serbia fu bombardata. La concentrazione di iperite, fosforo e altre sostanze tossiche è terrificante. E, quel che è peggio, le bombe sono soggette ai flussi marini, per cui si può parlare di un vero e proprio arsenale mobile della morte”. A suffragare la veridicità di queste affermazioni, ”recentemente lungo le coste italiane è stata rilevata una moria in massa dei delfini e di tartarughe. L'ente statale Icram (Istituto Centrale per la Ricerca Scientifica e Tecnologica applicata al Mare), che conduce l'investigazione, riporta rilevamenti di animali morti con profonde ferite e ustioni”. Indagini giornalistiche hanno inoltre riscontrato ”testimonianze circa l'aumento dei tumori tra i neonati, ricollegabili ai veleni marini”.
”Quante di quelle bombe abbandonate nell'Adriatico – si chiede l'Umanista Nonviolenta - possono essere state sganciate da Tornado partiti dalla base di Ghedi? Da circa un anno esse sono state rimosse per sicurezza le 40 testate nucleari dal nostro territorio. Solo pochi giorni prima dell'incontro Nato a Lisbona però se ne prospettava il ritorno. Noi come coordinamento operiamo per la rimozione e lo smantellamento totali degli ordigni di distruzione e di morte. Per portare questo messaggio sono stati piantumati in giro per la provincia esemplari del caco di Nagasaki, l'albero sopravvissuto alla bomba atomica del 1945. Nel sarà un altro nella nuova scuola media di Castenedolo, seguito dal nostro coordinamento”.

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"Gli aerei, le bombe e i missili della Nato scaricano sostanze tossiche nel mare Adriatico”: A lanciare l’allarme in città è l'Umanista Nonviolenta Tiziana Volta, portavoce del Coordinamento bresciano della Marcia Mondiale della Pace e della Nonviolenza, dopo aver sentito le dichiarazioni del giornalista Gianni Lannes lo scorso 19 11 a Trieste durante la presentazione del libro "Nato: colpito e affondato". Nel corso di una conferenza stampa ha espresso preoccupazione “per la elevata quantità delle sostanze chimiche rilevate”. “In quel mare - ha spiegato - ci sono zone dove gli aerei militari scaricano il loro carico pericoloso. Per esempio, sul fondo marino nelle vicinanze della costa di Pesaro, a 50 miglia dalle coste istriane, v'è una quantità enorme delle bombe che provengono sia dalla seconda guerra mondiale sia dalla missione della Nato del 1999, quanto la Serbia fu bombardata. La concentrazione di iperite, fosforo e altre sostanze tossiche è terrificante. E, quel che è peggio, le bombe sono soggette ai flussi marini, per cui si può parlare di un vero e proprio arsenale mobile della morte”. A suffragare la veridicità di queste affermazioni, ”recentemente lungo le coste italiane è stata rilevata una moria in massa dei delfini e di tartarughe. L'ente statale Icram (Istituto Centrale per la Ricerca Scientifica e Tecnologica applicata al Mare), che conduce l'investigazione, riporta rilevamenti di animali morti con profonde ferite e ustioni”. Indagini giornalistiche hanno inoltre riscontrato ”testimonianze circa l'aumento dei tumori tra i neonati, ricollegabili ai veleni marini”.
”Quante di quelle bombe abbandonate nell'Adriatico – si chiede l'Umanista Nonviolenta - possono essere state sganciate da Tornado partiti dalla base di Ghedi? Da circa un anno esse sono state rimosse per sicurezza le 40 testate nucleari dal nostro territorio. Solo pochi giorni prima dell'incontro Nato a Lisbona però se ne prospettava il ritorno. Noi come coordinamento operiamo per la rimozione e lo smantellamento totali degli ordigni di distruzione e di morte. Per portare questo messaggio sono stati piantumati in giro per la provincia esemplari del caco di Nagasaki, l'albero sopravvissuto alla bomba atomica del 1945. Nel sarà un altro nella nuova scuola media di Castenedolo, seguito dal nostro coordinamento”.

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Per la BBC e la stampa internazionale Berlusconi è finito

Per la BBC e la stampa internazionale Berlusconi è finito

Di Andrea D'Antrassi


“The great survivor” così lo ha definito ieri la BBC: in mondovisione.

Berlusconi per la prestigiosa tv inglese è un grande sopravvissuto. Un naufrago che ha perso la bussola. Un errante senza meta.

