




Per leggere fare click sulle immaginiCOMUNICATO STAMPA Dopo un percorso durato alcuni mesi, anche con incontri diretti sempre all'insegna della cordiale collaborazione...
La campagna di adesione al Partito del Sud è ripresa, con il nuovo tesseramento, da gennaio.
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I sud del mondo hanno tutti in comune il medesimo destino, sono stati conquistati, sfruttati depredati e abbandonati a loro stessi. Il partito del sud è convinto che la solidarietà e l'accoglienza siano un dovere perchè ogni essere umano ha diritto a vivere una vita dignitosa
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Alle soglie delle celebrazioni per i 150 anni dell’unificazione dell’Italia, giunge un libro che rimette radicalmente in questione la validità della costruzione statalistica, e quindi dell’invenzione della Nazione italiana, e che pone domande scottanti. Terroni, di Pino Aprile (Piemme), racconta la storia delle violenze, persecuzioni, deportazioni, umiliazioni, che un paese straniero e conquistatore, il Regno di Sardegna, poi divenuto Regno d’Italia senza modificare né costituzione né ordinale dinastico del Sovrano, ha inflitto a quel che sarebbe diventato il “Sud” d’Italia.
Ma che prima era un regno borbonico, che si estendeva, con due capitali, Napoli e Palermo, fino alla coste meridionali della Sicilia. Un libro che è già un best-seller. Non racconta qualcosa di nuovo, ma racconta una storia triste e truce con una passione civile e un amore per il Sud – dove Aprile è nato – che si coniuga con una ardente denuncia dello stato di disagio in cui il Sud tuttora, e forse più di prima, si trova gettato. Il successo di Aprile, parafrasando T.S. Eliot, «il più crudele degli scrittori», giunge nel momento in cui un altro grande storico del Sud, Nicola Zitara, ci ha lasciato. Prima di morire, l’anziano ma lucidissimo Zitara si era augurato, in un’intervista, che venissero finalmente storici obiettivi e non asserviti a nessun potere, nel libro paga della sola verità, a raccontare le umiliazioni subite per oltre cento anni da terre bellissime e uomini fieri. In qualche modo, il successo di Aprile ripaga una vita di studi di Zitara, dello storico ad esempio che ci aveva insegnato che fino ai primi anni Settanta del Novecento quel che giungeva dal Sud nelle casse dello Stato centrale era di più di quanto vi venisse “ridistribuito”. Riposerà un pochino più in pace, quel piccolo grande uomo di Siderno, sapendo che opere come quelle di Aprile, e non solo Terroni, cominciano a modificare profondamente, anche a livello di coscienza e cognizioni del cittadino comune, quel che si crede del rapporto Sud- Nord, o meglio, Savoia e stati da loro conquistati, compresa la Venetia, che al Sud non è.
Agli storici non asserviti le crudeltà e gli stupri dei garibaldini, ad esempio, le ruberie e vigliaccherie del regime italico, e perfino il probabile omicidio di un Italiano doc come Ippolito Nievo, perché con lui si inabissassero documenti compromettenti sulla celebre spedizione di Quarto, erano noti e stranoti. D’altra parte, erano noti anche i massacri avvenuti in Italia dopo il 1945 da parte dei vincitori a danno dei fascisti, ma ci è voluta la penna e la popolarità di Pansa, il suo Sangue dei vinti, perché queste nozioni divenissero popolari, e perché no, entrassero nella coscienza di (quasi) tutti. Che Nino Bixio fosse un criminale si sapeva ampiamente, d’altra parte si dilettava a navigare in Australia ancor prima che l’Italia fosse unita, per cercarvi luoghi possibilmente inameni ove deportare gli italiani in eccesso, quelli che il nuovo corso avrebbe condannato ad estrema povertà. Gli italiani in eccesso poi divennero la cifra davvero modica di 27 milioni. Poco meno della metà di coloro che in Italia risiedono ora. Questo il numero degli emigranti da quando