sabato 27 novembre 2010

Italia fuori dall'euro?


Bisogna reagire, studiando una exit strategy dall'Euro area e, se necessario, dall'Europa. La situazione attuale richiedera' l'imposizione di regole che stringeranno sempre più la corda al collo dell'economia italiana, creando disoccupazione e disordine sociale. Anche perché dobbiamo ancora rientrare da un deficit pubblico corrente come minimo di una trentina di miliardi.

Opinione di Paolo Savona.
Paolo Savona, già Ministro dell'industria nel Governo Ciampi, è Presidente della FULM, Professore ordinario di Politica economica e Direttore Scientifico di Economia Italiana e del Journal of European Economic History. Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell' autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.



(WSI) – La tesi da me espressa in una lettera al direttore di questo quotidiano, pubblicata il 10 novembre scorso, era chiara: tra le ipotesi da esaminare, per uscire dallo stallo dello sviluppo in cui l'Italia si trova, non si può ignorare l'eventualità di un'uscita dall'Euroarea, se non proprio dall'Unione europea. Non era quindi una provocazione, ma la proposta di avere un piano A, come stare in Europa, e un piano B, come uscire. Dati i tempi che corrono è dovere di una classe dirigente approntarlo. Ripeto brevemente le ragioni della mia proposta: per restare nell'Euroarea occorre completare l'unione politica; senza di questa l'euro non può reggere; o, per consentire che regga, richiede l'imposizione di regole che stringeranno sempre più la corda al collo dell'economia italiana, creando disoccupazione e disordine sociale. Anche perché dobbiamo ancora rientrare da un deficit pubblico corrente come minimo di una trentina di miliardi di euro. Il vincolo esterno, per giunta di intensità crescente, è poco dignitoso per gli italiani; è questo il motivo per cui l'Irlanda ha esitato tanto, creando ulteriori problemi alla credibilità dell'euro. Gli argomenti avanzati da Giorgio La Malfa, Ernesto Felli e Giovanni Tria, Alberto Quadrio Curzio e Giuseppe Pennisi sono meritevoli di considerazione nel mettere a punto sia il piano A che il B. Considero insufficiente l'attuale strategia dell'Italia per restare nell'Euroarea e/o nell'Ue, in quanto porta alla deflazione e al disordine sociale. Prima o dopo la speculazione muoverà sull'Italia e ci troverà impreparati, essendo assente un piano B, anzi si teorizza la non necessità d'averlo affidandosi alle cure di Bruxelles. Poiché una crisi dell'euro attuale è sempre possibile, si intende evidentemente cavalcare lo scontento e il probabile disordine nascente dalle nuove regole gettando le colpe sugli "gnomi di Francoforte" (o altra città a scelta), oppure affidandosi alle cure deflazionistiche dell'Unione europea che tanto preoccupano l'Irlanda. A Felli e Tria, che mi hanno rivolto il quesito se per raggiungere comportamenti coerenti con le regole della competizione internazionale sia più facile avere il vincolo esterno o non averlo, rispondo rivoltando il loro quesito: potrebbe l'economia italiana uscire dallo stallo gestendo la quantità di moneta o i tassi dell'interesse e potendo svalutare, come fa il Regno Unito? Questa è una parte del piano B che noi economisti dovremmo studiare. Questa politica potrebbe causare una crisi inflazionistica e un crollo di valore del debito pubblico. L'aumento dei prezzi e la perdita di valore del debito pubblico con il conseguente innalzamento del suo costo scuoterebbero il paese dall'illusione di poter vivacchiare sotto un'inesistente ombrello europeo. La storia insegna che una crisi salutare è sempre stata il fondamento di una nostra ripresa di vitalità. Ho più fiducia nell'Italia di quanto non ne abbiano i fautori del vincolo esterno. L'unico vincolo esterno che funziona in modo dignitoso ed efficace è quello di un mercato concorrenziale, perché richiede una cosciente adesione dei cittadini – attenzione, non solo dei gruppi dirigenti – alla logica dell'efficienza e della meritocrazia così di frequente invocata, ma mai praticata né dalla nostra politica, né dal capitale, né dal lavoro. L'Unione europea ha realizzato un mercato "decente" nel settore industriale, che pesa non più di un quarto del pil; l'agricoltura è invece pesantemente protetta e i servizi lo sono in parte. Il primo dei due pilastri, quello della concorrenza, è costruito per poco più di un quarto e l'altro invece, la moneta unica, per intero. Quale palazzo può reggere a questa asimmetria di costruzione? Per concludere, non possiamo condannare il paese alla non crescita dovuta al vincolo esterno senza unione politica. Bisogna reagire, studiando una exit strategy dall'Euroarea e, se necessario, dall'Europa, cercando nuove e più fruttuose alleanze internazionali (Europa mediterranea con Turchia o Cina?).


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Bisogna reagire, studiando una exit strategy dall'Euro area e, se necessario, dall'Europa. La situazione attuale richiedera' l'imposizione di regole che stringeranno sempre più la corda al collo dell'economia italiana, creando disoccupazione e disordine sociale. Anche perché dobbiamo ancora rientrare da un deficit pubblico corrente come minimo di una trentina di miliardi.

Opinione di Paolo Savona.
Paolo Savona, già Ministro dell'industria nel Governo Ciampi, è Presidente della FULM, Professore ordinario di Politica economica e Direttore Scientifico di Economia Italiana e del Journal of European Economic History. Il contenuto di questo scritto esprime il pensiero dell' autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.



(WSI) – La tesi da me espressa in una lettera al direttore di questo quotidiano, pubblicata il 10 novembre scorso, era chiara: tra le ipotesi da esaminare, per uscire dallo stallo dello sviluppo in cui l'Italia si trova, non si può ignorare l'eventualità di un'uscita dall'Euroarea, se non proprio dall'Unione europea. Non era quindi una provocazione, ma la proposta di avere un piano A, come stare in Europa, e un piano B, come uscire. Dati i tempi che corrono è dovere di una classe dirigente approntarlo. Ripeto brevemente le ragioni della mia proposta: per restare nell'Euroarea occorre completare l'unione politica; senza di questa l'euro non può reggere; o, per consentire che regga, richiede l'imposizione di regole che stringeranno sempre più la corda al collo dell'economia italiana, creando disoccupazione e disordine sociale. Anche perché dobbiamo ancora rientrare da un deficit pubblico corrente come minimo di una trentina di miliardi di euro. Il vincolo esterno, per giunta di intensità crescente, è poco dignitoso per gli italiani; è questo il motivo per cui l'Irlanda ha esitato tanto, creando ulteriori problemi alla credibilità dell'euro. Gli argomenti avanzati da Giorgio La Malfa, Ernesto Felli e Giovanni Tria, Alberto Quadrio Curzio e Giuseppe Pennisi sono meritevoli di considerazione nel mettere a punto sia il piano A che il B. Considero insufficiente l'attuale strategia dell'Italia per restare nell'Euroarea e/o nell'Ue, in quanto porta alla deflazione e al disordine sociale. Prima o dopo la speculazione muoverà sull'Italia e ci troverà impreparati, essendo assente un piano B, anzi si teorizza la non necessità d'averlo affidandosi alle cure di Bruxelles. Poiché una crisi dell'euro attuale è sempre possibile, si intende evidentemente cavalcare lo scontento e il probabile disordine nascente dalle nuove regole gettando le colpe sugli "gnomi di Francoforte" (o altra città a scelta), oppure affidandosi alle cure deflazionistiche dell'Unione europea che tanto preoccupano l'Irlanda. A Felli e Tria, che mi hanno rivolto il quesito se per raggiungere comportamenti coerenti con le regole della competizione internazionale sia più facile avere il vincolo esterno o non averlo, rispondo rivoltando il loro quesito: potrebbe l'economia italiana uscire dallo stallo gestendo la quantità di moneta o i tassi dell'interesse e potendo svalutare, come fa il Regno Unito? Questa è una parte del piano B che noi economisti dovremmo studiare. Questa politica potrebbe causare una crisi inflazionistica e un crollo di valore del debito pubblico. L'aumento dei prezzi e la perdita di valore del debito pubblico con il conseguente innalzamento del suo costo scuoterebbero il paese dall'illusione di poter vivacchiare sotto un'inesistente ombrello europeo. La storia insegna che una crisi salutare è sempre stata il fondamento di una nostra ripresa di vitalità. Ho più fiducia nell'Italia di quanto non ne abbiano i fautori del vincolo esterno. L'unico vincolo esterno che funziona in modo dignitoso ed efficace è quello di un mercato concorrenziale, perché richiede una cosciente adesione dei cittadini – attenzione, non solo dei gruppi dirigenti – alla logica dell'efficienza e della meritocrazia così di frequente invocata, ma mai praticata né dalla nostra politica, né dal capitale, né dal lavoro. L'Unione europea ha realizzato un mercato "decente" nel settore industriale, che pesa non più di un quarto del pil; l'agricoltura è invece pesantemente protetta e i servizi lo sono in parte. Il primo dei due pilastri, quello della concorrenza, è costruito per poco più di un quarto e l'altro invece, la moneta unica, per intero. Quale palazzo può reggere a questa asimmetria di costruzione? Per concludere, non possiamo condannare il paese alla non crescita dovuta al vincolo esterno senza unione politica. Bisogna reagire, studiando una exit strategy dall'Euroarea e, se necessario, dall'Europa, cercando nuove e più fruttuose alleanze internazionali (Europa mediterranea con Turchia o Cina?).