Mentre in patria la grancassa del potere fa passare il voto alla Camera di martedì come una vittoria dell’esecutivo. Tutta la stampa estera si domanda dove potrà arrivare Silvio Berlusconi con una governo di minoranza, che concentra su di sé tutte le riserve ed i dubbi delle cancellerie europee e dei mercati finanziari. Berlusconi con il voto di ieri ha sancito la debolezza anche numerica del suo operato. Da Tycoon, noto per il suo conflitto di interessi, da fedele sodale di Putin, da sex addicted, da macchietta celebre per il suo cucu’ alla Merkel, il Cavaliere passa ad essere il “great survivor”, l’anatra zoppa dei palazzi romani. C’è una forte discrepanza tra l’immagine di vincitore e statista che vuole dare di sé il nostro presidente del Consiglio e l’opinione dei mezzi d’informazione stanieri.

La stampa internazionale notoriamente inflessibile con la classe dirigente del nostro paese, rileva come il centro destra pur avendo un ampissimo vantaggio parlamentare ad inizio legislatura, abbia perso via via parti consistenti della propria maggioranza. Questo fatto viene rilevato anche con particolare allarme poichèla fuoriscita di Gianfranco Fini dal principale partito italiano determinerà una radicalizzazione delle posizioni all’interno della compagine governativa. Il duo Bossi e Berlusconi all’estero è valutato molto negativamente.

Il Senatur è considerato come un personaggio inquietante, capo di un partito xenofobo ed euroscettico quale la Lega. Non è un interlocutore credibile se si va oltre la Val Tellina e la Val Camonica, mira a dividere l’Europa e a racchiudere l’italia in una cortina di intolleranza. Silvio Berlusconi in politica estera è passato dall'appiattimento sulle posizioni di George Bush, alle vacanze segrete nella dacia di Putin, atteggiamento incomprensibile per gli analisti europei.

Per questo il commentatore del Guardian John Hooper, concluede così un articolo sulla situazione italiana: “Successive scandals have virtually paralysed his administration, and there is growing discontent in Italy over the slow pace at which its economy is recovering from the global recession. The jubilation on the government benches that greeted today's result is unlikely to endure”.

Sottolineando il continuo scontento degli italiani per il governo in carica e per gli scandali che ha provocato.

Mentre Miguel Mora scrive sul Pais on line: “La victoria pírrica y teñida de escándalo ofrece a Berlusconi el sabor de la vendetta contra su odiado ex aliado Gianfranco Fini, pero en realidad cambia poco la crítica situación de desgobierno que vive el país. Por un lado, el show aumentará un poco más el descrédito de la política italiana; por otro, acentúa la división de un centro derecha que ya no posee la mayoría absoluta de la Cámara, pues la cifra necesaria para gobernar con estabilidad son 316 diputados”.

Avvertendo come nel parlamento Italiano Berlusconi ha voluto forzare la mano determiando solamente la sottolineatura della sua incompetenza a governare. Inoltre el Pais ci ricorda che la maggioranza nel parlamento italiano consiste di 316 voti mentre il Cavaliere si è fermato a 314, per questo si parla di vittoria di Pirro.

Su Le Monde, invece, viene sottolineato “Le succès sur le fil de M. Berlusconi est principalement dû au vote de quatre députés qui n'ont pas suivi les consignes de leur parti en votant la confiance au gouvernement. Il s'agit de Catia Polidori, Maria Grazia Squilini, toutes deux membres du nouveau parti de M. Fini, Futur et liberté pour l'Italie (FLI), de Massimo Calearo (venu des rangs du centre gauche) et deDomenico Scilipotti, qui militait jusque-là au sein de l'Italie des valeurs, dirigé par Antonio Di Pietro, le plus acharné des adversaires de M. Berlusconi”.

Dall’Europa si alza un solo concetto attraverso diverse lingue molto piu' democratiche della nostra:“Berlusconi è arrivato al capolinea. E’ una cosa indegna che gli italiani siano governati da un personaggio discutibile e poco affidabile come lui. Italia falla finita con il tuo masochismo”.

Fonte:Agoravox

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Per la BBC e la stampa internazionale Berlusconi è finito

Di Andrea D'Antrassi


“The great survivor” così lo ha definito ieri la BBC: in mondovisione.

