mercoledì 20 ottobre 2010

Unità d'Italia, Gaeta marcia da sola






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Fonte:Il Messaggero del 19/10/2010

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Chi ha rovinato il Sud? Una storia rosso sangue

L’Unità del Paese ha messo in ginocchio il Meridione, impoverendolo
È la tesi di Pino Aprile in «Terroni», libro che ribalta gli stereotipi


di Paolo Bernardini*


Alle soglie delle celebrazioni per i 150 anni dell’unificazione dell’Italia, giunge un libro che rimette radicalmente in questione la validità della costruzione statalistica, e quindi dell’invenzione della Nazione italiana, e che pone domande scottanti. Terroni, di Pino Aprile (Piemme), racconta la storia delle violenze, persecuzioni, deportazioni, umiliazioni, che un paese straniero e conquistatore, il Regno di Sardegna, poi divenuto Regno d’Italia senza modificare né costituzione né ordinale dinastico del Sovrano, ha inflitto a quel che sarebbe diventato il “Sud” d’Italia.

Ma che prima era un regno borbonico, che si estendeva, con due capitali, Napoli e Palermo, fino alla coste meridionali della Sicilia. Un libro che è già un best-seller. Non racconta qualcosa di nuovo, ma racconta una storia triste e truce con una passione civile e un amore per il Sud – dove Aprile è nato – che si coniuga con una ardente denuncia dello stato di disagio in cui il Sud tuttora, e forse più di prima, si trova gettato. Il successo di Aprile, parafrasando T.S. Eliot, «il più crudele degli scrittori», giunge nel momento in cui un altro grande storico del Sud, Nicola Zitara, ci ha lasciato. Prima di morire, l’anziano ma lucidissimo Zitara si era augurato, in un’intervista, che venissero finalmente storici obiettivi e non asserviti a nessun potere, nel libro paga della sola verità, a raccontare le umiliazioni subite per oltre cento anni da terre bellissime e uomini fieri. In qualche modo, il successo di Aprile ripaga una vita di studi di Zitara, dello storico ad esempio che ci aveva insegnato che fino ai primi anni Settanta del Novecento quel che giungeva dal Sud nelle casse dello Stato centrale era di più di quanto vi venisse “ridistribuito”. Riposerà un pochino più in pace, quel piccolo grande uomo di Siderno, sapendo che opere come quelle di Aprile, e non solo Terroni, cominciano a modificare profondamente, anche a livello di coscienza e cognizioni del cittadino comune, quel che si crede del rapporto Sud- Nord, o meglio, Savoia e stati da loro conquistati, compresa la Venetia, che al Sud non è.

Agli storici non asserviti le crudeltà e gli stupri dei garibaldini, ad esempio, le ruberie e vigliaccherie del regime italico, e perfino il probabile omicidio di un Italiano doc come Ippolito Nievo, perché con lui si inabissassero documenti compromettenti sulla celebre spedizione di Quarto, erano noti e stranoti. D’altra parte, erano noti anche i massacri avvenuti in Italia dopo il 1945 da parte dei vincitori a danno dei fascisti, ma ci è voluta la penna e la popolarità di Pansa, il suo Sangue dei vinti, perché queste nozioni divenissero popolari, e perché no, entrassero nella coscienza di (quasi) tutti. Che Nino Bixio fosse un criminale si sapeva ampiamente, d’altra parte si dilettava a navigare in Australia ancor prima che l’Italia fosse unita, per cercarvi luoghi possibilmente inameni ove deportare gli italiani in eccesso, quelli che il nuovo corso avrebbe condannato ad estrema povertà. Gli italiani in eccesso poi divennero la cifra davvero modica di 27 milioni. Poco meno della metà di coloro che in Italia risiedono ora. Questo il numero degli emigranti da quando l’Italia unita, per usare le parole dello storico e costituzionalista Roberto Martucci, è stata “inventata”. Per questo Terroni, per chi se la senta di navigare per pagine e pagine nel mare rosso sangue di un processo di conquista e annientamento – anche dell’identità culturale – da parte di uno stato conquistatore ai danni di una colonia, è lettura illuminante. Perché, singolarmente, narra anche della progressiva presa di coscienza di chi il libro ha scritto, un uomo a cui da bambino – come a tutti noi, del resto – era stata raccontata una storia diversa. Del tutto diversa. E del tutto falsa. D’altra parte di pietà verso i propri cittadini il neonato Regno d’Italia, luogo ove il Parlamento già si segnalava per corruzione e assenteismo, ne dimostrava assai poca; perché se venivano sterminati i “briganti”, ovvero i patrioti del Sud, con metodi degni di Hitler, non molto meglio erano trattati i veneti o perfino gli operai milanesi, cui venivano riservate le cannonate ben note di Bava Beccaris, piemontese di Fossano, senatore pluridecorato, assassino. A Milano, in quel tragico maggio 1898, morirono 80 persone, oltre 400 i feriti. Leggere Terroni insegna la storia di un popolo che si è trasformato nel tempo, con strategie diverse di adattamento ad uno stato centrale ad esso alieno; racconta lo strano rapporto Sud- Nord, inasprito solo dall’Unità: basta leggere una commedia di Goldoni per vedere come nel pacifico mondo settecentesco napoletani e veneziani scherzassero tra di loro nelle loro rispettive lingue. E lascia intravedere anche quanto orgoglio vi sia nei popoli “del Sud”, orgoglio che ora sta magicamente rifiorendo, da Napoli a Palermo. Un’altra storia.

Pino Aprile, «Terroni», Piemme, 224 pag., 17,50 euro


*Paolo Bernardini, 47 anni, è professore ordinario di Storia moderna all’Università dell’Insubria e collaboratore culturale de «La Provincia». Fondatore e direttore del Center for Italian and European Studies della Boston University, ha insegnato in università americane, inglesi
e tedesche. È studioso di storia moderna, del pensiero politico,e dell’ebraismo,
autore di oltre 200 testi in italiano, inglese e tedesco. È stato selezionato come Inaugural
Fellow dell’Institute for Advanced Study della University of Notre Dame, Usa, nel semestre del 2010-2011, unico tra i selezionati proveniente da un ateneo italiano


Fonte: La Provincia del 16 ottobre 2010 pag. 57


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L’Unità del Paese ha messo in ginocchio il Meridione, impoverendolo
È la tesi di Pino Aprile in «Terroni», libro che ribalta gli stereotipi


di Paolo Bernardini*


Alle soglie delle celebrazioni per i 150 anni dell’unificazione dell’Italia, giunge un libro che rimette radicalmente in questione la validità della costruzione statalistica, e quindi dell’invenzione della Nazione italiana, e che pone domande scottanti. Terroni, di Pino Aprile (Piemme), racconta la storia delle violenze, persecuzioni, deportazioni, umiliazioni, che un paese straniero e conquistatore, il Regno di Sardegna, poi divenuto Regno d’Italia senza modificare né costituzione né ordinale dinastico del Sovrano, ha inflitto a quel che sarebbe diventato il “Sud” d’Italia.

