sabato 23 ottobre 2010

150° Unità d'Italia: Gaeta fa da sola " La Verità rafforza l'Unità"


Motivo? L'esclusione dalle celebrazioni ufficiali per l'unità d'Italia.

Il 6 novembre sarà inaugurato un monumento ai caduti

«E' un fatto gravissimo che Gaeta non sia stata presa in considerazione dal Governo per le iniziative legate al 150° dell'Unità d'Italia» - sostiene il sindaco Raimondi. Non a caso il Comune ha deciso di fare da solo, con lo slogan "Unità nella verità". «La nostra città, capitolata per tifo e fame il 13 febbraio 1861 - ricorda Raimondi - sta mettendo a punto una serie di manifestazioni che partiranno il 6 novembre e che, senza nessuna nostalgia borbonica o spinta separatista e di disgregazione, porranno l'accento sulla necessaria rivisitazione storica. La storia la scrivono i vincitori e Gaeta ha pagato e paga ancora per una guerra non dichiarata che portò all'Unità d'Italia ma significò per tanta parte del Sud emigrazione, sofferenze, povertà».

«Per Gaeta è un anno importante ma siamo stati esclusi da ogni evento nazionale. La città è stata esclusa da eventi ufficiali, cosa che invece non accadde in occasione del centenario quando arrivarono qui personalità come Fanfani, Gronchi ed Andreotti».

«Non vogliamo fare nè i nostalgici nè mostrarci disunitari perchè all'unità del Paese - dice - ci teniamo davvero. Quello che ci preme però è riaffermare una memoria storica che sia veritiera ed obiettiva». «Al di là di tutto - spiega il sindaco - davvero non capiamo come si possa dare una cittadinanza onoraria ed un riconoscimento a chi ci ha bombardato», dice in polemica aperta con la città di Formia che ha organizzato un imponente raduno per il prossimo 10 novembre.

Invece il 6 novembre, data d'inizio dell'assedio, saranno a Gaeta rappresentanti di 40 Comuni del Sud Italia eccidiati «per l'inaugurazione di un monumento ai caduti di quell'assedio con il quale con il quale finì un Regno e per il quale Gaeta aspetta ancora le "scuse" ed il risarcimento da Casa Savoia».

Il Sindaco Raimondi e il Vice Sindaco Di Ciaccio
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Motivo? L'esclusione dalle celebrazioni ufficiali per l'unità d'Italia.

Il 6 novembre sarà inaugurato un monumento ai caduti

«E' un fatto gravissimo che Gaeta non sia stata presa in considerazione dal Governo per le iniziative legate al 150° dell'Unità d'Italia» - sostiene il sindaco Raimondi. Non a caso il Comune ha deciso di fare da solo, con lo slogan "Unità nella verità". «La nostra città, capitolata per tifo e fame il 13 febbraio 1861 - ricorda Raimondi - sta mettendo a punto una serie di manifestazioni che partiranno il 6 novembre e che, senza nessuna nostalgia borbonica o spinta separatista e di disgregazione, porranno l'accento sulla necessaria rivisitazione storica. La storia la scrivono i vincitori e Gaeta ha pagato e paga ancora per una guerra non dichiarata che portò all'Unità d'Italia ma significò per tanta parte del Sud emigrazione, sofferenze, povertà».

«Per Gaeta è un anno importante ma siamo stati esclusi da ogni evento nazionale. La città è stata esclusa da eventi ufficiali, cosa che invece non accadde in occasione del centenario quando arrivarono qui personalità come Fanfani, Gronchi ed Andreotti».

«Non vogliamo fare nè i nostalgici nè mostrarci disunitari perchè all'unità del Paese - dice - ci teniamo davvero. Quello che ci preme però è riaffermare una memoria storica che sia veritiera ed obiettiva». «Al di là di tutto - spiega il sindaco - davvero non capiamo come si possa dare una cittadinanza onoraria ed un riconoscimento a chi ci ha bombardato», dice in polemica aperta con la città di Formia che ha organizzato un imponente raduno per il prossimo 10 novembre.

Invece il 6 novembre, data d'inizio dell'assedio, saranno a Gaeta rappresentanti di 40 Comuni del Sud Italia eccidiati «per l'inaugurazione di un monumento ai caduti di quell'assedio con il quale con il quale finì un Regno e per il quale Gaeta aspetta ancora le "scuse" ed il risarcimento da Casa Savoia».

Il Sindaco Raimondi e il Vice Sindaco Di Ciaccio

MONNEZZA, MONNEZZA!


Dove finisce la monnezza sottratta alla vista e alle telecamere? (Tanto, l’importante è che non si veda). Per Terroni, mi capita di andare ovunque, in paesi in cui non ero mai stato (e sì che ho girato); dove credo si vada giusto se sai che esiste e hai qualcuno incontrare: insomma, o sei il fornitore di merendine o hai parenti lì, sennò… È quello che pensai quando arrivai a San Bartolomeo in Galdo, dove ebbi la felice sopresa (per fortuna, non rara) di incontrare un gruppo di ragazzi svegli, simpatici, impegnati nella ricerca dei modi e dei progetti per rivitalizzare un paese, il proprio, che l’emigrazione ha dimezzato. Sono laureati, pieni di idee e volontà. E vogliono farcela. Ce la faranno. Puntano anche sul turismo, ma… E indicai il posto. Monnezza, appena sotto il paese. Una discarica. Cominciai a fare domande, vennero fuori le solite porcherie (beh, è monnezza, no?) esiliate lontano dalla curiosità. Come dire: problema risolto, perché non lo si vede più. Così, chiesi a Sergio Truglio, che a San Bartolomeo mi aveva invitato, a nome dell’associazione Steven B. Biko, di saperne di più. Ecco, qui sotto, cosa mi ha inviato. Mentre l’Italia assiste al massacro di Terzigno a colpi di monnezza e manganello, tante altre Terzigno avvelenano terra e acqua e popolo, nel silenzio di una finta soluzione.

La costruzione della discarica iniziò nel 1996, doveva essere usata inizialmente solo come discarica consortile (Consorzio BN3) (i paesi a nord est di Benevento). La capienza totale era di 60000 t. Nel 1999 venne aperta e furono sversati 33000 t di rifiuti “tal quali”, ma già nel 2000 a seguito di un’impennata dell’emergenza rifiuti a Napoli e Provincia, fu usata per sversare i rifiuti del napoletano. Nel 2004 tra FOS (frazione organica stabilizzata, stabilizzata solo sulla carta, a giudicare dal nauseabondo odore che aleggiò per mesi a SBiG) e rifiuti “tal quali”, si arrivò a 70000 t. di immondizia, + 10000 t. sulla capienza iniziale. Le comiche iniziano nel 2006, in seguito ad un nuovo picco dell’emergenza rifiuti, l’ordinanza commissariale regionale 437 recita: “utilizzando e ampliando le volumetrie residue, vi è la possibilità di ulteriori abbancamenti di rifiuti, valutati in almeno 10500 t.”. Al 1 febbraio 2007 quell’”almeno 10500 t” si era già trasformato in oltre 30000 t. Insomma una discarica con capienza 60000 t, si è ritrovata a contenerne oltre 100000 t. con un plus di 40000 t. Ovviamente il percolato è tracimato, a questo punto, vi sono state nuovamente delle iniziative di Legambiente della Valfortore e del Comitato per la difesa del territorio, i quali hanno filmato e inviato a vari enti (Corpo Forestale dello Stato, Carabinieri, Arpa –Campania, Puglia e Molise-, Acquedotto Pugliese) dei filmati sulla tracimazione del percolato (i filmati sono in mio possesso). Il percolato, attraverso una sequenza di valloni (dei Preti, Capuano, Cupo) ha raggiunto il fiume Fortore, che riempie l’invaso di Occhito, il quale dà da bere a quasi tutta la Capitanata, su segnalazione del Corpo Forestale di SBiG, è intervenuto il Nucleo Investigativo di Polizia Ambientale e Forestale del Coordinamento di Benevento del Corpo Forestale dello Stato che ha provveduto al sequestro della discarica (l’ordine è prot. Con n. 1284 del 13/02/2007). Nel 2010 dopo ben tre anni, frattanto il percolato veniva drenato settimanalmente con autobotti, per evitare che tracimasse (due, tre autobotti settimanali hanno un costo), il Prefetto ha stanziato i fondi per la bonifica. A tutt’oggi l’unica cosa che è stata fatta è la copertura della discarica con un telo, sperando che sia sufficiente ad evitare in inverno nuove tracimazioni del percolato.