l’Italia unita, per usare le parole dello storico e costituzionalista Roberto Martucci, è stata “inventata”. Per questo Terroni, per chi se la senta di navigare per pagine e pagine nel mare rosso sangue di un processo di conquista e annientamento – anche dell’identità culturale – da parte di uno stato conquistatore ai danni di una colonia, è lettura illuminante. Perché, singolarmente, narra anche della progressiva presa di coscienza di chi il libro ha scritto, un uomo a cui da bambino – come a tutti noi, del resto – era stata raccontata una storia diversa. Del tutto diversa. E del tutto falsa. D’altra parte di pietà verso i propri cittadini il neonato Regno d’Italia, luogo ove il Parlamento già si segnalava per corruzione e assenteismo, ne dimostrava assai poca; perché se venivano sterminati i “briganti”, ovvero i patrioti del Sud, con metodi degni di Hitler, non molto meglio erano trattati i veneti o perfino gli operai milanesi, cui venivano riservate le cannonate ben note di Bava Beccaris, piemontese di Fossano, senatore pluridecorato, assassino. A Milano, in quel tragico maggio 1898, morirono 80 persone, oltre 400 i feriti. Leggere Terroni insegna la storia di un popolo che si è trasformato nel tempo, con strategie diverse di adattamento ad uno stato centrale ad esso alieno; racconta lo strano rapporto Sud- Nord, inasprito solo dall’Unità: basta leggere una commedia di Goldoni per vedere come nel pacifico mondo settecentesco napoletani e veneziani scherzassero tra di loro nelle loro rispettive lingue. E lascia intravedere anche quanto orgoglio vi sia nei popoli “del Sud”, orgoglio che ora sta magicamente rifiorendo, da Napoli a Palermo. Un’altra storia.
Pino Aprile, «Terroni», Piemme, 224 pag., 17,50 euro
Alle soglie delle celebrazioni per i 150 anni dell’unificazione dell’Italia, giunge un libro che rimette radicalmente in questione la validità della costruzione statalistica, e quindi dell’invenzione della Nazione italiana, e che pone domande scottanti. Terroni, di Pino Aprile (Piemme), racconta la storia delle violenze, persecuzioni, deportazioni, umiliazioni, che un paese straniero e conquistatore, il Regno di Sardegna, poi divenuto Regno d’Italia senza modificare né costituzione né ordinale dinastico del Sovrano, ha inflitto a quel che sarebbe diventato il “Sud” d’Italia.
Ma che prima era un regno borbonico, che si estendeva, con due capitali, Napoli e Palermo, fino alla coste meridionali della Sicilia. Un libro che è già un best-seller. Non racconta qualcosa di nuovo, ma racconta una storia triste e truce con una passione civile e un amore per il Sud – dove Aprile è nato – che si coniuga con una ardente denuncia dello stato di disagio in cui il Sud tuttora, e forse più di prima, si trova gettato. Il successo di Aprile, parafrasando T.S. Eliot, «il più crudele degli scrittori», giunge nel momento in cui un altro grande storico del Sud, Nicola Zitara, ci ha lasciato. Prima di morire, l’anziano ma lucidissimo Zitara si era augurato, in un’intervista, che venissero finalmente storici obiettivi e non asserviti a nessun potere, nel libro paga della sola verità, a raccontare le umiliazioni subite per oltre cento anni da terre bellissime e uomini fieri. In qualche modo, il successo di Aprile ripaga una vita di studi di Zitara, dello storico ad esempio che ci aveva insegnato che fino ai primi anni Settanta del Novecento quel che giungeva dal Sud nelle casse dello Stato centrale era di più di quanto vi venisse “ridistribuito”. Riposerà un pochino più in pace, quel piccolo grande uomo di Siderno, sapendo che opere come quelle di Aprile, e non solo Terroni, cominciano a modificare profondamente, anche a livello di coscienza e cognizioni del cittadino comune, quel che si crede del rapporto Sud- Nord, o meglio, Savoia e stati da loro conquistati, compresa la Venetia, che al Sud non è.