Ma che prima era un regno borbonico, che si estendeva, con due capitali, Napoli e Palermo, fino alla coste meridionali della Sicilia. Un libro che è già un best-seller. Non racconta qualcosa di nuovo, ma racconta una storia triste e truce con una passione civile e un amore per il Sud – dove Aprile è nato – che si coniuga con una ardente denuncia dello stato di disagio in cui il Sud tuttora, e forse più di prima, si trova gettato. Il successo di Aprile, parafrasando T.S. Eliot, «il più crudele degli scrittori», giunge nel momento in cui un altro grande storico del Sud, Nicola Zitara, ci ha lasciato. Prima di morire, l’anziano ma lucidissimo Zitara si era augurato, in un’intervista, che venissero finalmente storici obiettivi e non asserviti a nessun potere, nel libro paga della sola verità, a raccontare le umiliazioni subite per oltre cento anni da terre bellissime e uomini fieri. In qualche modo, il successo di Aprile ripaga una vita di studi di Zitara, dello storico ad esempio che ci aveva insegnato che fino ai primi anni Settanta del Novecento quel che giungeva dal Sud nelle casse dello Stato centrale era di più di quanto vi venisse “ridistribuito”. Riposerà un pochino più in pace, quel piccolo grande uomo di Siderno, sapendo che opere come quelle di Aprile, e non solo Terroni, cominciano a modificare profondamente, anche a livello di coscienza e cognizioni del cittadino comune, quel che si crede del rapporto Sud- Nord, o meglio, Savoia e stati da loro conquistati, compresa la Venetia, che al Sud non è.

Agli storici non asserviti le crudeltà e gli stupri dei garibaldini, ad esempio, le ruberie e vigliaccherie del regime italico, e perfino il probabile omicidio di un Italiano doc come Ippolito Nievo, perché con lui si inabissassero documenti compromettenti sulla celebre spedizione di Quarto, erano noti e stranoti. D’altra parte, erano noti anche i massacri avvenuti in Italia dopo il 1945 da parte dei vincitori a danno dei fascisti, ma ci è voluta la penna e la popolarità di Pansa, il suo Sangue dei vinti, perché queste nozioni divenissero popolari, e perché no, entrassero nella coscienza di (quasi) tutti. Che Nino Bixio fosse un criminale si sapeva ampiamente, d’altra parte si dilettava a navigare in Australia ancor prima che l’Italia fosse unita, per cercarvi luoghi possibilmente inameni ove deportare gli italiani in eccesso, quelli che il nuovo corso avrebbe condannato ad estrema povertà. Gli italiani in eccesso poi divennero la cifra davvero modica di 27 milioni. Poco meno della metà di coloro che in Italia risiedono ora. Questo il numero degli emigranti da quando l’Italia unita, per usare le parole dello storico e costituzionalista Roberto Martucci, è stata “inventata”. Per questo Terroni, per chi se la senta di navigare per pagine e pagine nel mare rosso sangue di un processo di conquista e annientamento – anche dell’identità culturale – da parte di uno stato conquistatore ai danni di una colonia, è lettura illuminante. Perché, singolarmente, narra anche della progressiva presa di coscienza di chi il libro ha scritto, un uomo a cui da bambino – come a tutti noi, del resto – era stata raccontata una storia diversa. Del tutto diversa. E del tutto falsa. D’altra parte di pietà verso i propri cittadini il neonato Regno d’Italia, luogo ove il Parlamento già si segnalava per corruzione e assenteismo, ne dimostrava assai poca; perché se venivano sterminati i “briganti”, ovvero i patrioti del Sud, con metodi degni di Hitler, non molto meglio erano trattati i veneti o perfino gli operai milanesi, cui venivano riservate le cannonate ben note di Bava Beccaris, piemontese di Fossano, senatore pluridecorato, assassino. A Milano, in quel tragico maggio 1898, morirono 80 persone, oltre 400 i feriti. Leggere Terroni insegna la storia di un popolo che si è trasformato nel tempo, con strategie diverse di adattamento ad uno stato centrale ad esso alieno; racconta lo strano rapporto Sud- Nord, inasprito solo dall’Unità: basta leggere una commedia di Goldoni per vedere come nel pacifico mondo settecentesco napoletani e veneziani scherzassero tra di loro nelle loro rispettive lingue. E lascia intravedere anche quanto orgoglio vi sia nei popoli “del Sud”, orgoglio che ora sta magicamente rifiorendo, da Napoli a Palermo. Un’altra storia.

Pino Aprile, «Terroni», Piemme, 224 pag., 17,50 euro


*Paolo Bernardini, 47 anni, è professore ordinario di Storia moderna all’Università dell’Insubria e collaboratore culturale de «La Provincia». Fondatore e direttore del Center for Italian and European Studies della Boston University, ha insegnato in università americane, inglesi
e tedesche. È studioso di storia moderna, del pensiero politico,e dell’ebraismo,
autore di oltre 200 testi in italiano, inglese e tedesco. È stato selezionato come Inaugural
Fellow dell’Institute for Advanced Study della University of Notre Dame, Usa, nel semestre del 2010-2011, unico tra i selezionati proveniente da un ateneo italiano


Fonte: La Provincia del 16 ottobre 2010 pag. 57


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martedì 19 ottobre 2010

L’Espresso e i segreti del conflitto in Afghanistan

di Germano Dottori
I documenti di Wikileaks pubblicati dal settimanale fanno luce sulla vera natura del nostro impegno contro i Taliban. I dissidi (veri e falsi) con gli alleati. Sulla guerra, la libertà d'informazione in Italia è maggiore.

(carta del dicembre 2009 tratta da "Afghanistan: la guerra di Obama, la guerra dell'Italia" di Alfonso Desiderio)

La situazione in Afghanistan non accenna a migliorare. Uno sprazzo di luce era sembrato dischiudersi nelle prime due settimane di settembre, quando si era registrata una drastica riduzione nelle perdite riportate dalla Coalizione occidentale.

Già allora diversi osservatori avevano attribuito l’apparente inversione di tendenza alle alluvioni abbattutesi nel vicino Pakistan, ritenendo che molti Taliban avessero solo temporaneamente abbandonato il fronte per prestare soccorso ai propri familiari o alleati tribali residenti oltre la frontiera.


Altri, fra i quali chi scrive, avevano ipotizzato che potesse aver influito anche l’indubbia pressione esercitata sugli insorti dal nuovo comandante di teatro, generale David Petraeus, che da quando è in Afghanistan ha in parte rinnegato i principi cardine della propria dottrina di counter-insurgency, imprimendo una netta intensificazione sia alle uccisioni mirate dei comandanti e quadri del movimento talibano, sia alle incursioni aeree, significativamente aumentate negli ultimi tre mesi.