Per quanto riguarda l’alga rossa nell’invaso di Occhito, ho letto le spiegazioni più disparate di vari “esperti”, c’è quello che afferma che in un invaso artificiale, la formazione dell’alga è fisiologica, a quell’altro che dà la colpa ai fertilizzanti azotati, ad un altro che afferma che la presenza dell’alga è dovuta a scarichi civili non controllati. Si parla del depuratore di Campobasso come maggiore indiziato, la discarica di SBiG non è citata in nessun articolo di giornale, sta di fatto che è stata posta sotto sequestro a seguito delle segnalazioni di Legambiente della Valfortore e del Comitato di Tutela del Cittadino, ai vari enti (Acquedotto Pugliese, Corpo Forestale dello Stato, Arpa etc etc) e delle pressioni di questi enti alla Polizia Ambientale sui pericoli di inquinamento delle falde acquifere.

Mi diceva un membro del Comitato, che questo inverno, un PM di Foggia e dei tecnici dell’Acquedotto Pugliese hanno fatto dei rilevamenti in elicottero, per verificare la connessione tra discarica di SBiG e invaso di Occhito. Però non ho trovato conferma di un’eventuale inchiesta della Procura di Foggia. Solo un’indiscrezione giornalistica non confermata in questo anno.


Fonte:Terroni blog


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Dove finisce la monnezza sottratta alla vista e alle telecamere? (Tanto, l’importante è che non si veda). Per Terroni, mi capita di andare ovunque, in paesi in cui non ero mai stato (e sì che ho girato); dove credo si vada giusto se sai che esiste e hai qualcuno incontrare: insomma, o sei il fornitore di merendine o hai parenti lì, sennò… È quello che pensai quando arrivai a San Bartolomeo in Galdo, dove ebbi la felice sopresa (per fortuna, non rara) di incontrare un gruppo di ragazzi svegli, simpatici, impegnati nella ricerca dei modi e dei progetti per rivitalizzare un paese, il proprio, che l’emigrazione ha dimezzato. Sono laureati, pieni di idee e volontà. E vogliono farcela. Ce la faranno. Puntano anche sul turismo, ma… E indicai il posto. Monnezza, appena sotto il paese. Una discarica. Cominciai a fare domande, vennero fuori le solite porcherie (beh, è monnezza, no?) esiliate lontano dalla curiosità. Come dire: problema risolto, perché non lo si vede più. Così, chiesi a Sergio Truglio, che a San Bartolomeo mi aveva invitato, a nome dell’associazione Steven B. Biko, di saperne di più. Ecco, qui sotto, cosa mi ha inviato. Mentre l’Italia assiste al massacro di Terzigno a colpi di monnezza e manganello, tante altre Terzigno avvelenano terra e acqua e popolo, nel silenzio di una finta soluzione.

La costruzione della discarica iniziò nel 1996, doveva essere usata inizialmente solo come discarica consortile (Consorzio BN3) (i paesi a nord est di Benevento). La capienza totale era di 60000 t. Nel 1999 venne aperta e furono sversati 33000 t di rifiuti “tal quali”, ma già nel 2000 a seguito di un’impennata dell’emergenza rifiuti a Napoli e Provincia, fu usata per sversare i rifiuti del napoletano. Nel 2004 tra FOS (frazione organica stabilizzata, stabilizzata solo sulla carta, a giudicare dal nauseabondo odore che aleggiò per mesi a SBiG) e rifiuti “tal quali”, si arrivò a 70000 t. di immondizia, + 10000 t. sulla capienza iniziale. Le comiche iniziano nel 2006, in seguito ad un nuovo picco dell’emergenza rifiuti, l’ordinanza commissariale regionale 437 recita: “utilizzando e ampliando le volumetrie residue, vi è la possibilità di ulteriori abbancamenti di rifiuti, valutati in almeno 10500 t.”. Al 1 febbraio 2007 quell’”almeno 10500 t” si era già trasformato in oltre 30000 t. Insomma una discarica con capienza 60000 t, si è ritrovata a contenerne oltre 100000 t. con un plus di 40000 t. Ovviamente il percolato è tracimato, a questo punto, vi sono state nuovamente delle iniziative di Legambiente della Valfortore e del Comitato per la difesa del territorio, i quali hanno filmato e inviato a vari enti (Corpo Forestale dello Stato, Carabinieri, Arpa –Campania, Puglia e Molise-, Acquedotto Pugliese) dei filmati sulla tracimazione del percolato (i filmati sono in mio possesso). Il percolato, attraverso una sequenza di valloni (dei Preti, Capuano, Cupo) ha raggiunto il fiume Fortore, che riempie l’invaso di Occhito, il quale dà da bere a quasi tutta la Capitanata, su segnalazione del Corpo Forestale di SBiG, è intervenuto il Nucleo Investigativo di Polizia Ambientale e Forestale del Coordinamento di Benevento del Corpo Forestale dello Stato che ha provveduto al sequestro della discarica (l’ordine è prot. Con n. 1284 del 13/02/2007). Nel 2010 dopo ben tre anni, frattanto il percolato veniva drenato settimanalmente con autobotti, per evitare che tracimasse (due, tre autobotti settimanali hanno un costo), il Prefetto ha stanziato i fondi per la bonifica. A tutt’oggi l’unica cosa che è stata fatta è la copertura della discarica con un telo, sperando che sia sufficiente ad evitare in inverno nuove tracimazioni del percolato.

Per quanto riguarda l’alga rossa nell’invaso di Occhito, ho letto le spiegazioni più disparate di vari “esperti”, c’è quello che afferma che in un invaso artificiale, la formazione dell’alga è fisiologica, a quell’altro che dà la colpa ai fertilizzanti azotati, ad un altro che afferma che la presenza dell’alga è dovuta a scarichi civili non controllati. Si parla del depuratore di Campobasso come maggiore indiziato, la discarica di SBiG non è citata in nessun articolo di giornale, sta di fatto che è stata posta sotto sequestro a seguito delle segnalazioni di Legambiente della Valfortore e del Comitato di Tutela del Cittadino, ai vari enti (Acquedotto Pugliese, Corpo Forestale dello Stato, Arpa etc etc) e delle pressioni di questi enti alla Polizia Ambientale sui pericoli di inquinamento delle falde acquifere.

Mi diceva un membro del Comitato, che questo inverno, un PM di Foggia e dei tecnici dell’Acquedotto Pugliese hanno fatto dei rilevamenti in elicottero, per verificare la connessione tra discarica di SBiG e invaso di Occhito. Però non ho trovato conferma di un’eventuale inchiesta della Procura di Foggia. Solo un’indiscrezione giornalistica non confermata in questo anno.


Fonte:Terroni blog


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venerdì 22 ottobre 2010

Se si apre al discarica a Terzigno, la Campania si scordi i fondi Ue



Se viene aperta una discarica in un parco nazionale, la Campania “si può scordare di vedere sbloccare i 145 milioni di euro di fondi europei attualmente congelati dalla Commissione europea”. Lo ha detto all’ANSA la presidente dela Commissione d’inchiesta parlamentare europea, Judith Merkies, ricordando che dalle autorita’ italiane aveva avuto assicurazioni di diverso tenore rispetto a quanto sta accadendo in Campania.

In particolare, secondo la Merkies, ”il governo regionale dichiaro’ che a Cava di Vitiello non sarebbe stata aperta una discarica, promessa ribadita dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi prima che pubblicassimo il rapporto. Queste promesse stanno per essere rotte. Un governo e’ buono quando e’ affidabile”.


Fonte:Il Sud


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Se viene aperta una discarica in un parco nazionale, la Campania “si può scordare di vedere sbloccare i 145 milioni di euro di fondi europei attualmente congelati dalla Commissione europea”. Lo ha detto all’ANSA la presidente dela Commissione d’inchiesta parlamentare europea, Judith Merkies, ricordando che dalle autorita’ italiane aveva avuto assicurazioni di diverso tenore rispetto a quanto sta accadendo in Campania.

In particolare, secondo la Merkies, ”il governo regionale dichiaro’ che a Cava di Vitiello non sarebbe stata aperta una discarica, promessa ribadita dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi prima che pubblicassimo il rapporto. Queste promesse stanno per essere rotte. Un governo e’ buono quando e’ affidabile”.


Fonte:Il Sud


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I briganti del terzo millennio...a Terzigno!


