giovedì 25 novembre 2010

"Ripetete una bugia cento volte, mille volte, un milione di volte, ed essa diventa una verità" (J. Goebbels)



Goebbels era uno che di propaganda se ne intendeva...e quando disse questa famosa frase riportata nel titolo, chissa' se pensava che sarebbe stata attuale piu' di 80 anni dopo e non solo nella Germania nazista...anche in altri luoghi, come in Italia, nella repubblica del "bunga bunga".

Il nostro illuminato premier, presidente operaio e pure spazzino, si è avventurato negli ultimi tempi in decine di conferenze stampa, dichiarazioni avventate del tipo "in 10 giorni il problema sarà risolto", "in tre giorni risolveremo il problema di Napoli"...e tutti ricordiamo anche la boutade di qualche tempo fa quando col caschetto giallo venne ad Acerra e disse: "Grazie al termovalorizzatore (che sarebbe piu' corretto chiamare inceneritore) di Acerra abbiamo risolto il problema dei rifiuti a Napoli" e tante, tantissime altre puttanate del genere.

Ed invece la munnezza a Napoli cresce, dobbiamo arrivare a credere alla favola della "tela di Penelope" col "Presidente spazzino" che la leva di notte ed il "Comune di sinistra e comunista" che la fa ricomparire di giorno?

La verità e' così lampante che non puo' essere oscurata dalle dichiarazioni di Berlusconi ne' dai patetici tentativi dei suoi vari servi alle trasmissioni in TV, il problema è STRUTTURALE e riguarda l'intero paese e non solo la Campania (che fa piu' raccolta differenziata del Lazio ma questo ovviamente non lo dice nessuno) o solo Napoli città...così come nessuno dice che, dove si fa la raccolta differenziata a Napoli e sono quartieri, anche popolari, che insieme superano la quota di 100.000 abitanti, i dati ci dicono che si supera ovunque il 50% e in alcuni casi come a Bagnoli arrivano al 90%!!!) .

Anche Saviano ne ha parlato correttamente l'altra sera su RAI3, ma ovviamente appena si parla delle vere cause dell'emergenza rifiuti a Napoli (col termine "emergenza" che e' diventato oramai un ossimoro visto che praticamente dura da 16 anni...) e del traffico rifiuti tossici in direzione Nord-Sud...ecco che scattano le accuse di "vittimismo", i soliti luoghi comuni "come mai succede solo a Napoli e da chi e' amministrata?" cosa che non e' assolutamente vera, cioè la crisi non riguarda solo il Comune di Napoli amministrato dalla sinistra, basti pensare a molti comuni della provincia amministrati dal centrodestra o a Palermo, sempre amministrato dal centrodestra, dove c'e' piu' o meno la stessa situazione.

Nessuno vuole difendere l'indifendibile Jervolino, così come in passato non abbiamo mai difeso Bassolino che di colpe ne ha a bizzeffe, ma e' chiaro che il problema non dipende SOLO dall'amministrazione regionale, provinciale e comunale. Non si puo' passare a scaricare le colpe a seconda del colore politico dell'amministrazione regionale, provinciale o comunale...la verità e' che sia lo Stato che le amministrazioni locali hanno fallito...la verità e' che destra e sinistra hanno fallito.

Per chi volesse saperne di piu' sui motivi della crisi del sistema di gestione rifiuti, invito a leggere il libro di A. Iacuelli "Le vie infinite dei rifiuti campani" che ricostruisce tutta la storia e soprattutto fa capire come si intrecciano le vicende dei rifiuti tossici e speciali (che ancora incredibilmente possono entrare in Campania!!!) e la gestione dei rifiuti urbani. Alessandro Iacuelli che e' giornalista lo fa ancora piu' scientificamente di quanto fatto da Saviano nel suo ultimo apprezzabile intervento a "Vieni via con me" su RAI3.


Per i rifiuti tossici e speciali, alla base c'e' un intreccio perverso tra malapolitica, camorra e industrie del nord che ha determinato l'avvelenamento della Campania dagli anni '80; ci fu una riunione a Villaricca che fu il vero e proprio "piano regolatore della munnezza" stabilito dalla camorra alla quale parteciparono oltre che camorristi del clan dei Casalesi ed alcune ditte con loro colluse, massoni come Gelli, industriali del Nord e politici di partiti tricolorati (ne parla Iacuelli e ne ha parlato anche Saviano...). Lo sversamento di tali rifiuti e' avvenuto massicciamente a partire dagli anni '80 sia in discariche "regolari" per rifiuti urbani, che però dovrebbero contenere solo rifiuti urbani e non quelli tossici e "speciali" che vanno smaltiti in discariche speciali e con trattamenti speiciali, sia dove capitava (sottoterra, in aperta campagna, da incendiare nella "terra dei fuochi", da nascondere mischiandoli illegalmente con materiale di costruzione, da mischiare e rivendere come fertilizzanti...)...ovviamente tale fenomeno ha, oltre che avvelenato la mia terra, aggravato e velocizzato la saturazione delle discariche.

Per i rifiuti urbani, il primo anno di emergenza fu il lontano 1994 e il cosidetto "piano Rastrelli" fu concepito male dal principio, con una gara dai criteri quanto meno discutibili (si dava piu' peso al prezzo che al valore tecnico degli impianti, si stabiliva che chi vinceva l'appalto doveva anche scegliere i terreni per la localizzazione degli impianti come discariche, impianti CDR, "termovalorizzatori"...una vera e propria follia), fu poi proseguito e controllato peggio dalla giunta Bassolino che invece di modificarlo, continuò sulla ricetta di "discariche ed inceneritori" ...l'Impregilo che vinse l'appalto, ed ha le sue gravissime colpe in questa lunghissima e penosa vicenda, non costruì i termovalorizzatori e non ha costruito nemmeno gli impianti CDR e di pre-trattamento a norma vedi le famose eco-balle che di "eco" non hanno niente e non si sa dove bruciare...tant'e' vero che l'Impregilo e' sotto processo a Napoli.

In questi 16 anni spesso lo Stato ha sostituito spesso le amministrazioni preposte (Regione, Province, Comuni) con un suo Commissario Straordinario, sempre nominato dal governo, ma, sia quelli nominati da Berlusconi che quelli nominati da Prodi, non hanno mai risolto STRUTTURALMENTE il problema con un ciclo dei rifiuti "chiuso" e coerente, con criteri moderni ed allineati alle raccomandazioni dell' UE che premiano al massimo la raccolta differenziata e il mancato utilizzo di nuove discariche.

Cosa fare oggi? Nessuno ha la bacchetta magica...a mago Silvio non crede piu' nessuno ed il problema se viene affrontato con serietà e competenza verrà risolto (ma stavolta davvero una volta per tutte) in più anni con una serie di provvedimenti non piu' rimandabili:
1) la graduale estensione della raccolta differenziata "porta a porta" a tutta la città di Napoli. Dove viene fatta (sono 4-5 quartieri densamente popolati che contano in totale piu' di 100.000 abitanti) la raccolta differenziata superà il 50%...e questo alla faccia delle solite sparate dei media padani che ripropongono lo stereotipo del "napoletano che butta il sacchetto dalla finestra";
2) la realizzazione di un impianto di compostaggio per l'"umido" che e' la componente piu' pericolosa dei rifiuti in strada ed anche in discarica per il fenomeno del percolato;
3) evitare altri dannosi impianti di incenerimento senza che prima il mostro di Acerra non funzioni regolarmente e a norma di legge...oggi funziona una linea su tre e mancano i dati di rilevamento ambientale. A tendere anche quell'inceneritore deve essere spento e i soldi del CIP6 reinvestiti in altre forme di riutilizzo e riciclo che hanno un impatto ambientale infinitamente più basso;
4) avviare un progetto di "rifiuti zero" che porti entro un paio d'anni, quattro o cinque al massimo la Campania prima a superare il 75% di raccolta differenziata rendendo di fatto inutili nuovi inceneritori (che fanno guadagnare soprattutto il Nord vista la sede di Impregilo e di A2A che ad Impregilo e' subentrata...) ed entro un altro tot di anni a superare il 90% con politiche che riducano i rifiuti a monte, con la riduzione degli imballaggi, con l'utilizzo dei vuoto a rendere, con i detersivi alla spina etc etc...Non e' un'utopia, e' stato avviato con ottimi risultati a San Francisco, citta' che ha piu' o meno gli abitanti di Napoli e la sua stessa densità di popolazione, e che, se permettete, voglio prendere ad esempio al posto della Brianza o di Granarolo con i loro "ecomostri" che anche in quelle zone hanno determinato un aumento delle patologie tumorali.
5) controllo efficace delle discariche per evitare di mischiare rifiuti tossici e speciali con rifiuti urbani, controllo del traffico di rifiuti che coi metodi del "girobolla" cambiano natura e destinazione dei rifiuti, evitare per almeno 5 anni l'ingresso di rifiuti tossici e speciali in Campania e finanziare gli impianti di trattamento a loro dedicati, controllo del territorio per evitare sversamenti illegali e roghi tossici.
6) avviare programmi di bonifica e con tutti questi provvedimenti avviare programmi informativi per responsabilizzare davvero il cittadino campano che non si sentirà più "suddito", non si sentirà più "cornuto e mazziato".

A questo punto i soliti tromboni della politica attuale, o quelli ben informati da trasmissioni che diffondono solo stereotipi e tante falsità come "Porta a porta", diranno "e la munnezza per strada che facciamo ce la mangiamo?"
E con questa litania da 16 anni si corre ad aprire o a riaprire discariche ed a non avere un piano per il futuro, l'emergenza va affrontata senza dubbio ma non puo' essere piu' fatto nascondendo la polvere sotto il tappeto ma, anche e soprattutto, con un piano strategico nuovo di medio termine.

Enzo Riccio
Segr. Org. Nazionale
PARTITO DEL SUD

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Goebbels era uno che di propaganda se ne intendeva...e quando disse questa famosa frase riportata nel titolo, chissa' se pensava che sarebbe stata attuale piu' di 80 anni dopo e non solo nella Germania nazista...anche in altri luoghi, come in Italia, nella repubblica del "bunga bunga".

