martedì 21 settembre 2010

Vent'anni fa l'uccisione del "giudice ragazzino"

Da solo in macchina e senza scorta si stava recando da Canicattì in tribunale ad Agrigento. I sicari lo aspettavano e quando lo videro lo inseguirono, cercarono di speronarlo, lo costrinsero a fermarsi. Un testimone vide con sgomento che Rosario Livatino, dopo avere abbandonato l'auto, cercò una disperata fuga per le campagne ma il gruppo di fuoco lo raggiunse e lo uccise. Così moriva 20 anni fa un "giudice ragazzino" che svolgeva il suo lavoro con scrupolo ma anche con una visione ideale del proprio ruolo. Cercava di dare "un'anima alla legge" aveva spiegato in una conferenza poco prima di essere eliminato.

Era la mattina del 21 settembre 1990. Livatino aveva 36 anni ma già si era occupato delle prime avvisaglie di una tangentopoli siciliana e di vicende di mafia che avevano rivelato l'esistenza della "stidda", un'organizzazione in ascesa che contendeva a Cosa nostra il controllo delle nuove frontiere criminali: appalti, traffico di droga, riciclaggio. Due dei quattro sicari, Domenico Pace e Paolo Amico, furono arrestati subito in Germania dove avevano cercato rifugio. Vennero individuati sulla base delle indicazioni di un agente di commercio, Pietro Ivano Nava, che al momento dell'agguato stava viaggiando sulla Agrigento-Canicattì.

Scoperti anche gli altri responsabili e i mandanti per i quali sono stati celebrati tre distinti processi. Dalle indagini è emerso che Livatino venne ucciso perché "perseguiva le cosche mafiose impedendone l'attività criminale, laddove si sarebbe preteso un trattamento lassista, cioé una gestione giudiziaria se non compiacente, almeno, pur inconsapevolmente, debole, che è poi quella non rara che ha consentito la proliferazione, il rafforzamento e l'espansione della mafia". Il progetto criminale era stato ideato da Giovanni Avarello, esponente di una cosca emergente a Canicattì contrapposta a un vecchio clan capeggiato da Giuseppe Di Caro e legato a Cosa nostra.

Con l'uccisione del giudice "ragazzino" la "stidda" avrebbe voluto dare una dimostrazione di forza a Cosa nostra. Pace e Amato sono stati condannati all'ergastolo con gli altri due componenti del gruppo di fuoco, Giovanni Avarello e Gaetano Puzzangaro. Nell'altro filone processuale alla stessa pena sono stati condannati come mandanti Antonio Gallea, Salvatore Calafato, Salvatore Parla e Giuseppe Montanti. Quest'ultimo, arrestato ad Acapulco dove aveva seguito la figlia in viaggio di nozze: avrebbe messo a disposizione del commando una abitazione e mantenuto i contatti con alcuni latitanti all'estero.

A pene minori sono stati condannati i pentiti Giovanni Calafato e Giuseppe Croce Benvenuto. Sulla vicenda di Livatino, per il quale la Curia di Agrigento ha promosso un processo di "beatificazione", è nata una polemica che ha coinvolto l'ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che in una "esternazione" durante l'inaugurazione del tribunale di Gela aveva attaccato i "giudici ragazzini". L'espressione usata in quella occasione provocò forti reazioni e venne ripresa nel titolo del libro di Nando Dalla Chiesa su Livatino. Cossiga ha sempre negato che si riferisse al magistrato ucciso.

Fonte: Siciliaweb

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Da solo in macchina e senza scorta si stava recando da Canicattì in tribunale ad Agrigento. I sicari lo aspettavano e quando lo videro lo inseguirono, cercarono di speronarlo, lo costrinsero a fermarsi. Un testimone vide con sgomento che Rosario Livatino, dopo avere abbandonato l'auto, cercò una disperata fuga per le campagne ma il gruppo di fuoco lo raggiunse e lo uccise. Così moriva 20 anni fa un "giudice ragazzino" che svolgeva il suo lavoro con scrupolo ma anche con una visione ideale del proprio ruolo. Cercava di dare "un'anima alla legge" aveva spiegato in una conferenza poco prima di essere eliminato.

Era la mattina del 21 settembre 1990. Livatino aveva 36 anni ma già si era occupato delle prime avvisaglie di una tangentopoli siciliana e di vicende di mafia che avevano rivelato l'esistenza della "stidda", un'organizzazione in ascesa che contendeva a Cosa nostra il controllo delle nuove frontiere criminali: appalti, traffico di droga, riciclaggio. Due dei quattro sicari, Domenico Pace e Paolo Amico, furono arrestati subito in Germania dove avevano cercato rifugio. Vennero individuati sulla base delle indicazioni di un agente di commercio, Pietro Ivano Nava, che al momento dell'agguato stava viaggiando sulla Agrigento-Canicattì.

Scoperti anche gli altri responsabili e i mandanti per i quali sono stati celebrati tre distinti processi. Dalle indagini è emerso che Livatino venne ucciso perché "perseguiva le cosche mafiose impedendone l'attività criminale, laddove si sarebbe preteso un trattamento lassista, cioé una gestione giudiziaria se non compiacente, almeno, pur inconsapevolmente, debole, che è poi quella non rara che ha consentito la proliferazione, il rafforzamento e l'espansione della mafia". Il progetto criminale era stato ideato da Giovanni Avarello, esponente di una cosca emergente a Canicattì contrapposta a un vecchio clan capeggiato da Giuseppe Di Caro e legato a Cosa nostra.

Con l'uccisione del giudice "ragazzino" la "stidda" avrebbe voluto dare una dimostrazione di forza a Cosa nostra. Pace e Amato sono stati condannati all'ergastolo con gli altri due componenti del gruppo di fuoco, Giovanni Avarello e Gaetano Puzzangaro. Nell'altro filone processuale alla stessa pena sono stati condannati come mandanti Antonio Gallea, Salvatore Calafato, Salvatore Parla e Giuseppe Montanti. Quest'ultimo, arrestato ad Acapulco dove aveva seguito la figlia in viaggio di nozze: avrebbe messo a disposizione del commando una abitazione e mantenuto i contatti con alcuni latitanti all'estero.

A pene minori sono stati condannati i pentiti Giovanni Calafato e Giuseppe Croce Benvenuto. Sulla vicenda di Livatino, per il quale la Curia di Agrigento ha promosso un processo di "beatificazione", è nata una polemica che ha coinvolto l'ex presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che in una "esternazione" durante l'inaugurazione del tribunale di Gela aveva attaccato i "giudici ragazzini". L'espressione usata in quella occasione provocò forti reazioni e venne ripresa nel titolo del libro di Nando Dalla Chiesa su Livatino. Cossiga ha sempre negato che si riferisse al magistrato ucciso.

Fonte: Siciliaweb

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Mercogliano “capitale del Sud” per due giorni…


Doppia manifestazione all’insegna della storia, della cultura e dello sport dell’ex Regno delle Due Sicilie e del Sud.

Mercoledì 22 settembre ore 18.00, Sala “I Santi”, viale S. Modestino 4 (Mercogliano) presentazione del libro di Pino Aprile “Terroni” con interventi dell’autore, di Vincenzo Gulì, Guglielmo Di Grezia e di Carmine Colacino.

Giovedì 23 settembre, ore 16.00, Centro Sportivo Mercogliano (V. Nazionale) Trofeo del Mediterraneo con la Nazionale di Calcio delle Due Sicilie e la Nazionale di Gozo, due rappresentative di calcio dei Popoli senza Nazione.

Nell’anno delle celebrazioni per i 150 anni dell’Italia unita, in un momento politico articolato e delicato, di fronte alle prossime sfide federalistiche e con un Sud sempre meno rappresentato e difeso, è sempre più necessario ricostruire la verità storica sul cosiddetto “Risorgimento” e su questioni meridionali tuttora drammatiche e irrisolte.

Il best-seller “Terroni (tutto quello che è stato fatto perché gli Italiani del Sud diventassero meridionali)” ha superato, ormai, a soli 6 mesi dalla sua pubblicazione, le venti ristampe: un libro-verità sulla storia dell’unificazione italiana con un’analisi spesso cruda ma oggettiva del passato remoto e anche prossimo dei rapporti Nord-Sud e una serie di prospettive sul futuro dell’Italia…

La Nazionale di Calcio delle Due Sicilie è reduce dalla partecipazione ai mondiali di calcio di Malta dei Popoli senza Nazione vinta dalla Nazionale della Padania: inno nazionale di Giovanni Paisiello e colori borbonici sulle maglie, è momento di aggregazione giovanile e segnale di ricerca di orgoglio…


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Doppia manifestazione all’insegna della storia, della cultura e dello sport dell’ex Regno delle Due Sicilie e del Sud.

Mercoledì 22 settembre ore 18.00, Sala “I Santi”, viale S. Modestino 4 (Mercogliano) presentazione del libro di Pino Aprile “Terroni” con interventi dell’autore, di Vincenzo Gulì, Guglielmo Di Grezia e di Carmine Colacino.

Giovedì 23 settembre, ore 16.00, Centro Sportivo Mercogliano (V. Nazionale) Trofeo del Mediterraneo con la Nazionale di Calcio delle Due Sicilie e la Nazionale di Gozo, due rappresentative di calcio dei Popoli senza Nazione.

Nell’anno delle celebrazioni per i 150 anni dell’Italia unita, in un momento politico articolato e delicato, di fronte alle prossime sfide federalistiche e con un Sud sempre meno rappresentato e difeso, è sempre più necessario ricostruire la verità storica sul cosiddetto “Risorgimento” e su questioni meridionali tuttora drammatiche e irrisolte.

Il best-seller “Terroni (tutto quello che è stato fatto perché gli Italiani del Sud diventassero meridionali)” ha superato, ormai, a soli 6 mesi dalla sua pubblicazione, le venti ristampe: un libro-verità sulla storia dell’unificazione italiana con un’analisi spesso cruda ma oggettiva del passato remoto e anche prossimo dei rapporti Nord-Sud e una serie di prospettive sul futuro dell’Italia…

La Nazionale di Calcio delle Due Sicilie è reduce dalla partecipazione ai mondiali di calcio di Malta dei Popoli senza Nazione vinta dalla Nazionale della Padania: inno nazionale di Giovanni Paisiello e colori borbonici sulle maglie, è momento di aggregazione giovanile e segnale di ricerca di orgoglio…


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NUCLEARE - Presa diretta - Rai Tre Trasmissione del 19/09/2010





Le centrali nucleari sono sicure per la salute di quelli che ci vivono attorno? Che fine fanno le centinaia di tonnellate di scorie radioattive prodotte dalle centrali?
E infine, come sono le centrali nucleari che il Governo Berlusconi vuole far costruire in Italia?

Per rispondere a questa domanda PRESADIRETTA ha mandato i suoi inviati in Finlandia, Germania, Francia, Inghilterra, i paesi europei che da più anni convivono con l'industria nucleare dell'energia.

Con NUCLEARE Presadiretta vi fa conoscere i più importanti studi scientifici internazionali sull'aumento della frequenza dei tumori attorno alle centrali nucleari; vi fa vedere da vicino i grandi depositi di riprocessamento e di stoccaggio delle scorie in Germania, Francia e in Inghilterra, vi porta negli unici due cantieri dell'EPR, la centrale nucleare francese di nuova generazione che l'Italia sta per comprare, per sentire cosa ne pensano i progettisti, gli ingegneri e i lavoratori che le stanno costruendo.
Guarda tutti i video Rai su: http://www.rai.tv

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Le centrali nucleari sono sicure per la salute di quelli che ci vivono attorno? Che fine fanno le centinaia di tonnellate di scorie radioattive prodotte dalle centrali?
E infine, come sono le centrali nucleari che il Governo Berlusconi vuole far costruire in Italia?

Per rispondere a questa domanda PRESADIRETTA ha mandato i suoi inviati in Finlandia, Germania, Francia, Inghilterra, i paesi europei che da più anni convivono con l'industria nucleare dell'energia.

Con NUCLEARE Presadiretta vi fa conoscere i più importanti studi scientifici internazionali sull'aumento della frequenza dei tumori attorno alle centrali nucleari; vi fa vedere da vicino i grandi depositi di riprocessamento e di stoccaggio delle scorie in Germania, Francia e in Inghilterra, vi porta negli unici due cantieri dell'EPR, la centrale nucleare francese di nuova generazione che l'Italia sta per comprare, per sentire cosa ne pensano i progettisti, gli ingegneri e i lavoratori che le stanno costruendo.
Guarda tutti i video Rai su: http://www.rai.tv

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QUANDO IL FERRO CONTAVA PIU' DELL'ORO