Abbiamo già scritto più volte dell' "emergenza rifiuti" in Campania, di come questa sia figlia dell'incapacità politica a vari livelli, nazionale, regionale, provinciale e comunale di dare risposte strutturali ad un problema. E di come l'intreccio perverso tra incapacità amministrative ed interessi politico-camorristici-imprenditoria del nord abbia fatto precipitare Napoli e la sua provincia in questo baratro senza fine.
Destra e sinistra hanno fallito, Bassolino ha fallito e Berlusconi ha fallito, Caldoro ha fallito e la Jervolino ha fallito. Impregilo ha fallito.
Diciamolo chiaramente, questo problema ha un'origine antica di almeno 20 anni ed una lunga schiera di colpevoli, tra politici di ogni colore, industriali, commissari e "tecnici", dall'appalto concepito in maniera assurda da Rastrelli, alla gestione vergognosa e colpevole di Bassolino senza controlli su balle ben poco "eco" e senza un solo impianto di compostaggio in tutta la Campania, alle tante toppe peggiori del male messe dai tanti "Commissari straordinari" come Bertolaso e per finire alle colpe di Impregilo e di altre aziende del nord dipinte come "aziende modello" che ci hanno consegnato impianti poco funzionanti, dei veri e propri "bidoni" come l'inceneritore di Acerra.
Anche la ricetta di "discariche ed inceneritori" e' fallita, l'avevamo detto in passato che non era la soluzione "strutturale" del problema, come hanno capito da tempo in tutti i paesi avanzati e come del resto raccomanda la stessa Unione Europea con la politica delle 3 R (Riduzione, Riciclaggio, Riutilizzo), ma e' stata sempre giustificata dalla logica dell' "emergenza", una logica perversa che da un lato impedisce una progettazione seria ed una politica di raccolta differenziata e dall'altro favorisce industriali del Nord coi loro interessi nel campo degli inceneritori, dalla Marcegaglia ad Impregilo fino alla A2A lombarda...oltre ad aiutarli e sovvenzionarli con il famoso CIP6, che tutti noi paghiamo (anche noi derelitti meridionali) sulla bolletta ENEL, dobbiamo sorbirceli pure con la tiritera mediatica del "nord che ci aiuta con la sua efficienza".
BASTA!!!
Come avvenne nel 1860-1870, il popolo meridionale insorge, all'epoca lo fece giustamente contro un colonizzatore venuto dal Nord ed uno stato visto come nemico, contro chi prima promise terre, fratellanza e giustizia e poi portò colonizzazione, nuove tasse, miseria ed emigrazione; oggi lo fa contro uno "Stato" che per "rispetto della legge" intende l'apertura di una seconda discarica in una zona già martoriata...ed esattamente come avvenne allora, mediaticamente, oggi come allora, si parla dei napoletani e dei meridionali in genere come "criminali", come "camorristi"...in una parola..."briganti"!!!
E se nel 1860 si mandarono dei criminali come Cialdini a sparare anche su vecchi, donne e bambini, a bruciare paesi, a sterminare centinaia di migliaia di meridionali con la scusa di "dover debellare il triste fenomeno del brigantaggio"...oggi si manganella contro un popolo che manifesta pacificamente, si sparano lacrimogeni ad altezza uomo, si massacra "in nome della legge", in nome della "ragion di Stato"!
Ma perchè "la legge" , "lo Stato" , in questo paese dei "fratelli d'Italia" è sempre contro il popolo del Sud???
Come faranno i figli di quelle persone sanguinanti ad avere "fiducia", ad avere "il senso dello Stato"???
Nella miseria generale e generalizzata dell'informazione nazionale, l'unica voce dissonante dal coro e' quella di Beppe Grillo che, anche nell'articolo di oggi sul suo blog, giustamente parla di un'Italia allo sfascio e delle colpe di chi governa e non del popolo che subisce...ma subisce fino a quando?
Assurda e paradossale la teoria dei giornali di regime come "Il Giornale" che in estrema sintesi ci dice che quando la situazione è tranquilla, o per meglio dire pare tranquilla, allora "il merito e' del governo nazionale che ha risolto l'emergenza rifiuti in Campania nonostante le colpe della Regione di sinistra", quando scoppia nuovamente l'emergenza invece la colpa e' dell'amministrazione locale del Comune di Napoli di sinistra (perchè nel frattempo alla regione c'e' Caldoro del centrodestra)...e siamo sicuri che se al Comune ci fosse un'amministrazione di centrodestra allora la colpa sarebbe da scaricare ai cittadini...BASTA!!!
Noi del PdSud che ci consideriamo eredi di quei nostri briganti di ieri come Ninco Nanco, siamo anche a fianco dei "briganti" di oggi di Terzigno che chiedono solo di poter avere una vita normale e di non dover convivere con due discariche puzzolenti (la seconda, ancora da realizzare, sarà nel Parco Naturale del Vesuvio!!!), di non assistere alla crescita di malattie tumorali e al triste destino di essere sempre la discarica del resto del paese che non vuole e che non sa vedere.

Enzo Riccio
PARTITO DEL SUD

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Abbiamo già scritto più volte dell' "emergenza rifiuti" in Campania, di come questa sia figlia dell'incapacità politica a vari livelli, nazionale, regionale, provinciale e comunale di dare risposte strutturali ad un problema. E di come l'intreccio perverso tra incapacità amministrative ed interessi politico-camorristici-imprenditoria del nord abbia fatto precipitare Napoli e la sua provincia in questo baratro senza fine.
Destra e sinistra hanno fallito, Bassolino ha fallito e Berlusconi ha fallito, Caldoro ha fallito e la Jervolino ha fallito. Impregilo ha fallito.
Diciamolo chiaramente, questo problema ha un'origine antica di almeno 20 anni ed una lunga schiera di colpevoli, tra politici di ogni colore, industriali, commissari e "tecnici", dall'appalto concepito in maniera assurda da Rastrelli, alla gestione vergognosa e colpevole di Bassolino senza controlli su balle ben poco "eco" e senza un solo impianto di compostaggio in tutta la Campania, alle tante toppe peggiori del male messe dai tanti "Commissari straordinari" come Bertolaso e per finire alle colpe di Impregilo e di altre aziende del nord dipinte come "aziende modello" che ci hanno consegnato impianti poco funzionanti, dei veri e propri "bidoni" come l'inceneritore di Acerra.
Anche la ricetta di "discariche ed inceneritori" e' fallita, l'avevamo detto in passato che non era la soluzione "strutturale" del problema, come hanno capito da tempo in tutti i paesi avanzati e come del resto raccomanda la stessa Unione Europea con la politica delle 3 R (Riduzione, Riciclaggio, Riutilizzo), ma e' stata sempre giustificata dalla logica dell' "emergenza", una logica perversa che da un lato impedisce una progettazione seria ed una politica di raccolta differenziata e dall'altro favorisce industriali del Nord coi loro interessi nel campo degli inceneritori, dalla Marcegaglia ad Impregilo fino alla A2A lombarda...oltre ad aiutarli e sovvenzionarli con il famoso CIP6, che tutti noi paghiamo (anche noi derelitti meridionali) sulla bolletta ENEL, dobbiamo sorbirceli pure con la tiritera mediatica del "nord che ci aiuta con la sua efficienza".
BASTA!!!
Come avvenne nel 1860-1870, il popolo meridionale insorge, all'epoca lo fece giustamente contro un colonizzatore venuto dal Nord ed uno stato visto come nemico, contro chi prima promise terre, fratellanza e giustizia e poi portò colonizzazione, nuove tasse, miseria ed emigrazione; oggi lo fa contro uno "Stato" che per "rispetto della legge" intende l'apertura di una seconda discarica in una zona già martoriata...ed esattamente come avvenne allora, mediaticamente, oggi come allora, si parla dei napoletani e dei meridionali in genere come "criminali", come "camorristi"...in una parola..."briganti"!!!
E se nel 1860 si mandarono dei criminali come Cialdini a sparare anche su vecchi, donne e bambini, a bruciare paesi, a sterminare centinaia di migliaia di meridionali con la scusa di "dover debellare il triste fenomeno del brigantaggio"...oggi si manganella contro un popolo che manifesta pacificamente, si sparano lacrimogeni ad altezza uomo, si massacra "in nome della legge", in nome della "ragion di Stato"!
Ma perchè "la legge" , "lo Stato" , in questo paese dei "fratelli d'Italia" è sempre contro il popolo del Sud???
Come faranno i figli di quelle persone sanguinanti ad avere "fiducia", ad avere "il senso dello Stato"???
Nella miseria generale e generalizzata dell'informazione nazionale, l'unica voce dissonante dal coro e' quella di Beppe Grillo che, anche nell'articolo di oggi sul suo blog, giustamente parla di un'Italia allo sfascio e delle colpe di chi governa e non del popolo che subisce...ma subisce fino a quando?
Assurda e paradossale la teoria dei giornali di regime come "Il Giornale" che in estrema sintesi ci dice che quando la situazione è tranquilla, o per meglio dire pare tranquilla, allora "il merito e' del governo nazionale che ha risolto l'emergenza rifiuti in Campania nonostante le colpe della Regione di sinistra", quando scoppia nuovamente l'emergenza invece la colpa e' dell'amministrazione locale del Comune di Napoli di sinistra (perchè nel frattempo alla regione c'e' Caldoro del centrodestra)...e siamo sicuri che se al Comune ci fosse un'amministrazione di centrodestra allora la colpa sarebbe da scaricare ai cittadini...BASTA!!!
Noi del PdSud che ci consideriamo eredi di quei nostri briganti di ieri come Ninco Nanco, siamo anche a fianco dei "briganti" di oggi di Terzigno che chiedono solo di poter avere una vita normale e di non dover convivere con due discariche puzzolenti (la seconda, ancora da realizzare, sarà nel Parco Naturale del Vesuvio!!!), di non assistere alla crescita di malattie tumorali e al triste destino di essere sempre la discarica del resto del paese che non vuole e che non sa vedere.