Le cifre però parlano chiaro: dal giorno delle elezioni politiche del 18 settembre, l’Isaf ed i militari che ancora operano nella cornice di Enduring Freedom devono sopportare una media di circa tre caduti al giorno. Alla strage degli alpini dello scorso 9 ottobre altre hanno fatto seguito e presumibilmente se ne aggiungeranno di ulteriori, giacché il conflitto è giunto al suo tornante decisivo.


Focalizzando la propria offensiva nella provincia di Kandahar, heartland del movimento talibano storico, Petraeus ha in qualche modo indebolito la Shura di Quetta del Mullah Omar proprio nel momento in cui l’Esercito pakistano sembra aver adottato il concorrente network degli Haqqani, che è attivo soprattutto nell’Afghanistan orientale. Si dice persino che la vecchia dirigenza talibana tema ormai per la compattezza del suo movimento.


Sarebbe questa situazione ad aver incoraggiato l’apertura di colloqui paralleli ed indipendenti tra gli americani ed il governo di Kabul, da un lato, e i due maggiori tronconi della guerriglia, dall’altro. Per gli uni si tratta di allargare il cuneo tra le due organizzazioni ormai rivali; per gli altri di affermarsi come l’interlocutore privilegiato. Nel frattempo, nessuno rinuncia a giocare le sue carte. Tutti vogliono dimostrare più che mai la loro potenza. Il risultato netto è l’aumento della violenza.


Una delle ragioni che possono aver indotto Petraeus al cambio di approccio che ne ha contraddistinto l’arrivo sembra essere la volontà di offrire il prossimo dicembre al Congresso dei dati in qualche modo incoraggianti, oltre all’evidente e legittima ambizione personale di non compromettere con un fiasco il prestigio conquistato in Iraq.


Eliminare dalla scena il maggior numero possibile di insorti – sono ormai circa 90mila secondo stime attendibili – e proteggere le proprie forze è quindi tornato ad essere importante, anche se non lo si ammette pubblicamente più di tanto.


Si debbono infatti produrre risultati immediati e la prospettiva di breve periodo è diventata molto più importante di quella di lungo termine. Paradossalmente, il nuovo indirizzo ha ridotto gli attriti che avevano in precedenza contrassegnato i rapporti tra il Comandante statunitense e i militari italiani.


I nostri soldati hanno infatti cessato di essere importunati da generali come Stanley McChrystal che chiedevano di essere meno muscolari, ricorrendo alla forza con maggior flessibilità e accrescendo la frequenza dei propri pattugliamenti a piedi, invece di perlustrare in lungo e largo la propria area di competenza entro mezzi potentemente protetti. Occorre del resto ricordare come ciò accadesse mentre a Montecitorio si lamentava la circostanza che i nostri Lince fossero fatti in modo tale da costringere almeno un militare ad esporsi.


Di queste passate tensioni si avverte un’eco persino nelle pagine del più recente saggio di Bob Woodward nelle quali, oltre a rilievi assolutamente ingenerosi, si rinvengono alcune righe piuttosto significative a proposito dei cattivi rapporti che intercorrevano l’anno scorso tra McChrystal ed il nostro Rosario Castellano, che ne rigettava sistematicamente e bruscamente le raccomandazioni.


D’altra parte le istruzioni provenienti da Roma erano cristalline: le perdite dovevano essere assolutamente mantenute al più basso livello possibile, condizione essenziale del mantenimento del consenso politico alla prosecuzione della nostra missione. Dopotutto, agli italiani non spettava vincere una guerra che si stava rivelando ostica anche per gli americani, ma soltanto il compito di rimanervi dentro il più a lungo possibile.


Dai documenti divulgati da Wikeleaks gli addetti ai lavori hanno in effetti appreso pochi elementi nuovi. Sono state una sorpresa, ad esempio, le notizie relative alla lotta clandestina che avrebbe caratterizzato le relazioni tra la nostra intelligence e l’Nsd afghano e quelle che attesterebbero le valutazioni poco lusinghiere fatte dagli alleati americani nei confronti dei nostri 007.


Si indagherà probabilmente anche sull’indiscrezione relativa al trasferimento nel nostro paese di un non meglio identificato terrorista. E forse saranno depositate delle interrogazioni parlamentari per sapere effettivamente quanti nostri soldati siano stati finora feriti in Afghanistan.


Ma che almeno dal 2006 si combattesse pesantemente lo si sapeva. Certo,Wikileaks l'ha convalidato. Sul web sono finiti anche altri file di un certo interesse, quelli che descrivono la strategia adottata dal governo italiano per soddisfare le richieste alleate riducendo al minimo i rischi di tenuta della sua maggioranza in Parlamento: combattere negando di farlo, con la complicità di Washington, Londra, Bruxelles ed altre capitali compiacenti.


Come nelle prime fasi della campagna aerea per il Kosovo, tra l’estate 2006 e la primavera 2008 il nostro paese si sarebbe quindi adattato a recitare la parte dell’alleato recalcitrante, criticato anche pubblicamente dalla stampa e dai governi stranieri, mentre in realtà si onoravano al meglio gli impegni.


Era del resto accaduta la stessa cosa anche nei sei mesi del Nibbio, nel 2003, quando l’Italia aveva contribuito con mille uomini inviati nell’impervia zona di Khost alla prosecuzione di Enduring Freedom: una missione che l’incauto portavoce americano, colonnello Roger King, non aveva esitato a definire apertamente combat.


In quel semestre i nostri soldati condussero perlustrazioni ad ampio raggio, sostennero scontri a fuoco e vennero impegnati nei primi avio-assalti della storia dell’Esercito Italiano. Tutto all’oscuro dell'opinione pubblica, come la nostra rivista ha avuto modo di rivelare nei mesi scorsi.


Wikileaks ha detto invece poco o nulla di nuovo riguardo alle perdite inflitte dai nostri soldati, che secondo alcune voci ascenderebbero addirittura a 1.500 miliziani, e soprattutto a proposito delle eventuali vittime civili.


Siamo a conoscenza, infatti, soltanto di pochi casi isolati. Non sarebbe però sorprendente se ad un dato momento emergessero dati compromettenti. Stupisce anzi che i taliban non abbiano finora fatto nulla di serio per provocare incidenti in tal senso e permettere alla stampa occidentale di documentarli.


Nel complesso, comunque, l’informazione garantita dalla nostra Difesa è attualmente abbastanza trasparente. Può esserlo anche perché si giova di condizioni politiche generali teoricamente più permissive rispetto a quelle che contrassegnarono tanto l’esperienza del secondo governo Prodi quanto quella dell’esecutivo che lo precedette, presieduto da Berlusconi.