di Fernando Riccardi



Intorno al 1850 il re di Napoli Ferdinando II di Borbone pensò bene di rispolverare un progetto cui già suo nonno aveva messo mano sul declinare del secolo precedente: lo sfruttamento delle miniere di ferro in Terra di Lavoro. Nel 1778 a Settefrati, in località Madonna di Canneto, a più di mille metri di altezza, era iniziata la costruzione di uno stabilimento siderurgico i cui macchinari, servendosi della forza motrice generata dalle acque del fiume Melfa, alimentavano le cosiddette “macchine soffianti” che trasformavano la limonite estratta dalle miniere in ferro e ghisa Una decina di anni dopo, però, l’impresa fu abbandonata per una serie molteplice di ragioni: la scomodità del sito che, specie d’inverno, con il freddo intenso e la neve, diventava di fatto inospitale; l’assenza totale o quasi di vie di comunicazione che comportava enormi problemi per il trasporto dei manufatti e, infine, la non eccelsa qualità della materia prima. La limonite, infatti, contaminata da tracce di rame e di argento, non assicurava una riuscita ottimale del prodotto finito. E, dovendo la ghisa e il ferro trovare impiego soprattutto nell’industria navale da guerra, la cosa non era assolutamente di poco conto. Alla fine del XVIII secolo lo stabilimento di Canneto venne definitivamente abbandonato. Cinquant’anni più tardi Ferdinando II volle riprovarci; nubi dense di tempesta stavano per addensarsi sul suo regno e diventava indispensabile incrementare sempre di più l’industria bellica. Egli, però, non ripeté l’errore del nonno e decise di andare in altra direzione, sguinzagliando i suoi ingegneri alla ricerca di nuovi giacimenti da sfrutta-re. La zona, del resto, si prestava meravigliosamente alla bisogna; fin dal-l’antichità, i Romani, e prima di loro i Sanniti e prima ancora gli Etruschi, avevano combattuto cruente battaglie per assicurarsi il possesso delle miniere di ferro dei monti della Meta. Anzi, a quanto pare, fu proprio la presenza di tale prezioso minerale che indusse gli Etruschi a giungere nel Lazio meridionale, per passare poi in Campania dove i prodotti in ferro trovavano florido mercato. “La ricca zona mineraria del monte Meta – scrive il Colasanti - costituì indubbiamente la ricchezza di Atina potens, la vetusta città che sorse ai suoi piedi e le cui officine per la lavorazione dei metalli furono rinomate nella remota antichità”. Ben presto l’impegno del re di Napoli fu coronato da successo: nuovi giacimenti di limonite o, meglio, di ematite bruna compatta, furono scovati a San Donato, sulle falde della montagna denominata ‘Rave rossa’, oggi monte Calvario, e poi anche ad Alvito e a Campoli. A questo punto si rese necessaria la costruzione di un nuovo stabilimento: non era pensabile, infatti, ripristinare il vecchio impianto di Canneto ormai da tempo in disuso. La scelta ricadde allora su Rosanisco, piccola frazione di Atina, in un sito collocato a 200 metri dalla sponda destra del fiume Melfa, poco distante dalla ‘Sferracavalli’, la strada rotabile che conduceva a San Germano, l’odierna Cassino. Nel 1855 i-niziarono i lavori e nel giugno del 1858 vi fu la cerimonia di inaugurazione. Ancora oggi si possono ammirare le strutture murarie del grande complesso siderurgico che gli abitanti del luogo chiamano comunemente ‘la ferriera’. Di lì a poco tempo nella ‘magona di Atina’ (la magona è un’officina dove si effettua la prima lavorazione del minerale grezzo) entrò in funzione un altoforno che, lavorando la limonite estratta dalla miniera di San Donato, sfornava ghisa di buona qualità. In quel periodo si giunse a produrre giornalmente 3.100 chilogrammi di ferro grezzo. Ma proprio quando tutto sembrava avviato per il meglio… nel Sud irruppero Garibaldi, i Savoia e compagnia cantando. Il consunto regno meridionale si dissolse in un attimo e anche ciò che di buono i Borbone avevano creato ‘andò a farsi friggere’: pensiamo al poderoso complesso industriale della Valle del Liri che, in pochi anni, cessò praticamente di esistere, annientato dalla con-correnza delle fabbriche del nord Italia e da una politica miope dei nuovi governanti. La stessa sorte nefasta subì l’industria mineraria. Alla fine del 1860 la ‘magona di Atina’ venne chiusa, depredata e abbandonata. Presa in carico dal neonato stato italiano, passò dal ministero della Guerra a quello delle Finanze che la mise in vendita. Nel 1878 i fratelli Visocchi, che già possedevano una cartiera ad Atina, acquistarono lo stabilimento di Rosani-sco e lo adibirono ad altre funzioni. Le miniere di limonite di San Donato, così come le altre della valle, furono definitivamente abbandonate.

Fonte: Il Cronista 1-9/2007

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di Fernando Riccardi



Intorno al 1850 il re di Napoli Ferdinando II di Borbone pensò bene di rispolverare un progetto cui già suo nonno aveva messo mano sul declinare del secolo precedente: lo sfruttamento delle miniere di ferro in Terra di Lavoro. Nel 1778 a Settefrati, in località Madonna di Canneto, a più di mille metri di altezza, era iniziata la costruzione di uno stabilimento siderurgico i cui macchinari, servendosi della forza motrice generata dalle acque del fiume Melfa, alimentavano le cosiddette “macchine soffianti” che trasformavano la limonite estratta dalle miniere in ferro e ghisa Una decina di anni dopo, però, l’impresa fu abbandonata per una serie molteplice di ragioni: la scomodità del sito che, specie d’inverno, con il freddo intenso e la neve, diventava di fatto inospitale; l’assenza totale o quasi di vie di comunicazione che comportava enormi problemi per il trasporto dei manufatti e, infine, la non eccelsa qualità della materia prima. La limonite, infatti, contaminata da tracce di rame e di argento, non assicurava una riuscita ottimale del prodotto finito. E, dovendo la ghisa e il ferro trovare impiego soprattutto nell’industria navale da guerra, la cosa non era assolutamente di poco conto. Alla fine del XVIII secolo lo stabilimento di Canneto venne definitivamente abbandonato. Cinquant’anni più tardi Ferdinando II volle riprovarci; nubi dense di tempesta stavano per addensarsi sul suo regno e diventava indispensabile incrementare sempre di più l’industria bellica. Egli, però, non ripeté l’errore del nonno e decise di andare in altra direzione, sguinzagliando i suoi ingegneri alla ricerca di nuovi giacimenti da sfrutta-re. La zona, del resto, si prestava meravigliosamente alla bisogna; fin dal-l’antichità, i Romani, e prima di loro i Sanniti e prima ancora gli Etruschi, avevano combattuto cruente battaglie per assicurarsi il possesso delle miniere di ferro dei monti della Meta. Anzi, a quanto pare, fu proprio la presenza di tale prezioso minerale che indusse gli Etruschi a giungere nel Lazio meridionale, per passare poi in Campania dove i prodotti in ferro trovavano florido mercato. “La ricca zona mineraria del monte Meta – scrive il Colasanti - costituì indubbiamente la ricchezza di Atina potens, la vetusta città che sorse ai suoi piedi e le cui officine per la lavorazione dei metalli furono rinomate nella remota antichità”. Ben presto l’impegno del re di Napoli fu coronato da successo: nuovi giacimenti di limonite o, meglio, di ematite bruna compatta, furono scovati a San Donato, sulle falde della montagna denominata ‘Rave rossa’, oggi monte Calvario, e poi anche ad Alvito e a Campoli. A questo punto si rese necessaria la costruzione di un nuovo stabilimento: non era pensabile, infatti, ripristinare il vecchio impianto di Canneto ormai da tempo in disuso. La scelta ricadde allora su Rosanisco, piccola frazione di Atina, in un sito collocato a 200 metri dalla sponda destra del fiume Melfa, poco distante dalla ‘Sferracavalli’, la strada rotabile che conduceva a San Germano, l’odierna Cassino. Nel 1855 i-niziarono i lavori e nel giugno del 1858 vi fu la cerimonia di inaugurazione. Ancora oggi si possono ammirare le strutture murarie del grande complesso siderurgico che gli abitanti del luogo chiamano comunemente ‘la ferriera’. Di lì a poco tempo nella ‘magona di Atina’ (la magona è un’officina dove si effettua la prima lavorazione del minerale grezzo) entrò in funzione un altoforno che, lavorando la limonite estratta dalla miniera di San Donato, sfornava ghisa di buona qualità. In quel periodo si giunse a produrre giornalmente 3.100 chilogrammi di ferro grezzo. Ma proprio quando tutto sembrava avviato per il meglio… nel Sud irruppero Garibaldi, i Savoia e compagnia cantando. Il consunto regno meridionale si dissolse in un attimo e anche ciò che di buono i Borbone avevano creato ‘andò a farsi friggere’: pensiamo al poderoso complesso industriale della Valle del Liri che, in pochi anni, cessò praticamente di esistere, annientato dalla con-correnza delle fabbriche del nord Italia e da una politica miope dei nuovi governanti. La stessa sorte nefasta subì l’industria mineraria. Alla fine del 1860 la ‘magona di Atina’ venne chiusa, depredata e abbandonata. Presa in carico dal neonato stato italiano, passò dal ministero della Guerra a quello delle Finanze che la mise in vendita. Nel 1878 i fratelli Visocchi, che già possedevano una cartiera ad Atina, acquistarono lo stabilimento di Rosani-sco e lo adibirono ad altre funzioni. Le miniere di limonite di San Donato, così come le altre della valle, furono definitivamente abbandonate.

Fonte: Il Cronista 1-9/2007

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lunedì 20 settembre 2010

I cento "uomini di ferro" e la rivoluzione meridionale



Il Partito del Sud supera i cento iscritti e sta costruendo nei fatti la base del movimento meridionalista che vuole portare a compimento la "rivoluzione meridionale" auspicata da Guido Dorso.
Ovviamente parliamo di una rivoluzione pacifica, con metodi democratici e non violenti, ma che finalmente renda questo nostro paese piu' libero, piu' giusto e piu' solidale e soprattutto piu' uguale nei suoi territori per possibilità e per sviluppo, superando una situazione coloniale del Mezzogiorno che dura da quasi 150 anni.
Preferiamo questa strada piuttosto che il solo urlare sulla rete slogan o proposte di indipendentismo vaghe e inconcludenti, vogliamo essere un movimento dalla parte del popolo e per il popolo meridionale, senza richiuderci nel ghetto dell' "azione culturale" e della sola diffusione della verità storica. Quest'ultima, come tutti quelli che ci seguono sanno benissimo, e' alla base del nostro movimento meridionalista ed identitario ma secondo noi deve essere accompagnata da ricette moderne e praticabili per la nostra terra ed il suo futuro, altrimenti rimane uno sterile esercizio "pseudo-intellettuale" e territorio di inutili diatribe sui dettagli della verità storica sul cosidetto "risorgimento" (che per noi e' stato tale solo per il Nord...)per dividersi in gruppi e gruppetti.
Organizzare un grande movimento, farlo crescere con la partecipazione dei suoi iscritti, queste le nostre priorità per formare la nuova classe dirigente. Molti altri movimenti meridionalisti, che hanno sempre gli stessi leader da anni, non capiscono che e' il momento di cambiare passo e soprattutto cambiare metodi, meno personalismi e meno approssimazione nell'organizzazione sono necessari ed improcrastionabili.
Alcuni compatrioti li abbiamo persi per strada, forse perche' erano incapaci di lavorare in squadra e troppo concentrati sulle loro personali voglie ed aspirazioni, molti di piu' ne abbiamo acquistato e ne stiamo acquistando e credo che avere sezioni e referenti del Partito del Sud nelle maggiori città italiani come Napoli, Roma, Palermo,Torino e Milano sia una chiara dimostrazione di crescita.
Le prossime tappe saranno il congresso di Napoli il 25 settembre prima e l'incontro di Palermo poi, noi siamo pronti a discutere delle possibilità di crescita con gli amici siciliani e con gli altri movimenti meridionalisti e sicilianisti che confluiranno nel nostro movimento e/o con quelli che vorrano fare con noi accordi di tipo confederativo o di altro tipo; essenziale e' chiarirsi da subito su obiettivi, linea politica e regole condivise. E così, da uomini liberi, troveremo la nostra strada e la "rivoluzione meridionale" avrà finalmente inizio.
Avanti SUD!

Enzo Riccio
Segr. Org. Nazionale
PARTITO DEL SUD

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Il Partito del Sud supera i cento iscritti e sta costruendo nei fatti la base del movimento meridionalista che vuole portare a compimento la "rivoluzione meridionale" auspicata da Guido Dorso.
Ovviamente parliamo di una rivoluzione pacifica, con metodi democratici e non violenti, ma che finalmente renda questo nostro paese piu' libero, piu' giusto e piu' solidale e soprattutto piu' uguale nei suoi territori per possibilità e per sviluppo, superando una situazione coloniale del Mezzogiorno che dura da quasi 150 anni.
Preferiamo questa strada piuttosto che il solo urlare sulla rete slogan o proposte di indipendentismo vaghe e inconcludenti, vogliamo essere un movimento dalla parte del popolo e per il popolo meridionale, senza richiuderci nel ghetto dell' "azione culturale" e della sola diffusione della verità storica. Quest'ultima, come tutti quelli che ci seguono sanno benissimo, e' alla base del nostro movimento meridionalista ed identitario ma secondo noi deve essere accompagnata da ricette moderne e praticabili per la nostra terra ed il suo futuro, altrimenti rimane uno sterile esercizio "pseudo-intellettuale" e territorio di inutili diatribe sui dettagli della verità storica sul cosidetto "risorgimento" (che per noi e' stato tale solo per il Nord...)per dividersi in gruppi e gruppetti.
Organizzare un grande movimento, farlo crescere con la partecipazione dei suoi iscritti, queste le nostre priorità per formare la nuova classe dirigente. Molti altri movimenti meridionalisti, che hanno sempre gli stessi leader da anni, non capiscono che e' il momento di cambiare passo e soprattutto cambiare metodi, meno personalismi e meno approssimazione nell'organizzazione sono necessari ed improcrastionabili.
Alcuni compatrioti li abbiamo persi per strada, forse perche' erano incapaci di lavorare in squadra e troppo concentrati sulle loro personali voglie ed aspirazioni, molti di piu' ne abbiamo acquistato e ne stiamo acquistando e credo che avere sezioni e referenti del Partito del Sud nelle maggiori città italiani come Napoli, Roma, Palermo,Torino e Milano sia una chiara dimostrazione di crescita.
Le prossime tappe saranno il congresso di Napoli il 25 settembre prima e l'incontro di Palermo poi, noi siamo pronti a discutere delle possibilità di crescita con gli amici siciliani e con gli altri movimenti meridionalisti e sicilianisti che confluiranno nel nostro movimento e/o con quelli che vorrano fare con noi accordi di tipo confederativo o di altro tipo; essenziale e' chiarirsi da subito su obiettivi, linea politica e regole condivise. E così, da uomini liberi, troveremo la nostra strada e la "rivoluzione meridionale" avrà finalmente inizio.
Avanti SUD!

Enzo Riccio
Segr. Org. Nazionale
PARTITO DEL SUD

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Presentato a Canicattì il Dossier sull’agricoltura siciliana, speso solo l’8,7 per cento dei fondi a disposizione.

In Sicilia speso solo l’8,7 per cento dei fondi a disposizione. Dal ‘90 ad oggi 184 mila imprese agricole siciliane hanno chiuso i battenti Aldo Longo, Commissione europea: “L’amministrazione regionale faccia uno sforzo collettivo per non perdere risorse vitali e credibilità per il futuro”

Dal 2007 ad oggi solo l’8,7 per cento, ovvero appena 240,9 milioni, sono stati spesi per l’agricoltura siciliana. Questa la spesa effettiva, monitorata (a fine aprile 2010) dal Comitato di sorveglianza, a carico del Programma di sviluppo rurale 2007/2013, ovvero lo strumento con il quale la Sicilia può contare su ben 2,7 miliardi di euro messi a disposizione dall’Unione europea per promuovere lo sviluppo dell’agricoltura e del suo territorio attraverso l’attuazione delle linee d’intervento, suddivise in cinque assi(dettagli all’interno del dossier).

E’ quanto emerso dal dossier elaborato dal Cantiere regionale agricoltura di Un’altra Storia, con la Cia, presentato oggi a Canicattì nel corso dell’incontro “ESSERE EUROPA: agricoltura e territorio come elementi strategici di sviluppo”, alla presenza del direttore della Direzione generale Agricoltura della Comissione europea, Aldo Longo, che ha sottolineato il rischio reale di perdita dei fondi assegnati alla Sicilia. “Nel caso in cui queste risorse non dovessero essere impegnate, entro la fine di questo anno, c’è un serio rischio di perderle – e aggiugne – . C’è preoccupazione da parte della Commisione europea che osserva con attenzione gli sviluppi che si stanno registrando nella regione Sicilia e lo stato di avanzamento dell’attuazione delle linee d’intervento. E’ chiaro, più in generale, che nella misura in cui la Sicilia non dovesse usare a pieno queste risorse la credibiltà futura di potere utilizzare le risorse e attuare correttamente i programmi, verrebbe seriamente compromessa. Per questo invito i politici e dirigenti dell’amminsitrazione siciliana a fare uno sforzo collettivo per ottenere il miglior risultato possibile entro il 31 dicembre”. “La Sicilia sta perdendo credibilità agli occhi della Ciomunità europea, perchè non impiega i fondi europei o li impiega in minima parte, tutto questo mentre gli agricoltori siciliani vivono un momento di crisi staordinaria, una crisi che noi viviamo due volte, perchè pur avendo l’opportunità di sfruttare gli aiuti comunitari, finiamo con il rimandarli indietro, mentre in un anno e mezzo sson ocambiati tre assessori e a breve un quarto”, ha detto Rita Borslelino, eurodeputato e presidente del movimento Un’altra Storia.