Enzo Riccio
PARTITO DEL SUD

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Video-inchiesta shock sui sassi di Mater



MATERA - Nel Sasso Caveoso, tra il Rione Malve ed il Casalnuovo, è collocato un quartiere di straordinaria bellezza; un quartiere che con molta probabilità è la perla migliore dell’intero complesso dei Sassi di Matera, da poco tornati alla ribalta internazionale dopo che Mel Gibson vi ha girato il kolossal “La Passione di Cristo”. In particolare stiamo parlando dei cosiddetti Quartieri Albanesi, caratteristici perché formati esclusivamente da grotte grezze, ovvero senza alcuna costruzione o lamione esterno.
Completamente abbandonati dopo lo sfollamento degli anni ’50, quelle magnifiche grotte sono state ripopolate diversi anni fa da comitive di ragazzi, bancarelle e, purtroppo, da cani rinchiusi dai propri padroni.
Proprio quest’ultima, vergognosa vicenda, ha da poco raccolto l'interessamento delle telecamere di Striscia la Notizia. Con uno servizio dedicato, infatti, il noto tg satirico di canale 5 ha raccontato all'intero paese l'ennesima ed indecorosa storia di degrado ed incuria. Subito dopo la messa in onda dello speciale, come si sperava, i cani sono stati finalmente liberati. Tuttavia, da allora, una nuova morte accarezza i Quartieri Albanesi: uno scandalo forse ancora maggiore.
Nuove cancellate in ferro impediscono l’accesso alla zona, sradicando al “sistema Sassi” un intero quartiere. Non basta: diverse grotte sono state infatti murate, trasformando secolari abitazioni in muri di tufo in squallidi muraglie grigie. Persino una semplice passeggiata diventa difficoltosa tra l’erba, i calcinacci e gli ingombranti rifiuti ormai padroni incontrastati dello storico rione. Ed è un vero peccato visto il forte richiamo turistico che deriverebbe dal libero accesso.
lo scempio, comunque, è stato da poco oggetto di una video inchiesta di Insieme per la Rinascita, movimento meridionalista ed antimafia da tempo attivo nei territori del Sud per denunciare il marcio e promuovere il virtuoso.

"Il movimento Insieme per la Rinascita, avendo a cuore la sorte dei Quartieri Albanesi, chiede un preciso piano di recupero e reintegro del rione al complesso dei Sassi di Matera ed al sistema turistico cittadino". Ad affermarlo è Nicola Catena, coordinatore della Basilicata di IPLR.
"Il comune di Matera, dopo il servizio di Striscia la Notizia, invece di provvedere alla riqualificazione dei Quartieri Albanesi, ha chiuso direttamente l’accesso alla zona, lavandosene di fatto le mani - continua Catena -Auspichiamo pertanto che il Comune e la Provincia di Matera si attivino per ridare vita a quella che è l’anima dei Sassi, possibilmente coinvolgendo quelle associazioni e movimenti che stanno dimostrando interesse alla questione".
A fronte della video inchiesta del movimento, il Sindaco si è detto pronto ad intervenire. Ma tra il dire e il fare, come si sa, c’è di mezzo il mare che, spesso, è anche piuttosto inquinato.

Fonte:Julienews

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MATERA - Nel Sasso Caveoso, tra il Rione Malve ed il Casalnuovo, è collocato un quartiere di straordinaria bellezza; un quartiere che con molta probabilità è la perla migliore dell’intero complesso dei Sassi di Matera, da poco tornati alla ribalta internazionale dopo che Mel Gibson vi ha girato il kolossal “La Passione di Cristo”. In particolare stiamo parlando dei cosiddetti Quartieri Albanesi, caratteristici perché formati esclusivamente da grotte grezze, ovvero senza alcuna costruzione o lamione esterno.
Completamente abbandonati dopo lo sfollamento degli anni ’50, quelle magnifiche grotte sono state ripopolate diversi anni fa da comitive di ragazzi, bancarelle e, purtroppo, da cani rinchiusi dai propri padroni.
Proprio quest’ultima, vergognosa vicenda, ha da poco raccolto l'interessamento delle telecamere di Striscia la Notizia. Con uno servizio dedicato, infatti, il noto tg satirico di canale 5 ha raccontato all'intero paese l'ennesima ed indecorosa storia di degrado ed incuria. Subito dopo la messa in onda dello speciale, come si sperava, i cani sono stati finalmente liberati. Tuttavia, da allora, una nuova morte accarezza i Quartieri Albanesi: uno scandalo forse ancora maggiore.
Nuove cancellate in ferro impediscono l’accesso alla zona, sradicando al “sistema Sassi” un intero quartiere. Non basta: diverse grotte sono state infatti murate, trasformando secolari abitazioni in muri di tufo in squallidi muraglie grigie. Persino una semplice passeggiata diventa difficoltosa tra l’erba, i calcinacci e gli ingombranti rifiuti ormai padroni incontrastati dello storico rione. Ed è un vero peccato visto il forte richiamo turistico che deriverebbe dal libero accesso.
lo scempio, comunque, è stato da poco oggetto di una video inchiesta di Insieme per la Rinascita, movimento meridionalista ed antimafia da tempo attivo nei territori del Sud per denunciare il marcio e promuovere il virtuoso.

"Il movimento Insieme per la Rinascita, avendo a cuore la sorte dei Quartieri Albanesi, chiede un preciso piano di recupero e reintegro del rione al complesso dei Sassi di Matera ed al sistema turistico cittadino". Ad affermarlo è Nicola Catena, coordinatore della Basilicata di IPLR.
"Il comune di Matera, dopo il servizio di Striscia la Notizia, invece di provvedere alla riqualificazione dei Quartieri Albanesi, ha chiuso direttamente l’accesso alla zona, lavandosene di fatto le mani - continua Catena -Auspichiamo pertanto che il Comune e la Provincia di Matera si attivino per ridare vita a quella che è l’anima dei Sassi, possibilmente coinvolgendo quelle associazioni e movimenti che stanno dimostrando interesse alla questione".
A fronte della video inchiesta del movimento, il Sindaco si è detto pronto ad intervenire. Ma tra il dire e il fare, come si sa, c’è di mezzo il mare che, spesso, è anche piuttosto inquinato.

Fonte:Julienews

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Nell'inferno di Terzigno


http://www.youtube.com/watch?v=euqVCJhe4ks&NR=1

Questo reportage, realizzato dall'Associazione Cittadini Giornalisti e da Valigia Blu, è stato finanziato dai cittadini (soprattutto di Terzigno, Boscoreale, Napoli e Caserta) attraverso la piattaforma internet per il finanziamento solidale delle inchieste giornalistiche, YouCapital.

Ma è un'emergenza rifiuti o un'emergenza democratica? Me lo sono chiesto subito appena arrivata a Terzigno e alla discarica S.A.R.I riaperta due anni fa da Guido Bertolaso per risolvere l'emergenza rifiuti della Campania.
Era una ex discarica, gli abitanti del vesuviano aspettavano da tempo la bonifica e si sono ritrovati senza fiatare la riapertura, con la promessa che entro un anno il volume dei conferimenti si sarebbe ridotto al minimo grazie all'entrata in funzione del termovalorizzatore di Acerra. Peccato però che questo, ad oggi, funzioni parzialmente: due linee su tre non sono attive mentre l'unica linea funzionante la settimana scorsa si è fermata per un guasto. Pare che accada spesso. Per quel sacrificio i comuni investiti dalla discarica avrebbero usufruito delle compensazioni, soldi che non sono mai arrivati.

Arriviamo alla discarica lungo un percorso fatto di autocompattatori dati alle fiamme durante una delle proteste e parcheggiati lì a colare percolato e liquidi scuri. Ai lati della strada quello che doveva essere uno dei più bei posti dell'Italia, chilometri di vigneti, frutteti, alberi di ulivo e di noccioline ricoperti totalmente di polveri, in un abbraccio violento tra bellezza e bruttezza. Come se un alito di morte avesse soffiato su tutto quel ben di Dio. L'odore è insopportabile, indecente, sconvolgente. La discarica S.A.R.I. è una zona protetta dai militari, inaccessibile, ma da un lato è possibile vedere tutto, alzandosi su alcune cancellate che fiancheggiano un maneggio, dove soprattutto i bambini
vengono a cavalcare. ..