Berlusconi per la prestigiosa tv inglese è un grande sopravvissuto. Un naufrago che ha perso la bussola. Un errante senza meta.

Mentre in patria la grancassa del potere fa passare il voto alla Camera di martedì come una vittoria dell’esecutivo. Tutta la stampa estera si domanda dove potrà arrivare Silvio Berlusconi con una governo di minoranza, che concentra su di sé tutte le riserve ed i dubbi delle cancellerie europee e dei mercati finanziari. Berlusconi con il voto di ieri ha sancito la debolezza anche numerica del suo operato. Da Tycoon, noto per il suo conflitto di interessi, da fedele sodale di Putin, da sex addicted, da macchietta celebre per il suo cucu’ alla Merkel, il Cavaliere passa ad essere il “great survivor”, l’anatra zoppa dei palazzi romani. C’è una forte discrepanza tra l’immagine di vincitore e statista che vuole dare di sé il nostro presidente del Consiglio e l’opinione dei mezzi d’informazione stanieri.

La stampa internazionale notoriamente inflessibile con la classe dirigente del nostro paese, rileva come il centro destra pur avendo un ampissimo vantaggio parlamentare ad inizio legislatura, abbia perso via via parti consistenti della propria maggioranza. Questo fatto viene rilevato anche con particolare allarme poichèla fuoriscita di Gianfranco Fini dal principale partito italiano determinerà una radicalizzazione delle posizioni all’interno della compagine governativa. Il duo Bossi e Berlusconi all’estero è valutato molto negativamente.

Il Senatur è considerato come un personaggio inquietante, capo di un partito xenofobo ed euroscettico quale la Lega. Non è un interlocutore credibile se si va oltre la Val Tellina e la Val Camonica, mira a dividere l’Europa e a racchiudere l’italia in una cortina di intolleranza. Silvio Berlusconi in politica estera è passato dall'appiattimento sulle posizioni di George Bush, alle vacanze segrete nella dacia di Putin, atteggiamento incomprensibile per gli analisti europei.

Per questo il commentatore del Guardian John Hooper, concluede così un articolo sulla situazione italiana: “Successive scandals have virtually paralysed his administration, and there is growing discontent in Italy over the slow pace at which its economy is recovering from the global recession. The jubilation on the government benches that greeted today's result is unlikely to endure”.

Sottolineando il continuo scontento degli italiani per il governo in carica e per gli scandali che ha provocato.

Mentre Miguel Mora scrive sul Pais on line: “La victoria pírrica y teñida de escándalo ofrece a Berlusconi el sabor de la vendetta contra su odiado ex aliado Gianfranco Fini, pero en realidad cambia poco la crítica situación de desgobierno que vive el país. Por un lado, el show aumentará un poco más el descrédito de la política italiana; por otro, acentúa la división de un centro derecha que ya no posee la mayoría absoluta de la Cámara, pues la cifra necesaria para gobernar con estabilidad son 316 diputados”.

Avvertendo come nel parlamento Italiano Berlusconi ha voluto forzare la mano determiando solamente la sottolineatura della sua incompetenza a governare. Inoltre el Pais ci ricorda che la maggioranza nel parlamento italiano consiste di 316 voti mentre il Cavaliere si è fermato a 314, per questo si parla di vittoria di Pirro.

Su Le Monde, invece, viene sottolineato “Le succès sur le fil de M. Berlusconi est principalement dû au vote de quatre députés qui n'ont pas suivi les consignes de leur parti en votant la confiance au gouvernement. Il s'agit de Catia Polidori, Maria Grazia Squilini, toutes deux membres du nouveau parti de M. Fini, Futur et liberté pour l'Italie (FLI), de Massimo Calearo (venu des rangs du centre gauche) et deDomenico Scilipotti, qui militait jusque-là au sein de l'Italie des valeurs, dirigé par Antonio Di Pietro, le plus acharné des adversaires de M. Berlusconi”.

Dall’Europa si alza un solo concetto attraverso diverse lingue molto piu' democratiche della nostra:“Berlusconi è arrivato al capolinea. E’ una cosa indegna che gli italiani siano governati da un personaggio discutibile e poco affidabile come lui. Italia falla finita con il tuo masochismo”.