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Il grande vuoto...


Di Francesca Amato


Oggi piove, sarà questo grigiore, sarà il tamburellare della pioggia, ma mi sento profondamente triste, penso alle bollette, alle spese che ognuno ogni giorno deve affrontare, penso a chi uscirà con la speranza di un lavoro, ai tristi call center, grandi posteggi per laureati, penso a quanti alimentano l'economia da bar della Sicilia e a chi si butta in politica, con la speranza di un pezzo di pane...nauseante, ma comprensibile, quando in una società consumistica come la nostra non è il superfluo a mancare, ma lo stretto indispensabile! Guardo dal balcone i bambini africani giocare in mezzo alle montagne di spazzatura, gentilmente offerte da Don Diego, sindaco ridens, e mi si stringe il cuore, perchè loro a questa italia ci hanno creduto più di noi italiani e sono venuti qui, tali e quali ai nostri emigranti, col cuore pieno e le tasche vuote.
Non ho il tempo di godere della mia malinconia, che aprendo facebook e leggendo i commenti sui vari profili del Partito del Sud, mi incazzo come una furia e mi chiedo?Ma ve ne siete accorti che l'Italia sta in ginocchio?Avete idea che ci sono categorie lavorative non protette nè minimamente garantite?Io per prima non avrò la pensione! Lo sapete, vero, che la Salerno-Reggio Calabria se riesci a uscirne vivo ti danno in premio il pupazzetto di Berlusca bunga bunga?Lo sapevate che i giovani appena lontanamente sentono la parola politica, scappano via come i gatti con l'acqua e ve lo siete chiesti perchè?
Perchè siete pallosi, noiosi, barbosi, inutilmente polemici, perchè non cogliete mai il lato bello di una cosa, non sapete emozionarvi, state sempre lì a fare il ballo dei pezzenti, tutti contro tutti, come se fosse possibile farsi ognuno il suo personale partito, undici milioni di partiti, nessuno sa rinunciare ad un pezzetto del proprio egocentrismo per un lavoro di di squadra, dovete sempre parlare parlare parlare, bla bla bla, le alleanze,bla bla bla, il segretario, i siciliani che si scannano tra loro, con i campani, con gli abbruzzesi, tutti assieme contro gli africani, ma BASTA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Sono stufa di leggere continue aggressioni al Partito del Sud, al suo segretario, da gente che si è vista mezzo minuto di intervista e pensa di sapere tutti i cazzi di Beppe, mentre noi lavoriamo con le unghie e con i denti, vedi Linda, Antonio, Natale a macinar chilometri per un'idea, mai un commento propositivo, noooooooooo, sempre a sparare a zero su tutti, su alleanze nemmeno lontanamente ventilate, giochi di potere che conoscono solo questi polemici commentatori.
Io ho trentatre anni, sono una cantante, non ho una lira in tasca e nessuno mi ha promesso niente, ho solo la mia voce, per cantare un dolore che il sud ha dentro da anni, la mia penna per cantarle a chi questo dolore continua a trascinarlo per secoli e la voglia di vedere un pò di serenità attorno a me.
Una cosa devo, purtroppo, riconoscere alla Lega, cafona,senza storia e sporca, l'unità. cosa che noi gente del sud non sappiamo proprio mantenere, per la sfrenata voglia di tirare ognuno acqua al proprio mulino, ci siamo persi di vista gli obiettivi comuni, quelli che infuocano gli animi, che trascinano i giovani, che appassionano le grandi masse!
Svegliatevi, riprendete in mano il vostro orgoglio, chiudete gli occhi e pensate a Peppino Impastato, a Padre Puglisi, a Falcone, a Borsellino...pensate che la gente che li ammazzati sta ancora in mezzo alle palle, indignatevi, per favore, incazzatevi, ma non con i vostri fratelli, ma con un sistema che ci tiene giù la testa da secoli, proponete, siate costruttivi, avete la fortuna di avere a disposizione un partito guidato da un folle creativo e creato da un uomo di anima e cuore, vi prego, come amo dire io, fare scoppiare la pace, buon lavoro a tutti!