Per avere un’idea delle drammatiche dimensioni della crisi che ha investito il settore dell’agricoltura, basta partire da una cifra: 500.000. Tante sono le aziende che in Italia, tra il 2000 e il 2010, hanno chiuso i battenti. Solo nel 2010, sono state 20 mila le imprese scomparse dal mercato. Secondo una stima della Cia, Confederazione Italiana Agricoltori, entro il 2013 potrebbero chiudere altre 150 mila aziende. Solo in Sicilia, dal 1990 a oggi, gli ettari coltivati sono passati da 1,6 a 1,25 milioni. Nello stesso periodo, le imprese agricole siciliane che hanno chiuso i battenti sono state 184 mila.

A lanciare l’allarme della crisi del comparto sono gli stessi rappresentanti di categoria che chiedono una deburocratizzazione del sistema di assegnazione degli aiuti. “Il Piano di sviluppo rurale va modificato urgentemente”, ha detto Alfredo Mulè, presidente Coldiretti Sicilia, “le imrpese soffrono la crisi globlale e hanno grossi problemi di redditività”. “Siamo sempre a inseguire le carte, non è possibile che gli agricoltori debbano spendere 110 delle 274 giornate lavorative a espletare pratiche”, sottolinea Gerardo Diana, presidente Confagricoltura Sicilia, “serve una programmazione chiara e semplice”. Gli fa eco Carmelo Gurrieri, presidente Cia Sicilia, “è necessario che la politica si rende conto del ruolo dell’agricoltura siciliana,la seconda in Italia dopo quella lombarda, e che non si tratta di qualcosa di vecchio e antico ma di una leva di sviluppo che va compresa e aiutata”.

Una programmazione complicata, l’immobilismo del mercato, la concorrenza della grande distribuzione, la burocrazia, tra i principali problemi messi in luce, a cui si aggiunge “il susseguirsi delle rotazioni ai vertici dell’amministrazione dell’Agricoltura che hanno determinato una matassa difficile da dipanare, dove ruoli e competenze si muovono in un percorso labirintico senza uscita”, secondo Antonio Bufalino, responsabile del Cantiere regionale Agricoltura di Un’altra Storia.

Per avere un’idea delle drammatiche dimensioni della crisi che ha investito il settore dell’agricoltura, basta partire da una cifra: 500.000. Tante sono le aziende che in Italia, tra il 2000 e il 2010, hanno chiuso i battenti. Solo nel 2010, sono state 20 mila le imprese scomparse dal mercato. Secondo una stima della Cia, entro il 2013 potrebbero chiudere altre 150 mila aziende.

Scheda 1. Aziende agricole in Sicilia (dati Istat)

Anno Aziende
1990 404.000
2010 220.000

Per fotografare la crisi, si può anche guardare, sempre sul suolo nazionale, a quei 19 chilometri di terra, un tempo coltivata e oggi abbandonata. Solo in Sicilia, dal 1990 a oggi, gli ettari coltivati sono passati da 1,6 a 1,25 milioni. Nello stesso periodo, le imprese agricole siciliane che hanno chiuso i battenti sono state 184 mila. Se nel 1990, c’erano in tutta l’Isola 18 mila allevamenti, oggi sono circa 7 mila.

Scheda 2. Ettari coltivati in Sicilia (stime Cia)

Anno Ettari coltivati
1980 1.700.000
1990 1.600.000
2010 1.250.000

Gli agricoltori siciliani si trovano schiacciati da un lato dall’aumento dei costi di produzione, e dall’altro dalla contrazione del valore della produzione. Tra il 2005 e il 2010, la Cia ha calcolato aumenti del 30 per cento del costo dei fertilizzanti, del 22,4 per i mangimi e del 7,4 per i carburanti.

Scheda 3. Variazione costi di produzione (periodo 2005-2010 / stime Cia)

Fertilizzanti +30%
Mangimi +22,4%
Carburanti +7,4%

Più o meno nello stesso periodo, tra il triennio 2006-2008 e il 2009, secondo l’assessorato regionale all’Agricoltura, i redditi derivanti dalla coltivazione dei cereali sono scesi in media del 38 per cento. Un trend negativo che riguarda quasi tutte le produzioni: l’olio (-24 per cento), l’uva da vino (-46 per cento), l’uva da tavola (-25 per cento), le arance (-17 per cento). Crollano anche i redditi delle produzioni zootecniche, con una riduzione del 41 per cento nel settore ovi-caprino e del 39 per le carni bovine.

Scheda 4. Variazione reddito medio per ettaro di terreno
(confronto tra media triennio 2006-2008 e media 2009)

Fonte: Assessorato all’Agricoltura, Regione Sicilia

Cereali -38%
Ulivo da olio -24%
Uve da vino -46%
Uve da tavola -25%
Arance -17%
Ortive da campo +7%
Ortive di serra +2%
Carni ovi caprine -41%
Carni bovine -39%

2. I FONDI EUROPEI E L’IMMOBILISMO DELLA REGIONE

Si chiama Programma di sviluppo rurale 2007/2013 ed è lo strumento con il quale la Sicilia può contare su ben 2,7 miliardi di euro messi a disposizione dall’Unione europea per promuovere lo sviluppo dell’agricoltura e del suo territorio. Dalla formazione all’ammodernamento delle aziende e dei processi produttivi, dalla salvaguardia del territorio al miglioramento delle infrastrutture, queste risorse risultano più che vitali, tanto più a fronte della drammatica crisi economica come quella che sta vivendo l’intera economia regionale e in particolare il settore agricolo.
Ma di tutto ciò la Regione siciliana sembra non accorgersi. Dal 2007 a oggi, infatti, secondo quanto monitorato dal Comitato di sorveglianza, dei 2,7 miliardi che l’Unione europea ha messo a disposizione della Sicilia per l’attuazione delle linee d’intervento (suddivise in cinque assi), sono stati spesi finora appena 240,9 milioni, ossia solo l’8,7 per cento.
Su cinque assi, quelli per i quali si è proceduto ai pagamenti sono stati solo tre. Per quanto riguarda l’asse 1, che contiene importanti interventi a favore di lavoratori, infrastrutture e ammodernamento delle aziende e dei processi produttivi, sono stati spesi appena 2,5 milioni di euro a fronte di 1,4 miliardi messi a disposizione. Ossia, appena lo 0,1 per cento. Mentre le aziende agricole chiudono, anche per la difficoltà di adattarsi alle nuove esigenze del mercato, la Regione non ha ancora mosso un euro dei 760 milioni previsti per l’ammodernamento delle imprese. E lo stesso ha fatto per l’intero asse 3 (dotato di 132 milioni per strategie di sviluppo e diversificazioni produttive) e per tutto l’asse 4 (35 milioni per sviluppo locale e Gal). Un po’ meglio va per l’asse 2, che prevede interventi per indennità ai lavoratori, pagamenti agro ambientali e per il miglioramento del territorio: ad oggi, dei 950 milioni messi a disposizione, ne sono stati spesi circa 238 milioni, ossia il 25 per cento. Per l’asse 5, che riguarda le spese per l’assistenza tecnica, i pagamenti effettuati finora ammontano al 2 per cento dei 32 milioni attribuiti dall’Unione europea. Ma in questo caso, che ci sia stato poco da “assistere”, visto lo stato d’avanzamento del Psr, è più che comprensibile.

Scheda 5. Stato di avanzamento Psr per assi
(Comitato di sorveglianza – Aprile 2010)

Asse Costo totale Pagamenti al 31 aprile 2010 Pagamenti su totale
1 1.487.214.868,7 2.509.890,71 0,1%
2 950.491.967,6 238.191.822,58 25%
3 132.420.740,7 0 0%
4 145.636.008,00 0 0%
5 35.610.241,00 275.210,00 2%
Totale 2.751.373.826,00 240.975.923,29 8,7%

Scheda 6. Stato di avanzamento asse 1 del Psr 2007/2013
(Comitato di sorveglianza – Aprile 2010)

Misura Descrizione Costo totale Pagamenti al 31 aprile 2010 Pagamenti su totale
113 Prepensionamento degli imprenditori e dei lavoratori agricoli 7.100.000,00 2.509.890,71 35,35%
121 Ammodernamento aziende agricole 764.000.000,00 0 0%
122 Accrescimento del valore economico delle foreste 52.000.000,00 0 0%
123 Accrescimento del valore aggiunto dei prodotti agricoli e forestali 343.974.000,50 0 0%
124 Cooperazione per lo sviluppo di nuovi prodotti, processi e tecnologie 29.600.000,00 0 0%
125 Miglioramento e creazione delle infrastrutture connesse allo sviluppo e all’adeguamento dell’agricoltura e della silvicoltura 105.509.332,40 0 0%
132 Partecipazione degli agricoltori ai sistemi di qualità alimentare 16.500.000,00 0 0%
133 Attività di informazione e promozione 43.200.000,00 0 0%
Totale
1.487.214.868,7 2.509.890,71 0,1%

Scheda 7. Stato di avanzamento asse 2 del Psr 2007/2013
(Comitato di sorveglianza – Aprile 2010)

Misura Descrizione Costo totale Pagamenti al 31 aprile 2010 Pagamenti su totale
211 Indennità compensativa per svantaggi naturali a favore di agricoltori delle zone montane 39.931.535,80 30.501.585,55 92,62%
212 Indennità per svantaggi in zone svantaggiata, diverse dalle zone montane 19.732.974,60 4.305.685,33 21,82%
214 Pagamenti agro ambientali 530.869.042,50 177.537.974,48 33,44%
216 Investimenti non produttivi in aziende agricole 17.299.036,00 0 0%
221 Primo imboschimento di terreni agricoli 201.907.576,00 25.846.577,22 12,80%
223 Primo imboschimento di superfici non agricole 76.680.975,20 0 0%
226 Ricostruzione del potenziale forestale ed introduzione di interventi preventivi 54.904.414,50 0 0%
227 Sostegno agli investimenti non produttivi 9.166.413,00 0 0%
Totale
950.491.967,6 238.191.822,58 25%

Scheda 8. Stato di avanzamento asse 3 del Psr 2007/2013
(Comitato di sorveglianza – Aprile 2010)

Misura Descrizione Costo totale Pagamenti al 31 aprile 2010 Pagamenti su totale
311 Diversificazione verso attività non agricole 123.250.741,30 0 0%
341 Acquisizione di competenze e animazione in vista dell’elaborazione di strategie per lo sviluppo 9.169.999,40 0 0%
Totale
132.420.740,7 0 0%

Scheda 9. Stato di avanzamento asse 4 del Psr 2007/2013
(Comitato di sorveglianza – Aprile 2010)

Misura Descrizione Costo totale Pagamenti al 31 aprile 2010 Pagamenti su totale
413 Attuazione di strategie di sviluppo locale 130.576.646,60 0 0%
431 Gestione dei gruppi di azione locale 15.059.362,00 0 0%


145.636.008,00 0 0%

Scheda 10. Stato di avanzamento asse 5 del Psr 2007/2013
(Comitato di sorveglianza – Aprile 2010)

Misura Descrizione Costo totale Pagamenti al 31 aprile 2010 Pagamenti su totale
511 Assistenza tecnica 35.610.241,00 275.210,00 2%


35.610.241,00 275.210,00 2%


Fonte:Canicattì Web

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In Sicilia speso solo l’8,7 per cento dei fondi a disposizione. Dal ‘90 ad oggi 184 mila imprese agricole siciliane hanno chiuso i battenti Aldo Longo, Commissione europea: “L’amministrazione regionale faccia uno sforzo collettivo per non perdere risorse vitali e credibilità per il futuro”

Dal 2007 ad oggi solo l’8,7 per cento, ovvero appena 240,9 milioni, sono stati spesi per l’agricoltura siciliana. Questa la spesa effettiva, monitorata (a fine aprile 2010) dal Comitato di sorveglianza, a carico del Programma di sviluppo rurale 2007/2013, ovvero lo strumento con il quale la Sicilia può contare su ben 2,7 miliardi di euro messi a disposizione dall’Unione europea per promuovere lo sviluppo dell’agricoltura e del suo territorio attraverso l’attuazione delle linee d’intervento, suddivise in cinque assi(dettagli all’interno del dossier).

E’ quanto emerso dal dossier elaborato dal Cantiere regionale agricoltura di Un’altra Storia, con la Cia, presentato oggi a Canicattì nel corso dell’incontro “ESSERE EUROPA: agricoltura e territorio come elementi strategici di sviluppo”, alla presenza del direttore della Direzione generale Agricoltura della Comissione europea, Aldo Longo, che ha sottolineato il rischio reale di perdita dei fondi assegnati alla Sicilia. “Nel caso in cui queste risorse non dovessero essere impegnate, entro la fine di questo anno, c’è un serio rischio di perderle – e aggiugne – . C’è preoccupazione da parte della Commisione europea che osserva con attenzione gli sviluppi che si stanno registrando nella regione Sicilia e lo stato di avanzamento dell’attuazione delle linee d’intervento. E’ chiaro, più in generale, che nella misura in cui la Sicilia non dovesse usare a pieno queste risorse la credibiltà futura di potere utilizzare le risorse e attuare correttamente i programmi, verrebbe seriamente compromessa. Per questo invito i politici e dirigenti dell’amminsitrazione siciliana a fare uno sforzo collettivo per ottenere il miglior risultato possibile entro il 31 dicembre”. “La Sicilia sta perdendo credibilità agli occhi della Ciomunità europea, perchè non impiega i fondi europei o li impiega in minima parte, tutto questo mentre gli agricoltori siciliani vivono un momento di crisi staordinaria, una crisi che noi viviamo due volte, perchè pur avendo l’opportunità di sfruttare gli aiuti comunitari, finiamo con il rimandarli indietro, mentre in un anno e mezzo sson ocambiati tre assessori e a breve un quarto”, ha detto Rita Borslelino, eurodeputato e presidente del movimento Un’altra Storia.