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http://www.youtube.com/watch?v=euqVCJhe4ks&NR=1

Questo reportage, realizzato dall'Associazione Cittadini Giornalisti e da Valigia Blu, è stato finanziato dai cittadini (soprattutto di Terzigno, Boscoreale, Napoli e Caserta) attraverso la piattaforma internet per il finanziamento solidale delle inchieste giornalistiche, YouCapital.

Ma è un'emergenza rifiuti o un'emergenza democratica? Me lo sono chiesto subito appena arrivata a Terzigno e alla discarica S.A.R.I riaperta due anni fa da Guido Bertolaso per risolvere l'emergenza rifiuti della Campania.
Era una ex discarica, gli abitanti del vesuviano aspettavano da tempo la bonifica e si sono ritrovati senza fiatare la riapertura, con la promessa che entro un anno il volume dei conferimenti si sarebbe ridotto al minimo grazie all'entrata in funzione del termovalorizzatore di Acerra. Peccato però che questo, ad oggi, funzioni parzialmente: due linee su tre non sono attive mentre l'unica linea funzionante la settimana scorsa si è fermata per un guasto. Pare che accada spesso. Per quel sacrificio i comuni investiti dalla discarica avrebbero usufruito delle compensazioni, soldi che non sono mai arrivati.

Arriviamo alla discarica lungo un percorso fatto di autocompattatori dati alle fiamme durante una delle proteste e parcheggiati lì a colare percolato e liquidi scuri. Ai lati della strada quello che doveva essere uno dei più bei posti dell'Italia, chilometri di vigneti, frutteti, alberi di ulivo e di noccioline ricoperti totalmente di polveri, in un abbraccio violento tra bellezza e bruttezza. Come se un alito di morte avesse soffiato su tutto quel ben di Dio. L'odore è insopportabile, indecente, sconvolgente. La discarica S.A.R.I. è una zona protetta dai militari, inaccessibile, ma da un lato è possibile vedere tutto, alzandosi su alcune cancellate che fiancheggiano un maneggio, dove soprattutto i bambini
vengono a cavalcare. ..

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giovedì 21 ottobre 2010

Corte dei conti sulla crisi economica. “Corruzione dilagante, a rischio le istituzioni”


Lo ha detto il nuovo presidente Luigi Giampaolino per il quale lo Stato ogni anno deve misurarsi con una pedita di 70 miliardi l'anno. In questa situazione appare difficile ridurre le tasse

La politica di bilancio, dopo gli effetti della crisi “deve misurarsi con una perdita permanente di entrate per circa 70 miliardi, di prodotto per circa 130 miliardi e con una spesa pubblica crescente nelle prestazioni essenziali”. Questa la fotografia scattata oggi dal nuovo presidente della Corte dei conti, Luigi Giampaolino.

Nonostante la crisi renda “obbligata una linea di attenta gestione di finanza pubblica”, occorre comunque sostenere i redditi più bassi. Lo ha ribadito il nuovo presidente della Corte dei Conti,Luigi Giampaolino che prosegue: “Un vincolo di nuova natura: la prolungata bassa crescita del Pil che rende difficile conservare obiettivi di spesa espressi in quota del prodotto, soprattutto in una condizione socio economica che alimenta istanze non comprimibili di sostegno dei redditi più bassi e di garanzia delle prestazioni essenziali alla collettivita’’.

“Gli episodi di corruzione e dissipazione delle risorse pubbliche, talvolta di provenienza comunitaria, persistono e preoccupano i cittadini ma anche le istituzioni il cui prestigio e affidabilità sono messi a dura prova da condotte individuali riprovevoli”. Il nuovo presidente evidenzia quindi come “cura” il retaggio di valori dei quali la Corte dei Conti è depositaria: l’onestà degli intenti e dei comportamenti, l’etica del servizio, il corretto agire delle ubblica amministrazione, il perseguimento del bene dell’uomo e della collettivita’’. Valori che “hanno conosciuto e verosimilmente sempre conosceranno offese e offuscamenti, ma hanno sempre finito e sempre finiranno per rifulgere di un loro proprio, nitido splendore”.

Presente alla cerimonia anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni letta per il quale il processo di riconsiderazione dell’assetto dello Stato che porta al federalismo passa attraverso l’operato della Corte dei Conti, “chiamata a indirizzare e controllare l’attività delle Regioni e degli enti locali nell’esercizio delle loro nuove competenze”. Letta ha aggiunto: ” Il Governo, in un contesto di leale cooperazione istituzionale, vede nello svolgimento delle delicate competenze giurisdizionali della Corte un supporto importante, cui ricorrere anche oltre i limiti strettamente imposti dalla legge, ad esempio avvalendosi della facolta’ di avviare alcuni rilevanti provvedimenti al controllo preventivo di legittimita’ della Corte”. Il sottosegretario ha poi salutato la nomina di Giampaolino, “uno dei pochi giuristi che possono vantare una cosi’ profonda conoscenza della Corte” e che sara’ un’”autorevole guida”.


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Lo ha detto il nuovo presidente Luigi Giampaolino per il quale lo Stato ogni anno deve misurarsi con una pedita di 70 miliardi l'anno. In questa situazione appare difficile ridurre le tasse

La politica di bilancio, dopo gli effetti della crisi “deve misurarsi con una perdita permanente di entrate per circa 70 miliardi, di prodotto per circa 130 miliardi e con una spesa pubblica crescente nelle prestazioni essenziali”. Questa la fotografia scattata oggi dal nuovo presidente della Corte dei conti, Luigi Giampaolino.

Nonostante la crisi renda “obbligata una linea di attenta gestione di finanza pubblica”, occorre comunque sostenere i redditi più bassi. Lo ha ribadito il nuovo presidente della Corte dei Conti,Luigi Giampaolino che prosegue: “Un vincolo di nuova natura: la prolungata bassa crescita del Pil che rende difficile conservare obiettivi di spesa espressi in quota del prodotto, soprattutto in una condizione socio economica che alimenta istanze non comprimibili di sostegno dei redditi più bassi e di garanzia delle prestazioni essenziali alla collettivita’’.

“Gli episodi di corruzione e dissipazione delle risorse pubbliche, talvolta di provenienza comunitaria, persistono e preoccupano i cittadini ma anche le istituzioni il cui prestigio e affidabilità sono messi a dura prova da condotte individuali riprovevoli”. Il nuovo presidente evidenzia quindi come “cura” il retaggio di valori dei quali la Corte dei Conti è depositaria: l’onestà degli intenti e dei comportamenti, l’etica del servizio, il corretto agire delle ubblica amministrazione, il perseguimento del bene dell’uomo e della collettivita’’. Valori che “hanno conosciuto e verosimilmente sempre conosceranno offese e offuscamenti, ma hanno sempre finito e sempre finiranno per rifulgere di un loro proprio, nitido splendore”.

Presente alla cerimonia anche il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianni letta per il quale il processo di riconsiderazione dell’assetto dello Stato che porta al federalismo passa attraverso l’operato della Corte dei Conti, “chiamata a indirizzare e controllare l’attività delle Regioni e degli enti locali nell’esercizio delle loro nuove competenze”. Letta ha aggiunto: ” Il Governo, in un contesto di leale cooperazione istituzionale, vede nello svolgimento delle delicate competenze giurisdizionali della Corte un supporto importante, cui ricorrere anche oltre i limiti strettamente imposti dalla legge, ad esempio avvalendosi della facolta’ di avviare alcuni rilevanti provvedimenti al controllo preventivo di legittimita’ della Corte”. Il sottosegretario ha poi salutato la nomina di Giampaolino, “uno dei pochi giuristi che possono vantare una cosi’ profonda conoscenza della Corte” e che sara’ un’”autorevole guida”.


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Annullamento Elezioni Regionali Lazio 2010: DURO COLPO AL SISTEMA PARTITICO

Ricordiamo che il Partito del Sud ha aderito alla Rete dei Cittadini e presentato propri uomini all'interno delle liste della RdC alle ultime elezioni regionali di marzo.


Il T.A.R. del Lazio ha fissato la data del dibattimento per l’annullamento delle elezioni regionali LAZIO 2010 per il prossimo 21 ottobre.

Il ricorso è stato presentato da Orazio Fergnani e David Rorro della lista civica RETE DEI CITTADINI, che nello scorso marzo ha presentato – inaspettatamente – la candidatura di Marzia Marzoli alla presidenza della regione Lazio.

mix marzia 2L’oscuramento totale attuato da quasi tutti i media ha impedito alla maggior parte degli elettori laziali di esercitare correttamente il proprio diritto di scelta, lasciandoli nell’errata convinzione di poter scegliere tra due sòle antagoniste. I cittadini del Lazio sono stati privati così della possibilità di conoscere l’esistenza di una terza candidata e di uno schieramento davvero innovativo nei concetti e nei programmi.