Agli storici non asserviti le crudeltà e gli stupri dei garibaldini, ad esempio, le ruberie e vigliaccherie del regime italico, e perfino il probabile omicidio di un Italiano doc come Ippolito Nievo, perché con lui si inabissassero documenti compromettenti sulla celebre spedizione di Quarto, erano noti e stranoti. D’altra parte, erano noti anche i massacri avvenuti in Italia dopo il 1945 da parte dei vincitori a danno dei fascisti, ma ci è voluta la penna e la popolarità di Pansa, il suo Sangue dei vinti, perché queste nozioni divenissero popolari, e perché no, entrassero nella coscienza di (quasi) tutti. Che Nino Bixio fosse un criminale si sapeva ampiamente, d’altra parte si dilettava a navigare in Australia ancor prima che l’Italia fosse unita, per cercarvi luoghi possibilmente inameni ove deportare gli italiani in eccesso, quelli che il nuovo corso avrebbe condannato ad estrema povertà. Gli italiani in eccesso poi divennero la cifra davvero modica di 27 milioni. Poco meno della metà di coloro che in Italia risiedono ora. Questo il numero degli emigranti da quando l’Italia unita, per usare le parole dello storico e costituzionalista Roberto Martucci, è stata “inventata”. Per questo Terroni, per chi se la senta di navigare per pagine e pagine nel mare rosso sangue di un processo di conquista e annientamento – anche dell’identità culturale – da parte di uno stato conquistatore ai danni di una colonia, è lettura illuminante. Perché, singolarmente, narra anche della progressiva presa di coscienza di chi il libro ha scritto, un uomo a cui da bambino – come a tutti noi, del resto – era stata raccontata una storia diversa. Del tutto diversa. E del tutto falsa. D’altra parte di pietà verso i propri cittadini il neonato Regno d’Italia, luogo ove il Parlamento già si segnalava per corruzione e assenteismo, ne dimostrava assai poca; perché se venivano sterminati i “briganti”, ovvero i patrioti del Sud, con metodi degni di Hitler, non molto meglio erano trattati i veneti o perfino gli operai milanesi, cui venivano riservate le cannonate ben note di Bava Beccaris, piemontese di Fossano, senatore pluridecorato, assassino. A Milano, in quel tragico maggio 1898, morirono 80 persone, oltre 400 i feriti. Leggere Terroni insegna la storia di un popolo che si è trasformato nel tempo, con strategie diverse di adattamento ad uno stato centrale ad esso alieno; racconta lo strano rapporto Sud- Nord, inasprito solo dall’Unità: basta leggere una commedia di Goldoni per vedere come nel pacifico mondo settecentesco napoletani e veneziani scherzassero tra di loro nelle loro rispettive lingue. E lascia intravedere anche quanto orgoglio vi sia nei popoli “del Sud”, orgoglio che ora sta magicamente rifiorendo, da Napoli a Palermo. Un’altra storia.
Pino Aprile, «Terroni», Piemme, 224 pag., 17,50 euro
La situazione in Afghanistan non accenna a migliorare. Uno sprazzo di luce era sembrato dischiudersi nelle prime due settimane di settembre, quando si era registrata una drastica riduzione nelle perdite riportate dalla Coalizione occidentale.
Già allora diversi osservatori avevano attribuito l’apparente inversione di tendenza alle alluvioni abbattutesi nel vicino Pakistan, ritenendo che molti Taliban avessero solo temporaneamente abbandonato il fronte per prestare soccorso ai propri familiari o alleati tribali residenti oltre la frontiera.
Altri, fra i quali chi scrive, avevano ipotizzato che potesse aver influito anche l’indubbia pressione esercitata sugli insorti dal nuovo comandante di teatro, generale David Petraeus, che da quando è in Afghanistan ha in parte rinnegato i principi cardine della propria dottrina di counter-insurgency, imprimendo una netta intensificazione sia alle uccisioni mirate dei comandanti e quadri del movimento talibano, sia alle incursioni aeree, significativamente aumentate negli ultimi tre mesi.
Le cifre però parlano chiaro: dal giorno delle elezioni politiche del 18 settembre, l’Isaf ed i militari che ancora operano nella cornice di Enduring Freedom devono sopportare una media di circa tre caduti al giorno. Alla strage degli alpini dello scorso 9 ottobre altre hanno fatto seguito e presumibilmente se ne aggiungeranno di ulteriori, giacché il conflitto è giunto al suo tornante decisivo.
Focalizzando la propria offensiva nella provincia di Kandahar, heartland del movimento talibano storico, Petraeus ha in qualche modo indebolito la Shura di Quetta del Mullah Omar proprio nel momento in cui l’Esercito pakistano sembra aver adottato il concorrente network degli Haqqani, che è attivo soprattutto nell’Afghanistan orientale. Si dice persino che la vecchia dirigenza talibana tema ormai per la compattezza del suo movimento.