Ora come ora, gli italiani sono probabilmente gli unici cittadini occidentali ad essere informati in tempo reale degli incidenti che si concludono con la morte di qualche nostro militare. Soltanto a titolo di confronto, è utile ricordare come in Francia l’Eliseo abbia completamente avocato a sé la gestione delle comunicazioni luttuose.


Come sa chi ha accesso alla Bbc, i britannici vengono informati dei decessi anche con 24 ore di ritardo e ne occorrono non meno di altre 24 per conoscere l’identità dei caduti. Il governo degli Stati Uniti poi ha lungamente proibito persino la divulgazione delle immagini ritraenti le bare dei soldati uccisi.


Godiamo quindi di una maggior libertà d’informazione, sia rispetto al recente passato che in rapporto a quanto capita nei paesi nostri alleati. Ciò ovviamente non vuol dire che non si debba sapere sempre di più. Soprattutto non riduce affatto l’importanza del contributo dato da L’Espresso, che ha gettato un fascio di luce su quanto accade a profitto di un pubblico molto più ampio di quello invero ristretto dei consueti specialisti.

Fonte: Limes (15/10/2010)

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di Germano Dottori
I documenti di Wikileaks pubblicati dal settimanale fanno luce sulla vera natura del nostro impegno contro i Taliban. I dissidi (veri e falsi) con gli alleati. Sulla guerra, la libertà d'informazione in Italia è maggiore.

(carta del dicembre 2009 tratta da "Afghanistan: la guerra di Obama, la guerra dell'Italia" di Alfonso Desiderio)

La situazione in Afghanistan non accenna a migliorare. Uno sprazzo di luce era sembrato dischiudersi nelle prime due settimane di settembre, quando si era registrata una drastica riduzione nelle perdite riportate dalla Coalizione occidentale.

Già allora diversi osservatori avevano attribuito l’apparente inversione di tendenza alle alluvioni abbattutesi nel vicino Pakistan, ritenendo che molti Taliban avessero solo temporaneamente abbandonato il fronte per prestare soccorso ai propri familiari o alleati tribali residenti oltre la frontiera.


Altri, fra i quali chi scrive, avevano ipotizzato che potesse aver influito anche l’indubbia pressione esercitata sugli insorti dal nuovo comandante di teatro, generale David Petraeus, che da quando è in Afghanistan ha in parte rinnegato i principi cardine della propria dottrina di counter-insurgency, imprimendo una netta intensificazione sia alle uccisioni mirate dei comandanti e quadri del movimento talibano, sia alle incursioni aeree, significativamente aumentate negli ultimi tre mesi.


Le cifre però parlano chiaro: dal giorno delle elezioni politiche del 18 settembre, l’Isaf ed i militari che ancora operano nella cornice di Enduring Freedom devono sopportare una media di circa tre caduti al giorno. Alla strage degli alpini dello scorso 9 ottobre altre hanno fatto seguito e presumibilmente se ne aggiungeranno di ulteriori, giacché il conflitto è giunto al suo tornante decisivo.


Focalizzando la propria offensiva nella provincia di Kandahar, heartland del movimento talibano storico, Petraeus ha in qualche modo indebolito la Shura di Quetta del Mullah Omar proprio nel momento in cui l’Esercito pakistano sembra aver adottato il concorrente network degli Haqqani, che è attivo soprattutto nell’Afghanistan orientale. Si dice persino che la vecchia dirigenza talibana tema ormai per la compattezza del suo movimento.


Sarebbe questa situazione ad aver incoraggiato l’apertura di colloqui paralleli ed indipendenti tra gli americani ed il governo di Kabul, da un lato, e i due maggiori tronconi della guerriglia, dall’altro. Per gli uni si tratta di allargare il cuneo tra le due organizzazioni ormai rivali; per gli altri di affermarsi come l’interlocutore privilegiato. Nel frattempo, nessuno rinuncia a giocare le sue carte. Tutti vogliono dimostrare più che mai la loro potenza. Il risultato netto è l’aumento della violenza.


Una delle ragioni che possono aver indotto Petraeus al cambio di approccio che ne ha contraddistinto l’arrivo sembra essere la volontà di offrire il prossimo dicembre al Congresso dei dati in qualche modo incoraggianti, oltre all’evidente e legittima ambizione personale di non compromettere con un fiasco il prestigio conquistato in Iraq.


Eliminare dalla scena il maggior numero possibile di insorti – sono ormai circa 90mila secondo stime attendibili – e proteggere le proprie forze è quindi tornato ad essere importante, anche se non lo si ammette pubblicamente più di tanto.


Si debbono infatti produrre risultati immediati e la prospettiva di breve periodo è diventata molto più importante di quella di lungo termine. Paradossalmente, il nuovo indirizzo ha ridotto gli attriti che avevano in precedenza contrassegnato i rapporti tra il Comandante statunitense e i militari italiani.


I nostri soldati hanno infatti cessato di essere importunati da generali come Stanley McChrystal che chiedevano di essere meno muscolari, ricorrendo alla forza con maggior flessibilità e accrescendo la frequenza dei propri pattugliamenti a piedi, invece di perlustrare in lungo e largo la propria area di competenza entro mezzi potentemente protetti. Occorre del resto ricordare come ciò accadesse mentre a Montecitorio si lamentava la circostanza che i nostri Lince fossero fatti in modo tale da costringere almeno un militare ad esporsi.


Di queste passate tensioni si avverte un’eco persino nelle pagine del più recente saggio di Bob Woodward nelle quali, oltre a rilievi assolutamente ingenerosi, si rinvengono alcune righe piuttosto significative a proposito dei cattivi rapporti che intercorrevano l’anno scorso tra McChrystal ed il nostro Rosario Castellano, che ne rigettava sistematicamente e bruscamente le raccomandazioni.


D’altra parte le istruzioni provenienti da Roma erano cristalline: le perdite dovevano essere assolutamente mantenute al più basso livello possibile, condizione essenziale del mantenimento del consenso politico alla prosecuzione della nostra missione. Dopotutto, agli italiani non spettava vincere una guerra che si stava rivelando ostica anche per gli americani, ma soltanto il compito di rimanervi dentro il più a lungo possibile.


Dai documenti divulgati da Wikeleaks gli addetti ai lavori hanno in effetti appreso pochi elementi nuovi. Sono state una sorpresa, ad esempio, le notizie relative alla lotta clandestina che avrebbe caratterizzato le relazioni tra la nostra intelligence e l’Nsd afghano e quelle che attesterebbero le valutazioni poco lusinghiere fatte dagli alleati americani nei confronti dei nostri 007.


Si indagherà probabilmente anche sull’indiscrezione relativa al trasferimento nel nostro paese di un non meglio identificato terrorista. E forse saranno depositate delle interrogazioni parlamentari per sapere effettivamente quanti nostri soldati siano stati finora feriti in Afghanistan.