Il nostro illuminato premier, presidente operaio e pure spazzino, si è avventurato negli ultimi tempi in decine di conferenze stampa, dichiarazioni avventate del tipo "in 10 giorni il problema sarà risolto", "in tre giorni risolveremo il problema di Napoli"...e tutti ricordiamo anche la boutade di qualche tempo fa quando col caschetto giallo venne ad Acerra e disse: "Grazie al termovalorizzatore (che sarebbe piu' corretto chiamare inceneritore) di Acerra abbiamo risolto il problema dei rifiuti a Napoli" e tante, tantissime altre puttanate del genere.

Ed invece la munnezza a Napoli cresce, dobbiamo arrivare a credere alla favola della "tela di Penelope" col "Presidente spazzino" che la leva di notte ed il "Comune di sinistra e comunista" che la fa ricomparire di giorno?

La verità e' così lampante che non puo' essere oscurata dalle dichiarazioni di Berlusconi ne' dai patetici tentativi dei suoi vari servi alle trasmissioni in TV, il problema è STRUTTURALE e riguarda l'intero paese e non solo la Campania (che fa piu' raccolta differenziata del Lazio ma questo ovviamente non lo dice nessuno) o solo Napoli città...così come nessuno dice che, dove si fa la raccolta differenziata a Napoli e sono quartieri, anche popolari, che insieme superano la quota di 100.000 abitanti, i dati ci dicono che si supera ovunque il 50% e in alcuni casi come a Bagnoli arrivano al 90%!!!) .

Anche Saviano ne ha parlato correttamente l'altra sera su RAI3, ma ovviamente appena si parla delle vere cause dell'emergenza rifiuti a Napoli (col termine "emergenza" che e' diventato oramai un ossimoro visto che praticamente dura da 16 anni...) e del traffico rifiuti tossici in direzione Nord-Sud...ecco che scattano le accuse di "vittimismo", i soliti luoghi comuni "come mai succede solo a Napoli e da chi e' amministrata?" cosa che non e' assolutamente vera, cioè la crisi non riguarda solo il Comune di Napoli amministrato dalla sinistra, basti pensare a molti comuni della provincia amministrati dal centrodestra o a Palermo, sempre amministrato dal centrodestra, dove c'e' piu' o meno la stessa situazione.

Nessuno vuole difendere l'indifendibile Jervolino, così come in passato non abbiamo mai difeso Bassolino che di colpe ne ha a bizzeffe, ma e' chiaro che il problema non dipende SOLO dall'amministrazione regionale, provinciale e comunale. Non si puo' passare a scaricare le colpe a seconda del colore politico dell'amministrazione regionale, provinciale o comunale...la verità e' che sia lo Stato che le amministrazioni locali hanno fallito...la verità e' che destra e sinistra hanno fallito.

Per chi volesse saperne di piu' sui motivi della crisi del sistema di gestione rifiuti, invito a leggere il libro di A. Iacuelli "Le vie infinite dei rifiuti campani" che ricostruisce tutta la storia e soprattutto fa capire come si intrecciano le vicende dei rifiuti tossici e speciali (che ancora incredibilmente possono entrare in Campania!!!) e la gestione dei rifiuti urbani. Alessandro Iacuelli che e' giornalista lo fa ancora piu' scientificamente di quanto fatto da Saviano nel suo ultimo apprezzabile intervento a "Vieni via con me" su RAI3.


Per i rifiuti tossici e speciali, alla base c'e' un intreccio perverso tra malapolitica, camorra e industrie del nord che ha determinato l'avvelenamento della Campania dagli anni '80; ci fu una riunione a Villaricca che fu il vero e proprio "piano regolatore della munnezza" stabilito dalla camorra alla quale parteciparono oltre che camorristi del clan dei Casalesi ed alcune ditte con loro colluse, massoni come Gelli, industriali del Nord e politici di partiti tricolorati (ne parla Iacuelli e ne ha parlato anche Saviano...). Lo sversamento di tali rifiuti e' avvenuto massicciamente a partire dagli anni '80 sia in discariche "regolari" per rifiuti urbani, che però dovrebbero contenere solo rifiuti urbani e non quelli tossici e "speciali" che vanno smaltiti in discariche speciali e con trattamenti speiciali, sia dove capitava (sottoterra, in aperta campagna, da incendiare nella "terra dei fuochi", da nascondere mischiandoli illegalmente con materiale di costruzione, da mischiare e rivendere come fertilizzanti...)...ovviamente tale fenomeno ha, oltre che avvelenato la mia terra, aggravato e velocizzato la saturazione delle discariche.

Per i rifiuti urbani, il primo anno di emergenza fu il lontano 1994 e il cosidetto "piano Rastrelli" fu concepito male dal principio, con una gara dai criteri quanto meno discutibili (si dava piu' peso al prezzo che al valore tecnico degli impianti, si stabiliva che chi vinceva l'appalto doveva anche scegliere i terreni per la localizzazione degli impianti come discariche, impianti CDR, "termovalorizzatori"...una vera e propria follia), fu poi proseguito e controllato peggio dalla giunta Bassolino che invece di modificarlo, continuò sulla ricetta di "discariche ed inceneritori" ...l'Impregilo che vinse l'appalto, ed ha le sue gravissime colpe in questa lunghissima e penosa vicenda, non costruì i termovalorizzatori e non ha costruito nemmeno gli impianti CDR e di pre-trattamento a norma vedi le famose eco-balle che di "eco" non hanno niente e non si sa dove bruciare...tant'e' vero che l'Impregilo e' sotto processo a Napoli.

In questi 16 anni spesso lo Stato ha sostituito spesso le amministrazioni preposte (Regione, Province, Comuni) con un suo Commissario Straordinario, sempre nominato dal governo, ma, sia quelli nominati da Berlusconi che quelli nominati da Prodi, non hanno mai risolto STRUTTURALMENTE il problema con un ciclo dei rifiuti "chiuso" e coerente, con criteri moderni ed allineati alle raccomandazioni dell' UE che premiano al massimo la raccolta differenziata e il mancato utilizzo di nuove discariche.

Cosa fare oggi? Nessuno ha la bacchetta magica...a mago Silvio non crede piu' nessuno ed il problema se viene affrontato con serietà e competenza verrà risolto (ma stavolta davvero una volta per tutte) in più anni con una serie di provvedimenti non piu' rimandabili:
1) la graduale estensione della raccolta differenziata "porta a porta" a tutta la città di Napoli. Dove viene fatta (sono 4-5 quartieri densamente popolati che contano in totale piu' di 100.000 abitanti) la raccolta differenziata superà il 50%...e questo alla faccia delle solite sparate dei media padani che ripropongono lo stereotipo del "napoletano che butta il sacchetto dalla finestra";
2) la realizzazione di un impianto di compostaggio per l'"umido" che e' la componente piu' pericolosa dei rifiuti in strada ed anche in discarica per il fenomeno del percolato;
3) evitare altri dannosi impianti di incenerimento senza che prima il mostro di Acerra non funzioni regolarmente e a norma di legge...oggi funziona una linea su tre e mancano i dati di rilevamento ambientale. A tendere anche quell'inceneritore deve essere spento e i soldi del CIP6 reinvestiti in altre forme di riutilizzo e riciclo che hanno un impatto ambientale infinitamente più basso;
4) avviare un progetto di "rifiuti zero" che porti entro un paio d'anni, quattro o cinque al massimo la Campania prima a superare il 75% di raccolta differenziata rendendo di fatto inutili nuovi inceneritori (che fanno guadagnare soprattutto il Nord vista la sede di Impregilo e di A2A che ad Impregilo e' subentrata...) ed entro un altro tot di anni a superare il 90% con politiche che riducano i rifiuti a monte, con la riduzione degli imballaggi, con l'utilizzo dei vuoto a rendere, con i detersivi alla spina etc etc...Non e' un'utopia, e' stato avviato con ottimi risultati a San Francisco, citta' che ha piu' o meno gli abitanti di Napoli e la sua stessa densità di popolazione, e che, se permettete, voglio prendere ad esempio al posto della Brianza o di Granarolo con i loro "ecomostri" che anche in quelle zone hanno determinato un aumento delle patologie tumorali.
5) controllo efficace delle discariche per evitare di mischiare rifiuti tossici e speciali con rifiuti urbani, controllo del traffico di rifiuti che coi metodi del "girobolla" cambiano natura e destinazione dei rifiuti, evitare per almeno 5 anni l'ingresso di rifiuti tossici e speciali in Campania e finanziare gli impianti di trattamento a loro dedicati, controllo del territorio per evitare sversamenti illegali e roghi tossici.
6) avviare programmi di bonifica e con tutti questi provvedimenti avviare programmi informativi per responsabilizzare davvero il cittadino campano che non si sentirà più "suddito", non si sentirà più "cornuto e mazziato".

A questo punto i soliti tromboni della politica attuale, o quelli ben informati da trasmissioni che diffondono solo stereotipi e tante falsità come "Porta a porta", diranno "e la munnezza per strada che facciamo ce la mangiamo?"
E con questa litania da 16 anni si corre ad aprire o a riaprire discariche ed a non avere un piano per il futuro, l'emergenza va affrontata senza dubbio ma non puo' essere piu' fatto nascondendo la polvere sotto il tappeto ma, anche e soprattutto, con un piano strategico nuovo di medio termine.

Enzo Riccio
Segr. Org. Nazionale
PARTITO DEL SUD

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mercoledì 24 novembre 2010

Gli ultimi giorni di Gaeta


http://www.youtube.com/watch?v=CkeoQtVTG7A

Gigi di Fiore a Gaeta. Il 6 di novembre del 2010 ha presentato il suo capolavoro davanti ad un folto pubblico, alla presenza del Sindaco della città, a quello di Pontelandolfo, di Civitella del Tronto, di Tufo (Av),Minturno, Ventotene,Spigno Saturnia ...