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Di Francesca Amato


Oggi piove, sarà questo grigiore, sarà il tamburellare della pioggia, ma mi sento profondamente triste, penso alle bollette, alle spese che ognuno ogni giorno deve affrontare, penso a chi uscirà con la speranza di un lavoro, ai tristi call center, grandi posteggi per laureati, penso a quanti alimentano l'economia da bar della Sicilia e a chi si butta in politica, con la speranza di un pezzo di pane...nauseante, ma comprensibile, quando in una società consumistica come la nostra non è il superfluo a mancare, ma lo stretto indispensabile! Guardo dal balcone i bambini africani giocare in mezzo alle montagne di spazzatura, gentilmente offerte da Don Diego, sindaco ridens, e mi si stringe il cuore, perchè loro a questa italia ci hanno creduto più di noi italiani e sono venuti qui, tali e quali ai nostri emigranti, col cuore pieno e le tasche vuote.
Non ho il tempo di godere della mia malinconia, che aprendo facebook e leggendo i commenti sui vari profili del Partito del Sud, mi incazzo come una furia e mi chiedo?Ma ve ne siete accorti che l'Italia sta in ginocchio?Avete idea che ci sono categorie lavorative non protette nè minimamente garantite?Io per prima non avrò la pensione! Lo sapete, vero, che la Salerno-Reggio Calabria se riesci a uscirne vivo ti danno in premio il pupazzetto di Berlusca bunga bunga?Lo sapevate che i giovani appena lontanamente sentono la parola politica, scappano via come i gatti con l'acqua e ve lo siete chiesti perchè?
Perchè siete pallosi, noiosi, barbosi, inutilmente polemici, perchè non cogliete mai il lato bello di una cosa, non sapete emozionarvi, state sempre lì a fare il ballo dei pezzenti, tutti contro tutti, come se fosse possibile farsi ognuno il suo personale partito, undici milioni di partiti, nessuno sa rinunciare ad un pezzetto del proprio egocentrismo per un lavoro di di squadra, dovete sempre parlare parlare parlare, bla bla bla, le alleanze,bla bla bla, il segretario, i siciliani che si scannano tra loro, con i campani, con gli abbruzzesi, tutti assieme contro gli africani, ma BASTA!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!
Sono stufa di leggere continue aggressioni al Partito del Sud, al suo segretario, da gente che si è vista mezzo minuto di intervista e pensa di sapere tutti i cazzi di Beppe, mentre noi lavoriamo con le unghie e con i denti, vedi Linda, Antonio, Natale a macinar chilometri per un'idea, mai un commento propositivo, noooooooooo, sempre a sparare a zero su tutti, su alleanze nemmeno lontanamente ventilate, giochi di potere che conoscono solo questi polemici commentatori.
Io ho trentatre anni, sono una cantante, non ho una lira in tasca e nessuno mi ha promesso niente, ho solo la mia voce, per cantare un dolore che il sud ha dentro da anni, la mia penna per cantarle a chi questo dolore continua a trascinarlo per secoli e la voglia di vedere un pò di serenità attorno a me.
Una cosa devo, purtroppo, riconoscere alla Lega, cafona,senza storia e sporca, l'unità. cosa che noi gente del sud non sappiamo proprio mantenere, per la sfrenata voglia di tirare ognuno acqua al proprio mulino, ci siamo persi di vista gli obiettivi comuni, quelli che infuocano gli animi, che trascinano i giovani, che appassionano le grandi masse!
Svegliatevi, riprendete in mano il vostro orgoglio, chiudete gli occhi e pensate a Peppino Impastato, a Padre Puglisi, a Falcone, a Borsellino...pensate che la gente che li ammazzati sta ancora in mezzo alle palle, indignatevi, per favore, incazzatevi, ma non con i vostri fratelli, ma con un sistema che ci tiene giù la testa da secoli, proponete, siate costruttivi, avete la fortuna di avere a disposizione un partito guidato da un folle creativo e creato da un uomo di anima e cuore, vi prego, come amo dire io, fare scoppiare la pace, buon lavoro a tutti!



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DESTINO MANIFESTO

di Eugenio Benetazzo .

Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna ormai stanno diventando il leitmotiv delle riflessioni delle comunità finanziarie internazionali, come se l’unica preoccupazione su cui ci dovremmo soffermare fosse la tenuta nel breve dei conti pubblici di questi paesi. Il cosa scegliere ed il dove posizionarsi a livello di investimento è stato da me ampiamente trattato in svariate occasioni e contesti mediatici, tuttavia l’interrogativo principe cui ci dovremmo porre in questo momento non è se il tal titolo di stato è a rischio default, ma piuttosto quale non lo sarà.

Cercherò di trasmettervi questo mio pensiero nel modo più comprensibile possibile.
La crisi del debito sovrano in Europa è una crisi di natura strutturale (e non congiunturale) dovuta a fenomeni macroeconomici che hanno espresso tutto il loro potenziale detonante attraverso un modello di sviluppo economico turboalimentato da bassi tassi di interesse e costi irrisori di manodopera che porta il nome di globalizzazione. Quest’ultima non nasce dalla naturale evoluzione del capitalismo classico, quanto piuttosto è una soluzione studiata a tavolino da potenti lobby di interesse sovranazionale per risolvere l’angosciante diminuzione dei profitti e degli utili aziendali in USA ed in Europa, causa un progressivo ed inarrestabile processo di invecchiamento della popolazione unito ad una decadente natalità dei nuclei familiari.

Le grandi multinazionali vedranno infatti costantemente contrarsi sia i fatturati che i livelli di profitto in quanto ormai quasi tutti i mercati occidentali sono maturi, saturi o addirittura in declino (pensate al mercato automobilistico, non sono casuali le recenti esternazioni di Sergio Marchionne). Tra quindici anni le persone anziane, gli over sessanta, rappresenteranno una quota sempre più consistente delle popolazioni occidentali (in Italia saranno stimati quasi al 40%). Una persona anziana purtroppo non rappresenta il clichè del consumatore ideale, infatti contribuisce marginalmente poco al livello dei consumi rispetto ad un trentenne (quest’ultimo infatti si trova appena all’inizio del suo progetto di vita: si deve sposare, deve comprare un’abitazione, fare figli, acquistare un’autovettura, divertisi nel tempo libero, andare in vacanza, vestirsi alla moda e così via).

Se da una parte infatti diminuirà il livello dei consumi, dall’altra aumenterà invece il peso angosciante del welfare sociale (ricoveri, degenze, assistenza medica e pensioni di anzianità) andando a pesare sempre di più in percentuale ogni anno sul totale della ricchezza prodotta. In buona sostanza stiamo parlando di paesi (USA, Germania, Regno Unito, Francia, Italia, Spagna & Company) il cui destino è piuttosto ben delineato: inesorabile invecchiamento della popolazione, costante aumento dell’indebitamento pubblico, lenta deindustrializzazione e brutale impoverimento. Non so quanto potranno effettivamente servire i cosidetti programmi di austerity sociale, a meno di drastici e drammatici tagli alla spesa sociale ed alla pubblica amministrazione. Chi ha concepito la globalizzazione ha pensato proprio a questo ovvero come salvaguardare i livelli di profitto aziendali (e magari anche come farli aumentare) a fronte di un mutamento epocale della geografia dei consumi mondiali.

In Asia, con in testa Cina ed India, il 75% della popolazione ha un’età inferiore ai trentanni ed un reddito procapite in costante ascesa: si trattava pertanto di creare le premesse e le modalità per far aumentare il numero di persone che in queste regioni potessero iniziare a consumare a livelli similari a quelli occidentali. Grazie ad il WTO si è riusciti ad implementare un fenomenale trasferimento di posti di lavoro attraverso le “opportunità” delle delocalizzazioni produttive, spostando letteralmente fabbriche e stabilimenti, che avrebbero consentito di far nascere con il tempo una nuova classe media borghese disposta a spendere per le mode e le tendenze di consumo del nuovo millennio. Non bisogna essere economisti per rendersi conto di quanto esposto sopra: nel 2000 l’Asia contribuiva ad appena il 10% dei consumi mondiali, nel 2030 salirà a quasi il 40%. Come potenziale di crescita, ai mercati orientali si stanno affiancando anche i mercati dell’America Latina con la locomotiva Brasile in testa.

Stiamo pertanto assistendo ad un mutamento epocale: il baricentro economico e geopolitico del mondo si sta spostando verso Oriente ed anche verso il Sud del Pianeta. La crisi del debito sovrano in Europa è tutto sommato di portata inconsistente rispetto ai problemi che emergeranno nei prossimi cinque anni a fronte di oggettive difficoltà di approvvigionamento alimentare, soprattutto in Oriente che detiene superfici arabili decisamente incapaci a far fronte alla crescente domanda sia di cereali che (purtroppo) di carni da allevamento. Tra ventanni l’attuale modello economico dovrà essere in grado di fornire abitazioni, automobili, carburanti, acqua e cibo ad almeno 600 milioni di nuove persone: pertanto cominciate a chiedervi chi potrà ancora permettersi di avere il frigorifero pieno o i banchi del supermercati colmi e riforniti per accontentare lo scellerato e sfrenato consumismo del nuovo millennio. Destino manifesto per dirla alla Stewie Griffin.