Ma che almeno dal 2006 si combattesse pesantemente lo si sapeva. Certo,Wikileaks l'ha convalidato. Sul web sono finiti anche altri file di un certo interesse, quelli che descrivono la strategia adottata dal governo italiano per soddisfare le richieste alleate riducendo al minimo i rischi di tenuta della sua maggioranza in Parlamento: combattere negando di farlo, con la complicità di Washington, Londra, Bruxelles ed altre capitali compiacenti.


Come nelle prime fasi della campagna aerea per il Kosovo, tra l’estate 2006 e la primavera 2008 il nostro paese si sarebbe quindi adattato a recitare la parte dell’alleato recalcitrante, criticato anche pubblicamente dalla stampa e dai governi stranieri, mentre in realtà si onoravano al meglio gli impegni.


Era del resto accaduta la stessa cosa anche nei sei mesi del Nibbio, nel 2003, quando l’Italia aveva contribuito con mille uomini inviati nell’impervia zona di Khost alla prosecuzione di Enduring Freedom: una missione che l’incauto portavoce americano, colonnello Roger King, non aveva esitato a definire apertamente combat.


In quel semestre i nostri soldati condussero perlustrazioni ad ampio raggio, sostennero scontri a fuoco e vennero impegnati nei primi avio-assalti della storia dell’Esercito Italiano. Tutto all’oscuro dell'opinione pubblica, come la nostra rivista ha avuto modo di rivelare nei mesi scorsi.


Wikileaks ha detto invece poco o nulla di nuovo riguardo alle perdite inflitte dai nostri soldati, che secondo alcune voci ascenderebbero addirittura a 1.500 miliziani, e soprattutto a proposito delle eventuali vittime civili.


Siamo a conoscenza, infatti, soltanto di pochi casi isolati. Non sarebbe però sorprendente se ad un dato momento emergessero dati compromettenti. Stupisce anzi che i taliban non abbiano finora fatto nulla di serio per provocare incidenti in tal senso e permettere alla stampa occidentale di documentarli.


Nel complesso, comunque, l’informazione garantita dalla nostra Difesa è attualmente abbastanza trasparente. Può esserlo anche perché si giova di condizioni politiche generali teoricamente più permissive rispetto a quelle che contrassegnarono tanto l’esperienza del secondo governo Prodi quanto quella dell’esecutivo che lo precedette, presieduto da Berlusconi.


Ora come ora, gli italiani sono probabilmente gli unici cittadini occidentali ad essere informati in tempo reale degli incidenti che si concludono con la morte di qualche nostro militare. Soltanto a titolo di confronto, è utile ricordare come in Francia l’Eliseo abbia completamente avocato a sé la gestione delle comunicazioni luttuose.


Come sa chi ha accesso alla Bbc, i britannici vengono informati dei decessi anche con 24 ore di ritardo e ne occorrono non meno di altre 24 per conoscere l’identità dei caduti. Il governo degli Stati Uniti poi ha lungamente proibito persino la divulgazione delle immagini ritraenti le bare dei soldati uccisi.


Godiamo quindi di una maggior libertà d’informazione, sia rispetto al recente passato che in rapporto a quanto capita nei paesi nostri alleati. Ciò ovviamente non vuol dire che non si debba sapere sempre di più. Soprattutto non riduce affatto l’importanza del contributo dato da L’Espresso, che ha gettato un fascio di luce su quanto accade a profitto di un pubblico molto più ampio di quello invero ristretto dei consueti specialisti.

Fonte: Limes (15/10/2010)

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Benvenuti su Rai Due, ecco l’ultima operazione antimeridionale di Paragone

Gianluigi Paragone

Il film “Benvenuti al Sud” sta spopolando ai botteghini di tutta Italia: la commedia interpretata da Claudio Bisio e Alessandro Siani è un ritratto divertente e grottesco di un certo Sud, con paradossi e stereotipi scontati, ma almeno fa ridere. Ieri notte Gianluigi Paragone, ex direttore de La Padania e conduttore de L’ultima parola su Rai Due lancia un servizio sul Mezzogiorno per dimostrare che quello che racconta il film è vero, anzi la realtà è molto più grave. Nel video si alternano scene della pellicola di Bisio a interviste ed immagini degli inviati di Paragone. Il risultato è scandaloso.

Nella clip viene mostrato il quartiere napoletano di Scampia, poi un ospedale ad Amalfi costruito negli anni ’50 e mai aperto e, infine, interviste ad alcuni cittadini che, in un napoletano stretto, dicono che la mentalità del meridionale è così da trecento anni e non può essere cambiata. Evidentemente la redazione era a corto di idee, visto che le interviste sono riciclate da un servizio andato in onda nello stesso programma qualche mese fa.

Eppure, Paragone ha il coraggio di dire che non è difficile a Napoli ed al Sud riprendere quelle immagini. Al rientro in studio, con il solito sorrisetto beffardo e da saputello padano, Paragone fa intendere che il Mezzogiorno sia tutto così ed è una bestemmia per l’Italia intera. Quel servizio – diciamo la verità – è stata una porcata per vari motivi. Se un inviato va a Scampia o alla periferia di Palermo, Bari, Taranto…cosa crede di trovare? Ovviamente scene di degrado urbano, gente esasperata, piccoli e grandi casi di illegalità. Né più né meno di quello che potrebbe riprendere nell’hinterland di Milano, Torino, Padova. Avete mai passeggiato a Quarto Oggiaro a Milano? Sembra di essere a Scampia, se non fosse per l’accento diverso.

Poi l’ospedale di Amalfi, che da mezzo secolo non viene aperto. E’ vero, è uno scandalo, ma di storie così ce ne sono anche in Lombardia, Lazio, Veneto…perché non raccontarle? Insomma, ci chiediamo perché Paragone, che è un buon giornalista (lo scriviamo senza ironia), voglia a tutti i costi falsare la realtà e si compiace nel diffondere i soliti cliché sul Meridione. I problemi del Sud ci sono, nessuno vuole negarlo, ma la Rai, il servizio pubblico, dovrebbe mettere in risalto anche le cose positive del Mezzogiorno. Ci sono aziende che onestemente producono e danno lavoro a milioni di persone, professionisti seri, gente per bene, luoghi di incanto, cultura da vendere. Perché non ne parla Paragone?

Infine, una nota sulle reazioni in studio: erano presenti parlamentari del Pd, finiani, giornalisti. Nessuno ha mosso una critica al servizio, nessuno si è indignato. Il problema è che i meridionali sono abbandonati a sé stessi ed i partiti politici che tirano il Sud per la giacchetta non sono assolutamente in grado di curare gli interessi di 20 e passa milioni di italiani del Mezzogiorno.