Sarebbe questa situazione ad aver incoraggiato l’apertura di colloqui paralleli ed indipendenti tra gli americani ed il governo di Kabul, da un lato, e i due maggiori tronconi della guerriglia, dall’altro. Per gli uni si tratta di allargare il cuneo tra le due organizzazioni ormai rivali; per gli altri di affermarsi come l’interlocutore privilegiato. Nel frattempo, nessuno rinuncia a giocare le sue carte. Tutti vogliono dimostrare più che mai la loro potenza. Il risultato netto è l’aumento della violenza.
Una delle ragioni che possono aver indotto Petraeus al cambio di approccio che ne ha contraddistinto l’arrivo sembra essere la volontà di offrire il prossimo dicembre al Congresso dei dati in qualche modo incoraggianti, oltre all’evidente e legittima ambizione personale di non compromettere con un fiasco il prestigio conquistato in Iraq.
Eliminare dalla scena il maggior numero possibile di insorti – sono ormai circa 90mila secondo stime attendibili – e proteggere le proprie forze è quindi tornato ad essere importante, anche se non lo si ammette pubblicamente più di tanto.
Si debbono infatti produrre risultati immediati e la prospettiva di breve periodo è diventata molto più importante di quella di lungo termine. Paradossalmente, il nuovo indirizzo ha ridotto gli attriti che avevano in precedenza contrassegnato i rapporti tra il Comandante statunitense e i militari italiani.
I nostri soldati hanno infatti cessato di essere importunati da generali come Stanley McChrystal che chiedevano di essere meno muscolari, ricorrendo alla forza con maggior flessibilità e accrescendo la frequenza dei propri pattugliamenti a piedi, invece di perlustrare in lungo e largo la propria area di competenza entro mezzi potentemente protetti. Occorre del resto ricordare come ciò accadesse mentre a Montecitorio si lamentava la circostanza che i nostri Lince fossero fatti in modo tale da costringere almeno un militare ad esporsi.
Di queste passate tensioni si avverte un’eco persino nelle pagine del più recente saggio di Bob Woodward nelle quali, oltre a rilievi assolutamente ingenerosi, si rinvengono alcune righe piuttosto significative a proposito dei cattivi rapporti che intercorrevano l’anno scorso tra McChrystal ed il nostro Rosario Castellano, che ne rigettava sistematicamente e bruscamente le raccomandazioni.
D’altra parte le istruzioni provenienti da Roma erano cristalline: le perdite dovevano essere assolutamente mantenute al più basso livello possibile, condizione essenziale del mantenimento del consenso politico alla prosecuzione della nostra missione. Dopotutto, agli italiani non spettava vincere una guerra che si stava rivelando ostica anche per gli americani, ma soltanto il compito di rimanervi dentro il più a lungo possibile.
Dai documenti divulgati da Wikeleaks gli addetti ai lavori hanno in effetti appreso pochi elementi nuovi. Sono state una sorpresa, ad esempio, le notizie relative alla lotta clandestina che avrebbe caratterizzato le relazioni tra la nostra intelligence e l’Nsd afghano e quelle che attesterebbero le valutazioni poco lusinghiere fatte dagli alleati americani nei confronti dei nostri 007.
Si indagherà probabilmente anche sull’indiscrezione relativa al trasferimento nel nostro paese di un non meglio identificato terrorista. E forse saranno depositate delle interrogazioni parlamentari per sapere effettivamente quanti nostri soldati siano stati finora feriti in Afghanistan.
Ma che almeno dal 2006 si combattesse pesantemente lo si sapeva. Certo,Wikileaks l'ha convalidato. Sul web sono finiti anche altri file di un certo interesse, quelli che descrivono la strategia adottata dal governo italiano per soddisfare le richieste alleate riducendo al minimo i rischi di tenuta della sua maggioranza in Parlamento: combattere negando di farlo, con la complicità di Washington, Londra, Bruxelles ed altre capitali compiacenti.
Come nelle prime fasi della campagna aerea per il Kosovo, tra l’estate 2006 e la primavera 2008 il nostro paese si sarebbe quindi adattato a recitare la parte dell’alleato recalcitrante, criticato anche pubblicamente dalla stampa e dai governi stranieri, mentre in realtà si onoravano al meglio gli impegni.
Era del resto accaduta la stessa cosa anche nei sei mesi del Nibbio, nel 2003, quando l’Italia aveva contribuito con mille uomini inviati nell’impervia zona di Khost alla prosecuzione di Enduring Freedom: una missione che l’incauto portavoce americano, colonnello Roger King, non aveva esitato a definire apertamente combat.