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http://www.youtube.com/watch?v=CkeoQtVTG7A

Gigi di Fiore a Gaeta. Il 6 di novembre del 2010 ha presentato il suo capolavoro davanti ad un folto pubblico, alla presenza del Sindaco della città, a quello di Pontelandolfo, di Civitella del Tronto, di Tufo (Av),Minturno, Ventotene,Spigno Saturnia ...



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Così B. uccide il Sud

Smantellata la struttura che aveva gestito l'emergenza del 2008, ora il governo riversa soldi a pioggia e senza gare d'appalto. Arricchendo i sottopoteri che da queste crisi traggono il proprio potere


di Gianluca Di Feo


L'eruzione dei rifiuti, la desolazione di Pompei. Oggi come tre anni fa, in un agghiacciante deja vu che a Napoli mostra tutti i difetti dell'Italia e la sua incapacità di cambiare. E un unico punto di riferimento, che senza forzare i toni di una politica dove le urla sostituiscono i fatti cerca di salvare la credibilità delle istituzioni: il capo dello Stato.

Giorgio Napolitano ha imposto di intervenire sulla questione della spazzatura che invade le strade della terza città del Paese, la capitale di un Sud sempre più lontano dall'Europa. Ed è stato sempre il Quirinale a denunciare le condizioni della più grande area archeologica del mondo, un tesoro che non ha pari e che - come dimostra la videoinchiesta di Claudio Pappaianni per 'L'espresso' - continua a essere gestito in modo indecente: «È una vergogna, servono spiegazioni», ha dichiarato il presidente dopo il crollo della Domus dei Gladiatori.

Ma tre settimane dopo non ci sono state spiegazioni su come sia stato possibile arrivare a tanto degrado, né davanti alle Camere il ministro Bondi ha saputo indicare le responsabilità del disastro.

In compenso, le inchieste de 'L'espresso' hanno dimostrato come il commissariamento degli scavi abbia seguito il solito copione allegro della Protezione civile, con milioni di euro sprecati per iniziative effimere, per creare un'immagine di successo che occultasse la realtà, per elargire contratti a società di amici dei potenti.

Mentre Pompei va alla deriva, nelle strade di Napoli la spazzatura continua ad accumularsi. E quali sono le soluzioni del governo del fare? Evocare l'intervento dell'Esercito, come ha fatto il ministro della Difesa Ignazio La Russa.

I militari hanno avuto un ruolo chiave nella soluzione della grande crisi del 2008, quella che ferì la credibilità dell'esecutivo di Romano Prodi, e si sono occupati della regia della struttura creata da Guido Bertolaso in Campania: la struttura smantellata la scorsa primavera quando Silvio Berlusconi ha decretato il ritorno alla normalità e il passaggio di consegne alle Province, organismi amministrati da politici di centrodestra. Personaggi come Luigino Cesaro, che in gioventù frequentava i boss cutoliani; Cosimo Sibilia, figlio del discusso patron dell'Avellino Calcio; Edmondo Cirielli, che ha dato il nome a quella legge spesso chiamata "salva Previti".

L'effetto si è visto: la normalità non esiste, i termovalorizzatori annunciati nel 2008 rimangono sulla carta, le discariche sono piene, nessuna regione sembra disposta ad accettare rifiuti campani che potrebbero nascondere qualunque genere di sostanza tossica. I no più decisi vengono proprio dai governatori di centrodestra, mentre solo la "rossa" Toscana ha mostrato un'apertura di solidarietà.

A Napoli martedì 23 novembre si stimava che 3200 tonnellate di rifiuti fossero sparse per le strade. Ma il ministro della Salute Fazio tranquillizza: la situazione è critica, ma non c'è il rischio di epidemia. Epidemia: uno spettro che oggi riguarda solo Haiti, paese tra i più poveri del globo, distrutto da uno dei terremoti più violenti mai visti. Epidemia, un termine che sembrava cancellato dai dizionari europei e che invece continua a essere evocato nel timore che l'onda della spazzatura non venga fermata.

Il decreto finalmente varato dal governo, dopo l'esplosione di una faida interna al Pdl che dalla Campania ha minacciato la stabilità dell'intero esecutivo con la sortita di Mara Carfagna, non sembra garantire soluzioni definitive. L'unico elemento concreto sono i soldi, l'ennesima pioggia di milioni assegnati senza gare che permetteranno di trovare nuovi buchi dove accumulare munnezza ed ecoballe. Denaro che andrà ad arricchire anche la camorra, protagonista di queste emergenze come dimostrano le accuse confermate dalla Cassazione a Nicola Cosentino, l'ex sottosegretario che resta il numero uno del partito di maggioranza in Campania.

Ventitre novembre. Una data che tutti dovrebbero ricordare. Trent'anni fa il terremoto devastò quattro province, uccise quasi tremila persone, ne ferì più di ottomila e ne lasciò 280 mila senza una casa. Nonostante gli scandali successivi, quella - come ricorda Antonello Caporale in uno splendido volume, 'Spazzatura spa' - fu una tragedia che unì l'Italia: dal Friuli al Piemonte, ci fu una gara per sostenere Napoli, Avellino, Potenza.

Oggi il disastro quotidiano della Campania invece incentiva solo le spinte verso il federalismo più esasperato, ribadite con forza in questi giorni. Colpa anche di una classe politica che - come recita sempre il libro di Caporale - dall'Irpinia all'Aquila sfrutta le disgrazie e divide il Paese.


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Smantellata la struttura che aveva gestito l'emergenza del 2008, ora il governo riversa soldi a pioggia e senza gare d'appalto. Arricchendo i sottopoteri che da queste crisi traggono il proprio potere


di Gianluca Di Feo


L'eruzione dei rifiuti, la desolazione di Pompei. Oggi come tre anni fa, in un agghiacciante deja vu che a Napoli mostra tutti i difetti dell'Italia e la sua incapacità di cambiare. E un unico punto di riferimento, che senza forzare i toni di una politica dove le urla sostituiscono i fatti cerca di salvare la credibilità delle istituzioni: il capo dello Stato.

Giorgio Napolitano ha imposto di intervenire sulla questione della spazzatura che invade le strade della terza città del Paese, la capitale di un Sud sempre più lontano dall'Europa. Ed è stato sempre il Quirinale a denunciare le condizioni della più grande area archeologica del mondo, un tesoro che non ha pari e che - come dimostra la videoinchiesta di Claudio Pappaianni per 'L'espresso' - continua a essere gestito in modo indecente: «È una vergogna, servono spiegazioni», ha dichiarato il presidente dopo il crollo della Domus dei Gladiatori.

Ma tre settimane dopo non ci sono state spiegazioni su come sia stato possibile arrivare a tanto degrado, né davanti alle Camere il ministro Bondi ha saputo indicare le responsabilità del disastro.

In compenso, le inchieste de 'L'espresso' hanno dimostrato come il commissariamento degli scavi abbia seguito il solito copione allegro della Protezione civile, con milioni di euro sprecati per iniziative effimere, per creare un'immagine di successo che occultasse la realtà, per elargire contratti a società di amici dei potenti.

Mentre Pompei va alla deriva, nelle strade di Napoli la spazzatura continua ad accumularsi. E quali sono le soluzioni del governo del fare? Evocare l'intervento dell'Esercito, come ha fatto il ministro della Difesa Ignazio La Russa.

I militari hanno avuto un ruolo chiave nella soluzione della grande crisi del 2008, quella che ferì la credibilità dell'esecutivo di Romano Prodi, e si sono occupati della regia della struttura creata da Guido Bertolaso in Campania: la struttura smantellata la scorsa primavera quando Silvio Berlusconi ha decretato il ritorno alla normalità e il passaggio di consegne alle Province, organismi amministrati da politici di centrodestra. Personaggi come Luigino Cesaro, che in gioventù frequentava i boss cutoliani; Cosimo Sibilia, figlio del discusso patron dell'Avellino Calcio; Edmondo Cirielli, che ha dato il nome a quella legge spesso chiamata "salva Previti".

L'effetto si è visto: la normalità non esiste, i termovalorizzatori annunciati nel 2008 rimangono sulla carta, le discariche sono piene, nessuna regione sembra disposta ad accettare rifiuti campani che potrebbero nascondere qualunque genere di sostanza tossica. I no più decisi vengono proprio dai governatori di centrodestra, mentre solo la "rossa" Toscana ha mostrato un'apertura di solidarietà.

A Napoli martedì 23 novembre si stimava che 3200 tonnellate di rifiuti fossero sparse per le strade. Ma il ministro della Salute Fazio tranquillizza: la situazione è critica, ma non c'è il rischio di epidemia. Epidemia: uno spettro che oggi riguarda solo Haiti, paese tra i più poveri del globo, distrutto da uno dei terremoti più violenti mai visti. Epidemia, un termine che sembrava cancellato dai dizionari europei e che invece continua a essere evocato nel timore che l'onda della spazzatura non venga fermata.

Il decreto finalmente varato dal governo, dopo l'esplosione di una faida interna al Pdl che dalla Campania ha minacciato la stabilità dell'intero esecutivo con la sortita di Mara Carfagna, non sembra garantire soluzioni definitive. L'unico elemento concreto sono i soldi, l'ennesima pioggia di milioni assegnati senza gare che permetteranno di trovare nuovi buchi dove accumulare munnezza ed ecoballe. Denaro che andrà ad arricchire anche la camorra, protagonista di queste emergenze come dimostrano le accuse confermate dalla Cassazione a Nicola Cosentino, l'ex sottosegretario che resta il numero uno del partito di maggioranza in Campania.

Ventitre novembre. Una data che tutti dovrebbero ricordare. Trent'anni fa il terremoto devastò quattro province, uccise quasi tremila persone, ne ferì più di ottomila e ne lasciò 280 mila senza una casa. Nonostante gli scandali successivi, quella - come ricorda Antonello Caporale in uno splendido volume, 'Spazzatura spa' - fu una tragedia che unì l'Italia: dal Friuli al Piemonte, ci fu una gara per sostenere Napoli, Avellino, Potenza.