Fonte:Agoravox

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Pressione fiscale sale al 43,5% del Pil l'Italia passa dal quarto al terzo posto

Il peso delle entrate è aumentato rispetto al 43,3% del 2008. Il nostro Paese in controtendenza rispetto alla media. Disoccupazione all'8,6% nell'area dell'Organizzazione, come da noi. Tenendo conto solo del tasso giovanile, però, siamo penultimi: dopo c'è solo l'Ungheria

ROMA - Aumenta la pressione del fisco in Italia: nel 2009 è salita al 43,5% del prodotto interno lordo, dal 43,3% del 2008. E' quanto riferisce l'Ocse nelle stime preliminari relative all'anno scorso contenute in "Revenue Statistics". L'Italia così supera il Belgio (che nel 2009 ha visto il peso del fisco diminuire al 43,2% dal 44,2% del 2008) e sale dal quarto al terzo posto nella classifica dei Paesi dove maggiore è il peso delle entrate rispetto al prodotto interno lordo. Prima dell'Italia nel 2009 si collocano solo la Danimarca (48,2%) e la Svezia (46,4%).

L'Ocse rileva che la crisi economica e le conseguenti azioni di stimolo fiscale messe in campo da molti governi hanno inciso sulla pressione fiscale che nell'area Ocse nel 2009 "ha toccato il livello più basso dagli inizi degli anni '90". La pressione si colloca, nella media dei Paesi, al 33,7%, rispetto al 34,8% del 2008 e al 35,4% del 2007.

Oltre a Danimarca, Svezia e Italia, i paesi Ocse che nel 2009 hanno registrato una pressione fiscale sopra il 40% sono l'Australia, il Belgio, la Finlandia, la Francia e la Norvegia. Il Messico con il 17,4% e il Cile con il 18,2% hanno registrato nel 2009 la più bassa pressione fiscale dell'area, seguiti da Stati Uniti (24%) e Turchia (24,6%). Gli incrementi più consistenti si sono registrati in Lussemburgo (dal 35,5% del 2008 al 37,5% del 2009) e in Svizzera (dal 29,1% al 30,3%).

L'Organizzazione di Parigi ha diffuso anche i dati relativi alla disoccupazione, che nel mese di ottobre
nell'area Ocse è stata dell'8,6%, lo 0,1% in più rispetto a settembre. In un comunicato si precisa tuttavia che il numero di disoccupati resta vicino ai massimi del dopoguerra, a 45,7 milioni.

Si conferma un quadro divergente nell'andamento del mercato dei lavoro tra i Paesi dell'area. Negli Stati Uniti si viaggia al 9,8% (+0,2% su base mensile), in Canada si scende al 7,6% (-0,3%). A livello di eurozona, il tasso di disoccupazione risulta stabile in Germania (6,7%), in calo in Francia al 9,8% (-0,1%), in aumento in Italia all'8,6% (+0,3%). Il nostro Paese resta comunque al di sotto della media dell'area euro (10,1%) e di quella dell'Unione europea (9,6%), ma al di sopra di quella del G7 (8,2%). I Paesi che presentano i maggiori tassi di disoccupazione sono Spagna al 20,7%, Slovacchia al 14,7% e Irlanda al 14,1%.

Se però si considera solo la fascia di età compresa tra i 15 e i 24, l'Italia diventa penultima tra i Paesi Ocse. Con il 21,7% infatti fa meglio solo dell'Ungheria, ferma al 18,1%, ed è ben al di sotto della media dei Paesi membri, 40,2%. Tra gli occupati inoltre, riporta ancora lo studio, il 44,4% ha un impiego precario, e il 18,8% lavora solo part time. Per quanto riguarda i disoccupati, oltre il 40% sono senza lavoro da lungo tempo, e il 15,9% appartiene al cosiddetto gruppo 'neet', che non studiano nè lavorano.

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Il peso delle entrate è aumentato rispetto al 43,3% del 2008. Il nostro Paese in controtendenza rispetto alla media. Disoccupazione all'8,6% nell'area dell'Organizzazione, come da noi. Tenendo conto solo del tasso giovanile, però, siamo penultimi: dopo c'è solo l'Ungheria

ROMA - Aumenta la pressione del fisco in Italia: nel 2009 è salita al 43,5% del prodotto interno lordo, dal 43,3% del 2008. E' quanto riferisce l'Ocse nelle stime preliminari relative all'anno scorso contenute in "Revenue Statistics". L'Italia così supera il Belgio (che nel 2009 ha visto il peso del fisco diminuire al 43,2% dal 44,2% del 2008) e sale dal quarto al terzo posto nella classifica dei Paesi dove maggiore è il peso delle entrate rispetto al prodotto interno lordo. Prima dell'Italia nel 2009 si collocano solo la Danimarca (48,2%) e la Svezia (46,4%).