In quel semestre i nostri soldati condussero perlustrazioni ad ampio raggio, sostennero scontri a fuoco e vennero impegnati nei primi avio-assalti della storia dell’Esercito Italiano. Tutto all’oscuro dell'opinione pubblica, come la nostra rivista ha avuto modo di rivelare nei mesi scorsi.
Wikileaks ha detto invece poco o nulla di nuovo riguardo alle perdite inflitte dai nostri soldati, che secondo alcune voci ascenderebbero addirittura a 1.500 miliziani, e soprattutto a proposito delle eventuali vittime civili.
Siamo a conoscenza, infatti, soltanto di pochi casi isolati. Non sarebbe però sorprendente se ad un dato momento emergessero dati compromettenti. Stupisce anzi che i taliban non abbiano finora fatto nulla di serio per provocare incidenti in tal senso e permettere alla stampa occidentale di documentarli.
Nel complesso, comunque, l’informazione garantita dalla nostra Difesa è attualmente abbastanza trasparente. Può esserlo anche perché si giova di condizioni politiche generali teoricamente più permissive rispetto a quelle che contrassegnarono tanto l’esperienza del secondo governo Prodi quanto quella dell’esecutivo che lo precedette, presieduto da Berlusconi.
Ora come ora, gli italiani sono probabilmente gli unici cittadini occidentali ad essere informati in tempo reale degli incidenti che si concludono con la morte di qualche nostro militare. Soltanto a titolo di confronto, è utile ricordare come in Francia l’Eliseo abbia completamente avocato a sé la gestione delle comunicazioni luttuose.
Come sa chi ha accesso alla Bbc, i britannici vengono informati dei decessi anche con 24 ore di ritardo e ne occorrono non meno di altre 24 per conoscere l’identità dei caduti. Il governo degli Stati Uniti poi ha lungamente proibito persino la divulgazione delle immagini ritraenti le bare dei soldati uccisi.
Godiamo quindi di una maggior libertà d’informazione, sia rispetto al recente passato che in rapporto a quanto capita nei paesi nostri alleati. Ciò ovviamente non vuol dire che non si debba sapere sempre di più. Soprattutto non riduce affatto l’importanza del contributo dato da L’Espresso, che ha gettato un fascio di luce su quanto accade a profitto di un pubblico molto più ampio di quello invero ristretto dei consueti specialisti.
La situazione in Afghanistan non accenna a migliorare. Uno sprazzo di luce era sembrato dischiudersi nelle prime due settimane di settembre, quando si era registrata una drastica riduzione nelle perdite riportate dalla Coalizione occidentale.
Già allora diversi osservatori avevano attribuito l’apparente inversione di tendenza alle alluvioni abbattutesi nel vicino Pakistan, ritenendo che molti Taliban avessero solo temporaneamente abbandonato il fronte per prestare soccorso ai propri familiari o alleati tribali residenti oltre la frontiera.
Altri, fra i quali chi scrive, avevano ipotizzato che potesse aver influito anche l’indubbia pressione esercitata sugli insorti dal nuovo comandante di teatro, generale David Petraeus, che da quando è in Afghanistan ha in parte rinnegato i principi cardine della propria dottrina di counter-insurgency, imprimendo una netta intensificazione sia alle uccisioni mirate dei comandanti e quadri del movimento talibano, sia alle incursioni aeree, significativamente aumentate negli ultimi tre mesi.
Le cifre però parlano chiaro: dal giorno delle elezioni politiche del 18 settembre, l’Isaf ed i militari che ancora operano nella cornice di Enduring Freedom devono sopportare una media di circa tre caduti al giorno. Alla strage degli alpini dello scorso 9 ottobre altre hanno fatto seguito e presumibilmente se ne aggiungeranno di ulteriori, giacché il conflitto è giunto al suo tornante decisivo.
Focalizzando la propria offensiva nella provincia di Kandahar, heartland del movimento talibano storico, Petraeus ha in qualche modo indebolito la Shura di Quetta del Mullah Omar proprio nel momento in cui l’Esercito pakistano sembra aver adottato il concorrente network degli Haqqani, che è attivo soprattutto nell’Afghanistan orientale. Si dice persino che la vecchia dirigenza talibana tema ormai per la compattezza del suo movimento.