Fonte:Il Sud


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Gianluigi Paragone

Il film “Benvenuti al Sud” sta spopolando ai botteghini di tutta Italia: la commedia interpretata da Claudio Bisio e Alessandro Siani è un ritratto divertente e grottesco di un certo Sud, con paradossi e stereotipi scontati, ma almeno fa ridere. Ieri notte Gianluigi Paragone, ex direttore de La Padania e conduttore de L’ultima parola su Rai Due lancia un servizio sul Mezzogiorno per dimostrare che quello che racconta il film è vero, anzi la realtà è molto più grave. Nel video si alternano scene della pellicola di Bisio a interviste ed immagini degli inviati di Paragone. Il risultato è scandaloso.

Nella clip viene mostrato il quartiere napoletano di Scampia, poi un ospedale ad Amalfi costruito negli anni ’50 e mai aperto e, infine, interviste ad alcuni cittadini che, in un napoletano stretto, dicono che la mentalità del meridionale è così da trecento anni e non può essere cambiata. Evidentemente la redazione era a corto di idee, visto che le interviste sono riciclate da un servizio andato in onda nello stesso programma qualche mese fa.

Eppure, Paragone ha il coraggio di dire che non è difficile a Napoli ed al Sud riprendere quelle immagini. Al rientro in studio, con il solito sorrisetto beffardo e da saputello padano, Paragone fa intendere che il Mezzogiorno sia tutto così ed è una bestemmia per l’Italia intera. Quel servizio – diciamo la verità – è stata una porcata per vari motivi. Se un inviato va a Scampia o alla periferia di Palermo, Bari, Taranto…cosa crede di trovare? Ovviamente scene di degrado urbano, gente esasperata, piccoli e grandi casi di illegalità. Né più né meno di quello che potrebbe riprendere nell’hinterland di Milano, Torino, Padova. Avete mai passeggiato a Quarto Oggiaro a Milano? Sembra di essere a Scampia, se non fosse per l’accento diverso.

Poi l’ospedale di Amalfi, che da mezzo secolo non viene aperto. E’ vero, è uno scandalo, ma di storie così ce ne sono anche in Lombardia, Lazio, Veneto…perché non raccontarle? Insomma, ci chiediamo perché Paragone, che è un buon giornalista (lo scriviamo senza ironia), voglia a tutti i costi falsare la realtà e si compiace nel diffondere i soliti cliché sul Meridione. I problemi del Sud ci sono, nessuno vuole negarlo, ma la Rai, il servizio pubblico, dovrebbe mettere in risalto anche le cose positive del Mezzogiorno. Ci sono aziende che onestemente producono e danno lavoro a milioni di persone, professionisti seri, gente per bene, luoghi di incanto, cultura da vendere. Perché non ne parla Paragone?

Infine, una nota sulle reazioni in studio: erano presenti parlamentari del Pd, finiani, giornalisti. Nessuno ha mosso una critica al servizio, nessuno si è indignato. Il problema è che i meridionali sono abbandonati a sé stessi ed i partiti politici che tirano il Sud per la giacchetta non sono assolutamente in grado di curare gli interessi di 20 e passa milioni di italiani del Mezzogiorno.


Fonte:Il Sud


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Meno credito per le imprese del Sud




Peggiora la condizione finanziaria delle imprese del Mezzogiorno nel primo trimestre dell'anno. E' quanto rileva Confcommercio nell'analisi dedicata all'accesso al credito delle imprese, appena resa nota.
Secondo le rilevazioni dell'associazione dei commercianti, al Sud “diminuisce il numero di imprese che ottiene un'apertura di credito dalle banche”. Ancora, nel Mezzogiorno “il denaro è risultato più caro” rispetto al resto d'Italia.
Complessivamente, migliora per le imprese italiane la possibilità di accesso al credito, ma Confcommercio avverte: "Siamo ancora lontani dai livelli pre-crisi".

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Peggiora la condizione finanziaria delle imprese del Mezzogiorno nel primo trimestre dell'anno. E' quanto rileva Confcommercio nell'analisi dedicata all'accesso al credito delle imprese, appena resa nota.
Secondo le rilevazioni dell'associazione dei commercianti, al Sud “diminuisce il numero di imprese che ottiene un'apertura di credito dalle banche”. Ancora, nel Mezzogiorno “il denaro è risultato più caro” rispetto al resto d'Italia.
Complessivamente, migliora per le imprese italiane la possibilità di accesso al credito, ma Confcommercio avverte: "Siamo ancora lontani dai livelli pre-crisi".

Eugenio Bennato presenta a Roma il libro "Brigante se more"




Domani alle 18.30 a Roma ci sarà una delegazione del Partito del Sud di Roma a salutare il mitico Eugenio Bennato che presenterà il libro: "Brigante se more", con aneddoti sulla famosa canzone che e' diventata uno degli inni del meridionalismo identitario e del nostro movimento, il Partito del Sud di Antonio Ciano e Beppe De Santis.

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Al Wine bar "Convoglia" di Roma (Via Giolitti, 36) martedì 19 ottobre alle ore 18.30, con la presentazione del libro di Eugenio Bennato: "Brigante se more", edito da Coniglio editore.
A presentarlo il giornalista Gaetano Menna.
E' uno showcase di presentazione del libro. Eugenio Bennato farà ascoltare qualche canzone alla chitarra mentre parla del libro.

Fonte e altri dettagli sull'evento: Musicalnews.com

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Domani alle 18.30 a Roma ci sarà una delegazione del Partito del Sud di Roma a salutare il mitico Eugenio Bennato che presenterà il libro: "Brigante se more", con aneddoti sulla famosa canzone che e' diventata uno degli inni del meridionalismo identitario e del nostro movimento, il Partito del Sud di Antonio Ciano e Beppe De Santis.

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Al Wine bar "Convoglia" di Roma (Via Giolitti, 36) martedì 19 ottobre alle ore 18.30, con la presentazione del libro di Eugenio Bennato: "Brigante se more", edito da Coniglio editore.
A presentarlo il giornalista Gaetano Menna.
E' uno showcase di presentazione del libro. Eugenio Bennato farà ascoltare qualche canzone alla chitarra mentre parla del libro.