L'Ocse rileva che la crisi economica e le conseguenti azioni di stimolo fiscale messe in campo da molti governi hanno inciso sulla pressione fiscale che nell'area Ocse nel 2009 "ha toccato il livello più basso dagli inizi degli anni '90". La pressione si colloca, nella media dei Paesi, al 33,7%, rispetto al 34,8% del 2008 e al 35,4% del 2007.

Oltre a Danimarca, Svezia e Italia, i paesi Ocse che nel 2009 hanno registrato una pressione fiscale sopra il 40% sono l'Australia, il Belgio, la Finlandia, la Francia e la Norvegia. Il Messico con il 17,4% e il Cile con il 18,2% hanno registrato nel 2009 la più bassa pressione fiscale dell'area, seguiti da Stati Uniti (24%) e Turchia (24,6%). Gli incrementi più consistenti si sono registrati in Lussemburgo (dal 35,5% del 2008 al 37,5% del 2009) e in Svizzera (dal 29,1% al 30,3%).

L'Organizzazione di Parigi ha diffuso anche i dati relativi alla disoccupazione, che nel mese di ottobre
nell'area Ocse è stata dell'8,6%, lo 0,1% in più rispetto a settembre. In un comunicato si precisa tuttavia che il numero di disoccupati resta vicino ai massimi del dopoguerra, a 45,7 milioni.

Si conferma un quadro divergente nell'andamento del mercato dei lavoro tra i Paesi dell'area. Negli Stati Uniti si viaggia al 9,8% (+0,2% su base mensile), in Canada si scende al 7,6% (-0,3%). A livello di eurozona, il tasso di disoccupazione risulta stabile in Germania (6,7%), in calo in Francia al 9,8% (-0,1%), in aumento in Italia all'8,6% (+0,3%). Il nostro Paese resta comunque al di sotto della media dell'area euro (10,1%) e di quella dell'Unione europea (9,6%), ma al di sopra di quella del G7 (8,2%). I Paesi che presentano i maggiori tassi di disoccupazione sono Spagna al 20,7%, Slovacchia al 14,7% e Irlanda al 14,1%.

Se però si considera solo la fascia di età compresa tra i 15 e i 24, l'Italia diventa penultima tra i Paesi Ocse. Con il 21,7% infatti fa meglio solo dell'Ungheria, ferma al 18,1%, ed è ben al di sotto della media dei Paesi membri, 40,2%. Tra gli occupati inoltre, riporta ancora lo studio, il 44,4% ha un impiego precario, e il 18,8% lavora solo part time. Per quanto riguarda i disoccupati, oltre il 40% sono senza lavoro da lungo tempo, e il 15,9% appartiene al cosiddetto gruppo 'neet', che non studiano nè lavorano.

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mercoledì 15 dicembre 2010

Scarpinato: ''I colletti bianchi restano sullo sfondo''


Napoli.
L'immagine diffusa che la società civile ha della mafia è «un'impostura culturale». Così oggi Roberto Scarpinato Procuratore generale...




...della Corte d'Appello di Caltanissetta ha descritto il fenomeno mafia e la sua immagine sociale intervenendo a Napoli al dibattito organizzato dall'Università Suor Orsola dal titolo 'Mala-vita e mala-formazione'.
«Il clichè culturale - ha detto Scarpinato - che descrive la mafia soltanto con le immagini dei vari Riina e Provenzano, è così radicato da restare impermeabile alle informazioni di senso contrario provenienti da una moltitudine di inchieste, da Milano a Palermo, che coinvolgono i colletti bianchi, un dato che, se fosse analizzato, ribalterebbe i ruoli e assegnerebbe il protagonismo ai tanti colletti bianchi che invece restano sempre sullo sfondo come in una scena confusa». Secondo il Procuratore generale, il clichè culturale fa sì, inoltre, che quando i colletti bianchi vengono portati in primo piano «siano indicati come vittime, come oggetto di calunnie o, se colti sul fatto, come singole pecore nere». Uno stato delle cose per cui, ha aggiunto Scarpinato, «se così fosse in 150 anni d'Italia, la mafia sarebbe stata debellat a e invece, oggi nel 2010, ci troviamo nella condizione che una parte è la terra della mafia e l'altra è il luogo privilegiato dei suoi investimenti». Un'impostura culturale che, ha concluso il magistrato «crea anche una politica culturale dei Governi che se da un lato mostrano i muscoli per gli arresti compiuti, dall' altro si rivelano impotenti nei confronti della mafia dei colletti bianchi che siedono in Parlamento, nelle Regioni, in enti locali e rivestono ruoli».