Per avere un’idea delle drammatiche dimensioni della crisi che ha investito il settore dell’agricoltura, basta partire da una cifra: 500.000. Tante sono le aziende che in Italia, tra il 2000 e il 2010, hanno chiuso i battenti. Solo nel 2010, sono state 20 mila le imprese scomparse dal mercato. Secondo una stima della Cia, Confederazione Italiana Agricoltori, entro il 2013 potrebbero chiudere altre 150 mila aziende. Solo in Sicilia, dal 1990 a oggi, gli ettari coltivati sono passati da 1,6 a 1,25 milioni. Nello stesso periodo, le imprese agricole siciliane che hanno chiuso i battenti sono state 184 mila.

A lanciare l’allarme della crisi del comparto sono gli stessi rappresentanti di categoria che chiedono una deburocratizzazione del sistema di assegnazione degli aiuti. “Il Piano di sviluppo rurale va modificato urgentemente”, ha detto Alfredo Mulè, presidente Coldiretti Sicilia, “le imrpese soffrono la crisi globlale e hanno grossi problemi di redditività”. “Siamo sempre a inseguire le carte, non è possibile che gli agricoltori debbano spendere 110 delle 274 giornate lavorative a espletare pratiche”, sottolinea Gerardo Diana, presidente Confagricoltura Sicilia, “serve una programmazione chiara e semplice”. Gli fa eco Carmelo Gurrieri, presidente Cia Sicilia, “è necessario che la politica si rende conto del ruolo dell’agricoltura siciliana,la seconda in Italia dopo quella lombarda, e che non si tratta di qualcosa di vecchio e antico ma di una leva di sviluppo che va compresa e aiutata”.

Una programmazione complicata, l’immobilismo del mercato, la concorrenza della grande distribuzione, la burocrazia, tra i principali problemi messi in luce, a cui si aggiunge “il susseguirsi delle rotazioni ai vertici dell’amministrazione dell’Agricoltura che hanno determinato una matassa difficile da dipanare, dove ruoli e competenze si muovono in un percorso labirintico senza uscita”, secondo Antonio Bufalino, responsabile del Cantiere regionale Agricoltura di Un’altra Storia.

Per avere un’idea delle drammatiche dimensioni della crisi che ha investito il settore dell’agricoltura, basta partire da una cifra: 500.000. Tante sono le aziende che in Italia, tra il 2000 e il 2010, hanno chiuso i battenti. Solo nel 2010, sono state 20 mila le imprese scomparse dal mercato. Secondo una stima della Cia, entro il 2013 potrebbero chiudere altre 150 mila aziende.

Scheda 1. Aziende agricole in Sicilia (dati Istat)

Anno Aziende
1990 404.000
2010 220.000

Per fotografare la crisi, si può anche guardare, sempre sul suolo nazionale, a quei 19 chilometri di terra, un tempo coltivata e oggi abbandonata. Solo in Sicilia, dal 1990 a oggi, gli ettari coltivati sono passati da 1,6 a 1,25 milioni. Nello stesso periodo, le imprese agricole siciliane che hanno chiuso i battenti sono state 184 mila. Se nel 1990, c’erano in tutta l’Isola 18 mila allevamenti, oggi sono circa 7 mila.

Scheda 2. Ettari coltivati in Sicilia (stime Cia)

Anno Ettari coltivati
1980 1.700.000
1990 1.600.000
2010 1.250.000

Gli agricoltori siciliani si trovano schiacciati da un lato dall’aumento dei costi di produzione, e dall’altro dalla contrazione del valore della produzione. Tra il 2005 e il 2010, la Cia ha calcolato aumenti del 30 per cento del costo dei fertilizzanti, del 22,4 per i mangimi e del 7,4 per i carburanti.

Scheda 3. Variazione costi di produzione (periodo 2005-2010 / stime Cia)

Fertilizzanti +30%
Mangimi +22,4%
Carburanti +7,4%

Più o meno nello stesso periodo, tra il triennio 2006-2008 e il 2009, secondo l’assessorato regionale all’Agricoltura, i redditi derivanti dalla coltivazione dei cereali sono scesi in media del 38 per cento. Un trend negativo che riguarda quasi tutte le produzioni: l’olio (-24 per cento), l’uva da vino (-46 per cento), l’uva da tavola (-25 per cento), le arance (-17 per cento). Crollano anche i redditi delle produzioni zootecniche, con una riduzione del 41 per cento nel settore ovi-caprino e del 39 per le carni bovine.

Scheda 4. Variazione reddito medio per ettaro di terreno
(confronto tra media triennio 2006-2008 e media 2009)

Fonte: Assessorato all’Agricoltura, Regione Sicilia

Cereali -38%
Ulivo da olio -24%
Uve da vino -46%
Uve da tavola -25%
Arance -17%
Ortive da campo +7%
Ortive di serra +2%
Carni ovi caprine -41%
Carni bovine -39%

2. I FONDI EUROPEI E L’IMMOBILISMO DELLA REGIONE

Si chiama Programma di sviluppo rurale 2007/2013 ed è lo strumento con il quale la Sicilia può contare su ben 2,7 miliardi di euro messi a disposizione dall’Unione europea per promuovere lo sviluppo dell’agricoltura e del suo territorio. Dalla formazione all’ammodernamento delle aziende e dei processi produttivi, dalla salvaguardia del territorio al miglioramento delle infrastrutture, queste risorse risultano più che vitali, tanto più a fronte della drammatica crisi economica come quella che sta vivendo l’intera economia regionale e in particolare il settore agricolo.
Ma di tutto ciò la Regione siciliana sembra non accorgersi. Dal 2007 a oggi, infatti, secondo quanto monitorato dal Comitato di sorveglianza, dei 2,7 miliardi che l’Unione europea ha messo a disposizione della Sicilia per l’attuazione delle linee d’intervento (suddivise in cinque assi), sono stati spesi finora appena 240,9 milioni, ossia solo l’8,7 per cento.
Su cinque assi, quelli per i quali si è proceduto ai pagamenti sono stati solo tre. Per quanto riguarda l’asse 1, che contiene importanti interventi a favore di lavoratori, infrastrutture e ammodernamento delle aziende e dei processi produttivi, sono stati spesi appena 2,5 milioni di euro a fronte di 1,4 miliardi messi a disposizione. Ossia, appena lo 0,1 per cento. Mentre le aziende agricole chiudono, anche per la difficoltà di adattarsi alle nuove esigenze del mercato, la Regione non ha ancora mosso un euro dei 760 milioni previsti per l’ammodernamento delle imprese. E lo stesso ha fatto per l’intero asse 3 (dotato di 132 milioni per strategie di sviluppo e diversificazioni produttive) e per tutto l’asse 4 (35 milioni per sviluppo locale e Gal). Un po’ meglio va per l’asse 2, che prevede interventi per indennità ai lavoratori, pagamenti agro ambientali e per il miglioramento del territorio: ad oggi, dei 950 milioni messi a disposizione, ne sono stati spesi circa 238 milioni, ossia il 25 per cento. Per l’asse 5, che riguarda le spese per l’assistenza tecnica, i pagamenti effettuati finora ammontano al 2 per cento dei 32 milioni attribuiti dall’Unione europea. Ma in questo caso, che ci sia stato poco da “assistere”, visto lo stato d’avanzamento del Psr, è più che comprensibile.

Scheda 5. Stato di avanzamento Psr per assi
(Comitato di sorveglianza – Aprile 2010)

Asse Costo totale Pagamenti al 31 aprile 2010 Pagamenti su totale
1 1.487.214.868,7 2.509.890,71 0,1%
2 950.491.967,6 238.191.822,58 25%
3 132.420.740,7 0 0%
4 145.636.008,00 0 0%
5 35.610.241,00 275.210,00 2%
Totale 2.751.373.826,00 240.975.923,29 8,7%

Scheda 6. Stato di avanzamento asse 1 del Psr 2007/2013
(Comitato di sorveglianza – Aprile 2010)

Misura Descrizione Costo totale Pagamenti al 31 aprile 2010 Pagamenti su totale
113 Prepensionamento degli imprenditori e dei lavoratori agricoli 7.100.000,00 2.509.890,71 35,35%
121 Ammodernamento aziende agricole 764.000.000,00 0 0%
122 Accrescimento del valore economico delle foreste 52.000.000,00 0 0%
123 Accrescimento del valore aggiunto dei prodotti agricoli e forestali 343.974.000,50 0 0%
124 Cooperazione per lo sviluppo di nuovi prodotti, processi e tecnologie 29.600.000,00 0 0%
125 Miglioramento e creazione delle infrastrutture connesse allo sviluppo e all’adeguamento dell’agricoltura e della silvicoltura 105.509.332,40 0 0%
132 Partecipazione degli agricoltori ai sistemi di qualità alimentare 16.500.000,00 0 0%
133 Attività di informazione e promozione 43.200.000,00 0 0%
Totale
1.487.214.868,7 2.509.890,71 0,1%

Scheda 7. Stato di avanzamento asse 2 del Psr 2007/2013
(Comitato di sorveglianza – Aprile 2010)

Misura Descrizione Costo totale Pagamenti al 31 aprile 2010 Pagamenti su totale
211 Indennità compensativa per svantaggi naturali a favore di agricoltori delle zone montane 39.931.535,80 30.501.585,55 92,62%
212 Indennità per svantaggi in zone svantaggiata, diverse dalle zone montane 19.732.974,60 4.305.685,33 21,82%
214 Pagamenti agro ambientali 530.869.042,50 177.537.974,48 33,44%
216 Investimenti non produttivi in aziende agricole 17.299.036,00 0 0%
221 Primo imboschimento di terreni agricoli 201.907.576,00 25.846.577,22 12,80%
223 Primo imboschimento di superfici non agricole 76.680.975,20 0 0%
226 Ricostruzione del potenziale forestale ed introduzione di interventi preventivi 54.904.414,50 0 0%
227 Sostegno agli investimenti non produttivi 9.166.413,00 0 0%
Totale
950.491.967,6 238.191.822,58 25%

Scheda 8. Stato di avanzamento asse 3 del Psr 2007/2013
(Comitato di sorveglianza – Aprile 2010)

Misura Descrizione Costo totale Pagamenti al 31 aprile 2010 Pagamenti su totale
311 Diversificazione verso attività non agricole 123.250.741,30 0 0%
341 Acquisizione di competenze e animazione in vista dell’elaborazione di strategie per lo sviluppo 9.169.999,40 0 0%
Totale
132.420.740,7 0 0%

Scheda 9. Stato di avanzamento asse 4 del Psr 2007/2013
(Comitato di sorveglianza – Aprile 2010)

Misura Descrizione Costo totale Pagamenti al 31 aprile 2010 Pagamenti su totale
413 Attuazione di strategie di sviluppo locale 130.576.646,60 0 0%
431 Gestione dei gruppi di azione locale 15.059.362,00 0 0%


145.636.008,00 0 0%

Scheda 10. Stato di avanzamento asse 5 del Psr 2007/2013
(Comitato di sorveglianza – Aprile 2010)

Misura Descrizione Costo totale Pagamenti al 31 aprile 2010 Pagamenti su totale
511 Assistenza tecnica 35.610.241,00 275.210,00 2%


35.610.241,00 275.210,00 2%


Fonte:Canicattì Web

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Risorgimento – Garibaldi : decisivo finanziamento massoneria inglese

giuseppe garibaldi e la massoneria


NAPOLI – Nella spedizione dei Mille il ruolo della massoneria inglese fu determinante con un finanziamento di tre milioni di franchi ed il monitoraggio costante dell’impresa. Lo sostiene la Massoneria di rito scozzese, dell’Obbedienza di Piazza del Gesù, che oggi a Napoli ha ricordato la data di nascita (4 luglio 1807) di Giuseppe Garibaldi, eroe dei due mondi.

“Il finanziamento – ha detto il prof. Aldo Mola, docente di storia contemporanea all’Università di Milano e storico della massoneria e del Risorgimento italiano – proveniva da un fondo di presbiteriani scozzesi e gli fu erogato con l’impegno di non fermarsi a Napoli, ma di arrivare a Roma per eliminare lo Stato pontificio.

Tutta la spedizione garibaldina – ha aggiunto il professor Mola – fu monitorata dalla massoneria britannica che aveva l’obbiettivo storico di eliminare il potere temporale dei Papi ed anche gli Stati Uniti, che non avevano rapporti diplomatici con il Vaticano, diedero il loro sostegno”.

“I fondi della massoneria inglese – ha aggiunto Mola – servirono a Garibaldi per acquistare a Genova i fucili di precisione, senza i quali non avrebbe potuto affrontare l’esercito borbonico, che non era l’esercito di Pulcinella, ma un’armata ben organizzata.

Senza quei fucili, Garibaldi avrebbe fatto la fine di Carlo Pisacane e dei fratelli Bandiera”. “La sua appartenenza alla massoneria – ha detto ancora il prof. Mola – garantì a Garibaldi l’appoggio della stampa internazionale, sopratutto quella inglese, che mise al suo fianco diversi corrispondenti, contribuendo a crearne il mito, e di scrittori come Alexandre Dumas, che ne esaltarono le gesta. Non che lui non lo meritasse, ma tanti altri meritevoli non hanno avuto la sua notorietà”.

Al “fratello Garibaldi” ha reso omaggio con un “evviva” il Gran Maestro del Grande Oriente di Francia.

Fonte : Tio.CH del 04/07/2009

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giuseppe garibaldi e la massoneria


NAPOLI – Nella spedizione dei Mille il ruolo della massoneria inglese fu determinante con un finanziamento di tre milioni di franchi ed il monitoraggio costante dell’impresa. Lo sostiene la Massoneria di rito scozzese, dell’Obbedienza di Piazza del Gesù, che oggi a Napoli ha ricordato la data di nascita (4 luglio 1807) di Giuseppe Garibaldi, eroe dei due mondi.

“Il finanziamento – ha detto il prof. Aldo Mola, docente di storia contemporanea all’Università di Milano e storico della massoneria e del Risorgimento italiano – proveniva da un fondo di presbiteriani scozzesi e gli fu erogato con l’impegno di non fermarsi a Napoli, ma di arrivare a Roma per eliminare lo Stato pontificio.

Tutta la spedizione garibaldina – ha aggiunto il professor Mola – fu monitorata dalla massoneria britannica che aveva l’obbiettivo storico di eliminare il potere temporale dei Papi ed anche gli Stati Uniti, che non avevano rapporti diplomatici con il Vaticano, diedero il loro sostegno”.

“I fondi della massoneria inglese – ha aggiunto Mola – servirono a Garibaldi per acquistare a Genova i fucili di precisione, senza i quali non avrebbe potuto affrontare l’esercito borbonico, che non era l’esercito di Pulcinella, ma un’armata ben organizzata.

Senza quei fucili, Garibaldi avrebbe fatto la fine di Carlo Pisacane e dei fratelli Bandiera”. “La sua appartenenza alla massoneria – ha detto ancora il prof. Mola – garantì a Garibaldi l’appoggio della stampa internazionale, sopratutto quella inglese, che mise al suo fianco diversi corrispondenti, contribuendo a crearne il mito, e di scrittori come Alexandre Dumas, che ne esaltarono le gesta. Non che lui non lo meritasse, ma tanti altri meritevoli non hanno avuto la sua notorietà”.