EugenioBenetazzo.com

Fonte:http://www.eugeniobenetazzo.com/destino_manifesto.htm


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di Eugenio Benetazzo .

Grecia, Portogallo, Irlanda e Spagna ormai stanno diventando il leitmotiv delle riflessioni delle comunità finanziarie internazionali, come se l’unica preoccupazione su cui ci dovremmo soffermare fosse la tenuta nel breve dei conti pubblici di questi paesi. Il cosa scegliere ed il dove posizionarsi a livello di investimento è stato da me ampiamente trattato in svariate occasioni e contesti mediatici, tuttavia l’interrogativo principe cui ci dovremmo porre in questo momento non è se il tal titolo di stato è a rischio default, ma piuttosto quale non lo sarà.

Cercherò di trasmettervi questo mio pensiero nel modo più comprensibile possibile.
La crisi del debito sovrano in Europa è una crisi di natura strutturale (e non congiunturale) dovuta a fenomeni macroeconomici che hanno espresso tutto il loro potenziale detonante attraverso un modello di sviluppo economico turboalimentato da bassi tassi di interesse e costi irrisori di manodopera che porta il nome di globalizzazione. Quest’ultima non nasce dalla naturale evoluzione del capitalismo classico, quanto piuttosto è una soluzione studiata a tavolino da potenti lobby di interesse sovranazionale per risolvere l’angosciante diminuzione dei profitti e degli utili aziendali in USA ed in Europa, causa un progressivo ed inarrestabile processo di invecchiamento della popolazione unito ad una decadente natalità dei nuclei familiari.

Le grandi multinazionali vedranno infatti costantemente contrarsi sia i fatturati che i livelli di profitto in quanto ormai quasi tutti i mercati occidentali sono maturi, saturi o addirittura in declino (pensate al mercato automobilistico, non sono casuali le recenti esternazioni di Sergio Marchionne). Tra quindici anni le persone anziane, gli over sessanta, rappresenteranno una quota sempre più consistente delle popolazioni occidentali (in Italia saranno stimati quasi al 40%). Una persona anziana purtroppo non rappresenta il clichè del consumatore ideale, infatti contribuisce marginalmente poco al livello dei consumi rispetto ad un trentenne (quest’ultimo infatti si trova appena all’inizio del suo progetto di vita: si deve sposare, deve comprare un’abitazione, fare figli, acquistare un’autovettura, divertisi nel tempo libero, andare in vacanza, vestirsi alla moda e così via).

Se da una parte infatti diminuirà il livello dei consumi, dall’altra aumenterà invece il peso angosciante del welfare sociale (ricoveri, degenze, assistenza medica e pensioni di anzianità) andando a pesare sempre di più in percentuale ogni anno sul totale della ricchezza prodotta. In buona sostanza stiamo parlando di paesi (USA, Germania, Regno Unito, Francia, Italia, Spagna & Company) il cui destino è piuttosto ben delineato: inesorabile invecchiamento della popolazione, costante aumento dell’indebitamento pubblico, lenta deindustrializzazione e brutale impoverimento. Non so quanto potranno effettivamente servire i cosidetti programmi di austerity sociale, a meno di drastici e drammatici tagli alla spesa sociale ed alla pubblica amministrazione. Chi ha concepito la globalizzazione ha pensato proprio a questo ovvero come salvaguardare i livelli di profitto aziendali (e magari anche come farli aumentare) a fronte di un mutamento epocale della geografia dei consumi mondiali.

In Asia, con in testa Cina ed India, il 75% della popolazione ha un’età inferiore ai trentanni ed un reddito procapite in costante ascesa: si trattava pertanto di creare le premesse e le modalità per far aumentare il numero di persone che in queste regioni potessero iniziare a consumare a livelli similari a quelli occidentali. Grazie ad il WTO si è riusciti ad implementare un fenomenale trasferimento di posti di lavoro attraverso le “opportunità” delle delocalizzazioni produttive, spostando letteralmente fabbriche e stabilimenti, che avrebbero consentito di far nascere con il tempo una nuova classe media borghese disposta a spendere per le mode e le tendenze di consumo del nuovo millennio. Non bisogna essere economisti per rendersi conto di quanto esposto sopra: nel 2000 l’Asia contribuiva ad appena il 10% dei consumi mondiali, nel 2030 salirà a quasi il 40%. Come potenziale di crescita, ai mercati orientali si stanno affiancando anche i mercati dell’America Latina con la locomotiva Brasile in testa.

Stiamo pertanto assistendo ad un mutamento epocale: il baricentro economico e geopolitico del mondo si sta spostando verso Oriente ed anche verso il Sud del Pianeta. La crisi del debito sovrano in Europa è tutto sommato di portata inconsistente rispetto ai problemi che emergeranno nei prossimi cinque anni a fronte di oggettive difficoltà di approvvigionamento alimentare, soprattutto in Oriente che detiene superfici arabili decisamente incapaci a far fronte alla crescente domanda sia di cereali che (purtroppo) di carni da allevamento. Tra ventanni l’attuale modello economico dovrà essere in grado di fornire abitazioni, automobili, carburanti, acqua e cibo ad almeno 600 milioni di nuove persone: pertanto cominciate a chiedervi chi potrà ancora permettersi di avere il frigorifero pieno o i banchi del supermercati colmi e riforniti per accontentare lo scellerato e sfrenato consumismo del nuovo millennio. Destino manifesto per dirla alla Stewie Griffin.

EugenioBenetazzo.com

Fonte:http://www.eugeniobenetazzo.com/destino_manifesto.htm


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venerdì 26 novembre 2010

Tra nord e sud palme e veleni


di LINO PATRUNO

È vero, Nord e Sud sono diventati ciò che prima erano destra e sinistra. La versione aggiornata. Così questa fetida questione dell’immondizia di Napoli. Si chiede che possa essere smaltita da altre regioni, e sùbito la Lega reagisce: al Nord mai.

A occhio e croce si può capirli, anzi anche alcune regioni del Sud hanno risposto così, loro l’hanno creata e loro se la tengano. Poi però ci sono una decina di inchieste giudiziarie a dimostrare come le discariche campane siano stracolme di rifiuti soprattutto del Nord. E rifiuti speciali, ipocrisia per dire veleni micidiali tipo amianto, diossina, cianuro. Fatti arrivare dalla camorra a un prezzo otto volte più basso. Almeno 40 tir a settimana, dice niente il film ? E la gente lo sa, le barricate a Terzigno non sono la solita cialtronata della solita plebe meridionale anarchica e cenciosa.

A guadagnarci non è solo la criminalità. Ci guadagna anche la politica dagli opachi rapporti con la criminalità. E del resto, la storia si ripete. Ai tempi della Cassa per il Mezzogiorno, invece di far crescere al Sud le piccole imprese, quelle legate alle produzioni del territorio, ci mandarono i grandi impianti inquinanti (siderurgia, chimica, raffinazione). Che non solo distrussero una terra e l’anima di un popolo. Ma non lasciarono una lira di reddito, perché i loro semilavorati tornavano al Nord per alimentare quell’industria (come l’acciaio per le auto). Lasciarono invece un cimitero di illusioni quando la crisi petrolifera li schiantò. E danni che chissà se i secoli cancelleranno, al di là delle travagliate bonifiche. Come sanno a Manfredonia e Brindisi.

Non avviene solo in Italia. Avviene normalmente fra i ricchi e i poveri, le terre derelitte ridotte a discarica di tutto. E poi, questo è un mondo senza più confini, di industrie senza patria, di capitali senza nomi, di luoghi senza memoria. In cui Internet trapassa beffardamente tutti. In cui non ci sono Sud e Nord isolati fra loro. E in cui nessun Nord e nessun Sud possono innalzare barriere come ci si illude di fare fra Paesi virtuosi e Paesi canaglia. Non c’è Sud che non sia stato creato anche da un Nord. E non c’è Nord che non sia implicato in un Sud.