Sarebbe questa situazione ad aver incoraggiato l’apertura di colloqui paralleli ed indipendenti tra gli americani ed il governo di Kabul, da un lato, e i due maggiori tronconi della guerriglia, dall’altro. Per gli uni si tratta di allargare il cuneo tra le due organizzazioni ormai rivali; per gli altri di affermarsi come l’interlocutore privilegiato. Nel frattempo, nessuno rinuncia a giocare le sue carte. Tutti vogliono dimostrare più che mai la loro potenza. Il risultato netto è l’aumento della violenza.
Una delle ragioni che possono aver indotto Petraeus al cambio di approccio che ne ha contraddistinto l’arrivo sembra essere la volontà di offrire il prossimo dicembre al Congresso dei dati in qualche modo incoraggianti, oltre all’evidente e legittima ambizione personale di non compromettere con un fiasco il prestigio conquistato in Iraq.
Eliminare dalla scena il maggior numero possibile di insorti – sono ormai circa 90mila secondo stime attendibili – e proteggere le proprie forze è quindi tornato ad essere importante, anche se non lo si ammette pubblicamente più di tanto.
Si debbono infatti produrre risultati immediati e la prospettiva di breve periodo è diventata molto più importante di quella di lungo termine. Paradossalmente, il nuovo indirizzo ha ridotto gli attriti che avevano in precedenza contrassegnato i rapporti tra il Comandante statunitense e i militari italiani.
I nostri soldati hanno infatti cessato di essere importunati da generali come Stanley McChrystal che chiedevano di essere meno muscolari, ricorrendo alla forza con maggior flessibilità e accrescendo la frequenza dei propri pattugliamenti a piedi, invece di perlustrare in lungo e largo la propria area di competenza entro mezzi potentemente protetti. Occorre del resto ricordare come ciò accadesse mentre a Montecitorio si lamentava la circostanza che i nostri Lince fossero fatti in modo tale da costringere almeno un militare ad esporsi.
Di queste passate tensioni si avverte un’eco persino nelle pagine del più recente saggio di Bob Woodward nelle quali, oltre a rilievi assolutamente ingenerosi, si rinvengono alcune righe piuttosto significative a proposito dei cattivi rapporti che intercorrevano l’anno scorso tra McChrystal ed il nostro Rosario Castellano, che ne rigettava sistematicamente e bruscamente le raccomandazioni.
D’altra parte le istruzioni provenienti da Roma erano cristalline: le perdite dovevano essere assolutamente mantenute al più basso livello possibile, condizione essenziale del mantenimento del consenso politico alla prosecuzione della nostra missione. Dopotutto, agli italiani non spettava vincere una guerra che si stava rivelando ostica anche per gli americani, ma soltanto il compito di rimanervi dentro il più a lungo possibile.
Dai documenti divulgati da Wikeleaks gli addetti ai lavori hanno in effetti appreso pochi elementi nuovi. Sono state una sorpresa, ad esempio, le notizie relative alla lotta clandestina che avrebbe caratterizzato le relazioni tra la nostra intelligence e l’Nsd afghano e quelle che attesterebbero le valutazioni poco lusinghiere fatte dagli alleati americani nei confronti dei nostri 007.
Si indagherà probabilmente anche sull’indiscrezione relativa al trasferimento nel nostro paese di un non meglio identificato terrorista. E forse saranno depositate delle interrogazioni parlamentari per sapere effettivamente quanti nostri soldati siano stati finora feriti in Afghanistan.
Ma che almeno dal 2006 si combattesse pesantemente lo si sapeva. Certo,Wikileaks l'ha convalidato. Sul web sono finiti anche altri file di un certo interesse, quelli che descrivono la strategia adottata dal governo italiano per soddisfare le richieste alleate riducendo al minimo i rischi di tenuta della sua maggioranza in Parlamento: combattere negando di farlo, con la complicità di Washington, Londra, Bruxelles ed altre capitali compiacenti.
Come nelle prime fasi della campagna aerea per il Kosovo, tra l’estate 2006 e la primavera 2008 il nostro paese si sarebbe quindi adattato a recitare la parte dell’alleato recalcitrante, criticato anche pubblicamente dalla stampa e dai governi stranieri, mentre in realtà si onoravano al meglio gli impegni.
Era del resto accaduta la stessa cosa anche nei sei mesi del Nibbio, nel 2003, quando l’Italia aveva contribuito con mille uomini inviati nell’impervia zona di Khost alla prosecuzione di Enduring Freedom: una missione che l’incauto portavoce americano, colonnello Roger King, non aveva esitato a definire apertamente combat.