Al “fratello Garibaldi” ha reso omaggio con un “evviva” il Gran Maestro del Grande Oriente di Francia.

Fonte : Tio.CH del 04/07/2009

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domenica 19 settembre 2010

Stasera su Rai Tre "Presa Diretta". Riccardo Iacona svela in tv le ombre del nucleare

“I lavori per la prima centrale nucleare in Italia inizieranno entro tre anni, sicuramente prima della fine della legislatura in corso”. Con questa ‘rassicurante’ comunicazione il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il 26 aprile scorso durante l’incontro con il compagno di bisbocce Vladimir Putin, inaugurò la sua crociata a favore dell’energia nucleare. Una crociata che il mondo dell’informazione ha un po’ sottovalutato in questi mesi. Il tema sarà sviscerato domenica sera alle 21 in un’inchiesta televisiva targata Riccardo Iacona dal titolo eloquente: “Nucleare”. Terza puntata della serie di successo ‘Presadiretta’ su Rai Tre. “Mentre in Italia ci si interroga su dove e quando far partire le centrali nucleari – dichiara Iacona – noi abbiamo scoperto che la tecnologia costosissima della quale ci dovremmo avvalere, in altri posti stenta a partire”. Il giornalista tv, insieme a Vincenzo Guerrizio e Alessandro Macina, hanno realizzato un reportage di due ore frutto di mesi di lavoro. “Sfateremo alcune leggende – racconta il giornalista tv – che girano sull’energia atomica e su chi dice che come Paese dovremmo modernizzarci al pari di altre nazioni vicine”. Iacona è ancora al montaggio perché uno dei suoi reporter è appena tornato da Berlino con le immagini dell’ultima grande manifestazione contro il nucleare. Oltre 100mila persone in piazza. Le proteste sono contro la cancelliera tedesca Angela Merkel che ha annunciato di aver intenzione di concedere proroghe fino a 14 anni alle 17 centrali a energia atomica già esistenti. “Quando si dice – racconta Iacona – che gli altri Paesi convivono benissimo con il nucleare”.

Il governo Berlusconi ha già deciso di costruire otto centrali elettronucleari, pari a una potenza installata di 13 mila megawatt, e l’Enel e l’Edf hanno già varato un investimento di una ventina di miliardi di euro per costruire quattro delle otto centrali. “Il punto è che l’Italia si sta dotando di una tecnologia francese che è solo un prototipo”. I reporter di Presadiretta sono stati, infatti, negli unici due cantieri dell’EPR, la centrale nucleare francese di nuova generazione che l’Italia sta per comprare. Uno dei cantieri è in Francia, a Flamanville, e l’altro è in Finlandia. “Un uomo del governo finlandese – racconta Iacona – ci ha detto ‘Viste le problematiche che stiamo incontrando con questa nuova tecnologia francese è evidente che la Francia ci ha usati come cavie’”. Eppure il nostro ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, tornò entusiasta dopo la visita francese nel cantiere di Flamanville.

Ma Presadiretta è andata a capire anche quali problematiche incontrano i paesi vicino al nostro quando si parla dei depositi per le scorie nucleari. “Anche in Germania i siti sono temporanei, c’è un dibattitto fortissimo tra nuclearisti e antinuclearisti che va avanti da anni e sui depositi delle scorie radioattive sono state trovate solo soluzioni tampone”. Nel 2002, in Germania, la pressione esercitata dall’opinione pubblica ha indotto il governo tedesco a commissionare al Childhood Cancer Registry della University of Mainz uno studio caso-controllo per valutare l’incidenza del cancro intorno alle 16 centrali nucleari commerciali allora in attività: il Kikk study. “I risultati di questo studio di autorevoli epidemiologi – continua Iacona – hanno messo in evidenza un aumento statisticamente significativo dell’incidenza dei casi di leucemia nei bambini che vivevano entro un raggio di pochi chilometri da una centrale nucleare: 3,4 volte in più rispetto alle zone distanti dalle centrali”.

Le telecamere di RaiTre mostreranno da vicino i grandi depositi di riprocessamento e di stoccaggio delle scorie in Germania, Francia e in Inghilterra. Ed è proprio sui depositi che in Italia si giocherà una partita importante. “Sul nucleare la verità – conclude Iacona – è che il nostro governo è in confusione. D’altronde: la Sogin, la società che dovrebbe gestire gli impianti nucleari, è commissariata; ancora dopo un anno non è ancora partita l’Agenzia nazionale per la radioprotezione, fondamentale, perché è l’organo indipendente che dovrebbe vigilare sulla sicurezza del nucleare in Italia; E poi il ministro per lo Sviluppo economico, colui che dovrebbe dirci i vantaggi e gli svantaggi economici per i contribuenti, chi l’ha visto ancora?”.

Fonte:http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/18/riccardo-iacona-svela-le-ombre-del-nucleare/61980/

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“I lavori per la prima centrale nucleare in Italia inizieranno entro tre anni, sicuramente prima della fine della legislatura in corso”. Con questa ‘rassicurante’ comunicazione il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, il 26 aprile scorso durante l’incontro con il compagno di bisbocce Vladimir Putin, inaugurò la sua crociata a favore dell’energia nucleare. Una crociata che il mondo dell’informazione ha un po’ sottovalutato in questi mesi. Il tema sarà sviscerato domenica sera alle 21 in un’inchiesta televisiva targata Riccardo Iacona dal titolo eloquente: “Nucleare”. Terza puntata della serie di successo ‘Presadiretta’ su Rai Tre. “Mentre in Italia ci si interroga su dove e quando far partire le centrali nucleari – dichiara Iacona – noi abbiamo scoperto che la tecnologia costosissima della quale ci dovremmo avvalere, in altri posti stenta a partire”. Il giornalista tv, insieme a Vincenzo Guerrizio e Alessandro Macina, hanno realizzato un reportage di due ore frutto di mesi di lavoro. “Sfateremo alcune leggende – racconta il giornalista tv – che girano sull’energia atomica e su chi dice che come Paese dovremmo modernizzarci al pari di altre nazioni vicine”. Iacona è ancora al montaggio perché uno dei suoi reporter è appena tornato da Berlino con le immagini dell’ultima grande manifestazione contro il nucleare. Oltre 100mila persone in piazza. Le proteste sono contro la cancelliera tedesca Angela Merkel che ha annunciato di aver intenzione di concedere proroghe fino a 14 anni alle 17 centrali a energia atomica già esistenti. “Quando si dice – racconta Iacona – che gli altri Paesi convivono benissimo con il nucleare”.

Il governo Berlusconi ha già deciso di costruire otto centrali elettronucleari, pari a una potenza installata di 13 mila megawatt, e l’Enel e l’Edf hanno già varato un investimento di una ventina di miliardi di euro per costruire quattro delle otto centrali. “Il punto è che l’Italia si sta dotando di una tecnologia francese che è solo un prototipo”. I reporter di Presadiretta sono stati, infatti, negli unici due cantieri dell’EPR, la centrale nucleare francese di nuova generazione che l’Italia sta per comprare. Uno dei cantieri è in Francia, a Flamanville, e l’altro è in Finlandia. “Un uomo del governo finlandese – racconta Iacona – ci ha detto ‘Viste le problematiche che stiamo incontrando con questa nuova tecnologia francese è evidente che la Francia ci ha usati come cavie’”. Eppure il nostro ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, tornò entusiasta dopo la visita francese nel cantiere di Flamanville.

Ma Presadiretta è andata a capire anche quali problematiche incontrano i paesi vicino al nostro quando si parla dei depositi per le scorie nucleari. “Anche in Germania i siti sono temporanei, c’è un dibattitto fortissimo tra nuclearisti e antinuclearisti che va avanti da anni e sui depositi delle scorie radioattive sono state trovate solo soluzioni tampone”. Nel 2002, in Germania, la pressione esercitata dall’opinione pubblica ha indotto il governo tedesco a commissionare al Childhood Cancer Registry della University of Mainz uno studio caso-controllo per valutare l’incidenza del cancro intorno alle 16 centrali nucleari commerciali allora in attività: il Kikk study. “I risultati di questo studio di autorevoli epidemiologi – continua Iacona – hanno messo in evidenza un aumento statisticamente significativo dell’incidenza dei casi di leucemia nei bambini che vivevano entro un raggio di pochi chilometri da una centrale nucleare: 3,4 volte in più rispetto alle zone distanti dalle centrali”.

Le telecamere di RaiTre mostreranno da vicino i grandi depositi di riprocessamento e di stoccaggio delle scorie in Germania, Francia e in Inghilterra. Ed è proprio sui depositi che in Italia si giocherà una partita importante. “Sul nucleare la verità – conclude Iacona – è che il nostro governo è in confusione. D’altronde: la Sogin, la società che dovrebbe gestire gli impianti nucleari, è commissariata; ancora dopo un anno non è ancora partita l’Agenzia nazionale per la radioprotezione, fondamentale, perché è l’organo indipendente che dovrebbe vigilare sulla sicurezza del nucleare in Italia; E poi il ministro per lo Sviluppo economico, colui che dovrebbe dirci i vantaggi e gli svantaggi economici per i contribuenti, chi l’ha visto ancora?”.

Fonte:http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/18/riccardo-iacona-svela-le-ombre-del-nucleare/61980/

Dalla Campania agli inceneritori e un'ipotesi inquietante su Seveso.


di Edorardo Montolli - 17 settembre 2010
Lo stivale italiano dei veleni svelato 
dal super-consulente delle procure.





In ufficio ci va a bordo di un kajak perennemente ormeggiato tra i canneti che dalla riva degradano lentamente fino al giardino di casa. L’uomo che scende e deposita il remo ha una barba incolta bianca e il cappello alla Crocodile Dundee. Ha scelto di vivere in un suggestivo scorcio del Lago di Mantova che gli allontana i ricordi olezzanti di discariche abusive, rifiuti tossici e industrie chimiche fuorilegge, ossia tutto ciò che nel suo lavoro affronta quotidianamente. Si chiama Paolo Rabitti, 60 anni, due lauree – ingegneria e urbanistica –, innumerevoli pubblicazioni, docenze e ricerche alle spalle. Ai suoi studi si affidano i Comuni alle prese con la Tav o i comitati di cittadini preoccupati da inceneritori e aziende chimiche. Gente con cui spesso collabora gratuitamente, così, per coscienza civica, dice.
Ma il suo nome appare soprattutto nelle più importanti inchieste ambientali, chiamato come consulente dalle Procure di mezza Italia. Dai tempi di Felice Casson per il petrolchimico di Porto Marghera, ai pm di Brescia, Ferrara, Rovigo o Grosseto, giusto per citarne alcune: e sempre per smaltimento di materiali tossici, inquinamento da emissioni di Pcb dalle acciaierie, acque devastate da scarichi illeciti. Come per il Lago Maggiore: la sua perizia per il tribunale di Torino è valsa la condanna civile per 1,6 miliardi di euro alla Syndyal, responsabile dello sversamento nelle acque di quantità industriali di Ddt. «Se ne accorsero gli svizzeri, poi fu vietata la pesca. E ancora oggi ci sono sul fondale quantità enormi sedimenti inquinanti».
I magistrati, alle prese con un disastro ambientale dietro l’altro, per capirci qualcosa suonano al suo campanello sempre più spesso. E non poteva non essere così anche per il caso dei rifiuti in Campania: trenta ore di testimonianza nell’aula bunker, un vero record, per spiegare che «con la gestione dei rifiuti la camorra non c’entra proprio nulla». E che per contro c’entravano istituzioni e multinazionali, per le quali è diventato una sorta di incubo, un cave hominem da cui stare alla larga visto che ogni volta che ci incappano finisce a condanne e risarcimenti per i disastri commessi. «In effetti tentano spesso di etichettarmi per un ambientalista, un’etichetta comoda se si devono nascondere gigantesche magagne».
Per quelle che ha scovato in diverse città sugli affari d’oro del pattume, è stato appena nominato consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Un incarico, l’ennesimo, che svolge gratis. E che probabilmente avrà il suo fulcro proprio in ciò che accadde nell’area campana. Intorno a un tavolo in legno, sotto al pergolato, l’ingegnere inizia a ricostruirne la storia, attorniato dalla moglie Gloria Costani, di professione medico, da Smilla e Black, i suoi due cani e da un numero imprecisato di gatti.
«Lì la situazione era già piuttosto compromessa, perché per decenni le industrie del centro-nord vi avevano smaltito illegalmente rifiuti pericolosi, interrandoli, sversandoli nelle acque o direttamente nelle falde. Questo per delineare il quadro. Quanto allo scandalo dei rifiuti urbani, c’è un processo per truffa ai danni dello Stato e falso alla Fibe-Impregilo. In sostanza doveva gestire i rifiuti per l’intera regione, separando carta e plastica dalla componente organica. La prima sarebbe servita per produrre combustibile da bruciare negli inceneritori. La seconda doveva essere inertizzata diventando una specie di terriccio da fiori».

Invece?

«Di fatto non veniva prodotto combustibile, né – tantomeno – il terriccio. E la regione si è trovata alle prese con circa dieci milioni di tonnellate di cosiddette “ecoballe”, in barba al Commissariato ai rifiuti che avrebbe dovuto controllare».

Rifiuti uguale camorra, dicono.

«Guardi, la camorra forse è intervenuta nel business dei trasporti dei rifiuti dagli impianti alle discariche, in qualche subappalto fatto da Fibe-Impregilo che peraltro non poteva subappaltare. E forse, ma forse, la camorra si accaparrava i terreni in cui Impregilo aveva deciso di costruire le discariche. Ma di sicuro, con la gestione dei rifiuti, la camorra non c’entra assolutamente nulla, contrariamente a quanto si lascia intendere. La responsabilità è di controllori e controllati. Ed era impossibile non vedere che nelle discariche c’era una situazione da Terzo mondo, che ancora adesso nessuno racconta».

Tipo?

«Progettate per accogliere materiale inerte, e cioè il terriccio, venivano invece riempite con rifiuti organici addirittura freschi che andavano rapidamente in putrefazione e producevano enormi quantità di liquido marcio (il cosiddetto percolato) e di gas. Sicché, oltre a inquinare, puzzavano da morire. Nemmeno le coprivano tutte le sere, né tentavano di limitare almeno le quantità di percolato o di captare il gas. Risultato, il percolato tracimava, l’odore era intollerabile. E per attenuarlo, a qualcuno è venuta l’idea di piazzare spruzzini di profumo sulle recinzioni».

Sta scherzando?

«Giuro. Ho qui una foto».

Con l’intervento del Governo Berlusconi i rifiuti sono spariti d’incanto, in una manciata di giorni. E tutti si chiedono ancora oggi come sia stato possibile.

«Beh, io commento solo ciò che ho visto. E cioè il sito di Ferrandelle: hanno accatastato circa un milione di tonnellate di rifiuti in piazzole preparate in fretta e furia su un terreno quasi paludoso e senza alcun tipo di copertura. Non mi pare esattamente la panacea che hanno dipinto».