Così la questione della mafia. Roberto Saviano afferma che la Lega con la camorra, e apriti cielo. Di sicuro eccede col verbo, chissà se per caso. Ma era stato Leonardo Sciascia a dire che la linea della palma salirà sempre, nel senso che prima o poi la palma avrebbe attecchito anche in climi imprevisti: diciamo la . Quel tempo è arrivato, per la verità da decenni, perché mica la camorra i suoi soldi li va a investire dove non rendono. E gli affari si fanno dove c’è più ricchezza. Non c’è stata molta attenzione, o prevenzione, nel vedere cosa succedeva in almeno vent’anni, quelli del governo locale della Lega. Chi otteneva gli appalti? Chi vinceva le gare? E chi erano questi fortunati che in tempi di magra avevano tanto contante e tanto ardire di investire? Con quali banche ad occuparsene?

Questo non vuol dire affatto complicità. Vuol dire che se le mafie sono state fatte crescere al Sud lasciato nelle loro mani, si ingrossano anche perché ci sono Nord con occhi semichiusi. O semiaperti. E che le mafie si combatterebbero meglio al Sud se i loro capitali insanguinati non si rifugiassero al Nord. Dove non è solo una bestemmia dire che alimentano l’economia, nel senso che contribuiscono ad arricchirla. Depredano a Sud e seminano a Nord. Quando invece è risaputo che si soffocano soltanto paralizzandone i patrimoni.

Ora non dovrebbero ripetere al Nord l’errore fatto al Sud, sottovalutarne la presenza con la spocchia dell’economia sana invulnerabile alla mela marcia. O dicendo altezzosamente che non è roba loro ma cosa nostra. E’ roba nazionale. E non perché qualche boss di serie B sia stato mandato lassù in soggiorno obbligato (sarebbe peggio, perché lo sapevano). Ma perché sono roba nazionale molte più cose che il signor Bossi non ritenga. Affidandosi al federalismo per apporre una sbarra di egoismo fra le regioni.

E’ nazionale la rete infinita che, nonostante tutto, lega questo Paese. Dai milioni di meridionali al Nord alle migliaia di aziende settentrionali al Sud (compresa quella che lavora alla interminabile autostrada Salerno-Reggio Calabria, se proprio insistono a parlare). Dai soldi delle tasse dei settentrionali che scenderebbero al Sud alla spesa dello Stato molto più alta al Nord che al Sud, restituzione con gli interessi (dati del ministero dello Sviluppo). Ultime opere finanziate: centinaia di milioni su, qualche decina di milioni giù. E poi i voti raccolti al Sud per consentire al Nord della Lega di stare al governo.

Conclusione: l’Italia è unita non solo quando fa comodo. Anche se i lavori in corso per separare i cosiddetti buoni dai cosiddetti cattivi procedono alacremente.
www.linopatruno.com


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di LINO PATRUNO

È vero, Nord e Sud sono diventati ciò che prima erano destra e sinistra. La versione aggiornata. Così questa fetida questione dell’immondizia di Napoli. Si chiede che possa essere smaltita da altre regioni, e sùbito la Lega reagisce: al Nord mai.

A occhio e croce si può capirli, anzi anche alcune regioni del Sud hanno risposto così, loro l’hanno creata e loro se la tengano. Poi però ci sono una decina di inchieste giudiziarie a dimostrare come le discariche campane siano stracolme di rifiuti soprattutto del Nord. E rifiuti speciali, ipocrisia per dire veleni micidiali tipo amianto, diossina, cianuro. Fatti arrivare dalla camorra a un prezzo otto volte più basso. Almeno 40 tir a settimana, dice niente il film ? E la gente lo sa, le barricate a Terzigno non sono la solita cialtronata della solita plebe meridionale anarchica e cenciosa.

A guadagnarci non è solo la criminalità. Ci guadagna anche la politica dagli opachi rapporti con la criminalità. E del resto, la storia si ripete. Ai tempi della Cassa per il Mezzogiorno, invece di far crescere al Sud le piccole imprese, quelle legate alle produzioni del territorio, ci mandarono i grandi impianti inquinanti (siderurgia, chimica, raffinazione). Che non solo distrussero una terra e l’anima di un popolo. Ma non lasciarono una lira di reddito, perché i loro semilavorati tornavano al Nord per alimentare quell’industria (come l’acciaio per le auto). Lasciarono invece un cimitero di illusioni quando la crisi petrolifera li schiantò. E danni che chissà se i secoli cancelleranno, al di là delle travagliate bonifiche. Come sanno a Manfredonia e Brindisi.

Non avviene solo in Italia. Avviene normalmente fra i ricchi e i poveri, le terre derelitte ridotte a discarica di tutto. E poi, questo è un mondo senza più confini, di industrie senza patria, di capitali senza nomi, di luoghi senza memoria. In cui Internet trapassa beffardamente tutti. In cui non ci sono Sud e Nord isolati fra loro. E in cui nessun Nord e nessun Sud possono innalzare barriere come ci si illude di fare fra Paesi virtuosi e Paesi canaglia. Non c’è Sud che non sia stato creato anche da un Nord. E non c’è Nord che non sia implicato in un Sud.

Così la questione della mafia. Roberto Saviano afferma che la Lega con la camorra, e apriti cielo. Di sicuro eccede col verbo, chissà se per caso. Ma era stato Leonardo Sciascia a dire che la linea della palma salirà sempre, nel senso che prima o poi la palma avrebbe attecchito anche in climi imprevisti: diciamo la . Quel tempo è arrivato, per la verità da decenni, perché mica la camorra i suoi soldi li va a investire dove non rendono. E gli affari si fanno dove c’è più ricchezza. Non c’è stata molta attenzione, o prevenzione, nel vedere cosa succedeva in almeno vent’anni, quelli del governo locale della Lega. Chi otteneva gli appalti? Chi vinceva le gare? E chi erano questi fortunati che in tempi di magra avevano tanto contante e tanto ardire di investire? Con quali banche ad occuparsene?

Questo non vuol dire affatto complicità. Vuol dire che se le mafie sono state fatte crescere al Sud lasciato nelle loro mani, si ingrossano anche perché ci sono Nord con occhi semichiusi. O semiaperti. E che le mafie si combatterebbero meglio al Sud se i loro capitali insanguinati non si rifugiassero al Nord. Dove non è solo una bestemmia dire che alimentano l’economia, nel senso che contribuiscono ad arricchirla. Depredano a Sud e seminano a Nord. Quando invece è risaputo che si soffocano soltanto paralizzandone i patrimoni.

Ora non dovrebbero ripetere al Nord l’errore fatto al Sud, sottovalutarne la presenza con la spocchia dell’economia sana invulnerabile alla mela marcia. O dicendo altezzosamente che non è roba loro ma cosa nostra. E’ roba nazionale. E non perché qualche boss di serie B sia stato mandato lassù in soggiorno obbligato (sarebbe peggio, perché lo sapevano). Ma perché sono roba nazionale molte più cose che il signor Bossi non ritenga. Affidandosi al federalismo per apporre una sbarra di egoismo fra le regioni.