Oggi il disastro quotidiano della Campania invece incentiva solo le spinte verso il federalismo più esasperato, ribadite con forza in questi giorni. Colpa anche di una classe politica che - come recita sempre il libro di Caporale - dall'Irpinia all'Aquila sfrutta le disgrazie e divide il Paese.


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La lettera inviata a Gad Lerner da una nostra iscritta della sez. Guido Dorso di Napoli


Riportiamo la lettera della signora Annamaria Pisapia, gentile consorte dello Stilista Identitario Salvatore Argenio, inviata al noto conduttore di La7 :

Annamaria Pisapia scrive: 21 novembre, 2010 alle 12:07 am

Gentile dott.Lerner, ogni volta che la sento tessere lodi alla sua maestra e di quanto sia stata importante nella sua vita per averle fatto amare Garibaldi e tutta la storia relativa alla sua figura, mi viene da farle una domanda: Lei ha spesso menzionato tutto quel che hanno dovuto patire i suoi parenti nei campi di concentramento, e di tutto quel che è stato fatto al popolo ebraico, quindi mi sembra di capire che la ferita non è ancora rimarginata e probabilmente mai lo sarà anche per le generazioni future. Ora poichè al popolo del Sud venne riservata una sorte uguale se non peggiore , e poichè la ritengo una persona di vasta cultura sono sicura che saprà anche perchè le dico, peggiore, senza che le stia qui a ricordare, o forse è meglio che lo faccia , di stupri, di interi paesi bruciati, dell’uccisione di centinaia di migliaia , si parla addirittura di un milione, di morti di gente inerme quali donne bambini o poveri contadini per parlarle solo dell’un per cento di quello che venne perpetrato a nostri danni, ma questo lei lo sa già. Per questo le chiedo perchè secondo lei dovrebbe essere giusto parlare solo dell’olocausto relativo alle morti ebraiche e non riconoscere l’olocausto delle centinaia di morti del Sud? Mi viene da pensare che i morti del Sud siano considerati di serie B. Poi sempre per rimanere in tema , le chiedo che effetto le farebbe se passeggiando per le vie di una qualunque città le vedesse dedicate ai vari Kappler, Hitler, Priebke ecc.ecc. Sono sicura di conoscere già quel che proverebbe...Ora mi spiega perchè mai noi dovremmo tranquillamente sopportarlo ? E perchè dovremmo tranquillamente accettare che il comune di Vicenza celebri un”eroe” un certo Pier Eleonoro Negri medaglia d’oro per aver guidato l’eccidio di Pontelandolfo paese del beneventano, dato interamente alle fiamme con i relativi abitanti, ripeto perchè dovremmo accettare in maniera passiva che il sindaco di Vicenza deponga ogni anno una corona dinanzi alla sua lapide? Si ricordi che, la nostra storia negata, non è solo nostra,ma è la storia negata per l’Italia intera, perchè solo riconoscendo e piangendo insieme i nostri morti l’italia potrà iniziare il percorso per la vera unità. Sono sicura che solo se riuscirà a vedere nei nostri morti i suoi morti riuscirà a prendere coscienza del dolore che da 150 anni accompagna il nostro Sud martoriato e privato del giusto riconoscimento che si deve dinanzi alle morti di qualunque razza, credo e latitudine. Mi auguro che legga questo post, ma se così non fosse credo che abbia perso una grande occasione di piangere insieme i nostri morti.

Cordiali saluti
Annamaria Pisapia


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Riportiamo la lettera della signora Annamaria Pisapia, gentile consorte dello Stilista Identitario Salvatore Argenio, inviata al noto conduttore di La7 :

Annamaria Pisapia scrive: 21 novembre, 2010 alle 12:07 am

Gentile dott.Lerner, ogni volta che la sento tessere lodi alla sua maestra e di quanto sia stata importante nella sua vita per averle fatto amare Garibaldi e tutta la storia relativa alla sua figura, mi viene da farle una domanda: Lei ha spesso menzionato tutto quel che hanno dovuto patire i suoi parenti nei campi di concentramento, e di tutto quel che è stato fatto al popolo ebraico, quindi mi sembra di capire che la ferita non è ancora rimarginata e probabilmente mai lo sarà anche per le generazioni future. Ora poichè al popolo del Sud venne riservata una sorte uguale se non peggiore , e poichè la ritengo una persona di vasta cultura sono sicura che saprà anche perchè le dico, peggiore, senza che le stia qui a ricordare, o forse è meglio che lo faccia , di stupri, di interi paesi bruciati, dell’uccisione di centinaia di migliaia , si parla addirittura di un milione, di morti di gente inerme quali donne bambini o poveri contadini per parlarle solo dell’un per cento di quello che venne perpetrato a nostri danni, ma questo lei lo sa già. Per questo le chiedo perchè secondo lei dovrebbe essere giusto parlare solo dell’olocausto relativo alle morti ebraiche e non riconoscere l’olocausto delle centinaia di morti del Sud? Mi viene da pensare che i morti del Sud siano considerati di serie B. Poi sempre per rimanere in tema , le chiedo che effetto le farebbe se passeggiando per le vie di una qualunque città le vedesse dedicate ai vari Kappler, Hitler, Priebke ecc.ecc. Sono sicura di conoscere già quel che proverebbe...Ora mi spiega perchè mai noi dovremmo tranquillamente sopportarlo ? E perchè dovremmo tranquillamente accettare che il comune di Vicenza celebri un”eroe” un certo Pier Eleonoro Negri medaglia d’oro per aver guidato l’eccidio di Pontelandolfo paese del beneventano, dato interamente alle fiamme con i relativi abitanti, ripeto perchè dovremmo accettare in maniera passiva che il sindaco di Vicenza deponga ogni anno una corona dinanzi alla sua lapide? Si ricordi che, la nostra storia negata, non è solo nostra,ma è la storia negata per l’Italia intera, perchè solo riconoscendo e piangendo insieme i nostri morti l’italia potrà iniziare il percorso per la vera unità. Sono sicura che solo se riuscirà a vedere nei nostri morti i suoi morti riuscirà a prendere coscienza del dolore che da 150 anni accompagna il nostro Sud martoriato e privato del giusto riconoscimento che si deve dinanzi alle morti di qualunque razza, credo e latitudine. Mi auguro che legga questo post, ma se così non fosse credo che abbia perso una grande occasione di piangere insieme i nostri morti.

Cordiali saluti
Annamaria Pisapia


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Il Cipe dirotta i fondi Fas a favore del Nord. 400 mila euro a scuola privata di Varese. Dov’era il sottosegretario Miccichè?

www.siciliainformazioni.com

(Matteo Scirè) Quattrocento mila euro dei Fas, ovvero i fondi destinati allo sviluppo delle aree più in difficoltà del Paese, sono stati assegnati alla Scuola Europea di Varese.

A deciderlo il Cipe nella seduta del 18 novembre scorso che ha disatteso, così, le finalità per le quali l’Unione Europea ha stanziato queste risorse. A beneficiare del finanziamento, quindi, non saranno gli studenti siciliani o campani. L’ennesima ingiustizia nei confronti del Mezzogiorno e della scuola pubblica.

Sì perché l’istituto in questione non fa parte della scuola statale. Si tratta, infatti, di una delle sette scuole europee, sparse nei Paesi dell’Ue, finanziata con fondi dell’Unione e riservata prevalentemente ai figli dei dipendenti del Centro Comune di Ricerca di Ispra, un ente di ricerca che fornisce sostegno scientifico e tecnico alla progettazione, allo sviluppo, all’attuazione e al controllo delle politiche dell’Unione. Solo se rimangono posti vacanti l’istituto accoglie altri studenti. Per frequentare la scuola è comunque prevista una retta che si aggira intorno ai 2.600 euro per la materna, ai 3.600 per la primaria e ai 4.900 per la secondaria. È scandaloso che, dopo aver tagliato drasticamente i fondi alla scuola, il governo finanzi un progetto di 400 mila euro ad un istituto non statale, quando, soprattutto al Sud, gli studenti sono costretti a svolgere le attività scolastiche in strutture inadeguate, fatiscenti e in alcuni casi a rischio incolumità.


La riduzione delle risorse ha poi comportato un notevole abbassamento della quantità e della qualità della didattica. Per la quasi totalità degli istituti il tempo pieno, il sostegno per gli alunni diversamente abili … appartengono ormai al passato e in compenso i ragazzi frequentano classi più affollate.

Tutto questo accade malgrado quasi ogni giorno studenti, insegnanti e personale amministrativo precario della scuola scendano in piazza per manifestare contro una riforma che sta smantellando il sistema dell’istruzione, della formazione e della ricerca in Italia. Il ministro Giulio Tremonti, che a seguito della crisi ha deciso di inaugurare una politica di austerity per far quadrare i conti, taglia senza pietà le risorse alla scuola pubblica e poi concede simile regalie, dettate non certo da cause di interesse generale; sempre e comunque a favore del Nord, specialmente si tratta di togliere al Mezzogiorno per finanziare opere e progetti in terra padana.

E ciò avviene al cospetto di tantissimi esponenti meridionali della maggioranza e del governo: parlamentari, ministri e financo lo stesso sottosegretario con delega al Cipe, pronti a obbedire in silenzio e a sacrificare il Sud pur di rimanere in sella e tutelare i propri privilegi.


Fonte:Siciliainformazioni


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www.siciliainformazioni.com

(Matteo Scirè) Quattrocento mila euro dei Fas, ovvero i fondi destinati allo sviluppo delle aree più in difficoltà del Paese, sono stati assegnati alla Scuola Europea di Varese.

A deciderlo il Cipe nella seduta del 18 novembre scorso che ha disatteso, così, le finalità per le quali l’Unione Europea ha stanziato queste risorse. A beneficiare del finanziamento, quindi, non saranno gli studenti siciliani o campani. L’ennesima ingiustizia nei confronti del Mezzogiorno e della scuola pubblica.