Fonte e altri dettagli sull'evento: Musicalnews.com

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lunedì 18 ottobre 2010

Report Rai 3 del 17-10-2010 - Banca ARNER e il paradiso fiscale in Antigua


http://www.youtube.com/watch?v=9OSEEh1A75k


http://www.youtube.com/watch?v=9NT9eXhX5pY

Report Rai 3 del 17-10-2010 Banca ARNER e il paradiso fiscale in Antigua

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http://www.youtube.com/watch?v=9OSEEh1A75k


http://www.youtube.com/watch?v=9NT9eXhX5pY

Report Rai 3 del 17-10-2010 Banca ARNER e il paradiso fiscale in Antigua

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Rifiuti, i sindaci dell’area vesuviana pronti a ‘marciare su Roma’

Di Vincenzo Iurillo

Se Berlusconi non va da loro, saranno loro ad andare da Berlusconi. Sono pronti a marciare su Roma i sindaci dell’area vesuviana e i cittadini dei comitati che si battono da settimane contro l’apertura della seconda discarica di Cava Vitiello nel Parco Nazionale del Vesuvio. L’appuntamento è per venerdì prossimo sotto Palazzo Chigi e già sono stati affissi i manifesti tra Terzigno, Boscoreale, Trecase e Boscotrecase, i quattro comuni che affacciano sull’area dello sversatoio e subiscono l’odore nauseabondo proveniente dalla discarica già attiva, e quasi satura, di Cava Sari.


http://www.youtube.com/watch?v=yo1666QUa8E

L’iniziativa nasce dalla delusione per una promessa tradita. Come riferito in anteprima dal sindaco di Terzigno, il pidiellino Domenico Auricchio, Berlusconi nelle scorse settimane assicurò una sua imminente visita sui luoghi della discarica per studiare nuove soluzioni alla questione dello smaltimento dei rifiuti. Pareva il preannuncio dello stop all’apertura della seconda discarica. Ed i sindaci, quasi tutti di area pidiellina e comunque di centrodestra, hanno preferito per qualche giorno lasciar decantare la protesta istituzionale.

Ma i giorni sono trascorsi tra le dichiarazioni e le lettere di Guido Bertolaso con le quali il sottosegretario insiste nel chiedere l’apertura della seconda discarica (“è prevista dalla legge”), e le lamentele del premier. “Verrò non appena Tremonti mi darà i soldi per risolvere l’emergenza”, ha detto il Cavaliere. Cioè probabilmente mai.

Nel mentre, gli ultimi giorni hanno visto un inasprimento della protesta, con nuovi scontri e disordini nei pressi delle strade di accesso alla discarica. Sono stati bruciati altri camion. E l’altro ieri è stato arrestato un ragazzo di Boscoreale, di appena 18 anni, con l’accusa di aver incendiato un autocompattatore. Ma particolarmente pesante è il bilancio della notte tra sabato e domenica. Due autocompattatori dati alle fiamme, altri 5 danneggiati, decine di camion bloccati nella discarica. Gruppi di dimostranti hanno compiuto dei veri e propri raid, assaltando i mezzi e squarciando le ruote.

La tensione è tale che i sindaci di Boscoreale, Gennaro Langella, e Terzigno, Domenico Auricchio sono stati convocati in via d’urgenza dal prefetto di Napoli, Andrea De Martino nella sede della Prefettura di Napoli. Mentre il sindaco di Quarto, Sauro Secone, è pronto a dimettersi per protesta contro i continui danneggiamenti dei mezzi della ‘Quarto Multiservizi’, la municipalizzata che smaltisce i rifiuti e che sta incontrando notevoli difficoltà nello sversare in Cava Sari: “Ho segnalato alla Prefettura e alla Questura gli assalti subiti anche la scorsa notte. Ho chiesto invano nei giorni scorsi una turnazione equa dei comuni conferente a Terzigno, in modo da dare un po’ di respiro ai nostri dipendenti ma nessuno dalla regione Campania ci ha dato ascolto. Ora sono pronto per questo a dimettermi per protesta. Nessuno – dice Secone – vuole piu’ noleggiarci gli automezzi quando sanno che andiamo a sversare a Terzigno mentre da 7 mesi abbiamo chiuso in un garage bloccati dalla burocrazia della Regione Campania 3 scarrabili, due autocompattatori a 3 assi, un autocarro con gru a polipo, un furgonato per i rifiuti urbani pericolosi, un furgone con vasca. Gettiamo la spugna. Adesso la raccolta dei rifiuti a Quarto la faccia direttamente la regione accollandosi pero’ tutte le responsabilita’ politiche”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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Di Vincenzo Iurillo

Se Berlusconi non va da loro, saranno loro ad andare da Berlusconi. Sono pronti a marciare su Roma i sindaci dell’area vesuviana e i cittadini dei comitati che si battono da settimane contro l’apertura della seconda discarica di Cava Vitiello nel Parco Nazionale del Vesuvio. L’appuntamento è per venerdì prossimo sotto Palazzo Chigi e già sono stati affissi i manifesti tra Terzigno, Boscoreale, Trecase e Boscotrecase, i quattro comuni che affacciano sull’area dello sversatoio e subiscono l’odore nauseabondo proveniente dalla discarica già attiva, e quasi satura, di Cava Sari.


http://www.youtube.com/watch?v=yo1666QUa8E

L’iniziativa nasce dalla delusione per una promessa tradita. Come riferito in anteprima dal sindaco di Terzigno, il pidiellino Domenico Auricchio, Berlusconi nelle scorse settimane assicurò una sua imminente visita sui luoghi della discarica per studiare nuove soluzioni alla questione dello smaltimento dei rifiuti. Pareva il preannuncio dello stop all’apertura della seconda discarica. Ed i sindaci, quasi tutti di area pidiellina e comunque di centrodestra, hanno preferito per qualche giorno lasciar decantare la protesta istituzionale.

Ma i giorni sono trascorsi tra le dichiarazioni e le lettere di Guido Bertolaso con le quali il sottosegretario insiste nel chiedere l’apertura della seconda discarica (“è prevista dalla legge”), e le lamentele del premier. “Verrò non appena Tremonti mi darà i soldi per risolvere l’emergenza”, ha detto il Cavaliere. Cioè probabilmente mai.

Nel mentre, gli ultimi giorni hanno visto un inasprimento della protesta, con nuovi scontri e disordini nei pressi delle strade di accesso alla discarica. Sono stati bruciati altri camion. E l’altro ieri è stato arrestato un ragazzo di Boscoreale, di appena 18 anni, con l’accusa di aver incendiato un autocompattatore. Ma particolarmente pesante è il bilancio della notte tra sabato e domenica. Due autocompattatori dati alle fiamme, altri 5 danneggiati, decine di camion bloccati nella discarica. Gruppi di dimostranti hanno compiuto dei veri e propri raid, assaltando i mezzi e squarciando le ruote.

La tensione è tale che i sindaci di Boscoreale, Gennaro Langella, e Terzigno, Domenico Auricchio sono stati convocati in via d’urgenza dal prefetto di Napoli, Andrea De Martino nella sede della Prefettura di Napoli. Mentre il sindaco di Quarto, Sauro Secone, è pronto a dimettersi per protesta contro i continui danneggiamenti dei mezzi della ‘Quarto Multiservizi’, la municipalizzata che smaltisce i rifiuti e che sta incontrando notevoli difficoltà nello sversare in Cava Sari: “Ho segnalato alla Prefettura e alla Questura gli assalti subiti anche la scorsa notte. Ho chiesto invano nei giorni scorsi una turnazione equa dei comuni conferente a Terzigno, in modo da dare un po’ di respiro ai nostri dipendenti ma nessuno dalla regione Campania ci ha dato ascolto. Ora sono pronto per questo a dimettermi per protesta. Nessuno – dice Secone – vuole piu’ noleggiarci gli automezzi quando sanno che andiamo a sversare a Terzigno mentre da 7 mesi abbiamo chiuso in un garage bloccati dalla burocrazia della Regione Campania 3 scarrabili, due autocompattatori a 3 assi, un autocarro con gru a polipo, un furgonato per i rifiuti urbani pericolosi, un furgone con vasca. Gettiamo la spugna. Adesso la raccolta dei rifiuti a Quarto la faccia direttamente la regione accollandosi pero’ tutte le responsabilita’ politiche”.