In quel semestre i nostri soldati condussero perlustrazioni ad ampio raggio, sostennero scontri a fuoco e vennero impegnati nei primi avio-assalti della storia dell’Esercito Italiano. Tutto all’oscuro dell'opinione pubblica, come la nostra rivista ha avuto modo di rivelare nei mesi scorsi.
Wikileaks ha detto invece poco o nulla di nuovo riguardo alle perdite inflitte dai nostri soldati, che secondo alcune voci ascenderebbero addirittura a 1.500 miliziani, e soprattutto a proposito delle eventuali vittime civili.
Siamo a conoscenza, infatti, soltanto di pochi casi isolati. Non sarebbe però sorprendente se ad un dato momento emergessero dati compromettenti. Stupisce anzi che i taliban non abbiano finora fatto nulla di serio per provocare incidenti in tal senso e permettere alla stampa occidentale di documentarli.
Nel complesso, comunque, l’informazione garantita dalla nostra Difesa è attualmente abbastanza trasparente. Può esserlo anche perché si giova di condizioni politiche generali teoricamente più permissive rispetto a quelle che contrassegnarono tanto l’esperienza del secondo governo Prodi quanto quella dell’esecutivo che lo precedette, presieduto da Berlusconi.
Ora come ora, gli italiani sono probabilmente gli unici cittadini occidentali ad essere informati in tempo reale degli incidenti che si concludono con la morte di qualche nostro militare. Soltanto a titolo di confronto, è utile ricordare come in Francia l’Eliseo abbia completamente avocato a sé la gestione delle comunicazioni luttuose.
Come sa chi ha accesso alla Bbc, i britannici vengono informati dei decessi anche con 24 ore di ritardo e ne occorrono non meno di altre 24 per conoscere l’identità dei caduti. Il governo degli Stati Uniti poi ha lungamente proibito persino la divulgazione delle immagini ritraenti le bare dei soldati uccisi.
Godiamo quindi di una maggior libertà d’informazione, sia rispetto al recente passato che in rapporto a quanto capita nei paesi nostri alleati. Ciò ovviamente non vuol dire che non si debba sapere sempre di più. Soprattutto non riduce affatto l’importanza del contributo dato da L’Espresso, che ha gettato un fascio di luce su quanto accade a profitto di un pubblico molto più ampio di quello invero ristretto dei consueti specialisti.
Il film “Benvenuti al Sud” sta spopolando ai botteghini di tutta Italia: la commedia interpretata da Claudio Bisio e Alessandro Siani è un ritratto divertente e grottesco di un certo Sud, con paradossi e stereotipi scontati, ma almeno fa ridere. Ieri notte Gianluigi Paragone, ex direttore de La Padania e conduttore de L’ultima parola su Rai Due lancia un servizio sul Mezzogiorno per dimostrare che quello che racconta il film è vero, anzi la realtà è molto più grave. Nel video si alternano scene della pellicola di Bisio a interviste ed immagini degli inviati di Paragone. Il risultato è scandaloso.
Nella clip viene mostrato il quartiere napoletano di Scampia, poi un ospedale ad Amalfi costruito negli anni ’50 e mai aperto e, infine, interviste ad alcuni cittadini che, in un napoletano stretto, dicono che la mentalità del meridionale è così da trecento anni e non può essere cambiata. Evidentemente la redazione era a corto di idee, visto che le interviste sono riciclate da un servizio andato in onda nello stesso programma qualche mese fa.
Eppure, Paragone ha il coraggio di dire che non è difficile a Napoli ed al Sud riprendere quelle immagini. Al rientro in studio, con il solito sorrisetto beffardo e da saputello padano, Paragone fa intendere che il Mezzogiorno sia tutto così ed è una bestemmia per l’Italia intera. Quel servizio – diciamo la verità – è stata una porcata per vari motivi. Se un inviato va a Scampia o alla periferia di Palermo, Bari, Taranto…cosa crede di trovare? Ovviamente scene di degrado urbano, gente esasperata, piccoli e grandi casi di illegalità. Né più né meno di quello che potrebbe riprendere nell’hinterland di Milano, Torino, Padova. Avete mai passeggiato a Quarto Oggiaro a Milano? Sembra di essere a Scampia, se non fosse per l’accento diverso.