Resta il fatto che in alcune regioni del Sud l’emergenza si ripresenta periodicamente.

«Perché per funzionare il ciclo dei rifiuti necessita di amministrazioni che amministrino, controllori che controllino e aziende che facciano quello per cui sono pagate. Ma se, tanto per fare un esempio ipotetico, il politico di turno decide di mandare tutto in discarica, affida la localizzazione a un emissario della camorra, il progetto al cognato che non ne ha mai vista una, la raccolta dei rifiuti a un’azienda creata solo per assumere personale, lo smaltimento a un’altra azienda che ha interessi nei rifiuti pericolosi e la discarica a chi ci fa andar dentro di tutto e se ne infischia della corretta gestione, allora, come dire, se succede tutto questo è molto probabile che si verifichino disastri».

Per molti la soluzione starebbe nei termovalorizzatori.

«Mah, termovalorizzatore è un termine eufemistico. Secondo le leggi nazionali ed europee si deve parlare di “inceneritori con recupero di energia”. Certamente sono impianti assai vantaggiosi economicamente ed è per questo che c’è la corsa a costruirli. Peccato che in Italia l’energia prodotta incenerendo i rifiuti sia stata fatta passare alla pari di quella proveniente dal sole e dal vento. E veniva così adeguatamente sovvenzionata finché la Comunità europea ci ha tirato le orecchie, perché è evidente che non si tratta della stessa cosa. E vorrei confutare un’altra colossale bugia: non è vero che gli inceneritori non inquinino. Anche ammesso che le emissioni rientrino nei limiti di legge, moltiplicando le concentrazioni a metro cubo degli inquinanti per il numero di metri cubi di gas che escono dai camini si trovano quantità molto rilevanti. Senza contare i delinquenti che taroccano il software di controllo per simulare emissioni inferiori a quelle reali. Alcuni casi li ho constatati di persona».

E allora, la soluzione?

«Il sistema migliore è, ovviamente, non produrli».

Facile.

«Scusi, perché se compro una fetta di formaggio al supermercato mi devo portare a casa altrettanta plastica? Costa poco produrla, ma molto smaltirla, sia in termini economici che ambientali. Oltre a ridurre bisogna cercare di recuperare e riusare, visto che ogni cosa che finisce in discarica o viene incenerita provoca un impatto ambientale».

Un po’ utopistico.

«Nient’affatto. A Treviso raggiungono l’80 per cento, ripeto 80 per cento di raccolta differenziata come media annuale. Così, visto che non serve l’inceneritore per rifiuti urbani, gli industriali hanno pensato bene di chiedere di costruirne due per rifiuti speciali. E sta ovviamente succedendo un putiferio, perché la gente si sente presa in giro».

Una sensazione che si avverte spesso. Lei si è occupato del cloruro di vinile di Porto Marghera, uno dei più grandi scandali italiani, che vedeva al centro il colosso industriale Montedison.

«Già. Scoppiò tutto perché un operaio, Gabriele Bortolozzo, volle capire il motivo per cui gli amici che lavoravano con lui nel reparto in cui si produceva polivinilcloruro (Pvc) a partire dal cloruro di vinile (Cvm) fossero tutti morti di tumore. Fu grazie alla sua personale ricerca inviata alla Procura di Venezia che iniziò l’indagine di Felice Casson. Tra le carte dell’inchiesta sul Petrolchimico di Brindisi trovai un documento del 1974 (che poi depositai agli atti del processo di Marghera) in cui un dirigente di Montedison affermava che le aziende sapevano che il Cvm fosse cancerogeno molto prima della scoperta ufficiale del 1973, ma che l’avevano tenuto segreto. E in un secondo documento del 1977 (che mi fu anonimamente imbucato nella cassetta della posta) un altro dirigente Montedison scrisse che non bisognava fare le manutenzioni agli impianti. E questi sono solo due esempi, per dare l’idea di una vicenda incredibile».

Pare incredibile anche ciò che è accaduto con lo sversamento in mare del petrolio della BP. Barack Obama l’ha paragonato all’11 settembre...

«È certamente un disastro ambientale di proporzioni terrificanti, ma è anche la dimostrazione che l’estrazione del petrolio comincia a essere troppo difficile. Le conseguenza sull’ambiente non sono per ora compiutamente valutabili. Si pensa che gli effetti dureranno molte decine di anni. D’altra parte, il caso americano ha fatto riemergere anche la questione dello sversamento nel delta del Niger che da decenni, nel silenzio generale, sta devastando l’ecosistema. O meglio: negli anni Ottanta il poeta Ken Saro-Wiwa si fece portavoce delle rivendicazioni della popolazione. Ma finì impiccato».

Anche lei è tra quelli che sostengono la necessità di passare alle energie rinnovabili?

«Credo che sfruttarle sia un dovere morale, oltre che una necessità contingente. Se, invece di riempire le tasche dei padroni degli inceneritori con i contributi destinati alle energie rinnovabili, i soldi fossero stati usati per incentivare la ricerca e l’installazione degli impianti il nostro Paese sarebbe sicuramente all’avanguardia».

Lei non si fida del nucleare?
«Il ministro che più spingeva per le centrali nucleari era Scajola. Veda lei».

È degli incidenti che tutti hanno paura. In fondo qui siamo nella terra della diossina di Seveso, dell’Icmesa dei disinfettanti... Seveso, la Chernobyl italiana…
«Posso raccontarle a questo proposito una storia cui lavoro da molto tempo? Sa, ci sto scrivendo un libro».

Prego
.
«A seguito del disastro del 1976 all’Icmesa, la commissione della Regione Lombardia stilò un rapporto secondo il quale “sembra” che parte delle 1.600 tonnellate di materiale asportato dalla fabbrica subito dopo il disastro venne smaltita in un inceneritore del Mare del Nord, inceneritore che però non fu indicato. Scrisse proprio così, “sembra”. Il resto del materiale rimasto nel reattore, e cioè 41 fusti di diossina e triclorofenolo, fu affidato a tale Bernard Paringaux, persona che si disse legata ai servizi segreti e che avrebbe dovuto smaltirli in una discarica controllata in Francia. Paringaux li mostrò in tv, solo che i fusti erano più piccoli di diametro rispetto a quelli che erano partiti. Ne nacque un giallo che si risolse solo molto tempo più tardi, quando fu spiegato che erano stati smaltiti probabilmente vicino alle ex miniere di sale della Ddr. Probabilmente. Di fatto, nessuno seppe mai nemmeno in questo caso né dove, né se a essere effettivamente smaltiti furono i fusti partiti dalla sede dell’Icmesa. Perché la verità è questa: che nessuno sa dove siano finiti. E questo è il primo punto. Il secondo è che la diossina provoca il sarcoma, un tumore il cui tempo di latenza si aggira intorno ai dieci anni».

E quindi?

«Lei lo sapeva che Mantova è la città con la più elevata frequenza di sarcomi in Italia rispetto alle popolazioni della zona industriale?».

Non seguo il paragone.

«Ce ne accorgemmo io e mia moglie che, essendo medico di base, notò che buona parte di questi tumori colpivano pazienti che abitavano vicino al vecchio inceneritore della città. Che oggi è vecchio, ma che nel 1980 era stato inaugurato come il più moderno inceneritore per rifiuti tossico-nocivi d’Europa. Scrivemmo un report. E in effetti l’Istituto superiore della Sanità promosse uno studio approfondito, constatando che chi abitava vicino all’inceneritore di Mantova aveva una probabilità ben trenta volte superiore al resto della città di sviluppare il sarcoma. Ed è una circostanza stranissima, perché in nessun altro luogo dove è presente un inceneritore per tossico-nocivi è mai stato evidenziato un aumento dei sarcomi. Circostanza della quale infatti sono stato chiamato a relazionare poco tempo fa alla Gordon and Mary Cain Foundation a Philadelphia».

La questione comincia a farsi inquietante.
«All’epoca di Seveso non esistevano strumenti per capire quanta diossina potesse essere entrata nel sangue della popolazione. Ne furono congelati alcuni campioni che vennero analizzati anni più tardi dalla Cdc (Center for Diseases Control) di Atlanta, praticamente l’Istituto superiore della sanità degli Stati Uniti. Tempo dopo, per sintetizzare, fu chiesto di analizzare il sangue dei mantovani. La clinica del lavoro di Milano stilò un rapporto in cui concludeva che il livello di diossina nel loro sangue a campione era medio-basso. Invece non era vero.
A seguito di un’interrogazione parlamentare di Casson, rivide drasticamente il proprio parere e in un cosiddetto “consensus report” assieme all’Istituto Superiore di Sanità sostenne che il livello di diossina era medio-alto. Ecco, il problema è questo. Che non è possibile, o almeno non c’è una spiegazione scientifica, che lo giustifichi. Visto che qui il polo chimico è chiuso da vent’anni. Come del resto l’inceneritore, sigillato nel lontano 1992. La domanda è: da dove arrivava la diossina che provoca i sarcomi nel sangue dei mantovani?».

Sta dicendo che i fusti di Seveso vennero smaltiti da queste parti, a Mantova?

«No. Sto facendo alcune constatazioni scientifiche su coincidenze attualmente senza risposte. La prima è che Mantova ha inspiegabilmente questa elevata concentrazione di sarcomi. La seconda è che chi abita vicino all’inceneritore ormai fermo da diciotto anni aveva inspiegabilmente probabilità trenta volte più alte di ammalarsi di sarcoma rispetto al resto della popolazione di Mantova, quasi che lì si fosse bruciata diossina. La terza è che in nessun’altra città che abbia avuto un inceneritore per rifiuti tossico-nocivi c’è mai stata correlazione statistica così diretta con i sarcomi. La quarta è l’assolutamente inspiegabile livello medio-alto di diossina nel sangue dei mantovani. E la quinta è che – purtroppo – nessuno sa che fine abbiano fatto i 41 fusti e gli altri rifiuti di Seveso: quelli che la stessa commissione della Regione Lombardia scrisse soltanto che “sembra” siano stati smaltiti nel Mare del Nord, e la cui sorte è dunque avvolta nel mistero. E poi c’è un sesto elemento...».

Cioè?

«I sarcomi a Mantova hanno iniziato a manifestarsi alla fine degli anni Ottanta, con i consueti dieci anni di latenza. E cioè più o meno dieci anni dopo l’incidente dell’Icmesa, a 150 chilometri da qui. Lo ricordo bene perché venni ad abitare in questa zona alla fine degli anni Settanta. E osservai nel mio giardino un fenomeno che non avevo mai visto prima e che mi colpì profondamente, anche perché non lo rividi più».

Quale?

«Era il mese di maggio. E dagli alberi caddero le foglie».

Tratto da: IL maschile de Il Sole 24 ore


.

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di Edorardo Montolli - 17 settembre 2010
Lo stivale italiano dei veleni svelato 
dal super-consulente delle procure.





In ufficio ci va a bordo di un kajak perennemente ormeggiato tra i canneti che dalla riva degradano lentamente fino al giardino di casa. L’uomo che scende e deposita il remo ha una barba incolta bianca e il cappello alla Crocodile Dundee. Ha scelto di vivere in un suggestivo scorcio del Lago di Mantova che gli allontana i ricordi olezzanti di discariche abusive, rifiuti tossici e industrie chimiche fuorilegge, ossia tutto ciò che nel suo lavoro affronta quotidianamente. Si chiama Paolo Rabitti, 60 anni, due lauree – ingegneria e urbanistica –, innumerevoli pubblicazioni, docenze e ricerche alle spalle. Ai suoi studi si affidano i Comuni alle prese con la Tav o i comitati di cittadini preoccupati da inceneritori e aziende chimiche. Gente con cui spesso collabora gratuitamente, così, per coscienza civica, dice.
Ma il suo nome appare soprattutto nelle più importanti inchieste ambientali, chiamato come consulente dalle Procure di mezza Italia. Dai tempi di Felice Casson per il petrolchimico di Porto Marghera, ai pm di Brescia, Ferrara, Rovigo o Grosseto, giusto per citarne alcune: e sempre per smaltimento di materiali tossici, inquinamento da emissioni di Pcb dalle acciaierie, acque devastate da scarichi illeciti. Come per il Lago Maggiore: la sua perizia per il tribunale di Torino è valsa la condanna civile per 1,6 miliardi di euro alla Syndyal, responsabile dello sversamento nelle acque di quantità industriali di Ddt. «Se ne accorsero gli svizzeri, poi fu vietata la pesca. E ancora oggi ci sono sul fondale quantità enormi sedimenti inquinanti».
I magistrati, alle prese con un disastro ambientale dietro l’altro, per capirci qualcosa suonano al suo campanello sempre più spesso. E non poteva non essere così anche per il caso dei rifiuti in Campania: trenta ore di testimonianza nell’aula bunker, un vero record, per spiegare che «con la gestione dei rifiuti la camorra non c’entra proprio nulla». E che per contro c’entravano istituzioni e multinazionali, per le quali è diventato una sorta di incubo, un cave hominem da cui stare alla larga visto che ogni volta che ci incappano finisce a condanne e risarcimenti per i disastri commessi. «In effetti tentano spesso di etichettarmi per un ambientalista, un’etichetta comoda se si devono nascondere gigantesche magagne».
Per quelle che ha scovato in diverse città sugli affari d’oro del pattume, è stato appena nominato consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti. Un incarico, l’ennesimo, che svolge gratis. E che probabilmente avrà il suo fulcro proprio in ciò che accadde nell’area campana. Intorno a un tavolo in legno, sotto al pergolato, l’ingegnere inizia a ricostruirne la storia, attorniato dalla moglie Gloria Costani, di professione medico, da Smilla e Black, i suoi due cani e da un numero imprecisato di gatti.
«Lì la situazione era già piuttosto compromessa, perché per decenni le industrie del centro-nord vi avevano smaltito illegalmente rifiuti pericolosi, interrandoli, sversandoli nelle acque o direttamente nelle falde. Questo per delineare il quadro. Quanto allo scandalo dei rifiuti urbani, c’è un processo per truffa ai danni dello Stato e falso alla Fibe-Impregilo. In sostanza doveva gestire i rifiuti per l’intera regione, separando carta e plastica dalla componente organica. La prima sarebbe servita per produrre combustibile da bruciare negli inceneritori. La seconda doveva essere inertizzata diventando una specie di terriccio da fiori».

Invece?

«Di fatto non veniva prodotto combustibile, né – tantomeno – il terriccio. E la regione si è trovata alle prese con circa dieci milioni di tonnellate di cosiddette “ecoballe”, in barba al Commissariato ai rifiuti che avrebbe dovuto controllare».

Rifiuti uguale camorra, dicono.