ANSA


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Napoli.
L'immagine diffusa che la società civile ha della mafia è «un'impostura culturale». Così oggi Roberto Scarpinato Procuratore generale...




...della Corte d'Appello di Caltanissetta ha descritto il fenomeno mafia e la sua immagine sociale intervenendo a Napoli al dibattito organizzato dall'Università Suor Orsola dal titolo 'Mala-vita e mala-formazione'.
«Il clichè culturale - ha detto Scarpinato - che descrive la mafia soltanto con le immagini dei vari Riina e Provenzano, è così radicato da restare impermeabile alle informazioni di senso contrario provenienti da una moltitudine di inchieste, da Milano a Palermo, che coinvolgono i colletti bianchi, un dato che, se fosse analizzato, ribalterebbe i ruoli e assegnerebbe il protagonismo ai tanti colletti bianchi che invece restano sempre sullo sfondo come in una scena confusa». Secondo il Procuratore generale, il clichè culturale fa sì, inoltre, che quando i colletti bianchi vengono portati in primo piano «siano indicati come vittime, come oggetto di calunnie o, se colti sul fatto, come singole pecore nere». Uno stato delle cose per cui, ha aggiunto Scarpinato, «se così fosse in 150 anni d'Italia, la mafia sarebbe stata debellat a e invece, oggi nel 2010, ci troviamo nella condizione che una parte è la terra della mafia e l'altra è il luogo privilegiato dei suoi investimenti». Un'impostura culturale che, ha concluso il magistrato «crea anche una politica culturale dei Governi che se da un lato mostrano i muscoli per gli arresti compiuti, dall' altro si rivelano impotenti nei confronti della mafia dei colletti bianchi che siedono in Parlamento, nelle Regioni, in enti locali e rivestono ruoli».

ANSA


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GIORGIO RUMI: LA DEMONIZZAZIONE DEI BORBONE? SOLO LEGGENDA ANTISTORICA


Professor Rumi, i Borbone andrebbero rivisitati senza strumentalizzazioni o demonizzazioni di sorta?

Come sempre la Storia rende le prospettive migliori su tempi lunghi. Basterebbe un attimo fermarsi a riflettere su come l’attuale Re di Spagna rappresenti la sintesi migliore della conciliabilità fra tradizione e modernità per interrogarsi su come bisognerebbe rivisitare certi periodi storici”.

In che senso?
Mi sembra chiaro che il Re di Spagna, che è un Borbone, addirittura da Regnante, è riuscito ad essere il garante dell’unità nazionale spagnola, e non solo. E’ in pratica riuscito ad essere il garante di un passaggio fra dittatura e democrazia cosa che a poche altre case regnanti è riuscito. La democrazia spagnola è senza ombra di dubbio una democrazia d’avanguardia, sotto alcuni aspetti definita scandinava. Non potrebbe essere che considerato illuminato un sovrano che nel segno della tradizione è divenuto così forte da architettare un federalismo avanzato, da prevedere corpi militari in determinate regioni spagnole come la Catalogna o i paesi Baschi. Insomma i segni chiari sono sotto gli occhi di tutti e questo stimola lo storico ad una analisi. Anzi impone una analisi che dovrebbe tendere a ristabilire la verità”.

Quindi lei concorda che in Italia, sui Borbone, la verità non sempre è andata a braccetto con la storia. Secondo l’analisi di una studioso non meridionale e certamente non di tradizioni borboniche come è lei, per quale motivo?
Indubbiamente vi è stata una demonizzazione, una sorta di leggenda antistorica nell’insegnamento scolastico sui Borbone. Il perché è difficile dirlo. Vi concorrono una serie molteplice di fattori. Uno dei motivi più nobili potrebbe essere ricercato in un malinteso patriottismo nazionale ma potrebbero anche esserci motivazioni antimeridionalistiche, oppure problemi di dinastie legate ad identità meridionali. Carlo III, per esempio, è uno dei Borbone più interessanti dal punto di vista storico. La sua vivacità, la sua mente arguta che si trasferiva anche nei tratti somatici del volto riuscì a fare di un antico dominio spagnolo un vero e proprio stato fondando non solo una nazione, ma dando a quella nazione una dignità, uno status non solo formale ma sostanziale”.