E’ nazionale la rete infinita che, nonostante tutto, lega questo Paese. Dai milioni di meridionali al Nord alle migliaia di aziende settentrionali al Sud (compresa quella che lavora alla interminabile autostrada Salerno-Reggio Calabria, se proprio insistono a parlare). Dai soldi delle tasse dei settentrionali che scenderebbero al Sud alla spesa dello Stato molto più alta al Nord che al Sud, restituzione con gli interessi (dati del ministero dello Sviluppo). Ultime opere finanziate: centinaia di milioni su, qualche decina di milioni giù. E poi i voti raccolti al Sud per consentire al Nord della Lega di stare al governo.

Conclusione: l’Italia è unita non solo quando fa comodo. Anche se i lavori in corso per separare i cosiddetti buoni dai cosiddetti cattivi procedono alacremente.
www.linopatruno.com


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NORD CONTRO SUD - ( APRILE + DI FIORE CONTRO CAZZULLO)






Fonte: Sette , settimanale del Corriere della sera 25 novembre 2010
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Fonte: Sette , settimanale del Corriere della sera 25 novembre 2010
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Il Sindaco di Bari Emiliano agli stati generali del Partito del Sud a Palermo


http://www.youtube.com/watch?v=FsCdf0Lh3V4

Intervista di Nicola Pirozzi al Sindaco di Bari durante una pausa degli stati Generali del Partito del Sud. Il sindaco Emiliano, meridionalista convinto, ha voluto portare la sua voce.

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http://www.youtube.com/watch?v=FsCdf0Lh3V4

Intervista di Nicola Pirozzi al Sindaco di Bari durante una pausa degli stati Generali del Partito del Sud. Il sindaco Emiliano, meridionalista convinto, ha voluto portare la sua voce.

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Presentazione del Partito del Sud a Grosseto



27 novembre 2010

Hotel Grand Duca Grosseto, Via Senese 170 - Grosseto

ore 17-20


Presentazione del libro di Antonella Colonna Villasi "Il Terrorismo" a cura del Partito del Sud di Grosseto e presentazione movimento agli amici e simpatizzanti della Toscana.


Seguirà dibattito con l'autrice e con Angelo Modaffari, Coord. Toscana del Partito del Sud ed Enzo Riccio, Segr. Organizzativo Nazionale del Partito del Sud. Invitiamo tutti gli iscritti ed i simpatizzanti in zona, oltre ovviamente a tutti gli interessati al nostro nuovo discorso politico "neo-meridionalista".

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27 novembre 2010

Hotel Grand Duca Grosseto, Via Senese 170 - Grosseto

ore 17-20


Presentazione del libro di Antonella Colonna Villasi "Il Terrorismo" a cura del Partito del Sud di Grosseto e presentazione movimento agli amici e simpatizzanti della Toscana.


Seguirà dibattito con l'autrice e con Angelo Modaffari, Coord. Toscana del Partito del Sud ed Enzo Riccio, Segr. Organizzativo Nazionale del Partito del Sud. Invitiamo tutti gli iscritti ed i simpatizzanti in zona, oltre ovviamente a tutti gli interessati al nostro nuovo discorso politico "neo-meridionalista".

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giovedì 25 novembre 2010

Rifiuti, scende in campo il «re»: «Napoli, rialzati e fatti rispettare»

Carlo di Borbone delle Due Sicilie: «La mia Famiglia ed io ci mettiamo a disposizione delle forze sane della Città»

Carlo di Borbone

Carlo di Borbone

NAPOLI - Napoli: alzati! Basta con le polemiche, con le guerre tra bande tra gli scaricabarile! Napoli: alzati!

Questo è il momento del nostro orgoglio. Mostriamo agli Ispettori dell'Unione Europea il vero volto della nostra Città, la nostra Capitale. Roberto Saviano ha fatto molto bene a ricordare quanto civilmente moderni fossimo sin dai tempi di Re Ferdinando II. Stiamo perdendo di vista i cittadini, i loro problemi e le loro ansie, ma stiamo negando loro anche il futuro. E lo stiamo negando anche alla nostra Napoli. Verrà il tempo dei bilanci, e verrà il tempo delle responsabilità. Ma ora è il momento di alzarsi: di stringerci attorno al Signor Presidente della Repubblica che ci ha invitato al riscatto.

E ricordiamoci il monito del nostro Arcivescovo: uno scandalo è il ripetersi delle emergenze che sta minando la dignità dei Napolitani. Tutta la mia Famiglia ed io personalmente ci mettiamo a disposizione delle forze sane della Città, delle migliaia di cittadini per bene, imprenditori, professionisti, operai e artigiani che dai Quartieri Spagnoli fino a Fuorigrotta, dal Vomero al Miglio d’Oro che stanno dritti dinnanzi alle avversità e non si piegano, e vogliono che Napoli e tutto il Mezzogiorno siano rispettati in Europa e nel mondo! Napoli: alzati!

Carlo di Borbone


Fonte:Corriere del Mezzogiorno del 24/11/2010


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Carlo di Borbone delle Due Sicilie: «La mia Famiglia ed io ci mettiamo a disposizione delle forze sane della Città»

Carlo di Borbone

Carlo di Borbone

NAPOLI - Napoli: alzati! Basta con le polemiche, con le guerre tra bande tra gli scaricabarile! Napoli: alzati!

Questo è il momento del nostro orgoglio. Mostriamo agli Ispettori dell'Unione Europea il vero volto della nostra Città, la nostra Capitale. Roberto Saviano ha fatto molto bene a ricordare quanto civilmente moderni fossimo sin dai tempi di Re Ferdinando II. Stiamo perdendo di vista i cittadini, i loro problemi e le loro ansie, ma stiamo negando loro anche il futuro. E lo stiamo negando anche alla nostra Napoli. Verrà il tempo dei bilanci, e verrà il tempo delle responsabilità. Ma ora è il momento di alzarsi: di stringerci attorno al Signor Presidente della Repubblica che ci ha invitato al riscatto.

E ricordiamoci il monito del nostro Arcivescovo: uno scandalo è il ripetersi delle emergenze che sta minando la dignità dei Napolitani. Tutta la mia Famiglia ed io personalmente ci mettiamo a disposizione delle forze sane della Città, delle migliaia di cittadini per bene, imprenditori, professionisti, operai e artigiani che dai Quartieri Spagnoli fino a Fuorigrotta, dal Vomero al Miglio d’Oro che stanno dritti dinnanzi alle avversità e non si piegano, e vogliono che Napoli e tutto il Mezzogiorno siano rispettati in Europa e nel mondo! Napoli: alzati!

Carlo di Borbone


Fonte:Corriere del Mezzogiorno del 24/11/2010


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Il Risorgimento non porta voti


di Peppino Caldarola


Calendario infelice. Il 16 marzo 2011 iniziano le celebrazioni del 150° alla presenza di numerose delegazioni straniere e con la (quasi certa) assenza della delegazione governativa della Lega. Il 27 marzo (forse) si vota per il nuovo Parlamento.


Sfoglio il calendario del 2011 e mi imbatto in due date. La prima è il 16 marzo quando iniziano le celebrazioni del centocinquantesimo dell’Unità d’Italia. La seconda è il 27 marzo quando gli italiani molto probabilmente saranno in fila nei seggi per eleggere il nuovo Parlamento. Nel giro di due settimane l’Italia farà una specie di autoanalisi collettiva.