«Guardi, la camorra forse è intervenuta nel business dei trasporti dei rifiuti dagli impianti alle discariche, in qualche subappalto fatto da Fibe-Impregilo che peraltro non poteva subappaltare. E forse, ma forse, la camorra si accaparrava i terreni in cui Impregilo aveva deciso di costruire le discariche. Ma di sicuro, con la gestione dei rifiuti, la camorra non c’entra assolutamente nulla, contrariamente a quanto si lascia intendere. La responsabilità è di controllori e controllati. Ed era impossibile non vedere che nelle discariche c’era una situazione da Terzo mondo, che ancora adesso nessuno racconta».

Tipo?

«Progettate per accogliere materiale inerte, e cioè il terriccio, venivano invece riempite con rifiuti organici addirittura freschi che andavano rapidamente in putrefazione e producevano enormi quantità di liquido marcio (il cosiddetto percolato) e di gas. Sicché, oltre a inquinare, puzzavano da morire. Nemmeno le coprivano tutte le sere, né tentavano di limitare almeno le quantità di percolato o di captare il gas. Risultato, il percolato tracimava, l’odore era intollerabile. E per attenuarlo, a qualcuno è venuta l’idea di piazzare spruzzini di profumo sulle recinzioni».

Sta scherzando?

«Giuro. Ho qui una foto».

Con l’intervento del Governo Berlusconi i rifiuti sono spariti d’incanto, in una manciata di giorni. E tutti si chiedono ancora oggi come sia stato possibile.

«Beh, io commento solo ciò che ho visto. E cioè il sito di Ferrandelle: hanno accatastato circa un milione di tonnellate di rifiuti in piazzole preparate in fretta e furia su un terreno quasi paludoso e senza alcun tipo di copertura. Non mi pare esattamente la panacea che hanno dipinto».

Resta il fatto che in alcune regioni del Sud l’emergenza si ripresenta periodicamente.

«Perché per funzionare il ciclo dei rifiuti necessita di amministrazioni che amministrino, controllori che controllino e aziende che facciano quello per cui sono pagate. Ma se, tanto per fare un esempio ipotetico, il politico di turno decide di mandare tutto in discarica, affida la localizzazione a un emissario della camorra, il progetto al cognato che non ne ha mai vista una, la raccolta dei rifiuti a un’azienda creata solo per assumere personale, lo smaltimento a un’altra azienda che ha interessi nei rifiuti pericolosi e la discarica a chi ci fa andar dentro di tutto e se ne infischia della corretta gestione, allora, come dire, se succede tutto questo è molto probabile che si verifichino disastri».

Per molti la soluzione starebbe nei termovalorizzatori.

«Mah, termovalorizzatore è un termine eufemistico. Secondo le leggi nazionali ed europee si deve parlare di “inceneritori con recupero di energia”. Certamente sono impianti assai vantaggiosi economicamente ed è per questo che c’è la corsa a costruirli. Peccato che in Italia l’energia prodotta incenerendo i rifiuti sia stata fatta passare alla pari di quella proveniente dal sole e dal vento. E veniva così adeguatamente sovvenzionata finché la Comunità europea ci ha tirato le orecchie, perché è evidente che non si tratta della stessa cosa. E vorrei confutare un’altra colossale bugia: non è vero che gli inceneritori non inquinino. Anche ammesso che le emissioni rientrino nei limiti di legge, moltiplicando le concentrazioni a metro cubo degli inquinanti per il numero di metri cubi di gas che escono dai camini si trovano quantità molto rilevanti. Senza contare i delinquenti che taroccano il software di controllo per simulare emissioni inferiori a quelle reali. Alcuni casi li ho constatati di persona».

E allora, la soluzione?

«Il sistema migliore è, ovviamente, non produrli».

Facile.

«Scusi, perché se compro una fetta di formaggio al supermercato mi devo portare a casa altrettanta plastica? Costa poco produrla, ma molto smaltirla, sia in termini economici che ambientali. Oltre a ridurre bisogna cercare di recuperare e riusare, visto che ogni cosa che finisce in discarica o viene incenerita provoca un impatto ambientale».

Un po’ utopistico.

«Nient’affatto. A Treviso raggiungono l’80 per cento, ripeto 80 per cento di raccolta differenziata come media annuale. Così, visto che non serve l’inceneritore per rifiuti urbani, gli industriali hanno pensato bene di chiedere di costruirne due per rifiuti speciali. E sta ovviamente succedendo un putiferio, perché la gente si sente presa in giro».

Una sensazione che si avverte spesso. Lei si è occupato del cloruro di vinile di Porto Marghera, uno dei più grandi scandali italiani, che vedeva al centro il colosso industriale Montedison.

«Già. Scoppiò tutto perché un operaio, Gabriele Bortolozzo, volle capire il motivo per cui gli amici che lavoravano con lui nel reparto in cui si produceva polivinilcloruro (Pvc) a partire dal cloruro di vinile (Cvm) fossero tutti morti di tumore. Fu grazie alla sua personale ricerca inviata alla Procura di Venezia che iniziò l’indagine di Felice Casson. Tra le carte dell’inchiesta sul Petrolchimico di Brindisi trovai un documento del 1974 (che poi depositai agli atti del processo di Marghera) in cui un dirigente di Montedison affermava che le aziende sapevano che il Cvm fosse cancerogeno molto prima della scoperta ufficiale del 1973, ma che l’avevano tenuto segreto. E in un secondo documento del 1977 (che mi fu anonimamente imbucato nella cassetta della posta) un altro dirigente Montedison scrisse che non bisognava fare le manutenzioni agli impianti. E questi sono solo due esempi, per dare l’idea di una vicenda incredibile».

Pare incredibile anche ciò che è accaduto con lo sversamento in mare del petrolio della BP. Barack Obama l’ha paragonato all’11 settembre...

«È certamente un disastro ambientale di proporzioni terrificanti, ma è anche la dimostrazione che l’estrazione del petrolio comincia a essere troppo difficile. Le conseguenza sull’ambiente non sono per ora compiutamente valutabili. Si pensa che gli effetti dureranno molte decine di anni. D’altra parte, il caso americano ha fatto riemergere anche la questione dello sversamento nel delta del Niger che da decenni, nel silenzio generale, sta devastando l’ecosistema. O meglio: negli anni Ottanta il poeta Ken Saro-Wiwa si fece portavoce delle rivendicazioni della popolazione. Ma finì impiccato».

Anche lei è tra quelli che sostengono la necessità di passare alle energie rinnovabili?

«Credo che sfruttarle sia un dovere morale, oltre che una necessità contingente. Se, invece di riempire le tasche dei padroni degli inceneritori con i contributi destinati alle energie rinnovabili, i soldi fossero stati usati per incentivare la ricerca e l’installazione degli impianti il nostro Paese sarebbe sicuramente all’avanguardia».

Lei non si fida del nucleare?
«Il ministro che più spingeva per le centrali nucleari era Scajola. Veda lei».

È degli incidenti che tutti hanno paura. In fondo qui siamo nella terra della diossina di Seveso, dell’Icmesa dei disinfettanti... Seveso, la Chernobyl italiana…
«Posso raccontarle a questo proposito una storia cui lavoro da molto tempo? Sa, ci sto scrivendo un libro».

Prego
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«A seguito del disastro del 1976 all’Icmesa, la commissione della Regione Lombardia stilò un rapporto secondo il quale “sembra” che parte delle 1.600 tonnellate di materiale asportato dalla fabbrica subito dopo il disastro venne smaltita in un inceneritore del Mare del Nord, inceneritore che però non fu indicato. Scrisse proprio così, “sembra”. Il resto del materiale rimasto nel reattore, e cioè 41 fusti di diossina e triclorofenolo, fu affidato a tale Bernard Paringaux, persona che si disse legata ai servizi segreti e che avrebbe dovuto smaltirli in una discarica controllata in Francia. Paringaux li mostrò in tv, solo che i fusti erano più piccoli di diametro rispetto a quelli che erano partiti. Ne nacque un giallo che si risolse solo molto tempo più tardi, quando fu spiegato che erano stati smaltiti probabilmente vicino alle ex miniere di sale della Ddr. Probabilmente. Di fatto, nessuno seppe mai nemmeno in questo caso né dove, né se a essere effettivamente smaltiti furono i fusti partiti dalla sede dell’Icmesa. Perché la verità è questa: che nessuno sa dove siano finiti. E questo è il primo punto. Il secondo è che la diossina provoca il sarcoma, un tumore il cui tempo di latenza si aggira intorno ai dieci anni».

E quindi?

«Lei lo sapeva che Mantova è la città con la più elevata frequenza di sarcomi in Italia rispetto alle popolazioni della zona industriale?».

Non seguo il paragone.

«Ce ne accorgemmo io e mia moglie che, essendo medico di base, notò che buona parte di questi tumori colpivano pazienti che abitavano vicino al vecchio inceneritore della città. Che oggi è vecchio, ma che nel 1980 era stato inaugurato come il più moderno inceneritore per rifiuti tossico-nocivi d’Europa. Scrivemmo un report. E in effetti l’Istituto superiore della Sanità promosse uno studio approfondito, constatando che chi abitava vicino all’inceneritore di Mantova aveva una probabilità ben trenta volte superiore al resto della città di sviluppare il sarcoma. Ed è una circostanza stranissima, perché in nessun altro luogo dove è presente un inceneritore per tossico-nocivi è mai stato evidenziato un aumento dei sarcomi. Circostanza della quale infatti sono stato chiamato a relazionare poco tempo fa alla Gordon and Mary Cain Foundation a Philadelphia».

La questione comincia a farsi inquietante.
«All’epoca di Seveso non esistevano strumenti per capire quanta diossina potesse essere entrata nel sangue della popolazione. Ne furono congelati alcuni campioni che vennero analizzati anni più tardi dalla Cdc (Center for Diseases Control) di Atlanta, praticamente l’Istituto superiore della sanità degli Stati Uniti. Tempo dopo, per sintetizzare, fu chiesto di analizzare il sangue dei mantovani. La clinica del lavoro di Milano stilò un rapporto in cui concludeva che il livello di diossina nel loro sangue a campione era medio-basso. Invece non era vero.
A seguito di un’interrogazione parlamentare di Casson, rivide drasticamente il proprio parere e in un cosiddetto “consensus report” assieme all’Istituto Superiore di Sanità sostenne che il livello di diossina era medio-alto. Ecco, il problema è questo. Che non è possibile, o almeno non c’è una spiegazione scientifica, che lo giustifichi. Visto che qui il polo chimico è chiuso da vent’anni. Come del resto l’inceneritore, sigillato nel lontano 1992. La domanda è: da dove arrivava la diossina che provoca i sarcomi nel sangue dei mantovani?».

Sta dicendo che i fusti di Seveso vennero smaltiti da queste parti, a Mantova?

«No. Sto facendo alcune constatazioni scientifiche su coincidenze attualmente senza risposte. La prima è che Mantova ha inspiegabilmente questa elevata concentrazione di sarcomi. La seconda è che chi abita vicino all’inceneritore ormai fermo da diciotto anni aveva inspiegabilmente probabilità trenta volte più alte di ammalarsi di sarcoma rispetto al resto della popolazione di Mantova, quasi che lì si fosse bruciata diossina. La terza è che in nessun’altra città che abbia avuto un inceneritore per rifiuti tossico-nocivi c’è mai stata correlazione statistica così diretta con i sarcomi. La quarta è l’assolutamente inspiegabile livello medio-alto di diossina nel sangue dei mantovani. E la quinta è che – purtroppo – nessuno sa che fine abbiano fatto i 41 fusti e gli altri rifiuti di Seveso: quelli che la stessa commissione della Regione Lombardia scrisse soltanto che “sembra” siano stati smaltiti nel Mare del Nord, e la cui sorte è dunque avvolta nel mistero. E poi c’è un sesto elemento...».

Cioè?

«I sarcomi a Mantova hanno iniziato a manifestarsi alla fine degli anni Ottanta, con i consueti dieci anni di latenza. E cioè più o meno dieci anni dopo l’incidente dell’Icmesa, a 150 chilometri da qui. Lo ricordo bene perché venni ad abitare in questa zona alla fine degli anni Settanta. E osservai nel mio giardino un fenomeno che non avevo mai visto prima e che mi colpì profondamente, anche perché non lo rividi più».

Quale?

«Era il mese di maggio. E dagli alberi caddero le foglie».

Tratto da: IL maschile de Il Sole 24 ore


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Marcinelle, l’ultima battaglia «Nessuno verrà qui a ballare»


Emigrati nel dopoguerra, 136 morirono nell’incidente al Bois du Cazier. Dimenticati anche dal Paese d’origine


Di Paolo Di Stefano

I minatori non dimenticano niente, convivono da oltre cinquant’anni con la memoria. Ma il Paese da cui partirono preferisce dormire sonni sereni nell’oblio per svegliarsi puntualmente in occasione della ricorrenza più funesta, quella dell’8 agosto 1956, il giorno in cui al Bois du Cazier di Marcinelle morirono 262 minatori, 136 dei quali italiani. Anche quest’anno, l’8 agosto non sono mancati i messaggi dei politici, dal presidente della Repubblica in giù. Ma ai minatori italiani - rimasti in Belgio ad invecchiare con la silicosi e il fiato corto - non basta. Loro hanno ancora negli occhi il fumo di quella mattina, quando, poco dopo le otto, a 975 metri di profondità, un vagonetto carico di carbone rimasto incastrato a metà dentro un ascensore in movimento tagliò di netto i cavi dell’alta tensione e le condotte dell’olio provocando un incendio improvviso e inarrestabile. È la tragedia che i minatori sopravvissuti non dimenticheranno mai.

Molti di loro non amano più l’Italia perché, dicono, l’Italia non li ama. Si sentono abbandonati in quella che un tempo consideravano una terra straniera e che oggi trovano persino accogliente. Chiedete a Mario Ziccardi, che è arrivato qui a Charleroi da Ferrazzano (Campobasso) nel 1954 a 18 anni e che rimasto vedovo adesso abita, da solo, in una casetta bianca su una lunga strada a due passi dal luogo della «catastròfa», diventato un museo. Vi risponderà con un groppo di rabbia, ricordando quel che è stato, per filo e per segno. I minatori sono come gli elefanti, non dimenticano niente: «Il governo italiano ci ha venduto, ogni minatore valeva 15 chili di carbone belga al giorno, ma se al ritorno portavi con te una cioccolata o un pacchetto di sigarette, alla dogana ti facevano pagare la multa. Questa è sempre stata l’Italia! Quando arrivavi al paese per le vacanze, ti dicevano: "che ci vieni a fare qui?". Non sapevano che andavamo in terra straniera per buttare il sangue a mille metri di profondità e che il governo prendeva pure dei soldi senza neanche darci una sicurezza. Quando andavi a fare una domanda al Comune, ti rispondevano che avevi diritto solo al certificato di nascita e per il resto, se avevi bisogno di qualcosa, dovevi chiedere al Belgio».