Dimostrazione della violazione è la condanna inferta alle reti televisive dall’A.G.COM, organo di controllo della par-condicio, che ha multato i direttori dei telegiornali TG1 e TG5 per 100mila euro dopo aver riscontrato “una marginale presenza di altre forze politiche, in particolare delle nuove liste che si sono presentate alle elezioni, in violazione del richiamo già rivolto alle emittenti ad attuare il riequilibrio dell’informazione nei notiziari” (DELIBERA N. 62 /10/CSP).

Su queste basi il giudice, respingendo nel contempo tutti gli altri ricorsi presentati, ha ritenuto fondato solo quello della RETE DEI CITTADINI.

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Gli estremi del ricorso al T.A.R. del LAZIO sono: Anno 2010 nr. 3835 e 3836.

I documenti di approfondimento tra cui il provvedimento A.G.COM e il documento del T.A.R. che fissa l’udienza per il 21 ottobre sono QUI.

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COMUNICATO STAMPA in lingua inglese e francese.


Fonte:www.Retedeicittadini.it

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Ricordiamo che il Partito del Sud ha aderito alla Rete dei Cittadini e presentato propri uomini all'interno delle liste della RdC alle ultime elezioni regionali di marzo.


Il T.A.R. del Lazio ha fissato la data del dibattimento per l’annullamento delle elezioni regionali LAZIO 2010 per il prossimo 21 ottobre.

Il ricorso è stato presentato da Orazio Fergnani e David Rorro della lista civica RETE DEI CITTADINI, che nello scorso marzo ha presentato – inaspettatamente – la candidatura di Marzia Marzoli alla presidenza della regione Lazio.

mix marzia 2L’oscuramento totale attuato da quasi tutti i media ha impedito alla maggior parte degli elettori laziali di esercitare correttamente il proprio diritto di scelta, lasciandoli nell’errata convinzione di poter scegliere tra due sòle antagoniste. I cittadini del Lazio sono stati privati così della possibilità di conoscere l’esistenza di una terza candidata e di uno schieramento davvero innovativo nei concetti e nei programmi.

Dimostrazione della violazione è la condanna inferta alle reti televisive dall’A.G.COM, organo di controllo della par-condicio, che ha multato i direttori dei telegiornali TG1 e TG5 per 100mila euro dopo aver riscontrato “una marginale presenza di altre forze politiche, in particolare delle nuove liste che si sono presentate alle elezioni, in violazione del richiamo già rivolto alle emittenti ad attuare il riequilibrio dell’informazione nei notiziari” (DELIBERA N. 62 /10/CSP).

Su queste basi il giudice, respingendo nel contempo tutti gli altri ricorsi presentati, ha ritenuto fondato solo quello della RETE DEI CITTADINI.

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Gli estremi del ricorso al T.A.R. del LAZIO sono: Anno 2010 nr. 3835 e 3836.

I documenti di approfondimento tra cui il provvedimento A.G.COM e il documento del T.A.R. che fissa l’udienza per il 21 ottobre sono QUI.

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COMUNICATO STAMPA in lingua inglese e francese.


Fonte:www.Retedeicittadini.it

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"Lì dentro non c'è il bandito Giuliano" I magistrati chiedono la riesumazione

Oggi i medici legali del Policlinico di Palermo riceveranno l'incarico ufficiale. L'ipotesi degli inquirenti: "È fuggito all'estero e nella tomba è stato messo uno dei suoi sosia"

di ATTILIO BOLZONI

PALERMO - Se qualcuno ha fatto carte false per seppellire un altro cadavere lo scopriremo molto presto. Perché in Sicilia, che è terra di misteri, stanno per tirare fuori i suoi resti dalla bara. Ossa, denti e la polvere di un uomo che forse non è quello che ci avevano detto tanto tempo fa. A sessant'anni dalla sua morte si scoperchia la tomba di Salvatore Giuliano. Oggi i medici legali del Policlinico di Palermo riceveranno l'incarico ufficiale per la riesumazione e, fra qualche giorno, in una cappella del piccolo cimitero di Montelepre sarà disvelato l'ultimo segreto del bandito che uccideva i contadini e sognava la Sicilia come una stella - la quarantanovesima - della bandiera americana.

È lui o non è lui? È davvero del siciliano più famoso del dopoguerra quel corpo martoriato dalle pallottole che, all'alba del 5 luglio 1950, era steso in mezzo al suo sangue in un cortile di Castelvetrano? È il leggendario e sanguinario Turiddu quello che hanno infilato in una cassa di legno o uno dei tanti sosia che il capobanda, scaltro e crudele, usava alla bisogna? Per trovare la verità sulla morte vera o presunta del "colonnello" dell'Esercito volontario per l'indipendenza della Sicilia, pupo nelle mani di mafiosi e di agitatori politici, la prossima settimana apriranno la sua bara e preleveranno un campione di Dna per confrontarlo con quello dei suoi discendenti.

Uno, Pino Sciortino, il nipote, abita ancora a Montelepre dove ha un albergo-museo - il Giuliano's Castle - in onore del celebre zio. Tre o quattro altri parenti, li hanno già rintracciati negli Usa. È un pezzo di storia che riemerge dall'aldilà, un enigma che da qualche mese è diventato ancora materia d'indagine giudiziaria. "Abbiamo preso questa decisione per non lasciare dubbi su quel cadavere, abbiamo ricevuto una denuncia circostanziata, per il momento s'indaga intorno all'ipotesi di morto ignoto ucciso con premeditazione", spiega il procuratore aggiunto Antonio Ingroia, che il 5 maggio scorso ha trovato sulla sua scrivania un rapporto della Questura di Palermo con un esposto firmato dallo storico Giuseppe Casarrubea - figlio di uno dei tanti sindacalisti assassinati dalla banda Giuliano - e dal ricercatore Mario J. Cereghino. Era un invito "a intraprendere un'attività conoscitiva per accertare la vera identità della persona uccisa nel cortile dell'avvocato Di Maria (Castelvetrano) rispondente al nome di Salvatore Giuliano, autore di omicidi commessi in Sicilia nel periodo che va dal 2 settembre 1943 e fino al 5 luglio 1950". La richiesta dei due studiosi è partita dopo dieci anni di ricerche, soprattutto su un paio di filmati e una dozzina di fotografie che ritraevano il bandito con i suoi sgherri. Immagini a confronto, quelle con Giuliano vivo e quelle altre con Giuliano morto, che hanno cominciato a far venire i primi sospetti agli storici e non solo a loro. Le foto più significative - cinque, il bandito fotografato all'obitorio e il bandito fotografato nel cortile di Castelvetrano - sono finite per altre vie nei laboratori del professore Alberto Bellocco, docente di medicina legale all'Università Cattolica di Roma, che dopo averle esaminate ha dato il suo parere: "Ho seri dubbi che le foto possano essere attribuite allo stesso cadavere".

Così è nata l'inchiesta giudiziaria (coincidenza, il fascicolo è stato ufficialmente aperto il 5 luglio del 2010, proprio nel sessantesimo anniversario) sul cadavere del bandito di Montelepre e così i magistrati sono arrivati alla conclusione che bisognava aprire quella tomba. Dopo avere ascoltato Casarrubea e Cereghino, interrogato testimoni e periti e "fonti" che gli inquirenti non vogliono ancora scoprire, il procuratore aggiunto Ingroia - insieme ai sostituti Francesco Del Bene, Marcello Viola, Lia Sava e Paolo Guido, che sono tutti i pm che hanno competenza territoriale per le vicende di mafia fra il Trapanese, dove c'è Castelvetrano, e la parte occidentale della provincia di Palermo, dove c'è Montelepre - ha incaricato il capo della polizia scientifica Piero Angeloni di "comparare" foto ed emettere un verdetto. Impresa difficile, immagini di qualità scadente, un'indagine che richiederà tempi molto lunghi. In attesa del risultato finale i magistrati di Palermo hanno preferito andare subito al cimitero e provare a capire cosa è accaduto più di mezzo secolo fa tra Castelvetrano e Montelepre, valli e colline di una Sicilia che in quegli anni ha vissuto furori indipendentisti e conquiste mafiose, che ha sofferto fame e pianto morti. Il primo commento di Casarrubea alla notizia della riesumazione del cadavere di Giuliano: "La procura si sta muovendo nella direzione giusta, nonostante il tempo trascorso finalmente ne sapremo di più su un giallo che è all'origine della storia della nostra Repubblica. L'esame del Dna ci dirà chi è sepolto in quella tomba".