Il 16 e il 17 le celebrazioni romane inizieranno solenni con salve di cannone a salutare il ricordo di Giuseppe Garibaldi, Camillo Benso conte di Cavour, Giuseppe Mazzini e il re Savoia, mentre in venti città capoluogo ci sarà un contemporaneo alzabandiera. È prevista una cerimonia al Pantheon e una seduta comune del Parlamento con un discorso del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. La grande festa culminerà con un concerto in piazza del Popolo e Riccardo Muti di sera al Teatro dell’Opera di Roma dirigerà il “Nabucco”.
Ci saranno delegazioni straniere. Probabilmente non faranno vedere la Lega Nord e i suoi ministri, compreso quello dell’Interno, Roberto Maroni. Poche settimane fa Roberto Calderoli, intervistato da Lucia Annunziata, su Rai 3, è stato secco: «Noi non ci saremo».
Il 27 marzo, invece, gli italiani saranno chiamati a votare a favore o contro un governo imperniato sull’asse Berlusconi-Bossi, il più nordista dopo quelli post-unitari, che ha al centro del suo programma il federalismo, e saremo alla fine di una campagna elettorale dominata dallo scontro Nord-Sud, dall’insorgenza dei partiti meridionali, dalle polemiche sui rifiuti padani che finiscono in Campania e sulla criminalità meridionale che invade i territori leghisti. Questa coincidenza è assolutamente imprevista ma, a pensarci bene, riflette una delle principali contraddizioni della nostra nazione, cioè celebrare l’anniversario dell’Unità in un clima di rottura assolutamente inedito.
L’Italia che festeggia la sua data di nascita, ovvero della sua nascita come Stato, sta scoprendo la maggior fioritura di prodotti culturali revisionistici. Il film di Mario Martone, “Noi credevamo”, racconta senza retorica e con puntigliosità le contraddizioni del Risorgimento riempiendo le sale. Molti esperti pensano che sia uno dei film più belli che siano stati fatti nell’ultimo periodo. Giancarlo De Cataldo, magistrato e scrittore, ha mandato in libreria una straordinaria saga risorgimentale, “I traditori”, in cui conquistano la prima scena spie, delinquenti e puttane accanto ai miti del nostro Risorgimento ritratti senza l’alone che li circonda nei libri di scuola. Storici titolati come Emilio Gentile si misurano con il crollo dell’idea di Nazione. Un nuovo italiano come Paul Ginsborg fatica a trovare le ragioni di salvezza del frutto dell’avventura garibaldina. Francesco Barbagallo, raccontando le gesta dei camorristi napoletani, apre il capitolo sul Mezzogiorno con la frase lapidaria: «L’estate del 1860 vide scomparire in un rapido gorgo il più grande Stato della penisola italiana». Giordano Bruno Guerri ha raccontato l’epopea dei briganti immersi nella solidarietà contadina nella sua controstoria del Risorgimento dedicata al «sangue del Sud», tema su cui si sono cimentati con libri di successo Arrigo Petacco e Gigi Di Fiore. Si potrebbe continuare. Le librerie sono piene. A fare da controcanto l’idea di Paolo Mieli di dedicare una collana della Rizzoli agli scrittori risorgimentali più noti, l’intera collana curata, per il Mulino, da Ernesto Galli Della Loggia dedicata alla nostra identità, l’affascinante viaggio culturale nell’Italia prima dell’Italia, di Francesco Bruni, sempre edito dal Mulino, fino al battagliero ultimo lavoro di Aldo Cazzullo che cerca di contrastare le pubblicazioni revisioniste.
In questo clima culturale, che il lettore del Riformista già conosce perché altre volte ho richiamato la sua attenzione, si inserirà la parte più calda e finale della imminente campagna elettorale. È una situazione assolutamente unica. In molti paesi le vicende storiche sono state frutto di accurate ricerche, di rappresentazioni artistiche e quindi anche di letture che contraddicevano la verità ufficiale o che, in ogni caso, lasciavano la parola ai vinti. Cinema e letteratura americana in questo caso sono esemplari nella capacità di dare conto di un pluralismo di interpretazioni, di narrazioni e di emozioni. Forse solo in Italia capita, però, che la celebrazione unitaria avvenga mentre una parte dell’intellettualità sembra più interessata a raccontare i difetti originari del processo unitario e una parte della politica si sta rivolgendo verso suggestioni che mettono in campo una lettura del federalismo che assomiglia molto a una separazione consensuale. Due settimane dopo l’avvio delle celebrazioni per il centocinquantesimo la Lega cercherà di strappare il massimo risultato politico ed elettorale della sua storia e lo farà mettendo in campo tutta la sua armatura ideologica per convincere e trattenere il voto nordista. In quegli stessi giorni, in forme politiche che non sappiamo prevedere, nelle piazze e nelle tv del Sud i “cacciatori di voti” di tutti i partiti si scopriranno fieramente meridionalisti e chiameranno alla rivolta del Sud offeso.
Questa strana coincidenza di date suggerirebbe contromisure. Non penso a artifizi organizzativi. Anche se si collocassero le elezioni qualche settimana più in là, a cavallo di maggio, resterebbe il problema della staffetta fra un voto che misurerà la coesione degli italiani e le celebrazioni di un evento storico di primaria grandezza che finora non suscita passione popolare. Un ruolo svolgerà il Capo dello Stato, meridionalista e patriota, che ha ben saputo tenere desto lo spirito nazionale dopo la bella lezione unitaria che dette il suo predecessore Carlo Azelio Ciampi quando impose la bandiera al centro del dibattito nazionale. Ma non si potrà lasciare solo Giorgio Napolitano. L’affollarsi di un leghismo diffuso, esplicito e strisciante, è un problema dell’intero arco delle forze politiche e trova le sue ragioni in un’Italia mai spaccata come lo è in questo tornante della storia, mai così unificata nel costume e nei modi di vita mai così contrapposta nello spirito pubblico. Il rischio di una contrapposizione fra la retorica inevitabile delle celebrazioni e il disincanto della “gente” è assai forte. In qualche modo il sovrapporsi del centocinquantesimo con il voto politico può diventare la cartina di tornasole della italianità degli italiani.
Bisogna che ciascuno decida in quale parte del filone celebrativo si vuole collocare. Siamo una Nazione in grado di ricordare la sua data fondativa senza tacere i limiti e le ingiustizie del Risorgimento, ma siamo anche una nazione che può trovarsi a un passo dalla propria disgregazione. L’evento miracoloso di un secolo e mezzo fa che camminò sulle spalle dei garibaldini, sulle ambizioni del re, sulla genialità di Cavour, sulla predicazione di Mazzini, spesso incompresa da quei contadini e da quella plebe che i neo-borbonici celebrano nel ricordo delle stragi piemontesi a Pontelandolfo e a Casalduni, nel Sanniobeneventano, che segnò l’inizio della dipendenza del Sud denunciata dai meridionalisti storici e che per molti padani di oggi, ministri della Repubblica compresi, rappresenta il prezzo esoso pagato dal Nord, ebbene quell’evento avrebbe bisogno di una classe dirigente in grado di parlare ai cittadini di oggi per cercare le ragioni di una volontà che, scrive Emilio Gentile, «eviti all’Italia unita di finire smembrata e la faccia diventare finalmente la patria comune di italiani e di italiane dotati di caratteri alti e forti, o più semplicemente, di dignità».



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di Peppino Caldarola


Calendario infelice. Il 16 marzo 2011 iniziano le celebrazioni del 150° alla presenza di numerose delegazioni straniere e con la (quasi certa) assenza della delegazione governativa della Lega. Il 27 marzo (forse) si vota per il nuovo Parlamento.


Sfoglio il calendario del 2011 e mi imbatto in due date. La prima è il 16 marzo quando iniziano le celebrazioni del centocinquantesimo dell’Unità d’Italia. La seconda è il 27 marzo quando gli italiani molto probabilmente saranno in fila nei seggi per eleggere il nuovo Parlamento. Nel giro di due settimane l’Italia farà una specie di autoanalisi collettiva.