Fonte: Il Fatto Quotidiano

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Il sindaco di Motta Santa Lucia contro il museo del Lombroso


MOTTA SANTA LUCIA (CZ) – In molte redazioni è giunta la nota del sindaco del paese calabrese, l’avv. Amedeo Colacino, che si scaglia contro “l’obbrobrio” del museo anti-meridionale di Cesare Lombroso a Torino.
Lo scienziato ottocentesco aveva creato la teoria dell’ “atavismo criminale”, che sosteneva che la conformazione fisica ed etnica dell’individuo portava ad una naturale propensione a delinquere.

Di conseguenza le sue conclusioni furono che la gente del Sud Italia era “intellettualmente arretrata” poiché le ossa facciali riconducevano direttamente all’essenza criminale.
I suoi studi si incentrarono sul sezionamento di miglia di corpi di caduti del Sud, che la storiografia chiamò con l’appellativo di Briganti, i quali si opposero all’Unità d’Italia, e tra questi il brigante Giuseppe Villella di Motta Santa Lucia, di cui Lombroso amava tenere il teschio sulla scrivania come ferma carte.
Inutile ricordare che tale teoria razziale fu poi ripresa contro gli ebrei dai nazisti negli anni’ 30.
La nota del sindaco, diffusa dal Comitato Tecnico Scientifico No Lombroso, è molto esplicita:

“Ma che Italia è mai questa? mi chiedo con sgomento. Già molto tempo fa abbiamo deliberato come giunta per la restituzione del teschio del nostro concittadino Villella Giuseppe, orrendamente esposto oggi, nel 2010! nel riaperto Museo di Antropolgia Criminale "Cesare Lombroso" di Torino. Abbiamo inviato richiesta ufficiale al ministro dell’Interno, al Ministro Pubblica amministrazione e al Direttore del Museo Lombroso di Torino. Silenzio assoluto ad oggi la loro risposta. Allora ancora mi chiedo, con quale diritto quell’assurdo, anacronistico e indegno museo mantiene rinchiusi i resti del mio trisavolo e quelli di svariate centinaia di uomini, donne e bambini, quando è noto a tutto il mondo che le teorie del Lombroso sono state non solo confutate da oltre un secolo poiché prive di ogni fondamento scientifico, ma giudicate unanimamente come fantasie da pura stregoneria. Come è stato possibile spendere cifre milionarie per riaprire un tale inutile museo quando la ricerca universitaria italiana langue nella miseria piú disperata? Perché il mio Paese Motta S. Lucia, la mia Calabria e il SUD intero devono subire questo gratuito oltraggio proprio in occasione del 150 esimo dell’unità d’Italia? Mi risponda Sig. Presidente Giorgio Napolitano, almeno Lei mi risponda!"
Amedeo Colacino, Sindaco di Motta S. Lucia

Più volte la Redazione di Info Oggi si è occupata delle verità storiche sul cosiddetto Risorgimento e la nota del sindaco non fa che aggiungere un altro tassello a tali verità.

Fonte:Infooggi.com
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MOTTA SANTA LUCIA (CZ) – In molte redazioni è giunta la nota del sindaco del paese calabrese, l’avv. Amedeo Colacino, che si scaglia contro “l’obbrobrio” del museo anti-meridionale di Cesare Lombroso a Torino.
Lo scienziato ottocentesco aveva creato la teoria dell’ “atavismo criminale”, che sosteneva che la conformazione fisica ed etnica dell’individuo portava ad una naturale propensione a delinquere.

Di conseguenza le sue conclusioni furono che la gente del Sud Italia era “intellettualmente arretrata” poiché le ossa facciali riconducevano direttamente all’essenza criminale.
I suoi studi si incentrarono sul sezionamento di miglia di corpi di caduti del Sud, che la storiografia chiamò con l’appellativo di Briganti, i quali si opposero all’Unità d’Italia, e tra questi il brigante Giuseppe Villella di Motta Santa Lucia, di cui Lombroso amava tenere il teschio sulla scrivania come ferma carte.
Inutile ricordare che tale teoria razziale fu poi ripresa contro gli ebrei dai nazisti negli anni’ 30.
La nota del sindaco, diffusa dal Comitato Tecnico Scientifico No Lombroso, è molto esplicita:

“Ma che Italia è mai questa? mi chiedo con sgomento. Già molto tempo fa abbiamo deliberato come giunta per la restituzione del teschio del nostro concittadino Villella Giuseppe, orrendamente esposto oggi, nel 2010! nel riaperto Museo di Antropolgia Criminale "Cesare Lombroso" di Torino. Abbiamo inviato richiesta ufficiale al ministro dell’Interno, al Ministro Pubblica amministrazione e al Direttore del Museo Lombroso di Torino. Silenzio assoluto ad oggi la loro risposta. Allora ancora mi chiedo, con quale diritto quell’assurdo, anacronistico e indegno museo mantiene rinchiusi i resti del mio trisavolo e quelli di svariate centinaia di uomini, donne e bambini, quando è noto a tutto il mondo che le teorie del Lombroso sono state non solo confutate da oltre un secolo poiché prive di ogni fondamento scientifico, ma giudicate unanimamente come fantasie da pura stregoneria. Come è stato possibile spendere cifre milionarie per riaprire un tale inutile museo quando la ricerca universitaria italiana langue nella miseria piú disperata? Perché il mio Paese Motta S. Lucia, la mia Calabria e il SUD intero devono subire questo gratuito oltraggio proprio in occasione del 150 esimo dell’unità d’Italia? Mi risponda Sig. Presidente Giorgio Napolitano, almeno Lei mi risponda!"
Amedeo Colacino, Sindaco di Motta S. Lucia

Più volte la Redazione di Info Oggi si è occupata delle verità storiche sul cosiddetto Risorgimento e la nota del sindaco non fa che aggiungere un altro tassello a tali verità.

Fonte:Infooggi.com

domenica 17 ottobre 2010

Capaccio-Paestum. Presentazione del libro di Pino Aprile "Terroni"


http://www.youtube.com/watch?v=7WD6HHQihsY


Servizio di Katiuscia Cavallo e Alfonso Verruccio per "Pagine del Cilento".

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http://www.youtube.com/watch?v=7WD6HHQihsY


Servizio di Katiuscia Cavallo e Alfonso Verruccio per "Pagine del Cilento".

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