E oggi, che cos’è l’Italia per un vecchio minatore? «Ancora oggi non ci riconoscono per niente. Fanno i loro discorsi ogni 8 agosto e poi non si vedono più. Solo quando ci sono le elezioni, allora sì che trovano il tuo indirizzo e ti mandano la scheda per il voto. Io sto bene qui in Belgio e non mi lamento, ho casa mia e non disturbo nessuno, ma quante volte abbiamo pianto per l’Italia! Anni fa, avevo comperato un piccolo appartamento di 97 metri quadrati al paese perché il governo prometteva 7 milioni agli emigranti, ma io quei soldi non li ho mai avuti, così ho rivenduto la casa e ho detto basta, non vado più in Italia. Una volta un impiegato del Comune mi ha detto che ero un esiliato. Gli ho risposto: «Sono un emigrato, non un esiliato, perché se sono un esiliato, allora dovete arrestarmi». Sono tre anni che non ritorno al paese e quest’estate ho fatto le vacanze in Grecia, dove si sta benissimo. In Italia non ci riconoscono di che nazionalità siamo, per loro siamo belgi, ma nel Belgio abbiamo ancora una carta di soggiorno e non possiamo neanche votare, siamo estranei qui e siamo estranei in Italia. Noi con i soldi che mandavamo al paese abbiamo rimontato l’Italia, capisce?». Sì, l’avete aiutata a risollevarsi dalla guerra, e il carbone arrivava dal Belgio come compenso del vostro lavoro. «Ecco, e non siamo stati ringraziati per niente, anzi siamo stati solo maltrattati, e quando ritornavamo ci dicevano: "che ci fate qui?". È molto triste, molto triste. Questa è l’Italia, ha capito? Quante volte piango, pensando all’Italia!».

Qualcuno, venuto dal Sud come la gran parte dei morti del Bois du Cazier, fa smorfie di amarezza pensando al chiodo fisso «padano» di un Meridione parassita del Nord. Vincenzo Catano, arrivato da Calitri (Avellino) nel ’54, non ha peli sulla lingua: «Dopo la guerra, noi meridionali abbiamo messo su l’Italia, e ora vengono fuori certi politici che avrebbero bisogno dello psichiatra a dire che siamo parassiti! Noi venivamo a lavorare nelle taglie e nelle gallerie, e loro a casa, anche quelli del Nord, stavano al caldo con il nostro carbone...». Catano, approdato a Marcinelle con un passaporto da turista, ha lavorato sottoterra fino al ’60, quando gli scivolò sulla gamba un enorme sasso, si fratturò il bacino e passò sei mesi in ospedale prima di guarire. Ottenuta l’invalidità, pensò di tornare in Italia con la moglie e i due figli, ma ora è contento di aver cambiato idea. Oggi, superati gli ottanta, non tornerebbe più al paese e le vacanze preferisce farle a Viareggio che in Irpinia.

I minatori sono come elefanti, ricordano perfettamente quell’8 agosto del 1956, le storie, le facce nere, gli urli delle donne ai cancelli del Cazier, gli amici perduti, i loro corpi che venivano portati al giorno (come dicono in gergo). «Non tutti, - precisa Catano - molti sono ancora lì sotto, riempivano le bare di sassi per far credere che li avevano recuperati, ma la figlia di un minatore, dopo diversi anni, ha voluto aprire la bara di suo padre e ha trovato solo pietre». Nell’Associazione ex minatori oggi ci sono i pochi sopravvissuti alla «catastròfa» e all’età. Ma per mantenere viva la memoria del passato che non passa spesso si iscrivono anche i figli, gli emigrati di seconda generazione, come Michele Russo, manager in pensione dell’Ibm, di cui suo padre sarebbe fiero: «Ha dovuto aspettare quarant’anni per poter votare per corrispondenza - dice - rimpiangeva di non aver avuto questo diritto. Quello che non sopportava la generazione di mio padre era il fatto che loro hanno contribuito da lontano al boom economico dell’Italia, ma nessuno gliel’ha mai riconosciuto, e quando tornava al paese, in Sicilia, la gente gli faceva la caricatura e diceva: "sono arrivati i savà con la cioccolata e il caffè"». Alludevano ironicamente al saluto francese: Ça va? «Adesso noi emigranti siamo diventati gli ambasciatori del made in Italy all’estero...», scherza Michele, ma neanche troppo.

Sono loro, gli ex minatori e i figli degli ex minatori che non ci sono più, a difendere il Cazier come un luogo sacro contro quelli (le autorità locali e non soltanto) che vorrebbero fare del Museo un centro ricreativo. Ultimamente hanno fatto sentire la loro voce quando è balenata l’idea di utilizzare uno spazio come sala di matrimoni. «Va bene il mercatino di Natale, vanno bene, a inizio luglio, i concerti delle corali, va bene il pranzo dell’8 agosto, va bene l’esposizione di pittura e di fotografia, vanno bene anche i rinfreschi dopo i discorsi celebrativi della Festa della Repubblica e i ricevimenti del Consolato, ma non bisogna esagerare: lì sotto ci sono ancora dei cadaveri», reclama Russo. Giuseppe Avanzato, siciliano di Camastra, classe 1927, ha passato 25 anni in miniera e ha sposato la giovanissima vedova belga di una vittima dell’8 agosto: «Quando mi hanno detto che al Cazier volevano fare una sala di matrimonio gli ho risposto: finché siamo in vita noi, non ci sarà nessuna sala di matrimonio, perché giù in basso ci sono ancora i nostri amici, che erano buoni compagni e buoni italiani. Allora hanno detto: va bene, niente sala di matrimonio ». Se uno dei suoi dieci figli lo chiama, la suoneria del suo cellulare suona l’Inno di Mameli. Anche Assunta Moliterno, di Campobasso, arrivata qui a dieci anni e rimasta orfana di suo padre che quella mattina se ne andò salutandola con un bacio per ritornare quaranta giorni dopo in una bara, parla appena l’italiano, ma tutte le mattine vede in tv Don Matteo e nell’acquario di sala tiene un enorme Colosseo attorno a cui nuotano i pesci rossi. Dice: «Non vogliamo sale di matrimonio. Il museo non deve diventare un coso commerciale: al Cazier, negli ultimi tempi, abbiamo visto chi piange e chi ride, chi vende e chi balla, e io ormai ci vado solo l’8 agosto per sentire le campane. Perché per me resta solo, come si dice?, un cimitero per i morti».

Fonte:Corriere della Sera del 13/09/2010

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Emigrati nel dopoguerra, 136 morirono nell’incidente al Bois du Cazier. Dimenticati anche dal Paese d’origine


Di Paolo Di Stefano

I minatori non dimenticano niente, convivono da oltre cinquant’anni con la memoria. Ma il Paese da cui partirono preferisce dormire sonni sereni nell’oblio per svegliarsi puntualmente in occasione della ricorrenza più funesta, quella dell’8 agosto 1956, il giorno in cui al Bois du Cazier di Marcinelle morirono 262 minatori, 136 dei quali italiani. Anche quest’anno, l’8 agosto non sono mancati i messaggi dei politici, dal presidente della Repubblica in giù. Ma ai minatori italiani - rimasti in Belgio ad invecchiare con la silicosi e il fiato corto - non basta. Loro hanno ancora negli occhi il fumo di quella mattina, quando, poco dopo le otto, a 975 metri di profondità, un vagonetto carico di carbone rimasto incastrato a metà dentro un ascensore in movimento tagliò di netto i cavi dell’alta tensione e le condotte dell’olio provocando un incendio improvviso e inarrestabile. È la tragedia che i minatori sopravvissuti non dimenticheranno mai.

Molti di loro non amano più l’Italia perché, dicono, l’Italia non li ama. Si sentono abbandonati in quella che un tempo consideravano una terra straniera e che oggi trovano persino accogliente. Chiedete a Mario Ziccardi, che è arrivato qui a Charleroi da Ferrazzano (Campobasso) nel 1954 a 18 anni e che rimasto vedovo adesso abita, da solo, in una casetta bianca su una lunga strada a due passi dal luogo della «catastròfa», diventato un museo. Vi risponderà con un groppo di rabbia, ricordando quel che è stato, per filo e per segno. I minatori sono come gli elefanti, non dimenticano niente: «Il governo italiano ci ha venduto, ogni minatore valeva 15 chili di carbone belga al giorno, ma se al ritorno portavi con te una cioccolata o un pacchetto di sigarette, alla dogana ti facevano pagare la multa. Questa è sempre stata l’Italia! Quando arrivavi al paese per le vacanze, ti dicevano: "che ci vieni a fare qui?". Non sapevano che andavamo in terra straniera per buttare il sangue a mille metri di profondità e che il governo prendeva pure dei soldi senza neanche darci una sicurezza. Quando andavi a fare una domanda al Comune, ti rispondevano che avevi diritto solo al certificato di nascita e per il resto, se avevi bisogno di qualcosa, dovevi chiedere al Belgio».

E oggi, che cos’è l’Italia per un vecchio minatore? «Ancora oggi non ci riconoscono per niente. Fanno i loro discorsi ogni 8 agosto e poi non si vedono più. Solo quando ci sono le elezioni, allora sì che trovano il tuo indirizzo e ti mandano la scheda per il voto. Io sto bene qui in Belgio e non mi lamento, ho casa mia e non disturbo nessuno, ma quante volte abbiamo pianto per l’Italia! Anni fa, avevo comperato un piccolo appartamento di 97 metri quadrati al paese perché il governo prometteva 7 milioni agli emigranti, ma io quei soldi non li ho mai avuti, così ho rivenduto la casa e ho detto basta, non vado più in Italia. Una volta un impiegato del Comune mi ha detto che ero un esiliato. Gli ho risposto: «Sono un emigrato, non un esiliato, perché se sono un esiliato, allora dovete arrestarmi». Sono tre anni che non ritorno al paese e quest’estate ho fatto le vacanze in Grecia, dove si sta benissimo. In Italia non ci riconoscono di che nazionalità siamo, per loro siamo belgi, ma nel Belgio abbiamo ancora una carta di soggiorno e non possiamo neanche votare, siamo estranei qui e siamo estranei in Italia. Noi con i soldi che mandavamo al paese abbiamo rimontato l’Italia, capisce?». Sì, l’avete aiutata a risollevarsi dalla guerra, e il carbone arrivava dal Belgio come compenso del vostro lavoro. «Ecco, e non siamo stati ringraziati per niente, anzi siamo stati solo maltrattati, e quando ritornavamo ci dicevano: "che ci fate qui?". È molto triste, molto triste. Questa è l’Italia, ha capito? Quante volte piango, pensando all’Italia!».

Qualcuno, venuto dal Sud come la gran parte dei morti del Bois du Cazier, fa smorfie di amarezza pensando al chiodo fisso «padano» di un Meridione parassita del Nord. Vincenzo Catano, arrivato da Calitri (Avellino) nel ’54, non ha peli sulla lingua: «Dopo la guerra, noi meridionali abbiamo messo su l’Italia, e ora vengono fuori certi politici che avrebbero bisogno dello psichiatra a dire che siamo parassiti! Noi venivamo a lavorare nelle taglie e nelle gallerie, e loro a casa, anche quelli del Nord, stavano al caldo con il nostro carbone...». Catano, approdato a Marcinelle con un passaporto da turista, ha lavorato sottoterra fino al ’60, quando gli scivolò sulla gamba un enorme sasso, si fratturò il bacino e passò sei mesi in ospedale prima di guarire. Ottenuta l’invalidità, pensò di tornare in Italia con la moglie e i due figli, ma ora è contento di aver cambiato idea. Oggi, superati gli ottanta, non tornerebbe più al paese e le vacanze preferisce farle a Viareggio che in Irpinia.

I minatori sono come elefanti, ricordano perfettamente quell’8 agosto del 1956, le storie, le facce nere, gli urli delle donne ai cancelli del Cazier, gli amici perduti, i loro corpi che venivano portati al giorno (come dicono in gergo). «Non tutti, - precisa Catano - molti sono ancora lì sotto, riempivano le bare di sassi per far credere che li avevano recuperati, ma la figlia di un minatore, dopo diversi anni, ha voluto aprire la bara di suo padre e ha trovato solo pietre». Nell’Associazione ex minatori oggi ci sono i pochi sopravvissuti alla «catastròfa» e all’età. Ma per mantenere viva la memoria del passato che non passa spesso si iscrivono anche i figli, gli emigrati di seconda generazione, come Michele Russo, manager in pensione dell’Ibm, di cui suo padre sarebbe fiero: «Ha dovuto aspettare quarant’anni per poter votare per corrispondenza - dice - rimpiangeva di non aver avuto questo diritto. Quello che non sopportava la generazione di mio padre era il fatto che loro hanno contribuito da lontano al boom economico dell’Italia, ma nessuno gliel’ha mai riconosciuto, e quando tornava al paese, in Sicilia, la gente gli faceva la caricatura e diceva: "sono arrivati i savà con la cioccolata e il caffè"». Alludevano ironicamente al saluto francese: Ça va? «Adesso noi emigranti siamo diventati gli ambasciatori del made in Italy all’estero...», scherza Michele, ma neanche troppo.

Sono loro, gli ex minatori e i figli degli ex minatori che non ci sono più, a difendere il Cazier come un luogo sacro contro quelli (le autorità locali e non soltanto) che vorrebbero fare del Museo un centro ricreativo. Ultimamente hanno fatto sentire la loro voce quando è balenata l’idea di utilizzare uno spazio come sala di matrimoni. «Va bene il mercatino di Natale, vanno bene, a inizio luglio, i concerti delle corali, va bene il pranzo dell’8 agosto, va bene l’esposizione di pittura e di fotografia, vanno bene anche i rinfreschi dopo i discorsi celebrativi della Festa della Repubblica e i ricevimenti del Consolato, ma non bisogna esagerare: lì sotto ci sono ancora dei cadaveri», reclama Russo. Giuseppe Avanzato, siciliano di Camastra, classe 1927, ha passato 25 anni in miniera e ha sposato la giovanissima vedova belga di una vittima dell’8 agosto: «Quando mi hanno detto che al Cazier volevano fare una sala di matrimonio gli ho risposto: finché siamo in vita noi, non ci sarà nessuna sala di matrimonio, perché giù in basso ci sono ancora i nostri amici, che erano buoni compagni e buoni italiani. Allora hanno detto: va bene, niente sala di matrimonio ». Se uno dei suoi dieci figli lo chiama, la suoneria del suo cellulare suona l’Inno di Mameli. Anche Assunta Moliterno, di Campobasso, arrivata qui a dieci anni e rimasta orfana di suo padre che quella mattina se ne andò salutandola con un bacio per ritornare quaranta giorni dopo in una bara, parla appena l’italiano, ma tutte le mattine vede in tv Don Matteo e nell’acquario di sala tiene un enorme Colosseo attorno a cui nuotano i pesci rossi. Dice: «Non vogliamo sale di matrimonio. Il museo non deve diventare un coso commerciale: al Cazier, negli ultimi tempi, abbiamo visto chi piange e chi ride, chi vende e chi balla, e io ormai ci vado solo l’8 agosto per sentire le campane. Perché per me resta solo, come si dice?, un cimitero per i morti».

Fonte:Corriere della Sera del 13/09/2010

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