Il 16 e il 17 le celebrazioni romane inizieranno solenni con salve di cannone a salutare il ricordo di Giuseppe Garibaldi, Camillo Benso conte di Cavour, Giuseppe Mazzini e il re Savoia, mentre in venti città capoluogo ci sarà un contemporaneo alzabandiera. È prevista una cerimonia al Pantheon e una seduta comune del Parlamento con un discorso del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano. La grande festa culminerà con un concerto in piazza del Popolo e Riccardo Muti di sera al Teatro dell’Opera di Roma dirigerà il “Nabucco”.
Ci saranno delegazioni straniere. Probabilmente non faranno vedere la Lega Nord e i suoi ministri, compreso quello dell’Interno, Roberto Maroni. Poche settimane fa Roberto Calderoli, intervistato da Lucia Annunziata, su Rai 3, è stato secco: «Noi non ci saremo».
Il 27 marzo, invece, gli italiani saranno chiamati a votare a favore o contro un governo imperniato sull’asse Berlusconi-Bossi, il più nordista dopo quelli post-unitari, che ha al centro del suo programma il federalismo, e saremo alla fine di una campagna elettorale dominata dallo scontro Nord-Sud, dall’insorgenza dei partiti meridionali, dalle polemiche sui rifiuti padani che finiscono in Campania e sulla criminalità meridionale che invade i territori leghisti. Questa coincidenza è assolutamente imprevista ma, a pensarci bene, riflette una delle principali contraddizioni della nostra nazione, cioè celebrare l’anniversario dell’Unità in un clima di rottura assolutamente inedito.
L’Italia che festeggia la sua data di nascita, ovvero della sua nascita come Stato, sta scoprendo la maggior fioritura di prodotti culturali revisionistici. Il film di Mario Martone, “Noi credevamo”, racconta senza retorica e con puntigliosità le contraddizioni del Risorgimento riempiendo le sale. Molti esperti pensano che sia uno dei film più belli che siano stati fatti nell’ultimo periodo. Giancarlo De Cataldo, magistrato e scrittore, ha mandato in libreria una straordinaria saga risorgimentale, “I traditori”, in cui conquistano la prima scena spie, delinquenti e puttane accanto ai miti del nostro Risorgimento ritratti senza l’alone che li circonda nei libri di scuola. Storici titolati come Emilio Gentile si misurano con il crollo dell’idea di Nazione. Un nuovo italiano come Paul Ginsborg fatica a trovare le ragioni di salvezza del frutto dell’avventura garibaldina. Francesco Barbagallo, raccontando le gesta dei camorristi napoletani, apre il capitolo sul Mezzogiorno con la frase lapidaria: «L’estate del 1860 vide scomparire in un rapido gorgo il più grande Stato della penisola italiana». Giordano Bruno Guerri ha raccontato l’epopea dei briganti immersi nella solidarietà contadina nella sua controstoria del Risorgimento dedicata al «sangue del Sud», tema su cui si sono cimentati con libri di successo Arrigo Petacco e Gigi Di Fiore. Si potrebbe continuare. Le librerie sono piene. A fare da controcanto l’idea di Paolo Mieli di dedicare una collana della Rizzoli agli scrittori risorgimentali più noti, l’intera collana curata, per il Mulino, da Ernesto Galli Della Loggia dedicata alla nostra identità, l’affascinante viaggio culturale nell’Italia prima dell’Italia, di Francesco Bruni, sempre edito dal Mulino, fino al battagliero ultimo lavoro di Aldo Cazzullo che cerca di contrastare le pubblicazioni revisioniste.
In questo clima culturale, che il lettore del Riformista già conosce perché altre volte ho richiamato la sua attenzione, si inserirà la parte più calda e finale della imminente campagna elettorale. È una situazione assolutamente unica. In molti paesi le vicende storiche sono state frutto di accurate ricerche, di rappresentazioni artistiche e quindi anche di letture che contraddicevano la verità ufficiale o che, in ogni caso, lasciavano la parola ai vinti. Cinema e letteratura americana in questo caso sono esemplari nella capacità di dare conto di un pluralismo di interpretazioni, di narrazioni e di emozioni. Forse solo in Italia capita, però, che la celebrazione unitaria avvenga mentre una parte dell’intellettualità sembra più interessata a raccontare i difetti originari del processo unitario e una parte della politica si sta rivolgendo verso suggestioni che mettono in campo una lettura del federalismo che assomiglia molto a una separazione consensuale. Due settimane dopo l’avvio delle celebrazioni per il centocinquantesimo la Lega cercherà di strappare il massimo risultato politico ed elettorale della sua storia e lo farà mettendo in campo tutta la sua armatura ideologica per convincere e trattenere il voto nordista. In quegli stessi giorni, in forme politiche che non sappiamo prevedere, nelle piazze e nelle tv del Sud i “cacciatori di voti” di tutti i partiti si scopriranno fieramente meridionalisti e chiameranno alla rivolta del Sud offeso.
Questa strana coincidenza di date suggerirebbe contromisure. Non penso a artifizi organizzativi. Anche se si collocassero le elezioni qualche settimana più in là, a cavallo di maggio, resterebbe il problema della staffetta fra un voto che misurerà la coesione degli italiani e le celebrazioni di un evento storico di primaria grandezza che finora non suscita passione popolare. Un ruolo svolgerà il Capo dello Stato, meridionalista e patriota, che ha ben saputo tenere desto lo spirito nazionale dopo la bella lezione unitaria che dette il suo predecessore Carlo Azelio Ciampi quando impose la bandiera al centro del dibattito nazionale. Ma non si potrà lasciare solo Giorgio Napolitano. L’affollarsi di un leghismo diffuso, esplicito e strisciante, è un problema dell’intero arco delle forze politiche e trova le sue ragioni in un’Italia mai spaccata come lo è in questo tornante della storia, mai così unificata nel costume e nei modi di vita mai così contrapposta nello spirito pubblico. Il rischio di una contrapposizione fra la retorica inevitabile delle celebrazioni e il disincanto della “gente” è assai forte. In qualche modo il sovrapporsi del centocinquantesimo con il voto politico può diventare la cartina di tornasole della italianità degli italiani.
Bisogna che ciascuno decida in quale parte del filone celebrativo si vuole collocare. Siamo una Nazione in grado di ricordare la sua data fondativa senza tacere i limiti e le ingiustizie del Risorgimento, ma siamo anche una nazione che può trovarsi a un passo dalla propria disgregazione. L’evento miracoloso di un secolo e mezzo fa che camminò sulle spalle dei garibaldini, sulle ambizioni del re, sulla genialità di Cavour, sulla predicazione di Mazzini, spesso incompresa da quei contadini e da quella plebe che i neo-borbonici celebrano nel ricordo delle stragi piemontesi a Pontelandolfo e a Casalduni, nel Sanniobeneventano, che segnò l’inizio della dipendenza del Sud denunciata dai meridionalisti storici e che per molti padani di oggi, ministri della Repubblica compresi, rappresenta il prezzo esoso pagato dal Nord, ebbene quell’evento avrebbe bisogno di una classe dirigente in grado di parlare ai cittadini di oggi per cercare le ragioni di una volontà che, scrive Emilio Gentile, «eviti all’Italia unita di finire smembrata e la faccia diventare finalmente la patria comune di italiani e di italiane dotati di caratteri alti e forti, o più semplicemente, di dignità».



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Gli ultimi giorni di Gaeta (II) Gigi di Fiore


http://www.youtube.com/watch?v=Y4Piv1jAJE0

Gigi Di Fiore mentre presenta al club nautico di Gaeta il suo libro



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http://www.youtube.com/watch?v=Y4Piv1jAJE0

Gigi Di Fiore mentre presenta al club nautico di Gaeta il suo libro



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