E Ferdinando II?
Questo è invece uno dei Re più difficili da analizzare. La migliore definizione di Ferdinando II forse, l’ha data il Romeo il quale certo non può essere tacciato di sospetto di legittimismo. Ferdinando II aveva una statura politica di certo superiore a quella di Vittorio Emanuele II. Si badi bene si parla di statura politica, sul resto possiamo approvare o dissentire ma resta una affermazione che non ammette repliche”.

I Borbone, viaggio nella memoria da questo punto di vista quindi potrebbero diventare non un viaggio bensì un recupero di una memoria.
Certamente. Anzi, le dirò di più. Le leggende storiche, le demonizzazioni sui Borbone non hanno fatto bene al meridione d’Italia. Recuperare la memoria in questo caso significa recuperare l’orgoglio, la tradizione, la dignità di un popolo, in una sola parola recuperare l’onore. Bisognerebbe fare un po’ come hanno sempre fatto in Inghilterra. Si sono mai demonizzati gli scozzesi? Anzi, addirittura l’esercito scozzese ha sempre giocato un ruolo di prestigio all’interno delle forze armate inglesi che in questo modo hanno recuperato l’orgoglio e la dignità degli scozzesi riportandoli all’interno di una unità nazionale del Regno Unito. Tutto ciò in Italia non è stato fatto e, secondo il mio parere è stato un grosso sbaglio”.

Ma avrebbero detto che era "l’esercito di Franceschiello"?
Bisogna sfatare anche questa di leggenda fatta troppo spesso di silenzi. Parlo senza paura di essere strumentalizzato, io ho avi che erano presenti a Gaeta ma erano generali dell’esercito Sardo, quindi ero dall’altra parte della barricata. Il 60% degli ufficiali ed il 40% della truppa erano andati a Gaeta come volontari, per difendere un regno ed un Re in cui credevano pur sapendo che era una causa già persa militarmente. Perché lo fecero? Fra i generali, gli alti gradi le tentazioni di cambiare casacca sono sempre forti, nella truppa e nei bassi gradi invece no. C’era un attaccamento al sovrano al di là di ogni sospetto. Se fosse stato vero quello che ci hanno propinato a livello scolastico probabilmente le percentuali sarebbero state diverse. Gaeta potrebbe essere considerata un 8 settembre alla rovescia”.

I Borbone, viaggio nella memoria, recupera quindi una verità storica?
Recupera l’identità di un popolo, quello meridionale che anche nella perdità di dignità storica può trovare la ragione degli squilibri sociali ed economici che è costretto a vivere. Se ad un popolo si toglie la dignità dell’appartenenza, della storia, dei valori delle proprie vestigia lei gli toglie l’onore e quindi la voglia di affermare il suo valore”.

Giorgio Rumi, scomparso nel 2006, è stato professore ordinario di Storia Contemporanea alla Statale di Milano, editorialista dell’Osservatore Romano, cofondatore di Liberal, collaboratore del Corriere della Sera e del Sole 24 Ore.

Fonte: http://www.iborbone.net/interviste.htm

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Professor Rumi, i Borbone andrebbero rivisitati senza strumentalizzazioni o demonizzazioni di sorta?

Come sempre la Storia rende le prospettive migliori su tempi lunghi. Basterebbe un attimo fermarsi a riflettere su come l’attuale Re di Spagna rappresenti la sintesi migliore della conciliabilità fra tradizione e modernità per interrogarsi su come bisognerebbe rivisitare certi periodi storici”.

In che senso?
Mi sembra chiaro che il Re di Spagna, che è un Borbone, addirittura da Regnante, è riuscito ad essere il garante dell’unità nazionale spagnola, e non solo. E’ in pratica riuscito ad essere il garante di un passaggio fra dittatura e democrazia cosa che a poche altre case regnanti è riuscito. La democrazia spagnola è senza ombra di dubbio una democrazia d’avanguardia, sotto alcuni aspetti definita scandinava. Non potrebbe essere che considerato illuminato un sovrano che nel segno della tradizione è divenuto così forte da architettare un federalismo avanzato, da prevedere corpi militari in determinate regioni spagnole come la Catalogna o i paesi Baschi. Insomma i segni chiari sono sotto gli occhi di tutti e questo stimola lo storico ad una analisi. Anzi impone una analisi che dovrebbe tendere a ristabilire la verità”.