Sì perché l’istituto in questione non fa parte della scuola statale. Si tratta, infatti, di una delle sette scuole europee, sparse nei Paesi dell’Ue, finanziata con fondi dell’Unione e riservata prevalentemente ai figli dei dipendenti del Centro Comune di Ricerca di Ispra, un ente di ricerca che fornisce sostegno scientifico e tecnico alla progettazione, allo sviluppo, all’attuazione e al controllo delle politiche dell’Unione. Solo se rimangono posti vacanti l’istituto accoglie altri studenti. Per frequentare la scuola è comunque prevista una retta che si aggira intorno ai 2.600 euro per la materna, ai 3.600 per la primaria e ai 4.900 per la secondaria. È scandaloso che, dopo aver tagliato drasticamente i fondi alla scuola, il governo finanzi un progetto di 400 mila euro ad un istituto non statale, quando, soprattutto al Sud, gli studenti sono costretti a svolgere le attività scolastiche in strutture inadeguate, fatiscenti e in alcuni casi a rischio incolumità.


La riduzione delle risorse ha poi comportato un notevole abbassamento della quantità e della qualità della didattica. Per la quasi totalità degli istituti il tempo pieno, il sostegno per gli alunni diversamente abili … appartengono ormai al passato e in compenso i ragazzi frequentano classi più affollate.

Tutto questo accade malgrado quasi ogni giorno studenti, insegnanti e personale amministrativo precario della scuola scendano in piazza per manifestare contro una riforma che sta smantellando il sistema dell’istruzione, della formazione e della ricerca in Italia. Il ministro Giulio Tremonti, che a seguito della crisi ha deciso di inaugurare una politica di austerity per far quadrare i conti, taglia senza pietà le risorse alla scuola pubblica e poi concede simile regalie, dettate non certo da cause di interesse generale; sempre e comunque a favore del Nord, specialmente si tratta di togliere al Mezzogiorno per finanziare opere e progetti in terra padana.

E ciò avviene al cospetto di tantissimi esponenti meridionali della maggioranza e del governo: parlamentari, ministri e financo lo stesso sottosegretario con delega al Cipe, pronti a obbedire in silenzio e a sacrificare il Sud pur di rimanere in sella e tutelare i propri privilegi.


Fonte:Siciliainformazioni


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martedì 23 novembre 2010

"Napoli pattumiera del nord"


Fonte: La Repubblica del 23 novembre 2010

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Fonte: La Repubblica del 23 novembre 2010

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Irpinia, trent'anni dopo

di Cesare de Seta

La devastazione del terremoto è stata terreno di conquista per politici corrotti e affaristi senza scrupoli. Il racconto in prima persona del giornalista e storico dell'arte

Fonte: L'Espresso

La domenica del 23 novembre ero appena tornato da Capri, con moglie e bambine eravamo saliti a Villa Fersen, a quel tempo in rovina. Sul giradischi misi un trio di Bach, e me lo godevo: a un tratto sentii il divano su cui sedevo che si sollevava e il disco gracchiò, in un lancinante lamento da dies irae, poi tacque. Erano le 19,34. Daria dal bagno gridò: "mamma il vaso si muove, non riesco a sedermi!"; Ilaria, cinque anni, scoppiò in lacrime perché non riusciva ad afferrare una bambola che volteggiava per aria. Il palazzetto della mia casa a Posillipo resse bene alla scossa.

Un gran vociare saliva dalla strada, con auto bloccate e clacson impazziti: ce ne andammo a dormire. L'indomani attraversai strade deserte fino a via Filangieri, negozi chiusi, così la banca dov'ero diretto. Un gruppo di persone si intratteneva: "l'ho sentito forte", "ma dov'è stato? ci sono dei crolli", "sì, ci sono dei feriti": le voci si accavallavano concitate. Capii solo allora che era successo qualcosa di grave. Giunto in studio nessuna telefonata, in tarda mattina chiamò Gaspare Barbiellini Amidei, allora vicedirettore del "Corriere della Sera" e mi chiese di scrivere un commento.

Entrai così assai lentamente nel cupo clima del terremoto e da quel giorno scrissi decine di articoli per "Il Corriere " e poi per "Il Mattino", allora un'unica proprietà . Feci la mia piccola parte di militanza civile con tempestività certamente e spero con scrupolo. Mi opposi contro la massiccia distruzione di quelli che, in modo sprezzante, venivano definiti "presepi": le ruspe avanzavano implacabili in paesi distruggendo casine abbarbicate l'una all'altra.

Da architetto e studioso della città sostenni Maurizio Valenzi, sindaco galantuomo, per fermare i falchi della "tabula rasa", i Quartieri Spagnoli erano gravemente compromessi. Mi chiedo con un po' di malizia quanti sono i giornalisti, scrittori e tecnici che hanno ripubblicato, senza cosmesi, quanto scritto in quei mesi drammatici. I miei articoli e saggi li raccolsi in 'Dopo il terremoto la ricostruzione' edito da Laterza nel 1983. A metà dicembre mi telefonò allarmato Giulio Einaudi: aveva seguito televisione, giornali e letto i miei articoli sul Corriere. Gli dissi che il terremoto di Napoli era un terremoto "freddo", meno grave di quello che aveva devastato Irpinia e Basilicata con migliaia di feriti e insanguinato di vittime il cui numero cresceva paurosamente.


Qualche giorno dopo Einaudi venne giù con la sua auto in compagnia di Nuto Revelli: l'editore, usualmente considerato un uomo gelido, aveva portato doni per le mie bambine. S'era sotto Natale. Lo condussi per la città, i giri che facemmo a piedi per giorni interi lo rese sempre più cupo: volle salire a Capodimonte e Raffaello Causa, che aveva chiuso il museo e sbarrato tutti i balconi del palazzo, ci condusse per le sale deserte, con molte tele a terra, mostrandoci le ferite più gravi.

Einaudi mi chiese di scrivere un rapporto veloce, da stampare subito, sulle condizioni della città, sui problemi da affrontare immediatamente per la tutela del centro storico che conosceva meglio di quanto potessi immaginare. Napoli era tutta transenne, barbacani ovunque, chiese sprangate, erano sorte gabbie di tubi innocenti in ogni dove: soprattutto nei Quartieri Spagnoli.

Nel "cratere" ci attendeva Manlio Rossi Doria e ci raggiunse Diego Novelli sindaco di Torino: trascorremmo con una guida eccezionale, giorni angosciosi, rimasti infissi nel mio cuore. Manlio amava questa gente: in ogni paese c'era qualcuno che conosceva e, salutandolo, qualcuno provava a baciargli la mano; ci diceva della natura franosa dei terreni, dei paesi che andavano evacuati e di quelli che potevano e dovevano essere recuperati, pensava a quello che si doveva fare per il destino di questa gente martoriata. Einaudi aveva un autista dai nervi d'acciaio: "perché vai così piano", "perché corri tanto", "hai visto la neve", "stai attento", "fermati", "rallenta", era un continuo: ci guardavamo interdetti, fidando nella pazienza dell'autista che forse si chiamava Giobbe. C'era neve, tanto fango e freddo: mangiammo alla tavola dei campi di accoglienza, una sera fummo ospiti di un farmacista amico di Manlio. Lui si muoveva a fatica tra macerie, sterrati, calanchi, bare d'abete disposte in fila, cadaveri all'addiaccio e tanti feriti nelle tende: almanaccava le colture più idonee a questo o quel terreno, diceva che bisognava puntare su una agricoltura specializzata e meccanizzata. Si scavava tra le macerie.
Andando verso Potenza l'editore chiese a Rossi Doria di scrivere qualcosa da stampare subito: lui, al contrario di me, fu bravissimo, e in due mesi fu edito dallo Struzzo il Rapporto: un quaderno bianco che era il distillato del sapere di un grande meridionalista e economista agrario che conosceva l' osso del Mezzogiorno come nessun altro. Tutti plaudirono, a cominciar da De Mita, ma la politica della ricostruzione di fatto se ne infischiò, hélas (ahimé, ndr), e andò in tutt'altre direzioni che si mostrarono fallimentari sciali di risorse.

Ingrassarono pescecani di ogni risma e gli sciacalli della malavita. In febbraio a Napoli ci fu una tremenda scossa che mise in ginocchio la città: ero in studio, quinto piano, che condividevo con Mimmo Jodice: lessi nei suoi occhi azzurri il terrore, qualcosa di simile immagino lesse nei miei. I tempi per sedimentare un'esperienza così lancinante furono molto lunghi, scrivo con lentezza e ho bisogno di molto tempo per giungere a qualcosa. Ma dovevo liberarmi di questa angoscia, così maturai l'idea di trasformare l'evento sismico in una metafora della nostra vita che è una sequenza di scosse piccole e grandi.

Ho un sentimento religioso della natura, un rispetto goethiano per le sue leggi che vedo sistematicamente violate. In Irpinia ieri e in Abruzzo oggi. Soltanto nel 2002 pubblicai 'Terremoti', un romanzo che ha al centro il sisma in Irpinia. Nulla c'è di autobiografico in senso proprio, ma tutto è autobiografico perché narro solo quello che ho visto e vissuto.

Nei mesi drammatici dell'inverno del 1980 Andrea, geologo alle prime armi, tocca con mano il delittuoso ritardo dei soccorsi, si scontra con l'improvvisazione, il disordine, le prevaricazione di politici e tecnici. Ma vede anche tanti giovani venuti in soccorso dal nord e incontra Stefania, una bella, matura e affermata geologa dell'Università di Trieste, che lo guida e lo rassicura nel lavoro. Il rapporto tra loro si trasforma in un'irrisolta storia d'amore esaltante e dolorosa.