Poi l’ospedale di Amalfi, che da mezzo secolo non viene aperto. E’ vero, è uno scandalo, ma di storie così ce ne sono anche in Lombardia, Lazio, Veneto…perché non raccontarle? Insomma, ci chiediamo perché Paragone, che è un buon giornalista (lo scriviamo senza ironia), voglia a tutti i costi falsare la realtà e si compiace nel diffondere i soliti cliché sul Meridione. I problemi del Sud ci sono, nessuno vuole negarlo, ma la Rai, il servizio pubblico, dovrebbe mettere in risalto anche le cose positive del Mezzogiorno. Ci sono aziende che onestemente producono e danno lavoro a milioni di persone, professionisti seri, gente per bene, luoghi di incanto, cultura da vendere. Perché non ne parla Paragone?
Infine, una nota sulle reazioni in studio: erano presenti parlamentari del Pd, finiani, giornalisti. Nessuno ha mosso una critica al servizio, nessuno si è indignato. Il problema è che i meridionali sono abbandonati a sé stessi ed i partiti politici che tirano il Sud per la giacchetta non sono assolutamente in grado di curare gli interessi di 20 e passa milioni di italiani del Mezzogiorno.
Fonte:Il Sud
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Il film “Benvenuti al Sud” sta spopolando ai botteghini di tutta Italia: la commedia interpretata da Claudio Bisio e Alessandro Siani è un ritratto divertente e grottesco di un certo Sud, con paradossi e stereotipi scontati, ma almeno fa ridere. Ieri notte Gianluigi Paragone, ex direttore de La Padania e conduttore de L’ultima parola su Rai Due lancia un servizio sul Mezzogiorno per dimostrare che quello che racconta il film è vero, anzi la realtà è molto più grave. Nel video si alternano scene della pellicola di Bisio a interviste ed immagini degli inviati di Paragone. Il risultato è scandaloso.
Nella clip viene mostrato il quartiere napoletano di Scampia, poi un ospedale ad Amalfi costruito negli anni ’50 e mai aperto e, infine, interviste ad alcuni cittadini che, in un napoletano stretto, dicono che la mentalità del meridionale è così da trecento anni e non può essere cambiata. Evidentemente la redazione era a corto di idee, visto che le interviste sono riciclate da un servizio andato in onda nello stesso programma qualche mese fa.
Eppure, Paragone ha il coraggio di dire che non è difficile a Napoli ed al Sud riprendere quelle immagini. Al rientro in studio, con il solito sorrisetto beffardo e da saputello padano, Paragone fa intendere che il Mezzogiorno sia tutto così ed è una bestemmia per l’Italia intera. Quel servizio – diciamo la verità – è stata una porcata per vari motivi. Se un inviato va a Scampia o alla periferia di Palermo, Bari, Taranto…cosa crede di trovare? Ovviamente scene di degrado urbano, gente esasperata, piccoli e grandi casi di illegalità. Né più né meno di quello che potrebbe riprendere nell’hinterland di Milano, Torino, Padova. Avete mai passeggiato a Quarto Oggiaro a Milano? Sembra di essere a Scampia, se non fosse per l’accento diverso.
Poi l’ospedale di Amalfi, che da mezzo secolo non viene aperto. E’ vero, è uno scandalo, ma di storie così ce ne sono anche in Lombardia, Lazio, Veneto…perché non raccontarle? Insomma, ci chiediamo perché Paragone, che è un buon giornalista (lo scriviamo senza ironia), voglia a tutti i costi falsare la realtà e si compiace nel diffondere i soliti cliché sul Meridione. I problemi del Sud ci sono, nessuno vuole negarlo, ma la Rai, il servizio pubblico, dovrebbe mettere in risalto anche le cose positive del Mezzogiorno. Ci sono aziende che onestemente producono e danno lavoro a milioni di persone, professionisti seri, gente per bene, luoghi di incanto, cultura da vendere. Perché non ne parla Paragone?
Infine, una nota sulle reazioni in studio: erano presenti parlamentari del Pd, finiani, giornalisti. Nessuno ha mosso una critica al servizio, nessuno si è indignato. Il problema è che i meridionali sono abbandonati a sé stessi ed i partiti politici che tirano il Sud per la giacchetta non sono assolutamente in grado di curare gli interessi di 20 e passa milioni di italiani del Mezzogiorno.
Fonte:Il Sud
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