Quindi lei concorda che in Italia, sui Borbone, la verità non sempre è andata a braccetto con la storia. Secondo l’analisi di una studioso non meridionale e certamente non di tradizioni borboniche come è lei, per quale motivo?
Indubbiamente vi è stata una demonizzazione, una sorta di leggenda antistorica nell’insegnamento scolastico sui Borbone. Il perché è difficile dirlo. Vi concorrono una serie molteplice di fattori. Uno dei motivi più nobili potrebbe essere ricercato in un malinteso patriottismo nazionale ma potrebbero anche esserci motivazioni antimeridionalistiche, oppure problemi di dinastie legate ad identità meridionali. Carlo III, per esempio, è uno dei Borbone più interessanti dal punto di vista storico. La sua vivacità, la sua mente arguta che si trasferiva anche nei tratti somatici del volto riuscì a fare di un antico dominio spagnolo un vero e proprio stato fondando non solo una nazione, ma dando a quella nazione una dignità, uno status non solo formale ma sostanziale”.

E Ferdinando II?
Questo è invece uno dei Re più difficili da analizzare. La migliore definizione di Ferdinando II forse, l’ha data il Romeo il quale certo non può essere tacciato di sospetto di legittimismo. Ferdinando II aveva una statura politica di certo superiore a quella di Vittorio Emanuele II. Si badi bene si parla di statura politica, sul resto possiamo approvare o dissentire ma resta una affermazione che non ammette repliche”.

I Borbone, viaggio nella memoria da questo punto di vista quindi potrebbero diventare non un viaggio bensì un recupero di una memoria.
Certamente. Anzi, le dirò di più. Le leggende storiche, le demonizzazioni sui Borbone non hanno fatto bene al meridione d’Italia. Recuperare la memoria in questo caso significa recuperare l’orgoglio, la tradizione, la dignità di un popolo, in una sola parola recuperare l’onore. Bisognerebbe fare un po’ come hanno sempre fatto in Inghilterra. Si sono mai demonizzati gli scozzesi? Anzi, addirittura l’esercito scozzese ha sempre giocato un ruolo di prestigio all’interno delle forze armate inglesi che in questo modo hanno recuperato l’orgoglio e la dignità degli scozzesi riportandoli all’interno di una unità nazionale del Regno Unito. Tutto ciò in Italia non è stato fatto e, secondo il mio parere è stato un grosso sbaglio”.

Ma avrebbero detto che era "l’esercito di Franceschiello"?
Bisogna sfatare anche questa di leggenda fatta troppo spesso di silenzi. Parlo senza paura di essere strumentalizzato, io ho avi che erano presenti a Gaeta ma erano generali dell’esercito Sardo, quindi ero dall’altra parte della barricata. Il 60% degli ufficiali ed il 40% della truppa erano andati a Gaeta come volontari, per difendere un regno ed un Re in cui credevano pur sapendo che era una causa già persa militarmente. Perché lo fecero? Fra i generali, gli alti gradi le tentazioni di cambiare casacca sono sempre forti, nella truppa e nei bassi gradi invece no. C’era un attaccamento al sovrano al di là di ogni sospetto. Se fosse stato vero quello che ci hanno propinato a livello scolastico probabilmente le percentuali sarebbero state diverse. Gaeta potrebbe essere considerata un 8 settembre alla rovescia”.

I Borbone, viaggio nella memoria, recupera quindi una verità storica?
Recupera l’identità di un popolo, quello meridionale che anche nella perdità di dignità storica può trovare la ragione degli squilibri sociali ed economici che è costretto a vivere. Se ad un popolo si toglie la dignità dell’appartenenza, della storia, dei valori delle proprie vestigia lei gli toglie l’onore e quindi la voglia di affermare il suo valore”.

Giorgio Rumi, scomparso nel 2006, è stato professore ordinario di Storia Contemporanea alla Statale di Milano, editorialista dell’Osservatore Romano, cofondatore di Liberal, collaboratore del Corriere della Sera e del Sole 24 Ore.

Fonte: http://www.iborbone.net/interviste.htm

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