Nel compiere le missioni ispettive sul campo Andrea giunge nel paese d'origine della famiglia e trova ridotta a macerie l'antica casa dei nonni: l'incontro con quelle rovine è l'occasione di un bilancio. Sul filo della memoria il giovane ripercorre le vicende del paese dal dopoguerra in poi. Le rivolte dei contadini, l'occupazione delle terre, l'emigrazione al nord dei più giovani e capaci, il paese ridotto a vecchi, donne e bambini. Riconosce per caso il compagno di giochi, divenuto un "capo bastone" della malavita.

Il terremoto e gli sciami sismici non hanno solo sconvolto le montagne dell'Irpinia e i "presepi", ma la vita collettiva e l'esistenza di molti poveri cristi. Una memoria dissipata, una storia di gente calpestata dalla storia e derisa dalla natura.

Andrea tornerà in Irpinia dopo dieci anni e vede con raccapriccio quel che sono stati capaci di fare amministratori e costruttori senza scrupoli, in combutta con geometri, ingegneri, architetti, dando libero sfogo ad ambizioni sbagliate. Se oggi si torna in quei paesi distrutti e ricostruiti si corre per autostrade deserte che portano al nulla o per faraonici svincoli che conducono ad Aree industriali senza industrie, ci aggredisce la crudeltà e l'indicibile violenza che i 2.914 morti del terremoto non meritavano.

Fonte:L'Espresso del 22/11/2010
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di Cesare de Seta

La devastazione del terremoto è stata terreno di conquista per politici corrotti e affaristi senza scrupoli. Il racconto in prima persona del giornalista e storico dell'arte

Fonte: L'Espresso

La domenica del 23 novembre ero appena tornato da Capri, con moglie e bambine eravamo saliti a Villa Fersen, a quel tempo in rovina. Sul giradischi misi un trio di Bach, e me lo godevo: a un tratto sentii il divano su cui sedevo che si sollevava e il disco gracchiò, in un lancinante lamento da dies irae, poi tacque. Erano le 19,34. Daria dal bagno gridò: "mamma il vaso si muove, non riesco a sedermi!"; Ilaria, cinque anni, scoppiò in lacrime perché non riusciva ad afferrare una bambola che volteggiava per aria. Il palazzetto della mia casa a Posillipo resse bene alla scossa.

Un gran vociare saliva dalla strada, con auto bloccate e clacson impazziti: ce ne andammo a dormire. L'indomani attraversai strade deserte fino a via Filangieri, negozi chiusi, così la banca dov'ero diretto. Un gruppo di persone si intratteneva: "l'ho sentito forte", "ma dov'è stato? ci sono dei crolli", "sì, ci sono dei feriti": le voci si accavallavano concitate. Capii solo allora che era successo qualcosa di grave. Giunto in studio nessuna telefonata, in tarda mattina chiamò Gaspare Barbiellini Amidei, allora vicedirettore del "Corriere della Sera" e mi chiese di scrivere un commento.

Entrai così assai lentamente nel cupo clima del terremoto e da quel giorno scrissi decine di articoli per "Il Corriere " e poi per "Il Mattino", allora un'unica proprietà . Feci la mia piccola parte di militanza civile con tempestività certamente e spero con scrupolo. Mi opposi contro la massiccia distruzione di quelli che, in modo sprezzante, venivano definiti "presepi": le ruspe avanzavano implacabili in paesi distruggendo casine abbarbicate l'una all'altra.

Da architetto e studioso della città sostenni Maurizio Valenzi, sindaco galantuomo, per fermare i falchi della "tabula rasa", i Quartieri Spagnoli erano gravemente compromessi. Mi chiedo con un po' di malizia quanti sono i giornalisti, scrittori e tecnici che hanno ripubblicato, senza cosmesi, quanto scritto in quei mesi drammatici. I miei articoli e saggi li raccolsi in 'Dopo il terremoto la ricostruzione' edito da Laterza nel 1983. A metà dicembre mi telefonò allarmato Giulio Einaudi: aveva seguito televisione, giornali e letto i miei articoli sul Corriere. Gli dissi che il terremoto di Napoli era un terremoto "freddo", meno grave di quello che aveva devastato Irpinia e Basilicata con migliaia di feriti e insanguinato di vittime il cui numero cresceva paurosamente.


Qualche giorno dopo Einaudi venne giù con la sua auto in compagnia di Nuto Revelli: l'editore, usualmente considerato un uomo gelido, aveva portato doni per le mie bambine. S'era sotto Natale. Lo condussi per la città, i giri che facemmo a piedi per giorni interi lo rese sempre più cupo: volle salire a Capodimonte e Raffaello Causa, che aveva chiuso il museo e sbarrato tutti i balconi del palazzo, ci condusse per le sale deserte, con molte tele a terra, mostrandoci le ferite più gravi.

Einaudi mi chiese di scrivere un rapporto veloce, da stampare subito, sulle condizioni della città, sui problemi da affrontare immediatamente per la tutela del centro storico che conosceva meglio di quanto potessi immaginare. Napoli era tutta transenne, barbacani ovunque, chiese sprangate, erano sorte gabbie di tubi innocenti in ogni dove: soprattutto nei Quartieri Spagnoli.

Nel "cratere" ci attendeva Manlio Rossi Doria e ci raggiunse Diego Novelli sindaco di Torino: trascorremmo con una guida eccezionale, giorni angosciosi, rimasti infissi nel mio cuore. Manlio amava questa gente: in ogni paese c'era qualcuno che conosceva e, salutandolo, qualcuno provava a baciargli la mano; ci diceva della natura franosa dei terreni, dei paesi che andavano evacuati e di quelli che potevano e dovevano essere recuperati, pensava a quello che si doveva fare per il destino di questa gente martoriata. Einaudi aveva un autista dai nervi d'acciaio: "perché vai così piano", "perché corri tanto", "hai visto la neve", "stai attento", "fermati", "rallenta", era un continuo: ci guardavamo interdetti, fidando nella pazienza dell'autista che forse si chiamava Giobbe. C'era neve, tanto fango e freddo: mangiammo alla tavola dei campi di accoglienza, una sera fummo ospiti di un farmacista amico di Manlio. Lui si muoveva a fatica tra macerie, sterrati, calanchi, bare d'abete disposte in fila, cadaveri all'addiaccio e tanti feriti nelle tende: almanaccava le colture più idonee a questo o quel terreno, diceva che bisognava puntare su una agricoltura specializzata e meccanizzata. Si scavava tra le macerie.
Andando verso Potenza l'editore chiese a Rossi Doria di scrivere qualcosa da stampare subito: lui, al contrario di me, fu bravissimo, e in due mesi fu edito dallo Struzzo il Rapporto: un quaderno bianco che era il distillato del sapere di un grande meridionalista e economista agrario che conosceva l' osso del Mezzogiorno come nessun altro. Tutti plaudirono, a cominciar da De Mita, ma la politica della ricostruzione di fatto se ne infischiò, hélas (ahimé, ndr), e andò in tutt'altre direzioni che si mostrarono fallimentari sciali di risorse.

Ingrassarono pescecani di ogni risma e gli sciacalli della malavita. In febbraio a Napoli ci fu una tremenda scossa che mise in ginocchio la città: ero in studio, quinto piano, che condividevo con Mimmo Jodice: lessi nei suoi occhi azzurri il terrore, qualcosa di simile immagino lesse nei miei. I tempi per sedimentare un'esperienza così lancinante furono molto lunghi, scrivo con lentezza e ho bisogno di molto tempo per giungere a qualcosa. Ma dovevo liberarmi di questa angoscia, così maturai l'idea di trasformare l'evento sismico in una metafora della nostra vita che è una sequenza di scosse piccole e grandi.

Ho un sentimento religioso della natura, un rispetto goethiano per le sue leggi che vedo sistematicamente violate. In Irpinia ieri e in Abruzzo oggi. Soltanto nel 2002 pubblicai 'Terremoti', un romanzo che ha al centro il sisma in Irpinia. Nulla c'è di autobiografico in senso proprio, ma tutto è autobiografico perché narro solo quello che ho visto e vissuto.

Nei mesi drammatici dell'inverno del 1980 Andrea, geologo alle prime armi, tocca con mano il delittuoso ritardo dei soccorsi, si scontra con l'improvvisazione, il disordine, le prevaricazione di politici e tecnici. Ma vede anche tanti giovani venuti in soccorso dal nord e incontra Stefania, una bella, matura e affermata geologa dell'Università di Trieste, che lo guida e lo rassicura nel lavoro. Il rapporto tra loro si trasforma in un'irrisolta storia d'amore esaltante e dolorosa.

Nel compiere le missioni ispettive sul campo Andrea giunge nel paese d'origine della famiglia e trova ridotta a macerie l'antica casa dei nonni: l'incontro con quelle rovine è l'occasione di un bilancio. Sul filo della memoria il giovane ripercorre le vicende del paese dal dopoguerra in poi. Le rivolte dei contadini, l'occupazione delle terre, l'emigrazione al nord dei più giovani e capaci, il paese ridotto a vecchi, donne e bambini. Riconosce per caso il compagno di giochi, divenuto un "capo bastone" della malavita.

Il terremoto e gli sciami sismici non hanno solo sconvolto le montagne dell'Irpinia e i "presepi", ma la vita collettiva e l'esistenza di molti poveri cristi. Una memoria dissipata, una storia di gente calpestata dalla storia e derisa dalla natura.

Andrea tornerà in Irpinia dopo dieci anni e vede con raccapriccio quel che sono stati capaci di fare amministratori e costruttori senza scrupoli, in combutta con geometri, ingegneri, architetti, dando libero sfogo ad ambizioni sbagliate. Se oggi si torna in quei paesi distrutti e ricostruiti si corre per autostrade deserte che portano al nulla o per faraonici svincoli che conducono ad Aree industriali senza industrie, ci aggredisce la crudeltà e l'indicibile violenza che i 2.914 morti del terremoto non meritavano.