Chi ci sarà là dentro? Ci saranno gli avanzi dell'uomo che lottava per "una Sicilia ai siciliani" e sparava a Portella della Ginestra, che assaltava caserme e camere del lavoro, o ci sarà "il sosia di Altofonte", quel ragazzo che gli somigliava tanto da sembrare un suo gemello e che già era descritto con dovizia di particolari nelle cronache degli Anni Cinquanta? Una messa in scena, la sua vita e una messa in scena anche la sua morte. Dal mito di un Robin Hood nostrano "che ruba ai ricchi per dare ai poveri" a burattino al servizio dei potenti boss di Monreale, da confidente e alleato dei pezzi grossi dell'Arma e del ministero dell'Interno a vittima dei patti più indicibili fra Stato e mafia e servizi americani, i primi, solo i primi di una lunga trama. Gli incontri con Ciro Verdiani, l'Ispettore generale della pubblica Sicurezza in Sicilia che alla vigilia di un Natale incontra il bandito nel suo regno - fra le colline di Sagana - portandogli in dono un panettone e una bottiglia di Marsala. Le lettere del capitano Antonio Perenze a Gaspare Pisciotta ("Caro amico mio..."), il cugino traditore di Giuliano che poi muore avvelenato all'Ucciardone. Gli intrighi con il colonnello Ugo Luca del Cfrb, il Comando Forze Repressione Banditismo. Tratta con tutti e tutti trattano con lui. Ma dopo le elezioni politiche del '48, Salvatore Giuliano, è un uomo scomodo per i suoi complici, comincia sentirsi abbandonato dallo Stato e comincia a negoziare, pensa a una fuga, a lasciare la Sicilia per sempre. Manda segnali. Il 19 agosto del 1949 la sua banda uccide sette carabinieri a Bellolampo, è l'avvertimento a polizia e Arma, non si fida più di loro. E minaccia di vuotare il sacco sulla strage di Portella, undici morti e ventisette feriti il primo di maggio del 1947. Il processo di Portella - siamo nel giugno del 1950 - è alle porte e il ministro degli Interni Mario Scelba trema. Neanche quattro settimane dopo trovano il cadavere del bandito (il suo?) nel cortile di Castelvetrano. È una finzione, i carabinieri di Luca raccontano di un conflitto a fuoco dove Salvatore Giuliano cade. Il giornalista de L'EuropeoTommaso Besozzi smaschera le menzognere ricostruzioni della sbirraglia e attacca il suo articolo con parole che resteranno nella memoria di tre generazioni di reporter italiani: "Di sicuro c'è solo che è morto". Dopo sessant'anni, oggi, non abbiamo certezza neanche di quello.

Chi ci sarà lì dentro? Se qualcuno ha fatto carte false per seppellire un altro cadavere, Salvatore Giuliano, nato a Montelepre il 16 novembre del 1922, chissà dove avrà consumato la sua esistenza di "indesiderato".
Qualcuno dice che l'hanno portato sull'isola greca di Samos. Qualcun altro ricorda che l'hanno visto imbarcarsi a Selinunte, quattro giorni prima del 5 luglio 1950, su un peschereccio che faceva rotta per la Tunisia. Dall'Africa sarebbe poi volato verso la sua amatissima America. Ma un ultimo testimone racconta - e probabilmente questa confessione è già agli atti dell'inchiesta giudiziaria - che anche Padre Pio fosse convinto che "un povero figlio di mamma" era morto al posto del bandito. E che lui, Salvatore Giuliano, in una mattina di quella lontana estate fosse arrivato a San Giovanni Rotondo travestito da frate cappuccino.


Fonte:La Repubblica del 15/10/2010

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Oggi i medici legali del Policlinico di Palermo riceveranno l'incarico ufficiale. L'ipotesi degli inquirenti: "È fuggito all'estero e nella tomba è stato messo uno dei suoi sosia"

di ATTILIO BOLZONI

PALERMO - Se qualcuno ha fatto carte false per seppellire un altro cadavere lo scopriremo molto presto. Perché in Sicilia, che è terra di misteri, stanno per tirare fuori i suoi resti dalla bara. Ossa, denti e la polvere di un uomo che forse non è quello che ci avevano detto tanto tempo fa. A sessant'anni dalla sua morte si scoperchia la tomba di Salvatore Giuliano. Oggi i medici legali del Policlinico di Palermo riceveranno l'incarico ufficiale per la riesumazione e, fra qualche giorno, in una cappella del piccolo cimitero di Montelepre sarà disvelato l'ultimo segreto del bandito che uccideva i contadini e sognava la Sicilia come una stella - la quarantanovesima - della bandiera americana.

È lui o non è lui? È davvero del siciliano più famoso del dopoguerra quel corpo martoriato dalle pallottole che, all'alba del 5 luglio 1950, era steso in mezzo al suo sangue in un cortile di Castelvetrano? È il leggendario e sanguinario Turiddu quello che hanno infilato in una cassa di legno o uno dei tanti sosia che il capobanda, scaltro e crudele, usava alla bisogna? Per trovare la verità sulla morte vera o presunta del "colonnello" dell'Esercito volontario per l'indipendenza della Sicilia, pupo nelle mani di mafiosi e di agitatori politici, la prossima settimana apriranno la sua bara e preleveranno un campione di Dna per confrontarlo con quello dei suoi discendenti.

Uno, Pino Sciortino, il nipote, abita ancora a Montelepre dove ha un albergo-museo - il Giuliano's Castle - in onore del celebre zio. Tre o quattro altri parenti, li hanno già rintracciati negli Usa. È un pezzo di storia che riemerge dall'aldilà, un enigma che da qualche mese è diventato ancora materia d'indagine giudiziaria. "Abbiamo preso questa decisione per non lasciare dubbi su quel cadavere, abbiamo ricevuto una denuncia circostanziata, per il momento s'indaga intorno all'ipotesi di morto ignoto ucciso con premeditazione", spiega il procuratore aggiunto Antonio Ingroia, che il 5 maggio scorso ha trovato sulla sua scrivania un rapporto della Questura di Palermo con un esposto firmato dallo storico Giuseppe Casarrubea - figlio di uno dei tanti sindacalisti assassinati dalla banda Giuliano - e dal ricercatore Mario J. Cereghino. Era un invito "a intraprendere un'attività conoscitiva per accertare la vera identità della persona uccisa nel cortile dell'avvocato Di Maria (Castelvetrano) rispondente al nome di Salvatore Giuliano, autore di omicidi commessi in Sicilia nel periodo che va dal 2 settembre 1943 e fino al 5 luglio 1950". La richiesta dei due studiosi è partita dopo dieci anni di ricerche, soprattutto su un paio di filmati e una dozzina di fotografie che ritraevano il bandito con i suoi sgherri. Immagini a confronto, quelle con Giuliano vivo e quelle altre con Giuliano morto, che hanno cominciato a far venire i primi sospetti agli storici e non solo a loro. Le foto più significative - cinque, il bandito fotografato all'obitorio e il bandito fotografato nel cortile di Castelvetrano - sono finite per altre vie nei laboratori del professore Alberto Bellocco, docente di medicina legale all'Università Cattolica di Roma, che dopo averle esaminate ha dato il suo parere: "Ho seri dubbi che le foto possano essere attribuite allo stesso cadavere".

Così è nata l'inchiesta giudiziaria (coincidenza, il fascicolo è stato ufficialmente aperto il 5 luglio del 2010, proprio nel sessantesimo anniversario) sul cadavere del bandito di Montelepre e così i magistrati sono arrivati alla conclusione che bisognava aprire quella tomba. Dopo avere ascoltato Casarrubea e Cereghino, interrogato testimoni e periti e "fonti" che gli inquirenti non vogliono ancora scoprire, il procuratore aggiunto Ingroia - insieme ai sostituti Francesco Del Bene, Marcello Viola, Lia Sava e Paolo Guido, che sono tutti i pm che hanno competenza territoriale per le vicende di mafia fra il Trapanese, dove c'è Castelvetrano, e la parte occidentale della provincia di Palermo, dove c'è Montelepre - ha incaricato il capo della polizia scientifica Piero Angeloni di "comparare" foto ed emettere un verdetto. Impresa difficile, immagini di qualità scadente, un'indagine che richiederà tempi molto lunghi. In attesa del risultato finale i magistrati di Palermo hanno preferito andare subito al cimitero e provare a capire cosa è accaduto più di mezzo secolo fa tra Castelvetrano e Montelepre, valli e colline di una Sicilia che in quegli anni ha vissuto furori indipendentisti e conquiste mafiose, che ha sofferto fame e pianto morti. Il primo commento di Casarrubea alla notizia della riesumazione del cadavere di Giuliano: "La procura si sta muovendo nella direzione giusta, nonostante il tempo trascorso finalmente ne sapremo di più su un giallo che è all'origine della storia della nostra Repubblica. L'esame del Dna ci dirà chi è sepolto in quella tomba".