Fonte:L'Espresso del 22/11/2010
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A teatro con la regia dell'amico Roberto D'Alessandro..."Il Cavalier Calabrese"



Fino al 5 dicembre lo spettacolo di Roberto D'Alessandro al TEATRO DI DOCUMENTI (via Nicola Zabaglia, 42 - Roma tel. 06.5744034 - 328.8475891):

IL CAVALIER CALABRESE


L’appassionata storia di Mattia Preti, tra i massimi pittori seicenteschi, raccontata in prima persona. Una lunga vita spesa per l’arte attraversando le contraddizioni e i cambiamenti del secolo centrale dell’età moderna.

Per ulteriori dettagli sullo spettacolo e sugli altri spettacoli del nostro amico Roberto D'Alessandro, si rimanda al Blog di Roberto D'Alessandro

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Fino al 5 dicembre lo spettacolo di Roberto D'Alessandro al TEATRO DI DOCUMENTI (via Nicola Zabaglia, 42 - Roma tel. 06.5744034 - 328.8475891):

IL CAVALIER CALABRESE


L’appassionata storia di Mattia Preti, tra i massimi pittori seicenteschi, raccontata in prima persona. Una lunga vita spesa per l’arte attraversando le contraddizioni e i cambiamenti del secolo centrale dell’età moderna.

Per ulteriori dettagli sullo spettacolo e sugli altri spettacoli del nostro amico Roberto D'Alessandro, si rimanda al Blog di Roberto D'Alessandro

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Roberto SAVIANO Rifiuti e veleni - Vieni via con me di Fabio FAZIO e Roberto SAVIANO


http://www.youtube.com/watch?v=yM5pLY0ggzo


Il monologo di Roberto Saviano è sul problema dei rifiuti. Guarda gli altri video della terza puntata su http://www.vieniviaconme.rai.it

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http://www.youtube.com/watch?v=yM5pLY0ggzo


Il monologo di Roberto Saviano è sul problema dei rifiuti. Guarda gli altri video della terza puntata su http://www.vieniviaconme.rai.it

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lunedì 22 novembre 2010

Quelle fortezze-carceri dove i «terroni» morivano

L’odissea dei soldati borbonici in mano ai piemontesi

- LA MARMORA LI DEFINÌ «UN BRANCO DI CAROGNE». OLTRE 25 MILA, FURONO DECIMATI DA STENTI E MALATTIE

L’ultimo re delle Due Sicilie, Francesco II, con la moglie Maria Sofia
Fu subito chiaro che la maggioranza dei soldati borbonici aveva mantenuto sentimenti di fedeltà verso i Borbone. Per questo, finita la guerra ed avendo onorato la loro bandiera, quegli uomini si consideravano sciolti da ogni giuramento e impegno militare, così come era avvenuto al termine di ogni conflitto bellico, in tutte le epoche storiche e per qualsiasi truppa sconfitta. Credevano di essere in diritto di tornare nelle loro case, nella loro Patria. Ma dimenticavano che non avevano più Patria, almeno non quella per cui avevano rischiato la vita. Il loro passato non esisteva più e non avevano diritto al riposo. Si assegnava loro solo il dovere di servire il nuovo re. Ma i caprai, i contadini, i piccoli artigiani delle campagne meridionali non ne comprendevano le ragioni: poco sapevano di Unità d'Italia, per loro esistevano solo le radici e la dinastia cui avevano creduto. Il neonato Governo unitario sperava sempre di poter recuperare alle armi la maggioranza delle migliaia di prigionieri catturati in 5 mesi di guerra e convincere gli «sbandati» a presentarsi al Comando provinciale di Napoli, per concludere la ferma militare sotto le bandiere italiane.

I prigionieri di Capua, del Volturno, del Macerone, del Garigliano e di Mola erano gli uomini su cui aveva puntato Cavour dopo il Plebiscito, per un possibile potenziamento numerico dell'esercito nazionale. A pochi giorni dalla caduta di Gaeta, ammontavano a 24 mila soldati e 1700 ufficiali. Erano stati trasferiti al nord, dove furono rinchiusi in centri di accoglienza: Milano, Alessandria, Torino, Genova, Bergamo, Rimini, Brescia, le destinazioni. Sporche, mal vestite, poco nutrite queste colonne di vinti transitavano nelle loro prigioni, senza conoscere il loro destino. Non esisteva ancora la convenzione di Ginevra, ma solo delle prassi di trattamento dei prigionieri di guerra, più o meno rispettate dai vari Paesi. D'altro canto, i napoletani erano stati catturati nel corso di un conflitto mai dichiarato.

Luigi Farini
Il Governo Cavour cercò di capire chi fossero e che idee avessero i soldati tenuti prigionieri al nord. Appena due settimane dopo la caduta di Capua, il primo ministro piemontese inviò il generale Alfonso La Marmora ad ispezionare la Cittadella di Milano, dove erano rinchiusi i militari borbonici, per avere un rapporto sui soldati napoletani e sulla possibilità di arruolarli nell'esercito nazionale. La relazione del generale sardo fu un misto di disprezzo e razzismo. Il 18 novembre 1860, comunicò le sue valutazioni a Cavour: «I prigionieri napoletani dimostrano un pessimo spirito. Di 1600 che si trovano a Milano non arriveranno a 100 quelli che acconsentono a prender servizio. Sono tutti coperti di rogna e di vermina, moltissimi affetti da mal d'occhi e da mali venerei… dimostrano avversione a prendere da noi servizio. Ieri a taluni che con arroganza pretendevano il diritto di andare a casa perché non volevano prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco II, gli rinfacciai altamente che per il loro Re erano scappati e ora per la Patria comune, e per il Re eletto si rifiutavano di servire, che erano un branco di carogne, che avremmo trovato il modo di metterli alla ragione». Cavour rimase molto impressionato. Tre giorni dopo aver ricevuto il documento di La Marmora, scrisse a Luigi Farini, luogotenente del re a Napoli: «Il trattare tanta parte del popolo come prigionieri non è mezzo di conciliare al nuovo regime le popolazioni del Regno. Il pensare di trasformarli in soldati dell'Esercito nazionale è impossibile e inopportuno».

Alfonso La Marmora: la sua relazione sui prigionieri fu un misto di disprezzo e razzismo
Prigionie di mesi, in condizioni difficilissime e con il continuo ricatto morale dell'arruolamento. Molti tornarono, per raccontarlo. In tanti vi morirono. Ma, fino alla capitolazione di Gaeta, si era di fronte a situazioni non regolate da accordi. Quello che avvenne dopo il 13 febbraio 1861 fu invece un vero e proprio arbitrio. Molti ufficiali furono tenuti nelle carceri del nord parecchi mesi. Alcuni non tornarono più a Napoli, trasferendosi a Roma. Altri si isolarono nella loro vita privata. A porre fine giuridicamente alla persecuzione nei loro confronti, arrivò l'amnistia disposta dal re nel 1863, concessa soprattutto come atto di riconciliazione verso i garibaldini dopo l'Aspromonte. Ma le sofferenze dei soldati napoletani continuavano. Oltre ai centri di raccolta, i piemontesi avevano realizzato due veri e propri campi di prigionia. Il più noto era nell'inaccessibile fortezza di Fenestrelle, vicino Torino.

Se la maggior parte dei soldati borbonici prigionieri veniva considerata irrecuperabile, con scarse possibilità di inserimento nell'esercito nazionale, allora bisognava cercare di "rieducare" i più irrequieti, tenendoli lontani dai loro paesi, dove avrebbero potuto alimentare la ribellione armata. Un obiettivo affidato al regime detentivo. Le carceri più dure furono istituite essenzialmente nel forte di San Maurizio Canavese e nella fortezza di Fenestrelle (...).

Nel forte di San Maurizio Canavese, fu deciso di inviare tutti i recalcitranti alla leva militare, i cosiddetti soldati «sbandati», smistati anche nella Cittadella di Milano, l'attuale Castello sforzesco. Ma vero campo di repressione fu quello di Fenestrelle, a 1200 metri di altezza nell'imbocco della Val Chisone, fortezza diventata prigione dalla fine del '700 (...).

Fortezza piemontese di Fenestrelle
Formata da una serie di roccaforti in successione, quasi incastrata tra le montagne, Fenestrelle venne costruita ai primi del '700 dai Savoia per difendere i confini del Regno. Scrisse, nel confermare il ruolo di quella fortezza nei confronti dei soldati napoletani, la Civiltà cattolica: «Per vincere la resistenza dei prigionieri di guerra, già trasportati in Piemonte e Lombardia, si ebbe ricorso ad uno spediente crudele e disumano, che fa fremere. Quei meschinelli, appena coperti da cenci di tela, e rifiniti di fame perché tenuti a mezza razione con cattivo pane e acqua e una sozza broda, furono fatti scortare nelle gelide casematte di Fenestrelle e di altri luoghi posti nei più aspri siti delle Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima sì caldo e dolce, come quello delle Due Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negri schiavi, a spasimar di fame e di stento tra le ghiacciaie! E ciò perché fedeli al loro giuramento militare ed al legittimo Re!».

Il 22 agosto del 1861, pur provati e affamati, i soldati napoletani tenuti a Fenestrelle tentarono una rivolta. Prepararono un piano d'azione, ma vennero scoperti, subendo una dura repressione. Ai rivoltosi venne sequestrata anche una bandiera borbonica. In quel periodo, i napoletani detenuti nella fortezza erano 1.000, mentre altri 6.000 erano ammassati a San Maurizio, sotto la vigilanza di due battaglioni di fanteria. Dopo la rivolta stroncata sul nascere, a Fenestrelle vennero inviati soldati di rinforzo per vigilare i prigionieri. Persisteva in quei prigionieri la volontà di non cedere alla situazione di disagio in cui si trovavano, rifiutandosi di accettare l'arruolamento nel nuovo esercito. Nonostante vivessero in condizioni igieniche precarie ed il cibo venisse loro lesinato. Chi, ridotto allo stremo, accettava di arruolarsi, tornato libero, disertava quasi subito. Liberati dai campi di prigionia, i napoletani si allontanavano, fuggendo nello Stato Pontificio, o dandosi allamacchia e ingrossando le bande di briganti nelle loro terre di origine. A centinaia però non riuscirono a tornare dai campi del nord, dove trovarono la morte. A Fenestrelle, la calce viva distruggeva i cadaveri di chi non ce l'aveva fatta a superare il rigore del freddo ed a sopportare la fame (...). L'ospedale della fortezza era sempre affollato. E, nei registri parrocchiali, vennero annotati i nomi dei soldati meridionali deceduti dopo il ricovero in quella struttura sanitaria (...). Ma i nomi registrati non corrispondevano a tutti i prigionieri morti in quegli anni. Per motivi igienici ed essendoci difficoltà a seppellire i cadaveri, molti corpi vennero gettati nella calce viva in una grande vasca, ancora visibile, dietro la chiesa all'ingresso principale del forte.

(dal libro I vinti del Risorgimento, Utet 2004 - capitolo 9: «I destini del soldato napoletano»)

Gigi Di Fiore


Fonte: Corriere della Sera del 22 novembre 2010


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L’odissea dei soldati borbonici in mano ai piemontesi

- LA MARMORA LI DEFINÌ «UN BRANCO DI CAROGNE». OLTRE 25 MILA, FURONO DECIMATI DA STENTI E MALATTIE

L’ultimo re delle Due Sicilie, Francesco II, con la moglie Maria Sofia
Fu subito chiaro che la maggioranza dei soldati borbonici aveva mantenuto sentimenti di fedeltà verso i Borbone. Per questo, finita la guerra ed avendo onorato la loro bandiera, quegli uomini si consideravano sciolti da ogni giuramento e impegno militare, così come era avvenuto al termine di ogni conflitto bellico, in tutte le epoche storiche e per qualsiasi truppa sconfitta. Credevano di essere in diritto di tornare nelle loro case, nella loro Patria. Ma dimenticavano che non avevano più Patria, almeno non quella per cui avevano rischiato la vita. Il loro passato non esisteva più e non avevano diritto al riposo. Si assegnava loro solo il dovere di servire il nuovo re. Ma i caprai, i contadini, i piccoli artigiani delle campagne meridionali non ne comprendevano le ragioni: poco sapevano di Unità d'Italia, per loro esistevano solo le radici e la dinastia cui avevano creduto. Il neonato Governo unitario sperava sempre di poter recuperare alle armi la maggioranza delle migliaia di prigionieri catturati in 5 mesi di guerra e convincere gli «sbandati» a presentarsi al Comando provinciale di Napoli, per concludere la ferma militare sotto le bandiere italiane.

I prigionieri di Capua, del Volturno, del Macerone, del Garigliano e di Mola erano gli uomini su cui aveva puntato Cavour dopo il Plebiscito, per un possibile potenziamento numerico dell'esercito nazionale. A pochi giorni dalla caduta di Gaeta, ammontavano a 24 mila soldati e 1700 ufficiali. Erano stati trasferiti al nord, dove furono rinchiusi in centri di accoglienza: Milano, Alessandria, Torino, Genova, Bergamo, Rimini, Brescia, le destinazioni. Sporche, mal vestite, poco nutrite queste colonne di vinti transitavano nelle loro prigioni, senza conoscere il loro destino. Non esisteva ancora la convenzione di Ginevra, ma solo delle prassi di trattamento dei prigionieri di guerra, più o meno rispettate dai vari Paesi. D'altro canto, i napoletani erano stati catturati nel corso di un conflitto mai dichiarato.

Luigi Farini
Il Governo Cavour cercò di capire chi fossero e che idee avessero i soldati tenuti prigionieri al nord. Appena due settimane dopo la caduta di Capua, il primo ministro piemontese inviò il generale Alfonso La Marmora ad ispezionare la Cittadella di Milano, dove erano rinchiusi i militari borbonici, per avere un rapporto sui soldati napoletani e sulla possibilità di arruolarli nell'esercito nazionale. La relazione del generale sardo fu un misto di disprezzo e razzismo. Il 18 novembre 1860, comunicò le sue valutazioni a Cavour: «I prigionieri napoletani dimostrano un pessimo spirito. Di 1600 che si trovano a Milano non arriveranno a 100 quelli che acconsentono a prender servizio. Sono tutti coperti di rogna e di vermina, moltissimi affetti da mal d'occhi e da mali venerei… dimostrano avversione a prendere da noi servizio. Ieri a taluni che con arroganza pretendevano il diritto di andare a casa perché non volevano prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco II, gli rinfacciai altamente che per il loro Re erano scappati e ora per la Patria comune, e per il Re eletto si rifiutavano di servire, che erano un branco di carogne, che avremmo trovato il modo di metterli alla ragione». Cavour rimase molto impressionato. Tre giorni dopo aver ricevuto il documento di La Marmora, scrisse a Luigi Farini, luogotenente del re a Napoli: «Il trattare tanta parte del popolo come prigionieri non è mezzo di conciliare al nuovo regime le popolazioni del Regno. Il pensare di trasformarli in soldati dell'Esercito nazionale è impossibile e inopportuno».

Alfonso La Marmora: la sua relazione sui prigionieri fu un misto di disprezzo e razzismo
Prigionie di mesi, in condizioni difficilissime e con il continuo ricatto morale dell'arruolamento. Molti tornarono, per raccontarlo. In tanti vi morirono. Ma, fino alla capitolazione di Gaeta, si era di fronte a situazioni non regolate da accordi. Quello che avvenne dopo il 13 febbraio 1861 fu invece un vero e proprio arbitrio. Molti ufficiali furono tenuti nelle carceri del nord parecchi mesi. Alcuni non tornarono più a Napoli, trasferendosi a Roma. Altri si isolarono nella loro vita privata. A porre fine giuridicamente alla persecuzione nei loro confronti, arrivò l'amnistia disposta dal re nel 1863, concessa soprattutto come atto di riconciliazione verso i garibaldini dopo l'Aspromonte. Ma le sofferenze dei soldati napoletani continuavano. Oltre ai centri di raccolta, i piemontesi avevano realizzato due veri e propri campi di prigionia. Il più noto era nell'inaccessibile fortezza di Fenestrelle, vicino Torino.

Se la maggior parte dei soldati borbonici prigionieri veniva considerata irrecuperabile, con scarse possibilità di inserimento nell'esercito nazionale, allora bisognava cercare di "rieducare" i più irrequieti, tenendoli lontani dai loro paesi, dove avrebbero potuto alimentare la ribellione armata. Un obiettivo affidato al regime detentivo. Le carceri più dure furono istituite essenzialmente nel forte di San Maurizio Canavese e nella fortezza di Fenestrelle (...).

Nel forte di San Maurizio Canavese, fu deciso di inviare tutti i recalcitranti alla leva militare, i cosiddetti soldati «sbandati», smistati anche nella Cittadella di Milano, l'attuale Castello sforzesco. Ma vero campo di repressione fu quello di Fenestrelle, a 1200 metri di altezza nell'imbocco della Val Chisone, fortezza diventata prigione dalla fine del '700 (...).

Fortezza piemontese di Fenestrelle
Formata da una serie di roccaforti in successione, quasi incastrata tra le montagne, Fenestrelle venne costruita ai primi del '700 dai Savoia per difendere i confini del Regno. Scrisse, nel confermare il ruolo di quella fortezza nei confronti dei soldati napoletani, la Civiltà cattolica: «Per vincere la resistenza dei prigionieri di guerra, già trasportati in Piemonte e Lombardia, si ebbe ricorso ad uno spediente crudele e disumano, che fa fremere. Quei meschinelli, appena coperti da cenci di tela, e rifiniti di fame perché tenuti a mezza razione con cattivo pane e acqua e una sozza broda, furono fatti scortare nelle gelide casematte di Fenestrelle e di altri luoghi posti nei più aspri siti delle Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima sì caldo e dolce, come quello delle Due Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negri schiavi, a spasimar di fame e di stento tra le ghiacciaie! E ciò perché fedeli al loro giuramento militare ed al legittimo Re!».

Il 22 agosto del 1861, pur provati e affamati, i soldati napoletani tenuti a Fenestrelle tentarono una rivolta. Prepararono un piano d'azione, ma vennero scoperti, subendo una dura repressione. Ai rivoltosi venne sequestrata anche una bandiera borbonica. In quel periodo, i napoletani detenuti nella fortezza erano 1.000, mentre altri 6.000 erano ammassati a San Maurizio, sotto la vigilanza di due battaglioni di fanteria. Dopo la rivolta stroncata sul nascere, a Fenestrelle vennero inviati soldati di rinforzo per vigilare i prigionieri. Persisteva in quei prigionieri la volontà di non cedere alla situazione di disagio in cui si trovavano, rifiutandosi di accettare l'arruolamento nel nuovo esercito. Nonostante vivessero in condizioni igieniche precarie ed il cibo venisse loro lesinato. Chi, ridotto allo stremo, accettava di arruolarsi, tornato libero, disertava quasi subito. Liberati dai campi di prigionia, i napoletani si allontanavano, fuggendo nello Stato Pontificio, o dandosi allamacchia e ingrossando le bande di briganti nelle loro terre di origine. A centinaia però non riuscirono a tornare dai campi del nord, dove trovarono la morte. A Fenestrelle, la calce viva distruggeva i cadaveri di chi non ce l'aveva fatta a superare il rigore del freddo ed a sopportare la fame (...). L'ospedale della fortezza era sempre affollato. E, nei registri parrocchiali, vennero annotati i nomi dei soldati meridionali deceduti dopo il ricovero in quella struttura sanitaria (...). Ma i nomi registrati non corrispondevano a tutti i prigionieri morti in quegli anni. Per motivi igienici ed essendoci difficoltà a seppellire i cadaveri, molti corpi vennero gettati nella calce viva in una grande vasca, ancora visibile, dietro la chiesa all'ingresso principale del forte.

(dal libro I vinti del Risorgimento, Utet 2004 - capitolo 9: «I destini del soldato napoletano»)

Gigi Di Fiore


Fonte: Corriere della Sera del 22 novembre 2010


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