Chi ci sarà là dentro? Ci saranno gli avanzi dell'uomo che lottava per "una Sicilia ai siciliani" e sparava a Portella della Ginestra, che assaltava caserme e camere del lavoro, o ci sarà "il sosia di Altofonte", quel ragazzo che gli somigliava tanto da sembrare un suo gemello e che già era descritto con dovizia di particolari nelle cronache degli Anni Cinquanta? Una messa in scena, la sua vita e una messa in scena anche la sua morte. Dal mito di un Robin Hood nostrano "che ruba ai ricchi per dare ai poveri" a burattino al servizio dei potenti boss di Monreale, da confidente e alleato dei pezzi grossi dell'Arma e del ministero dell'Interno a vittima dei patti più indicibili fra Stato e mafia e servizi americani, i primi, solo i primi di una lunga trama. Gli incontri con Ciro Verdiani, l'Ispettore generale della pubblica Sicurezza in Sicilia che alla vigilia di un Natale incontra il bandito nel suo regno - fra le colline di Sagana - portandogli in dono un panettone e una bottiglia di Marsala. Le lettere del capitano Antonio Perenze a Gaspare Pisciotta ("Caro amico mio..."), il cugino traditore di Giuliano che poi muore avvelenato all'Ucciardone. Gli intrighi con il colonnello Ugo Luca del Cfrb, il Comando Forze Repressione Banditismo. Tratta con tutti e tutti trattano con lui. Ma dopo le elezioni politiche del '48, Salvatore Giuliano, è un uomo scomodo per i suoi complici, comincia sentirsi abbandonato dallo Stato e comincia a negoziare, pensa a una fuga, a lasciare la Sicilia per sempre. Manda segnali. Il 19 agosto del 1949 la sua banda uccide sette carabinieri a Bellolampo, è l'avvertimento a polizia e Arma, non si fida più di loro. E minaccia di vuotare il sacco sulla strage di Portella, undici morti e ventisette feriti il primo di maggio del 1947. Il processo di Portella - siamo nel giugno del 1950 - è alle porte e il ministro degli Interni Mario Scelba trema. Neanche quattro settimane dopo trovano il cadavere del bandito (il suo?) nel cortile di Castelvetrano. È una finzione, i carabinieri di Luca raccontano di un conflitto a fuoco dove Salvatore Giuliano cade. Il giornalista de L'EuropeoTommaso Besozzi smaschera le menzognere ricostruzioni della sbirraglia e attacca il suo articolo con parole che resteranno nella memoria di tre generazioni di reporter italiani: "Di sicuro c'è solo che è morto". Dopo sessant'anni, oggi, non abbiamo certezza neanche di quello.

Chi ci sarà lì dentro? Se qualcuno ha fatto carte false per seppellire un altro cadavere, Salvatore Giuliano, nato a Montelepre il 16 novembre del 1922, chissà dove avrà consumato la sua esistenza di "indesiderato".
Qualcuno dice che l'hanno portato sull'isola greca di Samos. Qualcun altro ricorda che l'hanno visto imbarcarsi a Selinunte, quattro giorni prima del 5 luglio 1950, su un peschereccio che faceva rotta per la Tunisia. Dall'Africa sarebbe poi volato verso la sua amatissima America. Ma un ultimo testimone racconta - e probabilmente questa confessione è già agli atti dell'inchiesta giudiziaria - che anche Padre Pio fosse convinto che "un povero figlio di mamma" era morto al posto del bandito. E che lui, Salvatore Giuliano, in una mattina di quella lontana estate fosse arrivato a San Giovanni Rotondo travestito da frate cappuccino.


Fonte:La Repubblica del 15/10/2010

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mercoledì 20 ottobre 2010

GIGI DI FIORE 'GLI ULTIMI GIORNI DI GAETA, L'ASSEDIO CHE CONDANNÒ L'ITALIA ALL'UNITA


(ANSA) - ROMA, 15 OTT - GIGI DI FIORE 'GLI ULTIMI GIORNI DI GAETA, L'ASSEDIO CHE CONDANNÒ L'ITALIA ALL'UNITA (RIZZOLI).

L'assedio di Gaeta, che vide contrapposti l'esercito sabaudo e quello borbonico, che si concluse con la caduta del Regno delle Due Sicilie e la successiva annessione del Mezzogiorno allo Stato piemontese. Questi i momenti della storia del Risorgimento italiano narrati nel nuovo libro del giornalista Gigi Di Fiore 'Gli ultimi giorni di Gaeta, l'assedio che condannò l'Italia all'Unita», pubblicato da Rizzoli, titolo che come sottolinea l'autore «è una provocazione per indurre a una riflessione su come fu fatta l'Unità e come quei modi sono riflessi in molte spaccature».

Il testo è strutturato come un romanzo ma, come è proprio dello stile dell'autore, ogni episodio è accuratamente documentato. Un fatto storico che come ha detto Di Fiore «nei libri scolastici non viene quasi mai menzionato, ma che invece
ritengo rappresenti un momento emblematico della fine del Regno delle Due Sicilie e dell'annessione del Sud al resto d'Italia.

L'assedio sabaudo che durò tre mesi e si concluse il 13 febbraio 1861, costò la vita di oltre mille militari borbonici e di civili anche a causa, come documentato nel romanzo, dell'utilizzo da parte dei piemontesi di nuovi cannoni. »In quanto accadde a Gaeta - ha spiegato Di Fiore - c'è il meglio e il peggio dei comportamenti che raccontano, insieme a quanto accadde dopo, l'assenza di una coscienza nazionale che viviamo ancora oggi a 150 anni dall'Unità d'Italia e che spiega il successo della Lega Nord che ha saputo intercettare questo vuoto colmandolo con l'esaltazione di un'identità territoriale.

Il testo ricco di riferimenti e rimandi a documenti storici secondo Monga «dovrebbe andare nelle scuole perchè racconta una delle pagine buie e tenuta nascosta del nostro Risorgimento perchè, come spesso accade, la storia è scritta dai vincitori».

Un libro che non solo racconta il passato, ma che come sottolineato da Musella «tratta questioni, come ad esempio il razzismo, che si evince in una lettera di D'Azeglio a un'amica, che rimandano a problemi attuali».

Fonte:ANSA

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(ANSA) - ROMA, 15 OTT - GIGI DI FIORE 'GLI ULTIMI GIORNI DI GAETA, L'ASSEDIO CHE CONDANNÒ L'ITALIA ALL'UNITA (RIZZOLI).

L'assedio di Gaeta, che vide contrapposti l'esercito sabaudo e quello borbonico, che si concluse con la caduta del Regno delle Due Sicilie e la successiva annessione del Mezzogiorno allo Stato piemontese. Questi i momenti della storia del Risorgimento italiano narrati nel nuovo libro del giornalista Gigi Di Fiore 'Gli ultimi giorni di Gaeta, l'assedio che condannò l'Italia all'Unita», pubblicato da Rizzoli, titolo che come sottolinea l'autore «è una provocazione per indurre a una riflessione su come fu fatta l'Unità e come quei modi sono riflessi in molte spaccature».

Il testo è strutturato come un romanzo ma, come è proprio dello stile dell'autore, ogni episodio è accuratamente documentato. Un fatto storico che come ha detto Di Fiore «nei libri scolastici non viene quasi mai menzionato, ma che invece
ritengo rappresenti un momento emblematico della fine del Regno delle Due Sicilie e dell'annessione del Sud al resto d'Italia.

L'assedio sabaudo che durò tre mesi e si concluse il 13 febbraio 1861, costò la vita di oltre mille militari borbonici e di civili anche a causa, come documentato nel romanzo, dell'utilizzo da parte dei piemontesi di nuovi cannoni. »In quanto accadde a Gaeta - ha spiegato Di Fiore - c'è il meglio e il peggio dei comportamenti che raccontano, insieme a quanto accadde dopo, l'assenza di una coscienza nazionale che viviamo ancora oggi a 150 anni dall'Unità d'Italia e che spiega il successo della Lega Nord che ha saputo intercettare questo vuoto colmandolo con l'esaltazione di un'identità territoriale.

Il testo ricco di riferimenti e rimandi a documenti storici secondo Monga «dovrebbe andare nelle scuole perchè racconta una delle pagine buie e tenuta nascosta del nostro Risorgimento perchè, come spesso accade, la storia è scritta dai vincitori».

Un libro che non solo racconta il passato, ma che come sottolineato da Musella «tratta questioni, come ad esempio il razzismo, che si evince in una lettera di D'Azeglio a un'amica, che rimandano a problemi attuali».

Fonte:ANSA

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